Come sempre la mia vita è un’altalena continua fra la più depressa routine e un’attività tanto frenetica da sfiorare il disturbo psichico. Trascorro settimane senza scrivere una riga, perché non c’è una sola riga da riempire col racconto delle mie giornate, e di colpo ne devo dire tante che non so da dove cominciare.

Parlo di quel calcio che col calcio ha sempre meno a che vedere? Ne avrei da raccontare, dai tre punti che ci hanno finalmente tolto, alla vittoria straordinaria col Monza, all’altrettanto straordinaria sconfitta con la Sambenedettese che ci porta diretti a giocarci la promozione nei play off. Potrei infierire sulla dignità di certi giocatori, che qui non si parla di condizione fisica o di qualità tecniche, ma solo della dignità richiesta per indossare una maglia così importante, e di come sia triste, per non dire meschino, centellinare il proprio impegno in campo a seconda dei casi. Ma non vado oltre, che davvero non ne vale la pena. Spero di vederli tutti indagati, prima o poi.

O racconto delle vacanze di Pasqua, dei pranzi sui monti, delle abbuffate con gli amici, delle foto propagandistiche dell’Ejercito Cadigattista, della mia personale Marcia Su Roma?

Facciamo così, vi racconto una storia che parla di treni. Comincia un venerdì pomeriggio, dalla stazione di Genova Brignole, quando due ragazzi con una borsa trovano il loro posto in uno scompartimento dell’intercity Torino-Salerno. Inutile descrivere i due ragazzi, siamo naturalmente il Subcomandante Marzia ed io, ma posso parlare degli altri personaggi che popolano lo scompartimento: tre di essi sono avvocati, lo deduco dai loro discorsi. Stanno andando all’Isola D’Elba per una vacanza, ma non riescono a sganciarsi del tutto dalla propria occupazione, e fino a Livorno li sentiamo parlare di giurie, procedure, cavilli che alzano polvere solo a parlarne. Poi c’è una signora silenziosa, di cui non si può dire nulla, tanto è stata accurata nel non lasciare ricordi di sé. Sta seduta nel suo angolo, con un giornale anonimo davanti, non guarda nessuno, non parla a nessuno, aspetta la sua fermata con muta rassegnazione.

(Muta rassegnazione è un termine un po’ abusato, lo so, ma non sono uno scrittore, mi limito a pigiare sui tasti, e la differenza si vede. La prossima volta scriverò gelido inverno, e potrete insultarmi)

Lo scompartimento è freddo, o così sembra a noi, che siamo seduti davanti alle bocchette dell’aria condizionata, e indossiamo il minimo indispensabile per non essere denunciati per oltraggio al pudore. Come già raccontato la scorsa estate esiste una bizzarra regolamentazione riguardo all’aria condizionata sugli intercity, che ci obbliga a congelare. Potrei chedere delucidazione ai tre legulei, ma non si curano né di noi né della temperatura, sono tutti presi da “La Settimana Giuristica”, il giornale di giochi ed enigmi per laureati in giurisprudenza che uno di essi ha estratto dalla valigia. Stanno discutendo sul 13 orizzontale, “Lo dice chi rifiuta di rispondere all’interrogatorio”. La signora all’angolo non parla, non respira, forse è impagliata, forse già in avanzato stato di ibernazione, chissà.

Quando siamo dalle parti della Zona Tumultuosa, un luogo non meglio identificato fra Livorno e il Burkina Faso, decido che il supplemento intercity non è abbastanza economico per farmi accettare una bronchite senza lottare, e vado a spegnere l’aria condizionata.

Le mie straordinarie doti narrative avranno a questo punto acceso un grosso punto interrogativo nella testa di ognuno di voi cari lettori, e sono certo che vi starete domandando come fa un riconosciuto incapace come me a saper disattivare l’aria condizionata su un intercity, azione che richiede straordinaria abilità scassinatoria per aprire la serratura a brugola del pannello degli interruttori, eccezionale capacità mimetica per non farsi beccare dal controllore, elevata concentrazione per non scambiare il simbolo del refrigeratore con quello dell’autodistruzione. Io non so neanche vincere a bimbumbà perché mi do regolarmente dei pugni in faccia, non riesco a coordinarmi neanche per mettermi le dita nel naso, e cosa ne posso sapere di disattivare l’aria condizionata di un intercity, materia d’esame delle spie GLG-20, quelle impiegate per recuperare le testate nucleari sulla strada per Duschambe.

