Centotre-e-tre n.19: Pasqua con chi vuoi

Riassunto delle puntate precedenti

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
MVibe – Ili Ili Tulong Anay


Eccoci di nuovo qui, e chi l’avrebbe mai detto che saremmo arrivati al diciannovesimo episodio. Si vede che questa quarantena mi lascia un sacco di tempo libero, eh?
Mi domando se dall’altra parte ci sia lo stesso entusiasmo, quando aprite il blog e trovate il titolo centotre-e-tre. Cosa fate, cambiate subito pagina e andate ad approfittare dell’abbonamento premium che Pornhub sta regalando a tutti gli italiani, e vi guardate Legend of Zildo?

“Ehi, this sword is shaped like a dick!”
“Of course, this is a porn, everything here is shaped like a dick!”

No, sul serio, dovreste approfittare dell’abbonamento premium. Quando vi ricapita di guardare una parodia di un film Marvel che si chiama Assvenger?

Per quelli che nonostante le tentazioni preferiscono rimanere qui con me ad ascoltare musica sconosciuta proveniente da ogni parte del mondo, e scoprire nel frattempo qualche interessante aneddoto, avete tutta la mia gratitudine.
Però un po’ vi compatisco.

Ma andiamo avanti, che oggi ce ne andiamo in un posto lontanissimo.

La canzone della settimana scorsa è cantata, come detto, in lingua ilongo, una delle oltre 170 che si parlano nelle Filippine, e che appartiene a uno dei grossi ceppi linguistici del mondo, quello delle lingue austronesiane.

Eh?

Funziona così: la maggior parte delle lingue del mondo viene catalogata in famiglie linguistiche, aventi in comune un antenato. Chiaramente non stiamo parlando di un nonno poliglotta, ma di una lingua, antica e probabilmente scomparsa, da cui si sono evoluti gli idiomi di quella particolare famiglia. La ramificazione delle linee di discendenza viene chiamata filogenesi. La filogenesi dell’italiano, ad esempio, ci fa risalire alle lingue romanze, come quella del francese, del rumeno, dello spagnolo e del creolo-haitiano. E tutte derivano dal latino, ma fin qui lo sapevamo già.

Risalendo ancora l’albero arriviamo alla famiglia delle lingue indo-europee, una delle branche diffuse in Europa, ma ce ne sono veramente un quantità notevole.

Fra le lingue parlate in quella parte di pianeta che per facilità chiameremo Oceania, troviamo le lingue maleo-polinesiache, cui appartiene quella da cui siamo partiti, l’ilongo.
Scendendo lungo questo ramo incontriamo le lingue oceaniche, da cui si distinguono le lingue polinesiane, a cui appartiene, finalmente, la lingua rapanui, parlata esclusivamente sull’Isola di Pasqua.

Quand’ero bambino avevo un libro chiamato Atlante dei Misteri, su cui spendevo la maggior parte del mio tempo. Solo oggi, a distanza di anni, scopro che il suo autore, Francis Hitching, è un riconosciuto ciarlatano, ma allora tutte quelle storie di alieni e forze oscure che percorrono il mondo, e chi ha costruito davvero le piramidi, mi appassionarono al punto da avere influenzato molte delle mie decisioni nella vita adulta.

Senza le leggende su Palenque mi sarei mai appassionato alla cucina messicana?

Per esempio, se non avessi letto qualche teoria stramba sull’architettura esoterica, non so se mi sarebbe mai venuta voglia di visitare Castel del Monte; e se non avessi letto la storia dei disegni di Nazca non avrei passato gli anni da studente a leggere fumetti invece di prepararmi per le interrogazioni.

No, ochei, forse quello è perché sono un pelandrone. Ma comunque, uno dei grandi misteri del pianeta riguarda quell’angolo sperduto di oceano di cui parliamo oggi, con le sue teste di pietra che guardano l’orizzonte e forse aspettano qualcuno? Gli alieni? Il capitano Schettino?

Se avete voglia di saperne di più sull’Isola di Pasqua vi rimando alla lettura di Buoni Presagi, che c’è stato di recente, si è documentato a dovere ed è bravo a raccontare le storie.
E sarà felicissimo di essere taggato come alternativa a Pornhub.

Se invece volete restare qui e ascoltare la canzone di oggi, vi segnalo una pianista, Mahani Teave, l’unica musicista classica dell’isola. In realtà è nata alle Hawaii, e originario dell’Isola di Pasqua era suo padre, ma le informazioni che ho recuperato su di lei sono scarse. Avrei potuto cercare di più, ma se non avevo voglia di studiare quando andavo a scuola vi pare che mi metto a leggere la biografia di una pianista dell’Isola di Pasqua solo per appagare la curiosità di quattro lettori che hanno preferito stare sul mio blog invece che su un account premium di Pornhub?

Diciamo che è nata alle Hawaii perché sull’isola non esistono ostetrici per una precisa scelta semantica: l’Isola di Pasqua non dà i natali a nessuno.

Non so che vita abbia avuto Mahani Teave su un’isoletta in mezzo al Pacifico famosa solo per i testoni, ma non dev’essere stata terribile, se adesso vive ancora sull’isola e ha fondato una scuola di musica dove si insegnano diversi strumenti, fra cui l’ukulele.

L’edificio in cui sorge la scuola, peraltro, è costruito in gran parte con materiale di recupero: 1.500 pneumatici, 30.000 lattine, 10.000 bottiglie di vetro e 12 tonnellate di cartone. Non dev’essere stato facile, ma c’è da tenere in considerazione che sull’Isola di Pasqua non vivono lupi che possono soffiarti giù tutto.

Buoni propositi per il futuro: passare tutta la vita in ciabatte

In un’intervista all’Huffington Post racconta come ha cominciato a suonare: quando aveva 18 anni una signora tedesca si trasferì sull’isola, e lei andò a romperle le palle tutti i giorni perché le insegnasse a suonare il pianoforte. Se abitassi in una città normale chiameresti la polizia, ma sull’Isola di Pasqua il capo della polizia è Benjamin Linus, e la gente preferisce arrangiarsi da sola.

Dopo pochissimo sapeva già suonare Mozart, e una volta che era lì che suonava è arrivato uno dei più celebri pianisti cileni, che l’ha mandata da un insegnante sulla terraferma, e ha dato il via alla sua carriera. Un po’ come successe a me una volta, avrò avuto sette anni, ero al campetto da solo e per passare il tempo stavo in piedi sullo scivolo a declamare il monologo di Lady Macbeth, quando è arrivato Vittorio Gassman che pisciava il cane, e mi ha mandato a scuola di teatro da uno dei migliori insegnanti del Paese. Solo che quel giorno non era in casa, così sono tornato al campetto e la mia vita ha preso una svolta diversa. Vedi a volte il culo?

Chiudo con una breve esibizione di Mahani Teave e Viviana Guzman, una flautista cilena che sono sicuro avrete già sentito nominare, al Conservatorio di Pechino, nel 2013.

(continua)


Centotre-e-tre n.18: Slumdog Millionaire

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error


Nell’episodio precedente siamo diventati ufficialmente anziani, e abbiamo affrontato lo scottante tema della “musica che ascoltano i ragazzini”, mettendoci dalla parte del genitore che ai suoi tempi quella roba lì non esisteva e si ascoltavano i Pu. Ho cercato di darvi una visione distaccata e priva di giudizi, anche perché da quando vivo con una che di pop ci vive, il mio senso critico la mia spocchia si è ammorbidita parecchio.

Comunque il gruppo coreano si chiamava VIXX, che si pronuncia come un famoso marchio statunitense di prodotti per stappare il naso. Ed è proprio a quel marchio che ci rivolgiamo per introdurre il prossimo passaggio, andando a toccare un Paese finora rimasto fuori dalle nostre frequentazioni.

