Cina, agosto 2018 (6/12) – Guiyang

La trafila è la solita per ogni volo: ti fai portare all’aeroporto, fai la fila per il gate, ti fanno salire su un cubotto per una perquisizione dove manca soltanto il guanto in lattice, e ti lasciano libero di vagare in un’area piena di ristoranti, negozi, giardinetti. La differenza con Orio Al Serio è perfino ridicola, ma anche la Malpensa qui avrebbe grosse difficoltà a mostrare i muscoli.

Scegliamo un coreano che offra il pollo fritto, dal mio viaggio precedente me ne è rimasta una voglia da donna incinta, e facciamo venire l’ora della partenza.

Sul viaggio non ho granché da raccontare, l’aereo ha i sedili e i finestrini, le hostess sono gentili e il volo da Pechino a Guiyang dura un tempo difficile da quantificare se ti addormenti subito dopo il decollo. Se sono qui a scrivere significa che è andato tutto bene.

All’arrivo l’aria è più fresca, il taxi che ci porta in hotel ha l’autista chiuso in una gabbia, cosa che mi fa pensare a elevati tassi di criminalità locale, ma Shasha si limita ad alzare le spalle. La città dal finestrino sembra più caotica della capitale, le strade sono decisamente più strette, e il traffico ne risente, sebbene sia già piuttosto tardi.

Ma dov’è, poi, Guiyang?
Partendo da Pechino e spostandosi verso sud bisogna percorrere 2.183 km prima di arrivare a Guiyang, o almeno è quanto sostiene Google Maps. La metà della distanza fra Los Angeles e New York, che corrisponde, dicono, a circa 150 milioni di aspirine messe in fila. 

Ora non so chi si sia preso la briga di comprare così tante aspirine e collocarle su una lunghezza simile, ma se lo dicono dev’essere vero.

Guiyang è la capitale del Guizhou, una provincia che ospita il 37% delle minoranze etniche del Paese, ma se non sei cinese non ne riconosci nessuna, e quando ti dicono “Vedi quello? È un Miao” ti volti e vedi un altro cinese. Boh.
Il Guizhou è considerato da wikipedia una regione povera e sottosviluppata, ma da quando è stata scritta quella pagina sono cambiate diverse cose, e Guiyang si sta trasformando in un polo tecnologico all’avanguardia.

Perlomeno la sua parte più moderna, se cammini nella città vecchia (che poi, vecchia, sarà degli anni ’60, toh) ti senti come a casa mia, solo con più palazzi e molti più cinesi. Più o meno quattro milioni e mezzo.

L’hotel si trova nella parte nuova della città, che è come dire un’altra città, con una terza città nel mezzo. Guiyang sta subendo un’espansione molto veloce, come molte altre località della Cina. Trovandosi in mezzo ai monti è riuscito difficile allargarsi in cerchi concentrici come Pechino, si è cercato di fare un po’ come si poteva. Adesso dal centro si prende una strada a tre corsie che sale verso la parte nuova, fatta di grossi palazzi e centri commerciali. A metà strada si passa in mezzo a un altro complesso, fatto di quei palazzoni tutti uguali tirati su in mezzo al niente.

Alloggiamo all’Hyatt Regency, un cinque stelle sobrio in cima a una collina, da cui si gode una buona vista del parco sottostante e della città nuova alle sue spalle.

È dotato di ogni tipo di comfort, secondo gli standard di questa categoria: due piscine di cui una con l’idromassaggio, una palestra aperta anche di notte, un ristorante di lusso, salotti e salette per ogni necessità. Le camere sono confortevoli e piene di bottoni da schiacciare, i letti enormi.

Purtroppo, a differenza dell’Hyatt Regency di Shanghai in cui ho alloggiato a capodanno, il coperchio del gabinetto nella mia camera non si alzava e abbassava da solo quando entravo nella stanza, e il copritazza non era riscaldato.

È chiaro che se continui a offrire un servizio così mediocre gli affari ne risentono. Ogni volta che mi sedevo sulla tazza dovevo resistere alla tentazione di scrivere una lettera indignata al direttore della struttura; mi calmava solo il pensiero che, essendo fidanzato con una dipendente Hyatt, avrei potuto alloggiare a babbomorto praticamente ovunque nel mondo, e l’immagine di me che esco da un hotel di lusso a New York e saluto il valletto all’ingresso come Crocodile Dundee mi rimetteva subito di ottimo umore.

Sabato 11 agosto

Faccio colazione all’italiana: cappuccino, brioche, pane e marmellata, succo di frutta, yogurt, latte e cereali, una mela. Poi, siccome sono in un hotel figo, ne approfitto per fare anche una colazione inglese, che comprende uovo fritto, salsiccia, bacon, formaggio, salame e fagioli.

Per finire, essendo ospite in un Paese che ha usanze proprie per la colazione, faccio il terzo giro con jiaozi, baozi, youtiao (delle trecce di pasta fritte, una specie di krapfen senza la crema e dalla forma allungata) pucciati nel latte di soia.

Ho bisogno di energie, oggi è una giornata importante: conoscerò la famiglia di Shasha.

(domani farò la stessa colazione con una scusa diversa)

Sono un po’ preoccupato, mi sono stati descritti come una famiglia molto tradizionale, e non so se devo considerarla una cosa buona. Cioè, per me la famiglia tradizionale cinese è composta da una madre che indossa il qipao, un burbero nonno con una lunga barba bianca che insegna il kung fu e una nonna impegnata a dipingere caratteri con un pennello e cucinare robe al vapore. E sono tutti ostili verso gli occidentali.

Ci facciamo portare in taxi fino a casa dei nonni, in centro, e di lì ci infiliamo in una stradina malmessa. In un campo da calcetto lì accanto vedo degli anziani che camminano agitando le mani e battendo i piedi in una specie di danza. Shasha mi spiega che stanno facendo ginnastica.

“I tuoi nonni partecipano a queste attività di gruppo?”

“No”

“Allora posso parteciparvi io?”

“Sei nervoso?”

“No”, rispondo, mentre mi fermo un momento ad allacciarmi le infradito.

Alla fine verrà fuori che la famiglia di Shasha è una normale famiglia, solo più cinese delle altre.

E non parla inglese, cosa che ha limitato le nostre conversazioni alla nonna che mi dice cose e ride, e tutti gli altri che mi agitano la mano per salutarmi e poi ci si ignora.

Non potendo comunicare diventa difficile relazionarsi anche a livello emotivo, capire se queste persone ti sono simpatiche e tu a loro. L’unica che non ha problemi in questo senso è la nonna, che comunica nel linguaggio universale delle nonne: mi dà da bere, mi porta un gelato, si assicura che non abbia troppo caldo e che faccia il pisolino dopo pranzo con la coperta sulla pancia.

Una premura che tutta la famiglia mi ha dimostrato durante la mia permanenza a Guiyang, è stata di sintonizzare la televisione sul canale CCTVNews, un canale di notizie esclusivamente in lingua inglese. Non che me ne fregasse qualcosa, oltretutto il pluralismo dell’informazione in Cina non esiste, avrei ottenuto notizie più credibili dal mio telefono, ma quando sei in una casa piena di persone che parlano fra loro in un idioma sconosciuto l’unica alternativa al fingersi morto è fissare lo schermo sperando che succeda qualcosa.

Il primo giorno incontro anche la famiglia dello zio. Lui è un tipo gioviale, cerca di fare amicizia, si prende confidenza. Sua figlia è una ragazzina con gli occhiali che parla inglese decentemente, proviamo a dirci qualcosa, ma è come la gag di Guzzanti sull’aborigeno.

Una delle ragioni per cui siamo venuti fino a Guiyang è che la mia fidanzata deve rifare la carta d’identità.

Andiamo subito dal fotografo, e intanto che lei posa nel retrobottega io vado a fare due passi senza allontanarmi troppo, che se mi perdo qui non so proprio come riuscirei a ritrovare la strada.

Il clima è migliore che a Pechino, l’aria sembra più fresca. Di certo è più pulita.

Vengo attirato da un uomo che trasporta due ceste cariche di roba appese a un bastone, come una bilancia. È la tipica immagine dell’Oriente che collego alla mia infanzia, quando sfogliavo enciclopedie e guardavo cartoni giapponesi. A Pechino questi ambulanti non si vedono di sicuro, ma qui ne incontri di continuo: vendono frutta, oggetti, noci, e sempre col loro bilanciere sulla spalla.

Entro in un negozio di scarpe e la commessa si avvicina come al solito, e come al solito le dico, in inglese, che sto solo dando un’occhiata.

Questa va nel panico, chiama la sua collega che stava nel retro, ridono isteriche e si nascondono dietro al banco da dove mi fissano come se fossi in mutande.

Mi sento, in effetti, come una strana attrazione da circo, e la cosa non mi garba affatto, per cui decido che ci sono un sacco di altri negozi meritevoli della mia attenzione, ringrazio ed esco. Alle mie spalle risate come a una stand-up comedy.

Dopo pranzo (del pollo avanzato dalla sera prima e della roba buonissima comprata in una delle bancarelle giù in strada) i nonni devono riposare, quindi schiodiamo.

Shasha mi porta avedere il Padiglione Jiaxiu e il giardino Cuiwei. Fa un po’ strano tradurre i nomi cinesi, ma sennò non si capisce di cosa sto parlando, se di un piatto o di un edificio.

In questo caso si tratta di un complesso di edifici storici, epoca Ming (1598), formato da un ponte sul fiume Nanming, un padiglione di ottima fattura e una serie di edifici più piccoli circondati dal tipico giardino cinese,con gli ingressi tondi e i leoni di pietra.

Nel 1998, una delle periodiche inondazioni che colpiscono la regione danneggiò la struttura, e nella squadra di architetti che la riportarono allo stato originale era presente suo nonno. Per questo ci teneva a mostrarmelo, e mentre percorriamo il vialetto che sale verso l’edificio più alto mi mostra dove, da bambina, veniva a giocare con gli amici.

Sorride mentre lo racconta, e io quando sorride perdo interesse in tutto il resto, quindi scusate, ma del padiglione Jiaxiu non mi ricordo altro.

La parte di città in cui ci troviamo è dominata dal Kempinski Hotel, l’edificio più alto della zona.

Ci lavora un amico di Shasha, e andiamo a convincerlo a lasciarci salire ai piani alti. Grazie alla sua intercessione otteniamo un passaggio in ascensore e raggiungiamo il salotto panoramico, dove dei distinti uomini d’affari in abiti eleganti stanno prendendo il caffè. Noi in ciabatte e pantaloncini siamo perfettamente a nostro agio e scivoliamo lungo le vetrate con la grazia di baiadere in libera uscita.

Speravo di vedere il parco giochi futuristico appena inaugurato, o perlomeno il palazzo con la cascata sulla facciata, ma devono essere entrambi nella parte nuova, a nord.

Il colpo d’occhio è comunque notevole.

Abbiamo tutto il pomeriggio per ciondolare prima di andare a cena a casa di sua madre (leggera tensione sottocutanea): torniamo al fiume a giocare con gli aquiloni nella piazza principale, che si chiama Renmin, piazza del Popolo. È ampia e brutta, circondata da coppie di colonne e panchine, include nel campionario di squallori anche delle teste di animale su piedistalli di cemento, raffiguranti i dodici segni dell’oroscopo cinese.

Sul fondo una specie di ufone dorato tenuto a mezz’aria dalle canne di un organo collassate per la vergogna. Dalla parte opposta un’alta statua di Mao Benedicente fa la guardia a un edificio che ricorda qualche hotel americano degli anni ’50, quando faceva moderno somigliare a pandori spaziali.

In mezzo alla piazza gente in bici, coi pattini, e diversi campioni indiscussi di aquilonerie.

“Sei capace a far volare l’aquilone?”

“Che ci vuole? Dammi qua!”

Per dieci soldi (un euro e venti) compriamo il modello economico a forma di triangolo. Io avrei voluto quello più figo ad aquila reale, ma la mia saggia fidanzata preferisce andare per gradi, metti che non siamo così bravi.

