La leva calcistica della classe ’20

Ieri sera io e Shasha siamo stati fermati dalla Guardia di Finanza mentre tornavamo dalla nostra riunione sediziosa. Per celare le nostre vere intenzioni indossavamo una tuta da ginnastica e procedevamo a passo sostenuto, tipo uno che deve sbrigarsi per non perdere il treno, niente di eccessivo insomma.

“Dove state andando?”, ci ha chiesto l’agente Smith.
“Facciamo una corsa”, ho risposto.
“Alle undici di notte?”
“Eh, di giorno c’è gente, è pericoloso”

Ci ha invitati a tornare a casa, che oltretutto “quella povera ragazza pare che sta morendo”. Si riferiva a Shasha, ovviamente, che stava mostrando segni di affaticamento livello Ho-fatto-lo-Stelvio-in-Graziella-e-non-me-ne-pento, e sbuffava e sudava e si appendeva al mio braccio come se le gambe le dovessero cedere da un momento all’altro.

Che grande attrice mia moglie! Quando le guardie ci hanno lasciati soli mi sono congratulato con lei, poi le ho passato un respiratore perché sennò moriva davvero.

A casa abbiamo discusso di quanto era venuto fuori alla riunione. Shasha aveva qualche dubbio, ma lei di come funzionano le cose in Italia non è pratica, se n’è stata zitta mentre la piccola Giorgia distribuiva i compiti ai partecipanti, e adesso guardava il suo nuovo quaderno di matematica con la copertina di Peppa Pig come un alchimista guarda il manuale di istruzioni della pietra filosofale.

“Cosa significa tutto questo?”, mi ha chiesto.

Non sapevo cosa risponderle, ero confuso anch’io. Il tema che mi era stato assegnato si intitolava ” Sono trascorsi solo alcuni mesi dall’inizio della seconda media. I miei compagni di classe sono sostanzialmente gli stessi, eppure qualcosa è cambiato. Che cosa sta accadendo in me e tra di noi?”, e se non riempivo almeno due pagine di protocollo sarebbero stati cazzi acidi.

“Ti avevano promesso il ruolo di capitano nella squadra di calcetto, cosa ci facciamo con questa roba?”
“Cerca di capire, Giorgia ha bisogno di dimostrare ai suoi genitori che è in grado di assumersi le sue responsabilità. Stiamo cercando tutti di darle una mano a fare una bella figura. Appena suo padre le lascerà l’azienda potremo dedicarci a sgominare i piani malvagi del sindaco.”
“Ma non me ne frega niente del sindaco! Ho già raccontato ai miei amici in Cina che mio marito è un famoso calciatore, cosa gli dico adesso? Mia madre era così felice!”

Cosa non farebbe un uomo per soddisfare la donna che ama?
Ho spedito il curriculum al Genoa: se dovevo mettermi a giocare a calcio almeno lo avrei fatto nella squadra che amo. E poi non avrei fatto più danno di qualunque dei suoi attuali titolari.

Ci ho scritto che ho iniziato la carriera nel Guizhou, una squadra cinese del.. beh, del Guizhou, poi mi hanno assunto nell’Universidad Catolica, in Cile, dove ho militato per due anni arrivando a vincere il campionato, e adesso sono titolare nel Boca Juniors.

“E a parte PES 2019 hai mai giocato a calcio?”, mi ha chiesto il presidente del Genoa al telefono, venti minuti dopo avergli spedito il mio CV.
“Non sono mai riuscito a convincere un pallone a finire dove volevo io”
“Va bene, sei assunto. Ce la fai a venire al campo di allenamento a Pegli questo pomeriggio? Ti faccio fare una partitella con la squadra così vi conoscete”
“Certo, se mi fermano dico che stavo andando a correre. Ormai sono pratico”

Non mi hanno fermato, e meno male. Sarebbe stato difficile spiegare alla polizia perché la mia macchina scendeva giù per la A7 con nessuno al volante, mentre io correvo da un finestrino all’altro sul sedile posteriore.

Al campo sono stato presentato a tutto l’organico compresi i magazzinieri, ma senza stringerci la mano e rispettando la distanza di sicurezza di un metro. Quando l’arbitro ha fischiato l’inizio della partita il mio compagno mi ha passato la palla, e nessuno si è avvicinato per portarmela via, per paura del contagio. Ho arrancato a calcetti verso la porta avversaria, badando di non spedire la palla troppo vicino a un altro giocatore, e in un paio di minuti mi sono trovato solo davanti al portiere. Tutti i miei compagni mi dicevano tira tira, ma sapevo che il portiere l’avrebbe parata senza problemi. In pratica le partite ai tempi del coronavirus si svolgevano tutte così, fischio dell’arbitro, passaggio iniziale, giocatore che arriva indisturbato davanti alla porta, tiro, parata, rimessa del portiere, chi la piglia la piglia e via dall’inizio.

Mi sono chinato sulla palla e ci ho sputato sopra, poi ho guardato il portiere negli occhi. Ho tirato, lui si è buttato dall’altra parte, gol. Era il primo gol da settimane, i miei compagni erano in visibilio. Il presidente è venuto a congratularsi, mi ha detto che un fuoriclasse come me non lo vedeva da decenni. Poi siamo tornati tutti a casa, tanto il pallone non lo voleva toccare più nessuno.

Freedom for my Pippo

Oggi, per vincere il tedio da coronavirus, ci eravamo ripromessi di andare alla casa nuova a pulire la cantina, per fare posto alla montagna di roba che non stiamo usando e dovremo trasferire di là. Purtroppo le nuove disposizioni da una parte, e il controllo serrato della vicina del terzo piano dall’altra, ci hanno obbligato a chiuderci in casa.

Il casino è che avevo già un appuntamento con quella signora di cui vi ho parlato la volta scorsa, per organizzare una rivolta, o un torneo di calcetto, vediamo cosa viene meglio, e se non posso uscire per lavorare non posso neanche per diventare un rivoluzionario. Peccato perché avevo già ordinato un bel basco rosso su Amazon.

Io però di sottomettermi alle nevrastenìe della vicina non ci sto. Specie di una che quando ti incontrava per strada, nei bei tempi andati di quando si poteva ancora uscire, si fermava a fissarti dall’altra parte della strada e borbottava cose. Sempre. Con chiunque. Si fermava e ti fissava e borbottava. Sembrava una 126 ingolfata.
E adesso una così deve decidere come passo il mio tempo libero? Nossignora!

Sono sceso sul pianerottolo delle scale, e da lì mi sono calato sul terrazzo della vicina di sotto, che si affaccia sulla parete opposta a quella dove guarda la spiona borbottona, poi ho scavalcato in quello del palazzo accanto. È un appartamento molto grande, in cui vive un’anziana vedova, bloccata sulla sedia a rotelle. Ogni giorno sua sorella le porta la spesa, le fa da mangiare e si prende cura di lei, ma in questi giorni la sua presenza è annunciata dagli strepiti di quella del terzo piano, che la scambia per una che fa le passeggiate e la minaccia di denuncia. Se non sento nessuno gridare significa che sono al sicuro. Così ho spaccato un vetro e sono entrato.

Si è messa a urlare la padrona di casa, e ha cercato di investirmi con la sedia a rotelle. siamo andati avanti a urli e colpi contro i mobili per qualche minuto, poi dalla parete si è sentita la voce stridula della mia vicina di sotto, la cui camera da letto confina con l’appartamento della vedova.

“Allora la piantiamo o no? Voglio dormire, io ho fatto la notte, non sono mica come voi che state a casa!”

“Ma vaffanculo, cretina!”, le ho urlato dall’altro lato del muro. Mi sta veramente sul cazzo la mia vicina di sotto.
“Ma che cazzo vuoi, idiota!”, ha aggiunto la vedova. Poi ci siamo guardati stupiti e la tensione fra noi si è sciolta in una bella risata. Prima di lasciarmi andare via mi ha anche offerto il caffè.

Dall’appartamento della vedova sono sceso al giardino dietro il palazzo, e da lì ho scavalcato su un sentiero che porta al fiume. A quel punto potevo andare dove volevo!

Per prima cosa sono corso sotto la finestra di quella del terzo piano e le ho gridato fortissimo “Suucaaa!!”.

Sono andato a fare i miei lavori nella casa nuova, e alle undici di sera mi sono recato in tutta libertà all’appuntamento con la banda dei ribelli, nella cantina della signora che per ragioni di privacy chiameremo signora Longari. Non si tratta ovviamente della signora Longari che abita sopra la farmacia, questa signora Longari sta due portoni dopo il fruttivendolo, secondo piano scala B, interno 5 e suo marito lavora in un supermercato della zona.

