“E presto delusi dalla preda gli squali che laggiù solcano il golfo presto tra loro si faranno a brani”

Ultimamente non scrivo molto, che è un modo un po’ vile per nascondere che non scrivo proprio niente neanche se mi metti una penna in mano e una pistola in faccia, ma non mi sembra di avere un’opinione che valga la pena condividere in una società in cui tutti dicono sempre la cosa giusta e tu invece sei un coglione, e quanto a inventare storie mi sembra che vivere in una distopia renda vano qualunque sforzo di creare qualsiasi cosa più interessante della cronaca.

Però leggo molto, e una delle cose migliori che ho letto oggi è questo post.
Lo ha scritto Alessandro, un mio amico di cui spesso diffondo il materiale, perché ha uno stile che mi piace, è intelligente e cerca sempre di aggiungere qualcosa alla discussione. Stavolta lo condivido perché si fa una domanda che mi sembra fondamentale:

“Come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (…) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?”

È evidente che il dibattito sull’attuale situazione politica si è polarizzato come e più di quando al governo avevamo il Circo Di Silvio con tutto il suo codazzo di nani e ballerine; il gioco è passato dal “Seguitemi e vi farò ricchi come me” al “Siete in grave pericolo e solo io posso salvarvi”, riaccendendo una brace di odio e ignoranza che evidentemente era rimasta inattiva per decenni, aspettando solo la giusta corrente d’aria per innescare un altro incendio.

Il Ministro Di Tuttoquanto neanche ci prova a indossare i panni che gli sono stati assegnati e diventare un rappresentante del Paese e delle sue istituzioni, continua a rappresentare solo sé stesso e i propri interessi il suo elettorato, servendosi della carica governativa come amplificatore di notizie perlopiù false o ampiamente esagerate, al solo scopo di spaventare il suo pubblico e guadagnare consenso.

C’è una tale differenza fra gli spauracchi alimentati dall’Indossatore Di Felpe e la dimensione reale dei medesimi che diventa normale porsi la domanda di Alessandro: come se ne esce?
Perché è evidente che smontare le balle è utile come l’omeopatia, mostrare all’infinito le statistiche fornite dallo stesso Ministero dell’Interno dove c’è scritto grosso così che non esiste nessuna emergenza immigrati, spiegare per l’ennesima volta che no, i vaccini non provocano l’autismo, no, non esiste un piano di Soros per sostituire gli italiani con gli africani, e no, il bambino annegato che hai visto in fotografia non è un fotomontaggio, ti espone solo a commenti che prima di oggi avresti potuto trovare solo al Monty Python’s Flying Circus per quanto sono assurdi. Eppure la situazione è questa, ci sono due schieramenti che si affrontano con gli stessi toni pre-derby di quelle città dove l’agonismo è cattivo, una parte grida stupidi, l’altra rosiconi. Schierarsi non serve, astenersi è impossibile.

Annamaria Testa, su Internazionale, parla della piramide di Maslow, di come ingabbiare le persone nelle proprie paure risponda a una strategia precisa e di come offendere o perculare queste persone non faccia che rinforzare la loro gabbia.

Che poi parlo della “loro gabbia” come se io fossi libero, ma mi sono solo chiuso nella gabbia che sta di fronte, fatta di altrettanti pregiudizi e rigidità.
E allora chi sono io per intervenire? È giusto cercare di fermarli? È necessario?

Questo modo di fare politica, e soprattutto il consenso ottenuto abbassando l’asticella della civiltà invece di elevare le persone, è nocivo. Muoiono delle persone a causa di questa politica, quindi sì, è ovvio che sia necessario intervenire.

La risposta politica non ce l’ho, e non ce l’ha neanche la politica, visto che ad oggi l’unica voce vagamente di sinistra in Italia è rimasto il Papa, quando non prende lo xanax. Da un punto di vista umanitario ho una mia opinione, che va nella direzione opposta di quella perseguita fin qui, legata in parte a statistiche, e molto di più al fatto che ignorare chi viene trattato come una bestia ti rende una bestia anche peggiore.

Solo che ti ridono in faccia, le bestie vere, ti dicono cose che dieci anni fa si sarebbero vergognate di sussurrare in privato, e io non so cosa rispondere, perché la violenza non è mai una risposta, neanche quando è Karl Popper a suggerirtela.

Vabbè, lui non ha mai detto di picchiare i nazisti, ma se lo immagino seduto al bar a mangiare un gelato pistacchio e stracciatella mentre al tavolino accanto due idioti  persone intolleranti  idioti commentano con soddisfazione il naufragio di un barcone in mezzo al Mediterraneo non ce lo vedo a controbattere civilmente che certe forme di intolleranza non possono essere accettate in una società civile, secondo me si alza e il gelato lo spalma in faccia a uno dei due, e l’altro lo mena con la sedia. Perlomeno è quello che vorrei fare io.

Perché anch’io ormai sono diventato una vittima di questa semplificazione binaria: se qualcuno in buona fede mi dice che “bisognerebbe fermarli prima che partano, così non muoiono” non penso che questa persona sta esprimendo un parere magari anche condivisibile, penso di avere di fronte uno che nel migliore dei casi va dall’omeopata e nel peggiore offende i mendicanti fuori dal supermercato.
È sbagliato, sono così abituato a vedere la malafede dappertutto da avere smesso di concedere il beneficio del dubbio. Credo che ci sia una categoria di mezzo fra i due poli, fatta da quelle persone che di fronte alla povertà si sentono a disagio, e allora votano per tenerla lontana. Sono quelli che al semaforo abbassano gli occhi a cercare una stazione decente nell’autoradio per non dover dire no al mendicante. Non è che il mendicante gli stia sul cazzo o che si facciano chissà quale calcolo, è che questo tipo di transazione basata sulla pietà li fa sentire in colpa, e a nessuno piace sentirsi in colpa.

È ancora egoismo e ipocrisia, ma meno consapevole. Poi è chiaro che non è il soldo al tizio del semaforo a giudicare una persona, sono sicuro che il Ministro delle Felpe in persona ogni tanto regala dei cinque euri per zittire i detrattori, e sono sicuro che in questa idiocrazia risulta anche convincente.

Sto uscendo dal seminato, e sto continuando a dividere il mondo in buoni e cattivi, mettendomi sempre dalla parte dei primi, quindi torniamo al volo alla domanda di partenza.

Il debunking non funziona, siamo troppo schierati per ascoltare le ragioni della parte avversa; la lotta armata non ha funzionato negli anni passati, non vedo come potrebbe farlo ora; esularsi dall’agone politico è quello che ha fatto la Sinistra un’elezione alla volta, e guarda dove siamo finiti; percularli è divertente, ma fin troppo facile, oltre a non ascoltare le tue ragioni si prendono troppo sul serio per rispondere con altrettanta ironia. E d’altronde quando mai si è visto un comico di destra? Intenzionalmente comico, intendo.

Forse l’unica via è lavorare sull’immagine che gli italiani hanno dell’immigrato, smontarla, mostrare chi sono queste persone, da dove arrivano, come vivono, ma senza relegarli nella rubrica da tg3 “guarda cosa ti combina il negretto”, che però essendo il tg3 avrà un nome più colto tipo “l’Italia di domani”. Integrazione reale invece di serragli, convivenza alla pari invece di carità, partecipazione attiva invece di ospitate in costume tipico. Non chiedetemi esempi, perché vivo in un piccolo paese, e tutti gli esempi che mi vengono in mente riguardano la realtà locale, il negozio di alimentari che tiene prodotti halal e la festa di quartiere organizzata con tutte le persone che in quel quartiere ci vivono. E comunque nel mio piccolo paese vivono un sacco di immigrati e nessuno si lamenta, lavorano, fanno la spesa e aprono negozi come chiunque del posto. Però i profughi che stavano in croce rossa li hanno mandati via perché creavano problemi. Eh, loro erano negri.

C’è un’altra soluzione, la più difficile, ma in questo momento l’unica che mi sento di suggerire a chiunque, me compreso: andarsene. Lasciare l’Italia in mano ai fenomeni del cambiamento e delle idee rivoluzionarie, ai teorici della sicurezza, a quelli che fuori dall’euro si vive meglio, senza gli stranieri si sta più sicuri, chiudendo i kebabbari attiriamo più turisti. Lasciargliela per una decina d’anni e poi tornare a vedere quanti ne sono rimasti vivi, dopo che avranno cominciato a sbranarsi fra di loro.

il problema dei negri

Se il titolo urta la vostra sensibilità potete tranquillamente sostituire “negri” con “poveri”, tanto è di quello che stiamo parlando, ma credo che “negri” sia più appropriato: secondo me vi stanno sul cazzo anche i negri integrati, quelli che non sono sbarcati stamattina sulle nostre coste e minacciano la vostra sicurezza.

È di questo che vorrei discutere con voi, direttamente, senza fare tanti giri e nasconderci dietro il diritto internazionale, dietro quelli che sugli sbarchi dei migranti ci lucrano, dietro la differenza fra clandestini e richiedenti asilo, tanto lo sappiamo che sono tutte cazzate, che di diritto internazionale ne sapete quanto ne so io, che equivale a zero.

La verità è che queste persone voi non le volete perché sono negri. Non neri, africani, stranieri, no, non cerchiamo compromessi politicamente corretti, nella vostra piccola testa (perché è piccola, limitata e sta soffocando, ma agli insulti ci arriviamo dopo) sono negri. Come nel secolo scorso, come nelle barzellette che vi raccontavate da bambini, nell’immaginario collettivo da cui abbiamo pescato tutti per un po’, voi e io, e che adesso qualcuno ci sta smontando perché sarebbe offensivo. Adesso non li potete più chiamare negri, considerarli inferiori, fargli il verso usando la b al posto della p e coniugando tutti i verbi all’infinito. Adesso l’ultimo scalino della scala evolutiva non può più essere occupato da un africano dalla pelle scura, perché è sbagliato, è degradante, e già che ci siamo da oggi toccare il culo a una donna, fischiarle quando passa per strada, fare apprezzamenti sul suo fisico, è considerato una molestia sessuale, e si rischia la denuncia.

Lo so, è difficile da accettare per qualcuno dall’intelligenza limitata come voi (no, neanche adesso vi sto insultando, quello me lo tengo per dopo), ma averla passata liscia per tanti anni non significa che il vostro comportamento fosse giusto, solo che i giudici erano ottusi quanto voi.

Ma torniamo ai negri. Se aveste delle obiezioni serie al loro arrivo nel nostro Paese non ci sarebbe niente da dire, un pezzo come questo non lo avrei neanche scritto e avrei passato di sicuro una serata migliore davanti a un film, ma quando vi chiedo perché siete contrari all’immigrazione mi rispondete con una cantilena di luoghi comuni e cazzate così ignoranti da farmi esplodere il fegato. Sono sempre le stesse, a chiunque chieda un parere ottengo sempre la medesima risposta, si vede che anche formulare un pensiero personale vi costa troppa fatica, e prendete per buono il primo che trovate su facebook, postato da un altro genio amico vostro.

Sciorinate sempre lo stesso articolo, la stessa foto, lo stesso commento. Avete un’unica fonte di informazione, che gira e rigira siete sempre voi, chiusi in un recinto che non ammette altri punti di vista.

Potrei redigere un elenco dei luoghi comuni dietro cui vi nascondete, e spiegarvi perché sono tutte cazzate. Potrei fornirvi numeri, mostrarvi le fonti e suggerirvi di andarvele a leggere, ma sarebbe tempo sprecato, a voi non interessa informarvi, volete soltanto crearvi un alibi che vi permetta di sfogare il vostro razzismo senza sentirvi in colpa.

Qualche anno fa era più difficile, esisteva un’idea comune di razzismo, e più o meno si cercava di tenersene lontani. Non era accettabile semplicemente perché non c’era nessun leader a difenderlo. Al limite qualche nostalgico del nazismo, ma erano troppo pochi e mal rappresentati; assecondare il loro punto di vista era ancora considerata una cosa deplorevole.

