gimme shelter

Così tanto tempo senza scrivere neanche due righe non l’avevo mai lasciato passare, ma non è una novità, una volta smetti per una settimana, quella dopo per un mese, e prima che ti accorgi di non avere più nessuna ragione per sederti davanti a una tastiera è passato più di un anno dall’ultima volta che hai pubblicato due righe anche solo per dire che stai bene. Quindi la prossima volta passeranno probabilmente due anni, oppure non scriverò più e facciamo prima, che tanto oramai scrivere solo per dire che non sto scrivendo è una cosa che non serve a niente, e oltretutto credo di averlo già fatto un post o due fa.
È che di solito non scrivo perché ho qualcosa da dire, scrivo perché ho qualcosa da dire a qualcuno in particolare, e finché quel qualcuno non ti parla ma legge il tuo blog è facile essere prolifici, basta raccontare i cazzi tuoi e cambiare due nomi, mescolare le date, è un attimo che viene fuori il racconto divertente ma anche profondo e che bravo questo tizio lo raccomando alle mie amiche single che nelle disgrazie altrui ci sguazzano come pesci rossi. Ma quando quel qualcuno a cui vuoi raccontare le cose fra le righe non solo non legge il tuo blog ma neanche parla la tua lingua cosa fai? Non scrivi, facile. Non scrivi e quello che hai da dire glielo dici in faccia, di solito con la testa sul cuscino e la finestra aperta e la luce spenta e i gatti che vi dormono sui piedi.
Se sembra un bel quadretto familiare dove è tutto perfetto è perché lo è davvero, o perlomeno ci si avvicina molto, e quando non hai niente che ti prende a pugni da dentro non hai voglia di dire nient’altro a nessun altro, salvo magari invitare Andrea a un aperitivo quelle rare volte in cui ti girano due soldi in più.
Poi non è neanche del tutto vero, ho un paio di cose su cui ogni tanto mi metto lì e provo a lavorare, una è una riedizione migliorata dei miei diari di viaggio, ho pensato che magari a qualcuno potrebbe interessare pubblicarli, magari no, ma a me fa comunque piacere rimetterci le mani e aggiungere qualche dettaglio qua e là, o raccontare un aneddoto che quando l’ho pubblicato sul blog è rimasto fuori.
Lo dico così, un po’ per caso, che se un domani riuscissi a farci un libro ve lo andate a comprare come l’edizione di Avengers Endgame completa di extra.

E c’è sempre quella storia su cui stavo lavorando il post scorso, una vita fa, che allora ci aggiungevo materiale ogni giorno e contavo di finirla entro massimo quindici giorni, poi mi sono arenato, e dopo qualche mese che non la guardavo più ho provato a creare uno sfondo in cui ambientarla, ed è venuto fuori un disegno di fantapolitica che è un attimo che ti scappa di mano se non sei davvero ferrato sull’argomento, e difatti mi è scappata di mano e adesso sto cercando il modo di farla tornare nei ranghi mandando tutto in vacca, che quando mandi in vacca una storia non serve più che sia coerente, anzi, più sputtani meglio funziona. Però ancora ci provo, perché mi piace la direzione che ha preso, ma se la rileggo mi fa cagare, come tutte le cose che esulano appena un po’ dal mio solito modo di scrivere. Non mi ci riconosco, mi spaventa, ridatemi la mia comfort zone, e cerco di cancellare tutte le sbavature e trasformarla nell’ennesima storiella inutile.

Oppure è proprio che non ho più voglia di scrivere, è un processo lento, e una volta che ti abitui a twitter perfino facebook diventa troppo macchinoso, e allora che fai, ti cancelli, così ti togli pure di torno quella massa di vermi che si nutrono di spazzatura e te la sputazzano addosso quando ti vengono vicino.

Non è che quando parlo di vermi abbia in mente qualcuno in particolare, diciamo che mi riferisco in generale a quella grossa fetta di idioti che usano il cellulare solo per condividere video imbecilli e notizie che hanno trovato sui social, che poi è la loro unica fonte di informazione. Un po’ mi vergogno di loro, perché hanno in mano lo strumento più potente dall’invenzione della ruota e non sono in grado di distinguere una notizia vera da un proclama politico scritto in un italiano discutibile, ma più che altro mi fanno schifo, loro e i loro burattinai.

Se sembra che stia parlando di politica è perché lo sto facendo davvero, ed è un’altra delle ragioni per cui alla fine preferisco chiudermi in casa e non comunicare con nessuno, specialmente attraverso questi canali digitali. Sono seriamente preoccupato: quando c’era Berlusconi mi aspettavo che il vero danno lo avrebbe fatto il suo successore, perché vent’anni di campagna elettorale a base di culi e personaggi privi di credibilità politica ci hanno tolto gli anticorpi necessari a riconoscere le bestie. Ora siamo arrivati al dopo, sono arrivate le bestie, e davvero non ho idea di come sia possibile tornare indietro, e neanche credo che lo sia, possibile.
Non so se gli allarmi sul cambiamento climatico, le previsioni catastrofiche che ci vedono a un passo dall’estinzione, si realizzeranno davvero, ma in tutto il mondo stanno alzando la testa delle forze che non hanno niente a che fare con la democrazia, ma neanche con l’umanità e la ragione; gente che non pretendo si rifaccia a Voltaire, ma Raimondo Vianello sarebbe già un miglioramento; e io se devo immaginarmi l’umanità seduta su un pullman senza freni che corre verso un burrone preferisco che alla guida ci sia Trump, piuttosto che Obama. Ha più senso, è più coerente.

Ho detto Trump perché parlare dei protagonisti del caos nostrano mi dà la nausea al punto da non voler neanche scrivere il loro nome. E anche questa è solo l’anticamera di un casino ancora peggiore che deve ancora arrivare. E arriverà, tranquilli, mettetevi comodi e non vi curate di preparare il sacchetto di carta davanti alla faccia, quando scenderemo al prossimo livello dovrete imbracciare il fucile.

Ecco, di fronte a questo pensiero mi passa anche la voglia di scrivere queste poche righe, figurati un racconto vero.

È questo lo stato d’animo in cui passo le mie giornate, almeno finché non viene l’ora di tornare a casa e nascondermi fra le braccia della mia fidanzata extraterrestre, l’unico posto al mondo in cui mi sento al sicuro.

Non aspettatemi alzati, potrei tardare.

Baciarsi un sacco

Preferirei sminare strade nel deserto, in ciabatte, per conto di una ditta che non può permettersi l’attrezzatura e mi manda in giro con un martello, “Se vedi una pietra che ti sembra una mina battici sopra”.
Una ditta che non mi passa neanche la crema solare, dice che nessuno dei suoi dipendenti è mai morto di melanoma.