La cantina era asciutta e pulita, dalle pareti non si staccava l’intonaco e dal soffitto non pendevano ragnatele. C’erano scaffali colmi di bottiglie di vino e salsa di pomodoro, e altri che custodivano scatole ben chiuse ed etichettate. Ho pensato alla mia cantina e mi sono vergognato. Poi ho pensato alla mia cucina, e non ho saputo trovare nessuna differenza con la mia cantina.

Non ero il primo ad arrivare, c’era ovviamente suo marito, che per ragioni di privacy dovrei chiamare con un altro nome, ma che continuerò a chiamare Piero perché mi sta sul cazzo, tutte le volte che vado al suo supermercato scopro che ha cambiato posto ai preservativi: si diverte a vedere le facce imbarazzate dei clienti costretti a chiedere.

Oltre alla coppia dei padroni di casa spiccava la presenza della vigilessa Ippopotama. Non aveva senso, era la più agguerrita agente della Municipale, il braccio armato del Comune, era assurdo che proprio lei volesse destituire il sindaco!
La sorpresa mi si leggeva in faccia, e la signora Longari si è affrettata a darmi una spiegazione:

“Ippopotama è qui perché non ne può più dell’atteggiamento dispotico della giunta comunale. Il sindaco ha emanato dei provvedimenti assurdi con la scusa dell’emergenza sanitaria, lo abbiamo visto tutti. Ma quello che non sapevamo ancora, o perlomeno non ne eravamo certi fino a oggi, era che questi provvedimenti facevano parte di un piano per staccare Lento dal territorio italiano e farne uno stato indipendente.”

“Fico!”, ho esclamato. “Potremo anche stamparci la nostra moneta?”

“Cerca di capire”, mi ha detto il professor Hans Delbruck, un pensionato che incontravo sempre la domenica mattina dal panettiere, vestito molto elegante come se fosse appena tornato dalla messa; adesso stava seduto su una sedia pieghevole da giardino, con la schiena appoggiata a uno scaffale di conserve, e indossava una tuta da ginnastica azzurrina. “Un comune piccolo come il nostro non avrebbe nessuna possibilità di mantenere l’indipendenza, non ha un esercito, non ha una propria sussistenza economica. Il piano del sindaco è un altro, vuole affamarci tutti, portarci via ogni ricchezza e poi scappare col malloppo.”

Maledizione, perché non ci avevo pensato io? Avrei dovuto candidarmi alle elezioni comunali quand’era il momento.

Il proprietario di un’impresa edile, Mario Frattazzo, è intervenuto coi suoi modi spicci, e ha chiesto cosa volevamo fare. Gli ho dato un’occhiata, se ci fosse stato da sparare non potevamo contare su di lui: la sua pancia ne avrebbe fatto un pessimo soldato, e un ottimo bersaglio.

Ippopotama ha tirato fuori dal borsello di ordinanza un pacco di fogli, protetti da una sovracopertina trasparente, e li ha distribuiti ai presenti.
Erano delle email, una corrispondenza fra Pepito Sbazzeguti, il sindaco di Lento, e Vladimir Putin. Sbazzeguti aveva ottenuto l’appoggio della Russia per rovesciare la giunta comunale e prendere il potere!

In realtà non era chiarissimo chi stesse chiedendo aiuto a chi, le email erano scritte in un inglese fetente, ma sembrava improbabile che fosse Putin il soggetto in difficoltà.

“Ho scoperto per caso questa corrispondenza: stavo lavorando al computer dell’ufficio dei vigili e sono finita per caso nella rete locale, poi per caso nel computer del sindaco e poi, sempre per caso, nella sua posta elettronica personale protetta da una password che per caso era il nome di sua figlia. A quel punto ho capito cosa stava succedendo e ho chiamato la mia amica signora Longari per chiederle consiglio.”

“Ma quindi adesso cosa facciamo?”, ha chiesto di nuovo Mario Frattazzo, che da costruttore di case si trovava in difficoltà con gli spiegoni, e se fosse stato per lui questa storia avrebbe avuto un capitolo solo, sarebbe iniziata già in piena battaglia per le strade e verso il terzo paragrafo il sindaco sarebbe stato sconfitto, e come ringraziamento la nuova giunta comunale gli avrebbe concesso di costruire una palazzina su un terreno del demanio.

Un personaggio che fino a quel momento stava nascosto nell’ombra è venuto fuori, e tutti abbiamo capito che quello era il personaggio preposto alle scene di azione, l’eroe.
“Adesso passiamo all’attacco”, ha detto la piccola Giorgia, una bambina bionda di dodici anni con l’apparecchio ai denti e la maglietta di Pippo. “Però non proprio adesso, perché è tardi e mia mamma mi ha detto di tornare a casa prima di mezzanotte, sennò la prossima volta non mi fa più uscire”.

Io lo sapevo che era una cazzata, e poi manco ci so giocare a calcetto.

V for Vadoalsupermercato

Ieri sono uscito con mia moglie per andare dal fruttivendolo e una signora, che dal terrazzo ci ha visti camminare tenendoci a braccetto, ci ha fatto una foto e l’ha postata su Facebook con la didascalia “Guardate qua che roba!”. Abitiamo in un paese piccolo, e ci conoscono tutti, e com’era prevedibile le reazioni non si sono fatte attendere:

“Ma chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe sposato”, “Certo che lei è proprio carina”, “Da quando stanno insieme lui sembra quasi una persona normale”

Non erano le risposte che la signora si aspettava, ma a Ronco esiste una percentuale molto alta di persone tolleranti, e in genere si cerca di badare ai fatti propri. Qui gli immigrati non rubano, gli arabi hanno il loro centro di preghiera e i cinesi su fermano a chiacchierare con le signore anziane.

Tranne che con la signora spiona di cui sopra, però! Non contenta della reazione locale ha ripostato la foto su un quotidiano nazionale, e finalmente una massa di nevrastenici si è precipitata ad augurarci le peggio cose. Chi ci voleva in galera per attentato alla salute pubblica, chi a fare volontariato in un ospedale nudi, chi lapidati crocifissi e pubblicati su Twitter dall’ex Ministro dell’Interno.

Una giornalista di una rivista musicale di costume piena di cazzate e con un pessimo social media manager vabbè musicale, ha pubblicato un articolo su di noi, paragonandoci agli attentatori dell’11 settembre. Ha detto che ognuno di noi deve fare il proprio dovere per aiutare la collettività a uscire da questa crisi, che nel nuovo Mondo che stiamo costruendo non può esserci spazio per gli egoisti, e che sarebbe ora di istituire la legge marziale e passare i trasgressori per le armi.

Sono uscito a comprare dei cetrioli e rischio la fucilazione. Per forza che poi la gente non mangia abbastanza verdura!

In seguito alla delazione di una rivista così popolare, il Governo italiano ha optato per una stretta nelle misure di contenimento del coronavirus, e da domani verranno introdotte nuove regole, la cui non ottemperanza sarà punita con la sedia elettrica.
Non si potrà più uscire di casa se non per andare a fare la spesa al supermercato, che rispetterà nuovi orari di apertura per disincentivare le uscite non necessarie. Il nuovo orario sarà il mercoledì, dalle 9.45 alle 9.52; si potranno comprare solo beni strettamente necessari, quali verdura, carne, acqua e penne lisce, che di quelle ce n’è una giacenza infinita e bisogna cercare di smaltirle. Le uscite per passeggiare non saranno più permesse, e se hai un cane lo fai pisciare dalla finestra, tanto se sotto non cammina più nessuno non c’è problema.
A garantire il rispetto della legge saranno chiamati i cittadini, incentivati alla delazione da un sistema di bonus: ogni dieci persone spedite alla forca una mascherina in omaggio, ogni cinquanta un controllo medico con tampone incluso per sé e per la famiglia (fino a un massimo di cinque persone), ogni cento persone mandate a farsi friggere decadono le limitazioni sull’uscita e viene attivato un servizio di consegna della spesa a domicilio.

Qualche voce autorevole nella stampa, alcuni giuristi, un paio di scienziati, hanno provato a spiegare che misure così severe sono anticostituzionali, inutili e controproducenti, ma non c’è stato niente da fare: l’articolo della rivista di costume musicale gestita da un branco di scimmie con una tastiera davanti vabbè musicale, pubblicato su facebook ha ricevuto più di un milione di likes, il Paese ha decretato che è necessario agire in quella direzione, non si torna indietro.

