the times they are a-changin’

Riassunto delle puntate precedenti:
Ci sono due che parlano parlano e non succede mai niente.

“Eravamo appena sbucati sulla strada che costeggia il lato nord di Central Park, io cercavo sulla cartina una stazione della metro che ci riportasse verso casa, e ho commentato che quella parte della città si chiamava Uptown. Dopo cinque minuti ci siamo ritrovati tutti e due a canticchiare Uptown Girl e fare passetto e calcetto in mezzo al marciapiede. È stato spontaneo, ed è tutta lì la bellezza del ricordo. In quel momento eravamo una persona sola e tutto sarebbe stato perfetto.
Cerca di capire, non si tratta di conoscere le stesse canzoni, è parlare la stessa lingua, è riconoscersi come appartenenti al medesimo branco. È tutto lì. Può funzionare anche fra persone diverse, o finire a puttane due giorni dopo, ma se non sapete neanche giocare insieme, se vi accontentate del tempo condiviso davanti alla tele, o al ristorante, o a letto, vi state solo accompagnando in giro.”

“Come sei negativo, madonna!”

“Ma guarda che è così. Non state parlando, vi dite delle cose. C’è una differenza. Non costruite niente, e prima o poi vi crollerà tutto sulla testa.”

“Vabbè, dici così solo perché sei incazzato con me.”

“Non sono incazzato con te.”

“Sì che lo sei. Perché sono stata con Piergigi invece di venire a Roma con te.”

“Casomai perché me l’hai detto la sera prima, e non sono il tuo pupazzo. Ma va bene, i miei amici non mi hanno chiesto delle penali per avere annullato la tua prenotazione. A casa loro non usa, per fortuna. Com’è andata?”

“Ma te l’ho detto com’è andata”

“Intendo com’è successo che ti sei lasciata fregare di nuovo quando sapevi chi avevi davanti e avevi già preso la tua dose di calci in faccia. Cosa ti ha fatto pensare che stavolta sarebbe stato diverso?”

“Lo so da sola di essere una cretina, non c’è bisogno di infierire”

“Invece credo che ci sia bisogno eccome. Non ci credo a queste storie che si trascinano per mesi senza ragione.”

“Ma chi te l’ha detto che sono senza ragione? Due persone possono avercene mille ragioni, per stare insieme. Perché si piacciono, perché si fidano l’uno dell’altra, non basta?”

“Perché si accontentano.”

“Ma che ne sai?”

“Nel migliore dei casi ce n’è una che ci crede davvero e l’altra che approfitta di una situazione che sa benissimo non essere quella che desidera, ma se la tiene ben stretta perché poco e male è comunque meglio di niente. Finché non gli scoppia in mano, e allora te la trovi in casa a piangere e a chiederti perché non ha funzionato. E come faceva a funzionare? Lo sapevi benissimo e hai fatto finta di niente, eravate due estranei che vanno nella stessa direzione. Se ti siedi su un treno e guardi gli altri passeggeri la capisci la differenza fra quelli che condividono un’esperienza e quelli che stanno solo andando nello stesso posto. Il vostro problema è che non volete vedere. Dite che va tutto bene finché funziona, vi raccontate delle balle per non ammettere i problemi. Siete dei pavidi.”

“Ah ecco cos’è, ti ho disturbato coi miei problemi da ragazzina. Beh, scusa, credevo che fossimo amici, di solito fra amici ci si aiuta.”

“Ti sto aiutando. Hai cercato di far funzionare qualcosa che non poteva funzionare. Te l’avevo detto anche prima, non mi hai dato retta.”

“Spero di arrivare alla tua perfetta consapevolezza un giorno, così saprò tutto e non sbaglierò mai. Anzi, sai cosa? Spero di no, perché non voglio diventare una persona cattiva, arida e sola come te!”

Lascia la porta aperta quando esce, e neanche la sento sbattere il portone Scendo a chiuderlo prima che il gatto del vicino si butti in strada. Lo lascia girare libero per le scale, quel deficiente. Tutti i giorni tiro via matasse di pelo dallo zerbino.
Drusilla ha lasciato mezza birra sul tavolo. Una radler, quelle porcherie aromatizzate al limone. Quando viene a trovarmi ne porta qualcuna, poi non le beve e mi restano in eredità. Quella ragazza ha un sacco di pregi, ma non quello di saper scegliere gli alcolici.

La butto giù senza respirare, sa di detersivo per i piatti. Apro un’altra bottiglia delle mie. Sarà una lunga notte.

…….