In prima elementare mi piaceva la mia compagna di banco. Era bionda e bellissima. Ero biondo anch’io, e alla maestra era sembrata un’idea spassosa metterci vicini.
A me no, ogni volta che si girava per sussurrarmi qualcosa mi sentivo bruciare la faccia e dovevo cercare roba importantissima nella cartella sotto il banco.
Un pomeriggio ero al campetto ed è venuto a cercarmi suo fratello grande, doveva dirmi qualcosa da parte sua. Sono scappato per non ascoltarlo.
Mai saputo cosa volesse dirmi, lei a scuola non mi diceva niente, cioè, si girava a sussurrarmi delle cose, ma lo faceva sempre in quei momenti in cui mi veniva la faccia rossa e mi buttavo sotto il banco, chi lo sa. Però se fosse stato importante avrebbe insistito, credo.

Alle medie mi piaceva una ragazzina con le lentiggini che veniva d’estate in villeggiatura da una vecchia zia. Avevamo fatto amicizia e ci vedevamo tutti i giorni. Le avevo riempito una cassetta delle sue canzoni preferite e ci avevo nascosto dentro una lettera cifrata, in cui le chiedevo di diventare la mia ragazza.
Sono riuscito a consegnargliela solo l’ultimo giorno, e ho passato i mesi successivi a transitare per caso sotto casa della zia in attesa di vederla tornare, fantasticando sulla sua risposta.
L’ho incontrata una domenica di ottobre, abbiamo parlato d’altro, ma i miei discorsi continuavano a girare intorno ad argomenti come la musica, i supporti su cui registrarla, le piccole scatolette di plastica e i loro contenuti. Dopo un po’ mi ha detto di avere ascoltato la cassetta e decifrato la mia lettera. Mi ha detto che insomma, sì. Le ho risposto che non sapevo di cosa stesse parlando e sono scappato.

Che palle vivere così, di nascosto alla vita, gemello siamese di me stesso a otto anni. Guardo le persone e mi chiedo quand’è che sono cresciute, e come è successo, se sono state come me fino a un giorno in cui si sono guardate allo specchio e si sono viste diverse, e allora hanno spento la playstation e fatto quella cosa che fino al giorno prima ritenevano impossibile. Ho sempre pensato che ci fosse un’età in cui smetti di comportarti come un ragazzino e ti carichi sulla schiena la tua vita coi suoi casini. Pensavo che bastasse aspettare di raggiungerla. Quando i miei conoscenti hanno iniziato a trovarsi una casa, un lavoro, una moglie ho capito che oramai sarebbe stata solo questione di poco, come quando sei in posta col cinquantacinque in mano e l’impiegata chiama il quarantanove e dato che non arriva nessuno passa subito al cinquanta.

Solo che la vita, come certi uffici postali, distribuisce i biglietti con numerazioni diverse a seconda della tua necessità, e dopo il cinquanta non viene il cinquantuno, si passa alla fila di quelli che devono pagare le bollette, e si serve il ventisette. Poi il settantaquattro di quelli che devono parlare col consulente finanziario. Poi l’otto deve ritirare la pensione. E tu sei lì che invecchi. I tuoi conoscenti hanno già fatto due figli, qualcuno ha divorziato, e tu sei ancora lì ad aspettare il via, ma ti ripeti che quando arriverà quel momento lo riconoscerai, e resti tranquillo a guardare i moduli nel raccoglitore girevole. Non c’è mai niente da leggere in posta.

Alle superiori c’era una di prima che mi piaceva un sacco, si chiamava Lara e tutte le mattine all’intervallo transitava davanti alla mia aula e guardava dentro. Andavo in giro col mio compagno di banco e me la trovavo dietro. Ero al semaforo e lei stava sull’altro marciapiede e mi indicava alla sua amica. Ci sono uscito? Hahaha. Però una volta le ho fregato il diario e c’era il mio nome scritto sopra grosso, e io ci ho scritto una delle mie cazzate e lei da quel giorno non mi ha più parlato.

Non è che parlo sempre delle stesse cose, potrei fare anche degli esempi che riguardano il lavoro, ma parlare di lavoro non mi piace, quindi sì, parlo sempre delle stesse cose oppure scrivo racconti che però non spedisco a nessuno, perché io quel giorno in cui devi metterti lì e diventare una persona responsabile lo sto ancora aspettando.

Nel frattempo ho imparato a mimetizzarmi. A non espormi, a non telefonare per primo. Ho imparato a nascondere la mano prima di tirare il sasso, dico ci vediamo una di queste sere e poi non mi faccio più vedere, e penso ma che stronza, non mi cerca.

Però non si può vivere così, no? I vigliacchi muoiono molte volte prima di morire, diceva coso, e morire è già brutto una volta sola, perciò sii forte, prendi coraggio, manda un messaggio alla tizia, dille una volta per tutte cosa provi per lei e poi corri in stazione all’aeroporto su una nave. Non sarà mica così difficile rifarsi una vita in Siberia.

E invece no, io aspetto domani, quando sarò più coraggioso e le condizioni più favorevoli, e intanto spero che nel frattempo la ragazza si trovi un fidanzato e mi fornisca una scusa per dare la colpa alla sfiga.

Preferirei sminare strade nel deserto in ciabatte, dicevo, che produrre quel gesto così naturale per gli esseri umani, mostrare le mie debolezze a un altro essere umano e chiedergli di condividerne il peso.

Per questo ho sempre salutato il quindici febbraio con un sospiro, rimandando l’ansia di un altr’anno, tanto c’è tempo.

this is never going to work

Oggi è un anno da quel tramonto sulla Terrazza del Gianicolo a pensare che certo, la sostanza è importante, ma se devi baciare una ragazza un panorama del genere ti fa metà del lavoro.

È stato un anno di controlli bagagli e classi economiche, cartelli che non sappiamo leggere, strade che non finiscono mai.

Timbri sul passaporto, visti d’ingresso, perquisizioni in metropolitana, stazioni di polizia, dove abiti, quando te ne vai, fammi vedere i documenti, è vietato fare le foto.

Quanto costa? Cosa c’è dentro? È ancora vivo? Come si dice portamene un altro?

Praga, Roma, Venezia, Pechino, Shanghai, non è mica facile mantenere degli standard così alti, domani ti porto a cena a Parigi.

vabbè ma così son buoni tutti

La tua lingua non la so parlare, tu la mia neanche, un inglese ci direbbe che non sappiamo neanche la sua, ci siamo inventati una comunicazione ibrida fatta di spazi enormi, città grandi come stati, distanze inimmaginabili infilate dentro un rettangolino di vetro e plastica, desideri chiusi in tastiere microscopiche e verbi che non esistono. Sarà per questo che non scrivo mai di te, perché nelle parole che dovrei usare non ci sei.

Dovrei comprare un biglietto e cucinare ingredienti che non conosco e dire al telefono di spiegare alla guardia che sto aspettando la mia fidanzata perché ho bisogno che sappia che se sto qui a scrivere su una tastiera che neanche funziona bene è perché un anno più tardi non importa quanto sei lontana, ti porto in tasca tutti i giorni, ma se ti ho vicino è meglio.

