crank – parte 2

Non so come facevano i nostri genitori a superare queste crisi ai loro tempi, quando non disponevano della tecnologia odierna. Come la pipetta di ventolin per un asmatico io non esco mai di casa senza il mio blister di ansie tascabili, la mia pastiglia di veleno per le emergenze. Mi sono infilato in un vicolo e, al riparo da occhi indiscreti, ho preso il cellulare e mi sono fatto una pera di facebook. Ognuno ha i suoi metodi preferiti, c’è chi prima scalda il cucchiaino con qualche commento salace e chi si infila diretto nel calderone dell’odio politico. Io cercavo dolore, è quella la mia droga. Più efficace, pulita e nobile dell’odio. Quello casomai viene dopo, per rifare la punta al paletto che mi pianto nel cuore.
Ho aperto la bacheca e li ho letti tutti, i vostri messaggi. Quelli dove siete in vacanza e non vorreste tornare più. Quelli dove scrivete RIP per commentare la morte di un personaggio famoso. Quelli dove avete ragione voi, che sono la maggior parte, avete sempre ragione voi su qualunque cosa, la ragazzina violentata e il cane abbandonato e la dieta salutista e i migranti e il referendum.
Avete. Sempre. Ragione. E questa cosa mi fa sentire solo, perché io ragione non ce l’ho mai, neanche quando vi vengo davanti e urlo, quando vi pugnalo al buio, quando vi ignoro, dentro di me lo so che sto sbagliando, e vorrei sedermi e chiedere scusa per tutte le volte che non sono stato all’altezza delle vostre aspettative, ma ho un orgoglio così duro e radicato che non lo sposto più, e l’unica cosa che posso fare è fingere. E intanto dentro si spande un’altra mano di catrame sul giardino dei miei buoni sentimenti.

Sono uscito dal vicolo che tremavo, ma mi sentivo meglio, più stabile. Sarei riuscito a tornare a casa.
Una signora con un cagnolino al guinzaglio mi ha chiesto se avevo bisogno d’aiuto, dovevo avere un aspetto orrendo. L’ho guardata, avrà avuto cinquant’anni, bionda, elegante. All’altra estremità del nastro colorato una specie di topo dal muso piatto mi fissava coi suoi occhi a palla.
In un’altra occasione avrei provato un sentimento di amore sincero per quella donna, ma ero in pieno rush vittimista, li volevo solo tutti morti. Ho dato una pedata al cane e me ne sono andato via, lasciando la donna a strillare “Gaetano! Gaetano!”. Dopo un momento è arrivato uno spilungone, evidentemente Gaetano, che mi ha inseguito e mi ha preso per un braccio.

“Perché hai picchiato Gaetano?”
“Eh non ho capito un cazzo”, ho risposto, divincolandomi e riprendendo a camminare.
“Sei un uomo di merda!”, ha insistito quello che a quanto pare non era Gaetano.

Ho sentito un istinto fortissimo a dipingermi un teschio sulla maglietta, imbracciare un Zastava M70 e dispensare giustizia dal marcato accento balcanico.
In tasca avevo solo le chiavi di casa, le ho strette nel pugno e ho colpito il tizio al volto, con tutta la forza di cui ero capace. Mi sono fatto malissimo. Lui no, non ha battuto ciglio e mi ha preso a scappellotti fino a farsi venire il fiatone. Non era molto in forma, sennò stavamo lì ancora adesso.

Mi sono riavviato verso casa con uno zigomo gonfio, la camicia stropicciata, gli occhiali storti. Dentro stavo messo peggio, che non lo sapevo come stavo dentro. Avevo voglia di piangere, ma mi sentivo stranamente reattivo, come se le botte fossero state quello che segretamente anelavo di ricevere da tempo. Una punizione per le mie brutture, una ragione per il mio perenne senso di colpa, mi sentivo come se avessi trovato finalmente il mio posto nel mondo. Ce ne volevano di più.