Il messaggio di scuse di qualche ora prima non ha sortito alcuna risposta. Ho dormito poco e male, mi gira la testa e la bocca sa di caramelle al limone, quelle più economiche.
Avevo promesso a Beonio che sarei passato da lui, magari fare due passi mi farà sentire meno stronzo.

Per le scale incontro il gatto dei vicini. Non è lui che si è mangiato Chico Buarque, quello è morto, aveva trovato il portone aperto ed era uscito, finendo sotto una macchina. La mia. Anche il portone l’avevo lasciato aperto io. Verso questo gatto non provo alcun rancore, è simpatico. Gli gratto la testa, si struscia sulla gamba lasciandoci un tappeto di peli rossi. Lui non mi trova cattivo né arido.

Vado a trovare Beonio nel suo studio. È un ingegnere. Non so come mai ho solo amici ingegneri, forse sono una categoria affidabile. Puoi tenerli ore a raccontargli i tuoi problemi e non smettono mai di ascoltarti, tanto non hanno niente da dire. Sono persone noiose, perlopiù.
Beonio no, è divertente, soprattutto quando beve. A lui piace la figa, ne è soggiogato. È capace di scendere a qualunque bassezza, accettare compromessi morali che farebbero vergognare un eroinomane in crisi, se alla fine lo potrà buttare a qualcuna.
Non è neanche troppo esigente, gli piacciono tutte purché ancora in vita e dotate di tutti e quattro gli arti.

“Perché hai dei peli di gatto sulla gamba?”
“Mi sono preso un gatto”
“Tu? E che te ne fai?”
“Il ragù”

Mi ha chiesto di accompagnarlo a cena con la sua ultima conoscenza, una ragazza che ha conosciuto al supermercato. Lei per accettare l’invito gli ha imposto la presenza di un’amica, così adesso gli serve uno chaperon.

Non sono entusiasta di mettermi nello stomaco cose che potrebbero venire sparate fuori all’improvviso, cercherò di tenermi leggero e stare lontano dal vino.

“Dove andiamo a mangiare?”
“Dal messicano”
“Le fanno le insalate?”

Gallo Pinto – Cocina latina, dice l’insegna, abbellita da un galletto dipinto uguale sputato a quelli di Barcelos.

“Messicano o portoghese?”
“Messicano”

Sento puzza di fregatura. Beonio mi indica due ragazze vicino all’ingresso. Una è bionda, tre metri senza tacco, mascella vichinga e spalle da rugbista. L’altra è la sua borsetta, le arriva a malapena al ginocchio, scura di pelle, lunghi riccioli neri e viso tondo, incorniciato da un paio di occhiali dalla montatura pesante.

“Qual è la mia, il pioppo o il cespuglio di more?”
“La mia è Francesca, la bionda. L’altra dovrebbe essere Anna, la sua coinquilina. Non farmi fare figure!”

Francesca è di Padova, Anna di Lecce.

A Francesca piace correre la mattina prima di colazione, ad Anna la colazione al bar.
Francesca ama sperimentare in cucina e odia lavare i piatti. Anche Anna odia le pulizie, e anche gli esperimenti culinari della sua coinquilina.
A Francesca piacciono i gatti, viaggiare, ascoltare radio commerciali, la discoteca, il mare, la discoteca al mare, la palestra, i romanzi di Andrea De Carlo, quelli di Jane Austen, Frida Kahlo, Jack Savoretti, i film d’azione e quelli di supereroi, le commedie romantiche, la poesia nella vita.

Anna ama il blues, i fumetti, John Coltrane, le giornaliste incazzate, il Salento ma non d’estate, quando si riempie di punkabbestia, Douglas Adams, Cesare Pavese, i pittori boh gli impressionisti, dormire.

Di Beonio noi che lo conosciamo, i suoi amici, sappiamo che ama la figa, le commedie sboccate coi comici della televisione e le modelle in tanga, la pizza, il Movimento 5 Stelle, la birra rossa e il calcio. Tuttavia si dimostra un abile venditore di sé stesso, dichiarando di apprezzare l’onestà, l’amore e la semplicità nelle cose di tutti i giorni.
Sorrido, so che nel suo caso quest’ultima voce significa scorreggiare senza trattenersi, ma le ragazze sembrano colpite. Aggiunge di amare la buona cucina, le poesie di Apollinaire (EEH??), le lunghe passeggiate da solo, in mezzo alla natura.

L’immagine di Beonio all’alba in un bosco, a rompere il silenzio con lunghi bramiti del culo, mi perseguiterà per il resto della serata.