Ricordate quello che vi avevo raccontato lo scorso agosto, delle mie vacanze in Sicilia? Se siete di quelli che capitano qui cercando Brigata Speloncia, sicuramente no, ma gli altri forse rammentano delle mie disavventure con l’aria condizionata sui treni. Ebbene, nel viaggio di ritorno si presentò lo stesso problema, e già stavamo accendendo un falò nello scompartimento, quando un intraprendente professore palermitano, uno che sembrava più un rapinatore di diligenze che un insegnante di storia dell’arte, mi introdusse ai segreti del chiavistello.

(“Mi introdusse ai segreti del chiavistello” starebbe benissimo in un racconto erotico, se qualcuno volesse scriverne uno sarò lieto di cedergli il copyright)

Mi raccontò della scuola della strada che ebbe a imparare nel suo quartiere malfamato, di quando un giorno si e uno anche gli entravano i ladri in casa, e dopo aver rubato tutto il rubabile presero a sfotterlo cambiandogli la serratura mentre era fuori. Venni a sapere delle difficoltà a farsi allacciare abusivamente acqua, gas, elettricità e tv via cavo, tanto che fu costretto a farlo da sé, e di come tutte queste esperienze l’avessero reso un Arsenio Lupin de noatri.
Ascoltavo il mio mentore e assorbivo tutte quelle nozioni che sapevo un giorno mi sarebbero tornate utili. Lo accompagnai al pannello elettrico e studiai minuziosamente i rapidi movimenti con cui vinse la resistenza della diabolica brugola, imparai la sottile differenza fra il simbolo dell’aria condizionata e quello della dispersione di sostanze tossiche all’interno del vagone, compresi i movimenti ciclici dei controllori di tutta la rete trenitalia, sempre gli stessi, e di come sia possibile rivolgerli a proprio vantaggio per tutta una serie di portogheserie.

Ecco perché venerdì pomeriggio non sono schiattato di freddo, e ho potuto raggiungere la stazione di Roma Termini in tenuta estiva e non vestito come un inuit, acclamato dai miei compagni di viaggio come si conviene a un salvatore, braccato dalle forze dell’ordine su rotaia come il più accanito dei rivoluzionari, osservato con sospetto dall’ambigua categoria dei cuccettisti, che non si sa bene da che parte stiano.

Nel viaggio di ritorno non c’è stato bisogno di ricorrere all’antica arte della manomissione, i nostri posti erano verso il corridoio, non risentivamo del nefasto effetto del condizionatore.
In compenso siamo stati torturati per cinque ore da un altoparlante da concerto rock, che ci ricordava a ogni fermata che stavamo arrivando a destinazione con cinque minuti di ritardo, che la coincidenza con Trondidio arriverà e partirà dal binario 47 anziché 2, che l’intercity per Milano sta messo peggio di noi perché è dietro e non lo facciamo passare così impara haha.
Purtroppo il mio insegnante di illecitudini mi spiegò solo come disattivare l’aria condizionata, per preservarmi i timpani non ho potuto fare altro che infilarmi un giornale arrotolato nelle orecchie.

Oggi mi chiama la Telecom.