Spoiler: aveva ragione lei, far volare un aquilone è più difficile di quanto pensassi. Mentre tutto intorno i locali ci sbeffeggiano da altezze che dovrebbero essere proibite ai mezzi sprovvisti di turbine, il nostro farfallone arranca a due metri dal suolo con l’incedere pericolante di un ubriaco dopo il cenone di capodanno.

In compenso, ciabattando avanti e indietro per evitare atterraggi rovinosi, rischiamo di travolgere diverse persone. Shasha commette anche l’errore di srotolare completamente il rocchetto di filo, e cattura un incauto pattinatore che stava dieci metri più in là.

Le nostre prodezze ci rendono immediatamente popolarissimi, tutti si fermano a guardarci e commentano a voce alta. Ho l’impressione che non ci stiano lodando per la nostra irresistibile simpatia, perché ad un certo punto, quando finalmente sono riuscito a rimettere le mani sul giocattolo e sto cercando di farlo ripartire, Shasha decide che è l’ora dell’aperitivo e mi trascina via.

Mi porta in un bar che conosce bene, dove mi mette davanti a un birrone gelato senza niente da mangiare, neanche due noccioline.

La barista sta tagliando a pezzi un grosso cubo di ghiaccio, mentre sul fuoco una pentola piena d’acqua raggiunge l’ebollizione.

Chiedo se serve per il minestrone, e mi viene spiegato che con quella si fa il ghiaccio. Viene bollita prima per eliminare le bolle d’aria. Non lo so se è vero, a quel punto sono ubriaco, neanche ascolto più.

La cena a casa della mamma è sobria: ordinano una teglia con dentro un pescecane intero sprofondato in una salsa di qualunque cosa comprese le arachidi. In tutta la serata dico forse tre parole, di cui una è ciao e le altre due bye bye. Però non va male, dopo cena ci sediamo a prendere il tè e assisto a una complicata cerimonia di travasi in contenitori sempre più piccoli. Mi regalano anche un servizio di teiera e quattro tazzine che spero tanto di riportare in Italia intatto.

Cina, agosto 2018 (5/12) – maramao perché sei morto

Venerdì 10 agosto.

Stavolta ci riesco, mi alzo in tempo e vado diretto in piazza a vedere il morto. 

In realtà sono indeciso se visitare il mausoleo di Mao, la coda per l’accesso alla piazza sotto questo sole scoraggerebbe un cammello. In alternativa potrei infilarmi al Museo Nazionale: l’ho già visitato la volta scorsa, ma le esibizioni temporanee cambiano spesso, e al momento dovrebbe esserci qualcosa sull’arte primitiva australiana.
Una volta uscito dalla metropolitana realizzo che in ogni caso l’ingresso di entrambe le strutture è al di là della tonnara al posto di controllo, bisogna rassegnarsi.

Fa così caldo che dopo dieci minuti la mia camicia è passata dallo stato solido a quello liquido.
C’è una signora che si infila nella calca per vendere gelati, un’altra bottiglie d’acqua, la terza defibrillatori. Ma solo io sudo così tanto? I cinesi appaiono più rilassati, oppure smadonnano come me, ma nella loro lingua non li so capire.

Una volta superata l’estenuante trafila burocratica vado a vedere come si entra al mausoleo, che oramai sono qui e a dire la verità dell’arte aborigena mi frega pochino.

La coda è lunghissima, e si piega e ripiega su tutta la superficie della piazza. E stiamo parlando di una distesa ampia come la Città del Vaticano. Nonostante la lunghezza sembra scorrevole, le persone all’inizio della fila camminano abbastanza lentamente, ma camminano, e quelle all’estremità opposta vanno molto più veloci. Calcolo mezz’oretta al massimo di attesa. Dai, ce la faccio. Mi inserisco anch’io nel lungo serpentone di questo incredibile rito collettivo.
È pazzesco vedere persone arrivate da ogni angolo della Cina che si mettono in fila sotto il sole per rendere omaggio alla figura che incarna.. boh, il loro ideale? Il loro sogno di un Paese migliore? Lo stato sociale solido in cui vivono? Cos’è che rappresenta Mao per i cinesi, esattamente?

A leggere la sua biografia viene fuori una figura potente, capace di riforme che hanno aiutato la Cina a diventare quel colosso economico che è oggi. Ha combattuto e vinto le guerre interne contro i cospiratori che avrebbero infranto questo suo grande sogno, e per farlo ha compiuto imprese leggendarie, come attraversare a piedi 9600 km in testa alla sua armata, combattendo l’esercito del Kuomintang, per lanciare una controffensiva che si sarebbe rivelata vincente. Ha sconfitto l’analfabetismo, rilanciato l’economia, restituito la terra ai contadini.

Solo che la sua biografia l’ha scritta lo stesso partito che oggi governa il Paese senza elezioni né opposizione, e riduce a silenzio i dissidenti semplicemente facendoli sparire. Perseguendo la stessa politica cinica e violenta adottata dal Grande Timoniere Mao.

Il “Grande balzo in avanti”, la riforma epocale che avrebbe dovuto trasformare la Cina in una potenza economica, provocò la più grande carestia nella storia del Paese, lasciando sul terreno fra i 14 e i 43 milioni di morti, a seconda di chi te lo racconta. E quando, in seguito a questo fallimento, il partito decise di estrometterlo dalla carica, Mao lanciò la Grande rivoluzione culturale, un’insurrezione popolare che gli permise di liberarsi di tutti i suoi oppositori politici, e che ebbe, fra gli altri effetti, quello di distruggere gran parte della memoria storica dello stato.

Se oggi visiti una città qualunque della Cina sono pochi gli edifici più vecchi degli anni ’70, considerati in quel periodo che va dal 1966 al 1969 (ma pare che in realtà sia continuato fino alla morte del dittatore, dieci anni più tardi) un “retaggio della borghesia”.

A dirla tutta anche i grandi risultati ottenuti prima di sbarellare vengono considerati modesti, se paragonati a quelli, per esempio, di Taiwan, che è riuscita a ottenere gli stessi risultati senza ammazzare nessuno, o dell’India.

La Cina di Mao, dal 1949 al 1979, ha perso un numero di abitanti che a seconda delle stime varia da 20 a 80 milioni, fra carestie, epurazioni e guerre. I suoi successori hanno portato avanti le stesse politiche repressive, e ad oggi la Cina non può considerarsi un Paese libero né democratico, nelle sue prigioni si pratica ampiamente la tortura e gli attivisti per i diritti umani sono fra le vittime preferite della polizia.

Un centocinquantesimo della coda

Alla luce di queste considerazioni viene da chiedersi che cazzo abbiano i cinesi da riconoscere a questo tizio. Poi mi viene in mente un’altra cosa.

Il tasso di alfabetizzazione totale è di oltre il 96%, le città sono enormi monumenti al progresso, ma se esci dai grossi centri urbani la situazione cambia drasticamente, e non so quanto sia facile per l’abitante di un villaggio dello Xinjiang avere accesso a un’informazione diversa da quella ufficiale. Intendo un abitante di etnia Han, la più diffusa, perché se sei un uiguro non hai accesso a un cazzo di niente tranne giusto un campo di rieducazione.

Quindi tu sei un cinese che vive in qualche città di secondo piano, hai una discreta occupazione che ti permette di tenerti al riparo da sfratti improvvisi e un reddito sufficiente da permetterti qualche viaggio nella capitale. Dal tuo punto di vista la Cina post imperiale era una terra di briganti finché non è arrivato Mao a salvarla, ha cacciato i giapponesi, ha cacciato il kuomintang, ha dato il via a un processo di crescita che ti ha portato oggi a essere la più grande potenza economica al mondo.

E cosa fai, non lo vai a ringraziare uno così?

In effetti i Pechinesi non ci vanno a rendere omaggio a Mao, te ne rendi conto all’imbocco dei sottopassi e agli attraversamenti pedonali, dove stanno i tizi in divisa che gestiscono la fiumana di persone: ci sono sempre gruppetti di turisti che chiedono informazioni, qualcuno che si infila nel sottopasso contromano e fa smadonnare qualche centinaio di locali (sull’incapacità dei cinesi di stare al mondo dovrei aprire un capitolo a parte, ma non lo farò per gentilezza. Ci tornerò spesso,comunque), famiglie di sei sette individui che ciondolano con aria smarrita in mezzo alla piazza. Sono i cinesi di provincia, gli stessi che mi si avvicinano nei luoghi turistici e mi chiedono di fare una foto con loro perché non hanno mai visto un occidentale, perlomeno uno così peloso.

appena prima di entrare

Gli occidentali in coda non li ho visti, giusto una ragazza bionda piuttosto sgamata, che alla seconda curva aveva già superato tutti e si allontanava fendendo la folla. In compenso ogni genere di umanità dagli occhi a mandorla e i vestiti assurdi: durante l’ora e mezza di coda (la mia stima iniziale si è rivelata fin troppo ottimistica) mi sono transitati davanti come su una passerella alla Settimana della Moda Scrausa tizi vestiti da cowboy, magliette in un inglese improbabile, marche italiane taroccatissime, mamme con prole al guinzaglio e una nonna d’assalto che trainava il passeggino col nipote dentro.

A mano a mano che ci si avvicinava all’ingresso il passo si faceva più lento, fino a fermarsi del tutto in prossimità del cancello. Qui siamo stati divisi in due file e invitati a entrare in un piccolo edificio, dove vengono controllati i documenti e ritirate le bottiglie d’acqua. Di lì in avanti sarebbe vietato fare foto, ma almeno fino all’ingresso del mausoleo vero e proprio il massimo che ricevi è un richiamo verbale.

Al di là del recinto sei ancora in coda, e ci resterai fino all’uscita: il pellegrinaggio alla tomba di Mao non prevede soste, stai intruppato nella tua versione ridotta della Lunga Marcia fino alla fine. Lungo l’ultimo tratto del percorso alcuni venditori ti offrono un giglio con cui omaggiare la salma.Costa 3 RMB, 37 centesimi di euro. Molti lo prendono e una volta all’ingresso lo vanno a depositare nella prima sala, su un tavolo che ne è già pieno.

Considerato che sono stati comprati venti metri prima e sono ancora tutti confezionati intatti non mi stupirei se ogni tanto gli inservienti li facessero su e tornassero a venderli a quelli ancora in coda fuori.

Il resto della sala è composto da una statua di Mao benedicente circondata da vasi (quelli no, non li portano i fedeli). Qui fare le foto ti costa molto più di un richiamo: un tizio davanti a me è stato fermato, gli hanno controllato il telefono e cancellato lo scatto incriminato.

appena fuori

Poi si entra nella seconda sala, quella del sarcofago. Due lunghe file scivolano silenziose ai lati della teca di vetro che conserva la salma. La luce è bassa, ma il cadavere è illuminato a sufficienza. Ha la pelle di un colore che non è più quello dei vivi e non è mai diventato quello dei defunti, lucida come quella delle statue di cera. In effetti nessuno ti garantisce che la figura nel sarcofago di vetro sia mai stata viva, né hai modo di capirlo di persona, dato che ci passi parecchio distante e senza poterti neanche fermare. Ma tanto, per quel che mi riguarda, l’unico metodo che conosco per scoprire se un cadavere è vero o di cera è quello di aspettare l’apocalisse zombi e vedere se si risveglia. A quel punto gli spari in testa: se diventa uno zombi lo uccidi di nuovo, sennò gli metti uno stoppino nel buco in fronte e ci fai la candela più invidiata dai vicini.

Cinque minuti dopo sono fuori, sul retro del mausoleo. Davanti a me la porta di Qianmen e diverse bancarelle di souvenirs, che vendono gli stessi prodotti di quelle all’ingresso del santuario di Lourdes, solo con un personaggio diverso.

Per un paio di euri mi faccio una scorta di spillette con la bandiera cinese, la faccia di Mao e tante altre comunistezze su sfondo rosso.