I miei vicini di casa sono già in agitazione, la signora spiona del terzo piano ha montato un teleobiettivo sul terrazzo, e quello che le sta di fronte si è presentato alla finestra con l’elmetto e una carabina, sostenendo che bisogna anche risparmiare sull’elettricità.

Per fortuna esiste ancora qualche spirito libero, o almeno spero: poco fa ho ricevuto un messaggio da una signora che abita poco lontano, che mi chiedeva di partecipare alla riunione sediziosa nella sua cantina, stasera alle undici. Dice di voler organizzare una squadra di rivoltosi, e andare tutti insieme a giocare a calcetto nei boschi, e per il mio ruolo chiave nell’evoluzione di questa vicenda ha deciso di assegnarmi il ruolo di capitano. Non so perché, ma mi sembra un’idea del cazzo. Comunque vi terrò aggiornati.

(continua)

Pensiero associativo n.1

L’unica cosa che ci salverà saranno i pensieri associativi, quelli che stai borbottando madonna il caldo e ti ritrovi seduto su una panchina all’ombra della sala da concerti più brutta di Praga, dove brutto è un complimento al brutalismo, che da quelle parti è bellissimo, a guardare la tua nuova amica dal nome buffo mentre cerca di arrampicarsi su un cavallo di ferro trapuntato che sotto quel sole è come sedersi su una graticola, ma è cinese, ai cinesi piace fare di queste cose strambe, lo sai perché hai visto un sacco di volte Grosso Guaio A Chinatown, chissà se anche lei sa sparare i fulmini dalle mani, quando scende dal cavallo glielo chiedi se non dovrai portarla di corsa al centro grandi ustionati, speriamo di no, che non hai idea di come si dica pomata in ceco.

Saranno i pensieri associativi, che il cavallo di ferro è una scultura provvisoria messa lì in omaggio a una forma d’arte che in quella città fa cose bellissime mentre in questa accende due faretti contro un muro e a posto così, e mentre stai maledicendo la tua tendenza a fare le liste, tipo le cinque morti più dolorose che ti auguro di incontrare, ma non una delle cinque, no no, tutte e cinque, poi scopriamo come fare, tu intanto comincia, e ti ritrovi di fronte a Essepuntatopietro, che indossa un abito tutto bianco. un abito elegante, giacca, camicia, pantaloni, tutto immacolato. di rosso ha solo la cravatta e il nastro del panama che gli nasconde la pelata. ha una cicatrice a forma di asterisco intorno all’occhio destro.

Ochei, è un personaggio di Preacher, ma qui interpreta il mio senso di colpa per avere augurato del male a qualcuno. Il senso di colpa è brutto e i pensieri associativi mi rimandano subito ai fumetti di Garth Ennis per evitarmi disagio. Lo facessero anche nelle code in autostrada, e invece quelle te le sciroppi tutte anche se ti distrai.
Non sono mica la Madonna i pensieri associativi.

Anche perché la Madonna l’ho vista una volta in Piazza delle Erbe, le ho chiesto un succo all’ananas con ghiaccio e uno senza ghiaccio per la mia amica Legion, che non si chiama così, ce la chiamo io perché ha più voci in testa lei che wikipedia nel suo archivio. Siamo andati avanti tutta l’estate a succhi all’ananas, ogni tanto li bevevamo, più spesso li facevamo cadere dal tavolino obliquo, che razza di bar.
Poi la Madonna ha finito la stagione ed è tornata alla sua attività di.. cos’è che fa la Madonna poi?

Cioè, Dio ha creato il mondo, è il capo, fa andare avanti la baracca. Gesù è sceso fra gli uomini perché non mi ricordo, quando a scuola facevamo Gesù avevo il morbillo, tipo che doveva riaprire le porte del Paradiso da fuori perché si erano chiusi dentro e dall’interno non c’era la maniglia, una cosa così. Così lui si è fatto partorire sulla Terra ed è morto con le chiavi in tasca. Si è portato dietro anche Essepuntatopietro a cui ha affidato una copia delle chiavi e gli ha detto di stare fuori e aprire se sente qualcuno da dentro che chiama aiuto.

Che poi perché un posto grande come il Paradiso dovrebbe avere una sola entrata? E se c’è una porta dovrebbero esserci anche dei muri, sennò non avrebbe senso, ma quando si parla del Paradiso si menziona solo la porta, come se bastasse girarci intorno per avere accesso al Regno dei Cieli.

Una volta scoperto il trucco tutti si presentano davanti a Essepuntatopietro/Reverendo Starr, dopo una vita di omicidi, stupri e partite della Juve, e accolgono il suo rifiuto con un ghigno sospetto sulla faccia. Poi dicono vabbè, allora vado all’Inferno, eh? Si allontanano di qualche passo, girano intorno al cancello, portone o quel che è, e sgattaiolano dentro. Il Reverendo Starr alza gli occhi e borbotta che tanto varrebbe metterci un tornello, ma più su del cielo non c’è niente, chi le ascolta le preghiere dei santi? I marziani?

All’interno di una struttura bassa e tondeggiante, situata a 24 km di altitudine sul fianco del vulcano Olympus, il marziano Calvizio si tocca la pelata ogivale col lungo dito ossuto, mettendo così le proprie sinapsi in collegamento con quelle del suo superiore, il marziano Giongionnz, seduto accanto a lui. Potrebbe anche parlargli, i marziani ce l’hanno un loro linguaggio, ma Calvizio pensa che così sia più figo.

“Signore, ho intercettato un’altra preghiera dal livello inferiore denominato Paradiso. La contrassegno come spam come le precedenti?”

“Il nostro account gratuito ha una capienza limitata, e non possiamo permetterci di passare a Premium. Dobbiamo agire alla radice e impedire agli umani di andare in Paradiso, così queste preghiere smetteranno una volta per tutte. Disintegriamo il pianeta Terra!”

Partono cinquantamila ufi, che entrano nell’atmosfera terrestre e caricano il terribile raggio protonico, ma prima che possano fare fuoco, il signor Massimo Mattioli, di professione fumettista, scambia la flotta spaziale per un nugolo di moscerini e li abbatte con una zampata.

Haha, che notevole trucco narrativo, gli alieni erano in realtà microscopici!

Il fumettista Mattioli è così soddisfatto della gag che la pubblica nel suo fumetto Pinky, fra gli anni ’70 e gli ’80.

Non posso essere più preciso di così perché allora ero un bambino abbonato al Giornalino, il settimanale su cui disegnava Mattioli, e quei decenni ormai si confondono nella mia testa offuscata dall’anzianitudine.

Ah se potessi tornare indietro a quell’epoca spensierata, quando beltà splendea negli occhi miei, ridenti e fuggitivi! Avrei di nuovo dodici anni, ma l’esperienza e la conoscenza di un quasi cinquantenne, e potrei finalmente prendere una sufficienza alle interrogazioni. Di certo la mia carriera scolastica prenderebbe tutta un’altra piega, e il mio futuro si dipanerebbe in modo diverso.

Molto probabilmente la noia di conoscere ciò che verrà, l’angoscia di sapere che le mie speranze di ragazzino verranno presto disilluse, il disagio di dover vivere un’altra volta coi miei genitori e frequentare bambini che ormai hanno quasi quarant’anni meno di me, mi farebbero entrare negli anni ’80 con un interesse eccessivo verso l’eroina, e sono sicuro che mi troverebbero morto a sedici anni in un vicolo con una pera nel braccio.

Che poi a me le pere non piacciono neanche da mangiare, con quel sapore di saponetta alla noce e la consistenza di un budino fatto con la sabbia. Una volta avevo l’abitudine di ordinare al bar un succo di frutta a caso, e il barista mi dava sempre quello alla pera, ovunque. Poi qualcuno che aveva esperienza del bancone del bar mi ha fatto notare che il succo alla pera è quello che non prende mai nessuno.

Ma allora perché tenerlo? Perché produrlo, se nessuno lo compra, tranne i pochi intrepidi del mi-dia-un-succo-di-frutta-a-caso? C’è forse dietro un complotto, come nel caso degli aerei che ci avvelenano, le banche che ci rapinano, i miliardari ebrei che ci sostituiscono con gli africani e tutte le altre prelibatezze di cui si sente tanto parlare?

Ci avete fatto caso che più si va avanti e più si svelano complotti segretissimi per governare il mondo e piantarlo nel culo a noi poveracci?

