di me che prendo sagge decisioni che si ripercuoteranno positivamente nei prossimi mesi

No, me la sto raccontando, in realtà è successo che mi è arrivata la bolletta del telefono risalente a luglio, quando mi facevo un sacco di telefonate con una persona che abita in una città del nord e parlavamo delle cose che si fanno in quella città del nord, tipo andare a vedere la Minetti che balla sul cubo all’inaugurazione di una biblioteca, e ci divertivamo un sacco e stavamo delle ore a parlare, ma si vede che poi il mio operatore telefonico non ha gradito e mi ha spedito le sue lamentele sotto forma di bolletta telefonica dove la cifra dovuta è espressa in dobloni d’oro e sotto c’è anche scritto ARRR!

Della persona che abita in una città del nord non so più niente, dopo una frequentazione piuttosto intensa è andata in una città che ha il sindaco che si chiama come me e non l’ho più sentita, forse ha fatto casino con le omonimie, chissà. È un peccato, ma certe cose sono fatte per succedere, non per rimanere, si vede che era una di queste. Mi resterà la sua voce, i suoi occhi chiari, cose eteree come i capelli sul cuscino, e la sua musica.

Comunque la posta di oggi mi ha fatto riflettere su quello che mi sto ponendo come obiettivo in questi ultimi tempi, e chiedermi se sto facendo le scelte giuste. Cosa vorrò fare da grande? Quanto ancora ho intenzione di sprecare risorse su futilità e passatempi inutili? Non sarebbe ora di crescere e dedicarsi a qualcosa di più concreto, qualcosa che rimanga?

A tutte queste domande ho risposto si, è ora di diventare grande, prendersi delle responsabilità, capire cosa voglio fare dei due terzi di vita che mi rimangono, se sono particolarmente fortunato, e cominciare a camminare in quella direzione. Ero convinto di avere già cominciato il mio cammino, poi la strada si è interrotta nel Chiapas, davanti a un chiosco che vendeva magliette del Subcomandante Marcos prodotte a Taiwan. Il tizio che stava dietro al banchetto non ha saputo aiutarmi, ha detto che lo pagavano per stare lì e con quei pochi spiccioli ci manteneva la famiglia; lui la rivoluzione non l’aveva mai vista, faceva la stessa vita pulciosa di suo padre e di suo nonno, ma non voleva che sua figlia restasse incinta a tredici anni e finisse incastrata nello stesso destino di merda che era toccato a tutti quelli che conosceva. “È brava, sa disegnare molto bene!”, mi ha detto, e ha tirato fuori dei fogli colorati. “La manderò a scuola in una grande città degli Stati Uniti, diventerà qualcuno!”.

Forse alla fine c’era davvero qualcosa per me in fondo a quella strada, la lezione che quando non hai un cazzo di niente anche le briciole sono un cambiamento positivo.

Più o meno è dove mi trovo adesso, non ho niente, solo dei libri sul pavimento e un cane che mi dorme sul letto, ma ho imparato a fare la crostata, a ripetere più o meno a memoria gli accordi di Redemption Song e a non farmi seppellire dal disordine. Non è molto, è un inizio. Questo mese avrei voluto iscrivermi di nuovo al corso di portoghese, perché è bello imparare cose nuove, ti fa stare bene, ma vorrebbe dire affidarsi alle amorevoli cure del prof. dott. Hans Delbruck e del suo team di chirurghi per vendermi anche l’altro rene. La scorsa volta ci hanno messo al suo posto un’armonica a bocca, dicono che tanto funziona lo stesso e in più quando ti pieghi fai un suono piacevole, ma non credo che togliendoli entrambi si viva benissimo, ho preferito rinunciare.

Vabbè, è di questo che volevo parlare, all’incirca, solo che quando comincio non so mai dove andrò a finire e certe volte mi impantano in situazioni inaspettate, come quella volta in cui mi ha telefonato il papa, ma questa magari ve la racconto un’altra volta.

Sporcarsi le mani

In questo limbo fuori dalla realtà in cui mi sono venuto ad esiliare, negli ultimi giorni di questo 2012 terremotato, ho avuto modo di riflettere sulla natura delle persone in un modo non sempre neutrale, e su come questa possa evolvere, o involvere, a seconda del lato in cui la si guarda.
Fuori dai miei denti digrignati la città si preparava a chiudere i conti con l’anno vecchio in maniera poco più sfarzosa, giusto qualche luce e un paio di buoni sentimenti in più. Si vede che sotto sotto anche lei nutriva la sua dose di rancore.
Non dobbiamo denigrarlo, il rancore. È dove raccogliamo le forze per sganciarci da quel passato che ci tiene la testa sott’acqua. Ci sono persone che non sanno cosa sia, e per darsi la spinta verso l’alto sono costrette ad appoggiarsi a chi trovano intorno, ma qualunque bagnino potrebbe dirti che è un comportamento pericoloso, per sé e per gli altri.
Il rancoroso no, va avanti abbattendo muri per non girarci intorno, rifiuta di ragionare, ma alla fine paga di persona, si salva o annega da solo.
La mia resa dei conti col 2012 si tiene in un piccolo appartamento molto affollato, dalle parti della Columbia University. Ci sono belgi, olandesi, francesi, un cinese senza mento e il sosia di George Lucas, che prova a raccontarmi della gioia di aspettare un figlio, e l’unica cosa che vorrei chiedergli è “ma che bisogno c’era di una seconda trilogia?”.
A mezzanotte saliamo sul tetto a brindare. C’è una luce che potrebbe essere pomeriggio, è straniante.
Mi domando dove sarò fra una settimana, un mese, il prossimo capodanno. La vita come la conoscevo è cambiata, non so ancora se in meglio o in peggio, ma per me il detto “anno nuovo vita nuova” è parecchio vero.
È curioso, ci sono persone che non amano i cambiamenti e ad un certo punto cambiano tutto, la casa, il modo di vivere, gli amici; poi ci sono altri che fanno del cambiamento la propria regola di vita, sono sempre a spostare cose, ma poi non cambiano mai davvero niente, e anche quando decidono di rivoltare il proprio mondo, ricominciare da capo, un’altra esistenza, stavolta davvero, tutto quello che fanno è mettere il proprio passato in un sacco e lasciarlo fuori dalla porta, aprire le finestre e continuare a vivere la vita di prima, uguale precisa.
È un po’ come pensare di cambiare il mondo mettendo un fiocco al proprio profilo facebook, quei piccoli gesti che ti fanno sentire a posto con la coscienza.
Ecco il mio consiglio del 2013 per voi, rivoluzionari da divano:
Il mondo se ne fa un cazzo di voi, se volete cambiare davvero le cose alzate il culo e datevi da fare. Ma sul serio. Cambiate casa, città, lavoro, mettetevi in discussione, ripartite da zero dove zero significa proprio non tenere niente. Nessuna soluzione di comodo, quando si va alla rivoluzione bisogna sporcarsi le mani, non si può pretendere che siano gli altri a farlo per noi.
In pratica il mio consiglio per questo 2013 è di cambiare vita, ma non quella di chi vi sta intorno, la vostra.