Ho chiamato un numero a caso della rubrica e ho insultato la persona che stava di là, così, gratis. Poi l’ho fatto col numero successivo e con quello dopo ancora. A quelli che non rispondevano spedivo un messaggio vocale su whatsapp in cui offendevo i loro genitori. Era pazzesco come mi facesse sentire libero! Fra una telefonata e l’altra mostravo il medio agli automobilisti, ma non si è fermato nessuno e finalmente ho raggiunto il portone di casa, miracolosamente vivo.

Ho scoperto di non avere più le chiavi: me le aveva strappate di mano il padrone di Gaetano e le aveva tirate oltre un muro, ma al momento ero troppo indaffarato a guardare l’altra sua mano che mi si schiantava in faccia. Dopo la colluttazione mi ero dimenticato di andarle a riprendere. Avrei dovuto farlo adesso.
Il mio corpo mi diceva di no, tutta l’adrenalina era stata riassorbita, lasciandomi esausto, e così le sostanze di cui andavo ghiotto. Mi sentivo svuotato e privo di scopi. La vita mi faceva di nuovo schifo. Di colpo l’eventualità di prendere altre botte mi faceva stare male, chissà perché.
E se fossi tornato indietro avrei rischiato di incontrare alcune delle persone cui avevo fatto gestacci, c’era la possibilità di rendere lo schifo attuale il gradino più alto di un disfacimento pericoloso.

Non riuscivo a trovare un equilibrio, mi sentivo sballottato su questo tagadà emotivo senza maniglie né orario di chiusura. Avevo paura che sarebbe durato per sempre, con me al centro a cercare di tenermi in equilibrio e a sbattere continuamente contro le persone che mi stavano intorno, fino alla totale distruzione. Era inevitabile che sarei morto, prima o poi, ma avevo sempre nutrito la speranza di arrivarci vivo.

È stato allora che ho deciso di uccidermi.

Perché se il destino di chiunque è morire bisogna cercare di rendere l’attesa un percorso piacevole, sfruttare quel poco che si ha nella maniera migliore, allontanare i guai, tenersi vicine le cose belle quando le si incontra, imparare e crescere e affastellare ricordi come fotografie su una parete, una addosso all’altra, una migliore dell’altra, tanto da spendere il proprio ozio a non saper decidere quale riguardare prima.
Ma se ogni passo verso l’inevitabile traguardo è in sottrazione, se quando guardi la tua parete la trovi spoglia e ogni foto che riprendi in mano, per ingiallita che sia, è migliore di quello che le sta di fronte, se la cosa più bella che hai è un letto dove spegnere la luce e il dolore ogni sera un po’ prima, se non trovi niente, non vedi niente, non senti di avere niente per cui andare avanti, allora non è più vita, è stare in coda ad aspettare il tuo turno per restituire questa roba che ti hanno prestato, e che non sei mai stato capace di far funzionare.
E allora meglio prima che poi. Meglio subito.

In casa avevo coltelli in quantità, prese elettriche, finestre abbastanza alte, corde.. Ero sicuro che il materiale non mi sarebbe mancato..
Ma come è meglio uccidersi? Perché questa cosa va pianificata, non è un gesto che si può improvvisare. Se poi non funziona rischi di ritrovarti disabile, in una condizione peggiore di quella di prima, e senza alcuna possibilità di porvi rimedio. Allora sì che diventa davvero aspettare di andarsene.
No, dovevo farlo per bene.
Il dolore non mi spaventava, ma avevo capito che mi faceva sentire meglio, e non c’è come sentirsi meglio appena prima di ammazzarsi per vanificare il gesto. Avrei dovuto trovare un modo indolore di togliermi di mezzo.
I sonniferi mi sembravano una soluzione perfetta: te ne cali trenta quaranta pastiglie, ti viene sonno, non ti svegli più. Pulita, sicura, senza sangue che fa brutto da trovare e se uno volesse riciclare il mobilio avrebbe dei problemi.
In casa non avevo sonniferi, come ho detto le mie droghe sono tutte endogene, e nessuna farmacia me le avrebbe vendute senza la ricetta. Avrei dovuto consultare un medico.

Fu così che mi decisi a farmi seguire da uno psicanalista.

(continua)