Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
Ili Ili Tulong Anay – Mvibe
Mahani Teave & Viviana Guzman – Flight Of The Bumblebee
Martina Trchová – U Baru
ZAZ – Qué Vendrá
Incubus – Megalomaniac
Cartola – Alvorada
Yes – The Revealing Science of God (Dance of the Dawn)

La scorsa puntata abbiamo parlato di una band prog fra le più celebri, chiamata Yes. Ci vuole una certa fantasia a scegliersi un nome del genere, e immagino che all’inizio della loro carriera i musicisti abbiano incontrato qualche difficoltà, quando si presentavano alle case discografiche (ho tradotto il dialogo in italiano per facilitarvi la comprensione):

“E come vi chiamate?”
“Sì”
“Cosa?”
“Non cosa, Sì”
“Mi state pigliando per il culo?”
“No, il nostro nome è Sì”
“Sì cosa, vi ho chiesto come vi chiamate!”
“Sì!”
“Ma vaffanculo, avanti un altro!”
[entra un altro musicista]
“E voi come vi chiamate?”
“Chi”
“Voi”
“Noi Chi”
“Sigh”

La storia della musica è piena di nomi buffi, specialmente da quando sono nate le band. D’altronde è normale, una volta il nome che attirava il pubblico era quello del compositore del brano, non dell’orchestra che lo eseguiva. Ma dev’esserci stato un primo momento in cui un paio di musicisti hanno pensato di mettersi insieme e si sono dati un nome, no?

Sappiamo che i primi strumenti musicali risalgono al paleolitico, un periodo storico che va da 2 milioni e mezzo di anni fa fino alla nascita dell’agricoltura, solo 10.000 anni fa, praticamente ieri. I nostri antenati erano nomadi, vivevano di caccia e raccolta, dormivano dove capitava, non sarebbe stato pratico imparare a suonare strumenti voluminosi come la batteria o il contrabbasso, ed è per questo che negli scavi archeologici vengono ritrovate delle versioni primitive del flauto, ricavate da ossa o pietre, invece di un sintetizzatore a 88 tasti.

Possiamo immaginare che ad accompagnare il virtuoso pifferaio ci fosse qualcuno che batteva le mani a tempo, o picchiava un legno per terra, dato che la percussione è la forma musicale più naturale e semplice da eseguire, e da lì alla nascita di un gruppo il passo è molto breve.

Ci sarà stato un artigiano, seduto su un sasso, con una scheggia affilata di selce, intento a fare buchi in un pezzo d’osso cavo, e ci sarà stato un suo amico che si è avvicinato e gli ha chiesto cosa stava facendo, in quella lingua di gesti, versi e poche parole appena inventate.

“Mgrr?”, chiese Grog al suo amico Gurb, indicando il manufatto su cui stava armeggiando.
“Fifo!”, rispose Gurb, con la padronanza linguistica tipica del sapiens, e tornò a scavare il suo strumento. Non valeva la pena dilungarsi in spiegazioni coi neanderthal, il loro cervello semplice non era in grado di memorizzare informazioni più complesse di “mio”, “cibo”, “ficcare” e “aiutiamoli a casa loro”, ma Grog era un tipo simpatico, e gli faceva piacere averlo intorno.

“Mgrr!”, insistè Grog, puntando il dito sull’oggetto misterioso.
“Fifo”, ripetè Gurb, e per fargli capire come funzionava ci soffiò dentro.

L’aveva trovato per terra qualche giorno prima, sporco di fango, e nel pulirlo, per vedere se ci fosse ancora della carne attaccata, aveva appoggiato la bocca a un’estremità e aveva soffiato forte. Era un osso vecchio, svuotato del midollo, e Gurb aveva scoperto che in quel modo si produceva un suono interessante. L’aveva tenuto, per indagare meglio su quello strano fenomeno, ma non avendo ancora inventato abiti provvisti di tasche era stato costretto a ficcarselo nel culo, finché non gli venne in mente di passarci dentro dei fili d’erba intrecciata e appenderselo al collo.

L’osso produsse un suono che fece saltare indietro Grog. Le dita di Gurb tapparono i buchi che ci aveva ricavato sopra, e dallo strumento uscirono tre suoni diversi, più alti.

“Fifo”, disse Gurb con soddisfazione.

Anche Grog voleva provare il magico strumento, ma Gurb non si fidava delle mani goffe dell’amico, e glielo allontanò dalle mani. Grog si incazzò tantissimo, raccolse un bastone e lo sbatté contro un sasso una volta, due, tre. Quando faceva così non c’era modo di farlo smettere. Gurb pensava che fosse un problema di scarso controllo delle proprie emozioni, e al bisogno di attenzione, probabilmente legati al fatto di essere cresciuto senza una forte figura di riferimento in famiglia, dato che il padre di Grog era stato mangiato da una tigre dai denti a sciabola quando lui era piccolo.

Per calmarlo si mise a soffiare nel piffero, e si accorse che le note si accompagnavano al ritmo delle bastonate dell’amico.

“Getrotàl!”, esclamò. Anche Grog si era reso conto che quella roba che stavano facendo aveva un effetto benefico sul suo umore, e i colpi menati con rabbia si erano trasformati in botte precise, ritmate, che davano ai suoni dell’amico una specie di energia.

Intorno ai due cominciarono a radunarsi gli altri membri della tribù, a cui per qualche strano motivo venne voglia di battere le mani a tempo con le bastonate di Grog. Era nato il primo concerto prog rock.

Purtroppo per i due, il successo ebbe breve durata: divergenze sulla direzione che doveva prendere la band portarono presto a una rottura. Gurb voleva formare un gruppo pop che affondasse le proprie radici nella tradizione popolare italiana e chiamarlo Homo Sapiens, mentre Grog aspirava a suonare hardcore punk in un gruppo chiamato Neanderthal.

Da questo duo improvvisato, la musica di gruppo ha fatto enormi passi avanti, attraverso l’Egitto, la Mesopotamia, i Greci, i Romani, fino ad arrivare ai gruppi di oggi e al momento in cui devono scegliersi un nome e decidono di chiamarsi Yes.

C’erano molti nomi disponibili, non si erano ancora formati i gruppi che poi si sono presi i nomi più fighi, tipo Rage Against The Machine, o Tony Flow and the Miraculously Majestic Masters of Mayhem, ma per qualche strana ragione questi cinque scellerati scelsero il nome più scemo di tutti.

Vabbè, alla fine la scelta è stata premiata, nel 1985 hanno ottenuto un Grammy Award, e in seguito sono stati candidati per riceverne altri cinque; nel 2017 gli Yes sono entrati nella Rock ‘n’ Roll Hall Of Fame insieme a praticamente chiunque, compresi gli Aerosmith, non so se ve li ricordate, andavano parecchio negli anni ’90.

Ma soprattutto, gli Yes ce li ricordiamo per le copertine dei loro album, delle meraviglie fantasy che hanno gettato un ponte fra due categorie che fino ad allora non si erano parlate granché: gli appassionati di prog e quelli di videogiochi. Il nome di Roger Dean fa luccicare gli occhi di chi ha in casa Fragile degli Yes e la versione originale di Chrono Quest per Commodore Amiga, visto che quest’artista ha disegnato entrambe.

E parlando di Chrono Quest, sapete chi ne ha composto la colonna sonora? Jean Marc Grignon, di cui non so altro, e vi va bene, che potevo chiudere questa puntata con un trip di chip music che avrebbe reso felice solo un mio ex collega collezionista di questa roba, se imparasse a leggere e scoprisse il mio blog.

Invece ho pensato di farvi scoprire quelli che secondo me devono essere il gruppo che sta all’opposto degli Yes, i No.

(continua)

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
Ili Ili Tulong Anay – Mvibe
Mahani Teave & Viviana Guzman – Flight Of The Bumblebee
Martina Trchová – U Baru
ZAZ – Qué Vendrá
Incubus – Megalomaniac
Cartola – Alvorada

Nella puntata scorsa ho accennato al mago Merlino, e al fatto che mi avrebbe garantito un collegamento con un’infinità di brani di musica prog-rock, ma siccome il prog non lo ascolta nessuno ho preferito servirmi di altri agganci più orecchiabili.

Dopo dieci minuti dalla pubblicazione ho cominciato a ricevere messaggi sul telefono, email, commenti, da ogni angolo del pianeta, e tutti avevano in comune la parola ‘stronzo’.

È lusinghiero scoprire di avere tanti lettori, ma inutile, perché praticamente tutti quelli che mi hanno scritto dichiarandosi lettori del Pablog hanno anche specificato che dopo quello che ho scritto la volta scorsa non mi leggeranno mai più.

Erano tutti appassionati di musica prog, gente che non si alza dal letto prima che la sveglia sul telefono non abbia finito l’assolo di tastiera di Firth Of Fifth, quindi non si alza mai. Erano tutti indignati dalla mia mancanza di rispetto, e mi hanno promesso quasi tutti di farmela pagare, regalandomi cidi delle Midas Fall o abbonamenti alla rivista principe del settore, Prog.

Rivista che, peraltro, premia ogni anno i migliori esponenti del genere, ma non li invita a suonare “sennò la premiazione dura tre settimane”.

Il capobanda, il più accanito fra i miei detrattori, è stato ovviamente Marillillo, un mio amico talmente ossessionato dal prog da avere costretto la sua famiglia ad accompagnarlo ogni anno a Toronto alla convention internazionale dei fans dei Marillion, dove un sacco di uomini tormentati dalla calvizie indossano magliette a tema fantasy e si scambiano opinioni di quarantacinque minuti ciascuna su un dettaglio della copertina di Script For A Jester’s Tear.

Marillillo si è offeso tantissimo, e mi ha rinfacciato di quella volta che siamo andati insieme a vedere i Marillion a Verona e invece di lodare le pazzesche doti della band mi sono messo a perculare il bibitaro che ripeteva, sempre con la medesima intonazione, “birra ragazzi birra?”.