Procter & Gamble è una multinazionale americana, fondata nel 1837 da un candelaio inglese di nome Procter e un saponiere irlandese che si chiamava, come avrete intuito, Gamble. I due si conoscevano per avere sposato le sorelle Norris, e fondarono una società sotto il consiglio del suocero, il signor Chuck. Per 40 anni, P&G si limitarono a produrre quello che sapevano fare, candele e saponi, diventando i fornitori ufficiali dell’Esercito Unionista durante la Guerra Civile Americana, finché negli anni ’80 il nipote di Procter, William Arnett, iniziò ad espandere l’azienda e a introdurre nuovi prodotti.

Ad oggi P&G possiede aziende in tutto il mondo, tranne a Cuba e in Corea del Nord, e produce un’infinità di articoli, come appunto nel caso dello spray contro il raffreddore.
Probabilmente nel vostro bagno, o sotto il lavandino della cucina, ci sono diversi prodotti Procter & Gamble, anche se non lo sapete. La politica aziendale, è infatti quella di utilizzare altri marchi per differenziare le diverse linee di produzione. Perché? Le ragioni sono molteplici, e qui qualcuno ha provato a spiegarle.

Quasi tutte le grandi aziende adottano questo sistema, procurando grossi mal di testa ai consumatori etici, che vorrebbero boicottare l’Unilever per la lista di crimini ambientali che la riguarda, ma vorrebbe dire liberarsi di metà dei prodotti per la casa e l’igiene personale, o sostenere aziende più equo-solidali, che però si trovano solo in una piccola bottega in centro arredata in legno grezzo, che vende prodotti selezionati a prezzi da boutique.

Per qualche anno ci ho provato anch’io, ma essere coerenti fino in fondo con le proprie scelte etiche significa stravolgere il proprio stile di vita a un punto tale che vivere come atto in sé diventa un gesto contro natura, e francamente non ne ho voglia. Ammiro chi ci si dedica con costanza, e non possiede un cellulare, un computer, le scarpe di pelle né quelle che contengono plastica, non mangia carne né derivati animali, non si sposta se non con mezzi pubblici eco-sostenibili, non utilizza prodotti testati sugli animali, quindi niente cosmetici, e quando si ammala si lascia morire perché anche i medicinali richiedono lo stesso tipo di sperimentazione. Davvero, quelli coerenti fino in fondo li ammiro, ma non posso essere come loro.

Ma torniamo alla multinazionale da cui siamo partiti.

Nel 2017 la Vick’s lanciò una campagna pubblicitaria che aveva per tema la famiglia nella società contemporanea: storie toccanti di persone che dovevano affrontare sfide difficili per il bene dei propri cari. La prima storia di “touch of care”, così si chiamava la campagna, era ambientata in India, e raccontava la storia di Gauri, una donna transgender, che adottava una bambina, scontrandosi con la società indiana. Fu un successo enorme in tutto il mondo, il video divenne presto virale, in ogni Paese si volevano adottare bambine, diventare transessuali, vennero venduti un sacco di sari, e l’economia indiana ricevette un impulso così forte che poté permettersi di comprare all’Italia una decina di marò e piantarla di rompere il cazzo coi due che teneva in custodia.

L’unica che non guadagnò granché da questa storia fu proprio la Vick’s. Il suo prodotto si vedeva pochissimo nel video, e neanche in primo piano, e nessuno sembrava fare caso allo sponsor di quella storia.

Si decise di girarne un altro, ambientato nelle Filippine, dove un bulletto di una baraccopoli adotta un bambino e trova la spinta per cambiare vita. Stavolta il prodotto venne inquadrato bene, in primo piano, e a contribuire al successo di video e azienda fu anche il fatto che a nessuno fregava davvero di volersi trasferire in uno slum filippino, e ci si concentrò a dovere sul marchio pubblicizzato.

Ad un certo punto il bulletto redento canta una ninnananna al bambino, mentre lo spalma di crema. Si tratta di Ili Ili Tulog Anay, una canzoncina appartenente alla tradizione degli Hiligaynon, una delle etnie presenti nelle Filippine. Nell’arcipelago che compone questa nazione si parlano 175 lingue diverse, quindi, per offrirvi un panorama completo del Paese che siamo venuti a esplorare, parlerò delle Filippine anche nelle prossime 174 puntate, mostrandovi un video per ognuno dei gruppi etnici riconosciuti.

No, scherzo, dai. La prossima volta andiamo da un’altra parte, anche se non so ancora dove, che a me quest’atmosfera rilassata da dopobomba fa venire voglia di oziare sul divano.

(continua)

Centotre-e-tre n.17: K-Pop!

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain

Per scrivere il prossimo capitolo voglio servirmi di un collegamento facile, e spostarmi di pochissimo, ispirato dal mio attuale stile di vita. Per essere coerente fino in fondo dovrei parlarvi di qualche artista che non si lava né si fa la barba, ma negli Stati Uniti ci siamo stati da poco, preferisco portarvi altrove.

Aspettate a gioire, perché oggi vi porto nel magico mondo del K-Pop!

Intanto che cos’è, il K-Pop?
La versione breve è che si tratta di musica pop che arriva dalla Corea del Sud, dove per musica pop intendiamo un genere musicale che pesca un po’ da tutti gli altri generi di successo per creare qualcosa di orecchiabile che ti rimanga in testa a lungo.
Rispetto a un brano da classifica di qualunque altra parte del mondo, il K-Pop ha poche differenze, anche perché spesso i suoi interpreti cantano in inglese. La grossa linea di demarcazione è tracciata dai video che accompagnano le canzoni, dove gruppi di ragazzini coreani in abiti molto colorati, si dimenano in coreografie anche piuttosto complesse.

Il fenomeno in Corea ha origini datate: durante gli anni della Guerra di Corea, la presenza massiccia di occidentali nel Paese aveva introdotto generi musicali nuovi, e qualcuno ne aveva tratto ispirazione per lanciare dei gruppi musicali composti di sole donne, sulla scia delle Ronettes, di Ronnie Spector.
Da lì alle band di ragazzini odierne il passo è breve, pianti un seme e lo lasci crescere; oggi la Corea del Sud produce qualcosa come 60 nuovi gruppi all’anno. La Corea del Nord invece produce disertori denutriti, che in video hanno una resa molto inferiore, ed è per questo che quando si parla di K-Pop non viene considerata.

Quello che contraddistingue il K-Pop più di ogni altra cosa, se vogliamo, è il suo legame coi media. Mentre una canzone, di solito, viene passata alla radio, esce in singolo, e se ne fa un video per distribuirla in tv e sulle varie piattaforme online, un nuovo singolo delle boyband coreane esce direttamente in televisione, accompagnato dall’immancabile balletto. Il K-Pop non esiste senza il suo supporto visivo.

L’impatto visivo di questo genere è enorme, e ne favorisce la popolarità ben oltre il territorio nazionale: in Giappone impazziscono per il K-Pop, in Cina lo copiano, in Corea del Nord non hanno la televisione.

Ma una caratterizzazione così forte si porta dietro anche dei limiti. Le popstar coreane sono delle icone, e se vuoi raggiungere il successo devi trasformarti in qualcosa di stereotipato che ha poco in comune con una persona vera. Tipo un cartone animato. Legata da un contratto decennale che spesso non garantisce neanche un guadagno adeguato, una popstar coreana viene creata a tavolino, deve mantenere standard rigidissimi per restare al passo con le esigenze del mercato, non invecchia, non ingrassa, non cambia mai. Viene usata finché funziona, e quando il suo successo cala la sostituiscono con un’altra popstar. La vita di una popstar coreana è breve e parecchio stressante, ed è per questo che parecchi non la reggono.

Ma perché vi sto raccontando del K-Pop?

Perché nel capitolo scorso avevamo visto che il 30 giugno 1997 si tenne la cerimonia con cui il Regno Unito riconsegnava alla Cina il territorio di Hong Kong, dopo un’occupazione che durava 150 anni; ma il 30 giugno è anche il giorno in cui compie gli anni la popstar sudcoreana chiamata N.