Oggi le cose sono cambiate, oggi avete un leader, uno del popolo, uno che vi rappresenta in Parlamento senza ricorrere a tutta quella baracconata di svastiche e saluti col braccio teso che evocano un sacco di ricordi sgradevoli. Lui non vi chiede di imparare a marciare al passo dell’oca, vi lascia liberi di manifestare il vostro razzismo più genuino, quello che coltivate da sempre verso il diverso, l’altro, con la pelle di un altro colore e abitudini che non riuscite a capire, che parla un’altra lingua e vi fa sentire ignoranti.

State sereni, non è che vi sentite ignoranti, lo siete. Non studiate mai niente a fondo, per voi la conoscenza è una perdita di tempo, i giornali sono una perdita di tempo, i libri li avete abbandonati insieme alla scuola.

E ve ne fate un vanto. I vostri nonni si toglievano il cappello davanti al “ragioniere”, dove ragioniere significava qualcuno che aveva preso una laurea, ma anche solo un diploma. Voi disprezzate chi parla di cose che conoscete, avete elevato a virtù la vostra pochezza, e decidete da soli a chi dar retta.

Di solito è quello che parla più semplice, che vi spiega le cose in due parole e in altre due vi fornisce una soluzione. Perché la ragione è faticosa, molto meglio polarizzare, cancellare le sfumature, giusto e sbagliato, buono e cattivo, eroe e mostro. Un’intelligenza binaria che si pone al di sopra di qualunque laurea. Cosa contano anni di studi, esperienze, titoli, di fronte a un articolo su internet che dice che i vaccini provocano l’autismo? L’omeopatia, il fruttarianesimo, non esiste un limite alla vostra accettazione dell’esotico: se una cosa la fanno in tre non significa che non funziona, ma che i poteri forti la vogliono tenere nascosta, quindi è lì che si nasconde la verità. Siete così propensi al complotto da bervi qualsiasi idiozia vi venga propinata, basta che ve la dicano a bassa voce.

Vi credete liberi pensatori, ma è perché siete così ciechi da non vedere più le sbarre.

Ma sto divagando, volevo parlare degli idioti razzisti e sono finito a trattare degli idioti in generale, ma se metto in mezzo anche loro non finisco più.

Restiamo a noi, cari piccoli razzisti dei miei coglioni. Non sarebbe più semplice se ammetteste il vostro fastidio? Invece di trascinarci in conversazioni odiose, a fare la gara a chi ce l’ha più grosso, a tirarci fuori spiegazioni che neanche ascoltate, non sarebbe più rapido se diceste chiaramente che voi questi qui non li volete perché sono negri?

Non gli stranieri, in Italia arrivano molti più cinesi e ucraini che africani, ma non ve li cagate di pezza. Si comprano i vostri negozi, i vostri bar, le vostre squadre di calcio, il vostro lavoro e non fate una piega, per voi il nemico da abbattere è l’africano che raccoglie pomodori a tre euro l’ora e ruba il lavoro agli italiani. Come se ci fosse un italiano disposto ad andare a raccogliere pomodori a quella cifra. Neanche più i caporali sono italiani oramai: rendeva troppo poco anche maltrattarli, i negri.

Ora non è che voglio puntare il dito contro i cinesi, per me se mi danno un lavoro mi ci trasferisco pure, a casa loro, e ve la lascio questa bella Patria da difendere. Magari torno fra vent’anni, a vedere cosa siete stati capaci di fare. Se li avete cacciati tutti alla fine, se avete chiuso i porti, vi siete fatti rispettare dall’Europa, avete fatto la voce grossa con la Germania cattiva.. No, non cattiva, nazista. Per voi la Germania è ancora nazista. Poi bruciate gli zingari dentro le roulottes, ma i nazisti sono loro.

Mi fate proprio cagare, e non tanto per il vostro razzismo, quanto perché siete così vigliacchi da non ammetterlo neanche. Perché siete ignoranti, sprofondati nella vostra pigrizia, così limitati da non vedere l’ovvio, da cadere sempre negli stessi errori. Avete avuto un leader carismatico che vi ha portato in guerra, ma vi siete dimenticati e ne avete eletto un altro. Avete scoperto che rubava e ne avete eletto un altro. Che mentre andava a zoccole vi ha lasciati in mutande, e ne avete scelto un altro. Altri due, che uno solo non bastava. Questi non hanno neanche dovuto sbattersi a costruirsi un’immagine di leader vincente, siete così disperati che vi buttereste tutti in fila dietro Wanna Marchi, se fondasse un partito e vi promettesse di darvi gratis la sua polverina magica.

No, non disperati, idioti.

due episodi di varia mondanità

A Milano è appena terminato il salone del mobile, e io non ci sono andato, e adesso me ne pento. Mi succede tutti gli anni, mi dicono salone del mobile e io penso a capannoni pieni di cassapanche frequentati da coppie dove lei indossa il golfino e i tacchi e tiene a tracolla una borsetta dolcegabbana e dice cose tipo guardaammore quello starebbe benissimo nella stanza di Cristiano Malgioglio III, perché i nomi americani tipo Chevin non piacciono più e le coppie moderne oggi cercano di darsi un tono senza però abbandonare quella vena nazionalpopolare che li fa sentire fieri della propria italianità che noi siamo un popolo che non si deve vergognare di fronte a nessuno e difatti non hanno nessuna vergogna proprio, e da altre coppie più appesantite dagli anni con figli al seguito che tengono gli occhi sulla chat dove stanno scrivendo roba tipo minkiakeppalle alle loro amichette e tu li devi evitare come i relitti alla deriva, ma senza cattiveria, che un po’ ti senti solidale con la loro noia, e neanche hai delle amichette a cui scrivere.

E invece il salone del mobile di Milano è quella roba fighissima di design sparato ovunque per la strada in stanze buie piene di sculture di legno e neon e glitter che ce n’è tanto che secondo me i tuoi pori lo assorbono e poi ti viene la leucemia e inaugurazioni di gallerie d’arte dentro ex stazioni ferroviarie dove omosessuali spiritosi passano il tempo a coniare neologismi che poi le nostre fidanzate useranno a sproposito per spiegarci come intendono decorare la camera da letto per la settima volta quest’anno.

Che poi ho visto le foto e sono sempre le stesse, il mio instagram è pieno di persone che sono state al salone del mobile e l’hanno documentato secondo il proprio gusto, e o tutti i miei contatti su instagram amano i baretti coi neon e i glitter della morte o il salone del mobile di Milano consta di due ambienti due e tutto intorno la solita città del resto dell’anno, solo più affollata e con molti più sacchetti dello stesso colore, ma quello succede anche quando ci sono i saldi da Zara, non ci si fa più caso.

Solo una mia amica ha postato delle foto di una roba che poteva essere una galleria d’arte, e che non ho visto fotografata da nessun altro: c’erano delle sculture tipo animali, mostri, creature uscite dalla fantasia di scrittori dell’occulto tipo Salvini, e tutte fatte con roba che sembrava balsa, sai quel legno piatto e leggerissimo che si usa per fare gli aeroplanini e i dinosauri, che li metti insieme incastrando i pezzi senza usare la colla e che in vetrina sembrano solidi e in grado di resistere alle ere geologiche e solo a te vengono fuori tutti traballanti che non li puoi toccare sennò si disfano e finiscono a morire su una mensola sepolti dalla polvere che oltretutto su quel legno lì ci si deposita che è un piacere? Il legno di balsa non so da che albero viene estratto, credo dall’albero della balsa, che sono piante leggerissime e piatte che tagli a fette della forma che ti pare, ma che in giro non si vedono mai perché prima devi scavare sotto quintali di polvere e chi ne ha voglia.

A Genova intanto siamo meno mondani che a Milano, ma un po’ di mondanità ce l’abbiamo anche noi, e questa settimana comincia euroflora, che per chi non è del posto sarebbe una fiera come quella del mobile però coi fiori, ognuno espone quello che conosce meglio, qui c’è la riviera dei fiori e abbiamo l’euroflora, là si fanno un sacco di seghe e c’è il salone del mobile. Anche la nostra città è tutta colorata e ricca di iniziative che rimandano all’attrazione principale, e per farla più colorata qualcuno ha deciso di appendere gli ombrelli aperti.

Come ad Agueda, in Portogallo, dove nel 2011 qualcuno ha avuto un’idea interessante e da allora non c’è città al mondo che non l’abbia ripetuto. Quest’anno è arrivata Genova, e tutti a scattare foto a sti cazzo di ombrelli aperti, che oltretutto siamo andati al risparmio e invece di coprire tutta la strada come nel progetto originale ne abbiamo appesi parecchi meno, e l’effetto tristezza è esploso come una bomba. Ma tanto i genovesi sono persone semplici, vedono un po’ di colore e lo fotografano, vedono un politico nuovo e lo votano, gli sembra sempre tutto nuovo e bello, beati loro.

Solo a Ronco, dove abito io, questo vento di novità non soffia mai, perché stiamo in fondo a una valle cupa e umida dove il cambiamento non riesce ad arrivare, le fiere di design ce le sogniamo e i fiori non hanno il coraggio di sbocciare perché appena va giù il sole torna l’inverno e gelano.

quando a Ronco c’era ancora qualcosa da vedere la gente ci si fermava, altroché! A fare benzina, ma ci si fermava!

Giusto per sentirmi più mondano ieri ho tolto il piumone invernale e ho messo quello di mezza stagione, ma ho dormito col pigiama di flanella perché non mi fido mica.

Dovrei anche mettermi a pulire casa, e invece sto qua a scrivere, ma mi sembra che il cambiamento vada affrontato un po’ alla volta, sennò stufa. D’altronde anche euroflora la facevano ogni cinque anni, poi per sette non si è più fatta, e adesso forse ricomincia e forse è una cosa estemporanea, vediamo se piacerà o no, io voto no, perché questa nuova collocazione ai parchi di Nervi non mi sembra la più adatta: prima la allestivano dentro il palasport, e il suo punto di forza era proprio come riuscivano a trasformare un edificio triste e vecchio e spoglio in una foresta piena di colori, un colpo d’occhio incredibile; ai parchi il massimo che potranno ottenere sarà di migliorare un luogo già bello di suo, capirai che sforzo, e l’effetto dirompente si perderà tutto, la gente tornerà a casa pensando di aver visto qualcosa di carino ma che non valeva i venti euri del biglietto e finirà lì.

Una svolta significativa sarebbe quella di allestire entrambe le manifestazioni a metà strada, tipo a Ronco, che non è a metà strada ma il suo clima tropicale si presta allo scopo: facciamo il salone del mobile nella zona sportiva, che è il punto più umido del paese, poi stiamo a guardare mentre la flora locale prende possesso delle installazioni e crea composizioni naturali che all’euroflora se le sognano; i funghi spuntano dagli sgabelli vintage, le spine si mangiano i lampadari al neon, il muschio e le ortiche coprono il resto. Per dieci euri invece che venti potete aggirarvi liberamente in questi spazi dove natura e design hanno imparato a convivere, e invece della borsetta chic potete portarvi a casa la pleurite.

Frotte di genovesi e milanesi accorrono a visitare il nuovissimo Salone Del Luvego, si accoltellano nel posteggio e alla fine fra morti e ammalati otteniamo un drastico calo del traffico lungo l’autostrada A7 e una vivibilità maggiore nel centro cittadino e nelle spiagge della riviera.

Non so voi, ma per me sarebbe l’estate perfetta.

“Impossibile, qui condile tutto con soia”, “E li mortacci soia!”

Titolo scarso, eh? Pensate che la prima idea è stata “la Cina in cucina”, poi mi sono vergognato.

I cinesi quando si incontrano non si dicono ciao, si chiedono “Nǐ chī le ma?”, che vuol dire “Hai già mangiato?”, e io a un popolo che prima ancora di chiederti come stai ti offre da mangiare non posso che volere un sacco di bene.

A Pechino trovi da mangiare dappertutto più o meno a qualunque ora, i baretti e i ristoranti chiudono tardi, ovunque ti giri c’è un chiosco che cucina roba.

