Posts by spassky

Pablog è l'identità segreta di uno scrittore premiato con un paio di nobel alcuni anni fa, ma di cui non si vanta in giro perché il primo l'ha ricevuto per un disguido postale e il secondo come riconoscimento per aver restituito il primo al suo legittimo proprietario. Però un giorno ne riceverà uno per il suo lavoro, ne è certo. Solo che sarà il nobel per la medicina.

Centotre-e-tre n.19: Pasqua con chi vuoi

Riassunto delle puntate precedenti

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
MVibe – Ili Ili Tulong Anay


Eccoci di nuovo qui, e chi l’avrebbe mai detto che saremmo arrivati al diciannovesimo episodio. Si vede che questa quarantena mi lascia un sacco di tempo libero, eh?
Mi domando se dall’altra parte ci sia lo stesso entusiasmo, quando aprite il blog e trovate il titolo centotre-e-tre. Cosa fate, cambiate subito pagina e andate ad approfittare dell’abbonamento premium che Pornhub sta regalando a tutti gli italiani, e vi guardate Legend of Zildo?

“Ehi, this sword is shaped like a dick!”
“Of course, this is a porn, everything here is shaped like a dick!”

No, sul serio, dovreste approfittare dell’abbonamento premium. Quando vi ricapita di guardare una parodia di un film Marvel che si chiama Assvenger?

Per quelli che nonostante le tentazioni preferiscono rimanere qui con me ad ascoltare musica sconosciuta proveniente da ogni parte del mondo, e scoprire nel frattempo qualche interessante aneddoto, avete tutta la mia gratitudine.
Però un po’ vi compatisco.

Ma andiamo avanti, che oggi ce ne andiamo in un posto lontanissimo.

La canzone della settimana scorsa è cantata, come detto, in lingua ilongo, una delle oltre 170 che si parlano nelle Filippine, e che appartiene a uno dei grossi ceppi linguistici del mondo, quello delle lingue austronesiane.

Eh?

Funziona così: la maggior parte delle lingue del mondo viene catalogata in famiglie linguistiche, aventi in comune un antenato. Chiaramente non stiamo parlando di un nonno poliglotta, ma di una lingua, antica e probabilmente scomparsa, da cui si sono evoluti gli idiomi di quella particolare famiglia. La ramificazione delle linee di discendenza viene chiamata filogenesi. La filogenesi dell’italiano, ad esempio, ci fa risalire alle lingue romanze, come quella del francese, del rumeno, dello spagnolo e del creolo-haitiano. E tutte derivano dal latino, ma fin qui lo sapevamo già.

Risalendo ancora l’albero arriviamo alla famiglia delle lingue indo-europee, una delle branche diffuse in Europa, ma ce ne sono veramente un quantità notevole.

Fra le lingue parlate in quella parte di pianeta che per facilità chiameremo Oceania, troviamo le lingue maleo-polinesiache, cui appartiene quella da cui siamo partiti, l’ilongo.
Scendendo lungo questo ramo incontriamo le lingue oceaniche, da cui si distinguono le lingue polinesiane, a cui appartiene, finalmente, la lingua rapanui, parlata esclusivamente sull’Isola di Pasqua.

Quand’ero bambino avevo un libro chiamato Atlante dei Misteri, su cui spendevo la maggior parte del mio tempo. Solo oggi, a distanza di anni, scopro che il suo autore, Francis Hitching, è un riconosciuto ciarlatano, ma allora tutte quelle storie di alieni e forze oscure che percorrono il mondo, e chi ha costruito davvero le piramidi, mi appassionarono al punto da avere influenzato molte delle mie decisioni nella vita adulta.

Senza le leggende su Palenque mi sarei mai appassionato alla cucina messicana?

Per esempio, se non avessi letto qualche teoria stramba sull’architettura esoterica, non so se mi sarebbe mai venuta voglia di visitare Castel del Monte; e se non avessi letto la storia dei disegni di Nazca non avrei passato gli anni da studente a leggere fumetti invece di prepararmi per le interrogazioni.

No, ochei, forse quello è perché sono un pelandrone. Ma comunque, uno dei grandi misteri del pianeta riguarda quell’angolo sperduto di oceano di cui parliamo oggi, con le sue teste di pietra che guardano l’orizzonte e forse aspettano qualcuno? Gli alieni? Il capitano Schettino?

Se avete voglia di saperne di più sull’Isola di Pasqua vi rimando alla lettura di Buoni Presagi, che c’è stato di recente, si è documentato a dovere ed è bravo a raccontare le storie.
E sarà felicissimo di essere taggato come alternativa a Pornhub.

Se invece volete restare qui e ascoltare la canzone di oggi, vi segnalo una pianista, Mahani Teave, l’unica musicista classica dell’isola. In realtà è nata alle Hawaii, e originario dell’Isola di Pasqua era suo padre, ma le informazioni che ho recuperato su di lei sono scarse. Avrei potuto cercare di più, ma se non avevo voglia di studiare quando andavo a scuola vi pare che mi metto a leggere la biografia di una pianista dell’Isola di Pasqua solo per appagare la curiosità di quattro lettori che hanno preferito stare sul mio blog invece che su un account premium di Pornhub?

Diciamo che è nata alle Hawaii perché sull’isola non esistono ostetrici per una precisa scelta semantica: l’Isola di Pasqua non dà i natali a nessuno.

Non so che vita abbia avuto Mahani Teave su un’isoletta in mezzo al Pacifico famosa solo per i testoni, ma non dev’essere stata terribile, se adesso vive ancora sull’isola e ha fondato una scuola di musica dove si insegnano diversi strumenti, fra cui l’ukulele.

L’edificio in cui sorge la scuola, peraltro, è costruito in gran parte con materiale di recupero: 1.500 pneumatici, 30.000 lattine, 10.000 bottiglie di vetro e 12 tonnellate di cartone. Non dev’essere stato facile, ma c’è da tenere in considerazione che sull’Isola di Pasqua non vivono lupi che possono soffiarti giù tutto.

Buoni propositi per il futuro: passare tutta la vita in ciabatte

In un’intervista all’Huffington Post racconta come ha cominciato a suonare: quando aveva 18 anni una signora tedesca si trasferì sull’isola, e lei andò a romperle le palle tutti i giorni perché le insegnasse a suonare il pianoforte. Se abitassi in una città normale chiameresti la polizia, ma sull’Isola di Pasqua il capo della polizia è Benjamin Linus, e la gente preferisce arrangiarsi da sola.

Dopo pochissimo sapeva già suonare Mozart, e una volta che era lì che suonava è arrivato uno dei più celebri pianisti cileni, che l’ha mandata da un insegnante sulla terraferma, e ha dato il via alla sua carriera. Un po’ come successe a me una volta, avrò avuto sette anni, ero al campetto da solo e per passare il tempo stavo in piedi sullo scivolo a declamare il monologo di Lady Macbeth, quando è arrivato Vittorio Gassman che pisciava il cane, e mi ha mandato a scuola di teatro da uno dei migliori insegnanti del Paese. Solo che quel giorno non era in casa, così sono tornato al campetto e la mia vita ha preso una svolta diversa. Vedi a volte il culo?

Chiudo con una breve esibizione di Mahani Teave e Viviana Guzman, una flautista cilena che sono sicuro avrete già sentito nominare, al Conservatorio di Pechino, nel 2013.

(continua)


La leva calcistica della classe ’20

Ieri sera io e Shasha siamo stati fermati dalla Guardia di Finanza mentre tornavamo dalla nostra riunione sediziosa. Per celare le nostre vere intenzioni indossavamo una tuta da ginnastica e procedevamo a passo sostenuto, tipo uno che deve sbrigarsi per non perdere il treno, niente di eccessivo insomma.

“Dove state andando?”, ci ha chiesto l’agente Smith.
“Facciamo una corsa”, ho risposto.
“Alle undici di notte?”
“Eh, di giorno c’è gente, è pericoloso”

Ci ha invitati a tornare a casa, che oltretutto “quella povera ragazza pare che sta morendo”. Si riferiva a Shasha, ovviamente, che stava mostrando segni di affaticamento livello Ho-fatto-lo-Stelvio-in-Graziella-e-non-me-ne-pento, e sbuffava e sudava e si appendeva al mio braccio come se le gambe le dovessero cedere da un momento all’altro.

Che grande attrice mia moglie! Quando le guardie ci hanno lasciati soli mi sono congratulato con lei, poi le ho passato un respiratore perché sennò moriva davvero.