Stanco ma appagato torno a casa, che c’è da chiudere la valigia. Stasera si parte per la Cina più profonda!

Cina, agosto 2018 (4/12) – palazzi estivi e ufi

Piove, uggia, trista. Il tempo migliore per andare a vedere Yíhé Yuán (頤和園),il Palazzo D’Estate dell’imperatore. Quello vero però, non la copia scrausa dell’altra volta.

Che poi sarebbe dell’imperatrice, visto che venne fatto costruire dalla vedova Cixi come residenza estiva, ma non mi metterò a raccontare la storia del sito, che è lunga e si trova su wikipedia.

Esco di casa e scopro con gioia che la temperatura si è abbassata notevolmente, ora invece di avere un phon che ti soffia in faccia ti sembra solo di stare nello spogliatoio della piscina.

Prendo la metro e scendo alla fermata giusta, da lì seguo la folla fino all’ingresso Nord, poco più avanti.

Il biglietto comprende diverse attrazioni, ma non ho capito quali siano; forse la mia Lonely Planet lo spiegherebbe anche, ma non ho voglia di leggere, le do solo qualche occhiata ogni tanto. Sarà perché ho comprato la versione inglese, l’unica approfondita su questa città; in italiano trovi solo una National Geographic striminzita su Pechino e Shanghai o un volume enorme che copre tutta la Cina. Mi sto impigrendo, leggo malvolentieri in inglese, non spiccico una parola di cinese e quando mi puntano una pistola in faccia gli do direttamente il portafogli senza sbattermi a contrattare. Di questo passo dove andremo a finire? È tutta colpa dei social, secondo me. Vabbè, faccio il biglietto e passo i cancelli.

La visita inizia subito in salita, perché c’è un bordello di gente e perché è, in effetti, in salita: superato il ponte sul fiume, che scavalca un porticciolo grazioso, inizia la scalata alla Collina della Longevità, il cui nome fa intuire che non sarà certo sui suoi tre milioni di scalini ripidissimi che ti schianterai, vai avanti impavido!

Come la maggior parte dei palazzi cinesi anche questo è composto da diversi edifici che fungono da porte. Salendo ne attraversi diverse, alcune sobrie in cima alle mura di una specie di fortezza, altre più decorate.

In cima alla collina c’è un tempio con le pareti ricoperte di piccoli Budda scolpiti, qualche bancarella di souvenirs e tre ragazzini che in un ottimo inglese mi hanno chiesto di fare una foto con loro.

Poi sono sceso dall’altra parte attraverso un bosco, giù per un sentiero reso scivolosissimo dagli aghi di pino e dall’umidità, e ho raggiunto il lago.

Come tutti i palazzi imperiali anche questo è pieno di colori, resi ancora più vividi dal contrasto con la vegetazione scura. I templi spuntano fra gli alberi, la collina restituisce un aspetto più vivace della monotonia pianeggiante offerta dalla Città Proibita. E il lago è enorme e pieno di barche. La maggior parte sono traghetti che fanno la spola da un lato all’altro, li riconosci dalla prua a forma di drago, ma ci sono anche tantissimi pedalò in affitto. Con questo caldo, madonna.

Prima di salire a vedere la torre, l’elemento più appariscente del complesso, prendo il traghetto per fare un giro del lago, ma non è un battello per giri panoramici, è un servizio di trasporto vero e proprio, e mi molla dall’altra parte di questa superficie enorme. Col cazzo che torno a piedi, vado a vedere un altro tempio su un isolotto al di là di un ponte parecchio imponente e poi rifaccio la fila per tornare da dove sono partito. Nel frattempo faccio la foto alla statua di un bue di bronzo: dopo il toro di New York la mia collezione di bovini metallici si va allargando.

Sul traghetto del ritorno una ragazza mi si siede accanto e mi domanda una foto insieme. Certo, rispondo, ma ne voglio una in cambio sennò i miei amici dicono che tutte questi ammiratori me li sono inventati.

Per quella sul suo telefono usa un filtro scemo che ci disegna le orecchie da coniglio. Ma perché le asiatiche si abbandonano tutte a questi atteggiamenti infantili? Non credo che potrei mai stare con una di loro.. oh wait…

Sbarcato nuovamente da dove ero partito mi sembra l’ora giusta per abbandonare il complesso, così risalgo a fatica la collina passando per la torre, vado a visitare il tempio coi budda scolpiti sulle pareti e ne trovo un altro gigantesco all’interno, quindi ridiscendo dall’altra parte più che soddisfatto della visita e me ne vado a prendere la metropolitana.

Mi fermo solo per visitare il porticciolo sotto il primo ponte, che non è niente di speciale, giusto una passeggiata senza protezioni su un molo strettissimo per vedere negozi di qualunque genere di pacchianeria turistica.

Scoprirò solo molto più tardi di avere saltato tutta la parte riservata alle stanze dell’imperatrice, con gli arredi, i mobili e quelle cose che ti fanno capire come vivevano in un posto del genere, e che fin dal mio primo viaggio in Cina mi sono domandato perché non ci fossero mai: di solito visiti una di queste strutture e passi da un tempio all’altro, da una sala del trono all’altra; i cartelli ti spiegano che lì dove adesso c’è un negozio di souvenirs prima stavano i sacerdoti di questo e quell’altro, e laggiù dove sono appesi tutti quei pannelli con la storia della ricostruzione del palazzo una volta si conservavano i fagioli. Vabbè, mi sono chiesto, ma i mobili? Tipo l’imperatore dove mangiava? La sua camera da letto si può vedere? All’interno della Città Proibita non lo so, nella metà che ho visitato non c’era niente, ma qui si può, sta tutto in quella parte di struttura a destra del lago, guardando il palazzo. Quella che non mi sono cagato.

La sera andiamo al Temple Bar, il locale di musica dal vivo che somiglia a quello che frequentavo a Genova quand’ero pischello. Ci avevamo fatto un salto la sera di Natale, ma non c’era nessuno. Stasera suona un gruppo italiano milanese, gli Octopuss, con due esse.

Non ho capito come abbia fatto un trio funk rock milanese a finire in una tournèe cinese, ma a quanto pare da queste parti hanno un discreto seguito, non è la loro prima volta, e leggendo in giro ho scoperto che partecipano a una sorta di scambio culturale fra Italia e Cina. La loro pagina su youtube è piena di esibizioni nelle principali città del Paese.

Sono bravi, meriterebbero più pubblico di questi quattro gatti, me e fidanzata compresi. Shasha mi chiede se voglio andare a salutarli, ma non mi va di farmi riconoscere come italiano, non saprei cos’altro dire tranne “ehi bravi, sapete, sono italiano anch’io”. Estigrancazzi. Poi penso che la maglietta di Emergency che sto indossando mi identifica fin troppo bene, rivelando oltre alla cittadinanza anche le simpatie politiche.

Giovedì 9 agosto

La regola, quando sei in vacanza, è che ti alzi un po’ quando ti pare. Questo diventa ancora più vero quando la tua fidanzata, che non è in vacanza, si alza alle sette per andare a lavorare e di colpo è l’ora di punta in metropolitana: accende tutte le luci di casa, sbatte tutti gli sportelli e ti parla a voce altissima come se invece che sotto le coperte con gli occhi chiusi e la bolla al naso fossi in cucina a prepararle la colazione. L’unica differenza fra la camera da letto e la fermata di Sanlitun è che sono ancora orizzontale e in mutande.

Chiaro che appena se ne va rispengo la luce e mi rimetto a dormire.

Il piano al risveglio sarebbe di andare a vedere la tomba di Mao. Shasha non capisce questo mio interesse per i morti imbalsamati, già a Natale ho tentato di visitare il mausoleo e ho trovato chiuso, mi chiede se ho un problema di necrofilia. Le dico che no, sono solo curioso di vedere un cadavere imbalsamato, specie se è quello di un leader mondiale. E poi mi affascina la venerazione che gli tributano i cinesi, come se fosse un santo laico.

Insomma mi preparo, esco e, come tutte le volte, finisco imbottigliato all’ingresso di piazza Tiān’ānmén, dove devi sempre esibire il documento e si creano delle code allucinanti.

Chiaro che al momento di entrare nel mausoleo è passato mezzogiorno e hanno già sbaraccato. Anche la salma di Mao rispetta degli orari, quando stacca se ne torna a casa o si ferma a un baretto lì dietro a farsi un bicchiere con gli amici. Dicono che sia più simpatico di quel che sembra sul lavoro.

Vabbè, vado a Qianmen, appena lì dietro, e provo a ordinare il lu zhu huo shao. Però non dal tizio ostile, magari vado da un altro. Ma magari provo a mangiare un’altra cosa.

se mangi qui e sopravvivi diventi immortale, pare

Insomma, sono finito nel solito buco infame, sporchissimo, gestito da due donne di cui una lavava i piatti e l’altra sputava per terra, a mangiare i mian tiao meno invitanti della mia vita.

Non sono stato male, quindi almeno la cucina era pulita, oppure la cuoca non soffriva di malattie trasmissibili con la saliva.

Sulla via del ritorno mi perdo intorno alla solita piazza, trovo un grosso ufo, che poi sarebbe il teatro dell’opera, e lentamente ritorno verso l’hotel di Shasha, che mi aspetta per cena.

Finiamo la serata con una zuppa senza infamia né lode.

Cina, agosto 2018 (3/12) – parchi e piste ciclabili

Lunedì 6 agosto

Ho chiaramente un problema coi parchi cinesi. L’anno scorso volevo visitare lo Yong he Gong (雍和宮), il tempio dei Lama, e nonostante si trovi proprio all’uscita della metropolitana, ben visibile, ho tirato dritto e mi sono infilato nel parco Ditan (地坛公园), poco più avanti. Per me i templi stanno nei parchi, facile.

Quest’anno l’ho rifatto, dopo una scrupolosa indagine su quale fermata della metro avrei dovuto prendere per visitare il Palazzo Estivo dell’Imperatore, e chiaramente senza chiedere aiuto a Shasha perché uomo no chiede informazione, uomo arrangia, ho deciso che la fermata giusta era Yuanmingyuan (圆明园) invece di Beigongmen (北宫门), la fermata successiva.

Quest’estate a Pechino andavano tantissimo le maniche separate dalla maglietta.


Poco male, una sola fermata di differenza cosa vuoi che cambi?

Cambia che se non sai leggere le indicazioni in cinese paghi il biglietto ed entri nel Parco delle rovine del vecchio palazzo estivo (圆明园遗址公园), che sta proprio accanto all’altro.



E come avrei potuto accorgermene? Secondo la Lonely Planet c’è un lago, e questo è chiaramente un lago, ma dove dovrebbe esserci un palazzo c’è quello che con palazzo fa rima. Tre ore a camminare nella giungla insieme a un milione e mezzo di cinesi rumorosissimi e altrettanto rumorosissime cicale, che però in proporzione sono dieci volte tanto.

A quel punto, chiarito l’equivoco, sarei potuto uscire e andare a visitare il parco giusto, ma mi ci sarebbero volute altre tre ore, così ho proseguito la visita fingendo di trovare davvero molto interessante l’area su cui sorgeva il Palazzo prima che, nel 1860, durante la Seconda Guerra dell’Oppio, l’esercito inglese lo distruggesse.

A capo dell’operazione fu Lord Thomas Bruce, conte di Elgin, Alto Commissario britannico in Cina, che colse l’occasione per depredare le rovine di tutto quello che gli capitò sottomano. Non è un caso che la stessa persona fu responsabile della spoliazione dei marmi del Partenone, e adesso se vuoi vedere il tempio greco nella sua interezza devi farti un viaggio ad Atene e uno a Londra.

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La maggior parte degli edifici era fatta di legno su una base di pietra, per questo la stragrande maggioranza di ciò che resta sono le fondamenta degli antichi padiglioni, alte un metro, in mezzo all’erba. Uno dei più curiosi, almeno per noi occidentali, è quello a forma di svastica che sorge su uno dei laghetti. Non si tratta del simbolo nazista, ma del più antico simbolo religioso, coi bracci prolungati verso sinistra, in senso antiorario. Per poterne cogliere la forma è necessario arrampicarsi su una delle collinette che circondano lo specchio d’acqua e aguzzare la vista. Ben poca soddisfazione per uno che voleva vedere la principale attrazione cittadina dopo la Città Proibita.

