parlando di (cose) serie 3

Va detto che questo titolo per la rubrica sulle serie tv andrebbe cambiato, ma per adesso ce lo teniamo.

Mia madre si è abbonata a Netflix e ha scoperto le gioie del binge-watching, e io ho scoperto cosa provano gli orfani: non esce più di casa, quando vado a trovarla è sempre sul divano con gli occhi alla tele, e mi risponde sisì. La capisco, le prime stagioni di Lost hanno fatto lo stesso effetto anche a me.
Poi vai avanti e capisci che quella serie ha perso un treno di possibilità gigante, o forse non l’ha mai avuto, forse è nata con l’intento di intrattenere senza spiegare niente, e allora è perfetta così com’è. Per me comunque una storia che apre mille interrogativi e ne chiude dieci è una storia che non funziona, scusate. Invidio mia madre che si sta divertendo tantissimo, ma non vorrei essere nei suoi panni quando dovrà sorbirsi le ultime tre stagioni e i viaggi nel tempo e i personaggi che entrano ed escono dal niente e i flash-fucking-forward e quel finale che se ci penso mi viene ancora voglia di associare divinità cristiane e animali da fattoria.

Bioparco!!

Intanto che aspetto di ritrovare un genitore perduto cerco di convincerla a guardare un’altra perla presente nel catalogo, e non voglio neanche ripetere di cosa sto parlando, mi limito ad alzarmi in piedi e portarmi la mano sul cuore.

Sarà proprio quella serie lì a introdurre il primo argomento di questo post, di cui proprio stamattina ho visto l’episodio finale della terza stagione: Better Call Saul.

Lo stile narrativo, l’ho già detto, non è lo stesso di Breaking Bad, ma non è un difetto. A dire la verità anche la sua serie madre iniziava con un tono a tratti ironico, poi ha cambiato registro nelle ultime stagioni, e ci ha portati al finale con una tensione addosso che se ci penso mi metto lì e me lo riguardo un’altra volta.
Intanto a mia madre ho proposto una visione collettiva settimanale a casa sua, con la scusa che non l’ho mai visto in italiano.

Mentre nelle prime due stagioni la storia andava avanti per conto proprio, con l’introduzione di un personaggio fondamentale di quell’universo narrativo ci siamo agganciati di prepotenza alla storia principale, diventando a tutti gli effetti un prequel. Ci sono i personaggi che abbiamo conosciuto insieme a Walter e Jesse, i luoghi in cui si sono ambientate le loro vicende, assistiamo alla nascita dei loro rapporti e di alcune loro caratteristiche. Mancano solo Walter e Jesse, ma a questo punto non escludo di vederli nella prossima stagione. D’altronde, se abbiamo ritrovato perfino Huell Babineaux..
L’ultimo episodio andato in onda finora è di quelli che ti fanno alzare dal divano dicendo “Waaah!”.

black is the new orange which is the new black

E restando su serie di cui abbiamo già parlato, ma nel frattempo sono andate avanti e ci sarebbe da dire qualcosa, è uscita la seconda stagione di Preacher.

Sai quella serie che sì, carina, ma il fumetto è un’altra cosa e Tulip mi sta pure sulle palle? Quella che non avevo ancora capito se mi piaceva o l’avrei recensita come gli americani recensirono Dresda nel ’45? Ecco, è ricominciata quella serie lì, e da subito si è capito che qualcosa è cambiato.
Intanto i protagonisti non sono più confinati nel buco del culo del Texas, ma se ne vanno in giro e incontrano personaggi (poi vabbè, sono andati a New Orleans, si fermano lì per tutta la seconda stagione, ma è comunque un miglioramento, voglio dire, New Orleans, c’è ambientato un ciclo di storie fighissime in quella città), e i personaggi sono di quelli importanti, che quando sono in scena se la prendono tutta. E poi c’è molto più umorismo macabro, situazioni grottesche, violenza gratuita, insomma, è Preacher. Magari non è fedele alla storia, ma è coerente, e non so voi, ma a me non dispiace affatto vedere una storia nuova, se è coerente con quella che conosco. È come farsi raccontare una nuova avventura dei tuoi personaggi preferiti.
Anche Tulip, alla fine, non l’ammazzerei più, me la sono fatta piacere. Facciadiculo no, è ancora il cosplay ragazzino odioso di Facciadiculo.