A casa abbiamo discusso di quanto era venuto fuori alla riunione. Shasha aveva qualche dubbio, ma lei di come funzionano le cose in Italia non è pratica, se n’è stata zitta mentre la piccola Giorgia distribuiva i compiti ai partecipanti, e adesso guardava il suo nuovo quaderno di matematica con la copertina di Peppa Pig come un alchimista guarda il manuale di istruzioni della pietra filosofale.

“Cosa significa tutto questo?”, mi ha chiesto.

Non sapevo cosa risponderle, ero confuso anch’io. Il tema che mi era stato assegnato si intitolava ” Sono trascorsi solo alcuni mesi dall’inizio della seconda media. I miei compagni di classe sono sostanzialmente gli stessi, eppure qualcosa è cambiato. Che cosa sta accadendo in me e tra di noi?”, e se non riempivo almeno due pagine di protocollo sarebbero stati cazzi acidi.

“Ti avevano promesso il ruolo di capitano nella squadra di calcetto, cosa ci facciamo con questa roba?”
“Cerca di capire, Giorgia ha bisogno di dimostrare ai suoi genitori che è in grado di assumersi le sue responsabilità. Stiamo cercando tutti di darle una mano a fare una bella figura. Appena suo padre le lascerà l’azienda potremo dedicarci a sgominare i piani malvagi del sindaco.”
“Ma non me ne frega niente del sindaco! Ho già raccontato ai miei amici in Cina che mio marito è un famoso calciatore, cosa gli dico adesso? Mia madre era così felice!”

Cosa non farebbe un uomo per soddisfare la donna che ama?
Ho spedito il curriculum al Genoa: se dovevo mettermi a giocare a calcio almeno lo avrei fatto nella squadra che amo. E poi non avrei fatto più danno di qualunque dei suoi attuali titolari.

Ci ho scritto che ho iniziato la carriera nel Guizhou, una squadra cinese del.. beh, del Guizhou, poi mi hanno assunto nell’Universidad Catolica, in Cile, dove ho militato per due anni arrivando a vincere il campionato, e adesso sono titolare nel Boca Juniors.

“E a parte PES 2019 hai mai giocato a calcio?”, mi ha chiesto il presidente del Genoa al telefono, venti minuti dopo avergli spedito il mio CV.
“Non sono mai riuscito a convincere un pallone a finire dove volevo io”
“Va bene, sei assunto. Ce la fai a venire al campo di allenamento a Pegli questo pomeriggio? Ti faccio fare una partitella con la squadra così vi conoscete”
“Certo, se mi fermano dico che stavo andando a correre. Ormai sono pratico”

Non mi hanno fermato, e meno male. Sarebbe stato difficile spiegare alla polizia perché la mia macchina scendeva giù per la A7 con nessuno al volante, mentre io correvo da un finestrino all’altro sul sedile posteriore.

Al campo sono stato presentato a tutto l’organico compresi i magazzinieri, ma senza stringerci la mano e rispettando la distanza di sicurezza di un metro. Quando l’arbitro ha fischiato l’inizio della partita il mio compagno mi ha passato la palla, e nessuno si è avvicinato per portarmela via, per paura del contagio. Ho arrancato a calcetti verso la porta avversaria, badando di non spedire la palla troppo vicino a un altro giocatore, e in un paio di minuti mi sono trovato solo davanti al portiere. Tutti i miei compagni mi dicevano tira tira, ma sapevo che il portiere l’avrebbe parata senza problemi. In pratica le partite ai tempi del coronavirus si svolgevano tutte così, fischio dell’arbitro, passaggio iniziale, giocatore che arriva indisturbato davanti alla porta, tiro, parata, rimessa del portiere, chi la piglia la piglia e via dall’inizio.

Mi sono chinato sulla palla e ci ho sputato sopra, poi ho guardato il portiere negli occhi. Ho tirato, lui si è buttato dall’altra parte, gol. Era il primo gol da settimane, i miei compagni erano in visibilio. Il presidente è venuto a congratularsi, mi ha detto che un fuoriclasse come me non lo vedeva da decenni. Poi siamo tornati tutti a casa, tanto il pallone non lo voleva toccare più nessuno.

Centotre-e-tre n.18: Slumdog Millionaire

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error


Nell’episodio precedente siamo diventati ufficialmente anziani, e abbiamo affrontato lo scottante tema della “musica che ascoltano i ragazzini”, mettendoci dalla parte del genitore che ai suoi tempi quella roba lì non esisteva e si ascoltavano i Pu. Ho cercato di darvi una visione distaccata e priva di giudizi, anche perché da quando vivo con una che di pop ci vive, il mio senso critico la mia spocchia si è ammorbidita parecchio.

Comunque il gruppo coreano si chiamava VIXX, che si pronuncia come un famoso marchio statunitense di prodotti per stappare il naso. Ed è proprio a quel marchio che ci rivolgiamo per introdurre il prossimo passaggio, andando a toccare un Paese finora rimasto fuori dalle nostre frequentazioni.

Procter & Gamble è una multinazionale americana, fondata nel 1837 da un candelaio inglese di nome Procter e un saponiere irlandese che si chiamava, come avrete intuito, Gamble. I due si conoscevano per avere sposato le sorelle Norris, e fondarono una società sotto il consiglio del suocero, il signor Chuck. Per 40 anni, P&G si limitarono a produrre quello che sapevano fare, candele e saponi, diventando i fornitori ufficiali dell’Esercito Unionista durante la Guerra Civile Americana, finché negli anni ’80 il nipote di Procter, William Arnett, iniziò ad espandere l’azienda e a introdurre nuovi prodotti.

Ad oggi P&G possiede aziende in tutto il mondo, tranne a Cuba e in Corea del Nord, e produce un’infinità di articoli, come appunto nel caso dello spray contro il raffreddore.
Probabilmente nel vostro bagno, o sotto il lavandino della cucina, ci sono diversi prodotti Procter & Gamble, anche se non lo sapete. La politica aziendale, è infatti quella di utilizzare altri marchi per differenziare le diverse linee di produzione. Perché? Le ragioni sono molteplici, e qui qualcuno ha provato a spiegarle.

Quasi tutte le grandi aziende adottano questo sistema, procurando grossi mal di testa ai consumatori etici, che vorrebbero boicottare l’Unilever per la lista di crimini ambientali che la riguarda, ma vorrebbe dire liberarsi di metà dei prodotti per la casa e l’igiene personale, o sostenere aziende più equo-solidali, che però si trovano solo in una piccola bottega in centro arredata in legno grezzo, che vende prodotti selezionati a prezzi da boutique.

Per qualche anno ci ho provato anch’io, ma essere coerenti fino in fondo con le proprie scelte etiche significa stravolgere il proprio stile di vita a un punto tale che vivere come atto in sé diventa un gesto contro natura, e francamente non ne ho voglia. Ammiro chi ci si dedica con costanza, e non possiede un cellulare, un computer, le scarpe di pelle né quelle che contengono plastica, non mangia carne né derivati animali, non si sposta se non con mezzi pubblici eco-sostenibili, non utilizza prodotti testati sugli animali, quindi niente cosmetici, e quando si ammala si lascia morire perché anche i medicinali richiedono lo stesso tipo di sperimentazione. Davvero, quelli coerenti fino in fondo li ammiro, ma non posso essere come loro.

Ma torniamo alla multinazionale da cui siamo partiti.

Nel 2017 la Vick’s lanciò una campagna pubblicitaria che aveva per tema la famiglia nella società contemporanea: storie toccanti di persone che dovevano affrontare sfide difficili per il bene dei propri cari. La prima storia di “touch of care”, così si chiamava la campagna, era ambientata in India, e raccontava la storia di Gauri, una donna transgender, che adottava una bambina, scontrandosi con la società indiana. Fu un successo enorme in tutto il mondo, il video divenne presto virale, in ogni Paese si volevano adottare bambine, diventare transessuali, vennero venduti un sacco di sari, e l’economia indiana ricevette un impulso così forte che poté permettersi di comprare all’Italia una decina di marò e piantarla di rompere il cazzo coi due che teneva in custodia.

L’unica che non guadagnò granché da questa storia fu proprio la Vick’s. Il suo prodotto si vedeva pochissimo nel video, e neanche in primo piano, e nessuno sembrava fare caso allo sponsor di quella storia.