“Fortuna – Biella – Italia”, con la F del logo Fila

Terminata la visita, fingendo di esserne rimasto molto soddisfatto, sono tornato in centro e con la mia fidanzata ho raggiunto il quartiere di Qianmen, dove sorge l’imponente Porta Zhèngyángmén.

Situata sul lato sud di Piazza Tiān’ānmén, questo massiccio edificio è ciò che resta degli antichi bastioni che circondavano l’area, insieme alla Torre degli Arcieri che le sta di fronte.

Non so se i due edifici siano visitabili, non ho visto persone entrarci, ma non ero granché interessato: stavamo andando da Siji Minfu a mangiare l’anatra alla pechinese, il mio stomaco aveva tutta la mia attenzione.

Dalla Torre degli Arcieri parte Qianmen Street, la classica strada pedonale su cui si affacciano negozi delle principali marche straniere e locali. Un po’ più interessante è una delle strade che la attraversa, Dashilar, dove le marche occidentali non trovano spazio ed è tutto un susseguirsi di scarpe taroccate e roba da mangiare. Oppure i vicoli, che poi è dove ci siamo diretti noi, dato che Siji Minfu sta in uno di questi. Ha anche un ristorante più grande e figo, ma questo costa meno.


lu zhu huo shao dovrebbe significare “bollito e cotto”, ma non fidatevi del mio cinese

Prima dell’anatra ci fermiamo in una bettola dove servono il lu zhu huo shao (卤煮火烧) uno stufato di maiale dove al posto della carnazza mangi polmoni, trippa, intestino, fegato e tofu. Mi faccio spiegare bene come si chiama perché voglio tornarci e ordinarlo da solo. Shasha mi spiega che è facile, in questo posto è l’unico piatto: c’è un grosso pentolone all’ingresso, tu ti siedi e al cameriere dici “uno”, lui se ne va e torna con una tazza fumante.

Gli avventori ci osservano con una certa ostilità, il cuoco dietro al pentolone non vuole che gli faccia la foto. Magari se torno da solo scelgo un altro locale, tanto qui intorno c’è pieno.

Sull’anatra di Siji Minfu ho poco da dire, mi è piaciuta di più quella di Natale al Made In China per il servizio, ma eravamo in un hotel a 5 stelle, ci mancherebbe che il servizio fosse ordinario. Questa comunque vale l’attesa, se vi piace l’anatra alla pechinese.

Neanche le zampe abbiamo lasciato!

Martedì 7 agosto

Mi lascio convincere che i pechinesi in macchina non sono pericolosi come sembra, e decido di fare un giro con la bici della mia fidanzata, molto migliore degli scassoni che puoi affittare in giro.

Perché a Pechino le bici le trovi ovunque, te le tirano proprio dietro. Hai un’applicazione sul telefono con cui sblocchi il lucchetto digitando un codice e inizi a pedalare. Quando non ti serve più la molli, possibilmente in un parcheggio per biciclette, ma il più delle volte dove capita. Ho visto bici nelle aiuole, ricoperte dai rampicanti o inglobate dalle siepi.

Le aziende che noleggiano bici a Pechino sono due, Ofo, che abbiamo anche qui, e l’altra che non mi ricordo. Cercando su google ho trovato quest’articolo che mi suggerisce Mobike, e parla di un terzo fornitore da poco sul mercato in città, ma non mi pare né il nome giusto né di avere visto altre marche in giro. Sono tutte bici da passeggio dall’aspetto pesante: le Ofo costano di più e hanno le ruote più grandi, mentre le altre, di cui posso fornire testimonianza diretta, sono delle Grazielle più goffe, e per fare un chilometro devi sudare come a una tappa montana del Giro d’Italia.

La bici di Shasha appartiene a una categoria decisamente superiore, col telaio leggero e le ruote da corsa, ti permette di coprire lunghe distanze senza faticare. Essendo priva di rapporti è un po’ limitata quando cominci a prendere velocità, ma tutto sommato è un bene: su quelle piste ciclabili lunghissime e larghissime rischieresti di piantarti al primo incrocio.

La bici aveva bisogno di una gonfiata alle gomme, perciò mi sono fatto spiegare da Google come si dice “gonfiare le gomme” in cinese e sono partito verso Chongwenmen, che mi sembrava una zona abbastanza affollata da avere un’officina per le biciclette.

Non ne ho trovate, e quando pronunciavo la mia frase a memoria ricevevo risposte che non ero in grado di capire, non avendo imparato anche le possibili risposte.

Un signore sotto l’ombrellone mi ha indicato una strada e ha fatto un gesto con le braccia che poteva significare “grande” oppure “mongolfiera”. Ho pensato che in entrambi i casi sarebbe stato qualcosa di molto visibile, e sono partito in quella direzione.

Sono tornato verso casa, l’ho superata e ho continuato a pedalare nella direzione opposta, ma di officine neanche l’ombra. E neanche di mongolfiere.

Mentre ero fermo a consultare la mappa sul telefono due uomini dal marciapiede mi hanno detto qualcosa, così ho risposto “gonfiare le gomme”.

Si sono consultati un attimo, poi hanno indicato un punto più avanti, mi hanno spiegato che avrei dovuto svoltare a destra, ma non alla prima, alla seconda.

Mi sembravano parecchio sicuri di sé, e poi cos’avevo da perdere?

Dopo avere svoltato alla seconda mi sono trovato in un hutong, a sorpresa. Non sapevo che ce ne fosse uno così vicino a casa. Ho proseguito e sono finito davanti a una baracca di lamiera, senza porta e priva di una parete, dove degli uomini molto sporchi stavano armeggiando intorno a pezzi di motorino.

Ho sparato la mia frase, di cui ormai mi sentivo sicurissimo, e questi hanno fatto cenno di sì. Finalmente!

Da dietro la baracca è spuntato Bilbo Baggins, una creatura dall’aspetto di un bambino di dieci anni ma coi baffi, e ha attaccato a pompare con vigore olimpico, mentre gli altri guardavano me e la bici e commentavano cose irripetibili (non che fossero cose brutte, è che proprio non le saprei ripetere). Quando ha finito ho ringraziato e me ne sono andato. Nessuno mi ha urlato dietro ladro fermati, quindi deduco che in Cina farsi gonfiare le gomme nella tana degli hobbit è gratis.

Sono uscito dall’hutong di fronte all’incrocio di Chongwenmen, dov’ero già arrivato prima, ed essendo già sulla strada giusta ho proseguito verso nord, per arrivare all’hotel di Shasha. Non sono entrato perché a quel punto avevo già la maglietta zuppa di sudore, stavo facendo attività fisica a un tasso di umidità tropicale, e ho proseguito infilandomi in una strada appena lì dietro.

Era un ospedale. Immaginate un cortile di ospedale, coi barellieri, le ambulanze, gli infermieri in camice, i parenti in visita e uno scemo in bici che cerca di levarsi dalle balle il prima possibile.

Andare in bici a Pechino ti permette di capire qualcosa di più di questa città e della gente che la abita. A Pechino non importa se hai la precedenza, se il semaforo ti dice che puoi passare e se sei su una pista ciclabile: qui queste regole sono considerate semplici suggerimenti dati da qualcuno che pretende di saperne più di te.

Ogni strada è affiancata da una corsia per le bici larga abbastanza da consentire il passaggio di un’automobile, e da un marciapiede, spesso ancora più largo. Le macchine passano più che altro sulla corsia a loro dedicata, ma ogni tanto si infilano nella ciclabile, se devono posteggiare, se devono svoltare a destra, se hanno fretta, se non gliene frega un cazzo; le moto sono rare, i Pechinesi vanno tutti in giro sui motorini elettrici, che non richiedono l’uso del casco, e occupano abbastanza equamente la corsia ciclabile e il marciapiede. Qualcuno ogni tanto passa per la strada carrozzabile, ma viene guardato con sospetto e di solito dopo un po’ smette.

I pedoni camminano sul marciapiede e sulla pista ciclabile senza notare alcuna differenza. È difficile capire se lo facciano per rappresaglia verso i motociclisti invasori o se siano i motociclisti ad aver reagito al comportamento invadente dei camminanti, ma ad oggi sembrano aver trovato una convivenza pacifica in entrambe le corsie: se cammini sulla ciclabile dopo un po’ qualche apino ti arriva dietro e ti suona, ma finisce lì. Sul marciapiede una volta sono stato investito da un motociclista che guardava il cellulare, ma a parte le mie bestemmie in una lingua a lui sconosciuta non ci sono state conseguenze. D’altronde funziona così dappertutto, vai piano e stai attento, perché chiunque all’improvviso potrebbe tagliarti la strada.

Anche agli incroci, naturalmente, è il caos. Tranne quelli sui viali più trafficati, dove degli addetti in divisa regolano gli attraversamenti di pedoni e mezzi a due ruote grazie a bassi cancelletti che si aprono a fisarmonica e ai loro modi bruschi, in tutti gli altri casi fai un po’ come ti pare. Se sei un pedone puoi finalmente avere la tua rivincita, aspettando che scatti di nuovo il rosso per attraversare in tutta calma: una volta ho provato l’ebbrezza di fermare un taxi che stava ripartendo mettendogli una mano sul cofano.

La mia fidanzata mi ha spiegato che nessun automobilista è sceso a picchiarmi solo perché in quanto straniero godo di quella strana immunità figlia dell’ignoranza linguistica e di una specie di imbarazzo, ma se fossi stato cinese sarebbe scorso il sangue. Le ho risposto che ho deciso di attraversare dopo aver visto buttarsi in strada un uomo che ne spingeva un altro su una sedia a rotelle.

“Stava cercando di farlo investire! I portatori di handicap sono un peso per la società!”

Il mio giro in bici attraverso la città è stato interessante, lungo, e mi ha permesso di scoprire quartieri che non conoscevo, come Sanlitun, dove i palazzi moderni ospitano un sacco di negozi e ristoranti esattamente come i palazzi più vecchi e come grossomodo la maggior parte delle aree cittadine, ma sono parecchio più fighi; sono passato per il quartiere residenziale delle ambasciate, dove davanti a ogni villetta c’è una guardia armata e un cancello corazzato; ho scoperto come si vive dietro i viali, con le ruspe che tirano giù palazzine per ricostruire edifici stilosi, e persone che escono in ciabatte per comprare la verdura sotto casa; mi sono bullato ai semafori coi ciclisti cinesi, che arrancavano sulle loro bici a noleggio per attraversare l’incrocio, mentre io in due pedalate ero fuori dalla loro vista; ho scoperto che d’estate, sotto ogni ombrellone aperto in strada c’è qualcuno che ti vende bibite fresche, che le guardie al Soho Galaxy indossano una pettorina con scritto “Secuity” perché l’inglese in Cina lo parlano davvero in pochissimi, che certe volte per attraversare un viale particolarmente trafficato ti conviene caricarti la bici in spalla e prendere la passerella sopraelevata, che in giro per la città ci sono certi palazzi costruiti in quello stile austero e pesante della Russia brutalista che mi fanno venire voglia di vedere tutto, fotografare tutto, e poi organizzare un viaggio in Russia e poi comprarmi l’orologio a cucù più figo del mondo.

Quando torno a casa ho giusto il tempo di fare una doccia e raggiungere Shasha fuori dall’hotel, che andiamo a cena da Din Tai Fung a mangiare gli xiao long bao più buoni del mondo.

Cina, agosto 2018 (2/12) – mercati e muraglie

Sabato 4 agosto

Con enorme sprezzo del pericolo sono riuscito a importare illegalmente un pezzo di pecorino sardo stagionato, con cui ho in mente di produrre un ordigno rudimentale in grado di sconquassare la routine gastronomica di casa. Per completare la ricetta ho bisogno di altri due ingredienti, basilico e pinoli, e nei supermercati che ho visitato non ce n’è traccia. Il parmigiano se l’è portato Shasha dall’ultimo viaggio in Italia, è un po’ asciutto, ma lo faremo andar bene.

