Mentre il mondo si è fermato e ci sembra di stare vivendo tutti in una grossa bolla immobile in cui le giornate si susseguono identiche le une alle altre, le vite di ciascuno di noi, ognuna nel proprio piccolo spazio, vanno avanti lo stesso, ogni giorno, sempre alla stessa velocità, e magari proprio a causa di questa grossa bolla cambiano improvvisamente direzione e magari si schiantano, e bisogna essere fortunati per poter uscire vivi dai resti dell’incidente.

È successo a me, non più tardi di un mese fa: mentre il mondo si prendeva una lunga pausa di riflessione, la mia vita ha subito una svolta radicale, e sono stato licenziato.

Non entro nel merito della questione, troppo lunga e complicata, e se non fai parte di quel piccolo spazio che la mia vita occupa all’interno della grossa bolla, neanche interessante.

Non mi sono perso d’animo, quando dicono che per ogni porta che si chiude c’è un portone che si apre da qualche parte, devono avere ragione. Basta sapere dove trovare il portone.

Ci sono un sacco di opportunità da cogliere, se non hai l’obbligo di presentarti al lavoro tutte le mattine cinque giorni su sette, e mi è sembrato il momento giusto per coglierle.

Il mio primo gesto per approfittare di questo cambiamento e cadere in piedi, è stato di cercarmi un altro lavoro. Certo, mica sono stronzo: va bene gli obblighi, ma se voglio continuare a mangiare ho bisogno di uno stipendio.

Stavolta, per cambiare, mi sono dato delle regole: il nuovo lavoro avrebbe dovuto garantirmi molto tempo libero, mi avrebbe permesso di viaggiare e di sfruttare la mia buona conoscenza delle lingue.

E avrebbe dovuto essere eccitante, e farmi sentire un figo.

Ho elencato le mie richieste alla signorina dell’agenzia di collocamento, che le ha inserite in un computer, poi ha pigiato un tasto e sullo schermo è apparsa un’inserzione interessante: agente segreto presso il servizio segreto britannico.

Cioè, io non l’ho vista di persona che pigiava sui tasti e compariva la scritta, non so se vi ricordate che c’è il coronavirus e se ti vedono uscire di casa ti tirano le madonne dal terrazzo, ma sono sicuro che ha eseguito queste operazioni perché la sentivo battere sui tasti.

Doveva avere una tastiera meccanica come la mia, che quando pigi sui tasti viene su la vicina a chiederti di piantarla di fare casino, perché la sentivo da casa mia e lei stava pigiando a Genova. E la telefonata era già terminata da dieci minuti.

Dopo mezz’ora che ho spedito il curriculum, mi ha telefonato una donna con un forte accento britannico e la voce da anziana attrice di teatro. Mi ha detto di chiamarsi M, e che doveva farmi alcune domande. Ho risposto che ero disponibile ad andare a Londra non appena la pandemia mi avrebbe permesso di uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, ma che se voleva potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Mi ha detto che non c’era tempo di aspettare che la pandemia mi lasciasse uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, e che se volevo potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Ho capito che era meglio se di lì in poi avessimo smesso di parlare ognuno nella lingua dell’altro, perché va bene la cortesia, ma non stavamo capendo un cazzo.

Il mio colloquio per entrare nel MI5 si è svolto per telefono in due lingue, ed è stato difficilissimo: M mi faceva le domande in inglese e io rispondevo in italiano su quello che capivo, poi lei valutava le mie risposte in base alla sua scarsa conoscenza dell’italiano e mi assegnava un punteggio.

“Nell’ultimo film di James Bond chi interpretava il ruolo del cattivo?”
“Devo riferire nome, grado e numero di matricola.”

“Qual è il vero nome della Regina Elisabetta?”
“Il Nordamerica, l’Oceania più un terzo continente a scelta.”

“A che ora passa l’ultimo autobus per Earl’s Court e come si chiama l’autista?”

“Uovo, guanciale e pecorino romano. Sale e pepe.”

“Che busta vuole, la uno, la due o la tre?”

“Il colonnello Mustard, nella sala da biliardo, con un cacciavite nell’occhio.”

“Va bene, è assunto. Comincia domani.”
“Accidenti, mi spiace. Ma grazie lo stesso per la bellissima opportunità. E se doveste ripensarci vi prego di contattarmi in qualunque momento.”

L’indomani ho ricevuto un pacco via corriere Bartolini. Sulla confezione c’era scritto Provenienza: London UK, e sotto in piccolo “Mi piaci, vuoi essere la mia ragazza?”. Ho detto al corriere Bartolini di piantarla di scrivermi sconcerie sui pacchi, o lo avrei segnalato ai suoi superiori.

Il pacco conteneva una valigetta, dentro una valigetta una busta con scritto sopra un grosso 3, una pistola Walther PPK e un manuale di istruzioni col mio nome sopra. Siccome lo so già come funziono non mi sono preso la briga di leggerlo, ho preso la pistola e sono andato alla finestra a vedere se quel rompicazzo del cane della vicina era sul terrazzo.

Non c’era, sono rientrato e ho aperto la busta. C’era la foto di un tizio con una grossa cicatrice sull’occhio destro, un passaporto inglese intestato a Hans Delbruck e un biglietto aereo per Macao.