E non lo so quando troveremo il modo di stare insieme, se sarà qui o laggiù o in un altro posto, e cosa ci lasceremo dietro e a che prezzo; so che succederà e che ne varrà la pena.

“E presto delusi dalla preda gli squali che laggiù solcano il golfo presto tra loro si faranno a brani”

Ultimamente non scrivo molto, che è un modo un po’ vile per nascondere che non scrivo proprio niente neanche se mi metti una penna in mano e una pistola in faccia, ma non mi sembra di avere un’opinione che valga la pena condividere in una società in cui tutti dicono sempre la cosa giusta e tu invece sei un coglione, e quanto a inventare storie mi sembra che vivere in una distopia renda vano qualunque sforzo di creare qualsiasi cosa più interessante della cronaca.

Però leggo molto, e una delle cose migliori che ho letto oggi è questo post.
Lo ha scritto Alessandro, un mio amico di cui spesso diffondo il materiale, perché ha uno stile che mi piace, è intelligente e cerca sempre di aggiungere qualcosa alla discussione. Stavolta lo condivido perché si fa una domanda che mi sembra fondamentale:

“Come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (…) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?”

È evidente che il dibattito sull’attuale situazione politica si è polarizzato come e più di quando al governo avevamo il Circo Di Silvio con tutto il suo codazzo di nani e ballerine; il gioco è passato dal “Seguitemi e vi farò ricchi come me” al “Siete in grave pericolo e solo io posso salvarvi”, riaccendendo una brace di odio e ignoranza che evidentemente era rimasta inattiva per decenni, aspettando solo la giusta corrente d’aria per innescare un altro incendio.

Il Ministro Di Tuttoquanto neanche ci prova a indossare i panni che gli sono stati assegnati e diventare un rappresentante del Paese e delle sue istituzioni, continua a rappresentare solo sé stesso e i propri interessi il suo elettorato, servendosi della carica governativa come amplificatore di notizie perlopiù false o ampiamente esagerate, al solo scopo di spaventare il suo pubblico e guadagnare consenso.

C’è una tale differenza fra gli spauracchi alimentati dall’Indossatore Di Felpe e la dimensione reale dei medesimi che diventa normale porsi la domanda di Alessandro: come se ne esce?
Perché è evidente che smontare le balle è utile come l’omeopatia, mostrare all’infinito le statistiche fornite dallo stesso Ministero dell’Interno dove c’è scritto grosso così che non esiste nessuna emergenza immigrati, spiegare per l’ennesima volta che no, i vaccini non provocano l’autismo, no, non esiste un piano di Soros per sostituire gli italiani con gli africani, e no, il bambino annegato che hai visto in fotografia non è un fotomontaggio, ti espone solo a commenti che prima di oggi avresti potuto trovare solo al Monty Python’s Flying Circus per quanto sono assurdi. Eppure la situazione è questa, ci sono due schieramenti che si affrontano con gli stessi toni pre-derby di quelle città dove l’agonismo è cattivo, una parte grida stupidi, l’altra rosiconi. Schierarsi non serve, astenersi è impossibile.

Annamaria Testa, su Internazionale, parla della piramide di Maslow, di come ingabbiare le persone nelle proprie paure risponda a una strategia precisa e di come offendere o perculare queste persone non faccia che rinforzare la loro gabbia.

Che poi parlo della “loro gabbia” come se io fossi libero, ma mi sono solo chiuso nella gabbia che sta di fronte, fatta di altrettanti pregiudizi e rigidità.
E allora chi sono io per intervenire? È giusto cercare di fermarli? È necessario?

Questo modo di fare politica, e soprattutto il consenso ottenuto abbassando l’asticella della civiltà invece di elevare le persone, è nocivo. Muoiono delle persone a causa di questa politica, quindi sì, è ovvio che sia necessario intervenire.

La risposta politica non ce l’ho, e non ce l’ha neanche la politica, visto che ad oggi l’unica voce vagamente di sinistra in Italia è rimasto il Papa, quando non prende lo xanax. Da un punto di vista umanitario ho una mia opinione, che va nella direzione opposta di quella perseguita fin qui, legata in parte a statistiche, e molto di più al fatto che ignorare chi viene trattato come una bestia ti rende una bestia anche peggiore.

Solo che ti ridono in faccia, le bestie vere, ti dicono cose che dieci anni fa si sarebbero vergognate di sussurrare in privato, e io non so cosa rispondere, perché la violenza non è mai una risposta, neanche quando è Karl Popper a suggerirtela.

Vabbè, lui non ha mai detto di picchiare i nazisti, ma se lo immagino seduto al bar a mangiare un gelato pistacchio e stracciatella mentre al tavolino accanto due idioti  persone intolleranti  idioti commentano con soddisfazione il naufragio di un barcone in mezzo al Mediterraneo non ce lo vedo a controbattere civilmente che certe forme di intolleranza non possono essere accettate in una società civile, secondo me si alza e il gelato lo spalma in faccia a uno dei due, e l’altro lo mena con la sedia. Perlomeno è quello che vorrei fare io.

Perché anch’io ormai sono diventato una vittima di questa semplificazione binaria: se qualcuno in buona fede mi dice che “bisognerebbe fermarli prima che partano, così non muoiono” non penso che questa persona sta esprimendo un parere magari anche condivisibile, penso di avere di fronte uno che nel migliore dei casi va dall’omeopata e nel peggiore offende i mendicanti fuori dal supermercato.
È sbagliato, sono così abituato a vedere la malafede dappertutto da avere smesso di concedere il beneficio del dubbio. Credo che ci sia una categoria di mezzo fra i due poli, fatta da quelle persone che di fronte alla povertà si sentono a disagio, e allora votano per tenerla lontana. Sono quelli che al semaforo abbassano gli occhi a cercare una stazione decente nell’autoradio per non dover dire no al mendicante. Non è che il mendicante gli stia sul cazzo o che si facciano chissà quale calcolo, è che questo tipo di transazione basata sulla pietà li fa sentire in colpa, e a nessuno piace sentirsi in colpa.

È ancora egoismo e ipocrisia, ma meno consapevole. Poi è chiaro che non è il soldo al tizio del semaforo a giudicare una persona, sono sicuro che il Ministro delle Felpe in persona ogni tanto regala dei cinque euri per zittire i detrattori, e sono sicuro che in questa idiocrazia risulta anche convincente.

Sto uscendo dal seminato, e sto continuando a dividere il mondo in buoni e cattivi, mettendomi sempre dalla parte dei primi, quindi torniamo al volo alla domanda di partenza.

