di cosa parliamo quando parliamo di Cina

Prima di partire mi sono documentato un minimo, ho comprato una Lonely Planet e fatto una lista delle cose che avrei voluto vedere, ma devo ammettere che non ci ho trovato niente di irrinunciabile, l’arte orientale non mi ha mai preso più di tanto. Quello che mi affascinava era la gente, come vive in una città che da sola è grande quasi come il Lazio (16.808 km² contro 17.232), governato da quella che di fatto è una dittatura. Ho letto un po’ di articoli per niente rassicuranti su quartieri demoliti dall’oggi al domani, persone arrestate, inquinamento feroce, temperature polari.

Quando sono arrivato alla fila per il controllo passaporti avevo in mente tutte queste cose, mi sono sentito indifeso, come se fosse bastato uno scazzo dell’addetto alla dogana per farmi chiudere in uno stanzino in attesa del volo di ritorno. E poi avevo mal di testa, il telefono inutilizzabile, un panino mangiato a bordo così cattivo che capisco quando la Russia cerca di abbatterli, gli aerei ucraini.

Dopo quella che mi è sembrata un’eternità la signora che mi ha controllato il passaporto è stata gentile, mi ha sorriso e liquidato in un attimo. Sotto la sua postazione cinque bottoni con le faccine mi permettevano di assegnare un giudizio al servizio ricevuto. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo a pigiare la faccia triste, forse mi avrebbero deportato? O avrebbero deportato lei? Nel dubbio ho scelto quella sorridente, e sono entrato in Cina.

Pablo Polo raggiunse il Catai dopo un viaggio assai avventuroso attraverso l’Ucraina e un sacco di paesi che finiscono in -stan.
Appena giunto chiese udienza all’Imperatore, che viveva a Pechino nella Città Proibita, ma la lista di attesa era lunga, e venne alloggiato presso la dimora di uno degli uomini più influenti del Paese, il Mandarino Yu.
Costui era un funzionario di grande potere e capacità, tanto che l’Imperatore gli aveva assegnato l’amministrazione di Shanghai, il porto più importante del regno, e lì si era trasferito.
Nella dimora pechinese stava sua nipote, la Clementina Yu, che si prese in carico l’ospite.

Il giorno di Natale mi sono svegliato da solo. Fuori, in cucina, stazionava il Coinquilino, una creatura mezza umana e mezza turca trasformata in statua di cera mentre cazzeggiava su youtube. È così da allora, occupa mezzo tavolo col suo portatile e fuma una sigaretta dietro l’altra per fedeltà al detto “fumare come un turco”. Quando ti serve il tavolo devi solo spostarlo un po’ più in là, lui non si oppone.
Comunicare non è stato facile, quando mi sono presentato mi ha risposto Yup, come Pippo. Ho pensato che fosse il suo modo di dire “sì vabbè, mollami che ho da fare” e non ho insistito. Inoltre Shasha mi aveva disegnato una piantina con le indicazioni per raggiungere la metropolitana, e in tasca avevo la mappa e la guida. Stavo in una botte di ferro.
Avevo anche solo venti euri nel portafoglio e ignoravo se il mio bancomat potesse funzionare in quella parte di mondo, ma avevo anche la carta di credito, e quella sono sempre tutti felici di prendertela e clonarla con comodo nel retrobottega.
Insomma, sono uscito, intrepido come Saturnino Farandola.

Alla luce del giorno il quartiere non sembrava male: vecchi palazzi, qualche edificio basso, un po’ di verde. Una scuola, una stazione della polizia, un supermercato, tutti collegati fra loro da un intrico di cavi rivestiti di gomma nera che un po’ seguivano la strada e un po’ la scavalcavano, raggomitolandosi contro le pareti come bisce. Non sapevo cosa ci passasse dentro, se elettricità o fili del telefono, ma facevano un bel po’ impressione.

Il palazzo dove abita Shasha è in centro, ma parlare di centro in una città così grande è un po’ vago.
Pechino si è estesa in cerchi concentrici intorno alla Città Proibita, che di fatto è il centro della città, la Zona 1. Tutto quello che ci sta intorno è diviso in aree più o meno circolari, delimitate da strade a scorrimento veloce del tutto simili ai raccordi anulari che circondano Roma.
La mia ospite vive nei paraggi di uno di questi stradoni, a ridosso della Zona 2. Da casa sua a Piazza Tien An Men ci vogliono 40 minuti a piedi, ma buona parte del percorso la impieghi per passare sotto lo svincolo e girare intorno alla “Torretta d’angolo sudorientale della città di Pechino” (北京城东南角楼), traduzione offertami da Google Traduttore quando ho cercato di capire cosa fosse quell’edificio che mi si stagliava davanti e mi ostruiva il passaggio.

tipo la casetta giocattolo che tuo nipote tiene in giardino, ma grande come il palazzo dove abita tuo cugino, ma non quello scemo, l’altro

Torretta, me la chiama. Ho visto caserme più piccole. Ma Pechino è un po’ tutta così, le dimensioni delle strade ti fanno sempre pensare a parate militari, le parate militari mi riportano sempre a Tank Man, lo sconosciuto in camicia bianca che il 5 giugno del 1989 fermò una colonna di carri armati lungo il Viale della Pace Eterna, come venne tradotto dai giornalisti. Il nome vero non so quale sia, ma era dove stavo cercando di arrivare quel pomeriggio di sole, ci lavorava la mia ragazza e avevamo una cena prenotata nel suo hotel.

Superata la Torretta mi si è aperta una strada piena di negozietti che vendevano cibo, fra cui uno con la stessa insegna bianca e rossa di KFC, ma al posto del colonnello Sanders c’era il Signor Lee, che vendeva noodles. Sul lato dove camminavo io, invece, due grossi alberghi internazionali.

Non era facile camminare così fuori dalla mia comfort zone: fermare sconosciuti, comunicare a gesti era qualcosa di cui avrei fatto volentieri a meno, ma c’ero costretto, non ero sicuro di trovarmi sulla strada giusta, e quando sei povero e impossibilitato a chiedere aiuto approcciare un passante e mostrargli la cartina diventa di colpo facilissimo. Mi stava anche venendo fame, ma non abbastanza da entrare in un ristorante e violentarmi così a fondo da dover gesticolare frasi come “cosa posso mangiare?”, “accettate il mio bancomat?”, “non so come altro pagare”, “la prego non chiami la polizia!”, “non è colpa mia, ho mangiato a mia insaputa”.

Fuori dalla stazione ho incontrato tre ragazze che parlavano italiano. Sembravano più perse di me, così mi sono avvicinato. Una viveva lì, stava accompagnando le sue amiche all’hotel, e quando le ho raccontato cosa stavo facendo mi ha offerto il suo telefono per chiamare Shasha. Ho rifiutato, volevo cavarmela da solo, dopotutto si trattava soltanto di camminare nella giusta direzione per mezz’ora, ma la verità è che mi faceva sentire come entrare in un ristorante e tentare una conversazione di cui sopra. Qualcosa di troppo difficile, o troppo esposto, o non lo so. Se lo sapessi non me lo porterei dietro da quando sono nato, credo.

Ho ripreso a camminare, e dopo poco ho trovato un bancomat, ci ho infilato la tessera dentro e quello me l’ha restituita dicendo sorry. E lì mi sono un po’ preoccupato.

mi spiace,
il pollo flitto è finito

Ma la cartina parlava chiaro, dalla stazione vai dritto fino a incontrare il grosso viale che ti porta a piazza Tien An Men, non puoi sbagliare. Dovevo solo fermarmi prima.
Ho ripreso la marcia, e dopo poco sono arrivato all’incrocio. C’era un vigile, gli ho mostrato la mappa, gli ho indicato il punto in cui pensavo di trovarmi, gli ho indicato me e lui. Ha capito e fatto di sì con la testa. Gli ho indicato dove dovevo andare, ha alzato un braccio e borbottato qualcosa mentre lo puntava di là. Perfetto.

Mentre camminavo sotto dei palazzi che per forma e dimensioni somigliavano a castelli futuristi osservavo le macchine che mi sfilavano accanto, lungo il viale a venticinque corsie che arriva in piazza Tien An Men e che onestamente non ho voglia di vedere come si chiama. A Pechino hanno tutti auto di grosse dimensioni, tre volumi, nessuna utilitaria, nessun fuoristrada. Non sono tutte berline lussuose, la maggior parte sembrano avere già una decina d’anni e appartenere a una fascia economica, ma a quanto pare non ci sono problemi di posteggio in questa città.
Oltre alle macchine un casino di scooter elettrici che ti arrivano dietro e non li senti, e vabbè, le bici. Le bici sono ovunque, le raccogli da terra o appoggiate ai muri, ci sblocchi il lucchetto col codice che ottieni via telefono e te la usi finché ti serve, poi la riblocchi e la molli dove capita; se c’è posto in uno dei portabici che trovi ovunque, o in un posteggio apposito, sennò contro un muro o in un’aiuola.
Lungo il mio avvicinamento alla stazione ne ho scavalcate diverse, mollate sotto la superstrada che ho dovuto aggirare, vicino a casa.

Alla metro di Dongdan ho trovato un’altra banca, e stavolta mi sono avvicinato alla macchinetta con fare meno smargiasso, per non intimorirla. Ha funzionato, sono riuscito a ritirare 1000 yuan, pagando per commissione solo un rene. 1000 yuan sono 128 euri, grossomodo.
Col cuore leggero di chi apre il bigliettino sotto il tergicristalli e scopre che è la pubblicità di un’immobiliare, mi sono arrampicato su per le scale dell’hotel dove lavora Shasha, un edificio gigante in vetro e acciaio con una grossa fontana davanti all’ingresso.

Lei era sulla porta, preoccupata come una mamma il primo giorno di scuola di suo figlio. Di più, come se la scuola fosse a dieci chilometri di distanza, raggiungibile solo a piedi attraverso un territorio soggetto a bufere di neve e abitato solo da lupi. Lupi stupratori, oltretutto. E malati di aids.

Quando mi ha visto ha detto “Ah, eccoti, ho telefonato a Eyup e mi ha detto che eri già uscito”.
Ah, quindi è il suo nome, non stava facendo dei versi.
Ci sono rimasto anche un po’ male, ma poi mi ha fatto cenno di seguirla nella food court.

L’hotel si trova in un edificio molto molto grande in cui è situato anche un centro commerciale lussuoso, suddiviso in tre piani. A quello inferiore, sotto il livello stradale, si trova la food court: un intero piano dedicato esclusivamente a ristoranti e take away. Considerato che l’edificio è 100.000 metri quadrati è come entrare in un ristorante grande un quarto della Città del Vaticano.

