Marseille (parte 1)

  1. Dove si piange la scomparsa di Jean-Claude Izzo e non solo la sua

Se questo fosse un romanzo di Jean-Claude Izzo comincerebbe con un uomo appena arrivato in città..

Il flixbus lo scaricò accanto a un campo da pallone polveroso e senza porte, fra capannoni deserti e palazzi sdentati con una finestra intera per piano.
Appena dietro il tetto in lamiera del lungo edificio a bordo strada si vedeva spuntare, lucida come un blocco di granito, la torre CMA, simbolo del rinnovamento che si stava mangiando la città come un virus. Il Panier, le case intorno alla cattedrale, il vecchio porto: Marsiglia stava diventando una piazza di cemento per diportisti e uomini di commercio. Più sicura e proiettata verso il futuro, era il motto. Il prezzo da pagare non era alto, soltanto l’anima.

E tu, Gabriele Di Raimondo, a quale voce darai ascolto? Scenderai al porto e raggiungerai il centro accompagnato dalle lusinghe dei cantieri, dal ronzio soporifero della nuova tramvia sopraelevata e dal fruscìo dei soldi che corrono da una mano all’altra? O abbraccerai il degrado della periferia, delle utilitarie ammaccate, dei negozi di magliette di plastica, degli alimentari halal, fino a trovare la strada che passa sotto l’Arco di Trionfo Delle Vittorie Generiche e diventa Canebière, e porto, e Marsiglia, quella che hai conosciuto sui libri e nelle parole di lei?

C’è sempre una lei nei romanzi di Izzo, e ce n’è una anche qui. Naïma.

Si erano conosciuti a Genova che era quasi un anno. Lei seguiva un master in architettura in un laboratorio prestigioso sulle colline fuori città, lui seguiva le serie tv americane sul computer dell’hotel in cui faceva il portiere, durante i turni di notte. Si erano trovati pascolando sui gradini di una chiesa nel centro storico, insieme ad altri avventori di un bar fighetto lì accanto.
Gabriele conosceva un paio dei colleghi di Naïma, si era avvicinato per salutarli e non se n’era più andato. Una settimana più tardi ci erano tornati insieme, sui gradini della chiesa, incuranti di ciò che accadeva oltre i loro sorrisi stupefatti.

Due mesi, poi lei era tornata a Marsiglia senza preavviso: un’assunzione al MUCEM, il museo più importante della città, era il sogno della vita, sarebbe stato folle rinunciarvi per una storia senza futuro come la loro. O perlomeno questo era ciò che le aveva detto con la faccia più convinta che era stato capace di venderle. Perché sarebbe stato egoista chiederle di restare per lui, e soprattutto sarebbe stata una responsabilità che non si sentiva pronto a sobbarcarsi.
Una decisione adulta, di cui non si era pentito per due settimane intere. Poi l’aveva chiamata e le aveva detto che erano degli irresponsabili, non si butta via una relazione così bella, potevano trovare lo stesso il modo di vedersi, magari la prossima settimana vengo a trovarti, eh?

“No”
“Come no? Dai!”
“Ho detto no, non ti voglio vedere”
“Ma ti sei offesa? Lo so che ti ho detto io di andare, ma cerca di capire, mi sembrava la decisione migliore per te”
“Ci ho pensato molto, e ho capito che con te non stavo andando nella direzione che voglio. Ho fatto una scelta, non cambio idea.”

E in un attimo si era trovato dentro un romanzo giallo: c’era il morto, c’era l’assassino, mancava solo il movente del delitto.
Per fortuna non ci vollero 350 pagine di indagini, bastarono un paio di domande dirette e qualche silenzio fin troppo eloquente perché saltasse fuori il nome di Serge Grimaldi, capo della sezione Sviluppo Culturale E Relazioni Internazionali. Naïma era mezza araba ed era stata assunta mentre viveva in Italia: sullo sviluppo culturale aveva dei dubbi, ma la relazione internazionale c’era tutta.