Il suo vero nome sarebbe Cha Hak-yeon, ma si fa chiamare N perché da bambino guardava i telefilm di Zorro, ma li guardava da sdraiato, e alla fine di ogni puntata, quando il giustiziere mascherato lasciava la sua firma sul petto del malcapitato di turno, quello che il bambino leggeva era una N.

Nel maggio 2012 la sua boyband, VIXX, debutta a M! Countdown, una trasmissione dove puoi votare il tuo artista preferito. La pagina web del programma ti permette di accedere alla biografia di ogni artista e sbirciare le foto provocanti di un sacco di ragazzine.
A luglio dello stesso anno, i VIXX sono a Baltimora, USA, all’Otakon Festival, una convention dedicata agli anime e alla cultura giovanile asiatica. Se siete mai stati a Lucca Comics avete una vaga idea di cosa si tratta.

I VIXX vanno avanti dal 2012 al 2018 inanellando singoli, album e apparizioni in tv e sui palchi di mezzo mondo. Sono venuti anche in Italia, nel 2013, in un locale dove l’anno dopo ci ho visto suonare Liam Gallagher.

Al momento la carriera dei VIXX è sospesa, alcuni membri stanno facendo il militare, qualcuno ha preso altre strade, altri si sono persi. Se volete c’è anche un video di un tizio che ha provato a scoprire dove sono andati a finire. Per una band nata nel 2012 sembra essere arrivato l’inevitabile momento in cui bisogna scendere dal palco.

N, a quanto pare, è stato assegnato alla banda dell’esercito, che non sembra essere quella cosa che potete immaginare, con soldati in divisa che marciano per le strade suonando gli ottoni, stando a quanto ci mostra questo video.

Dovrebbe finire presto, il periodo di leva in Corea del Sud dura un anno e mezzo, e per agosto potrebbe essere già fuori. Sempre che non metta un piede su una mina.

(continua)

Centotre-e-tre n.16: The Hong Kong Handover Ceremony

L’ultima volta che mi sono trovato a scrivere questa rubrica era novembre 2016. Poi ho iniziato a fare altro, roba che al momento mi sembrava più importante e che magari oggi mi fa pensare bah; poi ho iniziato a viaggiare in Cina e ho scritto parecchio di quello, poi è scoppiata una pandemia e mi è toccato chiudermi in casa a fare niente, e allora ho pensato che magari alle persone che sono chiuse in casa come me farebbe piacere avere qualcosa da leggere, o da ascoltare, e mi sono rimesso al lavoro.

Stacco su un utente qualunque di internet che apre il mio blog, vede quest’articolo e con calma si alza, si mette la giacca, esce in strada e si fa tossire in faccia dal primo influenzato che trova.

Prima di tutto credo sia necessario un riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.

Quattro anni fa ci eravamo lasciati con una canzone dei Wu-Tang Clan, eravamo negli Stati Uniti, e fino a quel momento avevamo saltato un po’ di qua e un po’ di là dell’Oceano Atlantico, senza curarci troppo degli altri tre continenti. Ma oggi, grazie a quel genio di RZA, e al film di cui parlammo allora, possiamo introdurci alla scoperta di un’area geografica ancora inesplorata.
Potrei dirvi che in questi quattro anni mi sono documentato apposta per scrivere questo episodio di Centotre-e-tre, e voi potete fare la faccia del ragazzino davanti al suo computer nuovo.

via GIPHY

Tutto comincia nel 2003, quando RZA va a Pechino a lavorare con Quentin Tarantino per la colonna sonora di Kill Bill Vol.1, di cui è il produttore. Nei Beijing Film Studios si gireranno le scene all’interno del sushi bar di Hattori Hanzo, ma soprattutto la carneficina alla Casa delle Foglie Blu.

Sono famosi, i Beijing Film Studios, qui è stata girata gran parte della produzione cinematografica cinese negli anni della propaganda, dal 1949, anno della fondazione, fino al 2012, quando sono stati chiusi e tutta la produzione è stata trasferita nei più recenti studios della China Film Group Corporation, a Yangsong, non lontano da quella parte di Grande Muraglia di cui ho parlato in un altro post.

Al cospetto di Tarantino, RZA prende un sacco di appunti, e quando torna a casa si mette a lavorare a un suo film di arti marziali: The Man With The Iron Fists, appunto.

Mi sarebbe piaciuto trovare qualche dettaglio interessante da raccontarvi, del mese che RZA trascorse in Cina, tipo quella volta in cui, al Silk Street Market, si mise a contrattare con una negoziante sul prezzo di una collana di giada che lei sosteneva essere autentica e lui le disse “come on, man, stop da bullshit”, e tirò fuori l’accendino e sciolse la collana sotto lo sguardo imbarazzato e indignato della signora, e se ne andò fendendo la puzza di plastica bruciata; o di quell’altra volta in cui si prese una ciucca abissale in un piccolo bar dell’hutong accanto al Tempio dei Lama, e poi prese un taxi e si trovò a litigare col tassista che aveva cercato di fregarlo sul prezzo, e alla fine tirò fuori l’accendino e l’ultima immagine lo vede allontanarsi nella notte, mentre fende la puzza di pneumatici in fiamme; o di quell’altra volta in cui, in visita alla Grande Sala del Popolo, dove si riunisce il governo cinese, si trovò a discutere con una guardia che voleva perquisirlo per aver fatto suonare il metal detector, e allora tirò fuori l’accendino e lo depositò nel cestino lì accanto, perché RZA è una persona educata e rispettosa delle regole.

Mi sarebbe piaciuto raccontarvi questi e altri aneddoti interessanti, ma non ne ho trovato nessuno, e neanche delle foto. Giusto un diario di una sua visita precedente a un tempio Shaolin nello Hubei, regione che sono sicuro conoscete benissimo per altri più recenti motivi.

Ma andiamo avanti alla parte che ci interessa: è il 2012, quando il film finalmente esce, e nella sua colonna sonora troviamo, come prevedibile, un botto di canzoni hip-hop, e un paio di pezzi più vicini all’ambientazione asiatica.

Uno dei brani, Green Is The Mountain, è interpretato da Frances Yip, una cantante di Hong Kong che negli anni ’80 e ’90 sentivi ovunque in televisione, nelle sigle degli sceneggiati trasmessi dalla rete nazionale (nazionale di Hong Kong, non della Cina). Era così popolare che il 30 giugno 1997, fu chiamata a presentare la British Farewell Ceremony, evento con cui il Regno Unito riconsegnava il territorio di Hong Kong alla Cina.

Il giorno prima la regina Elisabetta II si era seduta al suo piccolo scrittoio, nella sua piccola stanza al castello di Windsor, e non si era alzata che molte ore più tardi, quando il sole era già tramontato e la piccola candela che le aveva fornito una fioca luce si era già consumata. La regina aveva chiamato un messo, il più affidabile di tutti, il giovane Hans ‘Cavallo Pazzo’ Delbruck, e a lui aveva affidato una piccola busta, raccomandandosi di non consegnarla ad altri che a suo figlio, il principe Carlo, quello con le grosse orecchie, e di sbrigarsi, “for the sake of the Queen and the Country”. Cavallo Pazzo si era inchinato ed era corso via, sicuro che si sarebbe trattato di un lavoretto facile: bastava prendere un taxi e farsi portare in città, a Buckingham Palace.

Avrebbe anche potuto guidare la sua moto da corsa, ma per tirarla fuori dal garage doveva aprire il portone, fermarlo con una pesante poltrona vittoriana perché in quel lato dell’edificio il vento soffiava sempre e gliela faceva sbattere, quindi tirare fuori la moto e portarla fin oltre l’angolo, sul lato dell’edificio in cui il vento era più clemente e non rischiava di buttargliela per terra; quindi doveva tornare al garage, rimettere a posto la poltrona, chiudere il garage e tornare a prendere la moto. Oltre l’evidente sbattone, c’era il fatto che di recente i suoi traffici erano stati presi di mira da qualche buontempone (sospettava un giardiniere), che durante la sua permanenza sull’altro lato dell’edificio, gli entrava nel garage e gli fregava i barattoli di marmellata di arance amare che sua mamma gli regalava ogni natale, e che lui custodiva come reliquie.
E poi la corsa in taxi gliela rimborsavano.