A Wangfujing c’è una strada chiamata Dashamao Hutong che sulle guide viene chiamata “The snack street”. Ci trovi solo bancarelle che vendono spiedini di qualsiasi cosa. I cinesi infilzano ogni specie animale o vegetale, puoi comprare fragole caramellate, calamari grigliati, pezzi di carne la cui origine resterebbe ignota anche alla polizia scientifica, e gli scorpioni.

In effetti tutti parlano di questo vicolo perché è l’unico posto in tutta Pechino in cui puoi trovare gli scorpioni grigliati. Perlomeno l’unico di cui si parla.

L’entomofagia è la pratica di mangiare gli insetti, ma i ragni non sono insetti, quindi si dovrebbe parlare di entomo- e aracnofagia, ma è anche vero che non ha senso cercare un pelo in un piatto pieno di zampette. Questo regime alimentare è diffuso in gran parte del mondo, ma non da noi, che pertanto ci prendiamo la briga di schifarci se a un pranzo di lavoro ci mettono davanti un piatto pieno di larve grosse come mandarini. È successo a una mia amica in una città della Cina in cui si trovava ospite, ed è la sola ragione per cui accetto che i cinesi, davvero, si mangino i bagoni.

Nei dieci giorni di permanenza in Cina non ho mai trovato nessun altro posto al di fuori del vicoletto di Wangfujing, e anche lì i due banchi presenti erano del tutto snobbati dalla seppur numerosa clientela. Inoltre i cinesi che conosco io si farebbero investire da un’auto piuttosto che infilarsi in bocca un millepiedi.

Ma com’è il cibo cinese? È buono? Ero partito prevenuto, abituato al cibo meno che mediocre servito nei ristoranti genovesi, dove fra un all you can eat e un sushi bar (che è come se un ristorante francese facesse la pasta al pesto) ti tocca accontentarti di una quindicina di piatti ibridi, sempre gli stessi ovunque, cucinati peraltro in maniera dozzinale.

Ecco, la cucina cinese originale non è molto diversa, nella sostanza: un sacco di zuppe, con o senza spaghetti dentro (spaghetti di riso o di soia, quelli di grano che mangiamo noi non li usano), diversi tipi di stufato e padellate di verdura, o carne, o entrambe. La cucina al forno non la considerano, non usano la farina di granturco né i derivati del latte come burro e formaggio. Il pane è diffuso, ma come un alimento occidentale, la stessa cosa che succede qui con l’hamburger.

Però, se a cucinarla sono dei cuochi e non dei facchini, la cucina cinese è proprio buona, e il mio primo impatto vero è stato la sera di Natale, quando mi sono seduto al tavolo del prestigioso Made In China.

Che già me lo chiami Made In China e penso che adesso la sedia si rompe e la forchetta è di plastica e il cameriere ha i baffi finti e se guardo dietro la parete di bottiglie preziose scopro che c’è solo una trave a tenerla in piedi e separarla dall’officina allestita dietro, tipo set cinematografico. Made in China, ma dai!

Il tavolo è in un angolo appartato, le luci sono soffuse e il cameriere non ha i baffi. Provo a spingere una parete e non si muove niente, tiro i capelli al tizio seduto al tavolo accanto e sembrano veri anche quelli. Guardo sotto al tavolo, sopra gli scaffali, tiro giù sei o sette bottiglie per cercare telecamere nascoste, non trovo niente. Mi sa che è un ristorante vero.

Allora ordiniamo. Cioè, Shasha ordina, io non so neanche dire buonasera.

Spinaci con crema di senape e semi di sesamo e melanzane al vapore. E io sarei a posto così, ma in quel ristorante sono famosi per l’anatra alla pechinese, il cui nome lascia intuire che non sia il caso di mangiarla in un’altra città.

l’anatra alla pechinese è quella nel piatto

L’anatra alla pechinese è un piatto che risale all’impero Yuan, che sono quelli venuti prima dei Ming, che erano interpretati da Max Von Sydow e amavano to play with things a while before annihilation. Stiamo parlando della fine del 13° secolo, metà del 14°, anche se la sua vera fortuna risale al tardo impero Ming, grossomodo quando Colombo stava in mezzo all’Atlantico cercando di convincere il suo equipaggio che una volta arrivati nel Catai ci sarebbe stato papero arrosto per tutti. Poi è andata a finire come sappiamo, ma intanto a Pechino la corte si godeva questo piatto raffinato, diventato così celebre che neanche trent’anni più tardi apriva il primo ristorante specializzato, Bianyifang. C’è un ristorante in città che porta lo stesso nome: non è proprio lo stesso ristorante, ma è parente, risale alla metà dell’800, ed è comunque il più antico ristorante cittadino.

Noi però avevamo lo sconto al Made In China.

Come si mangia l’anatra alla pechinese?

I cinesi a tavola stanno molto attenti all’igiene, al punto di bere acqua calda perché quella fredda fa male, perciò non vedono di buon occhio infilarsi il cibo in bocca con le mani. Se a casa ognuno è libero di fare come gli pare l’etichetta richiede che qualsiasi pietanza venga consumata aiutandosi con le bacchette o il cucchiaio. Sì, anche gli involtini primavera, e se li mangiate con le mani sappiate che dalla cucina vi stanno guardando come degli zozzoni. È per questo che ogni pietanza nella cucina cinese viene servita già tagliata in bocconcini, compreso il pesce e il pollame.

Scordatevi la coscetta strappata via e rosicchiata con gusto tenendola per l’osso, il piatto tipico di Pechino viene servito a fette in tre piattini: in uno trovate la carne magra, in uno la pelle arrostita e nell’ultimo la carne più grassa. Insieme alla portata principale il cameriere porta delle piccole sfoglie di pane, tipo crèpes, in cui vanno arrotolati i bocconi di carne. A piacere si può aggiungere della cipolla fresca tagliata a bastoncino e della salsa, che sui tavoli non manca mai.

Come viene preparata non ve lo spiego, e neanche lo voglio sapere: una cosa che ho capito della cucina cinese è che dietro quella porta succedono cose che mi farebbero passare l’appetito, a prescindere da quanto sia buono il risultato.

La cena di Natale è stata il momento più elegante dei miei pasti cinesi, ma se devo dire la verità non la più soddisfacente. Non tanto per la qualità del cibo, credo che il Made In China sia il posto migliore in cui mi sono seduto (di sicuro il più caro), quanto per il menu. Perché l’anatra è buona, ma preferisco il pollo. Forse è una questione psicologica, se invece che con Carl Barks fossi cresciuto con Doug Savage i miei sentimenti verso i pennuti sarebbero ripartiti diversamente. A parte che sarei molto molto più giovane.

A Pechino comunque non c’è solo l’anatra, neanche impegnandosi si corre il rischio di morire di fame, neanche se sei vegano, fruttariano, pisquano o adepto di qualche altra aberrazione alimentare. Per dire, volendo potresti nutrirti di cibo italiano ogni giorno senza sederti mai due volte nello stesso ristorante. Per dire, eh? Io per esempio non ci ho neanche mai provato, non mi piace la cucina cinese in Italia, figurati se provo quella italiana in Cina. Metti che mi portano la pasta col cappuccino e non sanno fare bene né la prima né il secondo.

Però ho mangiato in un giapponese straordinario, impraticabile qui a casa, come ho già spiegato più sopra, e in un coreano, novità assoluta per un provinciale come me. Il pollo fritto gangnam style è entrato di prepotenza fra i miei piatti preferiti.

You House, il giapponese spettacolare nell’hutong Wudaoying

Ho fatto anche una colazione vietnamita, ma sulle colazioni gli asiatici hanno tutti qualche problema. D’altronde se non usi burro e zucchero che colazione puoi preparare? Per fortuna, a volersene servire, la capitale è piena di bar in stile occidentale che ti preparano caffè e brioche. Il caffè espresso ormai si trova dappertutto ed è generalmente bevibile, tranne da Starbucks, ma loro sono malvagi e ci odiano, e lo fanno cattivo per dispetto. In un bar di Shanghai ne ho bevuto uno buono, ma così forte che non ho dormito tre giorni. E per prepararlo ci hanno messo un quarto d’ora, giuro, un quarto d’ora per una tazzina di espresso lavorandoci in due. Sembrava che stessero maneggiando una bomba. Il cliente cinese non ha fretta, si prende la tazzina, se la porta al tavolino e la sorseggia come faremmo noi con un bicchiere di vino rosso.

Io e le colazioni non ci siamo trovati in sintonia, devo ammetterlo. La mia testardaggine a non voler mangiare italiano mi ha tenuto lontano dalle sponde sicure; la tipica colazione pechinese a base di jianbing, una frittella arrotolata in un’altra frittella più unta, mi ha reso facile passare direttamente al pranzo senza allontanarmi troppo dai canoni. La cosa più simile alla nostra è la colazione del sud, di cui la mia ragazza è portabandiera, e che comprende gli youtiao: delle frittellone a bastoncino da inzuppare nel latte di soia. Molto vicino alla focaccia nel latte dei nostri nonni (vabbè, nonni..).

Sennò, se siete coraggiosi potete provare il douzhi, succo di fagioli fermentati. Chi l’ha provato dice che odora un po’ di uovo, quindi immagino sia come bere peti.

È passato un po’ di tempo dal mio viaggio in Cina, e buona parte di esso l’ho trascorsa a cercare nella mia città ristoranti che mi offrissero la stessa qualità trovata a Pechino. Che non vuol dire che a Pechino si mangia sempre e solo bene, fuori dal Tempio del Cielo ho mangiato in una bettola infame, e ho mangiato malissimo. L’unica ragione per cui ne conservo un ricordo positivo è che l’ho trovata da solo, sono entrato, ho ordinato e pagato. Non era difficile, parlavano inglese, e come gli inglesi facevano da mangiare: il peggior pasto in dieci giorni di permanenza.

mangiar male a Pechino si può eccome

Ma il resto è stato squisito, e nei tre giorni passati a Shanghai ho scoperto che la cucina del Sud è anche meglio. Ma di quella preferisco parlare in un altro capitolo, se mi venisse voglia di scriverlo.

(magari continua)

Il Pensiero di Renzi Jinping sul Socialismo con caratteristiche toscane per una Nuova Era

Una mattina Renzi si sveglia e scopre di non essere più il segretario del PD. Gli ci era voluto del tempo per accettare di non essere più Presidente del Consiglio, ma col passare dei mesi se n’era fatto una ragione. In fondo, si diceva, sono sempre il segretario del PD, lasciami vincere un’elezione ed è un attimo che torno a governare il Paese.

Quella mattina lì, un lunedì, quindi già brutto di suo, Renzi scopre che le elezioni ci sono state, e non le ha vinte lui. Le ha vinte la destra, e il prossimo Presidente del Consiglio sarà probabilmente Salvini, o Di Maio.

E come se la notizia non fosse già abbastanza grottesca, viene fuori che il suo partito, il PD, ha subìto la sconfitta più disastrosa della storia repubblicana, e adesso gli iscritti vogliono la sua testa su una picca.

Renzi non ci sta, è un combattente, non si arrenderà mai senza lottare, e dichiara guerra al sistema!

Tornerà più forte di prima, si riprenderà il partito e il governo, si farà eleggere anche Papa, se gli gira! Oltretutto Papa Renzi fa sicuramente più simpatia di Paparesta.

Per prima cosa ci vuole un piano. Bisogna capire dove sta andando l’Italia, e proporsi come la soluzione migliore ai problemi del Paese. Sì, ma quali sono? Analizzando i risultati delle elezioni Renzi elabora una risposta.

Intanto per cominciare sembra finalmente fuori tempo la secolare lotta fra fascisti e antifascisti: le due fazioni agli estremi dell’emiciclo parlamentare si sono presentate con diverse liste, ma tutte insieme hanno raccolto meno del 3% necessario a superare lo sbarramento. È evidente che l’Italia, tranne i soliti quattro stronzi, non si considera fascista, e anche i partigiani salvatori della Patria preferiscono stare a casa a guardare Netflix che andare sulle montagne a combattere per la libertà.