Dal romanzo giallo all’Harmony più becero. Povera Marsiglia, ridotta a cornice di una storiella così squallida.
Gabriele era più deluso che ferito, aveva giurato a sé stesso che non l’avrebbe cercata più: la memoria di Jean-Claude Izzo non meritava di essere accostata a certe vicende da portinaie. Avrebbe voltato pagina e si sarebbe costruito un’immagine nuova, più letteraria: un portiere d’albergo deluso dalla vita che cerca consolazione in fondo alle bottiglie. A proposito di clichès, eh?

Fino all’Arco di Trionfo era stato sfascio e miseria, poi si era trovato in cours Belsunce e l’impressione di stare in un film di Rossellini era svanita. Al di qua del monumento era di nuovo Europa, marche di negozi familiari, la linea del tram e un ampio viale alberato.
Non che prima si fosse sentito a disagio, comunque. Naïma gli raccontava che quando arrivi in città corri il rischio di venire scippato già sui gradini della stazione Saint-Charles.
Da Arenc a lì non se l’era cagato nessuno, forse il pericolo valeva solo per chi viaggiava in treno. Magari gli scippatori trovavano più da lavorare davanti alla stazione ferroviaria che a un campetto di periferia. Naïma era sempre un po’ melodrammatica, certe volte gli dava proprio sui nervi.

Svoltò sulla Canebière. Le parole di lei saltavano fuori nella descrizione dei suoi anni di ragazzina, quando percorreva quei marciapiedi avanti e indietro con le amiche, a farsi avvicinare dai ragazzi e ad allontanarli con sufficienza.
A quell’ora non c’era molta vita. Tre algerini si facevano foto improbabili davanti a ogni edificio vistoso, una signora anziana portava a spasso un cagnolino minuscolo. Un ragazzino gli passò vicino su uno scooter. Aveva il casco, ma per essere almeno un po’ contro il sistema stava in ginocchio sul sedile.

L’albergo era nella traversa dopo, schiacciato fra un kebabbaro e un bar di arabi. Per raggiungere il portone dovette farsi largo fra i tavolini che si estendevano lungo tutto il marciapiede, fin quasi alla strada.
Oltre il piccolo ingresso il portiere guardava in tv la partita degli Europei: giocavano Galles e Irlanda del Nord, e dalla sua espressione non si stavano impegnando granché.
Salì in camera, fece una doccia e stette per un po’ seduto sul letto a guardare la sua immagine nello specchio vicino alla porta.
Ma cosa ci faceva lì?

Una gita. Nient’altro. Non sono qui per vedere lei.
Poi, se è il caso, se me la sento, ci possiamo prendere un caffè insieme, parlare un po’.
Se capita, dieci minuti per cancellare la tensione, fare pace.
Non vale più la pena di mantenere questo stato di guerra, scommetto che pesa anche a lei. Sono sicuro che se la chiamassi per dirle che sono qui mi vorrebbe vedere subito.
Magari domani la chiamo, le chiedo come sta.
Se ne è valsa la pena.
Ma domani. Forse.
Stasera me la prendo per me.

Dieci minuti più tardi osservava perplesso l’area del vecchio porto. Lo specchio d’acqua davanti a lui era chiuso su tre lati da una spianata di cemento, e la vista sul mare è sempre stata nascosta dalla collina su cui sorge Notre Dame de la Garde. Barche da diporto coprivano una buona metà della superficie. Ebbe l’impressione di trovarsi in un parcheggio.

Marsiglia ospitava alcune partite del campionato europeo in corso in quel periodo. Per l’occasione erano state allestite nel piazzale una ruota panoramica e una scatola grande come un camion su cui campeggiava il logo della radio locale. Entrambe emettevano suoni molesti.
Sotto il cubo della radio quattro coppie di ballerini si destreggiavano in una dimostrazione di qualche danza latina. C’erano poche cose capaci di deprimere Gabriele come la musica latina. Quando la sua vicina di casa la ascoltava lui interrompeva qualsiasi attività e andava a mettere su i Clash.
Quel giorno aveva lasciato la musica in albergo, dovette allontanarsi in fretta verso uno dei dehors sul frontemare.