“Ammazza se mi somiglia, questo tizio!”, ho pensato. Poi ho portato il passaporto ai carabinieri, spiegando loro che il signor Hans Delbruck ne avrà certamente denunciato la scomparsa, e ho chiamato un taxi che mi portasse di corsa all’aeroporto.

L’aeroporto di partenza era Heathrow, e la corsa in taxi mi è costata così tanto che non mi sarebbero bastati i soldi che avevo sul conto.

Per fortuna mi sono ricordato di avere una pistola. L’ho data all’autista come pagamento, e lui ha indossato un passamontagna ed è corso dentro l’aeroporto a rapinare il duty free.

Ci siamo incrociati sulla porta, io portavo la mia valigetta, lui aveva le mani piene di tobleroni.

Fuori dall’aeroporto di Macao faceva un caldo maiale, in un attimo mi sono ritrovato fradicio di sudore. C’era un uomo molto grosso in divisa da autista, che reggeva un cartello con scritto Mr. Delbruck. Sono andato da lui e gli ho detto di stare tranquillo, che il suo passaporto era già stato consegnato alle forze dell’ordine italiane, e comunque di cambiare la foto, che non gli somigliava per niente. Questo ha fatto una faccia strana, ha detto “Police?”. Io gli ho detto “Certo che li conosco, li ho visti dal vivo a Londra, qualche anno fa! Piacciono anche a te?”. Lui ha detto “London?”, io ho detto sì sì. Ha chiamato qualcuno al telefono, ma non so cosa si sono detti perché a Macao parlano cinese e portoghese, e siccome non parlo il cinese, ma un po’ di portoghese lo capisco, ho notato subito che la lingua in cui il mio misterioso interlocutore si esprimeva non era quella che parlano a Fatima. Fatima è in Portogallo, no? Vabbè, non ho voglia di controllare, quella che parlano a Lisbona, così non ci sbagliamo.

Quando ha finito di telefonare ha rimesso il cellulare nella tasca interna della giacca, e già che c’era ha tirato fuori una pistola dalla fondina ascellare e me l’ha puntata contro.

Mi sono sempre fatto un mucchio di domande sulle fondine ascellari, tipo se uno suda un casino poi sulla pistola resta la puzza? Metti che uno fa il poliziotto e a fine turno deve restituirla, e tutti sanno che è la sua per via dell’odore, e gli affibbiano il nomignolo di Ispettore Neutro Roberts, e lui ci soffre un casino e per vendicarsi si mette a fare la talpa per la malavita e passa informazioni importanti a un capomafia che ammazza il capo della polizia, e a quel punto l’ispettore Neutro Roberts ma il cui vero nome è Al Itosi si pente e torna dalla parte dei buoni e affronta il capomafia e lo arresta e lo porta in caserma e tutti lo applaudono e gli dicono bravo sei un eroe ma non lo abbraccia nessuno e c’è anche uno che corre ad aprire le finestre.

“Oh, ti sto puntando la pistola da un’ora! Mi caghi o no?”
“Scusa, mi sono distratto, la possiamo rifare?”

Ha smesso di puntarmi la pistola addosso e l’ha messa nel taschino interno della giacca, ma c’era già il cellulare, che ha provato a infilare nella fondina ascellare, ma gli è scappato dall’apertura inferiore ed è finito per terra. L’ha raccolto ed è rimasto lì a guardarmi, col cellulare in una mano e la pistola nell’altra.

“Se vuoi te lo tengo”, gli ho detto, indicando il cellulare.

“Grazie!”, ha risposto, e finalmente ha potuto infilarsi la pistola nella fondina, poi mi ha minacciato puntandomi addosso il dito indice.

Ho pensato che mi stesse chiedendo chi ero, e per cercare di superare le difficoltà linguistiche gli sono andato incontro e gli ho stretto il dito indice come fosse una mano. “Molto piacere, mi chiamo Pablo Renzi. E tu sei?”

Col suo dito indice intrappolato nella mia mano destra, l’uomo grosso in divisa da autista ha perso tutta la sua aggressività e si è messo a piangere. Mi ha detto che i suoi capi l’avevano mandato a prendere un cliente importante che si chiamava Hans Delbruck, e che non si aspettava certo di venire arrestato dalla polizia di Londra. Ma se lo lasciavo andare era pronto a rivelarmi il nome del suo capo, e dove potevo trovarlo.

Come ho detto prima, io il cinese non lo parlo, quando ha attaccato a piagnucolare ho smesso di ascoltarlo, e ho continuato a scuotergli il dito per paura che si offendesse, però non è che a stare lì con quel caldo ad agitare il dito di un omone in lacrime mi facesse sentire a mio agio, poi la gente chissà cosa va a pensare. Intanto che quello mi diceva chissà cosa ho agitato la mano libera e ho fatto fermare un taxi.

“Per favore, puoi dire a questo tassista che voglio andare in hotel? Ho una camera prenotata a quest’indirizzo, aspetta.”