– Buongiorno, parlo col signor Subcomandante?
– Per carità, non mi permetterei mai! Io sono solo un misero subalterno, un semplice fusibile nell’immenso motore che è la Revoluciòn.
– Sono il tecnico della Telecom, devo venirle in casa a metterle sotto controllo il telefono, con la scusa di attivare l’adsl.
– Capisco. Si tratta di inchieste sulla pedopornografia o sul calcioscommesse?
– Nessuna delle due. Pare che siate dei pericolosi estremisti sovversivi facili alla violenza.
– Chi, noi? Guardi che deve averci scambiato per qualcun altro.
– Non saprei, qui c’è il vostro nome. Posso parlare con l’intestatario del contratto telefonico? Avrei bisogno della sua autorizzazione firmata.
– Il Subcomandante? Mi spiace, è andato a Genova a tirare biglie d’acciaio a Berlusconi.
– Quando posso trovarlo?
– Eh, tempo che l’identificano e l’arrestano.. il processo per direttissima.. la sentenza.. Mi sa che ci vorrà una quindicina d’anni minimo.
– Allora sarà meglio che faccia disdire la richiesta di adsl.
– COOSA?? Starà mica scherzando? Per navigare ad alta velocità sono disposto a farmi mettere sotto controllo anche le mutande!! Venite al più presto e attaccatemi l’adiesseelle,  che a falsificare la firma del Subcomandante ci penso io. Al limite mi faccio aiutare da El Bastardo, che lui di queste cose è pratico.

Stanco di parlare di calcio, cui ho dedicato tutte le mie ultime rare povere attenzioni, torno a fare ciò che amo di più, dopo mangiare faresesso leggerefumetti ascoltaremusica giocareaivideogiochi andareinbici arrampicarmi andareallostadio guardarefilm ubriacarmicongliamici ballareneilocalipocoaffollatidovemettonobellamusica non necessariamente in quest’ordine: scrivere cazzate tanto per scrivere, senza curarmi di cose superflue come lavarmi metterelapunteggiatura andareacasa.
Andareacasa, per dire, come se non ci fossi già a casa, come se ci fosse un altro posto che posso chiamare casa, che sono felice di chiamare casa nonostante i disagi, il gatto più grasso e peloso del mondo, la tele senza antenna, il pici lontano, pochi giochi nella pleistescio. Ebbene, ed è una novità, un posto così c’è. C’è e giorno dopo giorno me lo sento cucito addosso come una camicia costosa tagliata da un sarto di quelli bravi; indosso la mia nuova cuccia come un paio di scarpe che non fanno male, o sarebbe meglio dire come un paio di pantofolone con la bandiera del Brasile stampata sopra, neanche usassero pantofole pelose in Brasile.
Che poi non è mica una cosa difficile ritagliarsi un proprio angolo fuori dalle mura paterne, basta portarsi via tutti i cidi e i film, e finalmente tutti i libri. Non ne potevo più di vivere separato dai miei libri, finalmente posso tenerli tutti insieme a casa mia, invece che sparsi fra qui e la libreria di mia mamma. Sono tornato a sfogliare titoli che avevo scordato di possedere, mi sono immerso un’altra volta in pagine dimenticate, ho riassaporato parole che non conoscevo più, ritrovato vecchi amici sepolti..
Passati quei dieci fantastici minuti ho richiuso tutto e mi sono riletto per l’ennesima volta le strisce di Calvin & Hobbes.
Per scrivere strisce senza i ho dovuto consultare il dizionario, però so scrivere giusto Calvin & Hobbes e Dostoevskij. Questo in che categoria mi mette, nel 66% di cittadini italiani quasi analfabeti o nel restante 34 di inetti colti?
Eggià, in Italia ci sono 6 milioni di analfabeti, 4 di laureati, una folla nel mezzo che cerca di coniugare giusti i congiuntivi, e io sto qua a parlare di quant’è bella casa mia. Ma dov’è il mio impegno sociale? Dovrei vergognarmi dovrei! Come italiano dotato di senso civico, avendo ricevuto un tempo la dose minima consentita di istruzione, essendo il legittimo occupante di un mezzo di informazione visitato da una media di 21,1 persone al giorno, molte meno di quelli che seguono l’isola dei figosi, ma comunque una buona media, dovrei sfruttare l’occasione per divulgare pillole di cultura, dovrei dare il mio contributo all’innalzamento del tasso di alfabetizzazione!
E pazienza se la maggior parte di quelli che passano di qua cercano foto di Sveva Sagramola nuda, se non altro hanno spodestato i cercatori di minorenni..
Si, è giusto, in fondo non mi costa niente aiutare il prossimo, e se una domenica allo stadio, dopo avermi piantato l’asta della sua bandiera in un occhio, un grosso ragazzone tatuato mi prenderà a pugni in faccia gridando “se non ti fossi preso gioco di noi rappresentanti della cosiddetta Tifoseria Organizzata sul tuo blog adesso non avresti messo a repentaglio la tua incolumità e potresti seguire lo svolgersi dell’incontro in un’atmosfera assolutamente gioviale!”, invece di “se non ci pigliavi per il culo la partita la vedevi e invece ora tirompoilculo!”, potrò pensare che un po’ è stato anche merito della mia opera..