“Cosa vuoi mangiare?”, mi ha chiesto mentre entravamo in un recinto di banchetti fumanti.
“Qualsiasi cosa”, le ho risposto. Nel senso che volevo mangiare ogni piatto, assaggiare ogni pietanza, riempirmi ogni centimetro quadrato di stomaco con alimenti il più lontani possibile da quelli con cui mi nutro di solito. Mi sono guardato intorno con avidità, cercando una rivendita di esotismo, ma la mia ospite aveva già deciso dove portarmi, e mi ha fatto sedere a un tavolino appartato. Mi sono trovato davanti una zuppa con gli spaghetti, (汤面- tāngmiàn) in Oriente esistono migliaia di ricette per fare la zuppa con gli spaghetti, se non parli la lingua capisci di quale zuppa si tratta solo quando ci infili le bacchette dentro e tiri su qualcosa di solido. Può essere un pezzo di carne, una rana, un piede umano, la figurina di Bistazzoni che ti mancava per finire l’album. Insieme alle bacchette ti danno anche un cucchiaio, per il brodo e per aiutarti a tirare su meglio gli spaghetti, nel caso non fossi un mago con le bacchette.
“Scusate, ma io e le bacchette ci frequentiamo da anni, potrei eseguire un’operazione chirurgica a cuore aperto usando solo un paio di bacchette, la serie tv McGyver si è ispirata a me per la mia eccellente manualità, grazie”, ho sogghignato allontanando il cucchiaio, e mi sono lanciato sugli spaghetti come uno che ha appena fatto Milano-Pechino però a piedi e digiuno.

“Ehi guarda, c’è anche il mio bar preferito!”

Quando ho finito la cameriera ci ha sostituito il tavolo perché il nostro era da strizzare.

Anche la mia ragazza era fradicia, e puzzava di brodo. Oltretutto era in pausa pranzo, avrebbe dovuto tornare a lavorare e incontrare un ospite importante tipo il presidente dell’associazione Nemici Di Quelli Che Mangiano Il Brodo, e per questo era così incazzata che mi ha lasciato.

Per fortuna i camerieri cinesi, a differenza dei loro pari portoghesi, sono estremamente servizievoli, e appena la mia ormai ex ragazza ha lasciato il locale si sono presentati in due con una nuova ragazza sottobraccio e me l’hanno fatta sedere davanti.
“Questa è la sua nuova ragazza, signore”, mi ha spiegato la cameriera. “Per evitarle correzioni ai post precedenti gliene abbiamo trovata una con lo stesso nome, solo scritto diverso. Quella di prima si scriveva 沙沙, e indicava il suono che fa la pioggia quando cade, questo si scrive 杀杀 e vuol dire uccidi uccidi”.
Avrei dovuto stare più attento.

(continua)

沙沙

24 agosto 2016.
Entro in casa e c’è una ragazza orientale che svuota la lavatrice. Non mi preoccupo, non è mia né la casa né la lavatrice, sono in vacanza a Praga, e lei dev’essere la ragazza che occupa la stanza accanto alla mia, dove prima stava la coppia di americani stronzi.

Penso subito “Ragazza orientale carina”, e mi parte il film che mi ha accompagnato lungo tutta l’adolescenza, a base di avventure esotiche, principesse asiatiche e robottoni. A dire la verità lei somiglia più a Boss Robot che alla Principessa Aurora, ma quando sono diventato troppo grande per i robottoni ho iniziato a farmi un altro film che aveva per protagonista Winnie The Pooh, e da allora ho mantenuto un debole per le ragazze bassine.

La biancheria che sta tirando fuori dalla lavatrice è la mia, e non amo che una ragazza armeggi con le mie mutande se non ci sono io dentro, così le do una mano, e mentre stendo i panni iniziamo a chiacchierare.

la Cina è uno stato mentale

Si chiama Shasha, e questa storia l’ho raccontata qui.

25 dicembre 2017.
Scendo dall’aereo ed è come tutte le altre volte, il tizio all’imbocco del tunnel indossa il giaccone con le bande rifrangenti, la hostess mi augura un buon soggiorno, mi incammino per un corridoio anonimo, ma stavolta non è come tutte le altre, sono a Pechino, e fuori ad aspettarmi c’è la ragazza di cui sono innamorato.

Rido per l’assurdità di questa situazione, di tutte le cose pazzesche che ho fatto mettermi con una che sta a mezzo mondo di distanza è di sicuro la più strampalata. E di sicuro la più eccitante: non credo di essere mai stato così lontano da casa, in un posto più diverso.

Non so neanche come raccontarla questa storia che cambia continuamente e non mi lascia il tempo di misurarla. Adesso che ne parlo è già diversa da quella di cui sto raccontando, e forse è giusto che abbia come sfondo una terra che sta cambiando in fretta e una lingua fatta di segni che non so leggere.
Magari quando mi troverò a raccontare quel che sto vivendo oggi lo farò dall’esterno di una vicenda già conclusa, e tutti questi discorsi mi sembreranno ingenui, ma adesso, se ripercorro quella poca strada che abbiamo fatto insieme, se penso all’insieme di coincidenze che mi hanno portato al qui e ora, non posso fare a meno di trovarci una sorta di predestinazione.E in quella notte di natale, in quel brevissimo momento scollegato da tutta la burocrazia e l’attesa dei bagagli e il caos e gli episodi che seguono, in quei tre passi fra quando scendi dall’aereo e quando entri nel cordone ombelicale che lo collega al terminal, in quella manciata di secondi che è l’essenza del viaggio, io mi sento il padrone del mondo.

il vostro viaggio comincia qui

Ho anche importato illegalmente del formaggio e c’è un poliziotto che mi fa cenno di passare la valigia nello scanner. Ochei, l’amore mi rende invincibile, ma dubito che mi ponga al di sopra della legge. Chiudo gli occhi e mi stringo nelle spalle mentre il nastro nero si mangia i miei bagagli.
Li riapro, non è successo niente. L’amore vince ancora, oppure è lo scazzo del poliziotto che alle tre del mattino ne ha per le balle di radiografare valigie e interrogare tizi che neanche parlano la sua lingua.

 

Esco dal cancello, c’è Shasha che mi aspetta. Mi ha visto prima lei, io sono ancora col naso per aria a immagazzinare sensazioni nuove. Mi bacia attraverso la transenna, mi prende la mano, la valigia, mi porta fuori, saliamo in macchina e qualcuno ci porta via. Insieme, finalmente.
Non presto molta attenzione alla città fuori dal finestrino, ho delle mani da riempire per tutto il tempo in cui me le sono guardate senza sapere cosa metterci dentro.

Arriviamo a casa sua facendo un casino di svolte e infilandoci in stradine. Lei mi dice che domani dovrò fare quella strada lì per arrivare al suo hotel, me la ricordo? Certo, come no, giro tre volte su me stesso, batto due volte i tacchi e dico che la mia casa è il Kansas, nessun problema.

Quando finalmente vado a dormire è quasi mattina. Al risveglio lei non ci sarà, lavora ancora per qualche giorno. Sarò da solo in una città nuova, dove le persone non parlano inglese e le scritte sono incomprensibili, dove non esiste neanche Google Maps e il mio telefono è inutile. Aiuto.

(continua)

orio

Aeroporto di Orio Al Serio.

No, campo profughi di Orio Al Serio. Nella bolgia di persone in attesa del volo delle quattro per Kiev si trovano tutti gli espatriati dell’ex Unione Sovietica, famiglie scappate dal disastro di Chernobyl o dal disfacimento del sogno comunista, ex ragazzini in cerca di un futuro migliore, coppie mezze italiane e mezze ucraine, una massa di persone che ha deciso di tornare in patria per le feste di Natale, da quest’anno ufficializzato tra le feste nazionali anche lì. Insieme a loro parecchi turisti che vogliono sfruttare il cambio favorevole per andare a fare scorta di vodka e rimorchiare le belle ragazze dell’est. E io, che a Kiev mi fermerò solo un paio d’ore prima di imbarcarmi di nuovo, con destinazione l’altra metà del mondo: Pechino. Non sono il solo, a pochi metri dal quadrato di pavimento su cui mi sono accampato in mancanza di una sedia posso vedere due ragazze cinesi che probabilmente ritroverò all’imbarco successivo.

Robert De Niro is not amused

Ho più di un’ora prima che aprano i cancelli, e l’unico bar aperto è gestito da una signora annoiata e poco comunicativa. Non che i prodotti al banco ispirino un qualsivoglia dialogo al di là di “scusi, ma questo panino è vero?”.
Ci sono quattro tavolini al bar dell’aeroporto. Tre sono occupati da un nutrito gruppo di ultraquarantenni assonnati che mugugnano in una lingua dell’Est. La più anziana è una signora che tiene la testa infilata in un colbacco di pelliccia nera alto un palmo. Dev’essere la nonna di Davy Crockett o il nuovo proprietario di qualche squadra di calcio di serie B.

Due uomini fanno avanti e indietro lungo il corridoio strapieno, scavalcando gambe e bagagli. Anche loro indossano un copricapo simile, ma la borsa di pelle frangiata che portano a tracolla, e il grosso pugnale appeso alla cintura, li identificano come appartenenti a una diversa categoria: sono due trappers.
Gli acquitrini intorno alla pista di decollo sono ricchi di castori, e molti cacciatori si spingono fin qui per piazzare le loro trappole. Quando gli dice bene catturano vecchie ucraine proprietarie di squadre di calcio e si arricchiscono vendendone la pelliccia, oppure finiscono sposati a una hostess portoghese coi baffi.

Fuori, nel piazzale, è un viavai incessante di pulmini guidati da africani. Sono gli autisti che fanno il turno di notte ai parcheggi intorno all’aeroporto. Tutti i capannoni da queste parti sono adibiti a posteggio sorvegliato, per una cifra ragionevole hai qualcuno che si prende cura della tua macchina mentre sei a farti i selfie dall’altra parte del mondo, ti porta all’ingresso dell’aeroporto e ti viene a prendere quando torni. E se vuoi te la lava anche.

È il posto ideale dove cercare rifugio in caso di apocalisse zombi: densità di popolazione prossima allo zero tranne all’interno dell’aeroporto, che comunque è cintato, perciò i morti non possono uscire, e una scelta sconfinata di automobili con cui fuggire, tutte posteggiate bene, col pieno e la chiave appesa in guardiola.
Certo, se decidi di scappare non ti conviene recarti al terminal, l’autista che mi ci ha accompagnato mi ha detto che sono stato fortunato a trovare così poco traffico, durante tutto il giorno la corsia d’ingresso è rimasta intasata da chi portava i passeggeri alla partenza, chi li andava a riprendere e chi si fermava a salutarli. Dal parcheggio ci vogliono dieci minuti, ma potevi perderci anche un’ora, bloccato in coda. Me lo tengo a mente per la prossima volta, quando dovrò decidere a che ora mettermi in viaggio.

C’è un grosso centro commerciale di fronte all’aeroporto, comprende diversi negozi, ristoranti, c’è anche un cinema multisala. A partire prima uno potrebbe spendere il suo tempo lì dentro, penso, ma poi mi ricordo che di solito quando vai all’aeroporto ti trascini dietro delle valigie troppo grosse per poterle portare in un cinema, e mi passa la voglia.
Vedi? Un altro punto a favore dell’apocalisse zombi: in quei casi viaggi leggero, ma se anche ti portassi le valigie in sala non si lamenterebbe nessuno.