La complice delle mie diavolerie gastronomiche dice che c’è un posto dalle parti di Sanlitun, un grosso mercato di verdura fresca. È un po’ lontano, ma dovremmo trovare tutto quello che ci occorre, così sfidiamo il gran caldo e andiamo a prendere l’autobus.

Non ero mai salito su un autobus pechinese, in genere mi sposto in metropolitana perché è più facile pianificare l’itinerario, essendo le mappe bilingue. Leggere un cartello alla fermata del bus è come trovarsi di fronte una tavoletta in caratteri cuneiformi, o conosci il cinese o non c’è verso.

Lungo tutto il percorso mi comporto come un bambino noioso con la mamma, punto il dito su ogni edificio dalla forma inconsueta e chiedo a Shasha cosa c’è dentro. Considerato che a Pechino un palazzo su tre sembra un’astronave o un quadro di Escher faccio prestissimo a esaurire la pazienza della mia accompagnatrice, e di lì in poi sono costretto a tirare a indovinare. Grazie alla mia fervida immaginazione sono quasi sicuro di avere superato lungo la via: una chiesa raeliana con annesso ristorante sul campanile, un acquario con vasca sulla facciata dove nuotano le balene, la sede del Movimento Clandestino Per La Liberazione Delle Peonie, la villa dove abita il famoso miliardario cinese Hans Delbruck Chan, una pizzeria.

Giunti a destinazione iniziamo a vagare lungo il marciapiede per trovare il posto, che non è segnato da nessun cartello. Proviamo a seguire la puzza di verdura marcia, ci infiliamo in un vicolo e superiamo una parata di bidoni maleodoranti, scavalchiamo una pozza di liquame e capiamo di averlo trovato, e di essere entrati dall’ingresso delle merci.
Dentro è come ti aspetteresti di trovare un mercato, solo molto più grosso. Ci sono decine di banchi di pesce ricolmi di creature gigantesche, pezzi di animali sconosciuti, robe viscide di cui finora avevo solo letto in qualche racconto di Lovecraft, stomaci grandi come bagagliai ricolmi di mani e piedi e frammenti di arpione. Inutile dire che comprerei tutto e mi viene immediatamente una voglia pazzesca di sushi.
Dopo il pesce la carne, e quella non mi ha stupito più di tanto, insomma, una volta macellata qualsiasi bestia perde parecchio del proprio fascino. Comunque ce n’è tanta, e molto grossa.
Dopo la carne entriamo nella giungla della verdura. I colori sono vividi e ti colpiscono in faccia, le zucchine sono grosse come estintori, la frutta sembra tutta finta per quanto è perfetta e lucida. Penso subito agli ogm, è il mio pregiudizio sulla Cina, per me un paese che non rispetta i diritti umani commette tutte le cattiverie immaginabili, compreso raccontarti il finale delle serie tv. In realtà, pur essendo all’avanguardia nella ricerca in quel campo la popolazione cinese guarda con diffidenza alle colture geneticamente modificate, e il suo utilizzo è ad oggi molto limitato. Inoltre la Cina orientale è uno dei territori più fertili del mondo, e garantisce fino a due raccolti di riso all’anno, quindi magari non ha bisogno di additivi chimici per produrre zucchine grosse come la mia minchia coscia.

Compriamo del basilico, anche lui purtroppo vittima dello stesso gigantismo, e un po’ di pinoli. La signora al banco intuisce i nostri piani e ci offre un barattolo di pesto già pronto, ma se devi comprare del pesto industriale è bene sapere che ne esistono di due tipi: uno è quello prodotto da Novella, a Sori; l’altro è quello da non comprare.

Vi prego di notare le dimensioni delle carote

Andiamo a pranzo in una birreria di vecchia conoscenza, Great Leap Brewing, e ci sfondiamo di hamburger.
La prima volta eravamo stati in un piccolo locale nascosto in un hutong, dove non servivano cibo. Qui fanno anche dell’ottima carne, e l’ambiente è più spartano.
La cosa migliore di questa catena di bar è la grafica di magliette e sottobicchieri, ispirata alla propaganda russa degli anni ’20.
Anche il nome è di chiara ispirazione politica, ma l’ho scoperto solo di recente, documentandomi sul governo di Mao mentre scrivevo questo diario.

La mia birreria preferita fuori dall’Italia

A proposito, per scrivere questi post mi sono affidato molto alle mie impressioni e ho cercato di colmare le mie lacune leggendo in giro per la rete, ma ci sono grosse probabilità che abbia scritto anche un mucchio di cazzate. Se ritenete che ci siano delle inesattezze, o volete aggiungere qualcosa di vostro scrivetemi, sarò felice di correggere gli errori e imparare qualcosa.

Già che siamo in giro ci dedichiamo a un po’ di shopping sfaccendato dentro qualche centro commerciale, e in pratica con una cinquantina di euri mi rifaccio il guardaroba.

Trovo anche un bellissimo modello del Millennium Falcon coi mattoncini uguali identici ai Lego, ma falsi. Oddio, l’azienda che li produce si chiama Lepin e ha pure un sito e vende in tutto il mondo, perciò se sono falsi sono falsi ufficiali, ma quando vedi la linea dedicata a Star Wnrs non puoi che inchinarti alla sfacciataggine.

Bisognerebbe dedicare un articolo ai bellissimi falsi cinesi

Il nostro sabato di relax si conclude da Genki Sushi a Chongwenmen, non lontano da casa. Sul trenino dell’orso mangione scorrono diverse qualità di cibo indicate dal colore del piattino, un menu davanti al tavolo ti mostra tutti i prezzi. Una piccola spillatrice di acqua calda ti permette di riempirti il bicchiere, che puoi trasformare in tè macha con la polverina verde a disposizione sul tavolo.

 

Domenica 5 agosto

Ci si alza presto e si raggiunge l’hotel, dove siamo attesi da un paio di colleghe di Shasha e un minivan con autista per andare a Mutianyu, una settantina di chilometri a nord di Pechino, a vedere un pezzo della Grande Muraglia.

Quello di Mutianyu non è il tratto più visitato di quest’opera architettonica che sta tra il vabbè e il cioè-ma-ci-rendiamo-conto-di-cos’hanno-costruito, alla stessa distanza dal centro di Pechino sorge il complesso di Badaling, molto più conosciuto e affollato. Siccome stare in coda è brutto, ma starci schiacciati su un muretto in salita in cima a un monte è pure peggio, l’idea di andare a Badaling non ci sfiora neanche per sbaglio. 

L’ingresso dell’area di Mutianyu

Non che qui non ci sia nessuno, all’arrivo il piazzale è pieno di pullman e gente in coda per fare il biglietto, e una volta raggiunta l’area da cui si diramano i sentieri e parte la seggiovia devi attraversare una distesa di negozietti di magliette e collanine e ti scrivo il nome e magneti e burger king, ma almeno sulle mura sei relativamente libero di muoverti e fare qualche foto decente.

Se uno vuole davvero godersi la Muraglia da solo hahahahaha! Ma sei serio? Da solo? In Cina? Hahahahaha! Comunque, se uno volesse visitare delle aree meno affollate dovrebbe allontanarsi di più dalla città, verso est: Jiankou, Gubeikou, Simatai e Jinshanling sono più difficili da raggiungere, offrono meno servizi e mantengono ancora l’aspetto originario. La più lontana dista due ore e mezza di macchina dalla città, niente di impossibile, ed è considerata la migliore.

Mutianyu è la scelta migliore fra quelle più facili, diciamo. Arrivi in cima e hai un percorso in entrambe le direzioni che si snoda lungo la cresta del monte: noi siamo andati a destra, ma ho scoperto dopo che a sinistra è meglio, più autentico, dicono. Non so cosa ci sia di autentico in una struttura ricostruita completamente nel 1986, ma quel che vedi è una copia esatta di quel che c’era prima, quindi fidati, è meglio a sinistra. Va detto che alla fine del percorso di destra arrivi a una torre, tipo la quarta da dove sei partito, da cui non si può proseguire perché il resto della costruzione non è stato restaurato. Da una delle finestre riesci a vedere davanti a te la sezione originale, ed è identica a quella su cui ti trovi tu, ma coperta di erbacce.

La parte non restaurata sarebbe proibita al pubblico, ma se ti ci avventuri nessuno viene a fermarti.

La sezione di Muraglia che si sviluppa sulla sinistra dal punto di partenza comprende la sciocchezza di 23 torri: intuisco che a incamminarsi in quella direzione si può andare avanti fino alla completa perdita delle forze, svenimento, attesa dei soccorsi che ne hanno per le balle di farsi tutta quella strada per recuperare un turista cretino, e morte lenta ma felice sui gradini, osservando un panorama unico al mondo.

Perché, diciamocelo, la Grande Muraglia è soprattutto un grande sbattimento: certe scalinate sono quasi verticali, coi gradini alti e senza niente a cui appoggiarti, e se ci vai ad agosto come ho fatto io devi anche tenere conto del caldo feroce.

Però ne vale la pena: una biscia di pietra si allunga sui monti fin dove riesci a vedere, ti senti all’interno di una qualche saga epica. Se poi sei quel tipo di persona là è un attimo immaginarsi le armate di Saruman che tengono sotto assedio il Fosso di Helm. Mi sono voltato verso la mia fidanzata e, nel tono più enfatico possibile, le ho detto “Cavalca con me”.
Lei ha capito un’altra cosa e mi ha tirato le mutande.

Il lato che va avanti per sempre. Un turista tedesco in forma ha iniziato a camminare in quella direzione ed è arrivato a Busalla.

Oltre che per essere il più lungo pezzo di Muraglia restaurato, la sezione di Mutianyu si distingue dalle altre anche per il fatto che i suoi parapetti sono merlati, cosa che obbligava i soldati che si occupavano della sua manutenzione a pulire mooolti più angoli. Oggi questo compito è affidato ad alcuni inservienti piuttosto anziani, che se la percorrono tutta avanti e indietro con la scopa e la paletta.

Quando arrivi al punto che le tue ginocchia ti fanno scrivere dal loro avvocato è il momento di decidere come scendere a valle:
farla a piedi a quel punto o sei Messner o sei scemo, quindi la scelta rimane fra la seggiovia dell’andata o un emozionante toboga. È un lunghissimo scivolo in metallo che affronti seduto su uno slittino di plastica dotato di un’unica leva: se la spingi avanti sollevi i freni e lo slittino prende velocità. Quanto possa andare veloce non lo so, perché essendo lo scivolo sempre molto affollato si è rivelata una lunga processione di slittini che andavano pianissimo, ma trovandomi fra due membri del mio gruppo ho potuto fermarmi ad aspettare chi stava dietro e recuperare in volata la distanza con chi avevo davanti, e ho capito che gli slittini possono raggiungere anche velocità da fratture scomposte.

Lo scivolo visto dalla seggiovia

Il consiglio più importante che mi sento di darvi, se doveste visitare la Grande Muraglia, è di portarvi una maglietta di ricambio. Mi ringrazierete.

Peraltro qui ho provato per la prima volta l’esperienza della celebrità, una cosa che a Pechino succede di rado.

Ero seduto su un muretto nel piazzale degli autobus, in attesa che i miei compagni di viaggio tornassero coi biglietti, e una famiglia mi si è avvicinata chiedendomi di fare una foto con loro. Erano cinesi di qualche posto in cui i turisti stranieri non si avventurano, e non avevano mai visto un occidentale. Sono stato immortalato con tutti i parenti, dal nonno ai nipoti.

Probabilmente se avessi chiesto dei soldi in cambio me li avrebbero dati volentieri.