Passato remoto indicativo del verbo dire
io dissi
tu dicesti
egli disse
noi dicemmo
voi diceste
essi dissero

Insomma che a me sta faccenda della Lessandra che mi manda maivaiafanculo, come scritto da un anonimo sul muro del sottopassaggio lato casa mia in cima alle scale sulla sinistra salendo, non mi è mica andata giù. Non che non ci abbia dormito, stanotte mi sono fatto uno di quei sonni che sembravamo in due da tanto ho dormito bene, però dai, la curiosità di sapere perché la Lessandra mi abbia risposto così sopra le righe mi incuriosiva troppo, così, intorno al momento in cui stamattina diventa oggi pomeriggio, le ho fatto una telefonata.

Interessante come sia arrivato a ottenere il suo numero, l’ho detto che non abbiamo argomenti di conversazione, e cosa me ne sarei fatto del suo numero? Per averlo ho dovuto chiamare uno che poteva avere il numero di una che poteva avere il numero di una sua amica.

– Senti, non è che per caso hai il numero della Fabiana, che devo chiederle se ha il numero della Silvia?
– Ti serve il numero della Lessandra, vero? Sarebbe ora che le chiedessi scusa, bravo.
– Ma scusa di cosa, scusa? Cosa le ho fatto io a lei?
– Dai, non far finta di cadere dalle nuvole che non ci fai una bella figura.

Poi ho chiamato la Fabiana, cui ho chiesto il numero della Silvia, una dell’entourage della Lessandra.

– Ciao, hai mica il numero della Silvia per favore?
– Adesso ti decidi a chiedere scusa eh? Voi uomini siete tutti uguali! Meno male che sono lesbica!
– Ecco una cosa che non sapevo, ma invece di offendere, perché non provi a spiegarmi di cosa sono accusato?
– Tutti uguali! Prima fanno casino poi fanno gli innocentini! Meno male che mi sono fatta sterilizzare, così non rischio di metterne al mondo uno anch’io!

Infine ho chiamato la Silvia, per avre il numero della Lessandra.

– Ciao Silvia, sono Pablo..
– Sei proprio un bastardo! Ma non ti vergogni? Come hai potuto?
– Mavaiafanculo, come da graffito nel sottopassaggio, dammi sto cazzo di numero e ammazzati.

E arriviamo finalmente all’agognato colloquio con la Lessandra, nel quale i nodi vengono al pettine, e se non ci vengono è il pettine che va da loro, ma gli addebita le spese di viaggio.

– Allora, si può sapere cosa ti ho fatto, e anche alla svelta che mi girano già?
– Si! Sei uno stronzo bastardo! Come ti sei permesso di alludere a me sul tuo blog?
– Eeeehhhh???????
– Si! L’anno scorso quando parlavi della festa dell’abirra! E per non far capire che parlavi di me mi hai chiamato come una mia amica e ti sei inventato pure che ero una tua ex, ma era chiaro che parlavi di me, e non ti devi permettere perché io sono arrivata a leggerlo per caso mentre cercavo il blog di quelli di karpos che me li ha suggeriti una mia amica sennò io non ci sarei arrivata mai e infatti sono finita sul tuo e mi sono messa a leggere e ci sono rimasta così male guarda che se ti avessi avuto tra le mani ti avrei strozzato, e sono cose che non si fanno!
– Scusa, mi sono perso, cos’è che non si fa, strozzarmi?
– Scrivere di me sul blog!!!
– Ma chi è che ha scritto di te sul blog!
– Tu!
– Ma quando!
– Ieri!
– Macheccazzodici! Ma in quale cazzo di realtà vivi, che pensi che il mondo giri intorno a te! Oh ma neanche scrivessi sul corrieredellasera! Avrò si e no venti lettori, diciassette sono pedofili che finiscono da me per sbaglio e gli altri tre sono paranoici, possibile? Riprenditi ragazzina! Io so che esisti solo per un vago interesse che ho a entrarti nelle mutande, ma non basta per renderti la protagonista di un racconto, sennò dovrei scrivere dell’ottanta per cento delle ragazze che conosco!
– Ah.
– Eh!
– Allora non stavi parlando di me?
– No!
– Scusa.
– Belin!
– Comunque non ho nessuna intenzione di dartela. Tuttalpiù se diventiamo amici posso chiamarti tutti i giorni per raccontarti i cazzi miei.
– Grazie, ma una così ce l’ho già.