Ogni giorno sui social ci vengono rivelate notizie bomba di cui l’informazione ufficiale ci tiene all’oscuro, per salvaguardare i Poteri Forti ©: politici, manager e banchieri ricchissimi e potentissimi, che però non sono ancora stati in grado di tenere in piedi una struttura capace di agire in segreto. Sono talmente scrausi che ogni loro piano viene svelato da gente comune, che trova le prove schiaccianti su YouTube.

Io non riesco a seguire la palla durante le partite di calcio e c’è gente che svela complotti internazionali notando l’etichetta di una camicia nel video di un incontro fra capi di stato.

Fra l’altro questo mio deficit di attenzione pesa tantissimo su quelli che vengono allo stadio con me:

Oh no! Che succede? Ci hanno fatto gol. A chi? A noi, l’altra squadra, ci ha fatto gol. Ah. E ora? E ora stiamo perdendo! Perdiamo le monetine? La partita! Perdiamo la partita! Chi è partita? Toh le monetine, vammi a comprare la cocacola.

Quelli che vengono allo stadio con me sono il mio amico Andrea, che però allo stadio con me non ci vuole più venire. Magari si è arrabbiato, così gli ho chiesto di farmi da testimone di nozze.

L’anello. Eh? Devi mettere quell’anello lì al dito di questa ragazza qui. Perché, non può farlo lei? No, il rito prevede che lo faccia tu. Che rito? Toh, le monetine. Vammi a comprare le sigarette.

Quando ho cominciato a scrivere questa storiella, qualche anno fa, volevo che avesse uno sviluppo circolare, e finisse dove cominciava, più o meno. Solo che mi sono arenato in un punto dove la facevo diventare uno sfogo verso delle robe brutte che mi erano successe allora, e l’ho abbandonata. L’ho ripresa qualche mese or sono, in un momento di cazzeggio in cui mi trovavo fuori casa e avevo il telefono in mano e del tempo da far passare. Mi sono messo a saltare da un argomento all’altro, ma a Praga non ci arrivavo mai, così ho chiesto alla ragazza con cui comincia questa storia se aveva voglia di sposarmi, e darmi un finale accettabile. Non ha accettato, ho dovuto drogarla. È per questo che nelle foto del matrimonio ride sempre.

Al patronato

Rinnovare il permesso di soggiorno è un po’ come andare dal dottore di famiglia per farti curare una malattia mortale: ti metti nelle mani di chiunque sperando di cavartela, covando la certezza che molto probabilmente morirai.

Il permesso di Shasha scade tipo dopodomani, ma fra l’organizzazione del matrimonio, l’acquisto del pacchetto di maggioranza della Società Acqua Potabile del Monopoli, e il paraponzi che ancora affligge le mie povere membra, ci siamo ricordati solo oggi di rinnovarlo. Naturalmente per fare le cose in tempo avremmo dovuto muoverci prima, e adesso il comune non ci fa il certificato di residenza se prima non rinnoviamo il permesso di soggiorno, che non ci rinnovano senza certificato di residenza. Sto pensando di cambiare il mio nome in Akakij Akakievic, per coerenza.

Al patronato Cisl di Silent Hill, dove ci siamo rivolti in cerca di aiuto, che compilare un modulo del genere è più difficile delle parole crociate senza schema, l’atmosfera è assurdamente tranquilla. L’impiegata ci consegna un pezzetto quadrato di legno col numero 6 inciso sopra e ci lascia sprofondare nel silenzio irreale della sala d’attesa. Ci sono altre tre persone prima di noi, due donne in età pensionabile e un operaio appena smontato dal turno. Nessuno parla, nessuno si muove. Con noi ci sono la mamma e la nonna di Shasha, a cui avevamo promesso una gita all’outlet, e adesso si guardano intorno spaesate. Erano venute in Italia attratte dalla vita pazzesca che ci vedevano condurre attraverso Instagram, fatta di cene in ristoranti di lusso, aperitivi al mare, lotta nel fango e grigliate di opossum, e invece cos’è questo posto? Un ufficio sonnolento dove non ti offrono neanche del crack? Averlo saputo prima stavano a casa, là i lavoratori non hanno un sindacato e non corri il rischio di trovarti in queste situazioni.

L’impiegata che ci spiega come compilare il modulo è paziente, ma si vede che vorrebbe essere altrove, guarda l’orologio appeso al muro, poi la cartolina di una spiaggia sulla scrivania con la dicitura “Saluti da Portogruaro”, poi sospira e torna a spiegarci che in quanto coniugata con un cittadino italiano, Shasha non rientra nella categoria “ufficiale della Marina libica” e non può usufruire del diritto di asilo a essi riservato.

Shasha annuisce in silenzio, ma un po’ le dispiace dover limitare le sue cattiverie a me soltanto. “Posso almeno offendere l’africano fuori dal supermercato?”, le chiede.

Alla fine riusciamo a ottenere l’assistenza necessaria, e possiamo andare via col cuore più leggero: il permesso di soggiorno scadrà e Shasha verrà rimpatriata, ma le hanno rilasciato un modulo per cambiare identità e ripetere la procedura con un altro nome. “Tanto voi cinesi siete tutti uguali!”. Ridiamo tutti.

Per festeggiare andiamo all’outlet a guardare male i commessi di Dolce & Gabbana.

benzina e confetti

Sono giorni in cui mi si vede poco in giro e si aspettano mesi per ottenere una risposta a un mio messaggio, in cui le mie relazioni con gli amici si sono diradate fin quasi a sparire, e qualcuno ha già cominciato a depennarmi dalla lista degli auguri di Natale. Qualcuno fra i più intraprendenti è venuto fin sotto casa mia a chiedermi cosa mi stia succedendo, ma si è allontanato in fretta a causa della puzza, senza ricevere un’adeguata spiegazione.

Mi sta succedendo una Cosa Da Film Drammatico Hollywoodiano Con Attrice Famosa Che Poi Alla Fine Muore, dove io, dato che non sono un’attrice famosa, spero alla fine di cavarmela e al limite scrivere un pezzo sulla mia ipocondria che intitolerò “Di quella volta che credevo che sarei morto e invece soltanto quasi, hehe”.

Succede che mi sposo. Eh già. Anni di sfighe raccontate più o meno direttamente, scazzi lasciati filtrare nei racconti con un tatto da medico delle barzellette che deve comunicare al paziente che ha il cancro, dichiarazioni strappacore buttate in mezzo alla pagina senza il minimo riguardo sui cazzi altrui, e poi mi sposo così, senza preavviso, tranne giusto un paio di post risalenti a un anno fa dove più o meno s’intuisce che c’è una e che ogni tanto ci vediamo.

Se fosse un fumetto Marvel sarebbe la nuova gestione degli X-Men firmata da Jonathan Hickman, dove sembra sempre che ti sei perso dei numeri in mezzo.
Il mio editore verrebbe sepolto dalle lettere di protesta dei fans indignati, ma per fortuna non ce l’ho un editore, e neanche dei fans.
Data l’imminenza del matrimonio e la preparazione lasciata perlopiù al caso, sono sicuro che presto potrò comunque vantare un discreto numero di conoscenti indignati, per essere stati dimenticati dagli inviti, dai ringraziamenti o a tavola durante il ricevimento.
Scusatemi fin d’ora, è il mio solito modo di fare le cose: a cazzo.

E questo è il preludio felice, quando l’Attrice Famosa è convinta di avere davanti a sè un futuro radioso ed esce di casa cantando una canzoncina, e intanto si vede arrivare da una parte il suo oncologo e dall’altra un camion senza freni.

Nel mio caso, quello che vediamo arrivare dall’altra parte, è una rara malattia tropicale incurabile: il paraponzi.

Si tratta di un virus che si riteneva debellato già da due secoli, che nel passato ha mietuto vittime importanti, come Confucio, Attila e il poeta giapponese Hans Delbruck. Il paraponzi si trasmette solo mangiando certe larve del bambù che crescono in Thailandia, ma che localmente risultano innocue; è quando vengono stressate da un lungo viaggio che attivano un particolare enzima, che mescolato al succo di certi frutti tropicali può diventare pericoloso e produrre questo virus. Ma a chi vuoi che succeda di mangiare larve del bambù e insalata di mango fuori dalla Thailandia? Per questo nessuno si è mai preoccupato di trovare una cura, e per questo adesso sto assistendo a un disfacimento del mio organismo che non si può arrestare, non c’è antibiotico che tenga: il paraponzi ti apre delle ferite su una parte sporgente del corpo, a caso, e ti provoca febbri continue che finiscono per uccidere il tuo sistema immunitario.