Smetto di pensare alle cose belle e torno ad affrontare la triste realtà in cui mi trovo: sono nell’atrio dell’aeroporto di Orio, seduto sul pavimento sotto il busto in bronzo di un signore coi baffoni a cui immagino l’intera struttura sia stata dedicata. C’è un gran mucchio di gente ovunque, sento due cani abbaiare e un bambino piangere. Penso che saprei trovare una soluzione a entrambi i problemi, e che ho sonno, odio le persone e voglio andarmene. E non lo so se il busto alle mie spalle è davvero di bronzo, se ha i baffoni, se è il fondatore dell’aeroporto o il sindaco di questo paese, se esiste poi un paese che si chiama Orio Al Serio o se ne sono andati tutti, infastiditi dal rumore degli aerei e dall’avanzare dei capannoni. Se ne saranno andati in aereo? E da dove saranno partiti?

Natali che avercene, al parcheggio

È in questo momento di vuoto mentale che scopro il wi-fi gratuito dell’aeroporto, e la mia percezione del tempo cambia di colpo. Perché ho Netflix sul tablet, e con la lista di roba che ho da vedere potrei fare il giro del mondo tre volte senza scalo.
Sono così preso che quando finalmente aprono l’accesso all’area check-in un po’ mi scazza.

Chi ha costruito l’aeroporto di Orio Al Serio deve aver cercato di imprimere nell’edificio qualche elemento decorativo, perché mentre correvo verso la signorina che avrebbe dovuto imbarcare la mia valigia ho notato delle piante, una colonna, qualche arredo meno anonimo del solito. Ho notato anche dei sarcofagi in cui puoi trascorrere l’attesa del volo dormendo, che non è affatto una cazzata, ma la mia attenzione in quel momento era tutta rivolta verso il nastro dei bagagli, i pensieri tutti al momento in cui avrei superato il controllo dei documenti e sarei stato libero di trotterellare nell’immensa area duty free, così ricca di attrazioni a buon mercato.

Cinque minuti più tardi mi aggiro come un tossico in astinenza lungo una distesa, invero piuttosto limitata, di serrande abbassate. È tutto chiuso, anche il negozio che vende i profumi e il Toblerone.

Che poi perché il Toblerone e non, che ne so, gli ovetti Kinder? Perché questo grosso prisma di cioccolata lo trovi in tutti gli aeroporti del mondo da Orio a New York? Voi conoscete qualcuno che lo mangia, il Toblerone? Lo avete mai comprato, magari al supermercato vicino a casa? Io neanche lo vedo mai, nei supermercati. Lo trovo sempre e solo al duty free dell’aeroporto. Si vede che ne sono ghiotti gli assistenti di volo.

L’unico bar è assaltato dai passeggeri, tenuti a bada da una piccola ragazza dall’aspetto fin troppo rilassato per affrontare il marasma che ha di fronte. Non si affretta neanche, ti fa lo scontrino dell’acqua, mette un panino nella piastra, va a preparare un cappuccino, batte un’altra ricevuta, toglie il panino, mette su un caffè. Non sorride, ma non ha neanche la faccia scazzata che avrebbe un qualunque essere umano nella medesima situazione. È cordiale e asettica. Forse si droga. Provo a guardarle le pupille mentre pago la bottiglietta d’acqua, ma non riesco a trovarle.

Scavalco due nonne ucraine intabarrate in un intero branco di ermellini e torno a sedermi.
Mentre aspetto che il personale di terra inizi le operazioni di imbarco mi godo la tradizionale processione degli ansiosi, un rito di cui si sono perse le origini, ma che è comune in ogni area d’imbarco di ogni aeroporto mondiale, un po’ come i tobleroni.
Si tratta di un’aggregazione spontanea di persone che rifiutano di aspettare sedute il momento dell’imbarco, e preferiscono mettersi in fila anche mezz’ora prima, quando non è neanche arrivato il personale di terra, con la borsa davanti ai piedi e il passaporto in mano.
Forse sperano di velocizzare le operazioni e anticipare la partenza, oppure temono che qualcuno più lesto di loro si freghi il posto nella cappelliera e li obblighi a imbarcare l’enorme bagaglio a mano nella stiva.

Gli ansiosi dell’imbarco sono inizialmente pochi, quattro o cinque, ma la loro presenza in mezzo all’area è come un richiamo per gli altri passeggeri ad agire, ad abbandonare la loro dissolutezza e alzarsi in piedi, sentinelle silenziose di una vita più virtuosa, ma senza le menate sui valori cattolici.
In breve qualcuno si lascia contagiare dal loro magnetismo e si unisce alla causa, e più la fila si allunga più il suo richiamo si rafforza, e l’ansia si diffonde più densa; diventa difficile ignorarla, è come la puzza delle ascelle. Se rimani seduto vedi la fila lambirti i piedi, ti senti addosso lo sguardo accusatore di chi ha già sacrificato il proprio posto per una causa più alta, e il tuo sedile diventa duro, spigoloso, comincia a pruderti dappertutto.
Pochi minuti, e dove prima c’era una folla di persone sedute ad aspettare ora un lungo biscione si snoda fra i sedili deserti. Solo alcuni impavidi resistono, chiaramente dei provocatori, schifati dalla massa compatta delle fiere sentinelle. Nessuno viola il tacito accordo che è stato sancito unendosi al gruppo: non ci si siede se non a bordo, quei sedili vuoti che sfioriamo con la valigia non devono indurre in tentazione; se ti arrendi e ti siedi perdi il posto e dovrai ricominciare dal fondo.

Io sto seduto per un po’ a farmi gli affari miei, poi quando finisce l’episodio che stavo guardando mi caccio un po’ di musica nelle orecchie e mi alzo, entro nella coda da dove mi trovo in quel momento, passando davanti ad almeno una ventina di persone. Non ci penso neanche ad andarmi a mettere in fondo, non ho stipulato nessun tacito accordo, quando gli altri passeggeri si scambiavano lo sguardo d’intesa segreto stavo guardando Mindhunter. Forse quello dietro di me s’incazza e mugugna, non lo so, sto ascoltando un pezzo divertente, ballo anche un po’. Perché sto andando dall’altra parte del mondo e sono felice.

(continua)

dramma epistolare del nuovo millennio

Buongiorno, dovrei spedire questa lettera.
Non c’è l’indirizzo.
Come dice?
C’è solo il nome. Qual è l’indirizzo?
Eh non lo so.
Senza l’indirizzo come faccio a spedirla, scusi?
Siete l’ufficio postale, credevo lo conosceste voi l’indirizzo.
Ma secondo lei abbiamo tutti gli indirizzi d’Italia? Almeno in che città vive questa persona, lo sa?
Sì sì, vive qui a Torino. Ma non è di Torino, è di Roma, si è trasferita per lavoro. Fa l’architetto.
Mmm. Non può chiederlo a questa persona, l’indirizzo?
Eh no! Vede, io questa ragazza l’ho invitata a cena, ma lei non è convinta, mi trova delle scuse.
Magari non è interessata.
Ma secondo me sì. Un po’ almeno. Ha quel modo di sorridermi che.. ha presente quando una ragazza ti sorride in quel modo?
Una ragazza no. Però anch’io, quando avevo la vostra età, ai ragazzi gli lanciavo certi sguardi..
Insomma, l’ho invitata a cena. E lei non mi ha detto di no. Mi ha detto che ci verrà se riceverà l’invito per posta.
Uuh che cosa romantica!
Però non mi ha detto dove abita.
Eh ma allora!
Capisce? Io voglio scoprire dove abita e spedirle l’invito, così lei capirà che m’interessa davvero, e magari accetterà di uscire con me.
Ma che teneri che siete. Mio marito una cosa così carina con me non l’ha mai fatta. Pensi che il primo appuntamento me l’ha dato in una camera d’albergo, altro che romanticismo! Va bene dai, mi dica come si chiama che proviamo a cercarla nel computer.
Irene Gambardella.
Ah! È parente di Toni Servillo?
Eh? boh, no. Direi di no.
Bellissimo film, comunque.
Se lo dice lei..
Allora, io qui di Irene Gambardella ne ho cinque. In che zona abita la sua?
Non lo so di preciso, ci siamo sempre visti in centro.
E non l’ha mai accompagnata a casa? Che razza di cavaliere!
C’erano sempre i suoi amici, andava via con loro. Dalle parti della stazione, comunque.
Un po’ vago. Ne restano tre.
Ha trentadue anni e gli occhiali. I capelli neri molto corti. È piccolina, ha gli occhi scuri. Le piace il vino rosso ma non quello frizzante. Ha una bocca appetitosa, le dita lunghissime e le unghie curate.
Basta basta, ho un’idea. Mi faccia fare una telefonata..

Pronto, Daniela? Ciao, sono Nadia, di corso Francia. Senti, ho bisogno che mi trovi una persona. Sulla trentina, bassa, occhiali, capelli neri corti. Aha? Aha? Aspetta che chiedo.

Scusi, la ragazza ha un cane?
No, non mi risulta.
No, niente cane. Aha? Aha? Va bene, ti ringrazio, ciao. Sì, certo. Anche a te e famiglia. Ciao cara, ciao.

Allora, ne abbiamo due. Una sta in San Salvario, via Madama Cristina 66, l’altra in Crocetta, via San Secondo 41.
Come ha fatto? La sua amica lavora nei servizi segreti?
Quasi. Fa la postina. I postini vedono tutto e conoscono tutti.
Sono comunque due persone, non si riesce a fare di meglio?
E lei scriva a tutte e due, no? Vorrà dire che una tizia riceverà un invito a cena da uno sconosciuto di cui non avrà il recapito e non potrà rispondergli. Lei il mittente non lo deve mettere, naturalmente. La sua amica invece ha modo di contattarla per telefono e le risponderà, giusto?
Sì, è vero! Posso fare così!
Coraggio, mi dia la lettera. Facciamo una fotocopia le spediamo subito tutte e due! Vedrà che andrà bene, la fortuna aiuta gli audaci!