“Non lo conosco Apollinaire”, gli dice Francesca.

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
E i nostri amori
Me lo devo ricordare
La gioia veniva sempre dopo il dolore

Mi cade la faccia nel piatto per lo stupore.

“E tu ce l’hai un poeta preferito?”, mi chiede Francesca. È solo lei a portare avanti la conversazione, la sua amica sposta l’attenzione nel tragitto più breve da noi al piatto, dove si ferma a lungo a riflettere. Sembra persa in un suo dramma interiore, o forse si è resa conto di avere sbagliato a ordinare.

Io non ho voglia di rispondere a questionari sulla mia vita, ho voglia di margarita frozen, uscire ubriaco, chiamare Drusilla e scusarmi, dimenticare questa serata e queste due. Ho deciso che Francesca mi sta sul cazzo, è come una cantina illuminata con un faro da stadio, troppa energia sprecata in futilità. La sua amica non esiste, è depressa. Sono depresso anch’io, ma almeno sto chiuso in casa, non vado in giro a mettere in imbarazzo il prossimo.

Beonio risponde al posto mio:

“Ah ma lui le poesie le scrive! Ma non chiedetegli di recitarle, lo fa solo da ubriaco”
“Perché è lo stato in cui le scrivo”

“E che genere di poesie scrivi?”, chiede Anna, uscendo dallo stadio pupale.
“Di rabbia”, abbozzo.
“Politiche?”

Nero
Come il dolore che ostenti
L’orgoglio che ti inchioda
I capelli che ti nascondono
La coscienza sporca.

Nero
Come il futuro
Che vedi coi tuoi occhi neri
Che non cerchi di cambiare
Se non per renderlo più nero.

Di azzurro avevi il cielo
Ma si è depresso
Per il troppo frequentarti
È diventato nero.

“Più o meno”

Dopo il ristorante Beonio si offre di accompagnare a casa qualcuno, e Francesca accetta volentieri in maniera del tutto casuale. Nessuno l’aveva capito che sarebbe finita così, carrellata della telecamera sulle nostre facce sbigottite.
No, vabbè, seriamente, ma chi volete fregare? La parte fastidiosa è che così sono obbligato ad accompagnare a casa Anna, perdipiù a piedi, che la macchina se l’è portata a casa il mio amico.
In una scala di situazioni spiacevoli la colloco appena sotto la tua azienda che “La Sua figura per noi è molto importante e il Suo rendimento ineccepibile, per questo abbiamo pensato di ricollocarLa presso una nostra sede decentrata dove le Sue risorse e competenze sapranno donare nuova vitalità e generare profitto. Siamo certi che, come noi, vedrà in questa promozione una grande opportunità di crescita presso la nostra azienda, e ci auguriamo che possa trovare nel popolo siriano l’accoglienza e il calore che merita”.

Non è perché per tutta la cena è stato come avere vicino un portaombrelli, sono sicuro che a darle tempo risulterebbe simpatica, o perlomeno viva; non è neanche il suo aspetto, è molto carina sotto quella mascherona da studentessa sfigata delle medie. È che non ho voglia di conoscere un altro essere umano, attivare dei meccanismi di corteggiamento dimenticati in cima a qualche armadio chissà dove e che oramai neanche funzioneranno più. Io e la seduzione frequentiamo ambienti diversi, abbiamo sentito parlare l’uno dell’altra, ma non ci siamo mai incontrati. Se dovessi provarci con questa ragazza non saprei da dove cominciare. Eppure il motore si accende da solo, e mi accorgo di avere cambiato tono di voce, di guardarla in quel modo là.
Maledetto istinto, perché non possiamo essere puro intelletto? Hai fatto solo guai finora, lasciami in pace!

La accompagno fino a casa sua, per fortuna non è lontano. Ci domandiamo che fare se Beonio e Francesca fossero nell’appartamento, sarebbe imbarazzante trovarli nudi sul divano.

“È capitato?”

“Un paio di volte. È proprio davanti all’ingresso, non puoi evitarlo. Qualche volta la sento da fuori e non entro, ma se non fa troppo rumore..”

Restiamo un po’ appesi a vedere che succede, e non succede niente. Mi saluta, si trattiene un secondo appoggiata alla mia guancia, e in quell’attimo di esitazione passano tutti i messaggi necessari a farmi capire cosa sta per succedere.
Me ne vado, porto in tasca la promessa di qualcosa che non so se desiderare, e un bel po’ di confusione.

(va avanti ancora un po’)