per esempio Ganesh non c’è nei fumetti, ed è un peccato

Questo discorso della coerenza lo ritrovo nel’ultima serie di cui volevo parlare, American Gods.
Hai letto il romanzo, ti è piaciuto da morire anche il finale che invece a me no, ma insomma, hai saputo che ne avrebbero fatto una serie e hai cominciato a sperare fortissimo che fosse fedele alla storia che conosci. E invece qua e là cambia. Ci sono personaggi che vengono sviluppati di più, altri che non esistono affatto, succedono cose che non dovrebbero succedere. Tradimento!

Epperò i personaggi che non sono nel libro potrebbero starci bene, se ci fossero sarebbero così, come una canzone che viene esclusa da un disco e la ascolti dieci anni dopo nell’edizione anniversario e diventa la tua canzone preferita.
Ecco, American Gods non diventerà la mia serie di culto, e i personaggi che sono stati aggiunti non sono già adesso i miei preferiti, ma è una storia che funziona bene, non mi fa mai provare quella sensazione di estraneità in cui per esempio The Walking Dead abbonda. Vabbè, ma lì il problema è che la storia è uno sbriciolamento di coglioni e i personaggi vorrei vederli tutti morti, ma non morti che ritornano, morti e basta.
La serie di Amazon (sì, la passano su Amazon, finora l’unica ragione valida per mantenere un abbonamento a Prime), fra le altre belle cose, mi ha riportato in vita diversi attori di cui avevo perso le tracce, prima fra tutti Cloris Leachman (nitrito di cavalli), che a novantun’anni tira fuori una splendida Zorya Vechernyaya. Una chi? Niente, un personaggio di American Gods, stavamo ancora parlando di quello. E poi c’è Crispin Glover, che tutti ricordiamo come il papà sfigato di Michael J. Fox in Ritorno Al Futuro, “ehi tu porco levale le mani di dosso!”, e qui fa il capo dei cattivi; Gillian Anderson, non potevo immaginarla diversamente che così, e adesso me la vedo vestita da David Bowie coi capelli arancioni e chi se lo ricorda più di Scully?

beating up the wrong guy

Per me American Gods è un grosso pollicione alzato, e non ho neanche parlato della colonna sonora, o della bellezza di Emily Browning, o di Kristin Chenoweth, che se per voi è la voce di un personaggio di Bojack Horseman (perché non ho nessuna voglia di vederlo nonostante ne parlino tutti benissimo?) vuol dire che non avete mai visto Pushing Daisies, e mi dispiace tantissimo per le vostre vite incomplete.

Adesso magari mi rimetto a scrivere qualcosa di divertente, eh? Con calma.

Paolo Villaggio non lo so, ma Fantozzi sarebbe dovuto morire di sabato

Che poi ci sono persone che semplicemente non dovrebbero morire mai, non è previsto nel contratto che le ha legate alla nostra esperienza. Certi cantanti, attori, i nostri genitori. Non è necessario che facciano qualcosa, possono anche ritirarsi in casa e non uscire più, non incidere più nessun disco (e il più delle volte quello è auspicabile), sarebbe sufficiente saperli lì, a irradiare sicurezza. Quando se ne vanno tradiscono le tue aspettative, anche se te l’aspettavi, se erano malati da anni, è comunque una condizione sbagliata. Non era previsto che si licenziassero.

Io un po’ mi ci incazzo che Villaggio sia morto invece di ritirarsi in una pensione eterna dove ogni tanto lo va a intervistare la conduttrice di qualche programma della mattina su Raidue. E mi ci incazzerò ancora di più quando ad andarsene saranno i miei idoli veri. Per me il 2016 è stato devastante, per dire. David Bowie, Prince, George Michael, Gene Wilder e la Principessa Leila. Leila, non Leia, sono nato nel 1972 e per me è Leila, punto. E non Carrie Fisher, per quanto volessi bene all’attrice per me lo scorso dicembre è morta la mia principessa delle favole.