Quando il progredire della malattia ha reso impossibile tenerla nascosta ho parlato a Shasha:

“Mia futura sposa, un’ombra di dolore incombe sul nostro futuro.”
“Ti è arrivato l’estratto conto della carta di credito?”
“Mi sono preso una rara malattia esotica, e adesso una parte sporgente del mio corpo si è riempita di piaghe.”
“Il naso?”
“No”
“Le orecchie?”
“Neanche”
“Le dita dei piedi?”
“Eh no”
“Oh dannazione!”

Non ho voluto credere che non esistesse una cura, e le ho chiesto di contattare la sua famiglia: i cinesi vantano una tradizione medica millenaria, conoscono dei rimedi che qui da noi non abbiamo mai neanche sentito nominare, figurati se non sanno curare il paraponzi.

“Mia mamma lavora da un commercialista”
“Tua nonna?”
“In effetti mia nonna prima di sposarsi viveva sulla Montagna Sacra dove parlava con gli spiriti e dava consigli non richiesti alle ragazze in età da marito.”
“Davvero?”
“No, è un ingegnere informatico. Ma la parte sui consigli non richiesti è vera. Comunque la chiamo, magari mi può aiutare.”

La seguente conversazione si è svolta in cinese. Per renderla fruibile ai miei lettori l’ho tradotta in italiano con Google Traduttore, quindi non mi assumo la responsabilità di eventuali errori di grammatica e ricette mediche discutibili.

“Ciao nonna, lo straniero con cui vivo si è preso il paraponzi, e adesso una parte sporgente del suo corpo è coperta di piaghe.”
“Il naso?”
“No”
“Le orecchie?”
“Neanche”
“Le dita dei piedi?”
“Eh no”
“È fottuto”
“Ma no, dai, dev’esserci un modo! Io quest’uomo me lo devo sposare, non mi arrendo così!”
“Ragazza mia, sarei felicissima di vederti sposata, anche se con uno che ha più peli sul corpo che idee in testa, ma l’unica cura per il paraponzi è tenere a bagno per un mese la parte infetta nella saliva di mucca, e nessun uomo sano di mente ficcherebbe per un mese il suo fiore di loto in bocca a un bovino.”

“Cosa dice la nonna?”, le ho chiesto, quando ha posato il telefono.
“È curabile, ma non sarà facile.”

Fino a qualche decennio fa il paraponzi sarebbe stato facile da curare, nell’area in cui vivo: i piccoli borghi arroccati sulle alture erano difficili da raggiungere, non ci arrivava neanche l’elettricità, figurati il postino, e nelle case nessuno aveva una lavatrice. Però tutti avevano una mucca, che ti dava il latte e tirava l’aratro, e dato che non esisteva youporn l’unico limite ai modi di impiegare un bovino erano dati dalla fantasia.

Oggi i tempi sono cambiati, le mucche sono diventate più consapevoli del proprio ruolo nella società, e non accettano più di essere ridotte a semplici oggetti di piacere.
La diffusione di internet fin nelle cascine più isolate ha favorito l’emancipazione delle mucche, creando una generazione di mucche istruite e indipendenti, che comunicano sui social e si scambiano opinioni e consigli. La nascita del movimento #Mootoo ha definitivamente seppellito le antiche forme di allevamento patriarcale.
non sarebbe stato facile trovare una mucca disposta a succhiarmi il fiore di loto, ma avevo ancora una carta da giocarmi.

Il ristorante dove abbiamo organizzato il ricevimento si chiama “Petrolchimica Fratelli Ottani”, e fino a qualche anno fa era una raffineria a pochi chilometri da dove abito.
Nata a metà degli anni ’70 grazie allo spirito imprenditoriale dei fratelli Osvaldo e Adelmo, la Petrolchimica Ottani ha saputo sfruttare la facilità con cui all’epoca venivano rilasciate le concessioni edilizie per creare un polo strategico lungo il torrente che attraversa la valle, a metà strada fra il porto di Genova e le aree industriali di Torino e Milano.
In tempi più recenti, la crisi energetica da una parte e una sempre maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi ambientali dall’altra, hanno fatto traballare questo gigante, ma la lungimiranza dei proprietari si è rivelata fondamentale: da alcuni anni è in corso una lenta riconversione dell’area in agriturismo, e oggi la produzione e raffinazione di carburanti è affiancata a un allevamento intensivo di animali da fattoria e produzione di verdura e formaggi a chilometro zero.

Certo, fa un po’ strano mangiare ravioli al montebore sotto una ciminiera che emette gas tossici, ma il pranzo di nozze a un prezzo così basso è impossibile da organizzare altrove, e a Shasha gli scarichi industriali davanti alla finestra ricordano quando abitava a Pechino.

Ho sempre trattato con Adelmo per l’organizzazione del ricevimento, ed è a lui che mi sono rivolto anche per questo problema.

“Scusa, cos’hai detto che ti serve?”, mi ha chiesto, ridendo. Poi mi ha interrotto per chiamare il fratello, che stava in un altro ufficio: “Osvaldo, questa non te la devi perdere!”

Quando entrambi i proprietari si sono seduti davanti a me ho ripetuto la mia richiesta: “Avrei bisogno di incontrarmi in privato per un mese con una delle vostre mucche.”

“Aspetta, aspetta!”, ha detto Adelmo al fratello, che strabuzzava gli occhi. E poi a me: “Spiegagli cosa ci vuoi fare!”

Non sarebbe stato facile neanche se mi avessero preso sul serio.

“Devo farmi succhiare il.. insomma.. avete capito.”
“Uah uah uah uah! Aspetta aspetta!”, è esploso Adelmo, e dando gomitate al fratello: “Chiedigli perché! Dai, chiediglielo!”

“E perché vuoi farti succhiare il.. coso?”, mi ha chiesto Osvaldo, che a quel punto faticava già a nascondere un sorriso uguale a quello dei bambini davanti ai clown.

“Per questioni mediche”, ho risposto con la voce piatta, già sapendo cosa avrei provocato.

I due fratelli si sono ribaltati sulla sedia, dandosi grosse manate sulla pancia. Lacrimavano come mia mamma davanti a uno sceneggiato, o come me davanti alla pagina facebook di mia mamma. Facevano dei versi come se li stessero scannando, ma era chiaro che se la stavano spassando da morire. Spero che almeno si siano pisciati addosso.

Dopo dieci minuti in cui hanno dato sfogo a un repertorio di ululati e versi che non credevo potessero essere emessi da un maschio umano adulto, si sono ricomposti, e fra qualche sbuffo ritardatario e con gli occhi gonfi, si sono guardati un po’ in faccia e Adelmo mi ha dato una risposta.

“Va bene”, mi ha detto. “Ma vogliamo guardare”.
“E fare un video”, ha aggiunto Osvaldo.

Ora non voglio mettermi a raccontare nei dettagli quel che è successo dopo, perché è troppo imbarazzante, né contribuire alla diffusione delle prove che ciò che ho raccontato è vero, perciò direi che il racconto finisce qui.
Shasha è a conoscenza di tutta la storia, compresi i dettagli più sconci, e per un po’ mi ha anche fatto delle scenate e c’è stato un momento in cui abbiamo rischiato di dover annullare tutto quanto e andarcene ognuno per la propria strada. I Fratelli Ottani sono stati fondamentali nell’aiutarci a mettere una pezza, non so se per spirito francescano o per timore di perdere l’incasso, ma hanno parlato a Shasha e le hanno promesso che avrebbero eliminato la sua rivale. Quando le hanno messo in mano il nuovo menù in cui al posto del cosciotto di maiale si serviva lo stufato di manzo, la mia futura sposa si è rincuorata ed è tornata sui suoi passi.