Si decise di girarne un altro, ambientato nelle Filippine, dove un bulletto di una baraccopoli adotta un bambino e trova la spinta per cambiare vita. Stavolta il prodotto venne inquadrato bene, in primo piano, e a contribuire al successo di video e azienda fu anche il fatto che a nessuno fregava davvero di volersi trasferire in uno slum filippino, e ci si concentrò a dovere sul marchio pubblicizzato.

Ad un certo punto il bulletto redento canta una ninnananna al bambino, mentre lo spalma di crema. Si tratta di Ili Ili Tulog Anay, una canzoncina appartenente alla tradizione degli Hiligaynon, una delle etnie presenti nelle Filippine. Nell’arcipelago che compone questa nazione si parlano 175 lingue diverse, quindi, per offrirvi un panorama completo del Paese che siamo venuti a esplorare, parlerò delle Filippine anche nelle prossime 174 puntate, mostrandovi un video per ognuno dei gruppi etnici riconosciuti.

No, scherzo, dai. La prossima volta andiamo da un’altra parte, anche se non so ancora dove, che a me quest’atmosfera rilassata da dopobomba fa venire voglia di oziare sul divano.

(continua)

Freedom for my Pippo

Oggi, per vincere il tedio da coronavirus, ci eravamo ripromessi di andare alla casa nuova a pulire la cantina, per fare posto alla montagna di roba che non stiamo usando e dovremo trasferire di là. Purtroppo le nuove disposizioni da una parte, e il controllo serrato della vicina del terzo piano dall’altra, ci hanno obbligato a chiuderci in casa.

Il casino è che avevo già un appuntamento con quella signora di cui vi ho parlato la volta scorsa, per organizzare una rivolta, o un torneo di calcetto, vediamo cosa viene meglio, e se non posso uscire per lavorare non posso neanche per diventare un rivoluzionario. Peccato perché avevo già ordinato un bel basco rosso su Amazon.

Io però di sottomettermi alle nevrastenìe della vicina non ci sto. Specie di una che quando ti incontrava per strada, nei bei tempi andati di quando si poteva ancora uscire, si fermava a fissarti dall’altra parte della strada e borbottava cose. Sempre. Con chiunque. Si fermava e ti fissava e borbottava. Sembrava una 126 ingolfata.
E adesso una così deve decidere come passo il mio tempo libero? Nossignora!

Sono sceso sul pianerottolo delle scale, e da lì mi sono calato sul terrazzo della vicina di sotto, che si affaccia sulla parete opposta a quella dove guarda la spiona borbottona, poi ho scavalcato in quello del palazzo accanto. È un appartamento molto grande, in cui vive un’anziana vedova, bloccata sulla sedia a rotelle. Ogni giorno sua sorella le porta la spesa, le fa da mangiare e si prende cura di lei, ma in questi giorni la sua presenza è annunciata dagli strepiti di quella del terzo piano, che la scambia per una che fa le passeggiate e la minaccia di denuncia. Se non sento nessuno gridare significa che sono al sicuro. Così ho spaccato un vetro e sono entrato.

Si è messa a urlare la padrona di casa, e ha cercato di investirmi con la sedia a rotelle. siamo andati avanti a urli e colpi contro i mobili per qualche minuto, poi dalla parete si è sentita la voce stridula della mia vicina di sotto, la cui camera da letto confina con l’appartamento della vedova.

“Allora la piantiamo o no? Voglio dormire, io ho fatto la notte, non sono mica come voi che state a casa!”

“Ma vaffanculo, cretina!”, le ho urlato dall’altro lato del muro. Mi sta veramente sul cazzo la mia vicina di sotto.
“Ma che cazzo vuoi, idiota!”, ha aggiunto la vedova. Poi ci siamo guardati stupiti e la tensione fra noi si è sciolta in una bella risata. Prima di lasciarmi andare via mi ha anche offerto il caffè.

Dall’appartamento della vedova sono sceso al giardino dietro il palazzo, e da lì ho scavalcato su un sentiero che porta al fiume. A quel punto potevo andare dove volevo!

Per prima cosa sono corso sotto la finestra di quella del terzo piano e le ho gridato fortissimo “Suucaaa!!”.

Sono andato a fare i miei lavori nella casa nuova, e alle undici di sera mi sono recato in tutta libertà all’appuntamento con la banda dei ribelli, nella cantina della signora che per ragioni di privacy chiameremo signora Longari. Non si tratta ovviamente della signora Longari che abita sopra la farmacia, questa signora Longari sta due portoni dopo il fruttivendolo, secondo piano scala B, interno 5 e suo marito lavora in un supermercato della zona.

La cantina era asciutta e pulita, dalle pareti non si staccava l’intonaco e dal soffitto non pendevano ragnatele. C’erano scaffali colmi di bottiglie di vino e salsa di pomodoro, e altri che custodivano scatole ben chiuse ed etichettate. Ho pensato alla mia cantina e mi sono vergognato. Poi ho pensato alla mia cucina, e non ho saputo trovare nessuna differenza con la mia cantina.

Non ero il primo ad arrivare, c’era ovviamente suo marito, che per ragioni di privacy dovrei chiamare con un altro nome, ma che continuerò a chiamare Piero perché mi sta sul cazzo, tutte le volte che vado al suo supermercato scopro che ha cambiato posto ai preservativi: si diverte a vedere le facce imbarazzate dei clienti costretti a chiedere.

Oltre alla coppia dei padroni di casa spiccava la presenza della vigilessa Ippopotama. Non aveva senso, era la più agguerrita agente della Municipale, il braccio armato del Comune, era assurdo che proprio lei volesse destituire il sindaco!
La sorpresa mi si leggeva in faccia, e la signora Longari si è affrettata a darmi una spiegazione:

“Ippopotama è qui perché non ne può più dell’atteggiamento dispotico della giunta comunale. Il sindaco ha emanato dei provvedimenti assurdi con la scusa dell’emergenza sanitaria, lo abbiamo visto tutti. Ma quello che non sapevamo ancora, o perlomeno non ne eravamo certi fino a oggi, era che questi provvedimenti facevano parte di un piano per staccare Lento dal territorio italiano e farne uno stato indipendente.”

“Fico!”, ho esclamato. “Potremo anche stamparci la nostra moneta?”

“Cerca di capire”, mi ha detto il professor Hans Delbruck, un pensionato che incontravo sempre la domenica mattina dal panettiere, vestito molto elegante come se fosse appena tornato dalla messa; adesso stava seduto su una sedia pieghevole da giardino, con la schiena appoggiata a uno scaffale di conserve, e indossava una tuta da ginnastica azzurrina. “Un comune piccolo come il nostro non avrebbe nessuna possibilità di mantenere l’indipendenza, non ha un esercito, non ha una propria sussistenza economica. Il piano del sindaco è un altro, vuole affamarci tutti, portarci via ogni ricchezza e poi scappare col malloppo.”

Maledizione, perché non ci avevo pensato io? Avrei dovuto candidarmi alle elezioni comunali quand’era il momento.

Il proprietario di un’impresa edile, Mario Frattazzo, è intervenuto coi suoi modi spicci, e ha chiesto cosa volevamo fare. Gli ho dato un’occhiata, se ci fosse stato da sparare non potevamo contare su di lui: la sua pancia ne avrebbe fatto un pessimo soldato, e un ottimo bersaglio.

Ippopotama ha tirato fuori dal borsello di ordinanza un pacco di fogli, protetti da una sovracopertina trasparente, e li ha distribuiti ai presenti.
Erano delle email, una corrispondenza fra Pepito Sbazzeguti, il sindaco di Lento, e Vladimir Putin. Sbazzeguti aveva ottenuto l’appoggio della Russia per rovesciare la giunta comunale e prendere il potere!

In realtà non era chiarissimo chi stesse chiedendo aiuto a chi, le email erano scritte in un inglese fetente, ma sembrava improbabile che fosse Putin il soggetto in difficoltà.

“Ho scoperto per caso questa corrispondenza: stavo lavorando al computer dell’ufficio dei vigili e sono finita per caso nella rete locale, poi per caso nel computer del sindaco e poi, sempre per caso, nella sua posta elettronica personale protetta da una password che per caso era il nome di sua figlia. A quel punto ho capito cosa stava succedendo e ho chiamato la mia amica signora Longari per chiederle consiglio.”

“Ma quindi adesso cosa facciamo?”, ha chiesto di nuovo Mario Frattazzo, che da costruttore di case si trovava in difficoltà con gli spiegoni, e se fosse stato per lui questa storia avrebbe avuto un capitolo solo, sarebbe iniziata già in piena battaglia per le strade e verso il terzo paragrafo il sindaco sarebbe stato sconfitto, e come ringraziamento la nuova giunta comunale gli avrebbe concesso di costruire una palazzina su un terreno del demanio.