Siamo tornati a Pechino e abbiamo pranzato tardi al ristorante Jin Ding Xuan, vicino a Lama Temple dov’ero già stato con Shasha a Natale: si mangia cucina cantonese, ma io non ho mica ancora capito la differenza, per me i ristoranti asiatici si dividono in Quelli che cucinano il sushi e Quelli che cucinano piatti diversi dal sushi. Ho ancora moltissimo da imparare.

Comunque qui puoi provare il dim sum, o diǎnxin, come lo chiamano fuori da Hong Kong: in pratica sono piccole porzioni di molti cibi diversi, perlopiù cucinati al vapore. Non so cosa intendano i cinesi per piccole porzioni, io in tutti i posti dove sono stato ho avuto la tavola piena di piattini carichi di roba, lì come altrove.

La cucina cinese è un po’ tutta uguale

Cina, agosto 2018 (1/12)

E insomma, ci risiamo. A sette mesi di distanza dall’altra volta sono ritornato in Cina, a casa della mia, sempre più seriamente, fidanzata.
“Quindi le cose fra voi vanno bene”, mi direte. Sì, ma le conclusioni si fanno alla fine, e qui siamo all’inizio, quando sono entrato all’aeroporto di Orio al Serio a un’ora indecente della notte e ho affrontato un’altra volta la massa di profughi in attesa dell’imbarco.

Due parole sui post che seguono: questa volta ho scritto tutto e, avendo già diviso il racconto in giorni, non finirà come al solito che inizio a scrivere e alla terza puntata mi rompo le balle perché sono già passati sei mesi e mi sono messo a fare altro.
Però devo ancora allegare le foto del viaggio, quindi magari mi rompo le balle di editare i post e smetto lo stesso, chi lo sa. 
Se tutto andrà secondo i piani dovrebbero essere 12 episodi non troppo lunghi, ma non contateci troppo.

Per il momento inizio, è Giovedì 2 agosto, siamo all’Aeroporto di Orio al Serio. No, campo profughi di Orio al Serio. Esattamente come l’altra volta, ma con persone diverse.

Sapendo già cosa mi aspetta mi impadronisco della prima sedia libera e mi accampo. Poi chiedo a una signora accanto a me di darmi un’occhiata alla valigia e vado a vedere se i cubicoli giapponesi dove ti fanno dormire, che ho scoperto troppo tardi la volta precedente, sono liberi. Leggo che costano 9€ l’ora, e sono tutti occupati.

La signora a cui ho chiesto di guardarmi la valigia è ucraina, sta tornando a casa in aereo per la prima volta e non sa come si fa. Si vede che a Bergamo ci è venuta in bici. Non parla molto, ma non mi molla fino all’imbarco; la aiuto a portare una borsa che da quanto pesa dev’essere piena di sassi, lei mi aiuta a saltare la fila prendendo a gomitate chi ci precede. In fondo è uno scambio vantaggioso.

Il lottatore ucraino con cui ho condiviso l’attesa dell’imbarco

In aereo provo a dormire col nuovo cuscino da viaggio comprato apposta dopo un’attenta valutazione delle offerte sul sito cuscinidaviaggiochenontifarannopentiredellacquisto.it, che a sorpresa fa cagare come tutti i cuscini da viaggio. Vengo comunque svegliato a un’ora dall’atterraggio da una voce metallica che dice “biribiribiribì biribiribiribì ora sono le undici e cinquantasette, biribiribiribì biribiribiribì ora sono le undici e cinquantasette.. biribiribiribì biribiribiribì ora sono le undici e cinquantotto..”.

È la suoneria di qualcuno seduto davanti, che evidentemente sta dormendo coi tappi nelle orecchie e non sente. Sente tutto il resto dell’aereo, e spera che qualcuno la spenga, ma non succede, e il supplizio va avanti fino alle biribiribiribì e venticinque, quando l’omone seduto accanto a me chiama la hostess e le fa capire che se non trova subito il responsabile strappa un’ala dell’aereo a morsi e la usa per farle un’endoscopia. Glielo dice in russo, non ci sono prove che siano state queste esatte parole, ma neanche prove contro. In ogni caso funziona, la hostess individua il tizio seduto due file più avanti e lo fa scendere dal velivolo. Sì, in volo. È per questo che i biglietti della Ukrainian Airlines sono così convenienti e le recensioni su tripadvisor tutte negative.

A Kiev so già come funziona, faccio la coda per i passeggeri in transito e vado a mangiare da Ararat, il ristorante appena oltre le scale, dove l’attesa al tavolo è eterna, ma il cibo è decente. Insieme a me uno ordina un cognac e una coca cola. Qui sono le nove di mattina.

Mangio due ravioli due col bacon e la cipolla e me ne vado, sopraffatto dallo scazzo della cameriera. Anche l’altra volta la cameriera mi ha fatto venire voglia di morire, si vede che in quel ristorante le prendono così per scoraggiare quelli che tengono il tavolo occupato senza ordinare.

Visto che ho tempo decido di rischiare il ristorante “Spirito di Italiano”, che sa di posto davvero genuino. Bisogna sempre trovare nuovi modi di farsi male, ma la ciabatta Enzo E Lorenzo è pesante abbastanza da narcotizzarmi per qualche ora e farmi passare meglio il viaggio fino in Cina.

Se dovessi perdere il lavoro ho già trovato un’alternativa all’estero all’altezza delle mie capacità

Venerdì 3 agosto

Pechino. Al terminal 2 pubblicizzano un nuovo washlet, che per quelli pratici dell’igiene intima sarebbe il gabinetto con bidè incorporato. Oltre quello mi aspetta l’interminabile coda alla dogana, che però stavolta non c’è. Dal mio viaggio precedente è stata tutta sostituita con un sistema elettronico di lettura delle impronte digitali, consegna di un bigliettino che ti manda a uno sportello dove un poliziotto ti guarda il passaporto, ti fa lo scanner facciale, ti ripiglia le impronte, casomai avessi cambiato identità in bagno, ti sorride e ti manda via. Cinque minuti in tutto.

Shasha mi aspetta fuori, con un sorriso che mi farebbe passare la fatica anche se fossi arrivato in Cina a piedi. Andiamo a prendere la macchina e torniamo a casa, è l’una passata.

Appena apro la portiera vengo assalito da una folla di parrucchieri che mi circondano puntandomi addosso i loro phon, o almeno questa è l’impressione che ricavo dalla calura pazzesca che copre la città. Il pensiero “come farò a sopravvivere?” mi occupa tutta la testa, e neanche mi rendo conto che nel viaggio mi sono caduti dalle tasche sia il telefono che il portafoglio con dentro un sacco di quattrini. Me ne accorgo solo più tardi, in casa, e naturalmente vado nel panico: tutti i documenti, cinquecento euri in contanti, la carta di credito, il bancomat stanno viaggiando nella notte pechinese sul sedile posteriore di uno sconosciuto. Se fossimo in Italia potrei già immaginarlo completamente ubriaco mentre cerca di comprarsi una mercedes con la mia carta di credito, ma in Cina gli autisti di Didi (滴滴) sono più onesti dei tassisti, e questo, una volta richiamato, ci garantisce che tornerà a riconsegnare la mia roba, basta che gli paghiamo la corsa. Dobbiamo stare svegli un’altra ora e mezza prima di risolvere questa cazzata, e a  quel punto finalmente possiamo andare a dormire. Sono quasi le quattro.

Shasha si alza tipo dieci minuti più tardi e va al lavoro, io mi sveglio a mezzogiorno sereno e riposato come uno al primo giorno di ferie, mi vesto con la calma di chi ha davanti tutto il giorno e faccio amicizia col suo nuovo inquilino: Eyup se n’è andato, adesso la stanza è in affitto su Airbnb, e quando arrivo c’è uno spilungone francese di nome Adrian. Ha i baffi, non ama la cucina cinese e mangia un sacco di marmellata. Dice che resterà per una decina di giorni.

Ciao, sono a Pechino e sono vivo nonostante abbia viaggiato con Ukrainian Airlines!

Superate le cordialità di rito esco per andare all’hotel di Shasha, col passo tranquillo di chi conosce bene la strada e sta attento a non fare il minimo sforzo per non ritrovarsi fradicio di sudore al terzo passo: l’umidità è al 91% da queste parti.

Vado a fare colazione da Starbucks, più per il wifi gratuito che per una reale passione per i prodotti offerti, e comunque il cappuccino non è male, solo che te lo servono nel bicchiere e lo devi bere dal foro del coperchio. Pagano tutti col telefono tramite una delle varie applicazioni disponibili collegate al proprio conto corrente, da Alipay, che è nata proprio per questo, a WeChat, che è come se io pagassi con WhatsApp. Nessuna di queste opzioni si può collegare a un conto corrente estero, quindi per me solo la vecchia tradizione dei contanti e delle carte. Sarà per questo che la commessa mi rivolge il suo sguardo più ostile mentre mi dà il resto?

Quando la mia fidanzata mi raggiunge andiamo a mettere una spunta sul primo dei miei buoni propositi cinesi: comprarmi un telefono.

Prima di partire mi sono informato sui modelli e le differenze di prezzo fra qui e là, e mi sono presentato in un negozio superfigo tipo Apple Store ma cinese con un’idea ben chiara, poi Shasha e il negoziante si sono parlati in quella lingua che ignoro, e lei mi ha tradotto “è appena uscito questo modello qui, perché non te lo prendi? È migliore di quello che volevi tu, e costa svariati soldi”. Provo a confrontare il prezzo con quello del mercato italiano, e scopro che in Italia quel telefono lì neanche lo vendono, però sembra un buon modello, e andrei a spendere più o meno lo stesso di quel che avevo in mente. Va bene dai, fammi pagare.

Solo che il negozio tirato a lucido del centro commerciale non è abilitato ai pagamenti con carta di credito, e il commesso ci chiede di seguirlo fuori, nel sottoscala di un altro edificio molto meno figo, pieno di persone sudate in attesa di sottoscrivere contratti e piccoli banchetti dove sudati rivenditori delle diverse marche di telefonia cinese espongono i loro prodotti in modo parecchio meno fashion. Qui una signora vestita male seduta in mezzo a scatole vuote passa la mia carta di credito su un pos del secolo scorso, mi restituisce uno scontrino lungo mezzo metro e siamo liberi di andarcene. Da notare che in tutta questa operazione il telefono nuovo è sempre stato nel suo sacchetto, che tenevo io. Se fossimo scappati fra la folla non ci avrebbero beccati mai più.

Boh però mi avrebbero rintracciato tramite il telefono, eh, giusto.

Restiamo in zona Oriental Mall per la cena, in uno dei mille ristoranti al piano interrato. Questa volta hot pot, si comincia subito benissimo.

Quelle striscioline appese a sinistra sono budella di anatra, e sono buonissime

Dovevo venire in Cina per scoprire che besugo è la traduzione genovese di un pesce che in inglese si chiama besugo

this is never going to work

Oggi è un anno da quel tramonto sulla Terrazza del Gianicolo a pensare che certo, la sostanza è importante, ma se devi baciare una ragazza un panorama del genere ti fa metà del lavoro.

È stato un anno di controlli bagagli e classi economiche, cartelli che non sappiamo leggere, strade che non finiscono mai.

Timbri sul passaporto, visti d’ingresso, perquisizioni in metropolitana, stazioni di polizia, dove abiti, quando te ne vai, fammi vedere i documenti, è vietato fare le foto.

Quanto costa? Cosa c’è dentro? È ancora vivo? Come si dice portamene un altro?

Praga, Roma, Venezia, Pechino, Shanghai, non è mica facile mantenere degli standard così alti, domani ti porto a cena a Parigi.

vabbè ma così son buoni tutti

La tua lingua non la so parlare, tu la mia neanche, un inglese ci direbbe che non sappiamo neanche la sua, ci siamo inventati una comunicazione ibrida fatta di spazi enormi, città grandi come stati, distanze inimmaginabili infilate dentro un rettangolino di vetro e plastica, desideri chiusi in tastiere microscopiche e verbi che non esistono. Sarà per questo che non scrivo mai di te, perché nelle parole che dovrei usare non ci sei.