Il debunking non funziona, siamo troppo schierati per ascoltare le ragioni della parte avversa; la lotta armata non ha funzionato negli anni passati, non vedo come potrebbe farlo ora; esularsi dall’agone politico è quello che ha fatto la Sinistra un’elezione alla volta, e guarda dove siamo finiti; percularli è divertente, ma fin troppo facile, oltre a non ascoltare le tue ragioni si prendono troppo sul serio per rispondere con altrettanta ironia. E d’altronde quando mai si è visto un comico di destra? Intenzionalmente comico, intendo.

Forse l’unica via è lavorare sull’immagine che gli italiani hanno dell’immigrato, smontarla, mostrare chi sono queste persone, da dove arrivano, come vivono, ma senza relegarli nella rubrica da tg3 “guarda cosa ti combina il negretto”, che però essendo il tg3 avrà un nome più colto tipo “l’Italia di domani”. Integrazione reale invece di serragli, convivenza alla pari invece di carità, partecipazione attiva invece di ospitate in costume tipico. Non chiedetemi esempi, perché vivo in un piccolo paese, e tutti gli esempi che mi vengono in mente riguardano la realtà locale, il negozio di alimentari che tiene prodotti halal e la festa di quartiere organizzata con tutte le persone che in quel quartiere ci vivono. E comunque nel mio piccolo paese vivono un sacco di immigrati e nessuno si lamenta, lavorano, fanno la spesa e aprono negozi come chiunque del posto. Però i profughi che stavano in croce rossa li hanno mandati via perché creavano problemi. Eh, loro erano negri.

C’è un’altra soluzione, la più difficile, ma in questo momento l’unica che mi sento di suggerire a chiunque, me compreso: andarsene. Lasciare l’Italia in mano ai fenomeni del cambiamento e delle idee rivoluzionarie, ai teorici della sicurezza, a quelli che fuori dall’euro si vive meglio, senza gli stranieri si sta più sicuri, chiudendo i kebabbari attiriamo più turisti. Lasciargliela per una decina d’anni e poi tornare a vedere quanti ne sono rimasti vivi, dopo che avranno cominciato a sbranarsi fra di loro.

il problema dei negri

Se il titolo urta la vostra sensibilità potete tranquillamente sostituire “negri” con “poveri”, tanto è di quello che stiamo parlando, ma credo che “negri” sia più appropriato: secondo me vi stanno sul cazzo anche i negri integrati, quelli che non sono sbarcati stamattina sulle nostre coste e minacciano la vostra sicurezza.

È di questo che vorrei discutere con voi, direttamente, senza fare tanti giri e nasconderci dietro il diritto internazionale, dietro quelli che sugli sbarchi dei migranti ci lucrano, dietro la differenza fra clandestini e richiedenti asilo, tanto lo sappiamo che sono tutte cazzate, che di diritto internazionale ne sapete quanto ne so io, che equivale a zero.

La verità è che queste persone voi non le volete perché sono negri. Non neri, africani, stranieri, no, non cerchiamo compromessi politicamente corretti, nella vostra piccola testa (perché è piccola, limitata e sta soffocando, ma agli insulti ci arriviamo dopo) sono negri. Come nel secolo scorso, come nelle barzellette che vi raccontavate da bambini, nell’immaginario collettivo da cui abbiamo pescato tutti per un po’, voi e io, e che adesso qualcuno ci sta smontando perché sarebbe offensivo. Adesso non li potete più chiamare negri, considerarli inferiori, fargli il verso usando la b al posto della p e coniugando tutti i verbi all’infinito. Adesso l’ultimo scalino della scala evolutiva non può più essere occupato da un africano dalla pelle scura, perché è sbagliato, è degradante, e già che ci siamo da oggi toccare il culo a una donna, fischiarle quando passa per strada, fare apprezzamenti sul suo fisico, è considerato una molestia sessuale, e si rischia la denuncia.

Lo so, è difficile da accettare per qualcuno dall’intelligenza limitata come voi (no, neanche adesso vi sto insultando, quello me lo tengo per dopo), ma averla passata liscia per tanti anni non significa che il vostro comportamento fosse giusto, solo che i giudici erano ottusi quanto voi.

Ma torniamo ai negri. Se aveste delle obiezioni serie al loro arrivo nel nostro Paese non ci sarebbe niente da dire, un pezzo come questo non lo avrei neanche scritto e avrei passato di sicuro una serata migliore davanti a un film, ma quando vi chiedo perché siete contrari all’immigrazione mi rispondete con una cantilena di luoghi comuni e cazzate così ignoranti da farmi esplodere il fegato. Sono sempre le stesse, a chiunque chieda un parere ottengo sempre la medesima risposta, si vede che anche formulare un pensiero personale vi costa troppa fatica, e prendete per buono il primo che trovate su facebook, postato da un altro genio amico vostro.

Sciorinate sempre lo stesso articolo, la stessa foto, lo stesso commento. Avete un’unica fonte di informazione, che gira e rigira siete sempre voi, chiusi in un recinto che non ammette altri punti di vista.

Potrei redigere un elenco dei luoghi comuni dietro cui vi nascondete, e spiegarvi perché sono tutte cazzate. Potrei fornirvi numeri, mostrarvi le fonti e suggerirvi di andarvele a leggere, ma sarebbe tempo sprecato, a voi non interessa informarvi, volete soltanto crearvi un alibi che vi permetta di sfogare il vostro razzismo senza sentirvi in colpa.

Qualche anno fa era più difficile, esisteva un’idea comune di razzismo, e più o meno si cercava di tenersene lontani. Non era accettabile semplicemente perché non c’era nessun leader a difenderlo. Al limite qualche nostalgico del nazismo, ma erano troppo pochi e mal rappresentati; assecondare il loro punto di vista era ancora considerata una cosa deplorevole.

Oggi le cose sono cambiate, oggi avete un leader, uno del popolo, uno che vi rappresenta in Parlamento senza ricorrere a tutta quella baracconata di svastiche e saluti col braccio teso che evocano un sacco di ricordi sgradevoli. Lui non vi chiede di imparare a marciare al passo dell’oca, vi lascia liberi di manifestare il vostro razzismo più genuino, quello che coltivate da sempre verso il diverso, l’altro, con la pelle di un altro colore e abitudini che non riuscite a capire, che parla un’altra lingua e vi fa sentire ignoranti.

State sereni, non è che vi sentite ignoranti, lo siete. Non studiate mai niente a fondo, per voi la conoscenza è una perdita di tempo, i giornali sono una perdita di tempo, i libri li avete abbandonati insieme alla scuola.

E ve ne fate un vanto. I vostri nonni si toglievano il cappello davanti al “ragioniere”, dove ragioniere significava qualcuno che aveva preso una laurea, ma anche solo un diploma. Voi disprezzate chi parla di cose che conoscete, avete elevato a virtù la vostra pochezza, e decidete da soli a chi dar retta.