QUALCHE GIORNO PIÙ TARDI

Oh, eccolo qua il mio amico romantico! Allora, com’è andata?
Malissimo.
Come, non ha ricevuto l’invito? Ha rifiutato?
Per ricevere l’ha ricevuto, sì. Ha ricevuto la fotocopia. E si è offesa da morire, mi ha accusato di fare così con tutte, di avere una risma di inviti che mando a chiunque, di non avere neanche un po’ di fantasia.
E lei cos’ha risposto?
Che non li ho mandati a chiunque, solo a due persone.
Ma chi le ha insegnato a trattare con le donne, mi scusi? Noi non la vogliamo la verità, vogliamo essere lusingate! Doveva dire nessuna! Doveva dire che sull’originale ha pianto tutta la notte per paura del suo rifiuto, e alla fine la lettera era così zuppa che non si leggeva più, e ha spedito la fotocopia! O che quando ha finito di scrivere le tremavano così le mani per l’emozione che ha infilato nella busta il foglio sbagliato! Ma santa madonna! La verità, ma pensa te!
E io adesso cosa faccio?
Immagino che non le sorriderà più in quel modo là.
Ma neanche vuole vedermi! Lei mi deve aiutare, l’idea della fotocopia è stata sua, è sua responsabilità tirarmi fuori da questo guaio!
Vediamo.. potremmo ricattarla. Sappiamo dove abita, sappiamo cosa riceve per posta.. quei completini viziosetti in pelle.. i frustini..
Lo sappiamo? E come facciamo a saperlo?
Ha presente quando un negozio online le garantisce la massima riservatezza sui suoi acquisti riguardo imballaggio, spedizione e documenti di trasporto? Ecco, le sta mentendo. A noi arriva tutto, accuratamente dettagliato.
Il ricatto non mi sembra la soluzione migliore, però.
No, ha ragione. A che serve conoscere i gusti sessuali di una persona se poi non se ne può godere? Però se il ricattatore fosse qualcun altro..
Possiamo evitare tutta questa faccenda del ricatto? Mi sta mettendo a disagio.
Potremmo organizzare uno scippo! Qualcuno le frega la borsa, lei la recupera e gliela riporta. Perdono e riconoscenza in una botta sola, e a fine serata magari vediamo pure il completino in pelle. Eh?
Ma chi lo conosce uno scippatore?
Ne abbiamo una decina a libro paga. O davvero crede che le pensioni che si fregano qui fuori finiscano in mano a dei ladruncoli da ridere? Noi l’economia la facciamo girare, sa.
Ma è furto!
Reinvestimento.
No, ci dev’essere un modo meno aggressivo di farmi perdonare.
Noi siamo le poste, mica Alberto Castagna. Provi a mandarle dei fiori.
Ecco, dei fiori! Grande idea! Sa se c’è un fiorista qui vicino?
Lasci stare, ci penso io, facciamo prima.

Pronto, Adele? Ciao, sono Nadia, ufficio centrale. Senti, mi servirebbe subito una consegna di fiori in via San Secondo 41. Hai qualcosa in zona che si possa dirottare urgente? Ce l’hai? Grazie, sei un tesoro, a buon rendere! Ciao cara, ciao.

A posto. Due minuti e glieli consegna.
Due minuti? Cosa c’è, un fiorista nel portone?
Un postino stava consegnando in quella via. Porta il mazzo di fiori alla sua ragazza invece che al destinatario. Poi quelli glieli consegnamo in un secondo tempo. Fra colleghi ci facciamo spesso di questi favori.
Ma che fiori sono?
Ma che gliene importa? Se ne intende di fiori?
No, per niente.
E allora vanno bene tutti, stia sereno. Vedrà che..
Mi scusi, il telefono. È lei!

Pronto Irene? Ciao!
Eh? I fiori? Beh sì, volevo..
Come dici? Che biglietto?
Ah! Certo! Quel biglietto!
Sì, chiaro, l’ho scritto io, sì. Ti è piaciuto?
Come?
Cosa?
No, asp..
Irene, io non..
Irene aspetta!
Pronto! Pronto!
Allora? Le è piaciuto?
Dei crisantemi.
Dei crisantemi?
Le avete portato dei crisantemi.
E allora? I crisantemi sono fiori bellissimi, a un sacco di donne piacciono. Pensi che nella cultura giapponese..
Sul biglietto c’era scritto “Addio cara nonna”.
Ah.
Eh, mi spiace.
Povera nonna.
Già.
Potremmo provare a..
No! Non si prova più niente! Lasci perdere, lei non è in grado di aiutarmi! D’ora in avanti me la cavo da solo, non s’intrometta più!
Come vuole. Allora mi faccia la cortesia di spostarsi dallo sportello, così posso occuparmi di questo grosso signore con la faccia da assassino. Buongiorno signore, mi dica.
Senta, qualche giorno fa qualche spiritoso si è permesso di spedire a mia moglie un invito a cena. Sulla busta c’era il timbro di questo ufficio. Io vorrei fargli un paio di domande a quest’individuo, ma brevi, perché mi prudono già le mani.
Ah non posso aiutarla, mi spiace. Mi è stato intimato di non intromettermi più in questa faccenda. Si rivolga direttamente al responsabile, è questo signore qui. Buona giornata.

salmo 42

“Non possiamo pretendere che le cose cambino,
se continuiamo a fare le stesse cose.”
Albert Einstein

“La, languidi bri, brividi
Come il ghiaccio bruciano quando sto con te
Ba, ba, ba, baciami siamo due satelliti in orbita sul mar”
Righeira

Sono seduto fuori, nel gazebo, e c’è questo pakistano che mi regala un braccialetto portafortuna perché gli ho dato un euro, quindi alla fine non me l’ha regalato, me l’ha fatto pagare un euro, che è un prezzo veramente da bastardi per un braccialetto di nylon, e me l’ha ancora spacciato per un gesto di generosità inestimabile, che quell’amuleto mi cambierà la vita, dovrei tornare a cercarlo e tirarglielo.

Però un attimo dopo, proprio mentre lo sto legando con una destrezza che se non mi garantisce l’accesso alla nazionale di legamento braccialetti dei pakistani truffaldini è solo perché al tavolino accanto non è seduto il commissario tecnico ma due tizie col cagnone di Up, arriva una che secondo me è fatta di un materiale che non è di questo pianeta, e parliamo di qualcosa che nella mia testa suona come un ronzio di api impegnate a secernere miele, dove la mia voce interpreta le api e la sua il miele, ed è tutto perfetto tranne che la persona che sta al tavolino con me non mi fa il favore di scomparire in un’altra dimensione e rumoreggia perché la presenti, così mi rivolgo alla creatura extraterrestre e in uno sforzo titanico imbriglio quei tre vocaboli necessari e le faccio conoscere la mia amica Santa Rosalia de Carrizal.

La conosceva già, di nome, un nome così te lo ricordi, anche se non è il suo vero nome, lo cambia a seconda del calendario liturgico per poter sfruttare al massimo gli onomastici, due mesi fa si chiamava Luciano. Gliel’avevo già nominata la settimana scorsa, quando mi ero trovato casualmente proprio davanti al suo bar ad aspettare questa stessa mia amica con cui avevo appuntamento tre ore più tardi dall’altra parte della città, e questa creatura composta di pulviscolo cosmico e nuclei di stelle mi aveva chiesto con una certa rudezza “chi cazzo è Santa Rosalia de Carrizal?”.
Mi ero anche fatto dei film su questa sua scena di gelosia, avevo ridacchiato con sicurezza e le avevo chiesto se per caso fosse gelosa delle mie amiche. Mi aveva guardato senza rispondere, ma nel suo sguardo c’erano tutte le risposte più sarcastiche e umilianti che un uomo potrebbe ricevere in tre vite, e la mia sicurezza aveva guaito ed era corsa a piangere sotto la doccia.

Stasera l’ha visto chi cazzo è, ha riso, le ha stretto la mano esclamando “Chi Cazzo è Santa Rosalia de Carrizal! Piacere di conoscerti!” e si è fermata a fare le due chiacchiere abituali, che fino a quel momento erano mancate. Già, per tutta la sera ha girato intorno al tavolino senza avvicinarsi, mi ha guardato mercanteggiare con un predone di Harappa senza intervenire neanche quando era ormai chiaro che sarei finito in trappola spogliato dei miei averi, ma soprattutto ha osservato da lontano il mio comportamento con la donna che mi stava accompagnando, assicurandosi che non ci scambiassimo limoni in pubblico o smanacciate sotto il tavolino.

La mia amica è un’ottima spalla, fa in modo che la conversazione cada spesso su di me e ne approfitta per lodare le mie qualità senza apparire forzata: quando la Risposta Alla Domanda Fondamentale Sulla Vita L’Universo E Tutto Quanto ci racconta del tizio che ieri sera l’ha seguita mentre tornava a casa dopo il lavoro, la mia amica risponde che se ci fossi stato io nei paraggi non avrebbe corso alcun rischio perché sono stato campione olimpico di dure nelle cosce e conosco a memoria tutte le canzoni di Memo Remigi. Che c’entra Memo Remigi? Niente, però le sa ed è giusto che glielo si riconosca.
La mia amica si fa prendere un po’ la mano, certe volte.

Quando andiamo via mi fermo a salutarla e la mia amica si piazza alle mie spalle e mi pianta il gomito in un rene e mi borbotta chiediglielo chiediglielo chiediglielo a un volume che nella discoteca in fondo alla strada uno si affaccia a vedere chi è che schiamazza, e allora le chiedo se dopo il lavoro le va di venire con noi, e a sorpresona risponde di sì e mi lascia il numero di telefono.
Muoio apposta per resuscitare, ma non lo do a vedere. Me ne vado via con Santa Rosalia de Carrizal e l’aria di chi il numero di telefono gli era dovuto,  ma arrivati davanti alla discoteca entriamo e accendiamo un cero alla Madonna Delle Occasioni Mancate per ringraziarla di essersi distratta. In discoteca non hanno ceri, ma tanto quella madonna lì ce la siamo inventata in quel momento. Per fortuna che non incontro il pakistano di prima perché sono così esaltato da credere alla storia del braccialetto portafortuna e finirei per regalargli le chiavi della macchina.

Andiamo a cena dall’indiano e ci troviamo il pakistano di prima, che lavora lì, fa il cameriere. Vedendomi al polso il suo braccialetto ci tratta come clienti vip e ci fa sedere al tavolo più importante, quello del padrone del locale. E sono così esaltato che potrei regalargli le chiavi della macchina, ma viene fuori che il tavolo del padrone sta fra la cucina e il cesso, perché il padrone fa avanti e indietro tutto il tempo, non può mica ogni volta attraversare tutta la sala e dar fastidio ai clienti.
Finita la cena siamo impregnati di un odore di cibo che non capisci se è di prima che venga mangiato o di molto dopo.

Scrivo un messaggio a quell’entità soprannaturale fatta di preghiere e sogni di bambini. Scelgo con cura le parole per non lasciar trapelare che ho lo stomaco stretto dalla voglia di vederla, oppure dalla cena, non lo so, preferisco credere alla prima. Dopo quaranta minuti Santa Rosalia de Carrizal mi chiede se mi ha risposto, ma devo ancora finire di scriverlo, per il momento ho digitato solo la lettera u. Perché la u? Perché mi sembrava una bella lettera.
La mia amica sbuffa e mi prende il telefono e scrive qualcosa di breve, oppure un poema epico in tre atti, ma allora digita velocissimo, e dopo un paio di minuti il telefono mi avverte che è arrivata la risposta.
Faccio un bel respiro, la leggo, ne faccio un altro più lungo. Dice che non sa se ci raggiunge. Sta ancora lavorando, è stanca, magari torna a casa.

La mia amica cerca di tirarmi su il morale e mi propone di accompagnarla in una piazza della città dove dei suoi amici stanno facendo la gara a chi sta vivendo l’esistenza più squallida. Accetto, l’idea di primeggiare in qualcosa mi fa sentire un po’ meglio.