Dovrei comprare un biglietto e cucinare ingredienti che non conosco e dire al telefono di spiegare alla guardia che sto aspettando la mia fidanzata perché ho bisogno che sappia che se sto qui a scrivere su una tastiera che neanche funziona bene è perché un anno più tardi non importa quanto sei lontana, ti porto in tasca tutti i giorni, ma se ti ho vicino è meglio.

E non lo so quando troveremo il modo di stare insieme, se sarà qui o laggiù o in un altro posto, e cosa ci lasceremo dietro e a che prezzo; so che succederà e che ne varrà la pena.

“E presto delusi dalla preda gli squali che laggiù solcano il golfo presto tra loro si faranno a brani”

Ultimamente non scrivo molto, che è un modo un po’ vile per nascondere che non scrivo proprio niente neanche se mi metti una penna in mano e una pistola in faccia, ma non mi sembra di avere un’opinione che valga la pena condividere in una società in cui tutti dicono sempre la cosa giusta e tu invece sei un coglione, e quanto a inventare storie mi sembra che vivere in una distopia renda vano qualunque sforzo di creare qualsiasi cosa più interessante della cronaca.

Però leggo molto, e una delle cose migliori che ho letto oggi è questo post.
Lo ha scritto Alessandro, un mio amico di cui spesso diffondo il materiale, perché ha uno stile che mi piace, è intelligente e cerca sempre di aggiungere qualcosa alla discussione. Stavolta lo condivido perché si fa una domanda che mi sembra fondamentale:

“Come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (…) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?”

È evidente che il dibattito sull’attuale situazione politica si è polarizzato come e più di quando al governo avevamo il Circo Di Silvio con tutto il suo codazzo di nani e ballerine; il gioco è passato dal “Seguitemi e vi farò ricchi come me” al “Siete in grave pericolo e solo io posso salvarvi”, riaccendendo una brace di odio e ignoranza che evidentemente era rimasta inattiva per decenni, aspettando solo la giusta corrente d’aria per innescare un altro incendio.

Il Ministro Di Tuttoquanto neanche ci prova a indossare i panni che gli sono stati assegnati e diventare un rappresentante del Paese e delle sue istituzioni, continua a rappresentare solo sé stesso e i propri interessi il suo elettorato, servendosi della carica governativa come amplificatore di notizie perlopiù false o ampiamente esagerate, al solo scopo di spaventare il suo pubblico e guadagnare consenso.

C’è una tale differenza fra gli spauracchi alimentati dall’Indossatore Di Felpe e la dimensione reale dei medesimi che diventa normale porsi la domanda di Alessandro: come se ne esce?
Perché è evidente che smontare le balle è utile come l’omeopatia, mostrare all’infinito le statistiche fornite dallo stesso Ministero dell’Interno dove c’è scritto grosso così che non esiste nessuna emergenza immigrati, spiegare per l’ennesima volta che no, i vaccini non provocano l’autismo, no, non esiste un piano di Soros per sostituire gli italiani con gli africani, e no, il bambino annegato che hai visto in fotografia non è un fotomontaggio, ti espone solo a commenti che prima di oggi avresti potuto trovare solo al Monty Python’s Flying Circus per quanto sono assurdi. Eppure la situazione è questa, ci sono due schieramenti che si affrontano con gli stessi toni pre-derby di quelle città dove l’agonismo è cattivo, una parte grida stupidi, l’altra rosiconi. Schierarsi non serve, astenersi è impossibile.

Annamaria Testa, su Internazionale, parla della piramide di Maslow, di come ingabbiare le persone nelle proprie paure risponda a una strategia precisa e di come offendere o perculare queste persone non faccia che rinforzare la loro gabbia.

Che poi parlo della “loro gabbia” come se io fossi libero, ma mi sono solo chiuso nella gabbia che sta di fronte, fatta di altrettanti pregiudizi e rigidità.
E allora chi sono io per intervenire? È giusto cercare di fermarli? È necessario?

Questo modo di fare politica, e soprattutto il consenso ottenuto abbassando l’asticella della civiltà invece di elevare le persone, è nocivo. Muoiono delle persone a causa di questa politica, quindi sì, è ovvio che sia necessario intervenire.

La risposta politica non ce l’ho, e non ce l’ha neanche la politica, visto che ad oggi l’unica voce vagamente di sinistra in Italia è rimasto il Papa, quando non prende lo xanax. Da un punto di vista umanitario ho una mia opinione, che va nella direzione opposta di quella perseguita fin qui, legata in parte a statistiche, e molto di più al fatto che ignorare chi viene trattato come una bestia ti rende una bestia anche peggiore.

Solo che ti ridono in faccia, le bestie vere, ti dicono cose che dieci anni fa si sarebbero vergognate di sussurrare in privato, e io non so cosa rispondere, perché la violenza non è mai una risposta, neanche quando è Karl Popper a suggerirtela.

Vabbè, lui non ha mai detto di picchiare i nazisti, ma se lo immagino seduto al bar a mangiare un gelato pistacchio e stracciatella mentre al tavolino accanto due idioti  persone intolleranti  idioti commentano con soddisfazione il naufragio di un barcone in mezzo al Mediterraneo non ce lo vedo a controbattere civilmente che certe forme di intolleranza non possono essere accettate in una società civile, secondo me si alza e il gelato lo spalma in faccia a uno dei due, e l’altro lo mena con la sedia. Perlomeno è quello che vorrei fare io.

Perché anch’io ormai sono diventato una vittima di questa semplificazione binaria: se qualcuno in buona fede mi dice che “bisognerebbe fermarli prima che partano, così non muoiono” non penso che questa persona sta esprimendo un parere magari anche condivisibile, penso di avere di fronte uno che nel migliore dei casi va dall’omeopata e nel peggiore offende i mendicanti fuori dal supermercato.
È sbagliato, sono così abituato a vedere la malafede dappertutto da avere smesso di concedere il beneficio del dubbio. Credo che ci sia una categoria di mezzo fra i due poli, fatta da quelle persone che di fronte alla povertà si sentono a disagio, e allora votano per tenerla lontana. Sono quelli che al semaforo abbassano gli occhi a cercare una stazione decente nell’autoradio per non dover dire no al mendicante. Non è che il mendicante gli stia sul cazzo o che si facciano chissà quale calcolo, è che questo tipo di transazione basata sulla pietà li fa sentire in colpa, e a nessuno piace sentirsi in colpa.

È ancora egoismo e ipocrisia, ma meno consapevole. Poi è chiaro che non è il soldo al tizio del semaforo a giudicare una persona, sono sicuro che il Ministro delle Felpe in persona ogni tanto regala dei cinque euri per zittire i detrattori, e sono sicuro che in questa idiocrazia risulta anche convincente.

Sto uscendo dal seminato, e sto continuando a dividere il mondo in buoni e cattivi, mettendomi sempre dalla parte dei primi, quindi torniamo al volo alla domanda di partenza.

Il debunking non funziona, siamo troppo schierati per ascoltare le ragioni della parte avversa; la lotta armata non ha funzionato negli anni passati, non vedo come potrebbe farlo ora; esularsi dall’agone politico è quello che ha fatto la Sinistra un’elezione alla volta, e guarda dove siamo finiti; percularli è divertente, ma fin troppo facile, oltre a non ascoltare le tue ragioni si prendono troppo sul serio per rispondere con altrettanta ironia. E d’altronde quando mai si è visto un comico di destra? Intenzionalmente comico, intendo.

Forse l’unica via è lavorare sull’immagine che gli italiani hanno dell’immigrato, smontarla, mostrare chi sono queste persone, da dove arrivano, come vivono, ma senza relegarli nella rubrica da tg3 “guarda cosa ti combina il negretto”, che però essendo il tg3 avrà un nome più colto tipo “l’Italia di domani”. Integrazione reale invece di serragli, convivenza alla pari invece di carità, partecipazione attiva invece di ospitate in costume tipico. Non chiedetemi esempi, perché vivo in un piccolo paese, e tutti gli esempi che mi vengono in mente riguardano la realtà locale, il negozio di alimentari che tiene prodotti halal e la festa di quartiere organizzata con tutte le persone che in quel quartiere ci vivono. E comunque nel mio piccolo paese vivono un sacco di immigrati e nessuno si lamenta, lavorano, fanno la spesa e aprono negozi come chiunque del posto. Però i profughi che stavano in croce rossa li hanno mandati via perché creavano problemi. Eh, loro erano negri.

C’è un’altra soluzione, la più difficile, ma in questo momento l’unica che mi sento di suggerire a chiunque, me compreso: andarsene. Lasciare l’Italia in mano ai fenomeni del cambiamento e delle idee rivoluzionarie, ai teorici della sicurezza, a quelli che fuori dall’euro si vive meglio, senza gli stranieri si sta più sicuri, chiudendo i kebabbari attiriamo più turisti. Lasciargliela per una decina d’anni e poi tornare a vedere quanti ne sono rimasti vivi, dopo che avranno cominciato a sbranarsi fra di loro.

il problema dei negri

Se il titolo urta la vostra sensibilità potete tranquillamente sostituire “negri” con “poveri”, tanto è di quello che stiamo parlando, ma credo che “negri” sia più appropriato: secondo me vi stanno sul cazzo anche i negri integrati, quelli che non sono sbarcati stamattina sulle nostre coste e minacciano la vostra sicurezza.

È di questo che vorrei discutere con voi, direttamente, senza fare tanti giri e nasconderci dietro il diritto internazionale, dietro quelli che sugli sbarchi dei migranti ci lucrano, dietro la differenza fra clandestini e richiedenti asilo, tanto lo sappiamo che sono tutte cazzate, che di diritto internazionale ne sapete quanto ne so io, che equivale a zero.

La verità è che queste persone voi non le volete perché sono negri. Non neri, africani, stranieri, no, non cerchiamo compromessi politicamente corretti, nella vostra piccola testa (perché è piccola, limitata e sta soffocando, ma agli insulti ci arriviamo dopo) sono negri. Come nel secolo scorso, come nelle barzellette che vi raccontavate da bambini, nell’immaginario collettivo da cui abbiamo pescato tutti per un po’, voi e io, e che adesso qualcuno ci sta smontando perché sarebbe offensivo. Adesso non li potete più chiamare negri, considerarli inferiori, fargli il verso usando la b al posto della p e coniugando tutti i verbi all’infinito. Adesso l’ultimo scalino della scala evolutiva non può più essere occupato da un africano dalla pelle scura, perché è sbagliato, è degradante, e già che ci siamo da oggi toccare il culo a una donna, fischiarle quando passa per strada, fare apprezzamenti sul suo fisico, è considerato una molestia sessuale, e si rischia la denuncia.

Lo so, è difficile da accettare per qualcuno dall’intelligenza limitata come voi (no, neanche adesso vi sto insultando, quello me lo tengo per dopo), ma averla passata liscia per tanti anni non significa che il vostro comportamento fosse giusto, solo che i giudici erano ottusi quanto voi.

Ma torniamo ai negri. Se aveste delle obiezioni serie al loro arrivo nel nostro Paese non ci sarebbe niente da dire, un pezzo come questo non lo avrei neanche scritto e avrei passato di sicuro una serata migliore davanti a un film, ma quando vi chiedo perché siete contrari all’immigrazione mi rispondete con una cantilena di luoghi comuni e cazzate così ignoranti da farmi esplodere il fegato. Sono sempre le stesse, a chiunque chieda un parere ottengo sempre la medesima risposta, si vede che anche formulare un pensiero personale vi costa troppa fatica, e prendete per buono il primo che trovate su facebook, postato da un altro genio amico vostro.

Sciorinate sempre lo stesso articolo, la stessa foto, lo stesso commento. Avete un’unica fonte di informazione, che gira e rigira siete sempre voi, chiusi in un recinto che non ammette altri punti di vista.