Un personaggio che fino a quel momento stava nascosto nell’ombra è venuto fuori, e tutti abbiamo capito che quello era il personaggio preposto alle scene di azione, l’eroe.
“Adesso passiamo all’attacco”, ha detto la piccola Giorgia, una bambina bionda di dodici anni con l’apparecchio ai denti e la maglietta di Pippo. “Però non proprio adesso, perché è tardi e mia mamma mi ha detto di tornare a casa prima di mezzanotte, sennò la prossima volta non mi fa più uscire”.

Io lo sapevo che era una cazzata, e poi manco ci so giocare a calcetto.

V for Vadoalsupermercato

Ieri sono uscito con mia moglie per andare dal fruttivendolo e una signora, che dal terrazzo ci ha visti camminare tenendoci a braccetto, ci ha fatto una foto e l’ha postata su Facebook con la didascalia “Guardate qua che roba!”. Abitiamo in un paese piccolo, e ci conoscono tutti, e com’era prevedibile le reazioni non si sono fatte attendere:

“Ma chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe sposato”, “Certo che lei è proprio carina”, “Da quando stanno insieme lui sembra quasi una persona normale”

Non erano le risposte che la signora si aspettava, ma a Ronco esiste una percentuale molto alta di persone tolleranti, e in genere si cerca di badare ai fatti propri. Qui gli immigrati non rubano, gli arabi hanno il loro centro di preghiera e i cinesi su fermano a chiacchierare con le signore anziane.

Tranne che con la signora spiona di cui sopra, però! Non contenta della reazione locale ha ripostato la foto su un quotidiano nazionale, e finalmente una massa di nevrastenici si è precipitata ad augurarci le peggio cose. Chi ci voleva in galera per attentato alla salute pubblica, chi a fare volontariato in un ospedale nudi, chi lapidati crocifissi e pubblicati su Twitter dall’ex Ministro dell’Interno.

Una giornalista di una rivista musicale di costume piena di cazzate e con un pessimo social media manager vabbè musicale, ha pubblicato un articolo su di noi, paragonandoci agli attentatori dell’11 settembre. Ha detto che ognuno di noi deve fare il proprio dovere per aiutare la collettività a uscire da questa crisi, che nel nuovo Mondo che stiamo costruendo non può esserci spazio per gli egoisti, e che sarebbe ora di istituire la legge marziale e passare i trasgressori per le armi.

Sono uscito a comprare dei cetrioli e rischio la fucilazione. Per forza che poi la gente non mangia abbastanza verdura!

In seguito alla delazione di una rivista così popolare, il Governo italiano ha optato per una stretta nelle misure di contenimento del coronavirus, e da domani verranno introdotte nuove regole, la cui non ottemperanza sarà punita con la sedia elettrica.
Non si potrà più uscire di casa se non per andare a fare la spesa al supermercato, che rispetterà nuovi orari di apertura per disincentivare le uscite non necessarie. Il nuovo orario sarà il mercoledì, dalle 9.45 alle 9.52; si potranno comprare solo beni strettamente necessari, quali verdura, carne, acqua e penne lisce, che di quelle ce n’è una giacenza infinita e bisogna cercare di smaltirle. Le uscite per passeggiare non saranno più permesse, e se hai un cane lo fai pisciare dalla finestra, tanto se sotto non cammina più nessuno non c’è problema.
A garantire il rispetto della legge saranno chiamati i cittadini, incentivati alla delazione da un sistema di bonus: ogni dieci persone spedite alla forca una mascherina in omaggio, ogni cinquanta un controllo medico con tampone incluso per sé e per la famiglia (fino a un massimo di cinque persone), ogni cento persone mandate a farsi friggere decadono le limitazioni sull’uscita e viene attivato un servizio di consegna della spesa a domicilio.

Qualche voce autorevole nella stampa, alcuni giuristi, un paio di scienziati, hanno provato a spiegare che misure così severe sono anticostituzionali, inutili e controproducenti, ma non c’è stato niente da fare: l’articolo della rivista di costume musicale gestita da un branco di scimmie con una tastiera davanti vabbè musicale, pubblicato su facebook ha ricevuto più di un milione di likes, il Paese ha decretato che è necessario agire in quella direzione, non si torna indietro.

I miei vicini di casa sono già in agitazione, la signora spiona del terzo piano ha montato un teleobiettivo sul terrazzo, e quello che le sta di fronte si è presentato alla finestra con l’elmetto e una carabina, sostenendo che bisogna anche risparmiare sull’elettricità.

Per fortuna esiste ancora qualche spirito libero, o almeno spero: poco fa ho ricevuto un messaggio da una signora che abita poco lontano, che mi chiedeva di partecipare alla riunione sediziosa nella sua cantina, stasera alle undici. Dice di voler organizzare una squadra di rivoltosi, e andare tutti insieme a giocare a calcetto nei boschi, e per il mio ruolo chiave nell’evoluzione di questa vicenda ha deciso di assegnarmi il ruolo di capitano. Non so perché, ma mi sembra un’idea del cazzo. Comunque vi terrò aggiornati.

(continua)

Centotre-e-tre n.17: K-Pop!

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain

Per scrivere il prossimo capitolo voglio servirmi di un collegamento facile, e spostarmi di pochissimo, ispirato dal mio attuale stile di vita. Per essere coerente fino in fondo dovrei parlarvi di qualche artista che non si lava né si fa la barba, ma negli Stati Uniti ci siamo stati da poco, preferisco portarvi altrove.

Aspettate a gioire, perché oggi vi porto nel magico mondo del K-Pop!

Intanto che cos’è, il K-Pop?
La versione breve è che si tratta di musica pop che arriva dalla Corea del Sud, dove per musica pop intendiamo un genere musicale che pesca un po’ da tutti gli altri generi di successo per creare qualcosa di orecchiabile che ti rimanga in testa a lungo.
Rispetto a un brano da classifica di qualunque altra parte del mondo, il K-Pop ha poche differenze, anche perché spesso i suoi interpreti cantano in inglese. La grossa linea di demarcazione è tracciata dai video che accompagnano le canzoni, dove gruppi di ragazzini coreani in abiti molto colorati, si dimenano in coreografie anche piuttosto complesse.

Il fenomeno in Corea ha origini datate: durante gli anni della Guerra di Corea, la presenza massiccia di occidentali nel Paese aveva introdotto generi musicali nuovi, e qualcuno ne aveva tratto ispirazione per lanciare dei gruppi musicali composti di sole donne, sulla scia delle Ronettes, di Ronnie Spector.
Da lì alle band di ragazzini odierne il passo è breve, pianti un seme e lo lasci crescere; oggi la Corea del Sud produce qualcosa come 60 nuovi gruppi all’anno. La Corea del Nord invece produce disertori denutriti, che in video hanno una resa molto inferiore, ed è per questo che quando si parla di K-Pop non viene considerata.

Quello che contraddistingue il K-Pop più di ogni altra cosa, se vogliamo, è il suo legame coi media. Mentre una canzone, di solito, viene passata alla radio, esce in singolo, e se ne fa un video per distribuirla in tv e sulle varie piattaforme online, un nuovo singolo delle boyband coreane esce direttamente in televisione, accompagnato dall’immancabile balletto. Il K-Pop non esiste senza il suo supporto visivo.

L’impatto visivo di questo genere è enorme, e ne favorisce la popolarità ben oltre il territorio nazionale: in Giappone impazziscono per il K-Pop, in Cina lo copiano, in Corea del Nord non hanno la televisione.

Ma una caratterizzazione così forte si porta dietro anche dei limiti. Le popstar coreane sono delle icone, e se vuoi raggiungere il successo devi trasformarti in qualcosa di stereotipato che ha poco in comune con una persona vera. Tipo un cartone animato. Legata da un contratto decennale che spesso non garantisce neanche un guadagno adeguato, una popstar coreana viene creata a tavolino, deve mantenere standard rigidissimi per restare al passo con le esigenze del mercato, non invecchia, non ingrassa, non cambia mai. Viene usata finché funziona, e quando il suo successo cala la sostituiscono con un’altra popstar. La vita di una popstar coreana è breve e parecchio stressante, ed è per questo che parecchi non la reggono.

Ma perché vi sto raccontando del K-Pop?