Gli amici di Santa Rosalia de Carrizal sono tre, e si chiamano Gina, Michela e Quiquoqua. Quiquoqua è un uomo, o almeno così tiene a ribadire, indossa pantaloncini da uomo comprati nel reparto maschile di un negozio di abbigliamento per uomini, e sulla maglietta c’è scritto MAN a lettere maiuscole. I baffi non li porta perché non riesce a farseli crescere. E per ribadire che è un uomo con tutte le cose in regola ci prova tutto il tempo con Michela.
Che è un uomo pure lei. Oppure no, la mia amica dice di no, ma se è una donna è una donna molto brutta, non ha niente di quello che ti aspetteresti di trovare in una donna, tipo la femminilità. C’è più femminilità in un carro armato tedesco che dentro Michela. È secca secca, tiene le braccia piegate e si strofina le mani nervosamente. La mia amica dice che non ha un uomo da anni, ma che Quiquoqua non le piace.

Gina è la signora di ottantacinque anni a cui Michela fa da badante, se la portano dietro dappertutto, tanto lei non si lamenta. Dice eeh questi giovani. Le chiedi come sta, se vuole il golfino, ti guarda e non capisce. Allora Michela le dice la rebecca, e lei fa di sì con la testa. Perché a Genova gli anziani se non gli parli in anziano mica ti capiscono.

Mi suona il telefono e non capisco chi sia che mi chiama a quest’ora, tutte le persone che conosco sono già sedute al tavolino, le altre hanno smesso di cercarmi da dieci anni, compresa la mia famiglia che per essere sicura di far perdere le tracce ha cambiato cognome e ora si chiamano tutti Gonzales. Abitano sempre nella stessa casa, ma il nome sul campanello adesso è Gonzales, e quando ho provato a suonare mia sorella ha risposto que pasa hombre. Io faccio finta di non riconoscerli quando li incontro per strada perché ho l’impressione che preferiscano così.

Sto a guardare il telefono senza toccare niente, per paura che smetta di suonare, che si rompa qualcosa, che un intervento esterno possa spezzare quel momento di pura magia che di certo non si ripeterà mai più. Santa Rosalia de Carrizal capisce chi è e risponde al posto mio. Dice siamo in piazza e poi dice ti aspettiamo ciao. Le chiedo chi era, mi dice che coglione.

E dopo poco, davvero pochissimo, addirittura nella stessa settimana, la vedo arrivare. Mi accorgo che è lì perché l’aria si fa più fresca, come se spirasse un vento che arriva dalla cima di una catena montuosa di un paese remoto, dove la neve si sta sciogliendo e i prati sono pieni di fiori. Invece è la cameriera del bar che ha aperto la finestra del gabinetto quando è entrata per cambiare il wc net. A quanto pare hanno riparato il condizionatore.

Il Riassunto della Divinità si siede vicino a me e saluta tutti, si presenta col suo nome terrestre che non sono degno di rivelare né voi di conoscere; non lo sono neanche le persone al tavolo, ma se gli faccio una scenata Santa Rosalia de Carrizal poi mi tiene i musi. Ci incanta tutti con la sua voce incantevole, poi ci innamora coi suoi modi amorevoli, e infine ci stupisce dicendo un sacco di stupidaggini, e tutti ridiamo come bambini dopo una barzelletta sconcia.

Il più colpito di tutti è Quiquoqua, che non riesce a credere alla fortuna che gli è capitata e non vuole assolutamente perdere l’occasione di fare bella figura con la donna più bella che abbia mai incontrato. Le dice cose, le si siede vicino, più vicino, in braccio. Lei non si scompone, è di natura gentile, lo asseconda. Lui ci crede, si fa intrepido, mi esclude dalla conversazione. Michela coglie l’occasione e mi viene vicino, mi fa domande intellettuali, mi chiede che libri ho letto, mi chiede se conosco un regista afgano, mi chiede se ho letto libri che parlano di registi afgani, ma non ne ho voglia, rispondo vago, le taglio ogni tentativo di avvicinarsi.
Per carità, è una donna di profonda cultura e dall’intelligenza sopraffina, ma per le mantidi religiose in piena crisi sessuale ci sono i documentari su youtube.

Poi com’è cominciata finisce, e quando finisce è come mettere un miracolo in una scatola da scarpe in cima all’armadio. Un attimo prima era la festa del patrono con la chiesa illuminata che pare fatta di pizzo e quello dopo è gennaio, fa buio alle quattro e la roba stesa non asciuga più.
Ho passato la serata indimenticabile che desideravo? No.
Lei ha capito di voler passare il resto della sua vita con me? No.
Almeno ci ho parlato? No.
Vabbé, ma alla fine l’avrò accompagnata a casa? No. Ma neanche Quiquoqua.

Mi sento una barca in mezzo al mare, incapace di concludere qualsiasi cosa compreso il sudoku. Mi sento inutile, inadeguato. Mi sento addosso l’odore del cesso del ristorante indiano e di quello del bar in piazza.
In un gesto di rabbia prendo il braccialetto fra le dita e dò uno strattone. Non si strappa, però mi faccio un sacco male e il giorno dopo ho ancora il segno sul polso.

lovecats (papara pa pa pappara paa pappappa pappa parappà)

Oggi durante la pausa pranzo ho scoperto che su youtube esiste una categoria di video apposta per rilassare i gatti, e ti pare che non vado a vedere come funzionano? No, non ci sono andato, il mio gatto dorme diciotto ore al giorno e si sveglia solo quando vado a dormire per tendermi gli agguati a letto, ho un braccio che sembra la pubblicità degli hansaplast, ho così tanti graffi sull’avambraccio destro che una volta uno studente di dermatologia mi ha chiesto se poteva studiare il mio caso per la sua tesi di laurea. Il sinistro invece è intatto, ma sto pensando di dormire un po’ anche dall’altra parte del letto per tornare simmetrico.

Comunque esistono questi video per i gatti, e mi sono chiesto se esistessero anche per i cani, che lì sì che mi servirebbe, quando vado a lavorare Jack va in forte sbattimento, passa il tempo a chiedersi se tornerò vivo, abbaia a ogni rumore che proviene dalla strada, e considerato che abito sulla strada principale significa che abbaia per ogni macchina, persona, uccello, zanzara che sente passare.

Ci sono, di durata variabile. Li trovi da un’ora, due ore, dieci ore. Io mi assento per quattro ore la mattina e quattro il pomeriggio, un’ora è poco, dieci sono troppe. Anche perché dopo un’accurata ricerca non ho trovato una risposta adeguata dalla scienza che mi abbia rassicurato sull’effetto che un video rilassante per cani può avere su un gatto. E se metto su un video rilassante per cani e il gatto si fa le parangosce? Che ne so io se un video rilassante per cani emette delle onde sonore che mi fanno impazzire João? Se torno e quello corre per casa come un matto?

Magari, vorrebbe dire che stanotte è esausto e probabilmente mi lascia dormire. Ma se invece esce pazzo e mi apre il materasso tipo Dexter?
Meglio non rischiare, mi sono detto, e ho cercato un video di due ore da abbinare al video di due ore di musica rilassante per cani.

non credeteci, mentono benissimo

Niente da fare, quelli per gatti hanno tutti durate inferiori all’ora, si vede che i gatti dopo un po’ se la menano di ascoltare.. cosa? Precisamente, cosa gli fai ascoltare a un gatto per tenerlo tranquillo? Ho provato a metterne su uno, era un pezzo di pianoforte. Allora ne ho messo su uno per cani, era un altro pezzo di pianoforte, forse lo stesso di prima.

A quel punto ero più tranquillo, ho pensato che in fondo un video rilassante per cani e uno per gatti sono grossomodo la stessa cosa, e che se prediligo uno rispetto all’altro non dovrei fare danni. Però ancora non mi sentivo tranquillo, così ho cercato un video rilassante per mucche, convinto che sottoponendo i miei animali a una terapia studiata su animali di grossa taglia avrei ottenuto di stordirli entrambi fino al mio ritorno.

Quando sono tornato alle sei Jack dormiva sul divano, João non si vedeva.
L’ho cercato sotto le coperte in camera, ma non era neanche lì.
L’ho trovato nell’armadio, intento a ruminare un metro quadro di erba gatta. Mi ha salutato con un muggito.

È che io l’erba gatta non ce l’ho, dove ha trovato tutto quel vegetale?
La risposta è arrivata immediatamente nei panni della mia vicina, incazzata come una biscia perché un animale rosso a pelo lungo le è planato sul terrazzo e le ha potato tutti i gerani.
Ho provato a mentire, dicendo che io animali rossi a pelo lungo non ne ho e non me ne sono mai girati per casa neanche includendo le fidanzate ipertricotiche, ma mi ha puntato addosso il suo indice più affilato (ne ha una decina apposta per puntarli addosso a chi le fa degli sgarbi) e con una voce che sembrava uscita da un pentacolo dipinto sul pavimento di una cripta in una notte di luna piena mi ha risposto “Ma neanche fidanzate a pelo corto. Ti sento sai, quando ti chiudi in bagno con la scusa di lavarti i denti ma non apri neanche l’acqua. Sto parlando del tuo gatto, quello che mi ha mangiato i gerani.”

Ho cercato di difendermi dicendo che da qualche mese frequento una bellissima ragazza glabra, ma non mi ha creduto. Anche perché in quel momento è uscito dall’armadio João, con un campanaccio al collo e l’occhio molliccio del bovino al pascolo. Le ho promesso di ricomprarle i gerani. Ha detto che vuole anche il risarcimento danni, quindi i gerani non bastano più, vuole un ulivo centenario, lo vuole piantare in terrazzo. Le ho detto che gli ulivi richiedono molto terreno in cui far correre le loro radici, che sotto il suo terrazzo c’è il negozio della parrucchiera, e non so come la prenderebbe a trovarsi delle radici di ulivo che le pendono dal soffitto, una volta mi ha rimproverato che a una sua cliente che usciva dal negozio è caduta in testa una matassa di pelo di gatto (aveva ragione, l’ho raccolta e l’ho buttata dalla finestra senza tante cerimonie, era grossa come la provincia di Imperia), figurati se una dopo la permanente si trovasse decorata con pezzi di legno e qualche tipico parassita delle piante.
La mia vicina si è confusa, non conosce i parassiti delle piante, mi ha chiesto di farle degli esempi, io le ho detto che un tipico parassita delle piante è il canguro, lei si è spaventata e ha ritrattato, adesso le vanno bene anche solo i gerani.

La crisi per il momento è passata, domani quando vado a lavorare metto su una playlist degli AC/DC, tanto il gatto più aggressivo di così non ci diventa, e secondo me Jack con l’uniforme da scolaretto australiano come quella di Angus Young fa la sua figura.

parlando di (cose) serie 3

Va detto che questo titolo per la rubrica sulle serie tv andrebbe cambiato, ma per adesso ce lo teniamo.