E oggi se n’è andato il ragioniere, non il prestigiatore maleducato o l’attore macchietta che oltretutto tifava per quell’altra squadra di Genova.  Era genovese, e un po’ di campanilismo viene fuori, forse perché oggi da queste parti i comici bravi scarseggiano (non che altrove..), e quando se ne va uno di quel livello ti girano le balle. Che poi i suoi libri mi facevano ridere, i film già meno, ma è anche vero che dopo i primi due diretti da Luciano Salce non aveva più niente da dire, era patetico e sopravviveva a sé stesso come Massimo Boldi e Christian De Sica. Anche come Vasco, avrei detto fino a sabato mattina, poi quello ha radunato 220.000 paganti al concerto di Modena, lui che fuori dall’Italia è un perfetto sconosciuto è riuscito dove neanche i Rolling Stones, adesso diventa difficile  dargli del rottame. Magari domani Boldi fa il film dell’anno, che ne so.
Poi va a ritirare il leone d’oro e dice bestia che roba e tutti i fotografi gli tirano addosso la nikon.

Oppure no, aspettano che muoia, è più sicuro. Se riscopri qualcuno da vivo e inizi a celebrarlo poi devi essere coerente e mantenere l’attenzione su di lui, dargli l’opportunità di riscattarsi da decenni di macchietta. Non puoi andare controcorrente e dire che Paolo Villaggio è un grande attore e uno scrittore che avercene, finché è vivo. Conviene aspettare che muoia, a quel punto ti basta scrivere due righe e ne vieni fuori come l’esperto che se fosse dipeso da te, uh, vedevi che carriera faceva quello.
Mi spiace per Boldi, sarebbe stato interessante vederlo recitare in un film di Bellocchio, toccherà osannarlo anche lui quando non ci sarà più.
Spero che succeda il più tardi possibile, nel caso.

il concerto della zia

La prima volta che ho visto i Cure dal vivo è stato nel 1992, al Forum di Assago. Promuovevano il loro album Wish, che per loro era già il nono, ma per me era quello che me li aveva fatti conoscere, e sarà per quello che da allora è rimasto il mio preferito.

Eravamo arrivati molto presto fuori dal palasport per accaparrarci la prima fila, e avevo potuto conoscere un certo tipo di pubblico che da allora ho sempre incontrato solo ai concerti di questo gruppo: i dark.

Il termine corretto sarebbe goth, ma in Italia qualcuno ha iniziato a chiamarli così e il nome è rimasto. Erano i seguaci del post-punk, ascoltavano Cure, Siouxsie and the Banshees, Joy Division, e si divertivano molto più di quel che davano a vedere i loro abiti neri traboccanti di croci.

Negli anni 80, nel piccolo paese dove abito, se a un giovane anticonformista fosse venuto in mente di vestirsi di nero, cotonarsi i capelli e truccarsi la faccia col cerone bianco, avrebbe avuto una vita breve e difficile; Genova era più grande, ma altrettanto chiusa in quanto a mode. Per me questi bizzarri individui esistevano solo nelle pagine delle riviste per ragazzini che scroccavo alle mie compagne di scuola a ricreazione, e per questo ne rimasi affascinato quando me ne trovai davanti un esercito, nel piazzale di Assago.

Affascinato in senso negativo, chiaro: quei pagliacci erano i miei diretti avversari nella lotta alla prima fila, e i loro bracciali borchiati costituivano una seria minaccia in un ambiente ristretto. Mi domandai se non fosse troppo tardi per convertirmi alla musica paninara: strusciarsi contro una folla di piumini imbottiti era senza dubbio più confortevole.

Dentro il forum fu la morte. Ho assistito a diversi concerti in quell’edificio, ma solo a quelli dei Cure ho preso così tante spinte, sono stato trafitto da tante gomitate e ho avuto la maglietta impastata di lacca e rossetto peggio che in un postribolo o nel camerino del circo.