Marillillo mi ha ricordato che se non era per lui non avrei mai scoperto Fish, l’ex cantante dei Marillion, uno scozzese di due metri e mezzo con delle mani che non gli permettevano di suonare nessuno strumento senza sfondarlo, ma che gli hanno garantito un posto da cantante quando ha iniziato a prendere il resto della band a scopaccioni, e non avrei mai partecipato al suo concerto di Vigevano, dove siamo stati mangiati vivi dalle zanzare, o a quello di Genova, dove il cantante non ha neanche suonato perché gli è andata via la voce, o a quell’altro sempre a Genova dove sono rimasto seduto a impedire a sua moglie di buttarsi in mare per la noia. La moglie, ovviamente, era quella di Marillillo, dato che quella di Fish si è rotta le balle molto prima e l’ha mollato.

Anche la moglie di Marillillo voleva andarsene, ma poi chi avrebbe riportato a casa suo marito, visto che la macchina la guidava lei perché lui sta alla guida di un’auto come i Dyonisos a quella di un aquilone? Io no di certo, che da un’ora me ne stavo seduto un po’ sul coglione sinistro e un po’ sul destro e rimpiangevo di non avere approfondito l’amicizia con quella ragazza bruttina che aveva recuperato due biglietti per il Freddie Mercury Tribute e mi aveva implorato di accompagnarcela. Magari col tempo avrei imparato ad apprezzare il suo aspetto da artropode e quel suono acuto che emetteva quando faceva vibrare le lamine all’interno del suo organo stridulatore, e chissà, un giorno mi sarei trovato a tenerle le mani e guardarla teneramente negli occhi mentre sul palco davanti a noi Adam Lambert faceva scempio delle canzoni dei Queen e gli altri tre stronzi si sfregavano le mani pensando alle royalties.

Ma l’odio non è arrivato solo dalle email acide di Marillillo: il presidente dell’Associazione Italiana Giochi Di Ruolo E Più In Generale Giochi In Scatola Tranne Monopoli Risiko E Cluedo Che Li Schifiamo Ma Comunque Principalmente Giochi Di Ruolo, mi ha telefonato per minacciarmi. Ha detto che il mio articolo ha riacceso antichi pregiudizi sulla musica prog, tipo che è noiosa e piace solo a uomini single dalla scarsa propensione all’igiene personale, e che ciò ha minato uno dei pilastri su cui si regge l’intera comunità dei giocatori di ruolo e più in generale da tavolo tranne monopoli risiko e cluedo ma comunque principalmente di ruolo, i quali adesso possono solo contare sulle recensioni positive dei fans di Tolkien e del fantasy in generale che comunque è per tre quarti composto da imitatori di Tolkien, perché La Spada di Shannara è roba che piace solo ai frolli, tipo quelli che ti dicono che leggono un sacco di libri e poi hanno tutta la produzione di Wilbur Smith e Ken Follett.

Ha detto che i pregiudizi verso la sua associazione sono aumentati e adesso per colpa mia non riesce più a rimorchiare su Tinder, al punto di essersi ridotto a togliere dalle foto profilo quella che lo ritrae a Lucca Comics vestito da He-Man.

Tutta quest’aggressività nei miei confronti mi ha convinto a correre ai ripari, ed è per questo che la puntata odierna di Centrotre-e-tre parlerà di musica prog.

Non è una forzatura, ma un passaggio naturale: avrei voluto raccontare che il regista di Cidade de Deus ha diretto anche The Two Popes, il film su Ratzinger e Bergoglio prodotto da Netflix, e grazie al contributo papale avrei pubblicato un video di musica sacra, sbrodolando anche un po’ sui vantaggi di scegliere la religione cattolica invece dell’induismo, che di questi tempi è meglio arruffianarsi i poteri forti, e francamente non so che aiuto potrebbe darmi un dio con la testa di elefante, mentre uno con la testa triangolare puoi sempre tenerlo in macchina, dovessi bucare una gomma.

Volevo mostrarmi amico della comunità cristiana e magari tendere la mano a quel mio amico focolarino che da anni ha smesso di parlarmi, ma mi rendo conto che ci sono delle questioni più urgenti che richiedono la mia attenzione, quindi invece di agganciarmi al regista di Cidade de Deus, sfrutterò il 18 maggio 2002, data della presentazione del film al festival di Cannes.

E lo sapete cos’altro è successo il 18 maggio? Sono partito per il servizio militare, nel 1993, ma a parte quello, che francamente che canzoni potrebbe suggerire? Prima Guardia dei Litfiba? Ma per favore.

No, il 18 maggio è anche il compleanno di Rick Wakeman, lo storico tastierista degli Yes, e quella che segue è una masturbazione di 22 minuti che non ci penso neanche ad ascoltare perché in 22 minuti posso guardarmi un episodio intero del Monty Python’s Flying Circus.

Alla prossima!

(continua)

Non dovreste chiedere a nessun rappresentante di questo governo cosa intendono fare per far ripartire il Paese, perché non lo sanno, ed è normale, considerato che sono ormai decenni che scegliamo i nostri rappresentanti nella cesta delle offerte della Lidl, non potendoci permettere di meglio.

Lo ripeto perché è importante, “i nostri rappresentanti”, qualcuno cioè che fa le nostre veci, qualcuno a cui non è richiesto di essere meglio o peggio di noi, ma di “essere noi”. Non potendo garantire una selezione molto definita ci si affida a una media, fra tutta la popolazione, espressa tramite voto. Alla fine eleggiamo qualcuno di cui ci fidiamo perché ci sembra come noi, non migliore, e chi ti aspetti di trovare? La matematica te lo spiega benissimo come si fa una media, si sommano tutti i valori e si divide per il numero di valori considerati; significa che se vuoi ottenere Piero Angela devi sommare dieci Newton, quattro Einstein, un Gasparri e poi dividere per quindici.
Se sommi dieci Gasparri, venti La Russa e una manciata di suore non puoi che ottenere una figura vestita di nero con una spiccata tendenza ad alzare la voce e a dire cazzate. Però pregna di valori cristiani, eh.

Per questo non credo che dovreste chiedere ad alcun rappresentante di questo governo quali sono i passaggi da seguire per una ripartenza efficace.

Dovreste chiederlo a me. Che vi risponderei con un elenco di azioni divise per punti, spiegate in modo semplice, seppure sgrammaticato, ma cercherò di prestare attenzione ai congiuntivi.

Prima di tutto non esiste che la Fase 2, quella che dovrebbe rappresentare il passaggio intermedio fra una chiusura totale del Paese al ritorno a una vita normale, cominci il 4 maggio senza neanche un riferimento allo Star Wars Day, che si celebra nello stesso giorno. Per cui ritengo un obbligo che ogni provvedimento in direzione di una riapertura passi attraverso armature di plastica bianca e spade laser.

Quindi

  1. Affanculo mascherine e guanti di plastica, che tanto s’è capito che non li sapete indossare. A cosa serve mettersi una mascherina sulla fronte, sotto il mento, sulla bocca ma senza coprire il naso, o su tutta la faccia ma sempre mettendoci le mani dentro perché prude? E in ogni caso a cosa serve mettersi una mascherina se è provato e riprovato che non ti ripara a sufficienza se ti trovi troppo vicino a un infetto? E che nel caso l’infetto sia tu non garantisce comunque una protezione sufficiente a chi ti sta intorno?
    La soluzione per la Fase 2 è uscire di casa e andare dove cazzo si vuole, ma sempre indossando l’armatura bianca da stormtrooper completa di fucile di plastica, così potete anche rotolarvi nell’erba insieme a un lebbroso e non avrete mai niente da temere. Il fucile inoltre vi permette di inscenare divertentissime sparatorie mentre siete in coda davanti al supermercato.
  2. Sarà permesso andare a trovare i congiunti, dove per congiunti si intende persone disposte a guardare con noi l’intera maratona di Guerre Stellari. Dalla lista non sono ammessi quelli che hanno apprezzato l’ultima trilogia (Episodi VII, VIII e IX), perché se finisce a mani in faccia potrebbero generarsi nuovi focolai di influenza.
    Sia chiaro a tutti che il film su Han Solo non è mai stato prodotto e non sappiamo di cosa state parlando.
  3. Sarà permesso uscire dal proprio comune e addirittura dalla propria regione, a patto che gli spostamenti vengano effettuati tramite balzi nell’iperspazio.
  4. Diventa obbligatorio iscriversi a una scuola jedi, frequentare corsi anche online nell’utilizzo della spada laser, ma soprattutto è imperativo che ogni cittadino impari l’arte jedi di dissolversi quando muore, perché gli obitori sono pieni e non sappiamo più dove mettere le salme.
    Senza un cadavere da seppellire, peraltro, diventa superfluo anche organizzare i funerali, e la finiamo con le polemiche sulle 15 persone che si possono invitare.
  5. I bar potranno riaprire, ma non sarà consentito l’accesso ai droidi, né l’uso di folgoratori all’interno degli esercizi.
  6. Slitta ai primi di giugno la riapertura della rotta di Kessel: occorre risolvere una questione tecnica e stabilire una volta per tutte se i parsec sono una misura di tempo o di spazio.

Con questi semplici provvedimenti il Paese sarà in grado di ripartire col piede giusto, e in breve si potrà lanciare la Fase 3, che prevede la caduta delle Camere e l’istituzione di un Impero, guidato dall’ex pontefice Benedetto XVI che nel frattempo ha imparato a lanciare i fulmini dalle mani e non solo tramite enciclica.

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
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Neil Young – Cortez The Killer
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Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
Ili Ili Tulong Anay – Mvibe
Mahani Teave & Viviana Guzman – Flight Of The Bumblebee
Martina Trchová – U Baru
ZAZ – Qué Vendrá
Incubus – Megalomaniac

Nella scorsa puntata abbiamo parlato degli Incubus, un gruppo statunitense che fa quella musica che per gli amanti del pop è heavy metal e per gli amanti dell’heavy metal è pop, col risultato di avere più detrattori che fans.