Mia madre si è abbonata a Netflix e ha scoperto le gioie del binge-watching, e io ho scoperto cosa provano gli orfani: non esce più di casa, quando vado a trovarla è sempre sul divano con gli occhi alla tele, e mi risponde sisì. La capisco, le prime stagioni di Lost hanno fatto lo stesso effetto anche a me.
Poi vai avanti e capisci che quella serie ha perso un treno di possibilità gigante, o forse non l’ha mai avuto, forse è nata con l’intento di intrattenere senza spiegare niente, e allora è perfetta così com’è. Per me comunque una storia che apre mille interrogativi e ne chiude dieci è una storia che non funziona, scusate. Invidio mia madre che si sta divertendo tantissimo, ma non vorrei essere nei suoi panni quando dovrà sorbirsi le ultime tre stagioni e i viaggi nel tempo e i personaggi che entrano ed escono dal niente e i flash-fucking-forward e quel finale che se ci penso mi viene ancora voglia di associare divinità cristiane e animali da fattoria.

Bioparco!!

Intanto che aspetto di ritrovare un genitore perduto cerco di convincerla a guardare un’altra perla presente nel catalogo, e non voglio neanche ripetere di cosa sto parlando, mi limito ad alzarmi in piedi e portarmi la mano sul cuore.

Sarà proprio quella serie lì a introdurre il primo argomento di questo post, di cui proprio stamattina ho visto l’episodio finale della terza stagione: Better Call Saul.

Lo stile narrativo, l’ho già detto, non è lo stesso di Breaking Bad, ma non è un difetto. A dire la verità anche la sua serie madre iniziava con un tono a tratti ironico, poi ha cambiato registro nelle ultime stagioni, e ci ha portati al finale con una tensione addosso che se ci penso mi metto lì e me lo riguardo un’altra volta.
Intanto a mia madre ho proposto una visione collettiva settimanale a casa sua, con la scusa che non l’ho mai visto in italiano.

Mentre nelle prime due stagioni la storia andava avanti per conto proprio, con l’introduzione di un personaggio fondamentale di quell’universo narrativo ci siamo agganciati di prepotenza alla storia principale, diventando a tutti gli effetti un prequel. Ci sono i personaggi che abbiamo conosciuto insieme a Walter e Jesse, i luoghi in cui si sono ambientate le loro vicende, assistiamo alla nascita dei loro rapporti e di alcune loro caratteristiche. Mancano solo Walter e Jesse, ma a questo punto non escludo di vederli nella prossima stagione. D’altronde, se abbiamo ritrovato perfino Huell Babineaux..
L’ultimo episodio andato in onda finora è di quelli che ti fanno alzare dal divano dicendo “Waaah!”.

black is the new orange which is the new black

E restando su serie di cui abbiamo già parlato, ma nel frattempo sono andate avanti e ci sarebbe da dire qualcosa, è uscita la seconda stagione di Preacher.

Sai quella serie che sì, carina, ma il fumetto è un’altra cosa e Tulip mi sta pure sulle palle? Quella che non avevo ancora capito se mi piaceva o l’avrei recensita come gli americani recensirono Dresda nel ’45? Ecco, è ricominciata quella serie lì, e da subito si è capito che qualcosa è cambiato.
Intanto i protagonisti non sono più confinati nel buco del culo del Texas, ma se ne vanno in giro e incontrano personaggi (poi vabbè, sono andati a New Orleans, si fermano lì per tutta la seconda stagione, ma è comunque un miglioramento, voglio dire, New Orleans, c’è ambientato un ciclo di storie fighissime in quella città), e i personaggi sono di quelli importanti, che quando sono in scena se la prendono tutta. E poi c’è molto più umorismo macabro, situazioni grottesche, violenza gratuita, insomma, è Preacher. Magari non è fedele alla storia, ma è coerente, e non so voi, ma a me non dispiace affatto vedere una storia nuova, se è coerente con quella che conosco. È come farsi raccontare una nuova avventura dei tuoi personaggi preferiti.
Anche Tulip, alla fine, non l’ammazzerei più, me la sono fatta piacere. Facciadiculo no, è ancora il cosplay ragazzino odioso di Facciadiculo.

per esempio Ganesh non c’è nei fumetti, ed è un peccato

Questo discorso della coerenza lo ritrovo nel’ultima serie di cui volevo parlare, American Gods.
Hai letto il romanzo, ti è piaciuto da morire anche il finale che invece a me no, ma insomma, hai saputo che ne avrebbero fatto una serie e hai cominciato a sperare fortissimo che fosse fedele alla storia che conosci. E invece qua e là cambia. Ci sono personaggi che vengono sviluppati di più, altri che non esistono affatto, succedono cose che non dovrebbero succedere. Tradimento!

Epperò i personaggi che non sono nel libro potrebbero starci bene, se ci fossero sarebbero così, come una canzone che viene esclusa da un disco e la ascolti dieci anni dopo nell’edizione anniversario e diventa la tua canzone preferita.
Ecco, American Gods non diventerà la mia serie di culto, e i personaggi che sono stati aggiunti non sono già adesso i miei preferiti, ma è una storia che funziona bene, non mi fa mai provare quella sensazione di estraneità in cui per esempio The Walking Dead abbonda. Vabbè, ma lì il problema è che la storia è uno sbriciolamento di coglioni e i personaggi vorrei vederli tutti morti, ma non morti che ritornano, morti e basta.
La serie di Amazon (sì, la passano su Amazon, finora l’unica ragione valida per mantenere un abbonamento a Prime), fra le altre belle cose, mi ha riportato in vita diversi attori di cui avevo perso le tracce, prima fra tutti Cloris Leachman (nitrito di cavalli), che a novantun’anni tira fuori una splendida Zorya Vechernyaya. Una chi? Niente, un personaggio di American Gods, stavamo ancora parlando di quello. E poi c’è Crispin Glover, che tutti ricordiamo come il papà sfigato di Michael J. Fox in Ritorno Al Futuro, “ehi tu porco levale le mani di dosso!”, e qui fa il capo dei cattivi; Gillian Anderson, non potevo immaginarla diversamente che così, e adesso me la vedo vestita da David Bowie coi capelli arancioni e chi se lo ricorda più di Scully?

beating up the wrong guy

Per me American Gods è un grosso pollicione alzato, e non ho neanche parlato della colonna sonora, o della bellezza di Emily Browning, o di Kristin Chenoweth, che se per voi è la voce di un personaggio di Bojack Horseman (perché non ho nessuna voglia di vederlo nonostante ne parlino tutti benissimo?) vuol dire che non avete mai visto Pushing Daisies, e mi dispiace tantissimo per le vostre vite incomplete.

Adesso magari mi rimetto a scrivere qualcosa di divertente, eh? Con calma.

Paolo Villaggio non lo so, ma Fantozzi sarebbe dovuto morire di sabato

Che poi ci sono persone che semplicemente non dovrebbero morire mai, non è previsto nel contratto che le ha legate alla nostra esperienza. Certi cantanti, attori, i nostri genitori. Non è necessario che facciano qualcosa, possono anche ritirarsi in casa e non uscire più, non incidere più nessun disco (e il più delle volte quello è auspicabile), sarebbe sufficiente saperli lì, a irradiare sicurezza. Quando se ne vanno tradiscono le tue aspettative, anche se te l’aspettavi, se erano malati da anni, è comunque una condizione sbagliata. Non era previsto che si licenziassero.

Io un po’ mi ci incazzo che Villaggio sia morto invece di ritirarsi in una pensione eterna dove ogni tanto lo va a intervistare la conduttrice di qualche programma della mattina su Raidue. E mi ci incazzerò ancora di più quando ad andarsene saranno i miei idoli veri. Per me il 2016 è stato devastante, per dire. David Bowie, Prince, George Michael, Gene Wilder e la Principessa Leila. Leila, non Leia, sono nato nel 1972 e per me è Leila, punto. E non Carrie Fisher, per quanto volessi bene all’attrice per me lo scorso dicembre è morta la mia principessa delle favole.

E oggi se n’è andato il ragioniere, non il prestigiatore maleducato o l’attore macchietta che oltretutto tifava per quell’altra squadra di Genova.  Era genovese, e un po’ di campanilismo viene fuori, forse perché oggi da queste parti i comici bravi scarseggiano (non che altrove..), e quando se ne va uno di quel livello ti girano le balle. Che poi i suoi libri mi facevano ridere, i film già meno, ma è anche vero che dopo i primi due diretti da Luciano Salce non aveva più niente da dire, era patetico e sopravviveva a sé stesso come Massimo Boldi e Christian De Sica. Anche come Vasco, avrei detto fino a sabato mattina, poi quello ha radunato 220.000 paganti al concerto di Modena, lui che fuori dall’Italia è un perfetto sconosciuto è riuscito dove neanche i Rolling Stones, adesso diventa difficile  dargli del rottame. Magari domani Boldi fa il film dell’anno, che ne so.
Poi va a ritirare il leone d’oro e dice bestia che roba e tutti i fotografi gli tirano addosso la nikon.

Oppure no, aspettano che muoia, è più sicuro. Se riscopri qualcuno da vivo e inizi a celebrarlo poi devi essere coerente e mantenere l’attenzione su di lui, dargli l’opportunità di riscattarsi da decenni di macchietta. Non puoi andare controcorrente e dire che Paolo Villaggio è un grande attore e uno scrittore che avercene, finché è vivo. Conviene aspettare che muoia, a quel punto ti basta scrivere due righe e ne vieni fuori come l’esperto che se fosse dipeso da te, uh, vedevi che carriera faceva quello.
Mi spiace per Boldi, sarebbe stato interessante vederlo recitare in un film di Bellocchio, toccherà osannarlo anche lui quando non ci sarà più.
Spero che succeda il più tardi possibile, nel caso.

for no one

Immagino la tua faccia e anche la mia assume un’espressione diversa, come quando mi guardavi e mi chiedevi di baciarti, o quella che avevo la sera in cui ti sedevo davanti e la parete grigia ti rendeva parte di un quadro che non avrei mai smesso di contemplare, come si fa con gli stereogrammi, che dopo un po’ viene fuori l’immagine in tre dimensioni oppure un gran mal di testa.

Mi si conficcano negli occhi questi momenti, quando facevamo qualcosa insieme e avevamo ancora i vestiti addosso. Sarà perché erano così rari che me li ricordo tutti; il sesso unisce, ma era altrove che costruivamo il nostro rapporto. Tu dall’analista, io al bar.
Poi ci vedevamo, ti nascondevo i vestiti e ti rivestivo delle mie mani.

Era splendido, finché durava, poi dicevo qualcosa di sbagliato e ti offendevi. Sei sempre stata una donna permalosa, non ci voleva molto a farti perdere la calma. Una volta è bastato dire sì. Va bene, la domanda era “ami un’altra?”, ma se avessi risposto no sarebbe stato lo stesso, quando ti prendevano quei momenti bastava la mia presenza a creare una discussione.

Eri un’esperta di litigio retroattivo, tiravi fuori cose che avevo detto al nostro primo appuntamento, mi sbattevi in faccia frasi pronunciate quand’era ancora vivo Cheope.