Potrei redigere un elenco dei luoghi comuni dietro cui vi nascondete, e spiegarvi perché sono tutte cazzate. Potrei fornirvi numeri, mostrarvi le fonti e suggerirvi di andarvele a leggere, ma sarebbe tempo sprecato, a voi non interessa informarvi, volete soltanto crearvi un alibi che vi permetta di sfogare il vostro razzismo senza sentirvi in colpa.

Qualche anno fa era più difficile, esisteva un’idea comune di razzismo, e più o meno si cercava di tenersene lontani. Non era accettabile semplicemente perché non c’era nessun leader a difenderlo. Al limite qualche nostalgico del nazismo, ma erano troppo pochi e mal rappresentati; assecondare il loro punto di vista era ancora considerata una cosa deplorevole.

Oggi le cose sono cambiate, oggi avete un leader, uno del popolo, uno che vi rappresenta in Parlamento senza ricorrere a tutta quella baracconata di svastiche e saluti col braccio teso che evocano un sacco di ricordi sgradevoli. Lui non vi chiede di imparare a marciare al passo dell’oca, vi lascia liberi di manifestare il vostro razzismo più genuino, quello che coltivate da sempre verso il diverso, l’altro, con la pelle di un altro colore e abitudini che non riuscite a capire, che parla un’altra lingua e vi fa sentire ignoranti.

State sereni, non è che vi sentite ignoranti, lo siete. Non studiate mai niente a fondo, per voi la conoscenza è una perdita di tempo, i giornali sono una perdita di tempo, i libri li avete abbandonati insieme alla scuola.

E ve ne fate un vanto. I vostri nonni si toglievano il cappello davanti al “ragioniere”, dove ragioniere significava qualcuno che aveva preso una laurea, ma anche solo un diploma. Voi disprezzate chi parla di cose che conoscete, avete elevato a virtù la vostra pochezza, e decidete da soli a chi dar retta.

Di solito è quello che parla più semplice, che vi spiega le cose in due parole e in altre due vi fornisce una soluzione. Perché la ragione è faticosa, molto meglio polarizzare, cancellare le sfumature, giusto e sbagliato, buono e cattivo, eroe e mostro. Un’intelligenza binaria che si pone al di sopra di qualunque laurea. Cosa contano anni di studi, esperienze, titoli, di fronte a un articolo su internet che dice che i vaccini provocano l’autismo? L’omeopatia, il fruttarianesimo, non esiste un limite alla vostra accettazione dell’esotico: se una cosa la fanno in tre non significa che non funziona, ma che i poteri forti la vogliono tenere nascosta, quindi è lì che si nasconde la verità. Siete così propensi al complotto da bervi qualsiasi idiozia vi venga propinata, basta che ve la dicano a bassa voce.

Vi credete liberi pensatori, ma è perché siete così ciechi da non vedere più le sbarre.

Ma sto divagando, volevo parlare degli idioti razzisti e sono finito a trattare degli idioti in generale, ma se metto in mezzo anche loro non finisco più.

Restiamo a noi, cari piccoli razzisti dei miei coglioni. Non sarebbe più semplice se ammetteste il vostro fastidio? Invece di trascinarci in conversazioni odiose, a fare la gara a chi ce l’ha più grosso, a tirarci fuori spiegazioni che neanche ascoltate, non sarebbe più rapido se diceste chiaramente che voi questi qui non li volete perché sono negri?

Non gli stranieri, in Italia arrivano molti più cinesi e ucraini che africani, ma non ve li cagate di pezza. Si comprano i vostri negozi, i vostri bar, le vostre squadre di calcio, il vostro lavoro e non fate una piega, per voi il nemico da abbattere è l’africano che raccoglie pomodori a tre euro l’ora e ruba il lavoro agli italiani. Come se ci fosse un italiano disposto ad andare a raccogliere pomodori a quella cifra. Neanche più i caporali sono italiani oramai: rendeva troppo poco anche maltrattarli, i negri.

Ora non è che voglio puntare il dito contro i cinesi, per me se mi danno un lavoro mi ci trasferisco pure, a casa loro, e ve la lascio questa bella Patria da difendere. Magari torno fra vent’anni, a vedere cosa siete stati capaci di fare. Se li avete cacciati tutti alla fine, se avete chiuso i porti, vi siete fatti rispettare dall’Europa, avete fatto la voce grossa con la Germania cattiva.. No, non cattiva, nazista. Per voi la Germania è ancora nazista. Poi bruciate gli zingari dentro le roulottes, ma i nazisti sono loro.

Mi fate proprio cagare, e non tanto per il vostro razzismo, quanto perché siete così vigliacchi da non ammetterlo neanche. Perché siete ignoranti, sprofondati nella vostra pigrizia, così limitati da non vedere l’ovvio, da cadere sempre negli stessi errori. Avete avuto un leader carismatico che vi ha portato in guerra, ma vi siete dimenticati e ne avete eletto un altro. Avete scoperto che rubava e ne avete eletto un altro. Che mentre andava a zoccole vi ha lasciati in mutande, e ne avete scelto un altro. Altri due, che uno solo non bastava. Questi non hanno neanche dovuto sbattersi a costruirsi un’immagine di leader vincente, siete così disperati che vi buttereste tutti in fila dietro Wanna Marchi, se fondasse un partito e vi promettesse di darvi gratis la sua polverina magica.

No, non disperati, idioti.

due episodi di varia mondanità

A Milano è appena terminato il salone del mobile, e io non ci sono andato, e adesso me ne pento. Mi succede tutti gli anni, mi dicono salone del mobile e io penso a capannoni pieni di cassapanche frequentati da coppie dove lei indossa il golfino e i tacchi e tiene a tracolla una borsetta dolcegabbana e dice cose tipo guardaammore quello starebbe benissimo nella stanza di Cristiano Malgioglio III, perché i nomi americani tipo Chevin non piacciono più e le coppie moderne oggi cercano di darsi un tono senza però abbandonare quella vena nazionalpopolare che li fa sentire fieri della propria italianità che noi siamo un popolo che non si deve vergognare di fronte a nessuno e difatti non hanno nessuna vergogna proprio, e da altre coppie più appesantite dagli anni con figli al seguito che tengono gli occhi sulla chat dove stanno scrivendo roba tipo minkiakeppalle alle loro amichette e tu li devi evitare come i relitti alla deriva, ma senza cattiveria, che un po’ ti senti solidale con la loro noia, e neanche hai delle amichette a cui scrivere.

E invece il salone del mobile di Milano è quella roba fighissima di design sparato ovunque per la strada in stanze buie piene di sculture di legno e neon e glitter che ce n’è tanto che secondo me i tuoi pori lo assorbono e poi ti viene la leucemia e inaugurazioni di gallerie d’arte dentro ex stazioni ferroviarie dove omosessuali spiritosi passano il tempo a coniare neologismi che poi le nostre fidanzate useranno a sproposito per spiegarci come intendono decorare la camera da letto per la settima volta quest’anno.

Che poi ho visto le foto e sono sempre le stesse, il mio instagram è pieno di persone che sono state al salone del mobile e l’hanno documentato secondo il proprio gusto, e o tutti i miei contatti su instagram amano i baretti coi neon e i glitter della morte o il salone del mobile di Milano consta di due ambienti due e tutto intorno la solita città del resto dell’anno, solo più affollata e con molti più sacchetti dello stesso colore, ma quello succede anche quando ci sono i saldi da Zara, non ci si fa più caso.

Solo una mia amica ha postato delle foto di una roba che poteva essere una galleria d’arte, e che non ho visto fotografata da nessun altro: c’erano delle sculture tipo animali, mostri, creature uscite dalla fantasia di scrittori dell’occulto tipo Salvini, e tutte fatte con roba che sembrava balsa, sai quel legno piatto e leggerissimo che si usa per fare gli aeroplanini e i dinosauri, che li metti insieme incastrando i pezzi senza usare la colla e che in vetrina sembrano solidi e in grado di resistere alle ere geologiche e solo a te vengono fuori tutti traballanti che non li puoi toccare sennò si disfano e finiscono a morire su una mensola sepolti dalla polvere che oltretutto su quel legno lì ci si deposita che è un piacere? Il legno di balsa non so da che albero viene estratto, credo dall’albero della balsa, che sono piante leggerissime e piatte che tagli a fette della forma che ti pare, ma che in giro non si vedono mai perché prima devi scavare sotto quintali di polvere e chi ne ha voglia.

A Genova intanto siamo meno mondani che a Milano, ma un po’ di mondanità ce l’abbiamo anche noi, e questa settimana comincia euroflora, che per chi non è del posto sarebbe una fiera come quella del mobile però coi fiori, ognuno espone quello che conosce meglio, qui c’è la riviera dei fiori e abbiamo l’euroflora, là si fanno un sacco di seghe e c’è il salone del mobile. Anche la nostra città è tutta colorata e ricca di iniziative che rimandano all’attrazione principale, e per farla più colorata qualcuno ha deciso di appendere gli ombrelli aperti.

Come ad Agueda, in Portogallo, dove nel 2011 qualcuno ha avuto un’idea interessante e da allora non c’è città al mondo che non l’abbia ripetuto. Quest’anno è arrivata Genova, e tutti a scattare foto a sti cazzo di ombrelli aperti, che oltretutto siamo andati al risparmio e invece di coprire tutta la strada come nel progetto originale ne abbiamo appesi parecchi meno, e l’effetto tristezza è esploso come una bomba. Ma tanto i genovesi sono persone semplici, vedono un po’ di colore e lo fotografano, vedono un politico nuovo e lo votano, gli sembra sempre tutto nuovo e bello, beati loro.

Solo a Ronco, dove abito io, questo vento di novità non soffia mai, perché stiamo in fondo a una valle cupa e umida dove il cambiamento non riesce ad arrivare, le fiere di design ce le sogniamo e i fiori non hanno il coraggio di sbocciare perché appena va giù il sole torna l’inverno e gelano.

quando a Ronco c’era ancora qualcosa da vedere la gente ci si fermava, altroché! A fare benzina, ma ci si fermava!

Giusto per sentirmi più mondano ieri ho tolto il piumone invernale e ho messo quello di mezza stagione, ma ho dormito col pigiama di flanella perché non mi fido mica.

Dovrei anche mettermi a pulire casa, e invece sto qua a scrivere, ma mi sembra che il cambiamento vada affrontato un po’ alla volta, sennò stufa. D’altronde anche euroflora la facevano ogni cinque anni, poi per sette non si è più fatta, e adesso forse ricomincia e forse è una cosa estemporanea, vediamo se piacerà o no, io voto no, perché questa nuova collocazione ai parchi di Nervi non mi sembra la più adatta: prima la allestivano dentro il palasport, e il suo punto di forza era proprio come riuscivano a trasformare un edificio triste e vecchio e spoglio in una foresta piena di colori, un colpo d’occhio incredibile; ai parchi il massimo che potranno ottenere sarà di migliorare un luogo già bello di suo, capirai che sforzo, e l’effetto dirompente si perderà tutto, la gente tornerà a casa pensando di aver visto qualcosa di carino ma che non valeva i venti euri del biglietto e finirà lì.

Una svolta significativa sarebbe quella di allestire entrambe le manifestazioni a metà strada, tipo a Ronco, che non è a metà strada ma il suo clima tropicale si presta allo scopo: facciamo il salone del mobile nella zona sportiva, che è il punto più umido del paese, poi stiamo a guardare mentre la flora locale prende possesso delle installazioni e crea composizioni naturali che all’euroflora se le sognano; i funghi spuntano dagli sgabelli vintage, le spine si mangiano i lampadari al neon, il muschio e le ortiche coprono il resto. Per dieci euri invece che venti potete aggirarvi liberamente in questi spazi dove natura e design hanno imparato a convivere, e invece della borsetta chic potete portarvi a casa la pleurite.

Frotte di genovesi e milanesi accorrono a visitare il nuovissimo Salone Del Luvego, si accoltellano nel posteggio e alla fine fra morti e ammalati otteniamo un drastico calo del traffico lungo l’autostrada A7 e una vivibilità maggiore nel centro cittadino e nelle spiagge della riviera.

Non so voi, ma per me sarebbe l’estate perfetta.