Oggi parliamo degli incubi, riferito proprio a quel tipo di sogno in cui vieni riassunto dalla tua vecchia azienda, o arrivi in ritardo al tuo esame di maturità, oppure il mondo è stato invaso dai vampiri e qualcuno sta grattando con insistenza alla tua finestra.

Già nel V secolo a.C., Sant’Agostino, nel suo De Civitate Dei Contra Paganos, descriveva gli incubi come fauni e creature silvane, che attaccano le donne. A quanto pare gli uomini erano soliti dormire benissimo, oppure si trattava di un’ardita metafora per denunciare le violenze domestiche di bruti taglialegna.

Otto secoli più tardi, Tommaso D’Aquino andava più nello specifico, spiegando come l’incubo fosse in grado di accoppiarsi con una donna e generare una prole non del tutto umana. Per ottenere il seme, di cui il demone pareva essere sprovvisto, non ci si poteva certo rivolgere a una banca del suddetto, che non avrebbe aperto prima di martedì mattina verso le otto, otto e mezza; l’incubo aveva così imparato ad assumere sembianze umane. Prima si presentava al cospetto di uomini addormentati, e li seduceva nei panni di una bella donna, poi senza tanti complimenti si buttava addosso alla vittima femminile e la ingravidava.

Questa teoria venne perfezionata da altri studiosi del genere, cui non pareva vero di poter scrivere una caterva di zozzerie senza incorrere nella censura ecclesiastica, e col tempo furono coniate le figure ben distinte di incubo e succubo, per definire i demoni di aspetto maschile e femminile. Perché avere rapporti sessuali coi mostri va bene, purché conformi alla morale.

Venne stabilito che la prole generata da un padre demone e una madre umana prendesse il nome di cambion, di cui non ho trovato una traduzione in italiano che non facesse venire in mente leve e pulegge. L’esempio più famoso di questa unione bizzarra è il mago Merlino, i cui poteri soprannaturali gli derivano da papà, mentre dalla mamma ha preso le orecchie a sventola.

Al giorno d’oggi si è capito che gli incubi non vengono indotti da mostri che ti ingroppano, ma ancora si evita di parlare dell’imbarazzante fenomeno delle polluzioni notturne, che evocano il timore ancestrale di avere contribuito a generare una creatura umana soltanto a metà.

Perché nessuno ha mai affrontato il problema in tutti i suoi aspetti, e quando ci viene il dubbio di avere donato il nostro seme a un succubo, non sappiamo bene cosa questo potrebbe comportare, e nascondiamo i nostri panni appiccicosi in fondo al cestello della lavatrice, timorosi delle conseguenze. E se domani mi suonano alla porta e vado ad aprire e c’è una vampira con un neonato in braccio e dice che è mio, cosa racconto a mia moglie? E se un giorno mi telefona la scuola perché mio figlio ha trasformato la maestra in un tritone? E se un domani mi arriva a casa con un fidanzato lupo mannaro?

Bisogna che qualcuno lo spieghi bene quest’argomento, cosa comporta in termini legali, quali sono i rischi nel donare il proprio seme a una creatura immonda, e se la stessa cosa si può applicare al sesso occasionale da ubriachi. Ci vogliono delle tutele, sono venticinque secoli che andiamo avanti alla cieca.

Tornando alla nostra rubrica musicarella, ho avuto qualche incertezza al momento di scegliere il prossimo passaggio. L’incubo mi si agganciava alla perfezione con un disco degli 883, ma poi gli incubi li avrei avuti io (mioddio, sono di nuovo negli anni ’90!! Non scoperò per un decennio!! AAHHH!!); il mago Merlino spalanca una porta su tonnellate di dischi prog rock, ma questo blog ha già pochi lettori così, se vi propongo un pezzo di dieci minuti con assoli di tastiere in cinque quarti il prossimo episodio me lo leggo da solo.

Mi sono così agganciato al libro di Sant’Agostino, e al film del 2002 che ne riprende il nome.
Cidade de Deus, o City of Gods, come venne distribuito nel mondo, è una pellicola brasiliana ambientata nell’omonima favela di Rio de Janeiro. Una storia di piccoli criminali e grande corruzione che ti lascia un mattone sul cuore per un bel po’. E che ha una colonna sonora notevole.

(continua)

Cartola – Alvorada

Riassunto delle puntate precedenti

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
Ili Ili Tulong Anay – Mvibe
Mahani Teave & Viviana Guzman – Flight Of The Bumblebee
Martina Trchová – U Baru
ZAZ – Qué Vendrá

Come spiegato dal riassunto qui sopra, nella puntata precedente ci siamo occupati di ZAZ, una bella signora francese che nel tempo libero cerca di costruire a Gotham City il proprio impero criminale. Oppure non abbiamo trovato altre informazioni interessanti, e ce ne siamo dovuti inventare una.

Una cosa però non vi ho detto, di quest’artista: ha fondato un’associazione benefica che si chiama Zazimut, che si prefigge di.. cos’è che fa di preciso?
Oh, io mica l’ho capito. Sul suo sito spiega di voler “promuovere una società rispettosa della vita in ogni sua forma”: un obiettivo rivendicato anche dai vegani, se è per questo. Più nello specifico?

L’obiettivo di Zazimut è quello di creare un legame costruttivo e collegare tutti coloro che vogliono essere coinvolti condividendo risorse, tempo o competenze con una delle ONG della rete Zazimut.

Mette in contatto persone che vogliono rendersi utili.

La piattaforma promuove anche le “connessioni remote” perché la condivisione e la conoscenza sono i pilastri principali che ci permetteranno di immaginare le soluzioni necessarie.

Se poi non hai tempo di andare di persona basta che fai una telefonata a Zazimut e questi inoltrano il tuo messaggio di solidarietà.

Questa piattaforma collaborativa è stata creata per consentire a chiunque desideri condividere iniziative, successi, idee, esperienze e condividere progetti da condividere.

Oh, io non ho mica capito cosa fanno questi. Mi pare una di quelle offerte di lavoro che trovi ogni tanto, dove un’azienda leader nel settore cerca personale dinamico per condividere una crescita esponenziale basata sulla resilienza, poi vai a vedere e c’è un ufficio vuoto affittato apposta per la selezione, con dentro una segretaria che gioca col cellulare e un tizio impinguinato in un abito economico che ti offre di andare a vendere contratti del gas.

Zazimut sembra aver fatto anche qualcosa di concreto, comunque: sul suo sito poco aggiornato compare la partecipazione a un festival di musica e arti varie in Francia, e la progettazione di un gioco da tavolo.

Vabbè, dai, meglio che niente.

La lista degli artisti impegnati nel sociale al punto di creare una propria associazione è lunga, e copre, con la solidarietà, diverse categorie di disagiati: ci sono quelli che aiutano i ragazzini dei quartieri poveri delle grandi città americane e quelli che sostengono la comunità LGBTQXℼ6, fino a quelli che fanno beneficenza alle bambine messicane di famiglie povere trasferitesi in un sobborgo di Los Angeles con fratello tossicodipendente arrestato per possesso di stupefacenti la cui mamma si chiama Maria e fa la sarta.

Miley Cyrus ha fondato la Happy Hippie Foundation, che offre supporto economico, educazione e opportunità lavorative ai giovani senzatetto, con un occhio particolare alla comunità LGBTQ44MARIO<3;
Lady Gaga è la fondatrice della Born This Way, che sostiene “il benessere mentale ed emotivo dei giovani”. Collabora con delle associazioni di psicologi attive a livello nazionale negli Stati Uniti;
la Dave Matthews Band sostiene con iniziative benefiche l’area di Charlottesville, in Virginia, che è un po’ come nei fumetti Marvel che ci sono i Fantastici Quattro e i Vendicat.. vabbè, gli Avengers, che proteggono il mondo dagli alieni, e poi c’è Daredevil che si occupa espressamente di un quartiere di New York che si chiama Hell’s Kitchen, un’area grande la metà di Central Park. Oh, per carità, ognuno fa quel che può!

Di chi parliamo oggi? Come avete visto le possibilità sono molteplici, e ci permettono di coprire ogni genere musicale, dall’hip hop alla musica classica.

Quindi parliamo della Make Yourself Foundation, nata grazie a un’iniziativa degli Incubus.

La lista delle iniziative cui ha preso parte quest’associazione è lunga e noiosa, così come quella delle onlus che da quest’associazione hanno ricevuto denaro. E poi a noi serve solo per agganciarci al video di oggi.

Non li conosco, gli Incubus. L’heavy metal non è un genere che frequento granché, la roba che picchia di più nella mia collezione di dischi è The Claudio Villa Hardcore Session, quindi scusate se non riuscirò a essere esaustivo mentre vi parlo della vostra band preferita.

The Claudio Villa Hardcore Session è un gran disco, comunque

Poi, se invece di criticare, volete scrivermi voi un passaggio, sentitevi liberi di spedirmelo. Non mi sembra vero di poter pubblicare un altro episodio senza dovermi sbattere.

Gli Incubus, dunque. Si sono formati nel 1991 a Calabasas, in California, una delle cittadine che negli anni sono state fagocitate dall’espansione di Los Angeles, come Santa Monica o San Bernardino. Vista dal satellite non è neanche una vera città, solo una distesa di villette a schiera in un piano urbanistico a lisca di pesce: un quartiere residenziale creato su misura sulle colline a nord ovest del centro. Quei posti dove le strade hanno nomi di fiori e per trovare un tabacchino devi prendere l’autobus e scendere in città. Uno di quei posti dove si fa amicizia coi vicini e ci si annoia insieme.

Me li immagino, questi quattro compagni di scuola, che si riuniscono nel garage di uno e dell’altro a bere birra e suonare cover dei Faith No More, e me li sento subito simpatici, perché se decidi di fare heavy metal e ti ispiri ai Faith No More sei un po’ come sarei io se sapessi suonare uno strumento e volessi formare un gruppo rock e ai miei compagni proponessi un pezzo tiratissimo di Ivano Fossati.