Renzi tira un sospiro di sollievo e si toglie gli scarponcini. E anche il fez, che fra l’altro lo fa sembrare un cretino.

ognuno ha il Che che gli pare
(Getty)

Che l’Italia non si senta fascista non esclude che possa..

No, fermo, qui c’è una doppia negazione. Una cosa che Renzi ha capito dai risultati del 4 marzo è che la maggioranza degli Italiani conosce la grammatica per sentito dire, e la sua capacità di concentrazione non supera i 160 caratteri, quindi Renzi dovrà esprimere i suoi concetti in un linguaggio più semplice, o non verrà capito.

Diceva, dunque, che pur non sentendosi fascista, quest’Italia si comporta come tale con una frequenza allarmante: tizi che scendono in strada a sparare ai negri in nome dell’amor patrio, altri tizi che scendono in strada a sparare ai negri perché volevano suicidarsi ma hanno una pessima mira, sindaci che si incazzano perché ad un certo punto i negri scendono anche loro in strada per chiedere di essere tutelati, e rompono due vasi.

Renzi si gingilla per un po’ con l’idea di assecondare questa deriva razzista: in fondo se è questo che vuole il Paese dovrebbe essere un dovere dello Stato assecondare i desideri dei suoi cittadini. Senza contare che un elettore spaventato è molto più facile da convincere di uno che si prende il tempo di riflettere, e oggi come oggi la paura degli immigrati vale il 30% dei voti.

No, non degli immigrati, diciamo le cose come stanno. Dei negri. Perché degli immigrati albanesi, sudamericani o cinesi non frega un cazzo a nessuno, sebbene siano molti di più. L’”Emergenza Albanesi” ormai ha ventisette anni e non se la ricorda più nessuno, l’”Emergenza Rumeni” è più recente, ma è durata da novembre a gennaio, quando è caduto il governo. Siamo andati a votare, ha vinto Berlusconi e i rumeni hanno smesso di essere una minaccia, come già gli albanesi prima di loro.

Renzi decide che non vale la pena assecondare una moda passeggera per raccattare voti, e sparare alla gente non è degno di un Paese civile, non siamo mica la Germania nazista. Se una fetta dell’elettorato aspira a diventarlo non è un elettorato da inseguire, ma casomai da educare. Il populismo paga solo sulla breve distanza, poi ti taglia le gambe.

La prima decisione di Renzi come futuro premier è impopolare, ma necessaria: adottare una politica di sostegno verso gli immigrati.. verso i negri, che punti a favorire l’integrazione dei nuovi arrivati da una parte e a tranquillizzare gli autoctoni dall’altra.

Qui Renzi si ferma un attimo per spiegare ai leghisti che “autoctono” significa “originario del luogo”. Loro, in parole povere. Gli italiani.

Questa parola gli fa venire in mente un altro punto importante del suo programma: italiano è chi nasce in Italia, non importa la nazionalità dei suoi genitori. Punto.

Siamo un popolo di vecchi, se non troviamo un sistema per rilanciare la natalità fra sessant’anni ci saranno due milioni di puri italiani veri a contendersi chilometri quadrati di territorio abbandonato e improduttivo, gridandosi terrone a distanza.

“Ma così viene minacciata la nostra integrità razziale”, bercerà dalle pagine di qualche giornale un emulo di Himmler

Renzi telefona a Salvini per spiegargli che emulo vuol dire “seguace, imitatore” e che Himmler.. vabbè, quello lo sa di sicuro, sennò l’alleanza con Casapound finiva ancora prima di cominciare. Le basi, Matteo! Le basi!

Comunque Renzi non ne ha voglia di spiegare perché questa teoria della deitalianizzazione è una cazzata, è talmente assurda che se hai bisogno di fartela spiegare significa che non sarai mai in grado di capirla. Vota quegli altri, fai prima.

E già che ci sei portati dietro gli antivaccinisti.

A proposito: le due forze politiche di maggioranza hanno inseguito il consenso così in basso da mettere in pericolo la salute pubblica avallando le cazzate medievali professate dai no vax. Questo non è solo cinico, è criminale.

I diritti umani occupano una buona parte del programma di Renzi, ma d’altronde prima che cittadini siamo esseri umani, e il nostro benessere dovrebbe essere l’ambizione principale di ogni governo, sennò non fondi uno Stato, apri una sala scommesse.

“Ma non è di soli diritti umani che vive uno Stato!”, esclama Renzi. Poi si appunta la massima su un quadernetto dalla copertina rossa pieno di idee per rilanciare l’economia e il sistema giudiziario e la legge elettorale e la finisco qui che se ve le sto a spiegare tutte facciamo notte.

ognuno ha la first lady che gli pare
(sempre Getty)

Una volta coperti tutti i punti del programma, Renzi si presenta alla più vicina sede del PD per cercare di convincere il partito a riprenderlo con sé.

Non gli aprono neanche, ma è probabile che non abbiano sentito il campanello: da fuori si sentono schiamazzi e porte che sbattono. Ad un certo punto si alza chiara e tonante la voce di Casini che urla: “Compagni! Ordine!”. Subito dopo dal portone esce Berlinguer in lacrime.

Renzi capisce che ormai lui e il partito si trovano su due strade diverse, e che deve rifondare un nuovo movimento, partendo dalla strada.

Rifondare è una bella parola, pensa Renzi, starebbe bene nel nome del partito. Decide così di chiamarlo Partito della Rifondazione Renziana. La tomba di Cossutta esplode.

Dopo la fondazione arriva il momento di farsi conoscere dall’uomo della strada, Renzi si mette a fermare persone a caso per sottoporre al loro giudizio il suo programma.

La prima signora che ferma ha votato 5 Stelle e gli dice PDiota.

La seconda persona è un leghista che lo accusa di avere portato i negri.

La terza è un elettore del PDL che gli da del coglione a lui e a tutti quelli che votano a sinistra.

La quarta è uno di Casapound che lo mena.

La quinta è uno di Potere Al Popolo che gli sputa in faccia.

La sesta è uno del nuovo Partito Comunista che gli sputa in faccia.

La settima è Bersani che se non glielo levano da sotto lo disfa.

L’ottava è Casini che lo chiama compagno.

Renzi capisce che bisogna cambiare strategia. In questi anni il partito si è allontanato dalla gente, ha smesso di ascoltarla, e questa si è rivolta altrove. È una storia cominciata tempo fa, quando gli operai votavano Berlusconi, che è come se un cinghiale si facesse la licenza di caccia.

Per la sua nuova strategia Renzi si fa crescere la barba, indossa un parka e va ad aspettare gli operai che finiscono il turno di pomeriggio, fuori da una grossa acciaieria siciliana. Perché è soprattutto il Sud a essere stato trascurato da tutte le forze politiche, perciò sarà da lì che ricostruirà il suo feudo.

Va a chiedere udienza al primo gruppetto che esce dal cancello, coi fogli ciclostilati in mano da vero comunista old staila si avvicina e li interroga.

“Ragazzi, volete il programma di Rifondazione?”

Per uno strano imbarazzo non se la sente di rivelare il nome completo del partito.

Quelli lo riconoscono lo stesso, ma invece di sputargli strabuzzano gli occhi:

“Mii! Ancora campagna elettorale?? Ma siamo appena andati a votare, che è?”

“È che questi partiti non riusciranno mai a formare una coalizione e andare al governo senza di me, quindi si andrà per forza a nuove elezioni. Mi sto solo portando avanti.”

“Vabbè, ma se votiamo di nuovo mica vinci te”, gli dice uno.

“Capace che stavolta pigli il 2%”, aggiunge l’altro.

“Vedete? È per colpa di questo disfattismo che il partito continua a perdere consenso. Non volete capire! Certe volte mi viene voglia di andarmene davvero e lasciarvi da soli a risolvere i vostri casini. Ma sono troppo buono, è il mio problema.”

“Mi sa che il tuo problema è la democrazia”, gli dice un anziano con un po’ di panza.

“Ma figuriamoci! Ma se abbiamo fatto anche le primarie per decidere chi sarebbe stato il segretario! E primarie vere, mica come quelle dei gril..”

“Democrazia nel senso del termine”, lo interrompe quello. “Democrazia inteso come governo del popolo. E il popolo ti ha fatto capire chiaramente che non ti vuole. Ma tu non te ne vuoi andare.”

“Ma perché non volete capire! Non c’è futuro senza di me, io sono l’unico che può traghettare il partito e tutta la sinistra fuori dal baratro! Io..”

“Hai perso. E non lo vuoi ammettere, vuoi restare lì. Ma non è un problema tuo, eh? Sono anni ormai che il partito ha smesso di ascoltare gli elettori. E alla fine gli elettori si sono stancati di parlare al vento. Io sono sempre stato comunista, fin da ragazzino. Figurati che quando stavo a Palermo ascoltavo Radio Aut. Poi avete cominciato a cambiare, e per un po’ vi sono venuto dietro. Ma non si poteva più, tutte le volte era un po’ più difficile. Un paio di volte mi avete fregato col ricatto che se non vi votavo vinceva Berlusconi, ma sto trucchetto non può funzionare sempre, no? Ad un certo punto dovete anche proporre qualcosa. E se qualcuno provava a cambiare lo isolavate. Perfino tu all’inizio sembravi una novità positiva, e guarda come ti sei ridotto. Adesso mi sono scocciato, ho votato i 5 Stelle. Perché sono quello che era il mio partito all’inizio, e magari loro non finiranno per inseguire il potere e basta.”

A sentir paragonare i 5 Stelle al Partito Comunista Renzi si inalbera, anche se lui di comunista non ha mai avuto neanche i nonni, ma essere il segretario di partito ti obbliga a indossare certi abiti che poi diventa difficile togliere.

“Come fai a paragonare questi populisti ignoranti col Partito? E gli ideali? E il progresso? Noi abbiamo lottato per l’aborto, per il divorzio, per le pari opportunità, loro cos’hanno fatto?”

“Voi avete lottato?”, gli grida in faccia l’anziano con la panza, “Voi? Ma che cazzo di lotta hai fatto tu a parte quella per tenerti la poltrona? Dov’è che il tuo partito ha soltanto immaginato qualcosa di sinistra?”

“Vi abbiamo dato i matrimoni gay! Eravamo a tanto così da darvi anche lo ius soli!”

“Ma non l’avete fatto! E i matrimoni gay mi pare il minimo, eravamo rimasti solo noi! Perfino Spagna e Irlanda hanno ottenuto questi diritti! E non mi dirai che sono paesi dove la chiesa non ha nessun peso! La devi ascoltare la gente, Renzi! La gente vuole un partito comunista vero, non questa porcheria!”

“Ce l’avevano. A queste elezioni ne avevano anche più di uno, e non li hanno votati. Hanno votato tutti i 5 Stelle. Perché non li hai votati tu?”

“Perché erano quattro scappati da casa. Io voglio un partito che sappia stare nel suo tempo, se volevo i maoisti andavo a vivere in Cina.”

“Comunque ho capito i miei errori. Per questo ho deciso di uscire dal PD e fondare un nuovo partito a mia immagine e somiglianza. Volete leggere il programma?”

“E faccelo leggere, dai.”

Renzi allunga al gruppetto i suoi fogli ciclostilati e quelli si mettono in cerchio con la testa bassa a rimuginare fra loro.

“Oh ma questo è un programma di sinistra bello tosto, ma che è?”

“Ho capito che non possiamo essere un ibrido né carne né pesce, dobbiamo schierarci. E allora ho preso una posizione netta.”

Gli operai sembrano convinti, sorridono un sacco. L’anziano con la panza gli dà una pacca sulla spalla e gli dice che magari stavolta ci pensa. Intanto si sono avvicinati altri personaggi, che ricevono il programma e si mettono a leggere. In pochissimo tempo il partito di Renzi sembra essersi guadagnato un discreto numero di simpatizzanti.

Poi uno gli domanda:

“Sì, vabbè, ma non è che il governo te lo puoi fare tu da solo. Chi chiami a darti una mano?”