Intanto lasciami rassicurare quei tre quattro che si fanno un’opinione di me dalle righe che riempio qui sopra, non avendo altri mezzi con cui giudicarmi potrebbero credere che io sia una specie di beone privo di interessi al di là della ricerca ossessiva del fondo del bicchiere. Ebbene, è proprio così, seppure ieri sera non abbia raggiunto quello scopo che mi ero prefisso.
Per chi volesse informazioni più dettagliate il prefisso, trovandomi a Genova, era 010.
Perché non sono riuscito a portare a termine un compito semplice come l’abbruttimento alcolico? Eppure ho dalla mia anni di addestramento, la compagnia era ideale, le finanze floride, l’ora adatta.. Sarà che il mio ritrovo abituale, le Cappe, si erano trasformate nella sede della Nuova Compagnia Di Canto Popolare, e in quanto ad abbruttimento avrei avuto degli avversari di tutto rispetto, tanto che non me la sono sentita di sfidarli.
E poi ne venivo da un inizio serata ad alto tasso culturale, vuoi che non influisca sul mio comportamento? Così ho finito per contenermi e guardare gli altri che disfacevano la propria dignità stonando su un pezzo di Celentano.
Altri episodi degni di nota non ne ho da raccontare, sto qua e aspetto l’ora buona in cui partirò alla volta del rettangolo verde, ho cominciato un altro libro di Hornby, l’emporio è chiuso e non posso comprare la stoffa gialla da cui ricavare le lettere per lo striscione, Emma sente il caldo ed è stranamente quieta, Fototifo ha messo online le foto della trasferta di Empoli, c’è parecchio da scaricare, Mazinga è ancora in giro, come direbbe Dario se gli raccontassi qualche aneddoto.

“Ho visto che il 18 settembre c’è la Notte Bianca a Roma, ci andiamo?”, mi propone Lorenzo da una panchina dei giardinetti di Busalla, mentre intorno a noi risuonano le note dell’Orchestra Spettacolo Mariateresa Villabuona Fu Dimitri. Sono i festeggiamenti del Nome di Maria, ogni anno la seconda settimana di settembre i Busallesi si interrogano su quale possa mai essere il nome di Maria, forse Giovanna? Forse Lucrezia? E mentre se lo chiedono fanno festa, che per i Busallesi sedersi a un tavolo e pensare è noioso, molto meglio scendere in strada e far cagnara.

“Non so”, gli rispondo. “Sono senza soldi, sennò stasera invece che al Nome di Maria me ne andavo al Nome di un locale qualsiasi di Genova e mi prendevo la vecchia ciucca del venerdì sera, che è un’abitudine che ho un po’ perso.”

“Se fossi andato al Nome di un altro locale di Genova non avresti incontrato noi e avresti perso questa fantastica opportunità di andare a Roma alla Notte Bianca sabato prossimo!”, mi risponde Pino.

Pino è un amico di Lorenzo, il mio amico Lentese che ho incontrato ieri sera a Busalla. Ci conosciamo da poco anche con lui, non è un tipo cattivo, dice che se conoscessi sua zia cambierei idea.