Perché nel capitolo scorso avevamo visto che il 30 giugno 1997 si tenne la cerimonia con cui il Regno Unito riconsegnava alla Cina il territorio di Hong Kong, dopo un’occupazione che durava 150 anni; ma il 30 giugno è anche il giorno in cui compie gli anni la popstar sudcoreana chiamata N.

Il suo vero nome sarebbe Cha Hak-yeon, ma si fa chiamare N perché da bambino guardava i telefilm di Zorro, ma li guardava da sdraiato, e alla fine di ogni puntata, quando il giustiziere mascherato lasciava la sua firma sul petto del malcapitato di turno, quello che il bambino leggeva era una N.

Nel maggio 2012 la sua boyband, VIXX, debutta a M! Countdown, una trasmissione dove puoi votare il tuo artista preferito. La pagina web del programma ti permette di accedere alla biografia di ogni artista e sbirciare le foto provocanti di un sacco di ragazzine.
A luglio dello stesso anno, i VIXX sono a Baltimora, USA, all’Otakon Festival, una convention dedicata agli anime e alla cultura giovanile asiatica. Se siete mai stati a Lucca Comics avete una vaga idea di cosa si tratta.

I VIXX vanno avanti dal 2012 al 2018 inanellando singoli, album e apparizioni in tv e sui palchi di mezzo mondo. Sono venuti anche in Italia, nel 2013, in un locale dove l’anno dopo ci ho visto suonare Liam Gallagher.

Al momento la carriera dei VIXX è sospesa, alcuni membri stanno facendo il militare, qualcuno ha preso altre strade, altri si sono persi. Se volete c’è anche un video di un tizio che ha provato a scoprire dove sono andati a finire. Per una band nata nel 2012 sembra essere arrivato l’inevitabile momento in cui bisogna scendere dal palco.

N, a quanto pare, è stato assegnato alla banda dell’esercito, che non sembra essere quella cosa che potete immaginare, con soldati in divisa che marciano per le strade suonando gli ottoni, stando a quanto ci mostra questo video.

Dovrebbe finire presto, il periodo di leva in Corea del Sud dura un anno e mezzo, e per agosto potrebbe essere già fuori. Sempre che non metta un piede su una mina.

(continua)

Centotre-e-tre n.16: The Hong Kong Handover Ceremony

L’ultima volta che mi sono trovato a scrivere questa rubrica era novembre 2016. Poi ho iniziato a fare altro, roba che al momento mi sembrava più importante e che magari oggi mi fa pensare bah; poi ho iniziato a viaggiare in Cina e ho scritto parecchio di quello, poi è scoppiata una pandemia e mi è toccato chiudermi in casa a fare niente, e allora ho pensato che magari alle persone che sono chiuse in casa come me farebbe piacere avere qualcosa da leggere, o da ascoltare, e mi sono rimesso al lavoro.

Stacco su un utente qualunque di internet che apre il mio blog, vede quest’articolo e con calma si alza, si mette la giacca, esce in strada e si fa tossire in faccia dal primo influenzato che trova.

Prima di tutto credo sia necessario un riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.

Quattro anni fa ci eravamo lasciati con una canzone dei Wu-Tang Clan, eravamo negli Stati Uniti, e fino a quel momento avevamo saltato un po’ di qua e un po’ di là dell’Oceano Atlantico, senza curarci troppo degli altri tre continenti. Ma oggi, grazie a quel genio di RZA, e al film di cui parlammo allora, possiamo introdurci alla scoperta di un’area geografica ancora inesplorata.
Potrei dirvi che in questi quattro anni mi sono documentato apposta per scrivere questo episodio di Centotre-e-tre, e voi potete fare la faccia del ragazzino davanti al suo computer nuovo.

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Tutto comincia nel 2003, quando RZA va a Pechino a lavorare con Quentin Tarantino per la colonna sonora di Kill Bill Vol.1, di cui è il produttore. Nei Beijing Film Studios si gireranno le scene all’interno del sushi bar di Hattori Hanzo, ma soprattutto la carneficina alla Casa delle Foglie Blu.

Sono famosi, i Beijing Film Studios, qui è stata girata gran parte della produzione cinematografica cinese negli anni della propaganda, dal 1949, anno della fondazione, fino al 2012, quando sono stati chiusi e tutta la produzione è stata trasferita nei più recenti studios della China Film Group Corporation, a Yangsong, non lontano da quella parte di Grande Muraglia di cui ho parlato in un altro post.

Al cospetto di Tarantino, RZA prende un sacco di appunti, e quando torna a casa si mette a lavorare a un suo film di arti marziali: The Man With The Iron Fists, appunto.

Mi sarebbe piaciuto trovare qualche dettaglio interessante da raccontarvi, del mese che RZA trascorse in Cina, tipo quella volta in cui, al Silk Street Market, si mise a contrattare con una negoziante sul prezzo di una collana di giada che lei sosteneva essere autentica e lui le disse “come on, man, stop da bullshit”, e tirò fuori l’accendino e sciolse la collana sotto lo sguardo imbarazzato e indignato della signora, e se ne andò fendendo la puzza di plastica bruciata; o di quell’altra volta in cui si prese una ciucca abissale in un piccolo bar dell’hutong accanto al Tempio dei Lama, e poi prese un taxi e si trovò a litigare col tassista che aveva cercato di fregarlo sul prezzo, e alla fine tirò fuori l’accendino e l’ultima immagine lo vede allontanarsi nella notte, mentre fende la puzza di pneumatici in fiamme; o di quell’altra volta in cui, in visita alla Grande Sala del Popolo, dove si riunisce il governo cinese, si trovò a discutere con una guardia che voleva perquisirlo per aver fatto suonare il metal detector, e allora tirò fuori l’accendino e lo depositò nel cestino lì accanto, perché RZA è una persona educata e rispettosa delle regole.

Mi sarebbe piaciuto raccontarvi questi e altri aneddoti interessanti, ma non ne ho trovato nessuno, e neanche delle foto. Giusto un diario di una sua visita precedente a un tempio Shaolin nello Hubei, regione che sono sicuro conoscete benissimo per altri più recenti motivi.

Ma andiamo avanti alla parte che ci interessa: è il 2012, quando il film finalmente esce, e nella sua colonna sonora troviamo, come prevedibile, un botto di canzoni hip-hop, e un paio di pezzi più vicini all’ambientazione asiatica.

Uno dei brani, Green Is The Mountain, è interpretato da Frances Yip, una cantante di Hong Kong che negli anni ’80 e ’90 sentivi ovunque in televisione, nelle sigle degli sceneggiati trasmessi dalla rete nazionale (nazionale di Hong Kong, non della Cina). Era così popolare che il 30 giugno 1997, fu chiamata a presentare la British Farewell Ceremony, evento con cui il Regno Unito riconsegnava il territorio di Hong Kong alla Cina.

Il giorno prima la regina Elisabetta II si era seduta al suo piccolo scrittoio, nella sua piccola stanza al castello di Windsor, e non si era alzata che molte ore più tardi, quando il sole era già tramontato e la piccola candela che le aveva fornito una fioca luce si era già consumata. La regina aveva chiamato un messo, il più affidabile di tutti, il giovane Hans ‘Cavallo Pazzo’ Delbruck, e a lui aveva affidato una piccola busta, raccomandandosi di non consegnarla ad altri che a suo figlio, il principe Carlo, quello con le grosse orecchie, e di sbrigarsi, “for the sake of the Queen and the Country”. Cavallo Pazzo si era inchinato ed era corso via, sicuro che si sarebbe trattato di un lavoretto facile: bastava prendere un taxi e farsi portare in città, a Buckingham Palace.

Avrebbe anche potuto guidare la sua moto da corsa, ma per tirarla fuori dal garage doveva aprire il portone, fermarlo con una pesante poltrona vittoriana perché in quel lato dell’edificio il vento soffiava sempre e gliela faceva sbattere, quindi tirare fuori la moto e portarla fin oltre l’angolo, sul lato dell’edificio in cui il vento era più clemente e non rischiava di buttargliela per terra; quindi doveva tornare al garage, rimettere a posto la poltrona, chiudere il garage e tornare a prendere la moto. Oltre l’evidente sbattone, c’era il fatto che di recente i suoi traffici erano stati presi di mira da qualche buontempone (sospettava un giardiniere), che durante la sua permanenza sull’altro lato dell’edificio, gli entrava nel garage e gli fregava i barattoli di marmellata di arance amare che sua mamma gli regalava ogni natale, e che lui custodiva come reliquie.
E poi la corsa in taxi gliela rimborsavano.