Comunque gli Incubus seguono la trafila che hanno seguito un po’ tutti per arrivare al successo: garage del bassista, demo sulle cassette da 60 con la copertina disegnata a biro dalla sorella del cantante che va all’artistico e ha una cotta per il chitarrista, qualcuno gli fa incidere un disco, vanno in tour con un gruppo di media fama a cui fanno da apripista, pubblicano un singolo che vende di brutto e finalmente la mamma del bassista ha di nuovo un posto dove parcheggiare la macchina.

Una volta ho fatto parte anch’io di un gruppo così. È cominciato tutto quando i miei genitori mi regalarono un sax tenore e io, posseduto dal demone della musica, lo infilai sotto il letto e me lo dimenticai, perché il demone del fancazzismo è sempre stato il mio nume tutelare, e quando un altro demone si avvicinava lo cacciava a calci nel culo. Finché un giorno conobbi una ragazza, conosciuta come Reinhard Heydrich per i suoi modi gentili, e la invitai in camera mia per farle vedere il saxofono. Lei mi chiese se sapevo suonarlo, io le risposi che avevo intenzione di iscrivermi a un corso, lei mi regalò delle lezioni presso il Circolo Musicale Abigeato, una banda composta da ex ladri di bestiame, che si esibiva spesso alle feste del paese.

Qui conobbi una giovane promessa del country jazz, un suonatore di sax baritono di nome Fabrizio, che mi invitò a unirmi alla sua band. Facevano ska, e avevano bisogno di un tenore. Io ne avevo uno, si trattava solo di imparare i pezzi e presentarsi puntuali alle prove in saletta.

Ci andai, feci qualche prova, ma imparare i pezzi a memoria risultò troppo difficile quando capii che avrei dovuto prima imparare a suonare lo strumento e non solo assemblarlo e appendermelo a tracolla. Abbandonai il gruppo appena prima che un importante manager discografico li contattasse per offrire loro il primo di una lunga serie di contratti milionari.

Ma non fu un’esperienza negativa. Ochei, non imparai mai a suonare il saxofono, che giace ancora nel suo astuccio sotto il letto, ma almeno ruppi con Reinhard Heydrich prima che mi tatuasse sul braccio il mio numero di matricola.

(continua)

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
Ili Ili Tulong Anay – Mvibe
Mahani Teave & Viviana Guzman – Flight Of The Bumblebee
Martina Trchová – U Baru


Nella puntata precedente ci siamo rivolti a una cantante folk jazz che vive a Praga, e il prossimo passaggio ce lo faremo suggerire da lei direttamente:

sulla sua pagina facebook nomina tre artisti amati dal suo gruppo, ZAZ, Zuzana Navarová e Alanis Morissette. E adesso starete tutti a pregare che questa puntata vi riporti sui binari più battuti dal pop, che di sentire roba sconosciuta per un po’ va bene, ma poi basta.

Il vero nome di ZAZ è Isabelle Geffroy, francese, classe 1980, e se speravate che questo episodio fosse dedicato ad Alanis Morissette è perché vivete dalla parte delle Alpi dove sanno preparare il caffè; fidatevi, quest’artista in Francia ha il successo che da noi potrebbe avere.. boh.. la Pausini?

Anche se ad ascoltare le sue canzoni, il genere che propone si avvicina più ai artisti folk, mi viene in mente la Bandabardò, ma ho un po’ perso le tracce del panorama musicale nostrano, sono sicuro che esistono esempi più calzanti.

Il video che posterò questa settimana è particolare: interamente girato a Cuba, vede un’artista di lingua francese parlare in spagnolo senza quell’accento sgesge che li sgama ovunque appena aprono bocca.

Che poi è la ragione per cui l’agente segreto più famoso della storia del cinema è inglese. Se fosse stato francese lo avrebbero catturato dopo cinque minuti dalla sua prima apparizione.

Vabbè, in effetti è quello che succede appena arriva all’aeroporto di Kingston nel primo film, ma non sono mai stato in Giamaica, che ne so che i tassisti fuori dall’aeroporto non cercano di uccidere i loro passeggeri? In fondo quelli di Istanbul lo fanno, guidando come degli scellerati e senza tenere il volante. Meno male che quella volta ero seduto davanti, sennò adesso questa rubrica ve la scriverebbe mia madre, alla quale avrei lasciato il computer in eredità e che si sentirebbe in dovere di portare avanti il mio messaggio di amore e fratellanza, e tutte le settimane dovreste sciropparvi la playlist di Radio Freccia, che mia madre ascolta solo quello, e non dovrei lamentarmi, se ascoltasse Celentano sarebbe peggio.

Per esempio, i vostri genitori che musica ascoltano? Death metal? Jazz? Beniamino Gigli?

Mi piacerebbe fare un sondaggio, potete rispondermi sul blog o telefonarmi alle due del mattino, tanto sono ancora sveglio a giocare ai videogiochi.

Questa quarantena ci sta trasformando tutti in cosplayers di Drugo del Grande Lebowski.

Ma dicevamo di ZAZ. Cosa spinge una donna a farsi chiamare come un cattivo di Batman?

Ho indagato un po’ nella sua biografia, e l’unica cosa che sono riuscito a scoprire è perché parla bene lo spagnolo, ma di traumi infantili che possono averla portata a intraprendere una carriera segreta come supercriminale di Gotham City e tagliuzzarsi la faccia neanche un accenno.

Che poi se fossi un supercattivo americano avresti una lunga lista di ottimi maestri da cui attingere: Hannibal Lecter, Donald Trump, Justin Bieber, McDonalds, la pizza all’ananas, per citare solo i primi che mi vengono in mente; ma la Francia non ha questa tradizione così radicata di personaggi malvagi, il peggio che è stata capace di produrre è stata il maresciallo Pétain. I francesi al massimo riescono a risultare antipatici, cosa che da questa parte delle Alpi non dimentichiamo mai di sottolineare, ma malvagi proprio no. E senza un vero cattivo ti manca il substrato adatto per creare un eroe credibile. Chi potrebbe essere Batman in una Gotham City francese, dove bande di teppisti coi baffetti trattano con superiorità i cittadini terrorizzati fuori dalle boucheries? Vincent Cassel?

Senza contare che, nazionalisti come sono, non accetterebbero mai che il protettore dei patrii confini porti un nome anglofono, come tutti i supereroi più famosi vengono chiamati nel mondo. E come potrebbe chiamarsi un Batman francese? L’homme chauve-souris? Dai, ti ammazza tutta la tensione!

I fumetti prodotti in Francia non aiutano granché, da questo punto di vista: se penso a un supereroe locale, la figura che ci si avvicina di più è Obelix, caduto da piccolo nella pentola della pozione magica, e da allora dotato di una forza sovrumana. Praticamente Hulk coi pantaloni ascellari.

Il casino dei francesi è che la gran parte degli eroi che meglio potrebbero ergersi a protettori della città, parlano francese, ma sono belgi. Tintin, Blake & Mortimer, Lucky Luke, perfino i Puffi, in caso di pericolo, non andrebbero in giro a pattugliare le strade di Parigi, ma casomai quelle di Bruxelles, o di Liegi, se sono supereroi che tifano Vallonia. E secondo me fra i Puffi questa divisione esiste eccome, il Puffo Quattrocchi è senza dubbio uno che al referendum per dividere il Paese avrebbe votato a favore.

E se parliamo dei Puffi non posso non citare le varie teorie cospirazioniste che li accompagnano da quando è nato l’internet. Nel corso degli anni sono stati considerati un mezzo di propaganda camuffato da prodotto per ragazzini, attraverso cui far passare ogni genere di messaggio: da chi li accusava di essere comunisti a chi sosteneva che rappresentassero il Ku Klux Klan. In realtà i Puffi sono alieni, insediatisi segretamente nelle aree agricole del mondo; il loro piano è diabolico ed efficace: occupare i campi e le fattorie dà meno nell’occhio che bombardare New York, e metterebbe in ginocchio i terrestri in un paio di settimane al massimo, giusto il tempo di fargli esaurire le scorte alimentari.

E basta, ci vediamo la prossima puntata, quando vi farò ascoltare una canzone che devo ancora decidere quale sarà. Buon 25 aprile a tutti.

(continua)

I capitoli precedenti li potete leggere qui.

Il pendio innevato offriva diversi gradi di pendenza, per impegnare gli sciatori di ogni livello, e in ogni pista c’erano tute colorate che scendevano a zig zag fra le bandierine, risalivano con la funivia, scendevano lanciate dritte come siluri, risalivano con la seggiovia, scendevano pancia a terra perdendo pezzi di attrezzatura lungo la pista e non risalivano più.

Il cielo sopra le loro teste era azzurro, illuminato da lunghe file di lampade. Certo, con un cielo vero sarebbe sembrato tutto più autentico, ma a Dubai l’unica neve disponibile è quella dello Ski Center, un impianto sportivo in cui è stato ricostruito un pendio innevato, con tanto di baita e sistemi di risalita. Una roba tristissima, ma se puoi permetterti di vivere in una città cara come Dubai e decidi di vivere lì piuttosto che altrove, tristissimo è un po’ il tuo stile di vita.

Ero arrivato in città da poche ore, dopo avere sbrigato tutte le formalità del viaggiatore tipo registrarsi in hotel, fare la doccia, la cacca, mangiare, fare di nuovo la cacca, mi ero fatto portare alla Camera di Commercio per trovare l’indirizzo della Spectre, ma l’ufficio era ancora chiuso e il tassista diceva che in città non esisteva nessun’azienda con quel nome lì.

“Ma sei sicuro? Ha filiali in tutto il mondo, si occupa di estorsioni, omicidi e colpi di stato. È famosa.”
“Anche mia suocera fa lo stesso lavoro, ma non la conosce nessuno fuori dal suo condominio.”