Che adesso ci rido, ma è la sindrome del sopravvissuto che guarda indietro e niente gli sembra più così orribile, solo perché è riuscito a superarla.
Se ne vedono di continuo agli incontri per la terapia di gruppo, dove c’è quello che si alza e fa “Ciao a tutti, mi chiamo Peppo, e sono già tre mesi che non rimango coinvolto in un incidente aereo” e tutti ciao Peppo, bravo Peppo. Se lo fai parlare capisci che è ancora traumatizzato, ti dice “Avessi visto che figata, si è aperto uno squarcio nella carlinga e la gente veniva strappata via dai sedili e sputata fuori come i semini dell’anguria. Da morire proprio!”, poi si mette a fissare il vuoto e il sorriso si cristallizza in una smorfia.

Anch’io ogni tanto fisso il vuoto e mi perdo a sfogliare l’album delle figu che mi sono appiccicato addosso, una per ogni taglio che mi hai aperto nella schiena. Lo so, i cerotti funzionano meglio, ma mi mancava solo lo scudetto della Pistoiese per finire l’album, ho dilapidato uno stipendio in quella dannata edicola, non immagini quante doppie ho ancora in giro per casa.

Non tante quanti i tuoi accendini, comunque. E i filtri, quelli li ritrovo ancora nel letto, ma non è colpa tua, sono io che non ho più cambiato le lenzuola: pensavo di aspettare ancora qualche anno e poi venderle come un Pollock inedito.

Ma anche quando fisso il vuoto, senza la dolcezza che cresce col ricordo, né la tenerezza di chi riconosce anche le tragedie passate come una parte preziosa della vita, né l’indulgenza che si riserva ai propri errori, anche quando riesco a dimenticare i momenti in cui ti avrei investita col trattore per come mi facevi le pulci a ogni singola parola che pronunciavo compresi i rutti e i fonemi ad essi correlati, tipo aiuola e uaioming, anche in quei momenti di sospensione del giudizio e dell’incredulità riconosco che l’uomo è una creatura imperfetta e va amato per i suoi difetti, che sono ciò che lo rende unico.
E la donna va amata di più, perché oltre a quello ha pure le tette.

Erano aspetti della tua persona, la linea costiera del tuo carattere, fatto di spiagge su cui fioriscono i gigli e di sassi taglienti e ricci velenosi nascosti sotto la sabbia. Ci vuole coraggio a frequentare quei tratti di costa, e io quel coraggio non ce l’ho avuto. Dici che basterebbe un paio di anfibi, ma al mare con gli anfibi, d’estate, scusa, no.

Ti mettevi la mano davanti alla bocca, e spalancavi gli occhi, e dicevi voglio solo morire, e ggirato con due gì, e quando ti baciavo sapevi di menta e malinconia, e il tuo sorriso era come il fiore di una pianta che sboccia quando decide lui e mai quando c’è qualcuno che lo può fotografare, si vede che è come quei capi indiani convinti che gli freghi l’anima, o i punk londinesi che sticazzi dell’anima io voglio i soldi.

Ti ho trovata in un giorno di pioggia, ti ho persa al primo sole, non sono mai stato bravo con gli stereotipi.
E neanche con le lettere, la prima che ti ho scritto è la stessa con cui ti saluto. Non aggiunge, non spiega, ti lascia com’eri. Sarà che il tempo delle spiegazioni è passato, che non piove più da mesi e si è inaridita la gola, che mi hai lasciato senza parole.

non vorrei apparire troppo sbilanciato, ma Eddie Vedder è Dio

Mi ci sono voluti ventisei anni, ma alla fine ci sono riuscito a vedere Eddie Vedder da solo. Che poi, solo, c’erano altre cinquantamila persone, ma almeno non c’erano i Pearl Jam. Che mi piacciono, eh, tre anni fa a San Siro mi sono goduto un concerto straordinario. Che poi, straordinario, sarebbe stato straordinario se non fossi stato io sotto un treno, ma anche così è stato un grande spettacolo (e l’ho raccontato qui).

È che a me è sempre piaciuto lui, per la voce, la presenza, il carattere; non è un caso se le mie canzoni preferite dei Pearl Jam sono tutti pezzi piuttosto lenti; la colonna sonora di Into The Wild sarebbe in cima alla mia classifica se mi prendessi la briga di stilarne una, e resta una delle ragioni per cui ho un ukulele in casa.

Il concerto di ieri è stato uno dei migliori concerti della mia vita di frequentatore di concerti. Tipo uno dei primi tre. Per le ragioni qui sopra, e perché è stato un concerto straordinario. Ma partiamo dall’inizio.

Se invece non volete partire dall’inizio potete saltare subito alla recensione, che inizia qui.

quando ti porti l’ukulele in spiaggia per rimorchiare le pugliesi ma la sabbia scotta e già ti sei vestito di nero almeno un paio di ciabatte le potevi mettere

Partiamo da me, che vado a prendere John Malkovich e facciamo colazione in una pasticceria sotto casa sua, dove mi deposito nello stomaco un krapfen con tanta crema da riempirci il lavandino. Pesa anche come il lavandino, ma è buono e non mi si riproporrà per le due ore e passa del viaggio fino a Firenze, dove arriviamo giusto in orario per il pranzo. Che uno dopo un lavandino alla crema non avrebbe neanche tutta questa fame, ma devi considerare che durante il pomeriggio sarai bloccato dalla folla e ti riuscirà difficile andare a farti un panino al banchetto dei panini toscani. Che poi chissà cosa se lo fanno pagare un panino a un evento del genere.

Ma prima c’è da raccogliere Concertillo, che è salito in treno da Roma e ci aspetta davanti alla stazione, poi da andare in albergo a Fanculonia a lasciare gli zaini, poi da tornare in città e cercare posteggio dalle parti dell’ippodromo, o perlomeno a Firenze. Poi da tornare di corsa in albergo, perché dentro lo zaino ci ho lasciato i biglietti, e una volta trovato un altro posteggio veramente vicino ai cancelli possiamo dedicarci all’approvvigionamento: ci accomodiamo in un vero diner americano dove ci servono degli hamburger enormi, roba che al mio potrei far indossare il casco e legargli la cinghietta all’altezza della fetta di edamer. Ma asciutti come un sacchetto di calce. Anche inzuppandoli di salsa è come mangiare cartongesso. Anche perché la salsa ce la devi grattugiare sopra.

E poi entriamo. Pesanti come donne all’ottavo mese superiamo i controlli, ci facciamo legare al polso il braccialetto di riconoscimento e ci affacciamo sul terreno dell’ippodromo.

L’ippodromo del Visarno è come puoi immaginarti un ippodromo: un prato enorme, lunghissimo, senza un albero o qualunque cosa che proietti ombra. Ci sono stand lungo il perimetro, una piccola tenda al centro dove si sono accampate persone fino a riempire l’ultimo centimetro protetto dal sole, e i banchetti che ti cambiano i tokens.

come un cantiere ma senza l’umarell

Sono la moneta corrente all’interno dell’area. Con 15 euri ricevi cinque pezzetti di plastica quadrati che puoi spezzare a metà: una bottiglietta d’acqua costa mezzo token, un gelato uno, una birra due. C’è anche un barbiere, se uno volesse approfittare dell’attesa per sfoltirsi la pelliccia dovrebbe sborsare lo stesso numero di gettoni che ti servivano negli anni 70 per telefonare in America da una cabina.

Il pubblico è diviso in diversi settori, ci sono i Paganti che stanno nel grosso del parterre, i Più Paganti che hanno accesso a un’area davanti al palco capace di contenere qualche migliaio di persone, gli Strapaganti che godono del privilegio di occupare due piccoli recinti davanti al palco, della capacità di boh, due-trecento persone ciascuno, e i Non Oso Immaginare Quanto Paganti che si guardano tutto il concerto sul palco, insieme ai tecnici. Quest’ultima soluzione mi sembra un pacco, una volta ho assistito a un concerto di Patti Smith da una posizione analoga, e va bene, stavo bello largo e vedevo tutto quello che succedeva dietro le quinte, ma l’energia che trasmette un concerto va a finire tutta davanti, così è come in televisione.

Noi siamo fra i Più Paganti, andiamo a collocarci a ridosso del piccolo recinto di destra e aspettiamo che cali il sole sperando di non calcificarci.

Ci sono gli addetti della sicurezza che smazzano bottigliette d’acqua caldissime e ci innaffiano con l’idrante durante le ore più calde, e un tizio sul megaschermo ci ricorda a intervalli regolari che ci ruberà solo pochissimo tempo per informarci sulle misure di sicurezza, le stesse che il tg4 raccomanda all’inizio di ogni estate: bere tanta acqua e non svenire. Ci ricorda che in caso di incidenti occorre evitare di seminare panico e non bisogna muoversi in modo disordinato.

Ci si domanda come si fa a muoversi in modo disordinato, qualcuno prova a muovere in modo disordinato un braccio per vedere che succede e lo infila nell’occhio del vicino, ma non scoppia nessuna rissa grazie ai preziosi consigli del tizio nel video. E perché fa troppo caldo anche solo per pensare.

Alle cinque e mezza salgono sul palco gli Altre Di B, un gruppo di Bologna che canta in inglese. Il cantante somiglia a quello dei Thegiornalisti, solo più basso. Sono belli vivaci, contenti di esibirsi davanti a una marea di persone e del tutto a proprio agio. Mi ricordano un po’ gli Arctic Monkeys, oppure li confondo con uno di quei gruppi che ascolto ogni tanto senza guardare chi sono. Sono bravi, comunque, molto meglio di quelli che verranno dopo. E sono venuti a suonare a Genova ai Giardini Luzzati, ma l’ho scoperto solo adesso cercando un video su youtube.

gli Altre Di B spaccano

“Quelli che verranno dopo” dovevano essere i Cranberries, ma la cantante ha problemi di salute e hanno annullato la tournèe. Sale sul palco una tizia avvolta in una specie di mantello nero, indossa un top nero e dei pantaloni aderenti dello stesso colore. È magrissima, sennò avrei pensato subito a Batman. Invece è Eva Pevarello, che mi dicono essere venuta fuori da X Factor. Non il gruppo di mutanti che lavorano per il governo americano, ma la trasmissione televisiva che spinge talenti musicali precotti verso una fama di un paio di mesi prima di lasciarli liberi di esibirsi alla Sagra della Provola. Fra un anno a Coachella e fra due anni a fare il benzinaio, dicevano quelli là.

È timidissima, propone tre o quattro pezzi che non ricorderò, e se ne va a difendere Gotham dal crimine, ignorata da un pubblico che sembra avere di meglio da fare. È simpatica, dai, ma con me le ragazze magrissime che si chiamano Eva partono avvantaggiate.

e comunque ho visto Eve migliori

Poi guadagna il palco uno che sembra un incrocio fra un salumiere e un Teletubbie, guarda se non somiglia a Dj Ringo di Virgin Radio. Cazzo ma è lui! È Dj Ringo! Ringaccio!