Da allora non abbiamo più avuto incidenti, la mia malattia sta regredendo, segno che la cura funziona, ma soprattutto il video, postato su uno di quei siti che visitate voi pervertiti, ha sfondato il tetto del milione di visualizzazioni.
Ieri sono stato contattato da una casa produttrice per girare dei corti con una gallina. A Shasha non l’ho ancora detto, aspetto di parlarle dopo la cerimonia. Fatemi tanti auguri.

gimme shelter

Così tanto tempo senza scrivere neanche due righe non l’avevo mai lasciato passare, ma non è una novità, una volta smetti per una settimana, quella dopo per un mese, e prima che ti accorgi di non avere più nessuna ragione per sederti davanti a una tastiera è passato più di un anno dall’ultima volta che hai pubblicato due righe anche solo per dire che stai bene. Quindi la prossima volta passeranno probabilmente due anni, oppure non scriverò più e facciamo prima, che tanto oramai scrivere solo per dire che non sto scrivendo è una cosa che non serve a niente, e oltretutto credo di averlo già fatto un post o due fa.
È che di solito non scrivo perché ho qualcosa da dire, scrivo perché ho qualcosa da dire a qualcuno in particolare, e finché quel qualcuno non ti parla ma legge il tuo blog è facile essere prolifici, basta raccontare i cazzi tuoi e cambiare due nomi, mescolare le date, è un attimo che viene fuori il racconto divertente ma anche profondo e che bravo questo tizio lo raccomando alle mie amiche single che nelle disgrazie altrui ci sguazzano come pesci rossi. Ma quando quel qualcuno a cui vuoi raccontare le cose fra le righe non solo non legge il tuo blog ma neanche parla la tua lingua cosa fai? Non scrivi, facile. Non scrivi e quello che hai da dire glielo dici in faccia, di solito con la testa sul cuscino e la finestra aperta e la luce spenta e i gatti che vi dormono sui piedi.
Se sembra un bel quadretto familiare dove è tutto perfetto è perché lo è davvero, o perlomeno ci si avvicina molto, e quando non hai niente che ti prende a pugni da dentro non hai voglia di dire nient’altro a nessun altro, salvo magari invitare Andrea a un aperitivo quelle rare volte in cui ti girano due soldi in più.
Poi non è neanche del tutto vero, ho un paio di cose su cui ogni tanto mi metto lì e provo a lavorare, una è una riedizione migliorata dei miei diari di viaggio, ho pensato che magari a qualcuno potrebbe interessare pubblicarli, magari no, ma a me fa comunque piacere rimetterci le mani e aggiungere qualche dettaglio qua e là, o raccontare un aneddoto che quando l’ho pubblicato sul blog è rimasto fuori.
Lo dico così, un po’ per caso, che se un domani riuscissi a farci un libro ve lo andate a comprare come l’edizione di Avengers Endgame completa di extra.

E c’è sempre quella storia su cui stavo lavorando il post scorso, una vita fa, che allora ci aggiungevo materiale ogni giorno e contavo di finirla entro massimo quindici giorni, poi mi sono arenato, e dopo qualche mese che non la guardavo più ho provato a creare uno sfondo in cui ambientarla, ed è venuto fuori un disegno di fantapolitica che è un attimo che ti scappa di mano se non sei davvero ferrato sull’argomento, e difatti mi è scappata di mano e adesso sto cercando il modo di farla tornare nei ranghi mandando tutto in vacca, che quando mandi in vacca una storia non serve più che sia coerente, anzi, più sputtani meglio funziona. Però ancora ci provo, perché mi piace la direzione che ha preso, ma se la rileggo mi fa cagare, come tutte le cose che esulano appena un po’ dal mio solito modo di scrivere. Non mi ci riconosco, mi spaventa, ridatemi la mia comfort zone, e cerco di cancellare tutte le sbavature e trasformarla nell’ennesima storiella inutile.

Oppure è proprio che non ho più voglia di scrivere, è un processo lento, e una volta che ti abitui a twitter perfino facebook diventa troppo macchinoso, e allora che fai, ti cancelli, così ti togli pure di torno quella massa di vermi che si nutrono di spazzatura e te la sputazzano addosso quando ti vengono vicino.

Non è che quando parlo di vermi abbia in mente qualcuno in particolare, diciamo che mi riferisco in generale a quella grossa fetta di idioti che usano il cellulare solo per condividere video imbecilli e notizie che hanno trovato sui social, che poi è la loro unica fonte di informazione. Un po’ mi vergogno di loro, perché hanno in mano lo strumento più potente dall’invenzione della ruota e non sono in grado di distinguere una notizia vera da un proclama politico scritto in un italiano discutibile, ma più che altro mi fanno schifo, loro e i loro burattinai.

Se sembra che stia parlando di politica è perché lo sto facendo davvero, ed è un’altra delle ragioni per cui alla fine preferisco chiudermi in casa e non comunicare con nessuno, specialmente attraverso questi canali digitali. Sono seriamente preoccupato: quando c’era Berlusconi mi aspettavo che il vero danno lo avrebbe fatto il suo successore, perché vent’anni di campagna elettorale a base di culi e personaggi privi di credibilità politica ci hanno tolto gli anticorpi necessari a riconoscere le bestie. Ora siamo arrivati al dopo, sono arrivate le bestie, e davvero non ho idea di come sia possibile tornare indietro, e neanche credo che lo sia, possibile.
Non so se gli allarmi sul cambiamento climatico, le previsioni catastrofiche che ci vedono a un passo dall’estinzione, si realizzeranno davvero, ma in tutto il mondo stanno alzando la testa delle forze che non hanno niente a che fare con la democrazia, ma neanche con l’umanità e la ragione; gente che non pretendo si rifaccia a Voltaire, ma Raimondo Vianello sarebbe già un miglioramento; e io se devo immaginarmi l’umanità seduta su un pullman senza freni che corre verso un burrone preferisco che alla guida ci sia Trump, piuttosto che Obama. Ha più senso, è più coerente.

Ho detto Trump perché parlare dei protagonisti del caos nostrano mi dà la nausea al punto da non voler neanche scrivere il loro nome. E anche questa è solo l’anticamera di un casino ancora peggiore che deve ancora arrivare. E arriverà, tranquilli, mettetevi comodi e non vi curate di preparare il sacchetto di carta davanti alla faccia, quando scenderemo al prossimo livello dovrete imbracciare il fucile.

Ecco, di fronte a questo pensiero mi passa anche la voglia di scrivere queste poche righe, figurati un racconto vero.

È questo lo stato d’animo in cui passo le mie giornate, almeno finché non viene l’ora di tornare a casa e nascondermi fra le braccia della mia fidanzata extraterrestre, l’unico posto al mondo in cui mi sento al sicuro.

Non aspettatemi alzati, potrei tardare.

La fidanzata malata

Quando la mia fidanzata è a casa malata mi aspetta dietro la porta e mi abbraccia appena entro perché si è sentita tanto sola per tutta la mattina, e mi devo preparare da mangiare con questa specie di zainetto sulla schiena. A niente serve ripetere “No touching!” No touching!”, lei non l’ha mai visto Arrested Development, e ne ignora i tormentoni. Mangio in fretta, che ieri sera mi ero tenuto qualcosa per il pranzo, e mi metto al computer per scrivere due righe di quella storia a cui sto lavorando da un po’ e che non riesco a finire perché mi sono bloccato a un punto morto, ma la sua richiesta di attenzione si fa sentire un’altra volta e, sebbene dieci minuti fa mi avesse detto che stava troppo male per mangiare, adesso mi si appioppa alle spalle lamentandosi che ha fame. Suggerirle di farsene è scortese, per i suoi standard orientali, e fingere di non avere sentito è ridicolo, visto che mi sta praticamente morendo in braccio. Così smetto di scrivere, tanto non riuscivo neanche a muovere le braccia, e mi offro di prepararle qualcosa di veloce, tipo una delle buste che abbiamo comprato dai cinesi, dove aggiungi l’acqua e la polverina si trasforma in Gordon Ramsey con gli occhi a mandorla che ti insulta in una lingua dagli accenti strani mentre ti prepara un brodino con un po’ di riso.

Ovviamente non vuole niente del genere, accampa una serie di giustificazioni puerili, tipo che sta seguendo una dieta cinese che vieta di mangiare alimenti conservati nelle buste di plastica perché il sottovuoto è privo di qi e questo danneggia un equilibrio che alla fine ti porta a volerti scofanare la pizza. Le faccio notare che la cocacola non è che sia meglio, ma lei dice che è zero, quindi con un salto logico che tre o quattro libri di filosofia greca hanno preso fuoco nello scaffale, mi spiega che il fatto di chiamarsi zero la rende una specie di simbolo della dieta, poi mi mostra una pagina della wikipedia cinese in cui si illustrano i benefici dell’aspartame sull’organismo. Le dico che secondo me non c’è da fidarsi, e il fatto nelle foto l’autore della pagina sia un ciccione con una barba posticcia seduto su una bici davanti al mercato delle truffe di Pechino, dovrebbe convincerla a tenersene lontana, ma il suo orgoglio nazionale si accende e lei si inalbera, e mi accusa di essere plagiato da una visione occidentalistica che fa di tutto per screditare il suo Paese. E si mette a insultare Trump, manco ne fossi un sostenitore.