Dovevo aspettarmelo, la Spectre stava tenendo un basso profilo. È una cosa che le associazioni criminali segrete fanno, sebbene ci sia ancora qualche supercattivo con manie egocentriche che piazza il proprio nome in bella vista, tipo Jeff Bezos.

Non sapendo dove andare per passare il tempo mi ero fatto consigliare dal tassista, ed ero finito alla pista da sci. Non ho mai saputo sciare, non saprei neanche come allacciarli, gli sci. Ho provato una volta con una gassa semplice, ma sono troppo rigidi e il nodo non tiene. Ma poi se li leghi insieme come fai a non inciampare? Sarà per quello che ho sempre preferito il bob, con la sua pratica zip.

Ho ciondolato un po’ a fondo pista, ma l’addetto mi ha preso a parole, a fondo pista non ci si può stare, devi andare su o andare fuori. Fuori faceva troppo caldo, mi sono fatto dare un paio di sci e sono andato su. In coda davanti a me c’era una tipica famiglia degli Emirati, marito moglie moglie moglie moglie e moglie; sembravano eccitati di trovarsi lì, specialmente le mogli, agitavano le braccia e parlavano a voce molto alta. Dal tono sembravano felici, ma avevano la faccia nascosta dal velo e gli occhiali da sci, non spuntava neanche il naso, era difficile capire se fossero allegre o veramente incazzate. Nel dubbio ho smesso di tenere gli sci sulla spalla e sbatterglieli in testa. In attesa del mio turno mi arrovellavo sui dubbi che in quel particolare periodo della mia vita mi tenevano sveglio di notte: come si allacciano gli sci? E se arriva il mio turno di scendere e non li ho ancora allacciati? E una volta arrivato in fondo cosa faccio, torno su o mi faccio riportare alla Camera di Commercio? E che ne sarà di Kim Wexler alla fine di Better Call Saul?

La moglie del tizio davanti mi ha detto una cosa piena di consonanti aspirate, io le ho allungato una caramella al miele, che in questi casi fa bene, e per mettersela in bocca si è tolta il velo. Oh, non era Baby Fuckmerightintheass, la ragazza della spiaggia di Nassau? Guarda che l’islam è ben strano, le donne in spiaggia possono girare mezze nude ma sulle piste da sci devono indossare il velo. Un’altra moglie si è scoperta la faccia e sotto era mascherata da ombrellone, e questa era una stranezza peggio ancora di quella del costume da bagno! La terza moglie si è tolta il velo, ed era la signorina carina ma non come quell’altra dell’hotel di Macao, e la quarta moglie si è rivelata essere il tassista. Ho fatto la cosa più logica in questi frangenti, sono andato dal marito e ho provato a tirargli la barba, per vedere chi sarebbe venuto fuori. È venuta fuori una pistola. Ho capito che non era aria, e mi sono buttato giù per la pista da sci, senza gli sci.

Se affronti una pista senza gli sci va sempre chiamata pista da sci o bisogna darle un altro nome più appropriato? Tipo pista da mocassini di pelle, o più precisamente da un mocassino di pelle, visto che l’altro l’ho perso appena sono saltato giù dalla pedana di partenza.

La famiglia moderna mediorientale mi si è gettata all’inseguimento brandendo ognuno una pistola, proprio come avrebbe fatto una famiglia tradizionale statunitense, solo che loro avevano gli sci e ci sapevano andare. Io ho fatto del mio meglio per arrivare in fondo in posizione eretta, ma non c’era paragone fra la mia discesa e la loro: quando i giudici mi hanno assegnato il settimo posto non è stata una sorpresa per nessuno.

Baby Fuckmerightintheass si è offerta alle telecamere con gli occhi lucidi per l’emozione.

“Sinceramente non credevo che ci sarei riuscita, tutti davamo per favorito il tassista di Macao, è un atleta incredibile, ma ho fatto la mia gara senza voler dimostrare niente, e quando sono arrivata in fondo e ho visto i tempi non riuscivo a crederci. Gareggiare senza pressioni mi ha aiutato molto, di sicuro.”

“Non certo la tua gara migliore”, mi ha detto il commentatore sportivo della Rai, “Cos’hai sbagliato? Oltre a non avere indossato gli sci, intendo.”
“Guarda, Max, non lo so di preciso. Col mio allenatore avevamo preparato questa discesa al meglio, ma appena ho perso un mocassino ho capito che non sarei riuscito a ottenere un buon tempo. Aggiungici che i miei avversari mi hanno sparato lungo tutta la discesa.. Sì, e poi era previsto che per sfuggire ai miei inseguitori saltassi nel vuoto da un burrone e volassi via col paracadute, ma dopo la nevicata artificiale di ieri le condizioni della pista non erano favorevoli, il burrone si è riempito di polistirolo, mi è toccato fare il giro più lungo e passare attraverso il boschetto. La prestazione ne ha sicuramente risentito.”
“Il tuo prossimo impegno è il supergigante di domani. Pensi di riuscire a guadagnare il podio?”
“Non lo so, domani ho la parrucchiera alle dieci, poi devo passare alla camera di commercio per cercare l’indirizzo della Spectre, perché qui fra una cosa e l’altra si è fatto tardi, oramai per oggi non ce la faccio mica. Come diceva sempre Rocco Siffredi, vediamo come si mette.”

Qualcuno mi ha messo una mano sulla spalla, da dietro. Ho sentito un brivido gelato lungo la spina dorsale, ho capito che per me era finita. Mi sono voltato, l’uomo con la barba e il turbante che mi aveva puntato la pistola addosso una discesa fa me la stava puntando ancora, da molto più vicino, e stavolta non c’erano piste su cui tentare la fuga.
Meno male, credevo fosse Rocco Siffredi!

Mi hanno messo un sacco in testa e mi hanno caricato su un’auto dai vetri oscurati. Dopo un po’ di strada siamo arrivati all’aeroporto, e la macchina è stata agganciata a un cavo che l’ha sollevata all’interno di un grosso velivolo dai vetri oscurati. Abbiamo volato per qualche minuto, fino ad atterrare all’interno di una barca di grosse dimensioni dai vetri oscurati, che ci ha portati al largo, dove una gigantesca balena dai vetri oscurati ci ha inghiottiti e portati alla super base segreta su un’isola artificiale però vulcanica, il covo della Spectre!!

Prima che mi facessero uscire da tutti i mezzi di trasporto c’è voluto un po’, che una volta non si trovavano le chiavi della stiva della barca, poi quelle del bagagliaio della macchina, e chi ha preso le chiavi delle manette di questo tizio, ma soprattutto abbiamo dovuto aspettare un bel po’ prima che la grossa balena ci espellesse attraverso un metodo che non sto qui a spiegarvelo perché ho appena mangiato.

Mi hanno portato attraverso una serie di porte metalliche fino a una stanza arredata con un gusto moderno, in cui spiccava come una macchia su un foglio bianco un caminetto all’antica, in cui ardeva un grosso ceppo scoppiettante. La base, come ho detto, era scavata nel sottosuolo di un’isola vulcanica: la temperatura media si aggirava sui 40 gradi, sudavano tutti come bestie, ma in quella stanza c’era il caminetto acceso. E davanti al caminetto, su una poltrona dall’ampio schienale che ne copriva il volto, stava seduta una figura misteriosa. Teneva in braccio un grosso gatto persiano dal manto candido, e lo accarezzava lentamente.

“Signor Blofeld, il prigioniero è qui”, ha detto una delle guardie che mi avevano scortato.

La figura in poltrona ha fatto scendere il gatto e si è alzata lentamente.

Una lunga cicatrice gli attraversava l’occhio destro.
Il maglione dolcevita che indossava era pieno di peli di gatto.

“Signor Delbruck, finalmente ci conosciamo”
“Mi chiamo Pablo. Renzi Pablo”
“Ah, siete parenti?”, mi ha chiesto anche lui, come tutti.
“No”, ho risposto, come tutte le volte.

Il mio ospite si è accorto che stavo sudando, e si è scusato per la temperatura troppo alta, ma soffriva di una rara malattia chiamata anzianite, che lo obbligava a girare sempre col maglioncino. Per farsi perdonare mi ha offerto un bicchiere di polenta.

Mi sembrava venuto il momento dello spiegone, quando il cattivo di turno racconta all’eroe in cosa consiste il suo piano malvagio, ma Blofeld non era un gran chiacchierone, dopo avermi allungato il bicchiere di polenta è tornato alla poltrona e ha cercato di far scendere il gatto, che l’aveva occupata. Quello di scendere non ci pensava neanche, e ci si è aggrappato con tutte le unghie.

Blofeld si è messo a tirare, il gatto a soffiare, poi si è girato di scatto e gli ha aperto una mano con una zampata.

“Ecco lì, un’altra cicatrice”, si è lamentato lui. E ha chiamato un assistente per farsi medicare.

Me ne stavo in piedi in un salotto caldissimo sotto un vulcano a guardare un agente del male che si faceva ricucire una mano, e da bere c’era solo della polenta scondita. Non certo il quadro affascinante che mi ero immaginato al momento di spedire la mia domanda di assunzione.

“Senta, dottor Blofeld, se ha da fare magari torno dopo”, ho provato a dire.

“No no, stia stia, ci metto un attimo”, ha risposto. Quando il medico se n’è andato è andato alla scrivania, ha aperto il cassetto e ne ha estratto una pistola. Ma ancora?

“Se voleva uccidermi perché non ha incaricato i miei aggressori?”
“Non è per lei, stia tranquillo”, ha risposto, poi è tornato alla poltrona.

Lo sparo ha fatto accorrere un paio di inservienti con un sacchetto di plastica, che si sono sbarazzati del cadavere del gatto e hanno sostituito la poltrona con una nuova, identica.

Si sono fermati sulla porta, in attesa di un ordine. A un cenno di Blofeld sono usciti, e rientrati subito dopo con un sacco, da cui hanno estratto un altro gatto bianco a pelo lungo.