Una volta giunto a Buckingham Palace, però, il povero Cavallo Pazzo riceveva la più terribile delle notizie: il destinatario del suo messaggio non si trovava a Londra, ma a Hong Kong, e di lì a poche ore avrebbe dovuto salire su un palco e leggere il discorso che sua madre gli aveva preparato, davanti alle telecamere di tutto il mondo.

L’immagine del Regno Unito era nelle sue mani, non poteva fallire!

Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi mandare un altro taxi, ma il centralino del palazzo si premurò di fargli sapere che i rimborsi per le spese di viaggio avrebbero coperto solo la tratta Londra-Volgograd, poi avrebbe dovuto arrangiarsi da solo.
Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi portare una bici.

Nelle ore che seguirono, l’eroico messo nuotò attraverso la Manica con una bici sulla schiena, pedalò come un pazzo attraverso la Francia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Turchia, l’Iran, ma al confine con l’Afghanistan gli dissero che i talebani avevano preso il potere e girare in bici era stato dichiarato illegale: se l’avessero beccato gli avrebbero mozzato mani e piedi. Cavallo Pazzo pedalò a ritroso fino al confine col Pakistan, poi attraversò l’India, il Bangladesh, la Birmania, le regioni a sud della Cina, e finalmente arrivò a Hong Kong, dove il principe Carlo lo stava aspettando già da dieci minuti ai piedi del palco, e aveva una faccia scocciata che non vi dico.

Nel frattempo, sotto i riflettori, Frances Yip stava intrattenendo il pubblico. Aveva già cantato tutti i suoi successi, augurato al governo cinese tanta fortuna e prosperità, e strizzato l’occhio al Primo Ministro britannico Tony Blair. Oramai le restavano le barzellette, ma le uniche che conosceva erano quelle che si raccontavano per le strade della città, e la più gentile era “Quanti cinesi ci vogliono per governare un protettorato inglese? E senza contare quello che mi sta succhiando il cazzo?”.
Per fortuna in quel momento salì sul palco il principe Carlo, e tutti smisero di prestare attenzione alla cantante, che poté ritirarsi dietro le quinte, raccogliere i suoi bagagli e abbandonare la città.

Oggi Frances Yip vive altrove, fa la spola fra l’Australia, dove vive suo figlio, e l’Inghilterra, dove ha una relazione clandestina con Tony Blair, e a Hong Kong ci torna di rado, e sempre meno volentieri.
Questo la legherebbe a un’altra artista esule, Celia Cruz, ma di lei ho già scritto in un’altra puntata.

È anche vero che “artisti sotto una dittatura” è un aggancio che si presta a molte interpretazioni, e potrei davvero usarlo per la prossima puntata senza risultare ripetitivo, ma Hong Kong diventerà totalmente cinese solo nel 2047, e fino ad allora questo spunto non sarà valido, perciò o vi mettete comodi per i prossimi 27 anni o devo inventarmi qualcos’altro.

(continua)

L’amore ai tempi del corona

Mi sono comprato una mascherina in farmacia, l’ho pagata 140 euro. Ma dicono che se non ce l’hai muori, e insomma, mi sono appena comprato casa, sarebbe un bello scazzo morire prima di andarci ad abitare. Però il medico mi ha detto che se non sono malato la mascherina non mi serve a niente, mi ha detto che ho buttato via 140 euro.
Mi sono immaginato gli strepiti di mia moglie, le sue critiche sulla mia incapacità a far quadrare il bilancio domestico.
Per salvare il nostro matrimonio ho cercato di ammalarmi, per non buttare via i soldi, ma dalle mie parti il virus non riesce ad attecchire, bisogna andare nei paesi più fortunati, in Lombardia e nel Veneto, dove la gente è ricca e non si fa mancare niente.

Per entrare a Vo’ Euganeo, uno dei comuni colpiti dall’epidemia, bisogna oltrepassare un posto di blocco, sorvegliato da poliziotti in tuta spaziale e troupes televisive che la mascherina se la sono fatta disegnare sulla faccia dalla truccatrice, perché fa audience. Non mi hanno lasciato entrare in paese, hanno detto che è pericoloso.

Quando mi sono allontanato è arrivato un ghanese che per 5 euro mi ha venduto un sacchetto di plastica con dentro delle fettine impanate. “Devi dire che sono per tua figlia che sta nella zona rossa, sennò non entri”.

Sono andato davanti al poliziotto alle transenne e gli ho mostrato la sporta. Mi ha detto di posarla lì e allontanarmi, avrebbero chiamato mia figlia per fargliela raccogliere.
Non capivo come questo potesse aiutarmi a passare, ma appena ho posato il sacchetto a terra sono stato circondato da un nugolo di giornalisti in cerca di storie commoventi, che hanno distratto la guardia e mi hanno permesso di sgattaiolare via.

Ho camminato da solo sulla strada che conduce al paese. Era un pomeriggio di sole, sembrava estate. Ma non era estate, era febbraio, e gli insetti che di solito senti ronzare intorno, e gli uccelli che inseguono gli insetti e cantano, non c’erano. C’era un silenzio inquietante, nessun motore lontano, nessuna voce. Mi sono immaginato che questa storia del virus fosse tutta una montatura per tenere i curiosi lontano, e che in realtà a Vo’ Euganeo fossero arrivati gli alieni. Magari in questo momento mi stavano puntando addosso un qualche raggio disintegratore, e questo sarebbe stato il mio ultimo pensiero.
Mi sono vergognato di morire pensando agli alieni, e sono arrivato in paese canticchiando il ritornello di Saturday Night Fever.

In paese non c’era anima viva. I negozi erano chiusi, le strade deserte. Era spettrale, come qualunque paesino italiano alle tre del pomeriggio.

E come in qualunque paesino italiano, sapevo dove avrei potuto trovare qualcuno, e mi sono diretto alla piazza principale, al bar dei vecchietti.

L’insegna diceva Bar Sport, ma i suoi avventori non sembravano praticarne alcuno da parecchio tempo. L’unica attività alla quale si dedicavano ogni giorno era il sollevamento del bicchiere, e gliene potevi leggere in volto gli effetti, nel colore rubizzo del naso e nella vetrificazione dello sguardo. Quando li sentivi parlare, capivi dallo scorrere impastato delle parole che il flusso di pensieri là dentro stava attraversando una strada tortuosa per trovare l’uscita.

Ma a me non interessava la dialettica, ero arrivato fin lì per prendermi il coronavirus, e non me ne sarei andato a mani vuote.

Mi sono avvicinato a un anziano che sfoggiava la divisa da giovane, berretto da baseball e giacchetta grigio topo, e gli ho offerto la mia mano da stringere.
Lui non si è mosso, mi ha squadrato dall’alto in basso con diffidenza, e mi ha chiesto chi fossi e come fossi entrato in paese.

“Sono un candidato della Lega alle prossime elezioni”, gli ho risposto pronto. Non sapevo se ci sarebbero state elezioni comunali a breve, ma se sei un candidato della Lega la cosa non ti fa molta differenza, tu la campagna elettorale la fai comunque.

L’anziano in divisa da giovane mi ha fatto un sorrisone, e mi ha offerto da bere. Intanto che tracannavo un bicchierone di un liquido scurissimo e troppo aspro, mi ha raccontato che in paese ci sono un sacco di problemi, e che è ora che qualcuno cambi le cose, perchè qui son tutta gente per bene che lavora e paga le tasse, e a loro gli scansafatiche non ci piacciono, e sti negri è ora che se ne vadino da un’altra parte.

Ho posato il bicchiere, l’ho guardato dritto negli occhi e gli ho detto “mi piacciono gli uomini di polso”, poi ho cercato di buttargli la lingua in bocca.
L’anziano sportivo si è divincolato strillando, e i suoi strepiti hanno fatto alzare in piedi gli altri avventori, l’Anziano-che-gioca-a-carte, l’Anziano-che-legge-il-giornale e i tre Anziani-che-discutono-di-calcio.

Ormai ero in ballo, mi sono buttato addosso a chiunque, cercando di limonarli, e nella foga siamo finiti in strada, ad agitarci sul marciapiede.
Si era fatta un’ora più consona, e adesso circolava qualche passante. Un gruppetto di ragazzini sulla bici si è fermato ad assistere allo show di me che importunavo i Voeuganesi.

Dopo un po’ è arrivata una pattuglia di carabinieri.