Io lo adoro, Ringaccio, perché è uno di noi! È il tizio che incontri la mattina al bar mentre cerchi di leggere il giornale e ti blatera addosso un luogo comune a caso sul governo che ruba. È l’altro tizio che al pub vuole presentarti un suo amico che sa fare Balliamo Sul Mondo coi rutti. È quello che fa la battuta a sfondo sessuale invece di quella divertente. Che ti manda le donne nude su whatsapp. Che beve la Guinness. Che ascolta il mitico Blasco. Che prima o poi farà la mitica Route 66 su una mitica Arlei Devinso. È uno di noi, quello che di solito cerchi di evitare.

Lui e un altro dj di cui non ricordo il nome ci fanno ascoltare diverse pietre miliari del rock, ma solo una ventina di secondi ciascuna, sennò Spotify gli chiede di pagare l’abbonamento, e per ognuna di esse ci regala un commento che se stava zitto era uguale. Ogni tanto punta un cannone di plastica verso il pubblico e ci spara addosso delle magliette. Se qualcuno se lo stesse chiedendo sì, prima se lo mette in mezzo alle gambe e finge che sia il suo grosso uccello, poi mima di ficcarlo nel culo di un tecnico. Haha.

Si congeda ricordandoci che siamo più forti di quegli stronzi che cercano di farci paura, e mostra il dito medio al suo nemico immaginario. Mi domando se avrebbe accettato di salire sul palco in un paese dove il terrorismo è una minaccia reale e non qualcosa che vedi in televisione, ma sono argomenti di cui non mi sento in grado di parlare, preferisco raccontare le mie cazzate.

Mentre va via gli urlo “Ringo, tua mamma ascolta 105!”, ed è una soddisfazione che volevo togliermi da anni.

Samuel ce l’ha ‘sta fissa delle mani

Il primo artista che non devo cercare su google è Samuel, il cantante dei Subsonica recentemente lanciatosi in un’avventura solista. Si presenta disinvolto come un vero animale da palco, canta una canzone e poi ci saluta: “Mi dispiace tantissimo per i Cranberries”, dice ridacchiando, “Avevo anche comprato il biglietto, ho dovuto rivendermelo. Vorrà dire che vi farò sentire il mio nuovo disco, anche a quelli che avrebbero preferito non ascoltarlo”. Ed è di parola, ce lo fa sentire tutto. Tutto. Non finisce più, dopo quattro o cinque canzoni la gente comincia a sedersi, tira fuori le carte, dei libri, parte un esodo verso il bar. Lui prova a coinvolgere il pubblico, urla “tutte le mani!”, ci mostra come batterle, ma lo seguono in tre. Finisce e se ne va raccogliendo gli stessi applausi di Eva Pevarello. Finora la gara dell’applausometro l’hanno vinta i tizi sconosciuti di Bologna, di lì in poi è stato un calo. Non è il caldo, è la pochezza.

Ci vuole Glen Hansard a cambiare la situazione.

Per chi non lo conoscesse, e io ero fra questi fino a sabato mattina, si tratta di un cantautore irlandese, ha fatto diverse cose interessanti, tipo vincere un oscar per la miglior canzone di un film e recitare in The Commitments, quel film straordinario di tanti anni fa che se non l’avete visto vergognatevi.

Si presenta sul palco con un paio di polacchine invernali e una chitarra tutta scavata dalle pennate del plettro. Suona canzoni di tre accordi, un ritornello semplice, e ottiene centomila mani alzate. Samuel è nel recinto supervip a mangiarsi il cappello come Rockerduck.

secondo me le buca apposta per scena

Quando gli cambiano la chitarra gliene danno una che devono averci fatto il nido i topi, ha due grossi buchi appena sotto il foro centrale, e ci vuole poco a capire come sia successo: l’uomo dalla folta barba comincia a picchiarci sopra a una velocità e una potenza che io così rapido so solo fare le pulizie di casa e infatti non viene mai nessuno a trovarmi. Il pubblico è suo, può fare di noi quello che vuole. Quando ci saluta qualcuno gli urla “bis!”, sebbene dopo di lui sia finalmente il momento di Eddie Vedder.

E finalmente..

Il palco sembra il negozio di un rigattiere, ci sono strumenti dappertutto, valigie aperte, un vecchio organo in legno, un registratore a bobina e una scatola piena di adesivi sul pavimento che non si capisce a cosa serva.

Alle spalle della bottega una fila di steli reggono delle lampadine che trasmettono un calore da soffitta, e sullo sfondo un cielo stellato. È già bello così.

foto a fuoco non ne ho trovate

Il nostro eroe arriva, fa un inchino goffo e ci saluta in italiano, leggendo da un foglio. Dice che è la prima volta che viene nel nostro paese da solo, e anche la prima che suona a un evento così grande. “Queste cose succedono solo in Italia”, dice. Ha un legame particolare con l’Italia da quando, durante la sua prima tournèe, ha conosciuto sua moglie a Milano, e non manca di ricordarcelo anche stavolta.

Ho inserito il link ai video che ho trovato su youtube per ogni canzone, almeno dov’erano disponibili. Non ringraziatemi tutti insieme.

Attacca Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town e John Malkovich inizia a darsi sberle in faccia dall’entusiasmo. Poi fa Wishlist e Immortality, sempre del suo gruppo, e il mio compagno di concerto non riesce a trattenere la gioia. Ascoltillo è più tranquillo, lui i Pearl Jam li conosce poco, ma si vede che sta attento.

La prima cover è di Cat Stevens, Trouble, a cui attacca una melodia che non so gli altri, ma io ho iniziato a ululare: Brain Damage, dei Pink Floyd!

Prima di posare la chitarra elettrica fa Sometimes, poi si alza e tira fuori una bottiglia di rosso. Ci ricorda che quella sera è San Giovanni Battista e brinda a lui e a tutti quelli presenti, uno per uno. Poi dice vaffanculo in italiano, prende l’acustica e inizia I Am Mine, dove ceffa subito un accordo e dà la colpa al bere.

Posa la chitarra e passa all’ukulele. Brividi, che Ukulele Songs è un disco pesantuccio.

Tranne Can’t Keep e Sleeping by Myself, e per fortuna canta quelle.

Le canzoni vengono via veloci, ne ha già presentate una decina e ancora non ha toccato i miei mostri sacri. Sono già esaltato così, mi chiedo cosa succederà quando arriveranno.

Non devo aspettare molto, mi spara quattro canzoni da Into The Wild, Far Behind, Setting Forth, Guaranteed e Rise. Su Guaranteed mi sono bagnato le mutande.

“Ehi, questa la so fare anch’io!”, mi dice Chitarrillo, che riconosce prima di me The Needle and the Damage Done di Neil Young. Nessuno dei due capisce che quell’abbozzo di melodia che segue è Millworker, un pezzo di James Taylor che di solito suona per intero.

Di Unthought Known non racconto niente.

Poi fa un collegamento fra San Giovanni e i Soundgarden, e s’incupisce, e ci dice delle cose tristi, e parla di Chris Cornell e poi io una versione così triste di Black, madonna, quell’altra volta a Milano ho pianto come un bambino perché mi ero appena lasciato con una, ma non è che posso piangere tutte le volte, dai. Facci qualcosa di forte. Ochei, mi risponde dal palco, e spara Lukin, e Porch.

Poi va all’organo. Non era coreografico l’organo, ci si siede davanti dandoci le spalle e spera di non fare casino. Legge il testo su due tablet appoggiati uno sopra l’altro in un equilibrio che vabbè, e ogni tanto si gira verso il pubblico con la faccia di quello che non credeva che ci sarebbe riuscito.

La canzone è Comfortably Numb, e no, non c’è riuscito, se n’è dimenticato un pezzo, si è perso a metà, ha improvvisato ed è arrivato in fondo con qualche difficoltà. E comunque Comfortably Numb all’organo non si può sentire.

Presenta Imagine, che non ha bisogno di presentazioni, e succede una cosa che se avevi la sensazione di trovarti a una funzione religiosa questo è il momento in cui ti inginocchi e rinneghi il tuo dio di prima: da sopra il palco cade una stella cadente. Alla fine della canzone più abusata del mondo per parlare di amore universale cade una grossa stella cadente. A voler essere cinici era una cosa che si poteva organizzare senza grossi problemi, spari qualcosa da dietro il palco, nel casino chi vuoi che la noti la differenza, ma onestamente non so se sarebbe così facile, e poi me ne frego, era una stella cadente, era la prova che Eddie Vedder è Dio e l’anno prossimo l’otto per mille ce lo dobbiamo spendere in cofanetti dei Pearl Jam.

Better Man è sempre mioddio Better Man, Last Kiss è una canzone divertente di Wayne Cochran, di Untitled e MFC non ho trovato nessun video.

Fine.

No, scherzo, a questo punto torna sul palco Glen Hansard e cantano insieme il pezzo che ha vinto l’oscar di cui parlavo prima, Falling Slowly. Sullo schermo inquadrano una ragazza che piange fra il pubblico. Lei se ne accorge e la cosa la fa piangere anche di più, che oltre a sentirsi una merda per quella canzone si sta sentendo una merda in mondovisione.

Ci avviamo verso la fine del concerto, iniziano a suonare un altro pezzo di Hansard, Song of Good Hope, e il ciucchettone di Seattle viene a sedersi a bordo palco. Canta da lì per un po’, poi non gli basta e allora scende. Percorre tutto il corridoio fra palco e transenne accompagnato da due giganti della security, stringe mani alle prime file, e tutti và che culo quelli lì! Poi entra nel recinto supervip, quello che sta davanti a me, e tutti oh! Cazzo! Poi si arrampica su una transenna e me lo ritrovo a boh, tre metri, quattro, e in mezzo a tutte le mani tese a implorare una benedizione c’è anche la mia, e l’immagine di qualche libro di catechismo coi lebbrosi che si sporgono verso un europeo biondo e un po’ hippy mi attraversa la mente come la stella di prima. Me ne sbatto le balle, toccami la mano Eddie! Rendimi degno!

Lì! Era lì! (grazie ad Andrea per la foto)

Siamo così scossi fra tutti che neanche ci rendiamo conto che nel frattempo è risalito sul palco e ha iniziato a cantare l’altra canzone che aspettavo da tipo sempre, Society.

Finale con Smile, dei Pearl Jam, e l’immancabile Rockin’ in the Free World.

Escono, rientrano, fanno Hard Sun tutti insieme, compreso il gruppetto che prima accompagnava Glen Hansard.

Amen, scambiamoci un segno di pace. E io davvero, un concerto così intenso e intimo, nonostante fossimo un ippodromo di gente, non lo credevo possibile.
Poi vabbè, la suggestione e l’emozione e la stanchezza, lo so anch’io che i paragoni con la religione sono esagerati, grazie tante.
E fa tanto anche la fame, sulla via del ritorno non riusciamo a trovare un porchettaro aperto, un kebabbaro, un self 24h, niente di niente, il deserto.
Ci mangiamo i pani e i pesci che ci hanno moltiplicato al concerto e andiamo a dormire.