Da come sembrava incazzato non avrei scommesso granché sulla sua sopravvivenza, né su quella dell’altro occhio di Blofeld.

“Lei ama i gatti, signor Renzi?”, mi ha chiesto.
“Ne ho due, ma i miei sono più mansueti”, gli ho risposto.
“Immagino. Sa a che razza appartiene questo?”
“Non è un persiano?”
“Lo sa che è maleducazione rispondere a una domanda con un’altra domanda?”
“Non l’ha appena fatto anche lei?”
“Sta cercando di farmi innervosire?”
“No, ho visto cosa succede a chi la fa innervosire”

Il sorrisetto di Blofeld voleva avere qualcosa di diabolico, ma non riuscivo proprio a sentirmi minacciato da uno col maglione pieno di peli di gatto.

“Questi gatti non sono persiani, appartengono a una razza selezionata con cura da centinaia di anni, una razza mantenuta segreta e acquistata solo dai pochissimi che se lo possono permettere. Il loro valore sul mercato è incalcolabile. E io ne ho appena ammazzato uno. Ha idea di quanto mi costano ogni mese, questi piccoli bastardi? Capisce adesso perché uno si trova costretto a conquistare il mondo?”
“Perché non prova al gattile?”
“Ci ho provato, ma non facevano consegne a domicilio. Quando avrò conquistato il mondo potrò mandare i miei sgherri in qualunque angolo del mondo a raccogliere i gatti più belli, senza dover spendere un centesimo. Buahahahahaha!”
“Mi sta dicendo che vorrebbe conquistare il mondo per non dover pagare la spedizione di un gatto?”
“No, anche perché Netflix mi propone solo film di merda e mi annoio a stare tutto il tempo chiuso in questa base. E poi ho un sacco di testate nucleari, sarebbe un peccato non usarle, no?”

“Glielo impedirò!”, ho esclamato, più perché mi sembrava la cosa giusta da dire che per reale convinzione. Blofeld ha riso. “E come?”, mi ha chiesto.
“Non lo so!”, ho risposto, con un tono un po’ meno enfatico ma sempre abbastanza su di giri.

“Ce la giochiamo a morra cinese? Chi perde muore.”
“Mi sembra un’idea del cazzo.”
“Anche a me, non sono bravo a morra cinese.”

Blofeld è tornato alla scrivania e ha aperto il cassetto.

“Ho un’idea migliore. Lei mi ha causato parecchi problemi, signor Renzi. Ha eliminato Leslie Chow, il mio uomo migliore. E ha fatto arrestare il mio agente a Nassau dalla guardia costiera. Credo che per lei adesso sia venuto il momento di morire.”
“Non così in fretta, Blofeld!”, gli ho risposto, puntandogli addosso il mio dito indice.
“Crede davvero che un agente del servizio segreto inglese non abbia con sé un qualche gadget pazzesco in grado di tirarlo fuori dai pasticci?”
“Non ce l’ha, l’ho fatta perquisire. In tasca aveva solo uno scontrino del panificio.”
“E che mi dice di questo dito che le sto puntando addosso?”
“Non è un dito?”
“Non sa che è maleducazione rispondere a una domanda con un’altra domanda?”
“Mi sta prendendo in giro?”
“È disposto a correre il rischio?”

Il sorrisetto beffardo si è trasferito dalla faccia di Blofeld alla mia. Sulla sua adesso era visibile un certo nervosismo.

“Tenga le mani bene in alto sopra la testa. E non provi a chiamare aiuto, o le faccio un buco nelle costole.”

Mi sono avvicinato, ma il gatto mi si è messo davanti e mi ha fatto lo sgambetto. Blofeld ne ha approfittato per saltarmi addosso, ha cercato di strapparmi il dito di mano.

“Ne ho altri nove!”, gli ho detto, e gli ho piantato l’indice dell’altra mano fra le costole.

Ghiri ghiri ghiri ghiri! Blofeld soffriva il solletico, si è buttato per terra e ha cercato di divincolarsi, ma gli anni di esperienza da fratello maggiore hanno reso le mie mani un sofisticato strumento di tortura, gli sono balzato a cavallo e l’ho immobilizzato fra le cosce, mentre le mie dita continuavano a tormentargli i fianchi.

“Basta, la prego, basta!”, mi implorava, con le lacrime agli occhi.
“Come si fa a distruggere la base?”, gli ho chiesto, senza smettere di solleticarlo.
“Nella sala di controllo dei missili atomici c’è un bottone rosso. Sta proprio accanto al bottone rosso che lancia i missili su tutte le principali capitali mondiali, ma questo attiva l’autodistruzione. Per non confonderci ci abbiamo attaccato un pezzetto di scotch.”
“Come arrivo alla sala di controllo dei missili?”
“Deve uscire da quella porta e girare a destra. Quando è in fondo al corridoio prende la porta accanto alla macchinetta del caffè e scende le scale fino al terzo piano. Da lì e meglio se chiede perché è un po’ complicato.”

L’ho lasciato andare e sono corso fuori. Ho raggiunto la sala di controllo e il pannello coi due bottoni. Uno dei due aveva un pezzetto di scotch attaccato sopra. Non mi ricordavo più se quello con lo scotch lanciava i missili o faceva esplodere la base, così li ho schiacciati tutti e due.

Ha cominciato a tremare tutto, una voce si è diffusa dagli altoparlanti: “Lancio previsto in trenta secondi. Ventinove. Ventotto.”

Un’altra voce ha cominciato a scandire un conto alla rovescia diverso: “Autodistruzione attivata. Questa base esploderà in cinquantanove.. cinquantotto.. cinquantasette..”

le due voci si sono sovrapposte, mentre una contava ventiquattro ventitrè l’altra diceva cinquantasei cinquantacinque. Chiaramente hanno perso il conto. Una ha cominciato a chiedere all’altra a che numero fosse arrivata, l’altra l’ha accusata di non essere abbastanza professionale, hanno iniziato a litigare. Mentre raggiungevo la superficie e recuperavo un battello, dagli altoparlanti hanno cominciato a volare gli insulti.

“Ah si?”, ha detto una delle due voci mentre prendevo il largo, “Allora l’autodistruzione l’attivo io, così impari!”.

La fiammata del vulcano che eruttava lava e pezzi di base ha colorato di porpora l’orizzonte, come se fosse stato il tramonto. Di lì a poco sono stato raccolto da una nave che stava accorrendo in cerca di soccorsi. Mi hanno dato dei vestiti asciutti, perché i miei puzzavano di sudore. Poi mentre stavo sul ponte a godermi il vento il capitano è venuto a portarmi il telefono di bordo, c’era una chiamata per me.

Era il mio capo, M, che si congratulava per il successo della missione, e mi chiedeva di rientrare alla base di Londra per il prossimo incarico.

Ho detto “prima il piacere, poi il dovere”, e ho lanciato il telefono in mare. Il capitano si è messo a gridare e mi ha dato uno scappellotto.

FINE

Non avevo in programma di scrivere niente oggi, perché è domenica e la domenica è il giorno del Signore, e il Signore mi ha detto che se non passo la domenica a santificarlo poi mi fa piovere tutti i prossimi fine settimana, ma siccome non è che mi cambi granchè, anzi, se piove me la sciallo di più a stare chiuso in casa, tipo quando è periodo di ferie e ti viene l’influenza e soffri tantissimo ma per fortuna scoppia la terza guerra mondiale e la tua meta di villeggiatura viene bombardata e allora stare a casa ti fa pure piacere, ho detto al Signore che se proprio vuole prendere per il culo vada a menarlo a qualcun altro, e lui si è offeso e mi ha mandato una delle piaghe d’Egitto, che però non vivendo in Egitto non me ne sono neanche accorto, solo che il presidente dell’Egitto, che si chiama Ramsete Tremiladiciassettesimo, ha scoperto che la responsabilità delle locuste in camera da letto era la mia, e per punirmi ha usato la sua quota di maggioranza su Netflix per cambiare la programmazione e obbligarmi a guardare Benvenuti Al Nord, che se non l’avete mai visto è tipo quando hai le locuste in camera da letto, c’è Paolo Rossi che ha bisogno di lavorare per pagarsi il mutuo e accetta di recitare in questo film che poi è il seguito di un altro film con Claudio Bisio che poi credo che sia la versione italiana di un successo francese interpretato da qualche attore che non conosco e che probabilmente non aveva bisogno di pagarsi nessun mutuo, ma ha accettato di recitare nel film perché la storia era scritta bene e faceva ridere, e infatti in francia quel film ha avuto successo, mentre in Italia il seguito della sua versione con Claudio Bisio ne ha avuto altrettanto, ma solo perché siamo un popolo di babbei e infatti da noi c’è perfino gente che guarda le trasmissioni di Giletti, che è un po’ come le locuste in camera da letto che cercano di spiegarti la vita, e interpretate da Claudio Bisio.

Poi c’è la Finocchiaro che boh, io credevo che sapesse recitare, ma si vede che anche lei aveva dei problemi ad arrivare alla fine del mese, ammazza se costano i mutui oggigiorno.

Così stasera ho pensato di prendermi una giornata libera dalle questioni religiose e ho giocato con degli amici a una specie di pictionary online, dove ognuno disegna una roba e gli altri devono indovinare, però giocarci sul cellulare dove hai le dita grosse e lo schermo piccolo non è mica una roba semplice, oltretutto hai pochi secondi e c’è un frinire sospetto che arriva dalla camera, non è facile concentrarsi, e insomma non ci siamo divertiti come avremmo voluto, ma le alternative erano la masturbazione di gruppo online, che sarete d’accordo con me non è divertente come quando lo si fa tutti insieme al battesimo di vostro nipote, oppure scarabeo tramite un’app incasinatissima che ti apre seicento finestre e alla fine ti permette di giocare solo contro un’altra persona, e il terzo non può neanche stare a guardare.