“Eh ci ho pensato a lungo. Ho capito che il Paese chiede facce nuove, non importa la loro esperienza, basta che non siano gli stessi che lo hanno ridotto in questo stato. È per questo che ha avuto tanto successo il partito populista, perché è fatto da sconosciuti, gente non ancora toccata da nessuno scandalo. La gente vuole un rinnovamento, e io ho intenzione di darglielo. Sono o non sono il Rottamatore?”

“Eh, e quindi chi ci metti?”

“Mia zia. Non è mai stata in politica ed è una bravissima persona. E anche suo marito, se avesse voglia di partecipare al progetto. Poi ci sarebbe il mio parroco, da sempre impegnato nel sociale. Al mio meccanico vorrei assegnare il ministero dell’economia, perché dovreste vedere come ha tirato su l’officina che ha rilevato tre anni fa..”

Il sole tramonta dietro le ciminiere, e sul piazzale le ombre si allungano. Mentre Renzi snocciola la sua lista di rappresentanti di specchiata probità e cieca appartenenza alla sua causa il gruppo di operai si disperde. Ai loro piedi tante palline di carta, bianche come lapidi. Ognuna la tomba di un ideale, l’incarnazione di un partito che è morto mille volte e non rinasce mai, ma non per questo smette di morire.

 

ci vediamo in piazzetta

Piazza Tien An Men, che poi sarebbe Tiān’ānmén, che poi non sarebbe neanche il nome della piazza, ma dell’edificio che su di essa si affaccia e costituisce l’ingresso principale alla Città Proibita, è stata la piazza più grande del mondo finché non ho scoperto che ne esistono altre sei molto più grandi di cui cui ignoravo l’esistenza, ma resta una piazza molto più importante di quelle sei piazze puzzone capaci solo di allargarsi a dismisura per due ragioni storiche.

Fu qui, infatti, che il 1° ottobre 1949, Máo Zédōng si affacciò alla terrazza, e come tutti i leader che si affacciano alla terrazza diede il via a un radicale cambio di gestione: via il Guómíndǎng e la sua cricca, che si rifugiò a Taiwan da dove proclamò la Vera Repubblica Cinese Di Cui Non Frega Un Cazzo A Nessuno, dentro il Partito Comunista Cinese e la sua cricca, che da allora trattano il Paese come una cosa loro esattamente quanto quelli di prima e di prima ancora e su e su fino all’Imperatore Giallo, padre di tutto il popolo cinese.

i parrucchieri cinesi sono persone davvero bizzarre (foto wikipedia)

Mao in cinese vuol dire gatto, e quando mai si è visto un gatto fare qualcosa per gli altri?

Poi non è vero, gatto si scrive , mentre il padre della rivoluzione si scrive , che vuol dire capelli, ma il discorso vale lo stesso: avete mai visto dei capelli fare qualcosa per gli altri?

La sua salma mummificata è esposta in un edificio al centro della piazza dove non mi hanno lasciato entrare perché, in quanto blogstar internazionale, sapevano delle mie posizioni critiche verso il governo cinese, e se credete alla versione ufficiale per cui ho tentato di entrare con lo zaino, proibito dal regolamento, siete dei gonzi.

Comunque ho visto le foto, non è niente che trent’anni di chirurgia estetica sulla faccia di Berlusconi non ci abbiano già mostrato.

Del secondo episodio importante avvenuto in piazza Tiān’ānmén ho già accennato: nell’aprile del 1989, in seguito alla morte del segretario generale di partito Hu Yaobang, considerato un riformatore, gli studenti accusarono l’ex leader Deng Xiaoping di averlo deposto perché contrario alla sua politica dittatoriale, e scesero in piazza per chiedere più libertà di informazione. Nello stesso periodo, in Unione Sovietica, Gorbaciov stava dando il via a quel processo che di lì a pochissimo avrebbe fatto svanire la Cortina di Ferro. Anche gli studenti di Pechino volevano essere parte di quella rivoluzione, e con loro anche alcuni membri del Partito. Hu Yaobang era stato uno di quelli, e da Segretario Generale aveva avviato un processo di modernizzazione del Paese che comprendeva più diritti per i suoi cittadini. Nel 1987 Deng Xiaoping, che pur non ricoprendo cariche centrali restava di fatto il padrone di casa, lo destituì fra molte polemiche, lasciando chiaramente intendere che lui con le riforme tutte le mattine dopo colazione, specie se stampate su carta non troppo spessa. Alla morte dell’ex Segretario Generale non si ebbe alcuna riabilitazione da parte del Partito, e questo, oltre a un generale malcontento, suscitò la protesta degli studenti, che presero a radunarsi in piazza Tien An Men davanti al palazzo governativo, pretendendo democrazia. Le proteste si estesero in tutta la Cina, si ebbero degli scontri, che aizzarono ancora di più i manifestanti e ne fecero aumentare il numero. Durante la visita del premier sovietico la piazza era assediata al punto che la delegazione dovette entrare nel palazzo del governo da un ingresso laterale. Il 19 maggio il vertice del Partito Comunista Cinese si riunì per imporre la legge marziale in città. Prima di allora una sospensione delle garanzie costituzionali e il divieto di raduni pubblici erano stati imposti un mese prima a Lhasa, in Tibet, in seguito a disordini che provocarono la morte di numerosi manifestanti.

qui è dove a Deng ha iniziato a stringere il culo (foto Getty)

Una misura estrema non viene mai praticata nella storia di uno Stato e poi due volte di fila in un mese, di cui una nel centro della capitale. Qualcosa stava decisamente scappando di mano.

L’allora segretario generale Zhao Ziyang, appartenente all’ala riformista del Partito, tentò di evitare che la situazione degenerasse, arrivando a incontrarsi con gli studenti e chiedendo loro di andarsene per la loro sicurezza, ma non venne ascoltato.

Era in corso una spaccatura ai vertici, e questa indecisione si rifletteva all’esterno: l’esercito era stato mobilitato, ma non sembrava intenzionato ad agire; stava in periferia, bloccato da più di un milione di cittadini che erano scesi in strada per manifestare il loro sostegno agli studenti in piazza. Pechino, in quei dodici giorni che seguirono la proclamazione della legge marziale, non sembrava più avere un leader.

Alla fine vinsero i falchi. Zhao Ziyang venne condannato agli arresti domiciliari a vita, e con lui tutti i riformisti del partito. Il 3 giugno l’esercito si fece strada con la forza e si presentò in piazza Tien An Men. Il resto lo sapete, ma se dovesse servire un ripasso questa è la testimonianza di uno studente la sera che i carri armati entrarono in piazza.

Per scrivere questo paragrafo mi sono letto un bel po’ di articoli dall’archivio di Repubblica di quei giorni. È un po’ triste notare come tutti i giornalisti di allora vedessero come inevitabile la vittoria della democrazia, magari a lungo termine. A trent’anni da quegli eventi, all’ultimo congresso del Partito, il “pensiero di Xi Jinping”, l’attuale presidente, entra di fatto nella Costituzione. Le sue teorie e i suoi progetti per il futuro sviluppo del Paese sono state inserite nella carta costituzionale come già avvenne per Mao e per Deng Xiaoping (ma per lui l’inserimento avvenne dopo la sua morte). Questo significa, fra le altre cose, che la sua posizione al governo si fa ancora più potente, che opporsi al suo pensiero significa andare contro la Costituzione e quindi contro il Paese, e che nessuno crede davvero che se ne andrà alla fine del suo mandato, come fecero i suoi predecessori, quando questo avverrà nel 2022.

Intanto l’anno scorso l’ultimo cinese a ricevere il Nobel per la Pace è morto in carcere, cosa che non succedeva dai tempi del nazismo.

cambio della guardia

Per entrare in piazza Tien An Men bisogna superare un controllo: c’è un gabbiotto in cui si entra a due per volta, ti controllano i documenti, ti fanno mettere lo zaino sul nastro e ti fanno passare. Quando ci sono arrivato io il giorno di Natale era pomeriggio, faceva molto freddo e iniziava a fare buio. Saremo stati quattro o cinque a superare il controllo, e a me è toccato un tizio giovane con la faccia simpatica che non indossava neanche la divisa. Mi ha chiesto qualcosa in cinese, gli ho risposto in inglese che non capivo, si è messo a ridere e mi ha lasciato passare. Ho notato spesso questa tendenza a liberarsi del problema facendo finta di non vedere, ma anche quando entri in metropolitana e c’è un funzionario con la paletta che dovrebbe perquisirti lo fa in maniera estremamente sommaria, e il suo collega allo scanner dei bagagli spesso dorme.

Verrebbe da chiedersi che senso ha mettere su un sistema di controllo così capillare se poi è solo di facciata, ma anche da noi la sicurezza viene sbandierata soprattutto a destra, e ormai la Cina di comunista ha solo il nome.

Peraltro il gabbiotto in cui avvengono i controlli si trova alla medesima altezza del punto in cui il rivoltoso misterioso fermò la colonna di carri armati, quel giorno là. Fa un casino contrappasso dantesco.

Essendo un luogo molto vicino a dove lavora la mia ragazza, e di conseguenza a quel regno del cibo di cui ho parlato la volta scorsa, la piazza è diventata una meta abituale. Ci sono tornato per visitare il Museo Nazionale, per entrare nella Città Proibita, e sopratutto per farmi i selfie stufi: in pratica mi metto davanti a un punto riconoscibile e mi faccio una foto mentre sbuffo o mi caccio due dita in gola. Manifestare il proprio disappunto in vacanza è sempre un momento di grasse soddisfazioni.

viva la revolución,
più o meno

In piazza Tien An Men c’è poco da scegliere, il punto più interessante è l’oleografia di Mao appesa alla Porta.

Quello che non mi aspettavo era che il mio gesto mi avrebbe fatto diventare una celebrità. I cinesi si fermavano a guardarmi, qualcuno mi indicava agli amici, qualcuno rideva. Diversi mi hanno fatto la foto. Se fra questi ci fosse qualche agente in borghese lo scoprirò quando andrò a richiedere il visto per tornare a Pechino, il prossimo agosto.

Lo so, avrei dovuto aspettarmelo, d’altronde sono una blogstar internazionale che ha preso posizioni durissime contro il governo cinese, e vedermi lì a sbuffare in faccia al simbolo stesso del Partito non poteva che essere interpretato come un gesto di sfida all’ordine costituito.

Li ho sentiti borbottare frasi di stima, chi elogiava la mia audacia, chi l’irriverenza.

“Oh, l’intrepido!”, dicevano. “Oh, il monello!”, “Oh, lanciostory!”. Questi ultimi non ho capito bene a cosa si riferissero, forse è un termine cinese per i dissidenti che hanno un blog su cui ogni tanto postano anche racconti di fantasia.

Il mio gesto di sfida avrebbe avuto un seguito? Sarei stato io la miccia che avrebbe fatto esplodere la nuova Primavera Cinese?

Dopo dieci minuti che non era ancora scoppiato niente mi ha pigliato freddo e me ne sono andato.

Passando nuovamente davanti al gabbiotto del controllo ho ritrovato il tizio di prima, che stava fumando una sigaretta. Mi ha salutato con un cenno della mano.

Un post condiviso da Pablo Renzi (@grugef) in data:


(continua)

di cosa parliamo quando parliamo di Cina

Prima di partire mi sono documentato un minimo, ho comprato una Lonely Planet e fatto una lista delle cose che avrei voluto vedere, ma devo ammettere che non ci ho trovato niente di irrinunciabile, l’arte orientale non mi ha mai preso più di tanto. Quello che mi affascinava era la gente, come vive in una città che da sola è grande quasi come il Lazio (16.808 km² contro 17.232), governato da quella che di fatto è una dittatura. Ho letto un po’ di articoli per niente rassicuranti su quartieri demoliti dall’oggi al domani, persone arrestate, inquinamento feroce, temperature polari.

Quando sono arrivato alla fila per il controllo passaporti avevo in mente tutte queste cose, mi sono sentito indifeso, come se fosse bastato uno scazzo dell’addetto alla dogana per farmi chiudere in uno stanzino in attesa del volo di ritorno. E poi avevo mal di testa, il telefono inutilizzabile, un panino mangiato a bordo così cattivo che capisco quando la Russia cerca di abbatterli, gli aerei ucraini.