Sabato sono stato a Casalecchio di Reno, al mio quinto concerto dei Cure, ventiquattro anni dopo quello di Milano. E ad aspettare fuori dai cancelli, seduti per terra nelle loro palandrane nere, col cerone e il rossetto e i capelli cotonati, c’erano gli stessi individui di allora. Non la stessa categoria, proprio le stesse persone: quarantenni vestiti di nero, appena più sobri di allora. Cinghie e borchie comparivano solo ogni tanto, ma agli anfibi lucidati non aveva rinunciato nessuno. Un sacco di donne pallidissime con décolletés generosi, qualche nostalgico con la maglietta dei Clash, a ricordare che tanto veniamo tutti da lì.

l'irriducibile

l’irriducibile

E i maledetti bagarini. Sono ovunque, cercano di comprarti il biglietto a metà prezzo per rivenderselo al triplo, hanno una dotazione di tagliandi che ti domandi come abbiano fatto, che per ottenere il tuo hai avuto a disposizione una manciata di secondi prima che andassero esauriti. Una volta era facile, andavi in uno dei pochi punti vendita disponibili, compravi cinquanta biglietti e via, ma adesso con la vendita telematica sei soggetto a una limitazione, il sito non te ne vende più di due o tre. Come fanno questi ad averne sempre? E già che ci siamo, come fanno a vendere quelle sciarpette sintetiche orrende con la stampa del gruppo e la data del concerto dietro? Chi gliele può comprare, a parte un cieco ubriaco minorenne amante del kitsch e con un sacco di soldi da buttare?

Insieme a me, ad affrontare le tre ore e passa di attesa prima dell’apertura, il mio fedele compagno di avventure, Concertillo. Se siamo lì è merito suo, io non ce l’ho il tempo e la costanza di piantonare ticketone in attesa che inizi la prevendita con un anno di anticipo. Lui è il tipo che in una città straniera entra in ogni negozio di dischi e spulcia ogni scaffale per trovare il quarantacinque giri di un gruppo che neanche gli piace tantissimo, ma meglio che niente; per uno così comprare un biglietto online è solo un giochetto. Se Costanza fosse una bambina, Concertillo sarebbe il suo papà.

“Certo che arrivare alle tre e trovarci praticamente davanti..”
“Eh, invecchiamo tutti. Magari dentro è la volta che non ci massacrano, che ne sai.”

“No, ma la prima fila non è neanche più così importante, oramai uno preferisce stare dietro ed evitare la ressa”

“Vado in bagno, tienimi il posto”

“Dammi i biglietti, che magari aprono mentre non ci sei”

“Scusa, ma non mi aspetti? E io come faccio a ritrovarti poi?”

“Cazzi tuoi, io appena aprono mi fiondo dentro”

E infatti appena hanno aperto ci siamo fatti la nostra solita corsa fino alla transenna, dove altri quarantenni dallo scatto veloce si erano già presi i posti migliori.

Alla fine abbiamo ottenuto una quinta fila più che dignitosa, e la soddisfazione di avere ancora quella volata sul parterre che fa la differenza.

Consiglio: Quando devi correre per il posto migliore le scarpe da ginnastica rendono più degli anfibi.

Il gruppo che accompagna i Cure nel loro tour si chiama Twilight Sad, è scozzese e gode di una certa fama nell’ambiente post-punk, grazie a quattro album di discreto successo, ottime recensioni dalla stampa e un notevole 55esimo posto nella classifica di vendita britannica.

somiglia un po' a coso

somiglia un po’ a coso

Suonano quattro o cinque canzoni, non sono sicuro del numero esatto perché crollo addormentato a metà della prima. Però sono bravi, il cantante si esibisce volentieri nel numero dell’epilettico, e fra una canzone e l’altra alterna spasmi e gesti nervosi a baci verso il pubblico. Forse è il suo modo di omaggiare Ian Curtis, al quale cerca di somigliare nell’aspetto e nello stile musicale.

Smettono proprio mentre sto per tirargli una rastrelliera da cucina.

E poi inizia il concerto vero.