Perché in questo periodo siamo tutti alla ricerca di un passatempo che ci permetta di distrarci un po’ e insieme di socializzare con gli amici, che da quando non ci si vede più per l’aperitivo del venerdì ci è passata anche la voglia di bere, e il nostro fegato sta riassumento quel preoccupante colore rossiccio, chiaro segnale che è in pericolo, lo sanno tutti che verde vuol dire via libera continua a bere, e rosso stai attento che mi sto rompendo, e mentre c’è qualcuno che fa incetta di levito e farina al supermercato e poi si mette a fare la pizza il pane la torta e condivide le foto su instagram che sembra diventato il libro delle ricette di mia mamma, qualcun altro subisce la vendetta trasversale del presidente dell’Egitto e altri ancora cercano qualche gioco da fare online.

I miei amici vorrebbero giocare a monopoli o a risiko, mia moglie è appassionata di monopoli e viene da un posto dove risiko si fa coi membri di una setta religiosa, si mettono tutti lì e poi ci si passa sopra coi carri armati, io risiko e monopoli mi fanno venire la pellagra e vorrei giocare a uno qualunque dei giochi di una piattaforma online fighissima che ti iscrivi e puoi giocare a un bordello di giochi da quello facile per giocatori occasionali a quello che solo per imparare le regole ti ci vogliono altre due quarantene, ma sono da solo in questa lotta impari contro l’indifferenza umana e il distanziamento sociale, e alla fine mi sono ridotto a chiedere al mio vicino di casa se ha voglia di giocarci con me, ma lui è una specie di asceta e le cose elettroniche e i cellulari non li vuole neanche toccare perché dice che ti inaridiscono lo spirito, e preferisce farsi lunghe passeggiate, come testimoniato dal suo account instagram che trabocca di foto di sentieri di montagna.

Insomma,questo post è una richiesta di aiuto, se qualcuno là fuori avesse voglia di giocare a qualche gioco da tavolo online possiamo organizzarci, ne scegliamo uno, ci impariamo le regole per bene, o se le sapete già me le spiegate, ma dovete spiegarmele tramite videochiamata, che non so bene come si usa, quindi prima di spiegarmi come fare una videochiamata dovete aiutarmi a ritrovare il cellulare, che oggi ho lavato il gatto e lui per dispetto me l’ha nascosto, me lo fa tutte le volte, una volta sono dovuto scendere in cantina, dove non c’è la luce, e non avendo una pila sono andato al negozio e mi sono comprato un altro cellulare con la pila per scendere in cantina e vabbè avete capito che non sarà una cosa facile, ma tanto cos’abbiamo da fare, non possiamo neanche andare più a fare la spesa al supermercato perché han detto che senza la mascherina non ti fanno entrare, e in farmacia non se ne trovano, il comune non te le passa e io la prossima volta che devo comprare la salsa mi metto un fazzoletto sulla faccia ed entro così, e se il commesso mi dice che il fazzoletto non mi protegge contro il coronavirus gli dico che mica me lo sono messo per quello, e gli punto la pistola addosso e me ne vado con la cassa, così impara.

La puntata precedente la trovate cliccando qui.

Paradise Island, spiaggia di sabbia bianca, acqua così limpida che non la vedi, palme fin dove riesci a guardare. Stese ad asciugare al sole sui loro asciugamani, alcune donne in bikini dirigono a gesti una truppa di camerieri eleganti con vassoi carichi di bibite alla frutta.

In mezzo a questo paesaggio da cartolina, un uomo si aggira per la spiaggia: ha i capelli spettinati, indossa una camicia bianca e un paio di scarpe eleganti, che si toglie ogni tre o quattro passi per svuotarle dalla sabbia. Suda tantissimo.

Sono io, naturalmente.

Camminare per la spiaggia di Nassau mi ha fatto capire per l’ennesima volta come io e il mare non siamo davvero compatibili. Fa caldo, si suda, non so indossare le scarpe adatte, mi scotto subito e non so mai cosa fare. Ho fatto avanti e indietro tutta la superficie dei Bagni Miramare di Nassau, ma di tizi con la cicatrice sulla faccia non ce n’erano, solo una profusione di culi scolpiti che mi ha fatto sentire scomodo nelle mutande.

Sono andato al bar della spiaggia, e ho mostrato la foto del tizio con la cicatrice al barista. Non ha telefonato a nessuno né adottato comportamenti sospetti, si è limitato a scuotere la testa e mi ha allungato un bicchiere con dentro un ombrellino.

“Potevi almeno metterci dentro qualcosa di liquido”, gli ho detto, succhiando lo stecchino di legno, ma lui parlava solo Bahamense, che somiglia tantissimo all’inglese, se solo fossi in grado di capire almeno quella lingua.

Ochei, la mia ricerca del tizio sfregiato poteva dirsi terminata, non avevo altre tracce da seguire. Tanto valeva prendermi una vacanza. Ho chiesto al barista se aveva un telo da spiaggia da imprestarmi, e magari un paio di infradito e della crema solare, ma lui non ha capito e mi ha passato un altro bicchiere vuoto con dentro un ombrellino. “Potresti metterci almeno del ghiaccio?”

È arrivata una ragazza mora, coi capelli corti e gli occhi nerissimi. Era giovane, camminava col passo morbido ed elastico di un predatore nella savana. Il costume che portava addosso era piccolissimo, doveva averlo tolto a una delle sue Barbie, e le sue forme generose bramavano libertà. Tutti si sono voltati a guardarla, ma era così attraente che tutti si sarebbero girati a guardarla anche se avesse indossato un cappotto rosso, un paio di scarpe da clown, e un cappello a cilindro con un gatto aggrappato sopra.

Si è appoggiata al banco come se fosse stato il gesto per cui era venuta al mondo, e ha chiamato il barista Hubert. Lui le ha preparato un bicchiere pieno di ghiaccio, foglie di menta e un paio di liquori diversi, che ha infine guarnito con una fetta di arancia.

Non sapevo che il barista si chiamasse Hubert, forse era per quello che a me continuava a portare bicchieri vuoti. Ho provato a chiamarlo Hubert anch’io, e lui è arrivato a chiedermi cosa volessi.

“Ne vorrei uno uguale”, gli ho detto, indicando la ragazza.

Mi ha allungato un altro bicchiere vuoto con dentro un ombrellino. Ma cosa cazzo!

La ragazza ha riso, mi ha chiesto where I was from, le ho detto quello che stai bevendo tu, bellezza.

I don’t speak italian, mi ha detto lei, e io le ho risposto ah sei italiana pure tu? Hai un accento strano, di dove sei, di Foggia? E mi sono avvicinato, come farebbe qualunque uomo italiano che all’estero perde tutte le inibizioni e ci prova perfino con quelle a forma di deumidificatore Beghelli.

“Come faccio a ordinare un bicchiere come il tuo?”, le ho chiesto con la voce di Francesco Prando quando doppia Daniel Craig quando guarda una donna dritta negli occhi e sai che sta per cacciarle la lingua così profondamente in gola che speri che si sia fatta il bidè.

“Come ti chiami?”, mi ha faticosamente chiesto in una lingua a me comprensibile.

“Pablo”, le ha risposto il gabinetto di guerra riunitosi in fretta dentro le mie mutande. “E tu?”

“Baby”, mi ha risposto. “Baby Fuckmerightintheass”.

Per mostrare che avevo capito le ho detto “Nessuno mette Baby in un angolo”, ma forse era troppo giovane per avere visto Dirty Dancing. Ha fatto un cenno al barista, che mi ha finalmente allungato un bicchiere pieno. “Ci ho messo anche l’ombrellino”, mi ha detto mentre me lo porgeva.

Baby dal cognome impossibile da ricordare mi ha preso per mano e portato sotto il suo ombrellone, dove c’erano due sdraio libere.

Accanto al palo una borsa da spiaggia da cui spuntavano creme abbronzanti, spazzole, una pistola e tutto quell’armamentario che di solito una ragazza ama portarsi dietro in queste occasioni.

Ha fatto un cenno, e il barista Hubert si è palesato con un dizionario inglese-italiano. Lei ha iniziato a parlargli in inglese, e lui a tradurmelo.

“Cosa ci fa a Nassau un bell’uomo come te? Sei qui per affari?”, mi ha detto Hubert con la stessa voce languida della mia nuova amica.

“Sto cercando un uomo con una cicatrice sull’occhio”, gli ho risposto.

“Non avevo capito che ti interessavano gli uomini”, mi ha detto Hubert, e poi mi ha fatto l’occhiolino.

“Solo per lavoro. Sono un agente segreto, e lui è il mio obiettivo.”

Qui Hubert non deve aver tradotto proprio parola per parola, perchè Baby mi ha guardato schifata, poi si è alzata e se n’è andata via.

“Sei un coglione”, mi ha detto poi il barista, pescando con cura ogni parola dal vocabolario.

“No, tu sei un coglione! L’hai fatta andare via! Come barista fai schifo, con sta cazzo di ossessione per gli ombrellini, e non sei bravo neanche come interprete!”

“Gli ombrellini dovevi leggerli, non buttarli via: contenevano dei messaggi in codice. Sono un agente segreto anch’io, e quella ragazza lavora per Blofeld, ed è stata incaricata di ucciderti!”

Ancora questa parola, blofeld. Ho provato a cercarla su google, e mi è comparsa la faccia del tizio con la cicatrice sull’occhio. A quanto pareva blofeld non era una parola straniera, ma il suo nome: Hans Stavro Blofeld, capo di un’organizzazione malvagia chiamata Spectre snc che ha per obiettivo conquistare il mondo. Era iscritta al registro delle imprese di Dubai, dove godeva di importanti agevolazioni fiscali, quindi mi aspettava un altro viaggio dall’altra parte del mondo.

“Ti conviene andartene subito”, mi ha detto Hubert, “Per adesso sono riuscito ad allontanarla facendole credere che sei solo un innocuo idiota, ma se capisce che sei davvero un agente cercherà di eliminarti. Nessuno può avvicinarsi a Blof..” ed è stramazzato sulla sabbia, con la bocca piena di sangue.