Una volta giunto a Buckingham Palace, però, il povero Cavallo Pazzo riceveva la più terribile delle notizie: il destinatario del suo messaggio non si trovava a Londra, ma a Hong Kong, e di lì a poche ore avrebbe dovuto salire su un palco e leggere il discorso che sua madre gli aveva preparato, davanti alle telecamere di tutto il mondo.

L’immagine del Regno Unito era nelle sue mani, non poteva fallire!

Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi mandare un altro taxi, ma il centralino del palazzo si premurò di fargli sapere che i rimborsi per le spese di viaggio avrebbero coperto solo la tratta Londra-Volgograd, poi avrebbe dovuto arrangiarsi da solo.
Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi portare una bici.

Nelle ore che seguirono, l’eroico messo nuotò attraverso la Manica con una bici sulla schiena, pedalò come un pazzo attraverso la Francia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Turchia, l’Iran, ma al confine con l’Afghanistan gli dissero che i talebani avevano preso il potere e girare in bici era stato dichiarato illegale: se l’avessero beccato gli avrebbero mozzato mani e piedi. Cavallo Pazzo pedalò a ritroso fino al confine col Pakistan, poi attraversò l’India, il Bangladesh, la Birmania, le regioni a sud della Cina, e finalmente arrivò a Hong Kong, dove il principe Carlo lo stava aspettando già da dieci minuti ai piedi del palco, e aveva una faccia scocciata che non vi dico.

Nel frattempo, sotto i riflettori, Frances Yip stava intrattenendo il pubblico. Aveva già cantato tutti i suoi successi, augurato al governo cinese tanta fortuna e prosperità, e strizzato l’occhio al Primo Ministro britannico Tony Blair. Oramai le restavano le barzellette, ma le uniche che conosceva erano quelle che si raccontavano per le strade della città, e la più gentile era “Quanti cinesi ci vogliono per governare un protettorato inglese? E senza contare quello che mi sta succhiando il cazzo?”.
Per fortuna in quel momento salì sul palco il principe Carlo, e tutti smisero di prestare attenzione alla cantante, che poté ritirarsi dietro le quinte, raccogliere i suoi bagagli e abbandonare la città.

Oggi Frances Yip vive altrove, fa la spola fra l’Australia, dove vive suo figlio, e l’Inghilterra, dove ha una relazione clandestina con Tony Blair, e a Hong Kong ci torna di rado, e sempre meno volentieri.
Questo la legherebbe a un’altra artista esule, Celia Cruz, ma di lei ho già scritto in un’altra puntata.

È anche vero che “artisti sotto una dittatura” è un aggancio che si presta a molte interpretazioni, e potrei davvero usarlo per la prossima puntata senza risultare ripetitivo, ma Hong Kong diventerà totalmente cinese solo nel 2047, e fino ad allora questo spunto non sarà valido, perciò o vi mettete comodi per i prossimi 27 anni o devo inventarmi qualcos’altro.

(continua)

Grace, una lettera a Jeff Buckley

Vent’anni che te ne sei andato e vabbè, quand’è successo Freddie Mercury era già sei anni che lo rimpiangevamo, qualcuno neanche se n’è accorto, io per esempio ho dovuto andare fino ad Atene a scovare il tuo disco in un negozietto della Plaka per entrare nell’ordine giusto di idee e rendermi conto che avevamo perso qualcosa di grande, che se me lo fossi comprato al Porto Antico in quel grosso negozio che adesso non c’è più forse non avrebbe avuto lo stesso peso, l’avrei ascoltato tornando a casa in macchina e avrei detto vabbè, bell’atmosfera, e poi avrei messo su qualcosa che conoscevo meglio.

Così invece, al buio, in una stanza che neanche era la mia, con addosso quell’elettricità che ti viene quando sei in vacanza da solo in un paese che non conosci dove neanche sai leggere i cartelli e la tua unica compagnia è un tizio inquietante che va in giro con un caffetano nero e una pettinatura che neanche Scialpi, beh, l’effetto è stato lo stesso di un fiume che straripa dopo una pioggia intensa, ma senza l’odore di fangazza che resta dopo, sebbene dopo, nella stanza, ci fosse una puzza anche peggiore, ma giuro che non è stata colpa mia.

E non farmi parlare di quella sera in cui qualcuno a teatro ha messo su Hallelujah alla fine di una lezione difficile, perché quella volta lì altro che esondazione, è stato il Vajont, scusa il paragone, ma i tempi necessari alla bonifica e alla ricostruzione dopo l’onda sono stati pressappoco gli stessi, così come il panorama di chi mi guardava passare piatto e grigio, un orizzonte di morte da cui emergeva solo qualche detrito triste.

Lo so, scusa, non si parla di acqua in casa dell’annegato, come di corda in quella dell’impiccato o di politica in casa di mio papà sennò ti attacca dei pipponi che non finiscono più. Però sarebbe bello che dopo vent’anni di silenzio saltassi fuori dicendo dai, scherzavo, non sono morto, ero nascosto su un’isola deserta insieme a Amy Winehouse, abbiamo trombato come ricci per tutto questo tempo, ragazzi, che figata. Come dite? No no, lei è morta davvero, ma la necrofilia sarebbe un reato, perciò..

Che poi bello, insomma, finiresti per pubblicare un nuovo disco, le aspettative sarebbero altissime, e sono sicuro che resteremmo delusi, perché la musica è cambiata, noi siamo invecchiati, e tu a quel punto anche, ed essendo stato vent’anni su un’isola deserta a scoparti un cadavere non sono neanche sicuro che ci staresti tanto con la testa, chissà che roba verrebbe fuori. Immagino il terremoto all’annuncio del disco, i biglietti del tour venduti a un prezzo che uno se sapesse dove posteggiarlo ci si potrebbe comprare lo Shuttle, poi le recensioni sbalordite di chi l’ha sentito in anteprima, lo zoccolo duro dei fans che incaprettano i critici definendoli i soliti snob chiusi nel loro mondo non siete Lester Bangs non siete Carlo Emilio Gadda si fa fatica a capire cosa scrivete bontà di dio (e qui vorrei spezzare una lancia in favore di quei miei due tre amici che mi mettevano in guardia sui Lo Stato Sociale. Mi spiace ammetterlo, ma avevate ragione voi (però questa canzone mi piace lo stesso)), poi il disco esce e i fans li riconosci da lontano, sono quelli che camminano per la strada con gli occhi sgranati e parlano da soli, perché il disco è oltre la merda, è qualcosa che la merda stessa non aveva mai sentito prima di quel momento, è come prendere il peggio della musica mondiale e mescolarlo insieme e farlo cantare a Max Pezzali con arrangiamenti di J-Ax e poi chiedere al bravo cantante Mannarino di farci una cover e far remixare anche quella da.. non so chi ci sia adesso che fa queste cose, io sono rimasto a Fargetta, per me quando si nominava della roba che uno poteva ascoltare a scelta in discoteca o su Radio Deejay capivo che non era aria e me ne andavo a cercare una forchetta da conficcarmi in una tempia. Per fortuna non ne ho mai trovata, sennò questo post conterrebbe molte più virgole.

Insomma, il disco che potresti incidere se tornassi a suonare adesso dopo vent’anni di silenzio e idolatria non credo che sarebbe all’altezza delle aspettative, se mi passi l’understatement. Che poi è un po’ il problema dell’industria dell’intrattenimento, no? Che sia musica o cinema o letteratura fa poca differenza, il nuovo disco dei Guns’n’Roses oggi suona come il nuovo romanzo della famiglia Malaussène di Pennac, o il seguito di Blade Runner a distanza di ere geologiche: qualcosa che magari è pure di qualità, ma perché?