Robert Smith ormai non ha più una forma, un sesso. Si presenta in scena con la solita cofana sparata e il rossetto. Sotto una camiciona nera indossa una serie di collane vistose. È una grossa signora anziana dal seno cadente, la voce sommessa e le mani gonfie. Gesticola nel suo solito modo femmineo, fa venire voglia di chiedergli un biscotto. Qualcuno dal pubblico gli urla che la vestaglia poteva lasciarla a casa.

la zia

la zia

I miei amici che amano gli spoiler si sono studiati le scalette di tutte le date precedenti, e ne hanno ricavate due, che variano nella canzone di apertura e in poche altre. L’unica cosa che accetto di sapere è che una delle due contiene brani più cupi. Spero che a noi tocchi l’altra: il lato tetro dei Cure mi piace molto, ma persone tristi in giro ce ne sono già abbastanza.

Inizia con Plainsong, e l’espressione contrariata di Concertillo mi fa capire che ci è andata bene.

È un brano tratto da Disintegration, il loro ottavo disco, una perla da cui sono stati estratti un paio dei singoli più famosi. Alla fine da quel disco suoneranno otto canzoni su dodici, basterebbe già per farmi contento.

Dietro il gruppo cinque pannelli proiettano immagini di fuochi bianchi che cadono in scie lente, sopra di loro quattro file di fari compongono il resto della scarna scenografia. Una parete di amplificatori e spie chiude alla vista la parte posteriore del palco, racchiude i musicisti lì davanti, come in una sala prove.

Davanti a me c’è Reeves Gabrels, il chitarrista che si fa i cazzi suoi. Non indossa roba vistosa, non va in giro. Lui è lì per suonare e suona. E suona bene e potente. Non a caso ha una certa fama, nell’ambiente. Per dire, è sua la chitarra in diversi album del David Bowie più recente: questo signore ha inciso i miei album preferiti, Earthling e Hours, ha scritto Thursday’s Child, cazzo.

lasciatemi suonare e portatemi una birra

lasciatemi suonare e portatemi una birra

Uno che invece non si rassegna a stare fermo è Simon Gallup, il bassista storico, carismatico e sempre più votato a somigliare a Johnny Bravo, il personaggio dei cartoni animati. Percorre il palco avanti e indietro nei suoi jeans aderenti, pianta uno stivalone sull’amplificatore e fa gesti al pubblico, torna da Robertone e gli ghigna qualcosa. Porta al polso un fazzoletto coi colori del Reading, la sua squadra del cuore. Alle sue spalle, fissata a una cassa, ha trovato spazio anche una bandiera.

È secco e nervoso, la canottiera degli Iron Maiden gli lascia scoperte le braccia asciutte. Sembra Mick Jones negli anni ’70, tanto per restare sui Clash.

leningrad cowboys go to america

leningrad cowboys go to america

La seconda e terza canzone in scaletta fanno ancora parte di Disintegration: Pictures Of You e Closedown, e non si allontanano granché dalla versione in studio.

A Night Like This non l’avevo mai sentita dal vivo, nonostante la facciano sempre ovunque. Rende bene.

Un altro pezzo per me inedito è alt.end, che però mi fa anguscia. Per fortuna subito dopo inizia la tastierina scema di The Walk, che ti entra in testa e non se ne va più neanche due giorni dopo, a casa, col cane che vorrebbe mangiare e tu che gli rispondi tatta tatta tarattatta tattattà tarattattà.

Plainsong

Plainsong

E poi Primary rumorosa, quadrata, cattiva. Viene su un casino di energia in questo concerto, che però rimane circoscritta al palco, non ti fa venire voglia di muoverti, e ci metto un po’ a capire perché.

È il cantante. Dosa la voce, la tiene bassa, spesso accenna soltanto il canto, o non segue la melodia e si limita a recitare il testo. Il pubblico segue lui e non si sente trascinato. Quando devi tirare tre ore di esibizione hai tutto il diritto di conservarti, e quello che viene fuori non è un brutto concerto, solo più statico.

If Only Tonight We Could Sleep non la fanno mai, e se volete il mio parere va benissimo così. Charlotte Sometimes invece mi arriva addosso inattesa. E uh, è proprio bella.

Poi qualche classico, poi From The Edge Of The Deep Green Sea, che è sempre il momento in cui mi isolo dal mondo e mi faccio il mio viaggio. Non lo so se c’è una canzone che mi piace più di questa, sarà che ogni volta che la riprendo mi dice qualcosa di nuovo.