Ho tirato fuori dalla tasca la foto del tizio con la cicatrice, sul cui retro era stato scritto a penna l’indirizzo dell’hotel. Non è stato facile, la tasca stava sullo stesso lato della mano che stringeva il dito dell’omone, ho dovuto usare la sinistra e contorcermi come quando devo aprire il portone di casa e ho il sacchetto della spesa che non posso posare perché in fondo ci sono le uova e sopra i mattoni.

L’omone frignone ha visto la foto ed è sbiancato, o almeno credo sia sbiancato, non so bene gli asiatici che colore si dice che prendano quando impallidiscono. Ha sgranato gli occhi e spalancato la bocca, come fa uno quando si spaventa, e mi ha detto Blofeld, che dev’essere una parola cinese perché in portoghese non vuol dire niente.

Ha detto al tassista delle cose e quello gli ha risposto delle altre cose, e mi hanno di nuovo fatto sentire escluso, ma insomma, si fa mica così con delle persone che hai appena conosciuto. Per la stizza mi sono rimesso le mani in tasca.

L’autista mi ha aperto la portiera e mi ha fatto segno di salire, e siccome non capivo l’omone mi si è messo dietro e mi ha spinto in macchina, poi ha tirato fuori un fazzoletto e si è asciugato i lacrimoni.

L’ho guardato dal lunotto posteriore, fermo sul bordo della strada a massaggiarsi il dito. Mi ha fatto pena, poverino, chissà cosa mi voleva dire.

Il taxi mi ha scaricato davanti a un edificio che non ho capito se era un hotel, ma ho sperato di no, perché dall’aspetto non me lo potevo permettere. Era composto da due edifici parecchio alti a forma di calorifero, ma non un calorifero normale, uno che potresti trovare nel bagno di un miliardario con la fissa dell’oriente, bianco e dorato, sovrastato da tettoie a forma di campana. A unire i due palazzi un edificio basso, a forma di arco, che culminava in una gigantesca tettoia ondulata tenuta su da quattro colonne. Sotto la tettoia dei vasi di fiori così grossi che dentro ognuno poteva starci non dico il giardino di mia madre, ma mia madre di sicuro.

A impedire che mia madre si infilasse di soppiatto in uno dei vasi, stava un tizio vestito di rosso, con un buffo cappello. Mi è venuto subito incontro e mi ha detto “Benvenuto al Ritz Carlton, signore”.

Ah ecco.

Quindi non c’era solo Babbo Natale a vestirsi di rosso e indossare buffi cappelli.

Avrei dovuto capirlo dal fatto che non aveva la barba.

“Salve, Ritz Carlton, mi chiamo Renz Pablon”, gli ho detto, mentendo. Speravo che se l’avessi colpito con l’assonanza mi avrebbe fatto lo sconto sulla camera.

Il tassista è sceso dalla macchina e gli ha detto qualcosa nella loro lingua piena di mistero. E allora! Ma che razza di cafoni!

Ritz Carlton mi ha fatto un sorrisone e mi ha accompagnato alla reception, dove una signorina che io quando lavoravo in hotel se avessi avuto delle colleghe così belle mi sarei perlomeno stirato la divisa mi ha messo in mano una tessera di plastica e mi ha detto che ci potevo aprire la porta e anche usarla al casinò per ritirare le fiches.

Per fortuna me l’ha detto nella mia lingua e ho capito, perché se invece che dirmelo me l’avesse scritto avrei travisato completamente e mi sarei fiondato al casinò a pretendere quella parte dell’equipaggiamento da agente segreto che non sono le macchine sportive.

Invece così sono prima salito in camera, tenendomi la visita al casinò per il momento in cui avrei dovuto saldare il conto. Avevo in mente di giocarmi alle slot i cinque euri che avevo nel portafoglio, vincere una carrettata di gettoni e raddoppiarli al tavolo del poker, dove modestamente sono una potenza: su quello di Windows vinco almeno una partita su venti, non so se mi spiego.

(continua)

Ieri sera io e Shasha siamo stati fermati dalla Guardia di Finanza mentre tornavamo dalla nostra riunione sediziosa. Per celare le nostre vere intenzioni indossavamo una tuta da ginnastica e procedevamo a passo sostenuto, tipo uno che deve sbrigarsi per non perdere il treno, niente di eccessivo insomma.

“Dove state andando?”, ci ha chiesto l’agente Smith.
“Facciamo una corsa”, ho risposto.
“Alle undici di notte?”
“Eh, di giorno c’è gente, è pericoloso”

Ci ha invitati a tornare a casa, che oltretutto “quella povera ragazza pare che sta morendo”. Si riferiva a Shasha, ovviamente, che stava mostrando segni di affaticamento livello Ho-fatto-lo-Stelvio-in-Graziella-e-non-me-ne-pento, e sbuffava e sudava e si appendeva al mio braccio come se le gambe le dovessero cedere da un momento all’altro.

Che grande attrice mia moglie! Quando le guardie ci hanno lasciati soli mi sono congratulato con lei, poi le ho passato un respiratore perché sennò moriva davvero.

A casa abbiamo discusso di quanto era venuto fuori alla riunione. Shasha aveva qualche dubbio, ma lei di come funzionano le cose in Italia non è pratica, se n’è stata zitta mentre la piccola Giorgia distribuiva i compiti ai partecipanti, e adesso guardava il suo nuovo quaderno di matematica con la copertina di Peppa Pig come un alchimista guarda il manuale di istruzioni della pietra filosofale.