“Sai cos’è? Che la Notte Bianca mi piace poco, ho delle esperienze strane riguardo quella notte lì, non è che mi vada tanto di parteciparvi”.

“Racconta”, mi dice Pino, “Racconta”, mi dice anche Lorenzo. Racconto.

L’anno scorso si tenne per la prima volta a Roma la Notte Bianca, spettacoli, negozi, musei aperti tutta la notte, mezzi pubblici a profusione, una grande iniziativa da non perdere. Solo che Roma non è Ronco, o Lento, che se fanno spettacoli tutta la notte e tengono aperti i negozi le strade si riempiono di un migliaio di persone e c’è vita e son tutti contenti e incontri gli amici e andate a bere e ci si passa tutti una bella serata. A Roma se fai una cosa così intasi la città, soprattutto se poi si mette a piovere, e soprattutto se da qualche parte un albero cade sull’unico traliccio che rifornisce tutta la penisola, e l’intero Paese resta al buio.

Io quella notte ero al Milk, che inaugurava la stagione, e mi stavo divertendo un casino. Era un periodo strano quello, avevo da poco ripreso i contatti con una ragazza, stavamo cercando di riprendere un certo discorso, era molto delicato, e proprio in quei giorni lì era andata a Roma per lavoro, e non l’avevo più sentita. Era viva? Era morta? Chissà.

“Non vi sto a raccontare tutto il preambolo sennò arriviamo a domenica e ci perdiamo i fuochi, che sarebbe anche una bella cosa, visto che i fuochi di Busalla fanno pena”, dico loro, e proseguo col mio racconto. Lorenzo e Pino sono interessati, la panchina è confortevole, l’Orchestra Spettacolo Mariateresa Villabuona Fu Dimitri attacca il suo cavallo di battaglia, La Cesarina, e i vecchietti fan la ola.

Stavo ballando su un vecchio pezzo di Iggy Pop quando accadde. La musica si fermò di colpo, e il locale si illuminò delle luci sinistre dei riflettori di emergenza. “Già finita la serata?”, si chiedeva Andrea, “Già saltato l’impianto?”, mi chiedevo io, “Che chiusure di merda, era meglio il digei dell’anno scorso!”, borbottava un habitué del locale.

Visto che la musica non accennava a ripartire dichiarammo chiusa la serata Milk e uscimmo in cerca di nuove avventure, e fu allora che si potè avere chiara l’entità dei danni. Tutta la città era al buio, gli amplificatori del Milk avevano mandato in corto l’impianto elettrico dell’intera Genova.

“Ma no, è Pericu che non ha pagato la bolletta!”, mi spiegò Andrea, sempre più informato di me su queste cose cittadine.

Poco più tardi, seduti su un muretto a guardare uno dei più bei cieli stellati che mi ricordi, riflettevamo sui grandi misteri della vita.

“La morte e l’aldilà?”, mi chiede Lorenzo. “La figa”, gli risponde Pino che ha già capito.

“Niente, non c’è molto altro da raccontare, la luce è tornata il giorno dopo, la ragazza in questione ancora dopo, il Milk ha ripreso a funzionare regolarmente..”

“E con la ragazza com’è andata a finire?”, mi chiede Pino.

“E’ andata a finire”, gli rispondo. “Probabilmente il giro di boa l’abbiamo fatto chissà quando, magari in una parola detta al telefono, uno di quei momenti che passano del tutto inosservati, ma mi piace credere che sia stata quella sera lì, la sera del black out, ad avere spento la luce su noi due. Da lì in avanti stavamo già scrivendo un’altra pagina, eravamo già i protagonisti di due racconti diversi”.

“Sei bravo a raccontare le storie”, mi dice Lorenzo. “Dammi un altro bicchiere di sangria e vedi cosa ti invento!”, gli rispondo, e abbandoniamo la panchina per tornare al bar del Diplodoco, mentre dietro di noi, l’Orchestra Spettacolo Mariateresa Villabuona Fu Dimitri attacca la Polka della Gigia.

Era così giunto il venerdì, e con esso la fine degli obblighi settimanali di Don Pablotte verso i suoi orribili datori di lavoro.