Dopo il blocco principale, che si chiude con Disintegration, rientrano tre volte. Tre. E ogni volta suonano almeno quattro canzoni. E l’ultimo blocco sono tutte allegre e ballerine. Io non lo so di cosa siano fatti questi tizi, per quanto mi riguarda sono uno straccio già da un’ora.

Friday I'm in love

Friday I’m in love

Hanno suonato tantissimo, e diversi pezzi che non avevo mai sentito dal vivo. Esco dal palasport sulle ginocchia, col telefono scarico e un letto da qualche parte a Bologna che spero di raggiungere col gps, perché se ci provo con le preghiere tanto vale dormire in macchina.

È a quel punto che Sadichillo mi rivela che l’altra scaletta conteneva molte più tracce di Wish, apriva con Open e chiudeva con End, che lascia da parte l’originalità, ma sono due pezzi da aprirsi il torace e tirargli il cuore come le ragazzine le mutande.

 

centotre-e-tre n.14: la morte viene silenziosa come un’alce

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
T
ony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso

Il 2016 è stato un anno che ha visto andarsene molti personaggi importanti, da Muhammed Ali a Dario Fo, e speriamo che la lista non prosegua, perché gran parte del mio olimpo musicale, cinematografico, sportivo e letterario comincia ad avere una certa età, e ci sono ancora due mesi da far passare.

La botta più forte l’ho ricevuta il 10 gennaio, quando se n’è andato David Bowie.

Uno che se avessi dovuto fare una lista di cinque musicisti che amo avrei dovuto mettercelo dentro, e se l’avessi fatta delle cinque persone a cui vorrei assomigliare avrei dovuto mettercelo di nuovo (anche se non al primo posto, perché in cima c’è lo zio Bill), e credo che avanti a liste di cinque il nome di David Bowie sarebbe ricomparso più spesso di altri.

Mi ha fatto malissimo.

Questa puntata di centotre-e-tre la voglio dedicare a lui, e a tutti quelli che se ne vanno.

Se la Morte incontra The Rock muore

Se la Morte incontra The Rock muore

Se non sei un fanatico religioso accettare la fine della vita è, di solito, piuttosto difficile. Non ti puoi rifugiare dietro il fatalismo e la convinzione che continuerai a esistere da un’altra parte, dove è tutto bello e luminoso. Anche perché, qui nel mondo dei vivi, i luoghi di rappresentanza di quell’aldilà così figo sono freddi, bui, e hanno delle panche scomode su cui stare seduti. E durante la funzione passa qualcuno a chiederti di buttare monetine in un sacchetto.

Se tanto mi dà tanto il Paradiso dev’essere gestito da affittacamere pedofili.

L’altra versione del trapasso, quella scientifica, ci insegna che siamo fatti di atomi. Quando moriremo la nostra materia si trasformerà in qualcos’altro, gli atomi andranno ad ammassarsi in forme differenti, e qualcosa di noi continuerà a esistere, seppure con meno possibilità di rimorchiare ragazze.

Visti i miei standard attuali non farà molta differenza, presumo.

Siamo coscienze portate a spasso da materia deambulante, passeggeri temporanei dei nostri stessi corpi. Morire dovrebbe essere una formalità, eppure continuano a girarci le balle ogni volta che ci guardiamo allo specchio e notiamo una ruga in più.

Perché essere vivi.. per faticoso e doloroso e deprimente e inutile che sia.. nessuno ci ha dimostrato che l’alternativa sia meglio, ecco.

La notizia della morte ci arriva come un monito: stavolta te la sei cavata, ma non sarà sempre così.
A ferirci non è il pensiero che quella persona ha smesso di fare le cose che le piacevano, è più l’idea che noi non potremo più godere di ciò che di quella persona amavamo. È un dolore egoista, e infatti, per quel che ne possiamo sapere, a quella persona di finire sottoterra non frega granché. Magari non vedeva l’ora di sparire, che ne sai.

Non fa male non fa male non fa male

Non fa male non fa male non fa male non fa male

Dovremmo lavorarci su questa visione egocentrica dell’esistenza, ci porta un mucchio di problemi di cui neanche ci rendiamo conto.
Potremo dirci guariti dal nostro problema solo quando riusciremo ad accettare serenamente che David Bowie non scriverà più nessuna canzone, che Steve Dillon non disegnerà più fumetti, che Gene Wilder, Father Jack, C1P8, Alan Rickman, Bud Spencer..