“Cosa significa tutto questo?”, mi ha chiesto.

Non sapevo cosa risponderle, ero confuso anch’io. Il tema che mi era stato assegnato si intitolava ” Sono trascorsi solo alcuni mesi dall’inizio della seconda media. I miei compagni di classe sono sostanzialmente gli stessi, eppure qualcosa è cambiato. Che cosa sta accadendo in me e tra di noi?”, e se non riempivo almeno due pagine di protocollo sarebbero stati cazzi acidi.

“Ti avevano promesso il ruolo di capitano nella squadra di calcetto, cosa ci facciamo con questa roba?”
“Cerca di capire, Giorgia ha bisogno di dimostrare ai suoi genitori che è in grado di assumersi le sue responsabilità. Stiamo cercando tutti di darle una mano a fare una bella figura. Appena suo padre le lascerà l’azienda potremo dedicarci a sgominare i piani malvagi del sindaco.”
“Ma non me ne frega niente del sindaco! Ho già raccontato ai miei amici in Cina che mio marito è un famoso calciatore, cosa gli dico adesso? Mia madre era così felice!”

Cosa non farebbe un uomo per soddisfare la donna che ama?
Ho spedito il curriculum al Genoa: se dovevo mettermi a giocare a calcio almeno lo avrei fatto nella squadra che amo. E poi non avrei fatto più danno di qualunque dei suoi attuali titolari.

Ci ho scritto che ho iniziato la carriera nel Guizhou, una squadra cinese del.. beh, del Guizhou, poi mi hanno assunto nell’Universidad Catolica, in Cile, dove ho militato per due anni arrivando a vincere il campionato, e adesso sono titolare nel Boca Juniors.

“E a parte PES 2019 hai mai giocato a calcio?”, mi ha chiesto il presidente del Genoa al telefono, venti minuti dopo avergli spedito il mio CV.
“Non sono mai riuscito a convincere un pallone a finire dove volevo io”
“Va bene, sei assunto. Ce la fai a venire al campo di allenamento a Pegli questo pomeriggio? Ti faccio fare una partitella con la squadra così vi conoscete”
“Certo, se mi fermano dico che stavo andando a correre. Ormai sono pratico”

Non mi hanno fermato, e meno male. Sarebbe stato difficile spiegare alla polizia perché la mia macchina scendeva giù per la A7 con nessuno al volante, mentre io correvo da un finestrino all’altro sul sedile posteriore.

Al campo sono stato presentato a tutto l’organico compresi i magazzinieri, ma senza stringerci la mano e rispettando la distanza di sicurezza di un metro. Quando l’arbitro ha fischiato l’inizio della partita il mio compagno mi ha passato la palla, e nessuno si è avvicinato per portarmela via, per paura del contagio. Ho arrancato a calcetti verso la porta avversaria, badando di non spedire la palla troppo vicino a un altro giocatore, e in un paio di minuti mi sono trovato solo davanti al portiere. Tutti i miei compagni mi dicevano tira tira, ma sapevo che il portiere l’avrebbe parata senza problemi. In pratica le partite ai tempi del coronavirus si svolgevano tutte così, fischio dell’arbitro, passaggio iniziale, giocatore che arriva indisturbato davanti alla porta, tiro, parata, rimessa del portiere, chi la piglia la piglia e via dall’inizio.

Mi sono chinato sulla palla e ci ho sputato sopra, poi ho guardato il portiere negli occhi. Ho tirato, lui si è buttato dall’altra parte, gol. Era il primo gol da settimane, i miei compagni erano in visibilio. Il presidente è venuto a congratularsi, mi ha detto che un fuoriclasse come me non lo vedeva da decenni. Poi siamo tornati tutti a casa, tanto il pallone non lo voleva toccare più nessuno.

Oggi, per vincere il tedio da coronavirus, ci eravamo ripromessi di andare alla casa nuova a pulire la cantina, per fare posto alla montagna di roba che non stiamo usando e dovremo trasferire di là. Purtroppo le nuove disposizioni da una parte, e il controllo serrato della vicina del terzo piano dall’altra, ci hanno obbligato a chiuderci in casa.

Il casino è che avevo già un appuntamento con quella signora di cui vi ho parlato la volta scorsa, per organizzare una rivolta, o un torneo di calcetto, vediamo cosa viene meglio, e se non posso uscire per lavorare non posso neanche per diventare un rivoluzionario. Peccato perché avevo già ordinato un bel basco rosso su Amazon.

Io però di sottomettermi alle nevrastenìe della vicina non ci sto. Specie di una che quando ti incontrava per strada, nei bei tempi andati di quando si poteva ancora uscire, si fermava a fissarti dall’altra parte della strada e borbottava cose. Sempre. Con chiunque. Si fermava e ti fissava e borbottava. Sembrava una 126 ingolfata.
E adesso una così deve decidere come passo il mio tempo libero? Nossignora!