Di solito è quello che parla più semplice, che vi spiega le cose in due parole e in altre due vi fornisce una soluzione. Perché la ragione è faticosa, molto meglio polarizzare, cancellare le sfumature, giusto e sbagliato, buono e cattivo, eroe e mostro. Un’intelligenza binaria che si pone al di sopra di qualunque laurea. Cosa contano anni di studi, esperienze, titoli, di fronte a un articolo su internet che dice che i vaccini provocano l’autismo? L’omeopatia, il fruttarianesimo, non esiste un limite alla vostra accettazione dell’esotico: se una cosa la fanno in tre non significa che non funziona, ma che i poteri forti la vogliono tenere nascosta, quindi è lì che si nasconde la verità. Siete così propensi al complotto da bervi qualsiasi idiozia vi venga propinata, basta che ve la dicano a bassa voce.

Vi credete liberi pensatori, ma è perché siete così ciechi da non vedere più le sbarre.

Ma sto divagando, volevo parlare degli idioti razzisti e sono finito a trattare degli idioti in generale, ma se metto in mezzo anche loro non finisco più.

Restiamo a noi, cari piccoli razzisti dei miei coglioni. Non sarebbe più semplice se ammetteste il vostro fastidio? Invece di trascinarci in conversazioni odiose, a fare la gara a chi ce l’ha più grosso, a tirarci fuori spiegazioni che neanche ascoltate, non sarebbe più rapido se diceste chiaramente che voi questi qui non li volete perché sono negri?

Non gli stranieri, in Italia arrivano molti più cinesi e ucraini che africani, ma non ve li cagate di pezza. Si comprano i vostri negozi, i vostri bar, le vostre squadre di calcio, il vostro lavoro e non fate una piega, per voi il nemico da abbattere è l’africano che raccoglie pomodori a tre euro l’ora e ruba il lavoro agli italiani. Come se ci fosse un italiano disposto ad andare a raccogliere pomodori a quella cifra. Neanche più i caporali sono italiani oramai: rendeva troppo poco anche maltrattarli, i negri.

Ora non è che voglio puntare il dito contro i cinesi, per me se mi danno un lavoro mi ci trasferisco pure, a casa loro, e ve la lascio questa bella Patria da difendere. Magari torno fra vent’anni, a vedere cosa siete stati capaci di fare. Se li avete cacciati tutti alla fine, se avete chiuso i porti, vi siete fatti rispettare dall’Europa, avete fatto la voce grossa con la Germania cattiva.. No, non cattiva, nazista. Per voi la Germania è ancora nazista. Poi bruciate gli zingari dentro le roulottes, ma i nazisti sono loro.

Mi fate proprio cagare, e non tanto per il vostro razzismo, quanto perché siete così vigliacchi da non ammetterlo neanche. Perché siete ignoranti, sprofondati nella vostra pigrizia, così limitati da non vedere l’ovvio, da cadere sempre negli stessi errori. Avete avuto un leader carismatico che vi ha portato in guerra, ma vi siete dimenticati e ne avete eletto un altro. Avete scoperto che rubava e ne avete eletto un altro. Che mentre andava a zoccole vi ha lasciati in mutande, e ne avete scelto un altro. Altri due, che uno solo non bastava. Questi non hanno neanche dovuto sbattersi a costruirsi un’immagine di leader vincente, siete così disperati che vi buttereste tutti in fila dietro Wanna Marchi, se fondasse un partito e vi promettesse di darvi gratis la sua polverina magica.

No, non disperati, idioti.

for no one

Immagino la tua faccia e anche la mia assume un’espressione diversa, come quando mi guardavi e mi chiedevi di baciarti, o quella che avevo la sera in cui ti sedevo davanti e la parete grigia ti rendeva parte di un quadro che non avrei mai smesso di contemplare, come si fa con gli stereogrammi, che dopo un po’ viene fuori l’immagine in tre dimensioni oppure un gran mal di testa.

Mi si conficcano negli occhi questi momenti, quando facevamo qualcosa insieme e avevamo ancora i vestiti addosso. Sarà perché erano così rari che me li ricordo tutti; il sesso unisce, ma era altrove che costruivamo il nostro rapporto. Tu dall’analista, io al bar.
Poi ci vedevamo, ti nascondevo i vestiti e ti rivestivo delle mie mani.

Era splendido, finché durava, poi dicevo qualcosa di sbagliato e ti offendevi. Sei sempre stata una donna permalosa, non ci voleva molto a farti perdere la calma. Una volta è bastato dire sì. Va bene, la domanda era “ami un’altra?”, ma se avessi risposto no sarebbe stato lo stesso, quando ti prendevano quei momenti bastava la mia presenza a creare una discussione.

Eri un’esperta di litigio retroattivo, tiravi fuori cose che avevo detto al nostro primo appuntamento, mi sbattevi in faccia frasi pronunciate quand’era ancora vivo Cheope.

Che adesso ci rido, ma è la sindrome del sopravvissuto che guarda indietro e niente gli sembra più così orribile, solo perché è riuscito a superarla.
Se ne vedono di continuo agli incontri per la terapia di gruppo, dove c’è quello che si alza e fa “Ciao a tutti, mi chiamo Peppo, e sono già tre mesi che non rimango coinvolto in un incidente aereo” e tutti ciao Peppo, bravo Peppo. Se lo fai parlare capisci che è ancora traumatizzato, ti dice “Avessi visto che figata, si è aperto uno squarcio nella carlinga e la gente veniva strappata via dai sedili e sputata fuori come i semini dell’anguria. Da morire proprio!”, poi si mette a fissare il vuoto e il sorriso si cristallizza in una smorfia.

Anch’io ogni tanto fisso il vuoto e mi perdo a sfogliare l’album delle figu che mi sono appiccicato addosso, una per ogni taglio che mi hai aperto nella schiena. Lo so, i cerotti funzionano meglio, ma mi mancava solo lo scudetto della Pistoiese per finire l’album, ho dilapidato uno stipendio in quella dannata edicola, non immagini quante doppie ho ancora in giro per casa.

Non tante quanti i tuoi accendini, comunque. E i filtri, quelli li ritrovo ancora nel letto, ma non è colpa tua, sono io che non ho più cambiato le lenzuola: pensavo di aspettare ancora qualche anno e poi venderle come un Pollock inedito.

Ma anche quando fisso il vuoto, senza la dolcezza che cresce col ricordo, né la tenerezza di chi riconosce anche le tragedie passate come una parte preziosa della vita, né l’indulgenza che si riserva ai propri errori, anche quando riesco a dimenticare i momenti in cui ti avrei investita col trattore per come mi facevi le pulci a ogni singola parola che pronunciavo compresi i rutti e i fonemi ad essi correlati, tipo aiuola e uaioming, anche in quei momenti di sospensione del giudizio e dell’incredulità riconosco che l’uomo è una creatura imperfetta e va amato per i suoi difetti, che sono ciò che lo rende unico.
E la donna va amata di più, perché oltre a quello ha pure le tette.

