Centotre-e-tre n.17: K-Pop!

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain

Per scrivere il prossimo capitolo voglio servirmi di un collegamento facile, e spostarmi di pochissimo, ispirato dal mio attuale stile di vita. Per essere coerente fino in fondo dovrei parlarvi di qualche artista che non si lava né si fa la barba, ma negli Stati Uniti ci siamo stati da poco, preferisco portarvi altrove.

Aspettate a gioire, perché oggi vi porto nel magico mondo del K-Pop!

Intanto che cos’è, il K-Pop?
La versione breve è che si tratta di musica pop che arriva dalla Corea del Sud, dove per musica pop intendiamo un genere musicale che pesca un po’ da tutti gli altri generi di successo per creare qualcosa di orecchiabile che ti rimanga in testa a lungo.
Rispetto a un brano da classifica di qualunque altra parte del mondo, il K-Pop ha poche differenze, anche perché spesso i suoi interpreti cantano in inglese. La grossa linea di demarcazione è tracciata dai video che accompagnano le canzoni, dove gruppi di ragazzini coreani in abiti molto colorati, si dimenano in coreografie anche piuttosto complesse.

Il fenomeno in Corea ha origini datate: durante gli anni della Guerra di Corea, la presenza massiccia di occidentali nel Paese aveva introdotto generi musicali nuovi, e qualcuno ne aveva tratto ispirazione per lanciare dei gruppi musicali composti di sole donne, sulla scia delle Ronettes, di Ronnie Spector.
Da lì alle band di ragazzini odierne il passo è breve, pianti un seme e lo lasci crescere; oggi la Corea del Sud produce qualcosa come 60 nuovi gruppi all’anno. La Corea del Nord invece produce disertori denutriti, che in video hanno una resa molto inferiore, ed è per questo che quando si parla di K-Pop non viene considerata.

Quello che contraddistingue il K-Pop più di ogni altra cosa, se vogliamo, è il suo legame coi media. Mentre una canzone, di solito, viene passata alla radio, esce in singolo, e se ne fa un video per distribuirla in tv e sulle varie piattaforme online, un nuovo singolo delle boyband coreane esce direttamente in televisione, accompagnato dall’immancabile balletto. Il K-Pop non esiste senza il suo supporto visivo.

L’impatto visivo di questo genere è enorme, e ne favorisce la popolarità ben oltre il territorio nazionale: in Giappone impazziscono per il K-Pop, in Cina lo copiano, in Corea del Nord non hanno la televisione.

Ma una caratterizzazione così forte si porta dietro anche dei limiti. Le popstar coreane sono delle icone, e se vuoi raggiungere il successo devi trasformarti in qualcosa di stereotipato che ha poco in comune con una persona vera. Tipo un cartone animato. Legata da un contratto decennale che spesso non garantisce neanche un guadagno adeguato, una popstar coreana viene creata a tavolino, deve mantenere standard rigidissimi per restare al passo con le esigenze del mercato, non invecchia, non ingrassa, non cambia mai. Viene usata finché funziona, e quando il suo successo cala la sostituiscono con un’altra popstar. La vita di una popstar coreana è breve e parecchio stressante, ed è per questo che parecchi non la reggono.

Ma perché vi sto raccontando del K-Pop?

Perché nel capitolo scorso avevamo visto che il 30 giugno 1997 si tenne la cerimonia con cui il Regno Unito riconsegnava alla Cina il territorio di Hong Kong, dopo un’occupazione che durava 150 anni; ma il 30 giugno è anche il giorno in cui compie gli anni la popstar sudcoreana chiamata N.

Il suo vero nome sarebbe Cha Hak-yeon, ma si fa chiamare N perché da bambino guardava i telefilm di Zorro, ma li guardava da sdraiato, e alla fine di ogni puntata, quando il giustiziere mascherato lasciava la sua firma sul petto del malcapitato di turno, quello che il bambino leggeva era una N.

Nel maggio 2012 la sua boyband, VIXX, debutta a M! Countdown, una trasmissione dove puoi votare il tuo artista preferito. La pagina web del programma ti permette di accedere alla biografia di ogni artista e sbirciare le foto provocanti di un sacco di ragazzine.
A luglio dello stesso anno, i VIXX sono a Baltimora, USA, all’Otakon Festival, una convention dedicata agli anime e alla cultura giovanile asiatica. Se siete mai stati a Lucca Comics avete una vaga idea di cosa si tratta.

I VIXX vanno avanti dal 2012 al 2018 inanellando singoli, album e apparizioni in tv e sui palchi di mezzo mondo. Sono venuti anche in Italia, nel 2013, in un locale dove l’anno dopo ci ho visto suonare Liam Gallagher.

Al momento la carriera dei VIXX è sospesa, alcuni membri stanno facendo il militare, qualcuno ha preso altre strade, altri si sono persi. Se volete c’è anche un video di un tizio che ha provato a scoprire dove sono andati a finire. Per una band nata nel 2012 sembra essere arrivato l’inevitabile momento in cui bisogna scendere dal palco.

N, a quanto pare, è stato assegnato alla banda dell’esercito, che non sembra essere quella cosa che potete immaginare, con soldati in divisa che marciano per le strade suonando gli ottoni, stando a quanto ci mostra questo video.

Dovrebbe finire presto, il periodo di leva in Corea del Sud dura un anno e mezzo, e per agosto potrebbe essere già fuori. Sempre che non metta un piede su una mina.

(continua)

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