I morti stanno bene dove stanno, Jeff. Spero che tu non sia morto davvero, che stia su un’isola deserta a fare del gran sessone, magari non con quel che resta del cadavere di Amy Winehouse, insomma, anche alla creatività bisogna mettere un freno ad un certo punto, ma comunque a divertirti. E spero che ci resterai, perché siamo andati avanti, e se tornassi sarebbe un po’ come quando è uscito il seguito di Matrix, che uno può decidere di non guardarlo e fingere che non esista, ma tutto il mondo è lì a ricordargli che c’è, e la perfezione di quello che fino a ieri era l’unico Matrix possibile viene sporcata dall’idea che ci sia qualcosa dopo, e quando lo rivedi te lo godi lo stesso, ma meno. E io, scusa, ma Grace è qualcosa che non merita alcun seguito. Per i ricordi che si porta dietro, per la qualità delle canzoni.. Io i dischi postumi neanche li ho ascoltati, e comunque era roba uscita prima, erano demo, era il solito materiale vabbè che le iene buttano fuori per sfruttare il morto fino alla decomposizione.

Resta morto, Jeff. È meglio per tutti.

centotre-e-tre n.15: muddafaccas

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream

La volta scorsa abbiamo divagato, ma oggi torniamo a parlare di musica, e lo facciamo usando il titolo dell’ultima canzone: da Cream a C.R.E.A.M., acronimo di Cash Ruines Everything Around Me. Si tratta del singolo più importante di un album considerato un capolavoro dell’hardcore rap, Enter the Wu-Tang: 36 Chambers. Loro sono i Wu-Tang Clan, io oggi mi faccio chiamare Gru JF Killa.

Come gli Avengers ma vestiti peggio

Partiamo dall’inizio.
Intanto l’hip hop, genere che arriva da lontano, nato negli anni ’70 ed esploso due decenni dopo, quando si smarca dall’area statunitense e si diffonde un po’ dappertutto.

Basso incalzante, batteria in quattro quarti, musica campionata e un tizio che ci rima sopra e agita le mani. Più o meno l’hip hop è quello, nelle sue varie declinazioni. L’hardcore rap si distingue per i testi molto duri che parlano di povertà e crimine, beat minimale, gente che dice shit, man, e yo maddafacca, e nigga. Notorious B.I.G. è stato uno dei suoi profeti, finché non gli hanno sparato nel ’97. I Public Enemy stanno a un’estremità temporale di questa linea, e i Wu-Tang Clan stanno all’altra, anche se cominciano a essere datati pure loro.

A differenza dei primi, musicisti che prestavano la loro opera quasi esclusivamente al gruppo, Wu-Tang Clan è un collettivo composto da MC’s con una propria carriera solista. Un MC è tipo la cintura nera dei rappers, un artista capace di improvvisare rime anche mentre il dentista gli sta chiudendo un molare e di avere sempre la capacità di trascinare chi lo ascolta senza dovergli puntare per forza una pistola alla tempia.

Il progetto nasce negli anni ’90 con l’intenzione di rivoltare l’industria discografica: non più un gruppo che sforna album di successo, ma qualcosa di più simile a un’idea di fondo a cui i singoli artisti collaborano. Producono un album ispirato al cinema di kung fu: le 36 stanze del titolo sono quelle che, secondo la tradizione shaolin, un discepolo deve attraversare per diventare un monaco guerriero e poter lasciare il tempio; in ognuna è celata una prova difficilissima, in genere una televisione accesa e una poltrona. Pochissimi riuscivano a resistere due ore davanti al Boss delle Cerimonie o X Factor, molti finivano per strapparsi gli occhi e ficcarseli nelle orecchie.

Il leader del gruppo si chiama RZA, e meriterebbe un capitolo da solo in cui raccontare delle sue esperienze musicali e cinematografiche. È uno di quegli artisti che hanno fatto tutto e tutto gli è uscito bene, compreso diventare un action figure vestito da cattivo di G.I. Joe.

Ha scritto, diretto e interpretato un film di kung fu che dal trailer sembra Tarantino dopo una serata di eccessi al Drago D’Oro All You Can Eat. Rotten Tomatoes gli ha assegnato un voto peggiore di quello per Sausage Party, che posso testimoniare essere un film orrendo, ma come può un film di rapper neri e guerrieri cinesi essere brutto? Stiamo parlando di hip hop, pugnali, sesso e kung fu, secondo me hanno recensito un’altra pellicola.

si capisce che è un film elegante dalla scelta degli accessori

si capisce che è un film elegante dalla scelta degli accessori

Ma io sono di parte, con quella roba ci ho attraversato i miei vent’anni.

Nel ’95 ci si spingeva così a nord di Manhattan solo per trovare della droga, che scambiavi coi fumetti Marvel, dato che le edicole da quelle parti avevano vita brevissima: il mercato delle pubblicazioni era in mano alle gang, ogni giorno finivi in una sparatoria per strada. La West Coast mandava i suoi sgherri per saturare il mercato locale con le storie di Occhio Di Falco, Tigra e Wonder Man, ma New York resisteva, e se la tua edicola non si allineava vendendo i fumetti di Luke Cage te la facevano saltare in aria.

Io avevo un contatto in una palazzina senza vetri alle finestre, un nido di tossici in mezzo al degrado. Lui si chiamava Alex, si faceva di eroina e Spectacular Spiderman. Una volta al mese gli portavo le sue storie preferite e lui mi metteva in mano una bustina di cristalli lattiginosi.

Li consumavo sul posto, nessuno sembrava badarci: non c’è come il down da crack per abbattere i pregiudizi razziali.

In quella stanzetta senza riscaldamento ho trascorso dei bei momenti col mio amico Alex. Fra un tiro e l’altro metteva su un cidi e mi raccontava di quella volta che fuori da Nell’s lui e Tupac se ne fossero fumata una insieme.

Un giorno ci facemmo un viaggio pazzesco sul mettere su un duo hip hop, io mi sarei chiamato Gru JF Killa e lui Dr. Suga, avremmo iniziato per strada, finché non ci avrebbe notato qualche pezzo grosso che ci avrebbe invitati nel suo studio per incidere un demo. Alex si esaltava, diceva che avrebbe portato la cassetta a un suo amico che aveva una radio lì a Harlem, ma non una di quelle che passano tutto il giorno Bobby Womack, un canale moderno, innovativo. Mi diceva “Man, you gotta trus’ dis nigga”. Si vedeva di lì a due anni a farsi tutta la Broadway ben vestito, sul retro di una decapottabile, dalla miseria del suo quartiere fino a un ristorante in centro che conosceva, dove uno come lui non sarebbe potuto entrare mai.

Neanche un mese dopo era morto, sopraffatto dai sogni che scioglieva nel cucchiaino.

Quando spararono a Tupac mi sentii sollevato. Non aveva senso, il mio amico si era ammazzato da solo, ma mi sembrò che qualcosa avesse ritrovato il proprio equilibrio, come se le ingiustizie mi avessero ricordato che sapevano colpire in ogni strato sociale.

quante volte ti hanno sparato, Tupac?

quante volte ti hanno sparato, Tupac?

Non era così, naturalmente. La guerra che interessava quelle persone era così legata al potere dei soldi che anche un episodio così violento rappresentava un’offesa per i poveracci come Alex.

Però a vent’anni non vedi altro che due squadre, la tua e quella avversaria, e ti schieri dalla parte dell’unica ragione che puoi accettare. 2Pac era il nemico, Biggie il buono, l’East Coast, New York, Harlem, Method Man, le dunk high, a vent’anni il tuo mondo te lo porti cucito addosso e non riesci a vedere più lontano di così.

(continua)

centotre-e-tre n.14: la morte viene silenziosa come un’alce

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
T
ony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso

Il 2016 è stato un anno che ha visto andarsene molti personaggi importanti, da Muhammed Ali a Dario Fo, e speriamo che la lista non prosegua, perché gran parte del mio olimpo musicale, cinematografico, sportivo e letterario comincia ad avere una certa età, e ci sono ancora due mesi da far passare.