Erano aspetti della tua persona, la linea costiera del tuo carattere, fatto di spiagge su cui fioriscono i gigli e di sassi taglienti e ricci velenosi nascosti sotto la sabbia. Ci vuole coraggio a frequentare quei tratti di costa, e io quel coraggio non ce l’ho avuto. Dici che basterebbe un paio di anfibi, ma al mare con gli anfibi, d’estate, scusa, no.

Ti mettevi la mano davanti alla bocca, e spalancavi gli occhi, e dicevi voglio solo morire, e ggirato con due gì, e quando ti baciavo sapevi di menta e malinconia, e il tuo sorriso era come il fiore di una pianta che sboccia quando decide lui e mai quando c’è qualcuno che lo può fotografare, si vede che è come quei capi indiani convinti che gli freghi l’anima, o i punk londinesi che sticazzi dell’anima io voglio i soldi.

Ti ho trovata in un giorno di pioggia, ti ho persa al primo sole, non sono mai stato bravo con gli stereotipi.
E neanche con le lettere, la prima che ti ho scritto è la stessa con cui ti saluto. Non aggiunge, non spiega, ti lascia com’eri. Sarà che il tempo delle spiegazioni è passato, che non piove più da mesi e si è inaridita la gola, che mi hai lasciato senza parole.

bombe di profondità

Che poi in dieci minuti prima di tornare a lavorare non lo scrivi un post, specie se non hai niente da dire, che certe volte avere qualcosa da dire equivale a non dover dire niente, che hai da dire cose che hai già detto mille volte o che una delle sette regole per vivere meglio ti suggerisce di non dire. Le sette regole per vivere meglio una dice di non dire sempre le stesse cose, le altre sei non me le sono ancora inventate, datemi tempo, ho solo un quarto d’ora per scrivere questa cosa e se mi metto anche a pensare a sette regole per vivere meglio arriva l’una e mezza che sono ancora alla riga che inizia con 2.
Ma allora perché dovresti scrivere qualcosa se non hai niente da dire, si domanderà qualcuno che passa di qui con noncuranza, ma tipo tutti i giorni e tutti i giorni sbuffa perché l’ultimo post è quello sui narcisi che a questa persona neanche è piaciuto e un po’ ci si è pure riconosciuta, si vede che alla fabbrica di code è arrivato un nuovo carico di paglia, ma in realtà quella persona lì sbaglia, perché quel post l’ho scritto più che altro per fare il punto sulle mie criticità, che non sono così critiche, ma mi piaceva la parola, mi fa venire in mente uno di quei film dove uomini in divisa pieni di medaglie si parlano davanti a un megaschermo pieno di lucine e linee che partono di qua per arrivare in Russia, tipo.
E a quella persona lì, dopo aver spiegato che guarda che stavo parlando di me, ma mi rendo conto che il discorso si potrebbe applicare a un sacco di persone, tipo quella persona che passa di qua ogni tanto e sbuffa senza farsi sentire da nessuno perché di qua aveva detto che neanche ci sarebbe più passata e guarda un po’ questo stronzo che parla meglio di altre persone che di me, o tipo quelle altre persone di cui parlo meglio, direi che forse una delle ragioni per cui mi sono sentito in dovere di scrivere questa cosa è che mi è sembrato doveroso spiegare delle cose, che a me creare conflitti piace poco, nonostante sembri proprio il contrario, mantenerli vivi lo faccio con sforzi enormi, ma dissolverli mi costa ancora più fatica, specie quando sono sicuro di avere ragione, e allora forse il mio post che ho ancora cinque minuti per scrivere dovrebbe parlare più che altro di conflittualità, che è una parola che mi piace meno di conflitti, ma conflitti mi fa pensare a carri armati nel deserto e a bomboniere nuziali per coppie che non si amano abbastanza, tipo che apri la bomboniera e dentro ci trovi i conflitti alla mandorla, e allora forse anche la parola bomboniera non è del tutto fuori luogo, ma qui si stava parlando di come si dovrebbe parlare di conflittualità e del senso di portarla avanti e per quanto e se ad un certo punto è previsto che finisca o bisogna reiterarla fino all’annientamento totale dell’avversario. E dovrei scriverlo, ma non ho abbastanza materiale di cui parlare, io i conflitti in genere li evito, e quando mi trovo a doverli affrontare mi tremano le mani e si chiude lo stomaco e vorrei davvero essere altrove, ma siccome sono lì allora cerco di farla finita nel modo più rapido ed efficace possibile, tipo una roba che mi è successa ieri mattina con uno che una volta eravamo amici ma poi vai a capire, la gente è strana, ho dovuto scrivergli un messaggio lungo così e mi è costato una fatica bastarda. Poi ci sono anche le volte in cui non è conflitto ma pena, e siccome possiedo un gran senso del ridicolo tendo a manifestarlo, ma qui sto un po’ imbrogliando, perché lo so io perché, e comunque sto parlando di cose che a voi magari non interessano, perciò forse è il caso che chiuda lì, anche perché è l’una e mezza e dovrei andarmene.
Insomma, il perché ho dovuto scrivere questo pezzo mi sembra di averlo spiegato a dovere, la prossima volta vi racconto di quella volta che alla mia ex che si sposava ho regalato una medaglietta da cani col suo numero di telefono e il nome del marito, che era uno che andava sempre in giro e avevo paura che si perdesse. Poi s’è persa lei, ma questa è un’altra storia.

Assistere in silenzio alla fioritura dei narcisi

Sparare ai matti con la pistola perché sono pericolosi, e ai matti senza pistola perché la tengono nascosta sotto la giacca, e ai matti senza giacca perché la pistola oggi l’hanno lasciata a casa, ma domani..

Ricordare a qualcuno quanto gli volete bene spedendogli una cartolina di un vecchio viaggio insieme, poi ricordare quanto volete bene a un altro, tanto avete comprato un mucchio di francobolli.

Piangere fino a consumarsi gli occhi, farsi prestare altri occhi dagli amici. Farsi nuovi amici assicurandosi prima che abbiano gli occhi.

Rimediare a tutti gli errori cambiando le regole, renderle retroattive per non sbagliare mai. Stupide volpi, l’uva acerba sfama come l’altra, basta dichiarare che ti è sempre piaciuta.

Uccidere centinaia di schiavi sotto il peso dei massi che li costringi a trascinare tutto il giorno, sotto il sole, senza acqua da bere o un riparo, godere delle loro fatiche, assaporare ogni goccia di sudore, ogni vescica, farsi cullare dal lamento, veneratemi, erigete un tempio che celebri la mia bellezza, nutritemi col vostro amore.
In mancanza di schiavi prendersi un cane.

Non raccontarsi bugie. Le altre volte me le sono raccontate, ma stavolta no, stavolta è tutto vero. Ripeterlo ogni volta.

Dispensare perle di saggezza a chi non ve le chiede, come atto di generosità. Dare via per prime quelle col verme.