Sono sceso sul pianerottolo delle scale, e da lì mi sono calato sul terrazzo della vicina di sotto, che si affaccia sulla parete opposta a quella dove guarda la spiona borbottona, poi ho scavalcato in quello del palazzo accanto. È un appartamento molto grande, in cui vive un’anziana vedova, bloccata sulla sedia a rotelle. Ogni giorno sua sorella le porta la spesa, le fa da mangiare e si prende cura di lei, ma in questi giorni la sua presenza è annunciata dagli strepiti di quella del terzo piano, che la scambia per una che fa le passeggiate e la minaccia di denuncia. Se non sento nessuno gridare significa che sono al sicuro. Così ho spaccato un vetro e sono entrato.

Si è messa a urlare la padrona di casa, e ha cercato di investirmi con la sedia a rotelle. siamo andati avanti a urli e colpi contro i mobili per qualche minuto, poi dalla parete si è sentita la voce stridula della mia vicina di sotto, la cui camera da letto confina con l’appartamento della vedova.

“Allora la piantiamo o no? Voglio dormire, io ho fatto la notte, non sono mica come voi che state a casa!”

“Ma vaffanculo, cretina!”, le ho urlato dall’altro lato del muro. Mi sta veramente sul cazzo la mia vicina di sotto.
“Ma che cazzo vuoi, idiota!”, ha aggiunto la vedova. Poi ci siamo guardati stupiti e la tensione fra noi si è sciolta in una bella risata. Prima di lasciarmi andare via mi ha anche offerto il caffè.

Dall’appartamento della vedova sono sceso al giardino dietro il palazzo, e da lì ho scavalcato su un sentiero che porta al fiume. A quel punto potevo andare dove volevo!

Per prima cosa sono corso sotto la finestra di quella del terzo piano e le ho gridato fortissimo “Suucaaa!!”.

Sono andato a fare i miei lavori nella casa nuova, e alle undici di sera mi sono recato in tutta libertà all’appuntamento con la banda dei ribelli, nella cantina della signora che per ragioni di privacy chiameremo signora Longari. Non si tratta ovviamente della signora Longari che abita sopra la farmacia, questa signora Longari sta due portoni dopo il fruttivendolo, secondo piano scala B, interno 5 e suo marito lavora in un supermercato della zona.

La cantina era asciutta e pulita, dalle pareti non si staccava l’intonaco e dal soffitto non pendevano ragnatele. C’erano scaffali colmi di bottiglie di vino e salsa di pomodoro, e altri che custodivano scatole ben chiuse ed etichettate. Ho pensato alla mia cantina e mi sono vergognato. Poi ho pensato alla mia cucina, e non ho saputo trovare nessuna differenza con la mia cantina.

Non ero il primo ad arrivare, c’era ovviamente suo marito, che per ragioni di privacy dovrei chiamare con un altro nome, ma che continuerò a chiamare Piero perché mi sta sul cazzo, tutte le volte che vado al suo supermercato scopro che ha cambiato posto ai preservativi: si diverte a vedere le facce imbarazzate dei clienti costretti a chiedere.

Oltre alla coppia dei padroni di casa spiccava la presenza della vigilessa Ippopotama. Non aveva senso, era la più agguerrita agente della Municipale, il braccio armato del Comune, era assurdo che proprio lei volesse destituire il sindaco!
La sorpresa mi si leggeva in faccia, e la signora Longari si è affrettata a darmi una spiegazione:

“Ippopotama è qui perché non ne può più dell’atteggiamento dispotico della giunta comunale. Il sindaco ha emanato dei provvedimenti assurdi con la scusa dell’emergenza sanitaria, lo abbiamo visto tutti. Ma quello che non sapevamo ancora, o perlomeno non ne eravamo certi fino a oggi, era che questi provvedimenti facevano parte di un piano per staccare Lento dal territorio italiano e farne uno stato indipendente.”

“Fico!”, ho esclamato. “Potremo anche stamparci la nostra moneta?”

“Cerca di capire”, mi ha detto il professor Hans Delbruck, un pensionato che incontravo sempre la domenica mattina dal panettiere, vestito molto elegante come se fosse appena tornato dalla messa; adesso stava seduto su una sedia pieghevole da giardino, con la schiena appoggiata a uno scaffale di conserve, e indossava una tuta da ginnastica azzurrina. “Un comune piccolo come il nostro non avrebbe nessuna possibilità di mantenere l’indipendenza, non ha un esercito, non ha una propria sussistenza economica. Il piano del sindaco è un altro, vuole affamarci tutti, portarci via ogni ricchezza e poi scappare col malloppo.”

Maledizione, perché non ci avevo pensato io? Avrei dovuto candidarmi alle elezioni comunali quand’era il momento.

Il proprietario di un’impresa edile, Mario Frattazzo, è intervenuto coi suoi modi spicci, e ha chiesto cosa volevamo fare. Gli ho dato un’occhiata, se ci fosse stato da sparare non potevamo contare su di lui: la sua pancia ne avrebbe fatto un pessimo soldato, e un ottimo bersaglio.

Ippopotama ha tirato fuori dal borsello di ordinanza un pacco di fogli, protetti da una sovracopertina trasparente, e li ha distribuiti ai presenti.
Erano delle email, una corrispondenza fra Pepito Sbazzeguti, il sindaco di Lento, e Vladimir Putin. Sbazzeguti aveva ottenuto l’appoggio della Russia per rovesciare la giunta comunale e prendere il potere!