“Documenti”, mi hanno intimato da dieci metri di distanza. Io ho tirato fuori la carta d’identità e mi sono avvicinato, ma questi hanno fatto un salto indietro e mi hanno gridato di non muovermi, che in base alle vigenti norme di sicurezza non mi era consentito avvicinarmi di più.

“Allora che facciamo?”
“Potrebbe seguirci in caserma”
“Non ci vengo in caserma”
“Eh in questo caso non lo so”

Siamo rimasti un po’ lì a guardarci, poi sono andati via.

I ragazzini hanno interpretato il mio gesto come un moto di ribellione, e hanno deciso di emularlo mettendosi a cantare “la disoccupazione ti ha dato un bel mestiere, mestiere di merda, coronasbirro”.

Intanto il signor Bepi, un pensionato che stava montando in servizio in quel momento, si è lasciato convincere a baciarmi con la lingua dietro il compenso di una damigiana di amarone, e si è appartato con me su una panchina.

Ci siamo abbracciati con passione, ma proprio mentre stavo per cacciargli in gola un metro di muscolo grondante umori, ha adocchiato la mia fede nuziale e si è fermato.

“Ehi bello, a che gioco stai giocando? Io non sono quel genere di uomo, sai?”
“Ma no, sono sposato solo sulla carta, in realtà non viviamo neanche più insieme. Sto aspettando le carte del divorzio”

Non ha voluto saperne, ha detto che senza un documento del giudice lui questa storia non la portava avanti, e se n’è tornato al bar.

Anch’io sono tornato a casa, e ho detto a Shasha che volevo il divorzio.
Lei non ha capito, va bene che litighiamo spesso, ma è perché siamo entrambi orgogliosi e impazienti, e non ci stiamo ad avere torto né a lasciare all’altro l’ultima parola, ma ci amiamo, sappiamo di poter contare uno sull’altra, e facciamo un sacco di sesso stupendo. Perché ci dovremmo lasciare?

Le ho spiegato che dovevo divorziare per mettermi con Bepi, prendere il coronavirus e salvare il nostro matrimonio, ma non ha capito. Davvero volevo lasciarla perché potessimo stare insieme?
Ammetto che messa così non l’avrei capita neanch’io.
È scoppiata a piangere, ha detto che lei un marito così scemo non se lo merita, poi si è asciugata gli occhi e ha deciso che questo matrimonio andava salvato, e che ci avrebbe pensato lei.

Mi ha fatto vedere il suo computer, c’era un negozio cinese online che vendeva boccette di coronavirus a 2.900 kuai.

Comprarlo su TaoBao era stata anche la mia prima idea, ma non parlando la lingua non ero stato in grado di procedere all’ordine corretto, avevo provato a tradurre letteralmente le parole corona e virus, ed ero solo riuscito a farmi arrivare a casa l’imperatore Tang Taizong con tutte le sue concubine. Erano tutti raffreddati e passavano la giornata sul divano con la copertina sulle gambe a guardare Netflix e scroccarmi litri di tè.

La boccetta del virus è arrivata un mese e mezzo più tardi, quando in Italia tutti si erano ripresi dal panico collettivo ed erano tornati a vivere normalmente, i bambini erano tornati a scuola, nei supermercati l’amuchina restava invenduta come al solito e le farmacie non sapevano più come smaltire le quantità enormi di mascherine che erano state costrette a ordinare durante i primi caotici giorni.

Non so se sia stata colpa del corriere Bartolini o del viaggio in aereo, o della scarsa qualità del prodotto, ma la boccetta mi è arrivata aperta, e qualunque cosa ci fosse stata dentro se n’è andata.

Mi sono immaginato cosa sarebbe successo nei giorni successivi: un altro caso qua e là, altra psicosi, gente che dà di matto e svaligia i supermercati, altri che se la prendono coi cinesi, scuole chiuse, telegiornali monotematici. Onestamente non me la sono sentita di tornare ai livelli di allarmismo immotivato da cui eravamo appena usciti, se proprio dovevamo spaventarci allora che ne valesse davvero la pena, mi sono detto.

Sono tornato sulla pagina del negozio in cui abbiamo comprato il coronavirus. “Shasha, come si scrive, in cinese, ebola?”

Pensiero associativo n.1

L’unica cosa che ci salverà saranno i pensieri associativi, quelli che stai borbottando madonna il caldo e ti ritrovi seduto su una panchina all’ombra della sala da concerti più brutta di Praga, dove brutto è un complimento al brutalismo, che da quelle parti è bellissimo, a guardare la tua nuova amica dal nome buffo mentre cerca di arrampicarsi su un cavallo di ferro trapuntato che sotto quel sole è come sedersi su una graticola, ma è cinese, ai cinesi piace fare di queste cose strambe, lo sai perché hai visto un sacco di volte Grosso Guaio A Chinatown, chissà se anche lei sa sparare i fulmini dalle mani, quando scende dal cavallo glielo chiedi se non dovrai portarla di corsa al centro grandi ustionati, speriamo di no, che non hai idea di come si dica pomata in ceco.

Saranno i pensieri associativi, che il cavallo di ferro è una scultura provvisoria messa lì in omaggio a una forma d’arte che in quella città fa cose bellissime mentre in questa accende due faretti contro un muro e a posto così, e mentre stai maledicendo la tua tendenza a fare le liste, tipo le cinque morti più dolorose che ti auguro di incontrare, ma non una delle cinque, no no, tutte e cinque, poi scopriamo come fare, tu intanto comincia, e ti ritrovi di fronte a Essepuntatopietro, che indossa un abito tutto bianco. un abito elegante, giacca, camicia, pantaloni, tutto immacolato. di rosso ha solo la cravatta e il nastro del panama che gli nasconde la pelata. ha una cicatrice a forma di asterisco intorno all’occhio destro.

Ochei, è un personaggio di Preacher, ma qui interpreta il mio senso di colpa per avere augurato del male a qualcuno. Il senso di colpa è brutto e i pensieri associativi mi rimandano subito ai fumetti di Garth Ennis per evitarmi disagio. Lo facessero anche nelle code in autostrada, e invece quelle te le sciroppi tutte anche se ti distrai.
Non sono mica la Madonna i pensieri associativi.

Anche perché la Madonna l’ho vista una volta in Piazza delle Erbe, le ho chiesto un succo all’ananas con ghiaccio e uno senza ghiaccio per la mia amica Legion, che non si chiama così, ce la chiamo io perché ha più voci in testa lei che wikipedia nel suo archivio. Siamo andati avanti tutta l’estate a succhi all’ananas, ogni tanto li bevevamo, più spesso li facevamo cadere dal tavolino obliquo, che razza di bar.
Poi la Madonna ha finito la stagione ed è tornata alla sua attività di.. cos’è che fa la Madonna poi?

Cioè, Dio ha creato il mondo, è il capo, fa andare avanti la baracca. Gesù è sceso fra gli uomini perché non mi ricordo, quando a scuola facevamo Gesù avevo il morbillo, tipo che doveva riaprire le porte del Paradiso da fuori perché si erano chiusi dentro e dall’interno non c’era la maniglia, una cosa così. Così lui si è fatto partorire sulla Terra ed è morto con le chiavi in tasca. Si è portato dietro anche Essepuntatopietro a cui ha affidato una copia delle chiavi e gli ha detto di stare fuori e aprire se sente qualcuno da dentro che chiama aiuto.

Che poi perché un posto grande come il Paradiso dovrebbe avere una sola entrata? E se c’è una porta dovrebbero esserci anche dei muri, sennò non avrebbe senso, ma quando si parla del Paradiso si menziona solo la porta, come se bastasse girarci intorno per avere accesso al Regno dei Cieli.

Una volta scoperto il trucco tutti si presentano davanti a Essepuntatopietro/Reverendo Starr, dopo una vita di omicidi, stupri e partite della Juve, e accolgono il suo rifiuto con un ghigno sospetto sulla faccia. Poi dicono vabbè, allora vado all’Inferno, eh? Si allontanano di qualche passo, girano intorno al cancello, portone o quel che è, e sgattaiolano dentro. Il Reverendo Starr alza gli occhi e borbotta che tanto varrebbe metterci un tornello, ma più su del cielo non c’è niente, chi le ascolta le preghiere dei santi? I marziani?