Per prima cosa, appena giunse a casa, il nobile cavaliere provvide a un’accurata toletta della sua persona, per liberarsi d’ogni residuo di impurità della pelle e dell’animo.

Come sempre accade quando un corpo è immerso in un liquido, fin dai tempi in cui Archimede ne studiò cause ed effetti, e fors’anche da qualche giorno prima, ma non tanti, che mi ricordo era andato a trovarlo suo zio sarà stato martedì mercoledì al massimo e gli aveva portato una frittata di zucchine dell’orto dietro casa, suonò il telefono.

L’audace protagonista di questo libro e anche del prossimo e se Feltrinelli me li pubblica gliene scrivo minimo altri cinque, non si perse d’animo, e come un sol uomo qual era ma più grosso sennò non si capisce il paragone, balzò fuori dal bagno e afferrò la cornetta mentre stava esalando l’ultimo squillo, si capiva che era l’ultimo perché finiva col punto invece che con la virgola.

“Pronto”, pronunciò il prode protagonista della presente.

Un gelido alito di morte si alzò dall’apparecchio, e una voce gorgogliò dall’oltretomba:

“Ciao, sono Francesco, sono a Ronco, ci sei stasera?”

era Francesco, era a Ronco, gli chiedeva se c’era stasera.

Era costui un amico del nostro eroe, fedele compagno nelle più improbabili avventure, come quando avevano battuto a scacchi l’Uomo Supplì nella Terra degli Svaccopelisti, o avevano comprato Playboy in greco attratti dalle giunoniche forme della modella in copertina ed erano rimasti fregati perché anche le foto erano in greco e non si capiva più quali erano le tette.

Alcuni anni prima del tempo in cui si svolgevano le avventure ivi narrate, il tetro Francesco si era trasferito a Roma, dove aveva commesso villania con una ragazza del luogo ed era stato costretto dai genitori di lei a un matrimonio riparatore. Da allora le avventure insieme si erano diradate, ma era in programma un’ultima memorabile impresa, le loro gesta sarebbero state ricordate in eterno e i nomi dei due eroi incisi per sempre negli albi della Storia, o almeno si sperava non in quelli della Questura.

Quella sera si sarebbero discussi i dettagli del fantastico viaggio, tipo la spesa la facciamo di nuovo dai tedeschi o stavolta possiamo permetterci qualcosa di più delle solite buste di risotti da un euro?

L’audace Cavaliere Dalla Tirchia Figura acconsentì a incontrare l’amico in serata, si dilungò negli ampollosi rituali di saluto che l’etichetta impone quando ci si rivolge a persone della levatura sociale di Francesco che, non lo abbiamo ancora rivelato, ricopriva il prestigioso e assai invidiato ruolo di Primo Castrato Pontificio, professione che era sempre più difficile mantenere celata alla moglie, che lo credeva impiegato all’INPS e lo torchiava affinché gli facesse il sacro dono di un erede da battezzare con nome cristianissimo et improponibilissimo, e ritornò ciabattando al bagno, il nostro eroe, non Francesco, che era a casa sua con la moglie, capisco che con tutte le subordinate che ho aperto qualcuno dei lettori meno attenti non ci capisca più un cazzo.

A essi consiglio la lettura di un blog più lineare, quello di Rossano Segalerba, che lui è uno studiato che sa scrivere bene e dice un sacco di cose colte.

Per quelli invece che son rimasti a leggere vado avanti, che la cosa si fa interessante.

Era giunto in quel momento in casa il padre di Don Pablotte, Don Giovanni Renzi da Villavieja, il quale, notando come il pavimento fosse disseminato di pozzanghere come se invece di un cane l’animale domestico fosse stata una foca, formulò all’istante due soluzioni per quel bizzarro fenomeno: la prima, che l’appartamento fosse stato svaligiato dall’Uomo di Atlantide, sembrò anche a lui come a noi scarsamente credibile, in quanto detto supereroe erede indiscusso del Batman di Adam West era poco avvezzo al furto, perché a differenza del suo grigio e panciuto predecessore non aveva mantelli o bislacche automobili in cui celare la refurtiva, ma girava esclusivamente in mutande, arrecando notevole imbarazzo alle feste dei vip, dove dopo un po’ smisero di invitarlo, gli preferirono il più brillante Automan, e fu l’inizio del suo declino.