Scelse quello con la cameriera carina. Bionda, occhi chiari, un bel fisico. Una per cui perdere la testa, insomma.
Le fece un sorriso accattivante quando gli portò la birra. Ne ricevette uno cordiale e distaccato che lo fece sentire solo. E neanche due patatine.
Vuotò il bicchiere in fretta e riprese a camminare.

La freccia a destra diceva Panier. Una scalinata saliva verso delle case poco attraenti e ancor meno antiche. A meno che il centro storico non cominciasse subito dietro sembrava che anche quella parte di città avesse vissuto il trauma della ristrutturazione.
Esitò, quello era il quartiere di Naïma. Era nata lì, aveva abitato in Rue des Moulins prima di trasferirsi con la famiglia fuori città, verso Cassis. Se la sentiva di infilarsi in quel campo minato di malinconie?
D’altronde se avesse continuato a camminare in quella direzione sarebbe arrivato al MUCEM, dove probabilmente si trovava lei ora. Meglio affrontare il suo ricordo, almeno per il momento.

Place de Lenche. Il nome era familiare, probabilmente compariva in un romanzo, magari ci si sparava qualcuno, vai a sapere. Troppo pulita, piena di tavolini. Sembrava la tipica piazzetta genovese restituita alla movida del venerdì sera. Non c’era niente da vedere lì, tranne il piccolo Bar de la Place, dove un vecchietto leggeva La Marseillaise all’ombra della tenda rossa all’ingresso.
Non certo un locale da turisti quello, ma non ci si fermò lo stesso, se avesse voluto andare al bar della bocciofila ne aveva uno anche vicino a casa. Costeggiò la piazza per il lungo e proseguì in Rue de l’Évêché, lasciandosi guidare solo dalla curiosità.
Nessun ragazzino a fregarsi motorini, né puzza di piscio e sacchi dell’immondizia abbandonati agli angoli. La Marsiglia di Izzo sembrava essersi trasferita altrove.

Un negozio con la facciata dipinta attirò la sua attenzione. Lo conosceva, l’aveva visto su google maps una sera a casa sua. Alzò gli occhi, in cima alla strada i tavolini del 13 Coins gli fecero l’effetto di un pugno.

“Ti faccio vedere una cosa”, gli aveva detto, sedendoglisi in braccio. Si era messa ad armeggiare su internet e lui ne aveva approfittato per annusarle il collo, che sapeva di sandalo e tabacco. Le aveva infilato il naso fra i capelli, scoprendole un orecchio.
“Hai delle orecchie perfette”
“Che scemo, chi è che guarda le orecchie delle donne?”
“Io, e le tue sono perfette”. Ci aveva infilato la lingua.
Le mani erano scivolate sotto la maglietta, ad abbracciare la pancia rotonda.
“Dai, smettila. Lo sai che bar è questo?”
“No”, rispose lui senza guardare, per non disturbare il fiume di emozioni che stava ricevendo dagli altri sensi, tutti sveglissimi. Il corpo di Naïma era il suono di un pianoforte, le note morbide, talvolta sussurrate, altre gridate, erano piene e calde sotto le sue dita.
“Come no? Ma sei pazzo? È il 13 Coins, il bar di Izzo! È in tutti i suoi romanzi! Non mi avevi detto che ti piaceva?”
“Non me lo ricordo”, tagliò corto. La letteratura che aveva in mente in quel momento veniva venduta in librerie sordide con la luce bassa frequentata da uomini dall’aspetto equivoco. Ed era accompagnata da un sacco di fotografie.
Naïma gli piantò addosso i suoi occhi di onice nera.
“Gabriele Di Raimondo! Mi hai avvicinato parlandomi di Jean-Claude Izzo e adesso viene fuori che neanche conosci il 13 Coins? Era solo una scusa per rimorchiare?”
Restò un momento in bilico su quello sguardo, poi fece quello che faceva ogni volta che lei lo guardava. Ci cadde dentro.