La botta più forte l’ho ricevuta il 10 gennaio, quando se n’è andato David Bowie.

Uno che se avessi dovuto fare una lista di cinque musicisti che amo avrei dovuto mettercelo dentro, e se l’avessi fatta delle cinque persone a cui vorrei assomigliare avrei dovuto mettercelo di nuovo (anche se non al primo posto, perché in cima c’è lo zio Bill), e credo che avanti a liste di cinque il nome di David Bowie sarebbe ricomparso più spesso di altri.

Mi ha fatto malissimo.

Questa puntata di centotre-e-tre la voglio dedicare a lui, e a tutti quelli che se ne vanno.

L’unica principessa possibile

Se non sei un fanatico religioso accettare la fine della vita è, di solito, piuttosto difficile. Non ti puoi rifugiare dietro il fatalismo e la convinzione che continuerai a esistere da un’altra parte, dove è tutto bello e luminoso. Anche perché, qui nel mondo dei vivi, i luoghi di rappresentanza di quell’aldilà così figo sono freddi, bui, e hanno delle panche scomode su cui stare seduti. E durante la funzione passa qualcuno a chiederti di buttare monetine in un sacchetto.

Se tanto mi dà tanto il Paradiso dev’essere gestito da affittacamere pedofili.

L’altra versione del trapasso, quella scientifica, ci insegna che siamo fatti di atomi. Quando moriremo la nostra materia si trasformerà in qualcos’altro, gli atomi andranno ad ammassarsi in forme differenti, e qualcosa di noi continuerà a esistere, seppure con meno possibilità di rimorchiare ragazze.

Visti i miei standard attuali non farà molta differenza, presumo.

Siamo coscienze portate a spasso da materia deambulante, passeggeri temporanei dei nostri stessi corpi. Morire dovrebbe essere una formalità, eppure continuano a girarci le balle ogni volta che ci guardiamo allo specchio e notiamo una ruga in più.

Perché essere vivi.. per faticoso e doloroso e deprimente e inutile che sia.. nessuno ci ha dimostrato che l’alternativa sia meglio, ecco.

La notizia della morte ci arriva come un monito: stavolta te la sei cavata, ma non sarà sempre così.
A ferirci non è il pensiero che quella persona ha smesso di fare le cose che le piacevano, è più l’idea che noi non potremo più godere di ciò che di quella persona amavamo. È un dolore egoista, e infatti, per quel che ne possiamo sapere, a quella persona di finire sottoterra non frega granché. Magari non vedeva l’ora di sparire, che ne sai.

Non fa male non fa male non fa male

Non fa male non fa male non fa male non fa male

Dovremmo lavorarci su questa visione egocentrica dell’esistenza, ci porta un mucchio di problemi di cui neanche ci rendiamo conto.
Potremo dirci guariti dal nostro problema solo quando riusciremo ad accettare serenamente che David Bowie non scriverà più nessuna canzone, che Steve Dillon non disegnerà più fumetti, che Gene Wilder, Father Jack, C1P8, Alan Rickman, Bud Spencer..

Io voglio credere che questi personaggi ricchi e famosi abbiano trovato un modo per sparire, un’isola di Lost per celebrità, e abbiano finto la propria morte. Adesso sono tutti là a fare grigliate sulla spiaggia, a scrivere, recitare, suonare, godersela alla facciazza nostra. Ogni tanto qualcuno di loro muore per davvero, lo sotterrano e vanno avanti senza dire niente a nessuno.

Perché dai, siamo onesti, Prince? Ma come cazzo l’accetti la scomparsa di Prince?

(continua)

centotre-e-tre n.13: Pablo Picasso was never called an asshole

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III

Il Pulcinella è considerato la prima opera del periodo neoclassico di Stravinskij. Gli venne commissionato da Sergej Djagilev, fondatore dei Balletti Russi di cui ci sarebbe da raccontare parecchio, che la sua relazione con Nižinskij meriterebbe un post a parte, e mi permetterebbe di raccontare della mia visita al cimitero di Montmartre, dove il ballerino è sepolto. E invece resto su Pulcinella, tratto da un libretto attribuito un po’ a Giovanni Pergolesi e un po’ ad altri autori meno conosciuti, e messo in scena nel 1920 all’Opéra di Parigi. In quell’occasione l’allestimento delle scene fu curato nientemeno che da Pablo Picasso, ideatore anche dei costumi.

Cimitero bellissimo, peraltro. Roba che uno vorrebbe morire apposta per andarci ad abitare

Cimitero bellissimo, peraltro. Roba che uno vorrebbe morire apposta per andarci ad abitare

E sarà proprio lui il filo conduttore per il prossimo passaggio.

Io e Picasso abbiamo condiviso ben più del nome, fin da quella volta a Barcellona in cui mi trovai davanti a uno scarabocchio, forse un bozzetto per un menu, ed ebbi la sensazione che nella mia testa si sganciasse qualcosa. Credo che sia un po’ come quando ti togli il reggiseno. Non me ne sono mai tolto uno, ma quando mi riesce di sganciarlo mi sento più o meno come quella volta, come se la logica dicesse “vabbè, io aspetto fuori, ci vediamo quando hai finito”. Una liberazione dagli schemi, un liberi tutti. Da qualche parte nella mia testa ho sentito “Ah ma allora si può anche così! Bene!”.
Poi vabbè, altri pittori mi hanno dato sberle ancora più forti su quegli stessi schemi, e non vi dico le ragazze che il reggiseno non se lo volevano far togliere, ma il primo che me li ha allentati è stato sicuramente lui.
Degli incontri successivi di qua e di là dell’Atlantico non sto a raccontare, ma sono stati così numerosi che quando mi sono trovato all’ingresso di una sua mostra a Marsiglia, qualche tempo fa, ho preferito stare fuori a prendere il sole.

“Come, non sei entrato?”
“No, dai, due palle Picasso!”
“Due palle Pi.. Oh! Ma come ti permetti? E ti chiami pure come me! E il legame empatico che si è creato fra noi dove lo metti?”
“Ancora con questa storia? Non c’è nessun legame, ci chiamiamo allo stesso modo, punto. Neanche lo sai se mi chiamo così per te o per Neruda. Fra l’altro scrivo, e non so dipingere. Qualche dubbio ti sarà venuto?”
“Sei un ingrato! Chi ti ha introdotto a un diverso punto di vista sul mondo, io o quel piagnone di Neruda? Chi ti ha mostrato che si può essere diversi da tutti gli altri e avere ragione, io o quel cileno di merda? Non mi aspettavo un voltafaccia del genere, sono davvero deluso!”
“Ma deluso di che? Ho visto tutto quello che hai fatto, sono stato perfino a Guernica!”
“E al Guggenheim? Ci sei venuto al Guggenheim?”
“Non ho avuto tempo”
“Sei stato due volte a New York e non hai trovato il tempo di entrare al Guggenheim!!”
“Ho visto quello di Bilbao, vale?”
“Stronzo!”

Ogni volta così. Capirete che dopo un po’ uno si scogliona pure.
È per questo che la nuova puntata di centotre-e-tre sarà dedicata a un pittore che amo.

Badass old men

Badass old men

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso nasce a Malaga nel 1881, e trascorre i primi dodici anni della sua vita a imparare il proprio nome per intero. Nel 1895 si trasferisce a Barcellona, dove si vede costretto a imparare il proprio nome anche in catalano. Ormai ha deciso di diventare un pittore, non ha più tempo per questi studi a suo dire inutili, e se ne va a Madrid.
Qui diviene un assiduo frequentatore del Quatre Gats, una taverna bohemiènne sullo stile del Chat Noir parigino, uno di quei posti dove vai a vedere che aria tira e ti ritrovi con degli sconosciuti a bere vino siciliano, decantando il fantastico palinsesto di Radio3 e la settimana prossima andiamo a vedere la mostra di Leighton a Tarragona, vieni?
Guarda, verrei volentieri, che coi preraffaelliti ci vado sotto di brutto, ma ho dei dipinti da finire, vorrei organizzare una mostra, se trovassi il posto.