In realtà non era chiarissimo chi stesse chiedendo aiuto a chi, le email erano scritte in un inglese fetente, ma sembrava improbabile che fosse Putin il soggetto in difficoltà.

“Ho scoperto per caso questa corrispondenza: stavo lavorando al computer dell’ufficio dei vigili e sono finita per caso nella rete locale, poi per caso nel computer del sindaco e poi, sempre per caso, nella sua posta elettronica personale protetta da una password che per caso era il nome di sua figlia. A quel punto ho capito cosa stava succedendo e ho chiamato la mia amica signora Longari per chiederle consiglio.”

“Ma quindi adesso cosa facciamo?”, ha chiesto di nuovo Mario Frattazzo, che da costruttore di case si trovava in difficoltà con gli spiegoni, e se fosse stato per lui questa storia avrebbe avuto un capitolo solo, sarebbe iniziata già in piena battaglia per le strade e verso il terzo paragrafo il sindaco sarebbe stato sconfitto, e come ringraziamento la nuova giunta comunale gli avrebbe concesso di costruire una palazzina su un terreno del demanio.

Un personaggio che fino a quel momento stava nascosto nell’ombra è venuto fuori, e tutti abbiamo capito che quello era il personaggio preposto alle scene di azione, l’eroe.
“Adesso passiamo all’attacco”, ha detto la piccola Giorgia, una bambina bionda di dodici anni con l’apparecchio ai denti e la maglietta di Pippo. “Però non proprio adesso, perché è tardi e mia mamma mi ha detto di tornare a casa prima di mezzanotte, sennò la prossima volta non mi fa più uscire”.

Io lo sapevo che era una cazzata, e poi manco ci so giocare a calcetto.

Ieri sono uscito con mia moglie per andare dal fruttivendolo e una signora, che dal terrazzo ci ha visti camminare tenendoci a braccetto, ci ha fatto una foto e l’ha postata su Facebook con la didascalia “Guardate qua che roba!”. Abitiamo in un paese piccolo, e ci conoscono tutti, e com’era prevedibile le reazioni non si sono fatte attendere:

“Ma chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe sposato”, “Certo che lei è proprio carina”, “Da quando stanno insieme lui sembra quasi una persona normale”

Non erano le risposte che la signora si aspettava, ma a Ronco esiste una percentuale molto alta di persone tolleranti, e in genere si cerca di badare ai fatti propri. Qui gli immigrati non rubano, gli arabi hanno il loro centro di preghiera e i cinesi su fermano a chiacchierare con le signore anziane.

Tranne che con la signora spiona di cui sopra, però! Non contenta della reazione locale ha ripostato la foto su un quotidiano nazionale, e finalmente una massa di nevrastenici si è precipitata ad augurarci le peggio cose. Chi ci voleva in galera per attentato alla salute pubblica, chi a fare volontariato in un ospedale nudi, chi lapidati crocifissi e pubblicati su Twitter dall’ex Ministro dell’Interno.

Una giornalista di una rivista musicale di costume piena di cazzate e con un pessimo social media manager vabbè musicale, ha pubblicato un articolo su di noi, paragonandoci agli attentatori dell’11 settembre. Ha detto che ognuno di noi deve fare il proprio dovere per aiutare la collettività a uscire da questa crisi, che nel nuovo Mondo che stiamo costruendo non può esserci spazio per gli egoisti, e che sarebbe ora di istituire la legge marziale e passare i trasgressori per le armi.

Sono uscito a comprare dei cetrioli e rischio la fucilazione. Per forza che poi la gente non mangia abbastanza verdura!

In seguito alla delazione di una rivista così popolare, il Governo italiano ha optato per una stretta nelle misure di contenimento del coronavirus, e da domani verranno introdotte nuove regole, la cui non ottemperanza sarà punita con la sedia elettrica.
Non si potrà più uscire di casa se non per andare a fare la spesa al supermercato, che rispetterà nuovi orari di apertura per disincentivare le uscite non necessarie. Il nuovo orario sarà il mercoledì, dalle 9.45 alle 9.52; si potranno comprare solo beni strettamente necessari, quali verdura, carne, acqua e penne lisce, che di quelle ce n’è una giacenza infinita e bisogna cercare di smaltirle. Le uscite per passeggiare non saranno più permesse, e se hai un cane lo fai pisciare dalla finestra, tanto se sotto non cammina più nessuno non c’è problema.
A garantire il rispetto della legge saranno chiamati i cittadini, incentivati alla delazione da un sistema di bonus: ogni dieci persone spedite alla forca una mascherina in omaggio, ogni cinquanta un controllo medico con tampone incluso per sé e per la famiglia (fino a un massimo di cinque persone), ogni cento persone mandate a farsi friggere decadono le limitazioni sull’uscita e viene attivato un servizio di consegna della spesa a domicilio.

Qualche voce autorevole nella stampa, alcuni giuristi, un paio di scienziati, hanno provato a spiegare che misure così severe sono anticostituzionali, inutili e controproducenti, ma non c’è stato niente da fare: l’articolo della rivista di costume musicale gestita da un branco di scimmie con una tastiera davanti vabbè musicale, pubblicato su facebook ha ricevuto più di un milione di likes, il Paese ha decretato che è necessario agire in quella direzione, non si torna indietro.