Abbonarsi alla Settimana Enigmistica per diventare campioni di Aguzzate La Vista, esperti nel trovare differenze fondamentali fra la predica e la razzola. Nella vignetta a sinistra il muretto ha un mattone sbeccato, cambia tutto eh? Nel dubbio diventare bravi anche a Il Corvo Parlante.

Arrampicarsi su peri molto bassi, da dove sia più agevole cadere.

Tenersi timidamente lontani dalla prima fila, cercare una posizione sul fondo, chiedere a tutti di girarsi.

Stilare un elenco di tutti i difetti dell’ego che voi invece non avete. Far sapere a tutti che voi invece non li avete. Farci una maglietta con l’elenco di difetti che invece voi figurarsi se. Venderla al Club degli umili, da voi timidamente fondato since 1953.

Essere sempre gli ultimi a pagare il conto, pagare meno perché non vi hanno portato il dolce, tenersi il resto.

Rompere il cazzo a tutti di quella volta che avete subito un torto, invocare il Consiglio Di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’intervento aereo, l’invasione preventiva, poi svegliarsi un giorno coi sensi di colpa perché quel torto forse non l’avevate subito proprio proprio così. Cambiare idea il giorno dopo, ricominciare da capo.

Arrivare a pagare qualcuno che vi ascolti con la scusa di chiedere aiuto.

Soprattutto non tacere mai: i narcisi sono fiori chiassosi, devi parlare forte sennò ti coprono.

come un cieco al luna park

L’inquietudine è un tizio pelato che sta nascosto dietro un gruppo di persone che chiacchierano col bicchiere in mano all’inaugurazione di una mostra, passa qualcuno, il gruppo si allarga e per un attimo lo vedi e in quell’attimo il suo sguardo si fissa su di te e ti fa sentire impotente.

È i primi quattro secondi di una canzone sufficienti a farti capire che non è quella che volevi ascoltare, e neanche quella dopo, che non c’è al mondo una canzone capace di arrivare in fondo senza farti venire voglia di scappare lontano. E il silenzio è peggio.

Qualcuno che ti parla e non lo ascolti, la voglia di camminare per tutta la città, entrare in tutti i locali, guardare dentro tutte le macchine, fermare la folla e chiederle dove. Dove cazzo.

L’inquietudine è negli spazi che non riempi, nel tempo che perdi, nel respiro corto, nel caffè che non sale. Hai fame nei polmoni, nelle mani, negli occhi. Guardi oltre chi hai davanti, cerchi e non sai cosa cerchi. Sei fuori casa con una scarpa sola, divori le giornate senza gustarle o te le lasci scorrere davanti col cervello staccato, seduto davanti a uno schermo che si muove, una dopo l’altra. Reagisci, ti arrendi, reagisci di nuovo, ti arrendi di nuovo, e non sono passati dieci minuti.

Ma che cazzo di vita è? Uno bravo ci fa uno spettacolo, la porta in tournèe la sua inquietudine, la mostra a un pubblico che tanto non la capisce mica, che ride perché lo vede fare le facce e se ne va pensando di avere visto una cosa che faceva ridere. Divertente, dicono agli amici. Ma divertente un cazzo, scusa. Ti sta dicendo che sta male e tu ridi?

Uno bravo a cosa gli serve essere bravo se riesce a trovare un modo per esprimere il suo disagio e questo modo non viene capito? Che differenza c’è fra lui e quello che si chiude in casa e non lo vedi finché qualcuno non va a vedere cos’è quella puzza? Perché la chiave non è esprimerlo, il disagio, è scioglierlo, e per quello non servono spettacoli di comici disagiati che fanno le vocine e corrono nudi per il palco, ci vuole qualcos’altro.

I modi per sciogliere il disagio conosciuti finora sono: le goccine che non ti fanno stare meglio ma ti fanno dimenticare che stai male, il suicidio, correre nudi su un palco, scrivere su un blog, ma questi durano il tempo che durano, poi sei da capo.

Il disagio causa infelicità, e per i buddisti le cause dell’infelicità si possono riassumere in tre: paura, aspettative e senso di colpa. Io però non sono buddista, non so in quale delle tre categorie vada inserito il disagio. Inoltre queste semplificazioni.. io quando a scuola spiegavano le semplificazioni di secondo grado ho marinato perché all’ora dopo avevo interrogazione di tedesco e in tedesco sapevo dire solo Keine Ahnung.

Sai quando ti rendi conto che nella tua vita ti serve un buddista che ti spieghi come si fa a vivere?Ma buddisti non ne conosco, la cosa più orientale che mi è venuta in mente è stata la mia ex insegnante di meditazione, la Signorina Jodel. Forse vi ricorderete di lei per quella volta in cui mi convinse a sperimentare la medicina ayurvedica.

Al suo numero ha risposto la segreteria telefonica di un museo. Una voce ranocchia con un forte accento del sud mi ha ricordato che il museo apre dalle ore. Boh, ho riattaccato e sono andato a cercare su wikipedia dove si trovano i buddisti. In Cina, dice. Così ho guardato quante ore di volo servono per arrivare a Pechino. Troppe. Con l’inquietudine che ho addosso troppe, cercherei di scendere dopo un paio d’ore, e in un paio d’ore di volo atterri in posti che mi rendono ancora più inquieto, niente da fare.

Ho cercato su internet i sinonimi di buddista per vedere se c’era qualche rimedio alternativo al bonzo arancione, tipo le medicine che contengono gli stessi cosi, come si chiamano, quelli che stanno dentro le medicine e ti fanno stare bene, i principi attivi.

(Qui potrei far prendere al racconto una piega inaspettata giocando con gli accenti, e mettermi a cercare eredi al trono di reami da favola impegnati nel sociale o con una marcata posizione politica, ma questa storia è fortemente autobiografica, come si è capito, e non mi va di inventarmi cose per sfuggire alle mie responsabilità)

Sul dizionario online di Virgilio (ma esiste ancora Virgilio??) ho trovato tre sinonimi: fratello, padre e monaco. C’erano anche religioso e prete, ma io coi religiosi preti non lego granché da quella volta che uno di loro ha fatto il lavaggio del cervello a un mio amico e lo ha convinto a diventare un vigile urbano.

Quindi, per esclusione, fratello sono già io, di mia sorella; padre no, ma questo mi ha ricordato un episodio angoscioso del mio passato e un’altra fonte di inquietudine mica da ridere, e magari questa non ve la racconto, ma sono sicuro che ve la state immaginando abbastanza bene da soli.

Monaco, allora. Di Baviera, visto che ho dichiarato qui sopra di snobbare l’argomento principi e principati.

Che sta in Germania.

Dove si parla tedesco.

E io in tedesco so dire solo Es ist eine schöne Bratwurst in meine Lederhose.

Ho marinato.

E sono ancora inquieto. E l’inquietudine è un post sul pablog che non va da nessuna parte come l’ultimo spettacolo di Antonio Rezza, che ti dice che bene è uno stato d’animo lontano come la Cina.