La pistola nella mano dell’ombrellone fumava ancora. E adesso che si stava tirando fuori dalla sabbia potevo vedere chiaramente che aveva le gambe, e anche una faccia!

Non potevo essere così sfortunato! Chiunque si pizzica le dita col meccanismo dell’ombrellone, ma solo a me ne è capitato uno che cerca di uccidermi!

Sono corso via, ma devo avere preso la direzione sbagliata, perché la spiaggia è finita ed è cominciata l’acqua. Non potevo mica scappare a nuoto fino a Miami, non erano ancora passate tre ore da che avevo finito di mangiare.

Un gruppo di ragazzini stava spingendo in acqua un pedalò bianco e giallo, mi ci sono avventato contro e li ho spinti via, poi sono balzato sul potente mezzo di trasporto e ho pedalato verso la libertà, con una grinta che se non mi hanno fatto l’antidoping è solo perché a quell’ora faceva troppo caldo per mettersi ad assaggiare le urine di qualcuno. L’ombrellone assassino ha agguantato il pedalò accanto e si è gettato al mio inseguimento.

Il mio avversario non era un novellino, si vedeva da come prendeva le onde di punta e approfittava della fase discendente per garantirsi una maggiore propulsione, ma non mi aveva ancora preso. Anch’io conoscevo qualche trucchetto, ed era venuto il momento di tirarlo fuori.

“Aiutooo! Bagninooo!!”, mi sono messo a gridare.

Non ha funzionato, chiaramente gli ombrelloni assassini non rispondono alle stesse leggi degli esseri umani, e i bicipiti coperti di tatuaggi tribali degli omaccioni in maglietta non rappresentano alcun deterrente alla loro malvagità. Ha aumentato l’andatura e mi si è accostato, cercando di prendermi di mira con la sua pistola.

“Cos’è quello, uno squalo?”, gli ho gridato, indicando il mare alle sue spalle.

“Ma no, sarà un tonno”, mi ha risposto. “Ce ne sono un sacco da queste parti”.

Era scaltro, e stavo finendo i trucchi. Mi restava solo una cosa da fare, cercare di buttarlo fuoribordo con una manovra disperata. Ho puntato il pedalò verso una di quelle piattaforme dove gli adulti amano rilassarsi a prendere il sole, e i ragazzini fare i tuffi a bomba, ragione per cui sono quasi sempre piene di gente che litiga oppure vuote, e ho preso velocità. Il pedalò si è schiantato contro la piattaforma, e quello del mio inseguitore lo ha tamponato. Siamo stati catapultati entrambi fuori bordo, ma mentre io terminavo la mia corsa in mare, l’ombrellone è finito di testa sui sedili posteriori della mia barca. Ho nuotato agilmente verso la riva, mentre il proprietario dei pedalò sopraggiungeva a bordo di un motoscafo, pronto a consegnare alla giustizia il responsabile di quel macello.

Sono uscito dall’acqua asciutto, con l’abito stirato e i capelli pettinati, perché alla fine questa è pur sempre una storia di 007, e mi sono allontanato, alla ricerca di un barista meno stronzo e di un buon mojito.

Dieci minuti dopo ero di nuovo lo stesso uomo a pezzi dell’inizio di questa storia. Era ora di andarsene.

(continua)

Riassunto delle puntate precedenti

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
Ili Ili Tulong Anay – Mvibe
Mahani Teave & Viviana Guzman – Flight Of The Bumblebee


E siamo arrivati a 20. Quanta nostalgia per quelle prime puntate, quando facevo i link a una playlist di Grooveshark dove si poteva sentire musica tutto il giorno senza la vocina fastidiosa che ti chiede di sottoscrivere un abbonamento a premium a soli 9,99 soldi per tre mesi.

Era il 31 ottobre 2012, il Papa era ancora Ratzinger Z, e quel giorno nei cinema usciva Skyfall, di cui potete leggere un’appassionata recensione qui. Se fosse stato ancora vivo, Cristoforo Colombo avrebbe compiuto 561 anni, e per celebrare il suo compleanno avrei fatto partire la mia playlist da lui, invece che da Bruno Lauzi. Non sarebbe stato facile, avrei iniziato con una canzone a lui dedicata di una boyband anglo-norvegese chiamata A1, poi avrei usato il titolo di una loro canzone chiamata Ready Or Not per proporre l’omonimo brano di Bridgit Mendler, un prodotto Disney Channel che somiglia un po’ alla sua ex collega Britney Spears, ma magari stavolta la chiave del bar la nascondono meglio. Questa giovane cantante ha dato la voce a un personaggio dei Muppets in un film intitolato Muppets Most Wanted, e i personaggi di Jim Henson si sono esibiti in televisione praticamente con chiunque, di lì in poi sarebbe stata una passeggiata. Chissà che non sarei finito qui in ogni caso, a parlarvi della Repubblica Ceca. La conoscete la Repubblica Ceca?

Il 28 ottobre 1918, a Praga, successe qualcosa di insolito per l’Europa: due nazioni vicine, invece di cercare di occuparsi militarmente l’un l’altra, decisero di fondersi insieme, ispirate da comuni ideali e dalla voglia di liberarsi degli invasori asburgici, del cui impero facevano entrambi parte.

In uno dei diversi accordi fra le nazioni che ridisegnarono l’Europa dopo la Prima Guerra Mondiale, venne riconosciuto il nuovo stato, a dispetto delle proteste di Polonia e Germania, che si sentivano defraudate di parte del loro territorio.

Fu un periodo di grande festa, i Cecoslovacchi si buttarono in massa per le strade a pigliarsi a boccalate di birra, e per prima cosa si misero a cacciare dal Paese gli appartenenti alla minoranza magiara. Perché nell’Europa immediatamente successiva alla Prima Guerra Mondiale un po’ di sano nazionalismo non poteva mancare. E gli ungheresi stavano sulle palle a tutti, sempre con quei cazzo di violini.
Restavano i tedeschi, ma come fai a cacciare una minoranza che conta più del 23% della tua popolazione? Nelle regioni in cui abitavano, la Boemia e la Moravia, arrivavano al 30%. A momenti erano più dei Cechi. I Cecoslovacchi decisero di chiudere un occhio e si limitarono a far girare barzellette razziste nei confronti dei loro ospiti. I tedeschi, dal canto loro, non si sentivano parenti dei padroni di casa, e presero a chiamarsi fra di loro Sudeti, dal nome della catena montuosa in cui abitavano. Südtirol ist nicht Italien, anche qui.

Il 12 marzo 1938 Hitler invade l’Austria, e i Sudeti sfoggiano la stessa faccia che vedi nei tifosi della squadra capolista un paio di giornate prima della fine del campionato.
Arriva settembre e la Germania, con la minaccia della guerra, riesce a farsi regalare i territori Sudeti. Tempo novembre e la Cecoslovacchia in pratica non esiste più, smembrata dai vicini, alleati della Germania nazista.

Nel settembre 1944 la Cecoslovacchia venne liberata dall’esercito sovietico, e negli anni successivi, con la nascita della Terza Repubblica, il Paese abbracciò il comunismo.
D’altronde, se mezza Europa ti porta via la casa e l’altra mezza te la restituisce, alla fine di chi vuoi essere amico?

Sotto la guida di Mosca, la Cecoslovacchia si liberò delle minoranze tedesche, obbligò gli ungheresi che non se ne volevano andare a prendere la nazionalità slovacca e a posare quei cazzo di violini, e diede inizio a un piano di radicalizzazione che quando senti i nostri politici di destra demonizzare il comunismo non riesci a dar loro torto. Però quello che descrivono loro non è comunismo, è il regime totalitario immaginato da Stalin; accentrare il potere nelle mani di pochi individui, eliminare i dissidenti, imporre una censura su ogni forma di espressione compresa l’arte, è un metodo che darebbe gli stessi risultati a ogni latitudine. E i nostri politici di destra sono un branco di scimmie che hanno imparato a mettersi le scarpe.

Nel 1968 venne eletto Alexander Dubček a segretario di partito, la figura che di fatto governava il Paese. A differenza dei suoi predecessori, Dubček spinse la Cecoslovacchia verso la democrazia: restituì la libertà di stampa, permise la nascita di circoli non allineati con l’Unione Sovietica, e cercò alleati in Occidente. È il periodo conosciuto come Primavera di Praga. E finì coi carri armati: l’Unione Sovietica occupò militarmente la Cecoslovacchia, riprese le purghe, e fino al 1989 la situazione tornò a essere la stessa di prima. Ci volle la caduta dell’Unione Sovietica per permettere ai Cecoslovacchi di tornare a respirare aria pulita. Si indissero elezioni, cominciò un periodo di riforme per riportare il Paese alla democrazia, e il 1 gennaio 1993 i due stati che avevano costituito la Cecoslovacchia decisero pacificamente di divorziare, diventando Repubblica Ceca e Slovacchia.

Se avessi saputo tutte queste cose quando sono stato a Praga, nel 2016, forse me la sarei goduta di più. Però avrei bevuto lo stesso quantitativo di birra, e di certo sarei andato a sentire Martina Trchová.

Nata il 14 febbraio 1983, come la sua collega che vive dall’altra parte del mondo di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, Martina Trchová (si pronuncia Tercovà) suona la chitarra in un trio jazz folk. Ha inciso tre album, qualche demo, per un po’ ha suonato da sola. Adesso ha raccolto i soldi per un nuovo album, grazie a una piattaforma di crowdfunding chiamata hithit.com.

In città fa un sacco di concerti, perlopiù in piccoli locali, e li riempie regolarmente. Se doveste andare a Praga nel prossimo futuro, provate a chiedere al proprietario dell’Airbnb dove state se la conosce.

E perdio, andate a mangiare al Vinohradsky Parlament!

(continua)