La seconda soluzione che trovò il genitore del nostro fu una perdita alle tubature, e per verificarne la veridicità si dedicò a un’esplorazione della rete idrica domestica.

Nel frattempo il Cavaliere Dall’Irsuta Figura aveva terminato la propria abluzione, e fu con una certa sorpresa che, uscendo dal bagno, si imbattè nel corpo senza testa di un uomo, chino sul pavimento, davanti al lavandino della cucina.

Per maggiore orrore l’inquietante figura agitava le braccia ed emetteva con voce cavernosa parole che non osiamo neppure ricordare figuriamoci poi ripeterle, tanta angoscia provocano nei nostri animi non avvezzi a cotali avventure, che mica cavalieri siamo noi, solo poveri e indegni cronisti di vicende che mai più si ripeteranno nei secoli a venire, che mai piedi così temerari calcheranno più suolo terrestre, forse se arrivasse dallo spazio Goldrake, ma ne dubitiamo.

Don Pablotte si chiese per quale portento un corpo senza testa spuntava da sotto il suo lavandino scotendo le membra come invasato e seminando improperi, contro la natura di ogni corpo senza testa che si rispetti, che in genere si limita a ciondolare un po’ in giro con le braccia tese in avanti o tuttalpiù va a cavallo a spaventare i Padri Pellegrini.

Simili stregonerie avvengono soltanto nei poemi cavallereschi, o su Dylan Dog, e manifestano sempre la presenza del Demonio, finché non vengono “ricacciati nell’inferno da dove sono venuti” con una formula magica o una pistolettata in testa.

Cavaliere era, ma senz’arme né armature, né scudieri baffuti al seguito che gliene lanciassero in caso di bisogna, e dovette ripassare a mente le formule magiche che conosceva, ed erano invero poche, che anche come uomo di arti magiche e stregonesche lasciava parecchio a desiderare, a scuola nei compiti in classe di incantesimi e incantagioni copiava sempre dal vicino di banco.

Silvan e Tony Binarelli erano maghi da conigli nel cappello, inadatti a frangenti rischiosi come quello, e meno male, perché Sim Sala Bim passi, ma Tiki Tiki gli era sempre sembrata una formula magica stronzissima.

“Klaatu Barada Nikto!” gridò il Cavaliere Dall’Harrypotteresca Figura, e come per incanto la testa del già presentato di lui genitore ricomparve da sotto il lavandino e il corpo, nuovamente integro, si sollevò in tutta la sua austera figura e lo apostrofò:

“Allora sei tu che hai allagato la cucina, non si è rotto un tubo!”

“No, è che è suonato il telefono e sono andato a rispondere, era Francesco che mi chiedeva se stasera esco perché..”

“Cosa ti porti da mangiare domani?”

“Domani è sabato, non lavoro”

“Lunedì lavori?”

“Si, lunedì lavoro, è l’ultima settimana, poi sono in ferie, e infatti stasera mi vedo con Francesco perché vorremmo andare..”

“Cosa ti porti da mangiare lunedì?”

“Non lo so, credo che ci penserò lunedì..”

“Stasera mangi qua o da tua mamma?”

“Appunto, pensavo di vedermi con Francesco per decidere se partire..”

“Domani?”

“Cosa?”

“Mangi qui o dalla mamma?”

“Non.. Non so.. Forse.. Qui?”

“Allora per domani c’è della verdura che ho fatto bollire, è tutta verdura dell’orto, ci ho messo patate, peperoni, piselli, pomodori..”

“..Ma forse vado via prima di pranzo..”

“..cavoli, carote, cavolfiori..”

“..andiamo a fare un’escursione in moto..”

“..ravanelli, radicchio, rape..”

“Vabbè, devo andare, ciao”

“..radici, rucola, rabarbaro..”