(continua)

Hopper

Drusilla ha ventisette anni e gli occhi colore del lago in cui mi tuffavo da bambino. Porta la maglietta a righe d’ordinanza Estate 2016, e la presunzione della sua giovane età la tiene in bilico sulla punta del naso, che mi agita davanti come un fioretto quando si volta a chiedermi “Ma li hai visti?”

Si riferisce alla coppia male assortita che, davanti ai nostri sguardi attoniti, si è esibita in un numero di solitudine acrobatica livello SuperPro.

“Quelli che si sono fatti la foto?”
“Sì! Hai visto che espressione schifata aveva lei quando si è messa in posa?”
“Le mancava la didascalia – Facciamo contento questo povero fesso – ”
“Ma è pazzesco! Come fanno a esistere coppie così? Ma meglio da soli, dai!”

La classica frase da Drusilla che sa sempre quello che vuole e non accetta compromessi. Vorrei possederla io la sua sicurezza, mi permetterebbe di mantenere la rotta e smettere di incagliarmi nelle secche in cui finisco con la regolarità di un temporale nel fine settimana.

Siamo a giugno, due anni che è morto il mio unico grande infinito amore, il mio canarino Chico Buarque, la sola creatura che abbia mai amato.
Non sono una preda facile per i sentimenti, quasi tutte le mie ex mi hanno lasciato dopo pochi mesi lamentandosi dei miei rari slanci affettivi. Sono uno che quando la ragazza gli dice seria al telefono “Sto mettendo in discussione il nostro rapporto” le risponde “Va bene, fammi sapere domani cos’hai deciso, buonanotte”.

Con Chico Buarque era stato diverso fin dall’inizio. Intanto non mi aveva chiesto nessuna attenzione particolare, giusto un po’ di becchime e dell’acqua fresca, e poi la riconoscenza con cui rispondeva alle mie premure! Ogni mattina si metteva a cantare, e la sua gioia mi contagiava, uscivo di casa dimentico di ogni problema e andavo a lavorare alla miniera di carbone col cuore leggero.

Fra noi era stato un avvicinamento graduale, nessuna pressione, solo il piacere di stare insieme giorno dopo giorno. Lentamente il nostro rapporto si era consolidato fino a diventare qualcosa di indistruttibile, cui non avrei più saputo rinunciare. Non l’avevo mai vissuta una storia così intensa. Per festeggiare il nostro primo anniversario eravamo andati alle Canarie a conoscere i suoi genitori. Non lo avevamo detto a nessuno, ma quello sarebbe stato il nostro ultimo viaggio da fidanzati, avevamo intenzione di sposarci. Magari non in Italia, dove i matrimoni fra uomini e canarini non sono ammessi.

Due mesi dopo era morto. Una rara malattia chiamata gatto dei vicini lo aveva stroncato all’improvviso.

È stato come se mi avessero sostituito il cuore con un sacchetto di ghiaia, ho rinunciato alla speranza. Tutto ciò che è arrivato dopo mi è scivolato addosso senza lasciare traccia.
Solo una volta ho provato una specie di emozione, ma non è durata molto: era una gracula religiosa, ci eravamo trovati molto bene all’inizio e sembrava che potesse funzionare, ma presto si era rivelata una gran scassacazzi. E poi parlava sempre a vanvera.

In questi due anni non ho fatto che passare dall’allegria a una depressione improvvisa, come un ballerino di tip tap in un campo minato. I miei amici hanno preso le distanze, le relazioni si sono diradate, anche quelle impostate sulla mercificazione sentimentale, tipo “tu mi caghi io ti trombo va bene così”. Sono diventato uno di quei matti con la felpa stropicciata che portano in giro il cane la mattina presto, quando non corrono il rischio di incontrare altri esseri umani con cui dover interagire.