Io voglio credere che questi personaggi ricchi e famosi abbiano trovato un modo per sparire, un’isola di Lost per celebrità, e abbiano finto la propria morte. Adesso sono tutti là a fare grigliate sulla spiaggia, a scrivere, recitare, suonare, godersela alla facciazza nostra. Ogni tanto qualcuno di loro muore per davvero, lo sotterrano e vanno avanti senza dire niente a nessuno.

Perché dai, siamo onesti, Prince? Ma come cazzo l’accetti la scomparsa di Prince?

centotre-e-tre n.13: Pablo Picasso was never called an asshole

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III

Il Pulcinella è considerato la prima opera del periodo neoclassico di Stravinskij. Gli venne commissionato da Sergej Djagilev, fondatore dei Balletti Russi di cui ci sarebbe da raccontare parecchio, che la sua relazione con Nižinskij meriterebbe un post a parte, e mi permetterebbe di raccontare della mia visita al cimitero di Montmartre, dove il ballerino è sepolto. E invece resto su Pulcinella, tratto da un libretto attribuito un po’ a Giovanni Pergolesi e un po’ ad altri autori meno conosciuti, e messo in scena nel 1920 all’Opéra di Parigi. In quell’occasione l’allestimento delle scene fu curato nientemeno che da Pablo Picasso, ideatore anche dei costumi.

Cimitero bellissimo, peraltro. Roba che uno vorrebbe morire apposta per andarci ad abitare

Cimitero bellissimo, peraltro. Roba che uno vorrebbe morire apposta per andarci ad abitare

E sarà proprio lui il filo conduttore per il prossimo passaggio.

Io e Picasso abbiamo condiviso ben più del nome, fin da quella volta a Barcellona in cui mi trovai davanti a uno scarabocchio, forse un bozzetto per un menu, ed ebbi la sensazione che nella mia testa si sganciasse qualcosa. Credo che sia un po’ come quando ti togli il reggiseno. Non me ne sono mai tolto uno, ma quando mi riesce di sganciarlo mi sento più o meno come quella volta, come se la logica dicesse “vabbè, io aspetto fuori, ci vediamo quando hai finito”. Una liberazione dagli schemi, un liberi tutti. Da qualche parte nella mia testa ho sentito “Ah ma allora si può anche così! Bene!”.
Poi vabbè, altri pittori mi hanno dato sberle ancora più forti su quegli stessi schemi, e non vi dico le ragazze che il reggiseno non se lo volevano far togliere, ma il primo che me li ha allentati è stato sicuramente lui.
Degli incontri successivi di qua e di là dell’Atlantico non sto a raccontare, ma sono stati così numerosi che quando mi sono trovato all’ingresso di una sua mostra a Marsiglia, qualche tempo fa, ho preferito stare fuori a prendere il sole.

“Come, non sei entrato?”
“No, dai, due palle Picasso!”
“Due palle Pi.. Oh! Ma come ti permetti? E ti chiami pure come me! E il legame empatico che si è creato fra noi dove lo metti?”
“Ancora con questa storia? Non c’è nessun legame, ci chiamiamo allo stesso modo, punto. Neanche lo sai se mi chiamo così per te o per Neruda. Fra l’altro scrivo, e non so dipingere. Qualche dubbio ti sarà venuto?”
“Sei un ingrato! Chi ti ha introdotto a un diverso punto di vista sul mondo, io o quel piagnone di Neruda? Chi ti ha mostrato che si può essere diversi da tutti gli altri e avere ragione, io o quel cileno di merda? Non mi aspettavo un voltafaccia del genere, sono davvero deluso!”
“Ma deluso di che? Ho visto tutto quello che hai fatto, sono stato perfino a Guernica!”
“E al Guggenheim? Ci sei venuto al Guggenheim?”
“Non ho avuto tempo”
“Sei stato due volte a New York e non hai trovato il tempo di entrare al Guggenheim!!”
“Ho visto quello di Bilbao, vale?”
“Stronzo!”