Tuttapposto, andiamo avanti.

pensare a te è come mangiare il ghiaccio del freezer

Io fuori sembro una persona normale, oddio normale magari no, ma perlomeno una persona che se dovessi aprirla penseresti di trovarci le cose che hanno di solito dentro le persone quando le apri, metti che sei uno che apre le persone, tipo un chirurgo o un maniaco della Londra vittoriana. E invece no, io se mi apri, dentro sono fatto di criceti. Piccoli roditori marroncini schiacciati uno davanti all’altro per la lunghezza di un braccio, raccolti in una fascina criceta a tre o quattro alla volta e infilati fascina dopo fascina lungo tutta la gamba, suddivisi per compiti all’interno del tronco, criceti che masticano bene il cibo, altri che lo portano più giù ad altri criceti che lo rimescolano e lo separano e fanno tutte quelle cose che nella pancia delle persone sono compito di un sano apparato digerente.
Ho criceti in testa, che corrono fortissimo sulla ruota e non ti ascoltano quando gli parli, ne ho altri al posto del cuore, che stanno lì e non sanno bene cosa fare, suonano il tamburo per riprodurre il classico battito e fregano qualunque stetoscopio, ma il rumore rimbomba nella cassa toracica buia, e spesso i criceti si pigliano paura. Se fossi un chirurgo o un maniaco di Whitechapel mi aprirei il torace e proverei ad accarezzarli, i miei criceti. Direi loro di stare tranquilli, che non succede niente, è il normale battito di un tamburo che simula quello cardiaco, non c’è niente lì dentro che possa far loro del male. E probabilmente accarezzandoli finirei per danneggiarli, che il criceto è un animale delicato, e se lo sfiori un po’ più forte lo ammacchi, come quando provi a raccogliere i papaveri che crescono ai bordi dell’autostrada e ti restano in mano solo dei gambi.
Così non apro niente e non accarezzo nessuno, indosso un bel maglione scuro difficile da sfilare che scoraggi eventuali salvatori di criceti e imparo un sacco di aneddoti divertenti con cui distrarre chi si avvicina troppo.

Tipo di quella volta che non sapevo come parlare a una tizia e per non dare nell’occhio e farle capire che mi interessava ho parlato con tutte le persone presenti, e ce n’erano come a tre cerimonie d’insediamento di Obama. Dopo due ore avevo rivolto la parola solo al mio vicino di posto, un ragazzone con la barba che lavorava per una rivista di poesia ermetica e contenitori tupperware, ed ero troppo timido per spingermi oltre, così mi sono bevuto l’equivalente alcolico del Campari, inteso non come bottiglia ma come stabilimento di Via Nazioni Unite 1, 15067 Novi Ligure AL, e sono partito baldanzoso. A metà pomeriggio avevo parlato con la tizia che mi interessava già quattro volte, la prima ero stato simpatico, la seconda ripetitivo, la terza molesto e la quarta non sono sicuro se ho parlato con lei o con uno dei tre Obami insediantisi. Verso sera mi ricordo che stavo sul tetto dell’edificio con un inglese, un francese e un tedesco a raccontarci barzellette, e riuscivo a biascicare in tutte e tre le loro lingue, spesso mescolandole per rendermi incomprensibile a più persone contemporaneamente. Però si divertivano, l’unico che non rideva era il tedesco, ma l’umorismo dei tedeschi è tuttora oggetto di studio da parte di un’equipe internazionale di scienziati presso il Massa Institute Of Technology, costola toscana della prestigiosa università statunitense.
Alla fine devo essermene andato in qualche modo, perché mi sono risvegliato il giorno dopo nel mio letto, con indosso ancora la camicia elegante e un calzino. I criceti al mio interno erano tutti buttati qua e là e non si sentivano per niente in forma, sono andato in bagno a vedere se per caso ne avessi vomitato qualcuno, e in quel momento ho visto che c’era un messaggio sul cellulare da un numero sconosciuto. Trattenendo il fiato sia io che i criceti abbiamo aperto il messaggio. Diceva “Questo è il mio numero, ciao, De”. De sta per? Denise? Debborah? De Gasperi? Ho cercato di rimettermi dritto, ho assunto un aspetto decente manco avessi dovuto fare una videochiamata, ma stavo talmente in confusione che poteva partirmene una per sbaglio, ho fatto qualche prova di voce sexy come ho visto fare una volta in un tutorial su Youtube condotto da Enzo Cannavale e ho composto il numero.

“Ciao, sono Demetrio, volevo confermarti che sabato prossimo verremo a casa tua per quella dimostrazione di contenitori tupperware. Grazie ancora per la disponibilità!”

Aneddoti così. Solo che alla lunga cavarsela con le storielle è come lo sportello del freezer che si chiude male a causa del ghiaccio formatosi in alto, e chiudendosi male se ne forma altro, e alla fine devi staccare la spina e lasciarlo sciogliere tutta la notte, e di solito non succede il venerdì sera, succede la domenica dopo cena verso le nove e mezza, e l’unica cosa che puoi fare per portarti avanti col lavoro è anticipare le madonne che tirerai domani mattina a tirare su acqua invece di fare colazione e andare a lavorare. Non bisognerebbe accumulare ghiaccio, fa male ai criceti. Ogni tanto bisognerebbe lasciare sportello aperto e spina staccata e sciogliere tutti quei nodi che abbiamo dentro. Ma come si fa? I minestroni surgelati dove li metti finché il lavoro non è finito? Quando vai in vacanza puoi lasciare il cane in una pensione per cani dove viene custodito e nutrito finché non torni. È una soluzione più triste del portare tua madre all’ospizio perché è anziana, soprattutto se hai una madre come la mia e un sacco di ospizi economici nei paraggi, ma per certe persone che non sanno a chi lasciarlo non c’è altra soluzione, o così o rinunci alle vacanze. Per i minestroni surgelati non esistono pensioni, ti devi mangiare tutta la riserva del freezer prima di adoperarti nello sbrinamento. Va bene, sarebbe meglio, nel mio freezer sono ancora conservati frammenti dell’Arca di Noè, dovrei buttarli via altro che mangiarli, e chissà nei vostri cosa verrebbe fuori a fare carotaggi nel permafrost.
Ma c’è gente che ci si affeziona alla pallina di pasta per la pizza avanzata sei anni fa, ogni tanto la capovolge per evitarle le piaghe da decubito, è come una vecchia amica. La tira fuori, la accarezza, si domanda dove sono adesso i suoi sberleffi, le burle e le canzoni. Chi si fa più beffa ora del suo sogghigno, con questa sua smorfia?

C’è anche gente che il freezer non lo sbrina apposta, ogni tanto la sera ci si siede davanti, sportello spalancato, sfila i cassetti e con la punta di un coltello ne stacca qualche scheggia e se la infila in bocca. Ha un sapore disgustoso, ma non riesce a smettere.