Però è la mia fidanzata, sono innamorato di lei e non voglio ferirla, così cerco di assecondarla e vado a mettermi una parrucca arancione e una cravatta rossa, poi mi metto a cucinare i suoi spaghetti di riso preferiti mentre lei da dietro mi prende a calci sui talloni chiamandomi stronzone.

Con la pancia piena il suo temperamento si addolcisce, e posso tornare a indossare i panni del fidanzato amorevole, anche perché si è fatta l’ora di tornare al lavoro, e se mi presento vestito da presidente degli Stati Uniti i miei colleghi non la piantano più di prendermi per il culo. Già l’altra volta mi sono dimenticato di cambiarmi e da allora mi chiamano Kim Jong Pablo e mi controllano il collo per vedere se ho ancora i succhiotti.

Al mio ritorno la fidanzata è ancora malata, e si trascina per casa come una di quelle creature mezze decomposte a cui devi sparare in testa per farle smettere di agitarsi. No, non gli ospiti dei dibattiti tv, gli altri.
Sul fornello la pentola a pressione è coperta di una strana sostanza marrone che ha invaso tutto l’angolo cottura e sta colando sul pavimento. Provo a chiedere cos’è successo, ma la fidanzata malata si trascina a letto dicendo che è troppo malata per rispondere e ha urgente bisogno di riposare. I gatti mi fanno notare che la loro cassetta è piena di un’analoga sostanza, e che qualcuno dovrebbe pulirla prima che invada anche altre superfici, tipo il pavimento del salotto o quella pila di fumetti nel ripiano più basso della libreria.

A quel punto dovrei ammalarmi anch’io e telefonare a mia madre perché venga a risolvermi i casini, ma l’ultima volta che ci ho provato si è portata dietro i nipotini, che come ogni volta mi hanno smontato il Chewbacca di lego e hanno sparso i pezzi in giro per la casa. Tanto vale che trasloco, ho pensato, e mi sono messo a pulire da solo.

Stanco e depresso come dopo un lunedì di lavoro mi butto sul divano e scelgo un film da guardare, e dopo un po’ arriva la fidanzata malata, che mi si accoccola vicino e aspetta quei venti minuti che mi addormenti, accarezzandomi i capelli con dolcezza, poi cambia film.

Baciarsi un sacco

Preferirei sminare strade nel deserto, in ciabatte, per conto di una ditta che non può permettersi l’attrezzatura e mi manda in giro con un martello, “Se vedi una pietra che ti sembra una mina battici sopra”.
Una ditta che non mi passa neanche la crema solare, dice che nessuno dei suoi dipendenti è mai morto di melanoma.

In prima elementare mi piaceva la mia compagna di banco. Era bionda e bellissima. Ero biondo anch’io, e alla maestra era sembrata un’idea spassosa metterci vicini.
A me no, ogni volta che si girava per sussurrarmi qualcosa mi sentivo bruciare la faccia e dovevo cercare roba importantissima nella cartella sotto il banco.
Un pomeriggio ero al campetto ed è venuto a cercarmi suo fratello grande, doveva dirmi qualcosa da parte sua. Sono scappato per non ascoltarlo.
Mai saputo cosa volesse dirmi, lei a scuola non mi diceva niente, cioè, si girava a sussurrarmi delle cose, ma lo faceva sempre in quei momenti in cui mi veniva la faccia rossa e mi buttavo sotto il banco, chi lo sa. Però se fosse stato importante avrebbe insistito, credo.

Alle medie mi piaceva una ragazzina con le lentiggini che veniva d’estate in villeggiatura da una vecchia zia. Avevamo fatto amicizia e ci vedevamo tutti i giorni. Le avevo riempito una cassetta delle sue canzoni preferite e ci avevo nascosto dentro una lettera cifrata, in cui le chiedevo di diventare la mia ragazza.
Sono riuscito a consegnargliela solo l’ultimo giorno, e ho passato i mesi successivi a transitare per caso sotto casa della zia in attesa di vederla tornare, fantasticando sulla sua risposta.
L’ho incontrata una domenica di ottobre, abbiamo parlato d’altro, ma i miei discorsi continuavano a girare intorno ad argomenti come la musica, i supporti su cui registrarla, le piccole scatolette di plastica e i loro contenuti. Dopo un po’ mi ha detto di avere ascoltato la cassetta e decifrato la mia lettera. Mi ha detto che insomma, sì. Le ho risposto che non sapevo di cosa stesse parlando e sono scappato.

Che palle vivere così, di nascosto alla vita, gemello siamese di me stesso a otto anni. Guardo le persone e mi chiedo quand’è che sono cresciute, e come è successo, se sono state come me fino a un giorno in cui si sono guardate allo specchio e si sono viste diverse, e allora hanno spento la playstation e fatto quella cosa che fino al giorno prima ritenevano impossibile. Ho sempre pensato che ci fosse un’età in cui smetti di comportarti come un ragazzino e ti carichi sulla schiena la tua vita coi suoi casini. Pensavo che bastasse aspettare di raggiungerla. Quando i miei conoscenti hanno iniziato a trovarsi una casa, un lavoro, una moglie ho capito che oramai sarebbe stata solo questione di poco, come quando sei in posta col cinquantacinque in mano e l’impiegata chiama il quarantanove e dato che non arriva nessuno passa subito al cinquanta.

Solo che la vita, come certi uffici postali, distribuisce i biglietti con numerazioni diverse a seconda della tua necessità, e dopo il cinquanta non viene il cinquantuno, si passa alla fila di quelli che devono pagare le bollette, e si serve il ventisette. Poi il settantaquattro di quelli che devono parlare col consulente finanziario. Poi l’otto deve ritirare la pensione. E tu sei lì che invecchi. I tuoi conoscenti hanno già fatto due figli, qualcuno ha divorziato, e tu sei ancora lì ad aspettare il via, ma ti ripeti che quando arriverà quel momento lo riconoscerai, e resti tranquillo a guardare i moduli nel raccoglitore girevole. Non c’è mai niente da leggere in posta.

Alle superiori c’era una di prima che mi piaceva un sacco, si chiamava Lara e tutte le mattine all’intervallo transitava davanti alla mia aula e guardava dentro. Andavo in giro col mio compagno di banco e me la trovavo dietro. Ero al semaforo e lei stava sull’altro marciapiede e mi indicava alla sua amica. Ci sono uscito? Hahaha. Però una volta le ho fregato il diario e c’era il mio nome scritto sopra grosso, e io ci ho scritto una delle mie cazzate e lei da quel giorno non mi ha più parlato.

Non è che parlo sempre delle stesse cose, potrei fare anche degli esempi che riguardano il lavoro, ma parlare di lavoro non mi piace, quindi sì, parlo sempre delle stesse cose oppure scrivo racconti che però non spedisco a nessuno, perché io quel giorno in cui devi metterti lì e diventare una persona responsabile lo sto ancora aspettando.

Nel frattempo ho imparato a mimetizzarmi. A non espormi, a non telefonare per primo. Ho imparato a nascondere la mano prima di tirare il sasso, dico ci vediamo una di queste sere e poi non mi faccio più vedere, e penso ma che stronza, non mi cerca.

Però non si può vivere così, no? I vigliacchi muoiono molte volte prima di morire, diceva coso, e morire è già brutto una volta sola, perciò sii forte, prendi coraggio, manda un messaggio alla tizia, dille una volta per tutte cosa provi per lei e poi corri in stazione all’aeroporto su una nave. Non sarà mica così difficile rifarsi una vita in Siberia.

E invece no, io aspetto domani, quando sarò più coraggioso e le condizioni più favorevoli, e intanto spero che nel frattempo la ragazza si trovi un fidanzato e mi fornisca una scusa per dare la colpa alla sfiga.

Preferirei sminare strade nel deserto in ciabatte, dicevo, che produrre quel gesto così naturale per gli esseri umani, mostrare le mie debolezze a un altro essere umano e chiedergli di condividerne il peso.

Per questo ho sempre salutato il quindici febbraio con un sospiro, rimandando l’ansia di un altr’anno, tanto c’è tempo.

[titolo di una canzone a caso che parli di Londra]


You left 
Your tired family grieving 
And you think they’re sad because you’re leaving 
But did you see Jealousy in the eyes 
Of the ones who had to stay behind? 
And do you think you’ve made 
The right decision this time?