Ogni volta così. Capirete che dopo un po’ uno si scogliona pure.
È per questo che la nuova puntata di centotre-e-tre sarà dedicata a un pittore che amo.

Badass old men

Badass old men

Pablo Diego José Francisco de Paula Juan Nepomuceno María de los Remedios Cipriano de la Santísima Trinidad Ruiz y Picasso nasce a Malaga nel 1881, e trascorre i primi dodici anni della sua vita a imparare il proprio nome per intero. Nel 1895 si trasferisce a Barcellona, dove si vede costretto a imparare il proprio nome anche in catalano. Ormai ha deciso di diventare un pittore, non ha più tempo per questi studi a suo dire inutili, e se ne va a Madrid.
Qui diviene un assiduo frequentatore del Quatre Gats, una taverna bohemiènne sullo stile del Chat Noir parigino, uno di quei posti dove vai a vedere che aria tira e ti ritrovi con degli sconosciuti a bere vino siciliano, decantando il fantastico palinsesto di Radio3 e la settimana prossima andiamo a vedere la mostra di Leighton a Tarragona, vieni?
Guarda, verrei volentieri, che coi preraffaelliti ci vado sotto di brutto, ma ho dei dipinti da finire, vorrei organizzare una mostra, se trovassi il posto.

In quel momento passa di lì il gestore del locale, Pere Romeu, che lo prende per un braccio e gli fa “Senti ricciolino, con questo aglianico il tuo conto arriva a diciassettemila pesetas belle tonde. Ho capito che sei uno spiantato come la maggior parte dei clienti di questo bar, maledetto me e quando ho deciso di dare rifugio agli artisti invece che agli agenti di borsa, e allora ti faccio una proposta: io ti faccio allestire la tua mostra qui dentro, tu mi porti amici danarosi e il tuo debito lo azzeriamo, che ne dici?”

Si organizza la mostra nel febbraio del 1900, e a settembre di quello stesso anno Picasso si trasferisce a Parigi, braccato dai sicari di Romeu.

Insieme a lui il poeta Carlos Casagemas, che come tutti i poeti si strugge d’amore praticamente per chiunque se lo caghi. A Barcellona si innamora della cameriera del Quatre Gats, che parla come un portuale e rovescia il vino addosso ai clienti. Dice che di lei ama il temperamento sanguigno, e che una donna così saprà scaldare il suo cuore ghiacciato da troppe delusioni. Quando Picasso si rifugia a Parigi se lo porta dietro, sperando che il cambiamento d’aria lo riporti sulla via della ragione, ma la ville lumière sembra fatta apposta per accentuare i problemi di cuore, e il povero Carlos perde la testa per la bella Germaine, la classica faccio cose vedo gente che si cerca e gli riempie la testa di illusioni.
Ovviamente finisce malissimo: una sera, al ristorante, Carlos ordina la tarte tatin, ma gli portano un pasticcio alla panna. Lui tira fuori la pistola e si spara alla tempia.

Picasso ci resta così male che butta via tutti i colori della sua tavolozza e tiene solo il blu, colore della malinconia, dell’inquietudine e del vivere male. Non è un caso che il tasso di suicidi nel villaggio dei Puffi sia così elevato.

Quadri che ti vengono a strappare delle cose dentro senza farsi notare

Quadri che ti vengono a strappare delle cose dentro senza farsi notare

La svolta cubista è a un passo: Les Demoiselles D’Avignon è del 1907, io mi ci sono trovato davanti nel 2011, centoquattro anni più tardi, e ancora il suo autore aveva delle cose da dirmi.

“Allora? Ti piacciono? Eh? Sono o no più bravo io di Dalì?”
“Vabbè, siete diversi, che ti devo dire..”
“Diversi un cazzo! Vai a vedere se il MOMA le espone, le sue opere! Vai a vedere se le espone il Guggenheim, ingrato de mierda!”
“In realtà sì e sì”
“Coma mierda”

Il resto della vita di Picasso ve lo lascio scoprire da soli, non sarà difficile. Io mi prendo una pausa, magari meno lunga dell’ultima volta, e vi lascio con un brano che ci porta, finalmente, in Inghilterra.