mondi lontanissimi

Fu nei primi anni di vita che il piccolo Pablo dimenticò casa per cercare la Meraviglia. Indossò la maglietta di Ok Quack, saltò sul trenino, e un pomeriggio dopo la tv dei ragazzi si allontanò nel ronzare del trasformatore.

Visse avventure incredibili con quattro ragazzi in gamba, si perse in un teatro popolato solo da pupazzi, e aspettò di diventare abbastanza grande da potersi spingere dove nessun uomo, e figuriamoci bambino, era mai giunto prima.

Non fu un’attesa priva di emozioni: un giorno venne inseguito dal grosso Uomo Mozzarella, ambasciatore dell’Emilia, e per sfuggirgli dovette rinchiudersi in un castello di cemento, fra le fronde di un grosso olmo; fece a pugni con lo Straniero e ne divenne amico, ci rifece col Nano Naso e lo uccise fra le statuine di un presepe, e finalmente cominciò a diventare più alto.

La gioia di quella crescita fu enorme, da lassù poteva vedere cosa si nascondeva dietro la curva dell’orizzonte, i paesi al di là del mare, i mondi misteriosi celati alle spalle di Vega, e i terribili Micenei.

Era quella la sua meta, lo sapeva anche se nessuno gliel’aveva spiegato: oltrepassò il tempio giapponese, evitò senza problemi il toro infuriato che caricava chiunque e al tramonto arrivò sulla spiaggia. Un anziano signore in kimono sventolò la sua bandierina bianca, era il segnale che aspettava.

Sono passati tanti anni, il piccolo Pablo è diventato l’irsuto Pablo, ha fatto cose e visto gente, i suoi figli li ha chiusi dentro un libro per non vederli invecchiare, e tutti i giorni guarda l’attaccapanni, e si chiede se sia lì, la Meraviglia.

La maglietta di Ok Quack ce l’ha ancora addosso, sotto la giacca; è sempre stato un ago, ma piano piano gli è venuta l’impressione che sia tu, il Nord.

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E dimmelo, dai, lo so che ci tieni