In quel momento passa di lì il gestore del locale, Pere Romeu, che lo prende per un braccio e gli fa “Senti ricciolino, con questo aglianico il tuo conto arriva a diciassettemila pesetas belle tonde. Ho capito che sei uno spiantato come la maggior parte dei clienti di questo bar, maledetto me e quando ho deciso di dare rifugio agli artisti invece che agli agenti di borsa, e allora ti faccio una proposta: io ti faccio allestire la tua mostra qui dentro, tu mi porti amici danarosi e il tuo debito lo azzeriamo, che ne dici?”

Si organizza la mostra nel febbraio del 1900, e a settembre di quello stesso anno Picasso si trasferisce a Parigi, braccato dai sicari di Romeu.

Insieme a lui il poeta Carlos Casagemas, che come tutti i poeti si strugge d’amore praticamente per chiunque se lo caghi. A Barcellona si innamora della cameriera del Quatre Gats, che parla come un portuale e rovescia il vino addosso ai clienti. Dice che di lei ama il temperamento sanguigno, e che una donna così saprà scaldare il suo cuore ghiacciato da troppe delusioni. Quando Picasso si rifugia a Parigi se lo porta dietro, sperando che il cambiamento d’aria lo riporti sulla via della ragione, ma la ville lumière sembra fatta apposta per accentuare i problemi di cuore, e il povero Carlos perde la testa per la bella Germaine, la classica faccio cose vedo gente che si cerca e gli riempie la testa di illusioni.
Ovviamente finisce malissimo: una sera, al ristorante, Carlos ordina la tarte tatin, ma gli portano un pasticcio alla panna. Lui tira fuori la pistola e si spara alla tempia.

Picasso ci resta così male che butta via tutti i colori della sua tavolozza e tiene solo il blu, colore della malinconia, dell’inquietudine e del vivere male. Non è un caso che il tasso di suicidi nel villaggio dei Puffi sia così elevato.

Quadri che ti vengono a strappare delle cose dentro senza farsi notare

Quadri che ti vengono a strappare delle cose dentro senza farsi notare

La svolta cubista è a un passo: Les Demoiselles D’Avignon è del 1907, io mi ci sono trovato davanti nel 2011, centoquattro anni più tardi, e ancora il suo autore aveva delle cose da dirmi.

“Allora? Ti piacciono? Eh? Sono o no più bravo io di Dalì?”
“Vabbè, siete diversi, che ti devo dire..”
“Diversi un cazzo! Vai a vedere se il MOMA le espone, le sue opere! Vai a vedere se le espone il Guggenheim, ingrato de mierda!”
“In realtà sì e sì”
“Coma mierda”

Il resto della vita di Picasso ve lo lascio scoprire da soli, non sarà difficile. Io mi prendo una pausa, magari meno lunga dell’ultima volta, e vi lascio con un brano che ci porta, finalmente, in Inghilterra.

(continua)

hey Joe

Oggi, nel 2002, moriva Joe Strummer, il cantante dei Clash.

Foto parecchio figa, peraltro

 

Tre anni prima lavoravo in un piccolo bed & breakfast londinese come portiere di notte, occupazione che mi lasciava tutti i pomeriggi liberi e un bel po’ di sterline da scialacquare in cidi. Abitavo in albergo, in una stanza condivisa con un ragazzo francese di nome Arno, pessimo cuoco e tenace suonatore di chitarra. Era anche uno schiavo del pop, ascoltava tutto il tempo una orribile stazione che trasmetteva canzoni punzapunza e negre melodiche scosciatissime, e quando tornavo in camera lo beccavo spesso ad esercitarsi su cantanti del suo paese, ma non quelli fighi tipo Brassens, macché, lui conosceva dei musicisti che oltre a violentare il pentagramma amavano stuprare anche le lingue straniere, e cantavano questi pezzi in anglese, che sarebbe l’inglese pronunciato da un francese, che insomma è una roba che se non l’hai sentita è difficile anche spiegarla, ma fa schifo forte. Tutte le volte che lo sentivo biascicare “lovmì, ai sgiast uontiù intù mai arrmz” mettevo su un cidi di Jimi Hendrix e gli mostravo il dito medio, e alla lunga avevo finito per conquistarlo, tanto che un giorno mi chiese di accompagnarlo in un negozio a comprare quella raccolta, che la voleva anche lui e io di sicuro non gli avrei prestato la mia, che poi me la restituiva tutta sporca di rane.
Il mio negozio preferito si trovava in una traversa di Oxford Street, resa famosa in tutto il pianeta per essere finita sulla copertina di un disco degli Oasis, e si chiamava Reckless Records. Non era l’unico negozio, la parte alta della via è piena di botteghe per le orecchie, mentre quella bassa appaga gli istinti ad altezza mutanda: sexy shop e locali ambigui, per capirci. Cominciammo il giro dall’alto, tenendoci il meglio per ultimo, e nella prima rivendita Arno si presentò alla cassa con un cidi di Ricky Martin. Glielo strappai di mano, nella mia vita avevo sopportato abbastanza a lungo i Gipsy Kings per riuscire a reggere qualunque altro latino che non fosse Ovidio, e gli misi davanti Are You Experienced?, del capellone di cui sopra.

La scena si ripeté in ogni altro negozio che visitammo, lui cercava di comprare i Boyzone, io gli proponevo i Rolling Stones, lui ci provava con Britney Spears e io rilanciavo di Etta James. Sulla porta di Reckless Records trovammo un compromesso per una roba dei Blur che conosceva lui, e ci accingevamo ad entrare, quando venne fuori un tizio in giubbino di pelle e capelli tirati indietro. Sembrava un nostalgico del rock’n’roll, ma quel naso a becco era inconfondibile: dal mio negozio preferito era appena uscito Joe Strummer.

Arno non lo degnò di uno sguardo e fece per entrare, ma lo agguantai per un braccio, e quando fui di nuovo in grado di parlare gli indicai l’uomo che si stava allontanando. “Ma lo sai chi è quello? Joe Strummer!!”

Gli avessi detto Evaristo Bartolazzi sarebbe stato uguale.

“Il cantante dei Clash!”.
Nessuna reazione.
“London Calling! The Guns Of Brixton!”.
Encefalogramma piatto.

Sospirai e gli canticchiai un pezzo di Should I Stay Or Should I Go, e ovviamente Arno strabuzzò gli occhi, da quella puttana da classifica che era, e gridò “Joe Strummer!!”, e gli corse incontro.
Il leader dei Clash si era voltato, sentendosi chiamare, e se ne stava lì a guardarci. Arno lo raggiunse trafelato e gli mostrò la più incredibile delle facce da culo: “Mr. Strummèr! Mr. Strummèr! Vi ar big fansoviù, mai frrend herre ès olloviorrrecòrrz!”

Mi aspettavo già lo sfanculo, e invece il vecchio punk rocker ci salutò e ci chiese da dove venivamo, ci strinse la mano e poi vide il sacchetto di Arno e gli chiese cos’aveva comprato.
Il paraculo tirò fuori il cidi di Hendrix che gli avevo regalato io, “Ze second best arrtist in ze worrld, afterr iù!”
“Good boy”, gli ghignò l’altro di rimando, poi se ne andò con le mani in tasca. “Take care”, ci disse.

Il giorno dopo il mio coinquilino si presenta in camera con una raccolta dei Clash e mi dice che sì, quella canzone è bella, ma le altre sono un po’ una merda, e riattacca coi suoi pipponi in anglese sconosciuto.
Se domani incontro Sgianrenò non ti dico un cazzo, crepa.