Dopo quella che mi è sembrata un’eternità la signora che mi ha controllato il passaporto è stata gentile, mi ha sorriso e liquidato in un attimo. Sotto la sua postazione cinque bottoni con le faccine mi permettevano di assegnare un giudizio al servizio ricevuto. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo a pigiare la faccia triste, forse mi avrebbero deportato? O avrebbero deportato lei? Nel dubbio ho scelto quella sorridente, e sono entrato in Cina.

Pablo Polo raggiunse il Catai dopo un viaggio assai avventuroso attraverso l’Ucraina e un sacco di paesi che finiscono in -stan.
Appena giunto chiese udienza all’Imperatore, che viveva a Pechino nella Città Proibita, ma la lista di attesa era lunga, e venne alloggiato presso la dimora di uno degli uomini più influenti del Paese, il Mandarino Yu.
Costui era un funzionario di grande potere e capacità, tanto che l’Imperatore gli aveva assegnato l’amministrazione di Shanghai, il porto più importante del regno, e lì si era trasferito.
Nella dimora pechinese stava sua nipote, la Clementina Yu, che si prese in carico l’ospite.

Il giorno di Natale mi sono svegliato da solo. Fuori, in cucina, stazionava il Coinquilino, una creatura mezza umana e mezza turca trasformata in statua di cera mentre cazzeggiava su youtube. È così da allora, occupa mezzo tavolo col suo portatile e fuma una sigaretta dietro l’altra per fedeltà al detto “fumare come un turco”. Quando ti serve il tavolo devi solo spostarlo un po’ più in là, lui non si oppone.
Comunicare non è stato facile, quando mi sono presentato mi ha risposto Yup, come Pippo. Ho pensato che fosse il suo modo di dire “sì vabbè, mollami che ho da fare” e non ho insistito. Inoltre Shasha mi aveva disegnato una piantina con le indicazioni per raggiungere la metropolitana, e in tasca avevo la mappa e la guida. Stavo in una botte di ferro.
Avevo anche solo venti euri nel portafoglio e ignoravo se il mio bancomat potesse funzionare in quella parte di mondo, ma avevo anche la carta di credito, e quella sono sempre tutti felici di prendertela e clonarla con comodo nel retrobottega.
Insomma, sono uscito, intrepido come Saturnino Farandola.

Alla luce del giorno il quartiere non sembrava male: vecchi palazzi, qualche edificio basso, un po’ di verde. Una scuola, una stazione della polizia, un supermercato, tutti collegati fra loro da un intrico di cavi rivestiti di gomma nera che un po’ seguivano la strada e un po’ la scavalcavano, raggomitolandosi contro le pareti come bisce. Non sapevo cosa ci passasse dentro, se elettricità o fili del telefono, ma facevano un bel po’ impressione.

Il palazzo dove abita Shasha è in centro, ma parlare di centro in una città così grande è un po’ vago.
Pechino si è estesa in cerchi concentrici intorno alla Città Proibita, che di fatto è il centro della città, la Zona 1. Tutto quello che ci sta intorno è diviso in aree più o meno circolari, delimitate da strade a scorrimento veloce del tutto simili ai raccordi anulari che circondano Roma.
La mia ospite vive nei paraggi di uno di questi stradoni, a ridosso della Zona 2. Da casa sua a Piazza Tien An Men ci vogliono 40 minuti a piedi, ma buona parte del percorso la impieghi per passare sotto lo svincolo e girare intorno alla “Torretta d’angolo sudorientale della città di Pechino” (北京城东南角楼), traduzione offertami da Google Traduttore quando ho cercato di capire cosa fosse quell’edificio che mi si stagliava davanti e mi ostruiva il passaggio.

tipo la casetta giocattolo che tuo nipote tiene in giardino, ma grande come il palazzo dove abita tuo cugino, ma non quello scemo, l’altro

Torretta, me la chiama. Ho visto caserme più piccole. Ma Pechino è un po’ tutta così, le dimensioni delle strade ti fanno sempre pensare a parate militari, le parate militari mi riportano sempre a Tank Man, lo sconosciuto in camicia bianca che il 5 giugno del 1989 fermò una colonna di carri armati lungo il Viale della Pace Eterna, come venne tradotto dai giornalisti. Il nome vero non so quale sia, ma era dove stavo cercando di arrivare quel pomeriggio di sole, ci lavorava la mia ragazza e avevamo una cena prenotata nel suo hotel.

Superata la Torretta mi si è aperta una strada piena di negozietti che vendevano cibo, fra cui uno con la stessa insegna bianca e rossa di KFC, ma al posto del colonnello Sanders c’era il Signor Lee, che vendeva noodles. Sul lato dove camminavo io, invece, due grossi alberghi internazionali.

Non era facile camminare così fuori dalla mia comfort zone: fermare sconosciuti, comunicare a gesti era qualcosa di cui avrei fatto volentieri a meno, ma c’ero costretto, non ero sicuro di trovarmi sulla strada giusta, e quando sei povero e impossibilitato a chiedere aiuto approcciare un passante e mostrargli la cartina diventa di colpo facilissimo. Mi stava anche venendo fame, ma non abbastanza da entrare in un ristorante e violentarmi così a fondo da dover gesticolare frasi come “cosa posso mangiare?”, “accettate il mio bancomat?”, “non so come altro pagare”, “la prego non chiami la polizia!”, “non è colpa mia, ho mangiato a mia insaputa”.

Fuori dalla stazione ho incontrato tre ragazze che parlavano italiano. Sembravano più perse di me, così mi sono avvicinato. Una viveva lì, stava accompagnando le sue amiche all’hotel, e quando le ho raccontato cosa stavo facendo mi ha offerto il suo telefono per chiamare Shasha. Ho rifiutato, volevo cavarmela da solo, dopotutto si trattava soltanto di camminare nella giusta direzione per mezz’ora, ma la verità è che mi faceva sentire come entrare in un ristorante e tentare una conversazione di cui sopra. Qualcosa di troppo difficile, o troppo esposto, o non lo so. Se lo sapessi non me lo porterei dietro da quando sono nato, credo.

Ho ripreso a camminare, e dopo poco ho trovato un bancomat, ci ho infilato la tessera dentro e quello me l’ha restituita dicendo sorry. E lì mi sono un po’ preoccupato.

mi spiace,
il pollo flitto è finito

Ma la cartina parlava chiaro, dalla stazione vai dritto fino a incontrare il grosso viale che ti porta a piazza Tien An Men, non puoi sbagliare. Dovevo solo fermarmi prima.
Ho ripreso la marcia, e dopo poco sono arrivato all’incrocio. C’era un vigile, gli ho mostrato la mappa, gli ho indicato il punto in cui pensavo di trovarmi, gli ho indicato me e lui. Ha capito e fatto di sì con la testa. Gli ho indicato dove dovevo andare, ha alzato un braccio e borbottato qualcosa mentre lo puntava di là. Perfetto.

Mentre camminavo sotto dei palazzi che per forma e dimensioni somigliavano a castelli futuristi osservavo le macchine che mi sfilavano accanto, lungo il viale a venticinque corsie che arriva in piazza Tien An Men e che onestamente non ho voglia di vedere come si chiama. A Pechino hanno tutti auto di grosse dimensioni, tre volumi, nessuna utilitaria, nessun fuoristrada. Non sono tutte berline lussuose, la maggior parte sembrano avere già una decina d’anni e appartenere a una fascia economica, ma a quanto pare non ci sono problemi di posteggio in questa città.
Oltre alle macchine un casino di scooter elettrici che ti arrivano dietro e non li senti, e vabbè, le bici. Le bici sono ovunque, le raccogli da terra o appoggiate ai muri, ci sblocchi il lucchetto col codice che ottieni via telefono e te la usi finché ti serve, poi la riblocchi e la molli dove capita; se c’è posto in uno dei portabici che trovi ovunque, o in un posteggio apposito, sennò contro un muro o in un’aiuola.
Lungo il mio avvicinamento alla stazione ne ho scavalcate diverse, mollate sotto la superstrada che ho dovuto aggirare, vicino a casa.

Alla metro di Dongdan ho trovato un’altra banca, e stavolta mi sono avvicinato alla macchinetta con fare meno smargiasso, per non intimorirla. Ha funzionato, sono riuscito a ritirare 1000 yuan, pagando per commissione solo un rene. 1000 yuan sono 128 euri, grossomodo.
Col cuore leggero di chi apre il bigliettino sotto il tergicristalli e scopre che è la pubblicità di un’immobiliare, mi sono arrampicato su per le scale dell’hotel dove lavora Shasha, un edificio gigante in vetro e acciaio con una grossa fontana davanti all’ingresso.

Lei era sulla porta, preoccupata come una mamma il primo giorno di scuola di suo figlio. Di più, come se la scuola fosse a dieci chilometri di distanza, raggiungibile solo a piedi attraverso un territorio soggetto a bufere di neve e abitato solo da lupi. Lupi stupratori, oltretutto. E malati di aids.

Quando mi ha visto ha detto “Ah, eccoti, ho telefonato a Eyup e mi ha detto che eri già uscito”.
Ah, quindi è il suo nome, non stava facendo dei versi.
Ci sono rimasto anche un po’ male, ma poi mi ha fatto cenno di seguirla nella food court.

L’hotel si trova in un edificio molto molto grande in cui è situato anche un centro commerciale lussuoso, suddiviso in tre piani. A quello inferiore, sotto il livello stradale, si trova la food court: un intero piano dedicato esclusivamente a ristoranti e take away. Considerato che l’edificio è 100.000 metri quadrati è come entrare in un ristorante grande un quarto della Città del Vaticano.

“Cosa vuoi mangiare?”, mi ha chiesto mentre entravamo in un recinto di banchetti fumanti.
“Qualsiasi cosa”, le ho risposto. Nel senso che volevo mangiare ogni piatto, assaggiare ogni pietanza, riempirmi ogni centimetro quadrato di stomaco con alimenti il più lontani possibile da quelli con cui mi nutro di solito. Mi sono guardato intorno con avidità, cercando una rivendita di esotismo, ma la mia ospite aveva già deciso dove portarmi, e mi ha fatto sedere a un tavolino appartato. Mi sono trovato davanti una zuppa con gli spaghetti, (汤面- tāngmiàn) in Oriente esistono migliaia di ricette per fare la zuppa con gli spaghetti, se non parli la lingua capisci di quale zuppa si tratta solo quando ci infili le bacchette dentro e tiri su qualcosa di solido. Può essere un pezzo di carne, una rana, un piede umano, la figurina di Bistazzoni che ti mancava per finire l’album. Insieme alle bacchette ti danno anche un cucchiaio, per il brodo e per aiutarti a tirare su meglio gli spaghetti, nel caso non fossi un mago con le bacchette.
“Scusate, ma io e le bacchette ci frequentiamo da anni, potrei eseguire un’operazione chirurgica a cuore aperto usando solo un paio di bacchette, la serie tv McGyver si è ispirata a me per la mia eccellente manualità, grazie”, ho sogghignato allontanando il cucchiaio, e mi sono lanciato sugli spaghetti come uno che ha appena fatto Milano-Pechino però a piedi e digiuno.

“Ehi guarda, c’è anche il mio bar preferito!”

Quando ho finito la cameriera ci ha sostituito il tavolo perché il nostro era da strizzare.

Anche la mia ragazza era fradicia, e puzzava di brodo. Oltretutto era in pausa pranzo, avrebbe dovuto tornare a lavorare e incontrare un ospite importante tipo il presidente dell’associazione Nemici Di Quelli Che Mangiano Il Brodo, e per questo era così incazzata che mi ha lasciato.

Per fortuna i camerieri cinesi, a differenza dei loro pari portoghesi, sono estremamente servizievoli, e appena la mia ormai ex ragazza ha lasciato il locale si sono presentati in due con una nuova ragazza sottobraccio e me l’hanno fatta sedere davanti.
“Questa è la sua nuova ragazza, signore”, mi ha spiegato la cameriera. “Per evitarle correzioni ai post precedenti gliene abbiamo trovata una con lo stesso nome, solo scritto diverso. Quella di prima si scriveva 沙沙, e indicava il suono che fa la pioggia quando cade, questo si scrive 杀杀 e vuol dire uccidi uccidi”.
Avrei dovuto stare più attento.