Per convincermi a stirarmi la maglietta e affrontare questa trasferta bolognese c’è voluta la giovane scapestrata Drusilla. È lei che mi allontana le nuvole dalla testa, e quando il canto di un uccello lontano mi riporta alla mente pensieri cupi è rapida ad intercettarli e abbatterli con un dito nodoso sulle reni. Oppure mi viene vicino e mi spinge da dietro, mi colpisce con un giornale, mi abbranca per un braccio e mi trascina davanti alle scarpe più ridicole mai esposte in una vetrina.
È bello averla vicino, certe volte mi chiedo se non dovrei abbandonare questa mia ritrosia e darle un bel morso, per vedere che succede.
Poi mi ricordo di Chico Buarque e che il mondo fa schifo e dobbiamo tutti morire soli, compresa Drusilla, e vado ad addentare un panino al prosciutto.

A Palazzo Fava è allestita la mostra di Edward Hopper, forse l’unico luogo in cui essere tristi rappresenta un beneficio, invece che un handicap.

Perché il pittore di Nyack è un artista malinconico, apre finestre sulla solitudine che hai dentro e la costringe ad affacciarsi. Il modo migliore per apprezzare le sue opere è di avere l’anima dissodata di fresco. È come annusare certi fiori prima di assaggiare un vino di qualità.
È così. Mi aggiro per le sale lasciandomi travolgere dalla desolazione dei suoi paesaggi e delle persone che li abitano.
Quando mi trovo di fronte a Soir Bleu mi tremano le gambe. La faccia del clown, il contrasto col suo abito e ciò che rappresenta. La donna in piedi è una prostituta, un corpo in vendita, eppure è altera e distante come un pianeta inaccessibile.

“Questo si intitola Carnevale Sull’Enterprise. Il capitano Picard, al centro del  quadro, si è vestito da clown convinto di vincere il premio per la maschera migliore, ma verrà battuto dall’androide Data, che truccato da donna risulta davvero irriconoscibile”.
“Scema, non ti ci porto più alle mostre! Che figure mi fai fare?”
“Usciamo? Qui vicino c’è una mostra fotografica su Jeff Buckley con cui puoi torturarti ancora un po’”
“Ma tu come fai ad essere sempre così imperturbabile? Non c’è niente che ti pesa addosso, un ricordo, una speranza? Io sono eccessivo nel mio malessere, certo, ma tu così impermeabile alle emozioni sei sicura di essere normale?”
“Chi ti dice che sia imperturbabile? Magari non mi va di mostrarlo come fai tu”
“Cosa ti ha lasciato questa mostra?”
“Ansia. La stessa che mi mettono i racconti di Carver. Credo che il mondo che descrivono sia lo stesso, uno racconta cosa succede nelle case dipinte dall’altro. L’anziano seduto al sole, con la moglie che gli grida dalla finestra, quando si alzerà saprai che sta per succedere qualcosa di brutto. La donna in piedi sulla porta ha visto qualcosa che non vuoi sentirti raccontare. La vita che trapela dall’opera di Carver è difficile, di quella che ti ci vuole una bottiglia vicino per reggerla, ma Hopper va oltre, dove la bottiglia non basta più. Uno è dolore, l’altro rassegnazione. E a me la rassegnazione mette ansia più del pericolo.”

Guarda qua. Neanche trent’anni di roba. Una che non ha mai conosciuto la Cortina di Ferro, il Patto di Varsavia, Berlino Est. Una che girava in pannolone mentre i Nirvana scardinavano la musica e il gusto per le camicie.
Una fottuta hipster.
E mi lascia muto, inadeguato e ammirato.

Io a 27 anni stavo a Londra, dormivo per terra e spendevo tutto lo stipendio da Reckless Records. A 27 anni scoprivo Jimi Hendrix, manco sapevo chi erano Hopper e Carver. Ed è questo che separa inesorabilmente il mio mondo dal suo e ci porta ad imboccare strade che finiranno per allontanarci sempre di più, fino a perderci di vista. Perché un giorno lei sarà un avvocato inserito nel sistema e leggerà Marcuse per credersi anticonformista, sposerà un ricco ingegnere appassionato di mobili antichi e farà la borghese radical chic, mentre io sarò fuori da casa sua a fregarle le gomme della mercedes, che rivenderò per una dose della mia ultima scoperta, l’eroina.

(continua)