All’interno di una struttura bassa e tondeggiante, situata a 24 km di altitudine sul fianco del vulcano Olympus, il marziano Calvizio si tocca la pelata ogivale col lungo dito ossuto, mettendo così le proprie sinapsi in collegamento con quelle del suo superiore, il marziano Giongionnz, seduto accanto a lui. Potrebbe anche parlargli, i marziani ce l’hanno un loro linguaggio, ma Calvizio pensa che così sia più figo.

“Signore, ho intercettato un’altra preghiera dal livello inferiore denominato Paradiso. La contrassegno come spam come le precedenti?”

“Il nostro account gratuito ha una capienza limitata, e non possiamo permetterci di passare a Premium. Dobbiamo agire alla radice e impedire agli umani di andare in Paradiso, così queste preghiere smetteranno una volta per tutte. Disintegriamo il pianeta Terra!”

Partono cinquantamila ufi, che entrano nell’atmosfera terrestre e caricano il terribile raggio protonico, ma prima che possano fare fuoco, il signor Massimo Mattioli, di professione fumettista, scambia la flotta spaziale per un nugolo di moscerini e li abbatte con una zampata.

Haha, che notevole trucco narrativo, gli alieni erano in realtà microscopici!

Il fumettista Mattioli è così soddisfatto della gag che la pubblica nel suo fumetto Pinky, fra gli anni ’70 e gli ’80.

Non posso essere più preciso di così perché allora ero un bambino abbonato al Giornalino, il settimanale su cui disegnava Mattioli, e quei decenni ormai si confondono nella mia testa offuscata dall’anzianitudine.

Ah se potessi tornare indietro a quell’epoca spensierata, quando beltà splendea negli occhi miei, ridenti e fuggitivi! Avrei di nuovo dodici anni, ma l’esperienza e la conoscenza di un quasi cinquantenne, e potrei finalmente prendere una sufficienza alle interrogazioni. Di certo la mia carriera scolastica prenderebbe tutta un’altra piega, e il mio futuro si dipanerebbe in modo diverso.

Molto probabilmente la noia di conoscere ciò che verrà, l’angoscia di sapere che le mie speranze di ragazzino verranno presto disilluse, il disagio di dover vivere un’altra volta coi miei genitori e frequentare bambini che ormai hanno quasi quarant’anni meno di me, mi farebbero entrare negli anni ’80 con un interesse eccessivo verso l’eroina, e sono sicuro che mi troverebbero morto a sedici anni in un vicolo con una pera nel braccio.

Che poi a me le pere non piacciono neanche da mangiare, con quel sapore di saponetta alla noce e la consistenza di un budino fatto con la sabbia. Una volta avevo l’abitudine di ordinare al bar un succo di frutta a caso, e il barista mi dava sempre quello alla pera, ovunque. Poi qualcuno che aveva esperienza del bancone del bar mi ha fatto notare che il succo alla pera è quello che non prende mai nessuno.

Ma allora perché tenerlo? Perché produrlo, se nessuno lo compra, tranne i pochi intrepidi del mi-dia-un-succo-di-frutta-a-caso? C’è forse dietro un complotto, come nel caso degli aerei che ci avvelenano, le banche che ci rapinano, i miliardari ebrei che ci sostituiscono con gli africani e tutte le altre prelibatezze di cui si sente tanto parlare?

Ci avete fatto caso che più si va avanti e più si svelano complotti segretissimi per governare il mondo e piantarlo nel culo a noi poveracci?

Ogni giorno sui social ci vengono rivelate notizie bomba di cui l’informazione ufficiale ci tiene all’oscuro, per salvaguardare i Poteri Forti ©: politici, manager e banchieri ricchissimi e potentissimi, che però non sono ancora stati in grado di tenere in piedi una struttura capace di agire in segreto. Sono talmente scrausi che ogni loro piano viene svelato da gente comune, che trova le prove schiaccianti su YouTube.

Io non riesco a seguire la palla durante le partite di calcio e c’è gente che svela complotti internazionali notando l’etichetta di una camicia nel video di un incontro fra capi di stato.

Fra l’altro questo mio deficit di attenzione pesa tantissimo su quelli che vengono allo stadio con me:

Oh no! Che succede? Ci hanno fatto gol. A chi? A noi, l’altra squadra, ci ha fatto gol. Ah. E ora? E ora stiamo perdendo! Perdiamo le monetine? La partita! Perdiamo la partita! Chi è partita? Toh le monetine, vammi a comprare la cocacola.

Quelli che vengono allo stadio con me sono il mio amico Andrea, che però allo stadio con me non ci vuole più venire. Magari si è arrabbiato, così gli ho chiesto di farmi da testimone di nozze.

L’anello. Eh? Devi mettere quell’anello lì al dito di questa ragazza qui. Perché, non può farlo lei? No, il rito prevede che lo faccia tu. Che rito? Toh, le monetine. Vammi a comprare le sigarette.

Quando ho cominciato a scrivere questa storiella, qualche anno fa, volevo che avesse uno sviluppo circolare, e finisse dove cominciava, più o meno. Solo che mi sono arenato in un punto dove la facevo diventare uno sfogo verso delle robe brutte che mi erano successe allora, e l’ho abbandonata. L’ho ripresa qualche mese or sono, in un momento di cazzeggio in cui mi trovavo fuori casa e avevo il telefono in mano e del tempo da far passare. Mi sono messo a saltare da un argomento all’altro, ma a Praga non ci arrivavo mai, così ho chiesto alla ragazza con cui comincia questa storia se aveva voglia di sposarmi, e darmi un finale accettabile. Non ha accettato, ho dovuto drogarla. È per questo che nelle foto del matrimonio ride sempre.

Al patronato

Rinnovare il permesso di soggiorno è un po’ come andare dal dottore di famiglia per farti curare una malattia mortale: ti metti nelle mani di chiunque sperando di cavartela, covando la certezza che molto probabilmente morirai.

Il permesso di Shasha scade tipo dopodomani, ma fra l’organizzazione del matrimonio, l’acquisto del pacchetto di maggioranza della Società Acqua Potabile del Monopoli, e il paraponzi che ancora affligge le mie povere membra, ci siamo ricordati solo oggi di rinnovarlo. Naturalmente per fare le cose in tempo avremmo dovuto muoverci prima, e adesso il comune non ci fa il certificato di residenza se prima non rinnoviamo il permesso di soggiorno, che non ci rinnovano senza certificato di residenza. Sto pensando di cambiare il mio nome in Akakij Akakievic, per coerenza.

Al patronato Cisl di Silent Hill, dove ci siamo rivolti in cerca di aiuto, che compilare un modulo del genere è più difficile delle parole crociate senza schema, l’atmosfera è assurdamente tranquilla. L’impiegata ci consegna un pezzetto quadrato di legno col numero 6 inciso sopra e ci lascia sprofondare nel silenzio irreale della sala d’attesa. Ci sono altre tre persone prima di noi, due donne in età pensionabile e un operaio appena smontato dal turno. Nessuno parla, nessuno si muove. Con noi ci sono la mamma e la nonna di Shasha, a cui avevamo promesso una gita all’outlet, e adesso si guardano intorno spaesate. Erano venute in Italia attratte dalla vita pazzesca che ci vedevano condurre attraverso Instagram, fatta di cene in ristoranti di lusso, aperitivi al mare, lotta nel fango e grigliate di opossum, e invece cos’è questo posto? Un ufficio sonnolento dove non ti offrono neanche del crack? Averlo saputo prima stavano a casa, là i lavoratori non hanno un sindacato e non corri il rischio di trovarti in queste situazioni.

L’impiegata che ci spiega come compilare il modulo è paziente, ma si vede che vorrebbe essere altrove, guarda l’orologio appeso al muro, poi la cartolina di una spiaggia sulla scrivania con la dicitura “Saluti da Portogruaro”, poi sospira e torna a spiegarci che in quanto coniugata con un cittadino italiano, Shasha non rientra nella categoria “ufficiale della Marina libica” e non può usufruire del diritto di asilo a essi riservato.

Shasha annuisce in silenzio, ma un po’ le dispiace dover limitare le sue cattiverie a me soltanto. “Posso almeno offendere l’africano fuori dal supermercato?”, le chiede.

Alla fine riusciamo a ottenere l’assistenza necessaria, e possiamo andare via col cuore più leggero: il permesso di soggiorno scadrà e Shasha verrà rimpatriata, ma le hanno rilasciato un modulo per cambiare identità e ripetere la procedura con un altro nome. “Tanto voi cinesi siete tutti uguali!”. Ridiamo tutti.

Per festeggiare andiamo all’outlet a guardare male i commessi di Dolce & Gabbana.