(continua)

沙沙

24 agosto 2016.
Entro in casa e c’è una ragazza orientale che svuota la lavatrice. Non mi preoccupo, non è mia né la casa né la lavatrice, sono in vacanza a Praga, e lei dev’essere la ragazza che occupa la stanza accanto alla mia, dove prima stava la coppia di americani stronzi.

Penso subito “Ragazza orientale carina”, e mi parte il film che mi ha accompagnato lungo tutta l’adolescenza, a base di avventure esotiche, principesse asiatiche e robottoni. A dire la verità lei somiglia più a Boss Robot che alla Principessa Aurora, ma quando sono diventato troppo grande per i robottoni ho iniziato a farmi un altro film che aveva per protagonista Winnie The Pooh, e da allora ho mantenuto un debole per le ragazze bassine.

La biancheria che sta tirando fuori dalla lavatrice è la mia, e non amo che una ragazza armeggi con le mie mutande se non ci sono io dentro, così le do una mano, e mentre stendo i panni iniziamo a chiacchierare.

la Cina è uno stato mentale

Si chiama Shasha, e questa storia l’ho raccontata qui.

25 dicembre 2017.
Scendo dall’aereo ed è come tutte le altre volte, il tizio all’imbocco del tunnel indossa il giaccone con le bande rifrangenti, la hostess mi augura un buon soggiorno, mi incammino per un corridoio anonimo, ma stavolta non è come tutte le altre, sono a Pechino, e fuori ad aspettarmi c’è la ragazza di cui sono innamorato.

Rido per l’assurdità di questa situazione, di tutte le cose pazzesche che ho fatto mettermi con una che sta a mezzo mondo di distanza è di sicuro la più strampalata. E di sicuro la più eccitante: non credo di essere mai stato così lontano da casa, in un posto più diverso.

Non so neanche come raccontarla questa storia che cambia continuamente e non mi lascia il tempo di misurarla. Adesso che ne parlo è già diversa da quella di cui sto raccontando, e forse è giusto che abbia come sfondo una terra che sta cambiando in fretta e una lingua fatta di segni che non so leggere.
Magari quando mi troverò a raccontare quel che sto vivendo oggi lo farò dall’esterno di una vicenda già conclusa, e tutti questi discorsi mi sembreranno ingenui, ma adesso, se ripercorro quella poca strada che abbiamo fatto insieme, se penso all’insieme di coincidenze che mi hanno portato al qui e ora, non posso fare a meno di trovarci una sorta di predestinazione.E in quella notte di natale, in quel brevissimo momento scollegato da tutta la burocrazia e l’attesa dei bagagli e il caos e gli episodi che seguono, in quei tre passi fra quando scendi dall’aereo e quando entri nel cordone ombelicale che lo collega al terminal, in quella manciata di secondi che è l’essenza del viaggio, io mi sento il padrone del mondo.

il vostro viaggio comincia qui

Ho anche importato illegalmente del formaggio e c’è un poliziotto che mi fa cenno di passare la valigia nello scanner. Ochei, l’amore mi rende invincibile, ma dubito che mi ponga al di sopra della legge. Chiudo gli occhi e mi stringo nelle spalle mentre il nastro nero si mangia i miei bagagli.
Li riapro, non è successo niente. L’amore vince ancora, oppure è lo scazzo del poliziotto che alle tre del mattino ne ha per le balle di radiografare valigie e interrogare tizi che neanche parlano la sua lingua.

 

Esco dal cancello, c’è Shasha che mi aspetta. Mi ha visto prima lei, io sono ancora col naso per aria a immagazzinare sensazioni nuove. Mi bacia attraverso la transenna, mi prende la mano, la valigia, mi porta fuori, saliamo in macchina e qualcuno ci porta via. Insieme, finalmente.
Non presto molta attenzione alla città fuori dal finestrino, ho delle mani da riempire per tutto il tempo in cui me le sono guardate senza sapere cosa metterci dentro.

Arriviamo a casa sua facendo un casino di svolte e infilandoci in stradine. Lei mi dice che domani dovrò fare quella strada lì per arrivare al suo hotel, me la ricordo? Certo, come no, giro tre volte su me stesso, batto due volte i tacchi e dico che la mia casa è il Kansas, nessun problema.

Quando finalmente vado a dormire è quasi mattina. Al risveglio lei non ci sarà, lavora ancora per qualche giorno. Sarò da solo in una città nuova, dove le persone non parlano inglese e le scritte sono incomprensibili, dove non esiste neanche Google Maps e il mio telefono è inutile. Aiuto.

(continua)

orio

Aeroporto di Orio Al Serio.

No, campo profughi di Orio Al Serio. Nella bolgia di persone in attesa del volo delle quattro per Kiev si trovano tutti gli espatriati dell’ex Unione Sovietica, famiglie scappate dal disastro di Chernobyl o dal disfacimento del sogno comunista, ex ragazzini in cerca di un futuro migliore, coppie mezze italiane e mezze ucraine, una massa di persone che ha deciso di tornare in patria per le feste di Natale, da quest’anno ufficializzato tra le feste nazionali anche lì. Insieme a loro parecchi turisti che vogliono sfruttare il cambio favorevole per andare a fare scorta di vodka e rimorchiare le belle ragazze dell’est. E io, che a Kiev mi fermerò solo un paio d’ore prima di imbarcarmi di nuovo, con destinazione l’altra metà del mondo: Pechino. Non sono il solo, a pochi metri dal quadrato di pavimento su cui mi sono accampato in mancanza di una sedia posso vedere due ragazze cinesi che probabilmente ritroverò all’imbarco successivo.

Robert De Niro is not amused

Ho più di un’ora prima che aprano i cancelli, e l’unico bar aperto è gestito da una signora annoiata e poco comunicativa. Non che i prodotti al banco ispirino un qualsivoglia dialogo al di là di “scusi, ma questo panino è vero?”.
Ci sono quattro tavolini al bar dell’aeroporto. Tre sono occupati da un nutrito gruppo di ultraquarantenni assonnati che mugugnano in una lingua dell’Est. La più anziana è una signora che tiene la testa infilata in un colbacco di pelliccia nera alto un palmo. Dev’essere la nonna di Davy Crockett o il nuovo proprietario di qualche squadra di calcio di serie B.

Due uomini fanno avanti e indietro lungo il corridoio strapieno, scavalcando gambe e bagagli. Anche loro indossano un copricapo simile, ma la borsa di pelle frangiata che portano a tracolla, e il grosso pugnale appeso alla cintura, li identificano come appartenenti a una diversa categoria: sono due trappers.
Gli acquitrini intorno alla pista di decollo sono ricchi di castori, e molti cacciatori si spingono fin qui per piazzare le loro trappole. Quando gli dice bene catturano vecchie ucraine proprietarie di squadre di calcio e si arricchiscono vendendone la pelliccia, oppure finiscono sposati a una hostess portoghese coi baffi.

Fuori, nel piazzale, è un viavai incessante di pulmini guidati da africani. Sono gli autisti che fanno il turno di notte ai parcheggi intorno all’aeroporto. Tutti i capannoni da queste parti sono adibiti a posteggio sorvegliato, per una cifra ragionevole hai qualcuno che si prende cura della tua macchina mentre sei a farti i selfie dall’altra parte del mondo, ti porta all’ingresso dell’aeroporto e ti viene a prendere quando torni. E se vuoi te la lava anche.

È il posto ideale dove cercare rifugio in caso di apocalisse zombi: densità di popolazione prossima allo zero tranne all’interno dell’aeroporto, che comunque è cintato, perciò i morti non possono uscire, e una scelta sconfinata di automobili con cui fuggire, tutte posteggiate bene, col pieno e la chiave appesa in guardiola.
Certo, se decidi di scappare non ti conviene recarti al terminal, l’autista che mi ci ha accompagnato mi ha detto che sono stato fortunato a trovare così poco traffico, durante tutto il giorno la corsia d’ingresso è rimasta intasata da chi portava i passeggeri alla partenza, chi li andava a riprendere e chi si fermava a salutarli. Dal parcheggio ci vogliono dieci minuti, ma potevi perderci anche un’ora, bloccato in coda. Me lo tengo a mente per la prossima volta, quando dovrò decidere a che ora mettermi in viaggio.

C’è un grosso centro commerciale di fronte all’aeroporto, comprende diversi negozi, ristoranti, c’è anche un cinema multisala. A partire prima uno potrebbe spendere il suo tempo lì dentro, penso, ma poi mi ricordo che di solito quando vai all’aeroporto ti trascini dietro delle valigie troppo grosse per poterle portare in un cinema, e mi passa la voglia.
Vedi? Un altro punto a favore dell’apocalisse zombi: in quei casi viaggi leggero, ma se anche ti portassi le valigie in sala non si lamenterebbe nessuno.

Smetto di pensare alle cose belle e torno ad affrontare la triste realtà in cui mi trovo: sono nell’atrio dell’aeroporto di Orio, seduto sul pavimento sotto il busto in bronzo di un signore coi baffoni a cui immagino l’intera struttura sia stata dedicata. C’è un gran mucchio di gente ovunque, sento due cani abbaiare e un bambino piangere. Penso che saprei trovare una soluzione a entrambi i problemi, e che ho sonno, odio le persone e voglio andarmene. E non lo so se il busto alle mie spalle è davvero di bronzo, se ha i baffoni, se è il fondatore dell’aeroporto o il sindaco di questo paese, se esiste poi un paese che si chiama Orio Al Serio o se ne sono andati tutti, infastiditi dal rumore degli aerei e dall’avanzare dei capannoni. Se ne saranno andati in aereo? E da dove saranno partiti?

Natali che avercene, al parcheggio

È in questo momento di vuoto mentale che scopro il wi-fi gratuito dell’aeroporto, e la mia percezione del tempo cambia di colpo. Perché ho Netflix sul tablet, e con la lista di roba che ho da vedere potrei fare il giro del mondo tre volte senza scalo.
Sono così preso che quando finalmente aprono l’accesso all’area check-in un po’ mi scazza.

Chi ha costruito l’aeroporto di Orio Al Serio deve aver cercato di imprimere nell’edificio qualche elemento decorativo, perché mentre correvo verso la signorina che avrebbe dovuto imbarcare la mia valigia ho notato delle piante, una colonna, qualche arredo meno anonimo del solito. Ho notato anche dei sarcofagi in cui puoi trascorrere l’attesa del volo dormendo, che non è affatto una cazzata, ma la mia attenzione in quel momento era tutta rivolta verso il nastro dei bagagli, i pensieri tutti al momento in cui avrei superato il controllo dei documenti e sarei stato libero di trotterellare nell’immensa area duty free, così ricca di attrazioni a buon mercato.

Cinque minuti più tardi mi aggiro come un tossico in astinenza lungo una distesa, invero piuttosto limitata, di serrande abbassate. È tutto chiuso, anche il negozio che vende i profumi e il Toblerone.

Che poi perché il Toblerone e non, che ne so, gli ovetti Kinder? Perché questo grosso prisma di cioccolata lo trovi in tutti gli aeroporti del mondo da Orio a New York? Voi conoscete qualcuno che lo mangia, il Toblerone? Lo avete mai comprato, magari al supermercato vicino a casa? Io neanche lo vedo mai, nei supermercati. Lo trovo sempre e solo al duty free dell’aeroporto. Si vede che ne sono ghiotti gli assistenti di volo.

L’unico bar è assaltato dai passeggeri, tenuti a bada da una piccola ragazza dall’aspetto fin troppo rilassato per affrontare il marasma che ha di fronte. Non si affretta neanche, ti fa lo scontrino dell’acqua, mette un panino nella piastra, va a preparare un cappuccino, batte un’altra ricevuta, toglie il panino, mette su un caffè. Non sorride, ma non ha neanche la faccia scazzata che avrebbe un qualunque essere umano nella medesima situazione. È cordiale e asettica. Forse si droga. Provo a guardarle le pupille mentre pago la bottiglietta d’acqua, ma non riesco a trovarle.