Sono appena tornato da Londra, dove mi ero nascosto per sfuggire alle annuali polemiche sul festival di Sanremo, ma non sono riuscito a evitarle in toto, c’è rimasto quello strascico fetente di chi butta lo spettacolo in politica e la politica in caciara, e quest’anno mi sembra che sia andata peggio del solito, con questa moda recente del bullismo razzista a occupare ogni spazio pubblico disponibile. Sono francamente stupito che alle ultime regionali, in Abruzzo, Casa Pound abbia totalizzato solo lo 0.5%. Vuol dire che siamo ancora più ignoranti di quanto pensassi, e crediamo davvero che sia la camicia nera a fare il fascista, e non l’atteggiamento.

Vabbè, la storia ce l’ha già mostrato una volta come va a finire, basta avere pazienza e tenerseli lontani finché non li appenderanno di nuovo tutti quanti, e i loro simpatizzanti torneranno a nascondersi sotto i sassi e negare di avere mai votato quella roba lì.

Nel frattempo Londra si sta preparando ad affrontare la Brexit: c’è una grossa dogana all’aeroporto che ricorda tantissimo quella cinese, ma probabilmente c’era anche prima, non atterravo sul suolo britannico da diversi anni, che ne so se è una novità. E per strada non c’è altro segno che lasci presagire un cambiamento, gli stranieri sono sempre più numerosi dei locali, e se hai l’albergo a Earl’s Court sembra di stare in Italia, la tua lingua è parlata in ogni tavolo di ristorante, dentro qualsiasi negozio e pure dalla signorina che ti consegna le chiavi della stanza.

Insomma, non lo so se Londra si stia davvero preparando a uscire dall’Europa, ho provato a chiederlo al Primo Ministro, ma Downing Street è chiusa da un grosso cancello sorvegliato giorno e notte, non mi hanno lasciato avvicinare. Nè hanno acconsentito a lasciarmi aggiungere il numero di Theresa May al mio gruppo whatsapp “pizzata coi leader europei”. Peggio per lei, continuerà a farsi portare le alette piccanti da KFC.

A guardare bene i dettagli si intuisce che qualcosa stia cambiando: la Torre dell’Orologio, quello che chiamiamo Big Ben, è tutta fasciata. Pensavo a un restauro, ma su un lato le impalcature sono coperte di francobolli, e c’è un’etichetta con un indirizzo, ma non sono riuscito a leggerlo, era troppo in alto.

E domenica, al cambio della guardia, i militari smontanti sono usciti dal cancello con una valigia in mano e sono saliti sull’autobus per Victoria Station.

Non che la cosa mi abbia preoccupato, avevo una prenotazione per il monologo di Sir Ian McKellen al piccolo teatro di Hampstead per quel pomeriggio, di tutto il resto mi fregava pochissimo. “Fintanto che rimane un po’ di Londra ce la visitiamo!”, ho detto al mio amico dottor Hardla, che mi accompagnava in questa trasferta.

You shall not pass (away)!

Sono andato in viaggio con una compagnia differente perché la mia fidanzata non parla ancora bene l’italiano, e ciò la rende immune alle polemiche sanremesi, mentre io e il mio amico siamo particolarmente sensibili e quindi ci incazziamo, poi ci deprimiamo, poi ci mettiamo a bere pesante, e quando siamo ubriachi andiamo a molestare le diciottenni per strada. Di solito poi i loro fidanzati ci menano, e per un po’ abbiamo cercato di giustificare la palese incapacità nell’azzuffarci con l’alcool che ci mina i riflessi, ma oramai non ci crede più nessuno, e anche i nostri amici più sfigati si sono messi a farci le prepotenze.

Londra ci è sembrata abbastanza lontana da fugare ogni rischio. Oltretutto gli alcolici vengono centellinati col maledetto misurino, e ogni cocktail risulta carissimo e annacquato, rendendoti impossibile la ciucca.

Molte cose sono cambiate dall’ultima volta in cui sono venuto in città: Tottenham Court Road è molto più grande, hanno tirato giù diversi edifici e li stanno sostituendo con palazzi moderni, come è successo al quartiere della finanza, nella City (il mio preferito in assoluto è il Walkie-Talkie, al 20 di Fenchurch Street); il municipio sta dentro un grosso testicolo vicino al Tower Bridge (a dire il vero ci stava già tutte le altre volte che sono venuto a visitare Londra, ma l’ho scoperto solo stavolta), e Sauron si è trasferito dalle parti del London Bridge, dentro un palazzo che sarà pure stato costruito da Renzo Piano, ma non venite a dirmi che è bello.

Molte altre cose sono rimaste identiche, e sono proprio quelle che ci attirano in massa, a studiare, a lavorare o a passarci un weekend con gli amici. Sono quei particolari che non puoi trovare in nessun altro posto, perché ci saranno pure metropolitane più belle al mondo, ma questa è la più antica, e mantiene ancora la stessa atmosfera di quando è stata inaugurata, nel 1863. E il resto della città segue il passo. Si rinnova, si ripulisce, ma sotto la vedi ancora la sua struttura vittoriana, nelle facciate delle case, nell’arredamento dei pub, nel cibo che ti servono, che dev’essere stato cucinato allora e poi lasciato lì ad aspettare che qualcuno lo ordinasse.

Stavo guardando un manifesto appeso nel vagone della metro in cui viaggiavo: c’era una donna con l’espressione attonita e il messaggio diceva “questa è la faccia che fai quando scopri i vantaggi di vedere casa attraverso Sticazzimansion”. Da quel poco che veniva mostrato del vestito della donna si intuiva un tono dimesso, come se le avessero scattato una foto a casa dopo il lavoro, mentre si rilassava sul divano aspettando di andare a letto. L’ambiente alle sue spalle era ancora più squallido: una parete verde scuro, un quadro triste come solo la pittura inglese sa essere, un divano della nonna e due mobiletti marroni su cui stavano due abat-jours identici, che emanavano una luce tetra. Ora, magari il messaggio che voleva trasmettere era proprio di non farsi opprimere dal vecchio appartamento e sbrigarsi a cercare qualcosa di più allegro, ma la mia esperienza di appartamenti londinesi, e bed & breakfast londinesi, e anche alberghi londinesi, mi dice che non si trattava di una scelta di marketing, quello è lo stile delle case inglesi. L’hotel in cui alloggiavamo era un bell’edificio in mattoni rossi con un parco di fronte, e la camera era confortevole, ma alle pareti erano appesi due coppie di quadri identici raffiguranti un vaso, e tutto l’arredo era marrone scuro e beige.
Sul fatto che il pavimento scricchiolasse non c’è neanche bisogno di soffermarsi, se il pavimento della tua stanza non scricchiola o non sei davvero a Londra o sei un miliardario che si può permettere una camera in muratura.

Londra è questa cosa qui, anche più degli autobus a due piani e dell’accento bellissimo dei suoi cittadini: è una città che ha trasformato il proprio invecchiamento in uno stile.

Dello spettacolo di Ian McKellen posso solo parlare bene, io quell’uomo lo amo. Ha deciso di celebrare il suo ottantesimo compleanno con una tournèe che tocca tutti i teatri in cui si è esibito più alcuni inediti che perseguono campagne di promozione per i giovani e hanno bisogno di sostegno.

Per questa ragione, dopo un monologo di due ore e mezza in cui ha ripercorso la sua carriera di attore con brani recitati e un sacco di aneddoti, si è fatto trovare nel foyer con un secchio giallo in mano per raccogliere offerte e distribuire strette di mano.
Abbiamo scambiato giusto due battute mentre gli cacciavo una banconota nel secchio, ed è stato il momento migliore della gita londinese. Voglio dire, mica tutti i giorni ti capita di stringere la mano a Gandalf il Grigio in persona!

Quando siamo tornati in Italia, a parte rischiare di schiantarci sul monte di Portofino per il forte vento che impediva all’aereo di manovrare come si deve, abbiamo ritrovato qualche traccia della polemica da cui ci eravamo allontanati, ma oramai aveva perso brio, potevamo sopportarla.
In compenso sono nate un sacco di polemiche tutte nuove a cui non eravamo per niente preparati, e che mi hanno fatto venire subito un fegato così, tanto che stavo pensando di vendermelo a peso e pagarmi un biglietto per un posto da cui non sia possibile ricevere le notizie da casa, tipo Saturno. Solo che a giugno vado a vedere Eddie Vedder, non mi posso allontanare troppo. Restate in zona, avrò altro da raccontare.