I miei vicini di casa sono già in agitazione, la signora spiona del terzo piano ha montato un teleobiettivo sul terrazzo, e quello che le sta di fronte si è presentato alla finestra con l’elmetto e una carabina, sostenendo che bisogna anche risparmiare sull’elettricità.

Per fortuna esiste ancora qualche spirito libero, o almeno spero: poco fa ho ricevuto un messaggio da una signora che abita poco lontano, che mi chiedeva di partecipare alla riunione sediziosa nella sua cantina, stasera alle undici. Dice di voler organizzare una squadra di rivoltosi, e andare tutti insieme a giocare a calcetto nei boschi, e per il mio ruolo chiave nell’evoluzione di questa vicenda ha deciso di assegnarmi il ruolo di capitano. Non so perché, ma mi sembra un’idea del cazzo. Comunque vi terrò aggiornati.

(continua)

L’ultima volta che mi sono trovato a scrivere questa rubrica era novembre 2016. Poi ho iniziato a fare altro, roba che al momento mi sembrava più importante e che magari oggi mi fa pensare bah; poi ho iniziato a viaggiare in Cina e ho scritto parecchio di quello, poi è scoppiata una pandemia e mi è toccato chiudermi in casa a fare niente, e allora ho pensato che magari alle persone che sono chiuse in casa come me farebbe piacere avere qualcosa da leggere, o da ascoltare, e mi sono rimesso al lavoro.

Stacco su un utente qualunque di internet che apre il mio blog, vede quest’articolo e con calma si alza, si mette la giacca, esce in strada e si fa tossire in faccia dal primo influenzato che trova.

Prima di tutto credo sia necessario un riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.

Quattro anni fa ci eravamo lasciati con una canzone dei Wu-Tang Clan, eravamo negli Stati Uniti, e fino a quel momento avevamo saltato un po’ di qua e un po’ di là dell’Oceano Atlantico, senza curarci troppo degli altri tre continenti. Ma oggi, grazie a quel genio di RZA, e al film di cui parlammo allora, possiamo introdurci alla scoperta di un’area geografica ancora inesplorata.
Potrei dirvi che in questi quattro anni mi sono documentato apposta per scrivere questo episodio di Centotre-e-tre, e voi potete fare la faccia del ragazzino davanti al suo computer nuovo.

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Tutto comincia nel 2003, quando RZA va a Pechino a lavorare con Quentin Tarantino per la colonna sonora di Kill Bill Vol.1, di cui è il produttore. Nei Beijing Film Studios si gireranno le scene all’interno del sushi bar di Hattori Hanzo, ma soprattutto la carneficina alla Casa delle Foglie Blu.

Sono famosi, i Beijing Film Studios, qui è stata girata gran parte della produzione cinematografica cinese negli anni della propaganda, dal 1949, anno della fondazione, fino al 2012, quando sono stati chiusi e tutta la produzione è stata trasferita nei più recenti studios della China Film Group Corporation, a Yangsong, non lontano da quella parte di Grande Muraglia di cui ho parlato in un altro post.

Al cospetto di Tarantino, RZA prende un sacco di appunti, e quando torna a casa si mette a lavorare a un suo film di arti marziali: The Man With The Iron Fists, appunto.

Mi sarebbe piaciuto trovare qualche dettaglio interessante da raccontarvi, del mese che RZA trascorse in Cina, tipo quella volta in cui, al Silk Street Market, si mise a contrattare con una negoziante sul prezzo di una collana di giada che lei sosteneva essere autentica e lui le disse “come on, man, stop da bullshit”, e tirò fuori l’accendino e sciolse la collana sotto lo sguardo imbarazzato e indignato della signora, e se ne andò fendendo la puzza di plastica bruciata; o di quell’altra volta in cui si prese una ciucca abissale in un piccolo bar dell’hutong accanto al Tempio dei Lama, e poi prese un taxi e si trovò a litigare col tassista che aveva cercato di fregarlo sul prezzo, e alla fine tirò fuori l’accendino e l’ultima immagine lo vede allontanarsi nella notte, mentre fende la puzza di pneumatici in fiamme; o di quell’altra volta in cui, in visita alla Grande Sala del Popolo, dove si riunisce il governo cinese, si trovò a discutere con una guardia che voleva perquisirlo per aver fatto suonare il metal detector, e allora tirò fuori l’accendino e lo depositò nel cestino lì accanto, perché RZA è una persona educata e rispettosa delle regole.

Mi sarebbe piaciuto raccontarvi questi e altri aneddoti interessanti, ma non ne ho trovato nessuno, e neanche delle foto. Giusto un diario di una sua visita precedente a un tempio Shaolin nello Hubei, regione che sono sicuro conoscete benissimo per altri più recenti motivi.

Ma andiamo avanti alla parte che ci interessa: è il 2012, quando il film finalmente esce, e nella sua colonna sonora troviamo, come prevedibile, un botto di canzoni hip-hop, e un paio di pezzi più vicini all’ambientazione asiatica.