Scavalco due nonne ucraine intabarrate in un intero branco di ermellini e torno a sedermi.
Mentre aspetto che il personale di terra inizi le operazioni di imbarco mi godo la tradizionale processione degli ansiosi, un rito di cui si sono perse le origini, ma che è comune in ogni area d’imbarco di ogni aeroporto mondiale, un po’ come i tobleroni.
Si tratta di un’aggregazione spontanea di persone che rifiutano di aspettare sedute il momento dell’imbarco, e preferiscono mettersi in fila anche mezz’ora prima, quando non è neanche arrivato il personale di terra, con la borsa davanti ai piedi e il passaporto in mano.
Forse sperano di velocizzare le operazioni e anticipare la partenza, oppure temono che qualcuno più lesto di loro si freghi il posto nella cappelliera e li obblighi a imbarcare l’enorme bagaglio a mano nella stiva.

Gli ansiosi dell’imbarco sono inizialmente pochi, quattro o cinque, ma la loro presenza in mezzo all’area è come un richiamo per gli altri passeggeri ad agire, ad abbandonare la loro dissolutezza e alzarsi in piedi, sentinelle silenziose di una vita più virtuosa, ma senza le menate sui valori cattolici.
In breve qualcuno si lascia contagiare dal loro magnetismo e si unisce alla causa, e più la fila si allunga più il suo richiamo si rafforza, e l’ansia si diffonde più densa; diventa difficile ignorarla, è come la puzza delle ascelle. Se rimani seduto vedi la fila lambirti i piedi, ti senti addosso lo sguardo accusatore di chi ha già sacrificato il proprio posto per una causa più alta, e il tuo sedile diventa duro, spigoloso, comincia a pruderti dappertutto.
Pochi minuti, e dove prima c’era una folla di persone sedute ad aspettare ora un lungo biscione si snoda fra i sedili deserti. Solo alcuni impavidi resistono, chiaramente dei provocatori, schifati dalla massa compatta delle fiere sentinelle. Nessuno viola il tacito accordo che è stato sancito unendosi al gruppo: non ci si siede se non a bordo, quei sedili vuoti che sfioriamo con la valigia non devono indurre in tentazione; se ti arrendi e ti siedi perdi il posto e dovrai ricominciare dal fondo.

Io sto seduto per un po’ a farmi gli affari miei, poi quando finisce l’episodio che stavo guardando mi caccio un po’ di musica nelle orecchie e mi alzo, entro nella coda da dove mi trovo in quel momento, passando davanti ad almeno una ventina di persone. Non ci penso neanche ad andarmi a mettere in fondo, non ho stipulato nessun tacito accordo, quando gli altri passeggeri si scambiavano lo sguardo d’intesa segreto stavo guardando Mindhunter. Forse quello dietro di me s’incazza e mugugna, non lo so, sto ascoltando un pezzo divertente, ballo anche un po’. Perché sto andando dall’altra parte del mondo e sono felice.

(continua)

dramma epistolare del nuovo millennio

Buongiorno, dovrei spedire questa lettera.
Non c’è l’indirizzo.
Come dice?
C’è solo il nome. Qual è l’indirizzo?
Eh non lo so.
Senza l’indirizzo come faccio a spedirla, scusi?
Siete l’ufficio postale, credevo lo conosceste voi l’indirizzo.
Ma secondo lei abbiamo tutti gli indirizzi d’Italia? Almeno in che città vive questa persona, lo sa?
Sì sì, vive qui a Torino. Ma non è di Torino, è di Roma, si è trasferita per lavoro. Fa l’architetto.
Mmm. Non può chiederlo a questa persona, l’indirizzo?
Eh no! Vede, io questa ragazza l’ho invitata a cena, ma lei non è convinta, mi trova delle scuse.
Magari non è interessata.
Ma secondo me sì. Un po’ almeno. Ha quel modo di sorridermi che.. ha presente quando una ragazza ti sorride in quel modo?
Una ragazza no. Però anch’io, quando avevo la vostra età, ai ragazzi gli lanciavo certi sguardi..
Insomma, l’ho invitata a cena. E lei non mi ha detto di no. Mi ha detto che ci verrà se riceverà l’invito per posta.
Uuh che cosa romantica!
Però non mi ha detto dove abita.
Eh ma allora!
Capisce? Io voglio scoprire dove abita e spedirle l’invito, così lei capirà che m’interessa davvero, e magari accetterà di uscire con me.
Ma che teneri che siete. Mio marito una cosa così carina con me non l’ha mai fatta. Pensi che il primo appuntamento me l’ha dato in una camera d’albergo, altro che romanticismo! Va bene dai, mi dica come si chiama che proviamo a cercarla nel computer.
Irene Gambardella.
Ah! È parente di Toni Servillo?
Eh? boh, no. Direi di no.
Bellissimo film, comunque.
Se lo dice lei..
Allora, io qui di Irene Gambardella ne ho cinque. In che zona abita la sua?
Non lo so di preciso, ci siamo sempre visti in centro.
E non l’ha mai accompagnata a casa? Che razza di cavaliere!
C’erano sempre i suoi amici, andava via con loro. Dalle parti della stazione, comunque.
Un po’ vago. Ne restano tre.
Ha trentadue anni e gli occhiali. I capelli neri molto corti. È piccolina, ha gli occhi scuri. Le piace il vino rosso ma non quello frizzante. Ha una bocca appetitosa, le dita lunghissime e le unghie curate.
Basta basta, ho un’idea. Mi faccia fare una telefonata..

Pronto, Daniela? Ciao, sono Nadia, di corso Francia. Senti, ho bisogno che mi trovi una persona. Sulla trentina, bassa, occhiali, capelli neri corti. Aha? Aha? Aspetta che chiedo.

Scusi, la ragazza ha un cane?
No, non mi risulta.
No, niente cane. Aha? Aha? Va bene, ti ringrazio, ciao. Sì, certo. Anche a te e famiglia. Ciao cara, ciao.

Allora, ne abbiamo due. Una sta in San Salvario, via Madama Cristina 66, l’altra in Crocetta, via San Secondo 41.
Come ha fatto? La sua amica lavora nei servizi segreti?
Quasi. Fa la postina. I postini vedono tutto e conoscono tutti.
Sono comunque due persone, non si riesce a fare di meglio?
E lei scriva a tutte e due, no? Vorrà dire che una tizia riceverà un invito a cena da uno sconosciuto di cui non avrà il recapito e non potrà rispondergli. Lei il mittente non lo deve mettere, naturalmente. La sua amica invece ha modo di contattarla per telefono e le risponderà, giusto?
Sì, è vero! Posso fare così!
Coraggio, mi dia la lettera. Facciamo una fotocopia le spediamo subito tutte e due! Vedrà che andrà bene, la fortuna aiuta gli audaci!

QUALCHE GIORNO PIÙ TARDI

Oh, eccolo qua il mio amico romantico! Allora, com’è andata?
Malissimo.
Come, non ha ricevuto l’invito? Ha rifiutato?
Per ricevere l’ha ricevuto, sì. Ha ricevuto la fotocopia. E si è offesa da morire, mi ha accusato di fare così con tutte, di avere una risma di inviti che mando a chiunque, di non avere neanche un po’ di fantasia.
E lei cos’ha risposto?
Che non li ho mandati a chiunque, solo a due persone.
Ma chi le ha insegnato a trattare con le donne, mi scusi? Noi non la vogliamo la verità, vogliamo essere lusingate! Doveva dire nessuna! Doveva dire che sull’originale ha pianto tutta la notte per paura del suo rifiuto, e alla fine la lettera era così zuppa che non si leggeva più, e ha spedito la fotocopia! O che quando ha finito di scrivere le tremavano così le mani per l’emozione che ha infilato nella busta il foglio sbagliato! Ma santa madonna! La verità, ma pensa te!
E io adesso cosa faccio?
Immagino che non le sorriderà più in quel modo là.
Ma neanche vuole vedermi! Lei mi deve aiutare, l’idea della fotocopia è stata sua, è sua responsabilità tirarmi fuori da questo guaio!
Vediamo.. potremmo ricattarla. Sappiamo dove abita, sappiamo cosa riceve per posta.. quei completini viziosetti in pelle.. i frustini..
Lo sappiamo? E come facciamo a saperlo?
Ha presente quando un negozio online le garantisce la massima riservatezza sui suoi acquisti riguardo imballaggio, spedizione e documenti di trasporto? Ecco, le sta mentendo. A noi arriva tutto, accuratamente dettagliato.
Il ricatto non mi sembra la soluzione migliore, però.
No, ha ragione. A che serve conoscere i gusti sessuali di una persona se poi non se ne può godere? Però se il ricattatore fosse qualcun altro..
Possiamo evitare tutta questa faccenda del ricatto? Mi sta mettendo a disagio.
Potremmo organizzare uno scippo! Qualcuno le frega la borsa, lei la recupera e gliela riporta. Perdono e riconoscenza in una botta sola, e a fine serata magari vediamo pure il completino in pelle. Eh?
Ma chi lo conosce uno scippatore?
Ne abbiamo una decina a libro paga. O davvero crede che le pensioni che si fregano qui fuori finiscano in mano a dei ladruncoli da ridere? Noi l’economia la facciamo girare, sa.
Ma è furto!
Reinvestimento.
No, ci dev’essere un modo meno aggressivo di farmi perdonare.
Noi siamo le poste, mica Alberto Castagna. Provi a mandarle dei fiori.
Ecco, dei fiori! Grande idea! Sa se c’è un fiorista qui vicino?
Lasci stare, ci penso io, facciamo prima.

Pronto, Adele? Ciao, sono Nadia, ufficio centrale. Senti, mi servirebbe subito una consegna di fiori in via San Secondo 41. Hai qualcosa in zona che si possa dirottare urgente? Ce l’hai? Grazie, sei un tesoro, a buon rendere! Ciao cara, ciao.

A posto. Due minuti e glieli consegna.
Due minuti? Cosa c’è, un fiorista nel portone?
Un postino stava consegnando in quella via. Porta il mazzo di fiori alla sua ragazza invece che al destinatario. Poi quelli glieli consegnamo in un secondo tempo. Fra colleghi ci facciamo spesso di questi favori.
Ma che fiori sono?
Ma che gliene importa? Se ne intende di fiori?
No, per niente.
E allora vanno bene tutti, stia sereno. Vedrà che..
Mi scusi, il telefono. È lei!

Pronto Irene? Ciao!
Eh? I fiori? Beh sì, volevo..
Come dici? Che biglietto?
Ah! Certo! Quel biglietto!
Sì, chiaro, l’ho scritto io, sì. Ti è piaciuto?
Come?
Cosa?
No, asp..
Irene, io non..
Irene aspetta!
Pronto! Pronto!
Allora? Le è piaciuto?
Dei crisantemi.
Dei crisantemi?
Le avete portato dei crisantemi.
E allora? I crisantemi sono fiori bellissimi, a un sacco di donne piacciono. Pensi che nella cultura giapponese..
Sul biglietto c’era scritto “Addio cara nonna”.
Ah.
Eh, mi spiace.
Povera nonna.
Già.
Potremmo provare a..
No! Non si prova più niente! Lasci perdere, lei non è in grado di aiutarmi! D’ora in avanti me la cavo da solo, non s’intrometta più!
Come vuole. Allora mi faccia la cortesia di spostarsi dallo sportello, così posso occuparmi di questo grosso signore con la faccia da assassino. Buongiorno signore, mi dica.
Senta, qualche giorno fa qualche spiritoso si è permesso di spedire a mia moglie un invito a cena. Sulla busta c’era il timbro di questo ufficio. Io vorrei fargli un paio di domande a quest’individuo, ma brevi, perché mi prudono già le mani.
Ah non posso aiutarla, mi spiace. Mi è stato intimato di non intromettermi più in questa faccenda. Si rivolga direttamente al responsabile, è questo signore qui. Buona giornata.