 

Aggiornamento rapido:
Combinazione oggi è morto un altro Joe, quello con le orecchie da Cocker e la barba ispida, cui avrei voluto rendere omaggio con un altro post, ma non lo faccio non perché sono uno snob di merda, ma perché lo conoscevo molto meno e l’unica cosa positiva che mi verrebbe da dire di lui è che non è mai stato Zucchero. Finirò la bottiglia di vino in omaggio a entrambi.

centotre-e-tre n.12: il serraglio di San Pietroburgo

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea MorningNeil Young – Cortez The KillerBanda El Recodo – El Corrido De MatazlanLos Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de TijuanaCelia Cruz – La Vida Es Un Carnaval

Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica

Nella puntata precedente di Centotre-e-tre ci siamo dedicati a un personaggio che la musica l’ha solo sfiorata per caso, e difatti la canzone allegata non era la sua, ma di Renato Rascel. Adesso si pone un problema, perché se parlo di Rascel dovrei postare un’altra sua canzone, e la regola numero uno di centotre-e-tre è che non si postano due canzoni dello stesso artista salvo quando me ne frego di seguire le regole. Poi a me di raccontarvi di Rascel frega pochetto, quindi direi che andiamo avanti come se.

La canzone che ho messo l’altra volta, Romantica, mi permette un aggancio interessante: presentata al festival di Sanremo nel 1960, venne accusata di plagio da parte di Nicola Festa, un compositore che ritrovò nella linea melodica del brano una sua opera rimasta inedita, “Angiulella”. Non so chi sia questo Nicola Festa, il nome lo associo a quel genio di Nikola Tesla e immagino un laboratorio pieno di torrette che sparano elettricità, un mucchio di spartiti sul pavimento, un pianoforte ricostruito con pezzi di esperimenti falliti, che non lo sa nessuno ma sarà il primo sintetizzatore della storia, che Tesla è stato un precursore anche lì, e lui in mezzo a tutto quel caos con una penna in mano che scrive delle note, le prova alla tastiera, si gratta il cespuglio di capelli ed esclama Grande Giove!

Pazienza, lasciamo stare il maestro Festa, che non ricomparirà più nella nostra storia, anche perché dopo cinque anni di processi il tribunale assegnò la vittoria a Rascel, che aveva scomodato come perito di parte il personaggio di cui vado a parlare oggi, Igor Stravinskij.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo le composizioni per orchestra furono caratterizzate da un larghissimo utilizzo di strumenti, più ce ne mettevi più avevi successo. In una sua opera, Gustav Mahler impiegò trentadue violini, venticinque flauti e ottantasette fagotti, e la sera della prima metà di essi dovettero andarsene perché non stavano sul palco, da cui deriva la frase “fare fagotto”.

Wes Anderson non si è inventato niente

Stravinskij seguì e ampliò questa tradizione, e per i suoi primi balletti si servì di un numero ancora più vasto di strumentisti, fino a comporre quella che ancora oggi viene considerata la partitura per la più grande orchestra del mondo, la sinistra Numero 47.
Per poterla suonare secondo la volontà dell’autore occorrerebbero novantadue contrabbassi, centotrentacinque clarinetti, solo tre fagotti perché da quella volta là di Mahler il loro numero venne drasticamente ridimensionato, settantun tromboni, sessanta trombe, quindici persone colpite da trombosi, la fanfara dei bersaglieri di Bergamo, seicentododici violini, quattrocentosette viole, centosessanta violoncelli, Viola Valentino o perlomeno una sua parente prossima, millequattrocentotredici contrabbassi (“E voglio vedere se così si sentono, porcoggiuda!”, pare avesse commentato l’autore), e un numero impressionante di percussioni fra cui comparivano suonatori di cucchiai, di bocche, di panze, di scatole di minerva, di bidoni del rudo, schiaffeggiatori di chiappe, schioccatori di dita, battitori di piedi, di piste e di palle da baseball, picchiatori mafiosi, pugili suonati, alzatori di cinque e cacciatori di zanzare. E poi l’organista cieco con la sua scimmia ammaestrata, una mamma col bambino che non si vuole addormentare, una ragazza innamorata sotto la doccia e due muratori sulle impalcature. E Jimi Hendrix.

Chiaro che nessuno riuscì mai a suonarla, una volta si provò a mettere insieme Jimi Hendrix e Viola Valentino, ma lui non riusciva a trovare gli accordi di Comprami, lei non ne voleva sapere di cantare Hey Joe, finì in vacca dopo due ore con ampia diffusione di sfanculi e porchidei.

Dopo quest’esperienza paradossale Stravinskij cambiò atteggiamento e iniziò a comporre musica per orchestre più ridotte, e scoprì il balletto.

Fu la sua grande passione, scrivere per il balletto. Ci perdeva mesi, si chiudeva in camera indossando il suo tutù preferito e componeva motivi e ostinati, variazioni e pastiches, pali e frasche, gaspari e zuzzurri, poi usciva e collezionava successi di pubblico e critica.

Pulcinella, La Carriera Di Un Libertino, La Sagra Della Primavera furono successi senza precedenti e la sua fama si estese in tutta l’Europa. Si assisteva alla nascita di una stella, ma tutto cambiò da un giorno all’altro quando, uscendo per una paseggiata, il compositore decise di andare a farsi un giro sulla Prospettiva Nevskij, dove incontrò l’uomo destinato a cambiare per sempre il suo destino: Franco Battiato.

È lo stesso musicista siciliano a raccontare l’episodio nel suo libro “Ermeneutica e altre parole difficili”:

Mi trovavo a San Pietroburgo da un paio di giorni, in vacanza col mio amico Manlio Sgalambro, e quella mattina passeggiavo per la Prospettiva Nevskij, di ritorno da una ricca colazione presso il Caffè Letterario. Avevo intenzione di visitare la biblioteca nazionale, contiene una meravigliosa copia del Beda Peterburgiensis che anelavo di ammirare, e poi non mi andava di tornare subito in albergo, tanto Sgalambro avrebbe dormito fino a mezzogiorno come minimo. La sera prima avevamo fatto tardi in un palazzo di meretricio che conosceva lui, un posto da bifolchi, niente a che vedere con le sale sofisticate dove l’alta società sovietica è usa pucciare il biscotto, ma a Manlio piace mescolarsi con la realtà di strada, il puzzo di piedi e cipolle, è attratto dal tanfo della vita. Chiaro che poi se ti pigli le malattie non puoi certo lamentarti, e io quel giorno temevo di avere contratto un morbo, perché sentivo un forte pizzicore al cavallo delle brache, ed ero proprio lì che me le strizzavo e sistemavo quando per caso incontrai Igor Stravinskij.

Ci conoscevamo, naturalmente, fra menti eccelse non è raro l’incrocio di destini, e ci fermammo al crocicchio per scambiarci convenevoli. Io gli raccontai della mia serata e del timore di avere un’infiammazione ai genitali, e lui mi redarguì per le mie abitudini così materiali.

Bada Franco”, mi disse, “Tu devi emanciparti dall’incubo delle passioni, che i sentimenti popolari nascono da meccaniche divine, ma portano alla dannazione! Fai come l’eremita e rinuncia a te!”

Ci salutammo e riprendemmo la via, ma quell’incontro restò nella memoria di entrambi, ed entrambi ne traemmo ispirazione: io tornai in albergo e scrissi una delle mie canzoni più fortunate, lui di lì a poco compose L’Uccello Di Fuoco.

separati alla nascita

separati alla nascita

Purtroppo per Stravinskij non fu solo la sua opera più importante l’eredità di quell’incontro. Irretito dalla mente contorta di Battiato abbandonò la composizione classica per buttarsi nella musica dodecafonica. Conobbe Anton Webern, l’allievo di Schoenberg, inventore della dodecafonia, e scrisse delle robe incasinatissime ispirate ora a Dylan Thomas ora al profeta Geremia. Il pubblico lo abbandonò, la sua ultima opera, il Monumentum pro Gesualdo di Venosa ad CD Annum, venne presentato alla Fenice di Venezia nel 1960, e a vederlo c’erano solo lui, Battiato e Philippe Daverio. Tutti gli altri erano partiti per l’Inghilterra , dove erano arrivati i Beatles.

(continua)