Uno dei brani, Green Is The Mountain, è interpretato da Frances Yip, una cantante di Hong Kong che negli anni ’80 e ’90 sentivi ovunque in televisione, nelle sigle degli sceneggiati trasmessi dalla rete nazionale (nazionale di Hong Kong, non della Cina). Era così popolare che il 30 giugno 1997, fu chiamata a presentare la British Farewell Ceremony, evento con cui il Regno Unito riconsegnava il territorio di Hong Kong alla Cina.

Il giorno prima la regina Elisabetta II si era seduta al suo piccolo scrittoio, nella sua piccola stanza al castello di Windsor, e non si era alzata che molte ore più tardi, quando il sole era già tramontato e la piccola candela che le aveva fornito una fioca luce si era già consumata. La regina aveva chiamato un messo, il più affidabile di tutti, il giovane Hans ‘Cavallo Pazzo’ Delbruck, e a lui aveva affidato una piccola busta, raccomandandosi di non consegnarla ad altri che a suo figlio, il principe Carlo, quello con le grosse orecchie, e di sbrigarsi, “for the sake of the Queen and the Country”. Cavallo Pazzo si era inchinato ed era corso via, sicuro che si sarebbe trattato di un lavoretto facile: bastava prendere un taxi e farsi portare in città, a Buckingham Palace.

Avrebbe anche potuto guidare la sua moto da corsa, ma per tirarla fuori dal garage doveva aprire il portone, fermarlo con una pesante poltrona vittoriana perché in quel lato dell’edificio il vento soffiava sempre e gliela faceva sbattere, quindi tirare fuori la moto e portarla fin oltre l’angolo, sul lato dell’edificio in cui il vento era più clemente e non rischiava di buttargliela per terra; quindi doveva tornare al garage, rimettere a posto la poltrona, chiudere il garage e tornare a prendere la moto. Oltre l’evidente sbattone, c’era il fatto che di recente i suoi traffici erano stati presi di mira da qualche buontempone (sospettava un giardiniere), che durante la sua permanenza sull’altro lato dell’edificio, gli entrava nel garage e gli fregava i barattoli di marmellata di arance amare che sua mamma gli regalava ogni natale, e che lui custodiva come reliquie.
E poi la corsa in taxi gliela rimborsavano.

Una volta giunto a Buckingham Palace, però, il povero Cavallo Pazzo riceveva la più terribile delle notizie: il destinatario del suo messaggio non si trovava a Londra, ma a Hong Kong, e di lì a poche ore avrebbe dovuto salire su un palco e leggere il discorso che sua madre gli aveva preparato, davanti alle telecamere di tutto il mondo.

L’immagine del Regno Unito era nelle sue mani, non poteva fallire!

Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi mandare un altro taxi, ma il centralino del palazzo si premurò di fargli sapere che i rimborsi per le spese di viaggio avrebbero coperto solo la tratta Londra-Volgograd, poi avrebbe dovuto arrangiarsi da solo.
Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi portare una bici.

Nelle ore che seguirono, l’eroico messo nuotò attraverso la Manica con una bici sulla schiena, pedalò come un pazzo attraverso la Francia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Turchia, l’Iran, ma al confine con l’Afghanistan gli dissero che i talebani avevano preso il potere e girare in bici era stato dichiarato illegale: se l’avessero beccato gli avrebbero mozzato mani e piedi. Cavallo Pazzo pedalò a ritroso fino al confine col Pakistan, poi attraversò l’India, il Bangladesh, la Birmania, le regioni a sud della Cina, e finalmente arrivò a Hong Kong, dove il principe Carlo lo stava aspettando già da dieci minuti ai piedi del palco, e aveva una faccia scocciata che non vi dico.

Nel frattempo, sotto i riflettori, Frances Yip stava intrattenendo il pubblico. Aveva già cantato tutti i suoi successi, augurato al governo cinese tanta fortuna e prosperità, e strizzato l’occhio al Primo Ministro britannico Tony Blair. Oramai le restavano le barzellette, ma le uniche che conosceva erano quelle che si raccontavano per le strade della città, e la più gentile era “Quanti cinesi ci vogliono per governare un protettorato inglese? E senza contare quello che mi sta succhiando il cazzo?”.
Per fortuna in quel momento salì sul palco il principe Carlo, e tutti smisero di prestare attenzione alla cantante, che poté ritirarsi dietro le quinte, raccogliere i suoi bagagli e abbandonare la città.

Oggi Frances Yip vive altrove, fa la spola fra l’Australia, dove vive suo figlio, e l’Inghilterra, dove ha una relazione clandestina con Tony Blair, e a Hong Kong ci torna di rado, e sempre meno volentieri.
Questo la legherebbe a un’altra artista esule, Celia Cruz, ma di lei ho già scritto in un’altra puntata.

È anche vero che “artisti sotto una dittatura” è un aggancio che si presta a molte interpretazioni, e potrei davvero usarlo per la prossima puntata senza risultare ripetitivo, ma Hong Kong diventerà totalmente cinese solo nel 2047, e fino ad allora questo spunto non sarà valido, perciò o vi mettete comodi per i prossimi 27 anni o devo inventarmi qualcos’altro.

(continua)