salmo 42

“Non possiamo pretendere che le cose cambino,
se continuiamo a fare le stesse cose.”
Albert Einstein

“La, languidi bri, brividi
Come il ghiaccio bruciano quando sto con te
Ba, ba, ba, baciami siamo due satelliti in orbita sul mar”
Righeira

Sono seduto fuori, nel gazebo, e c’è questo pakistano che mi regala un braccialetto portafortuna perché gli ho dato un euro, quindi alla fine non me l’ha regalato, me l’ha fatto pagare un euro, che è un prezzo veramente da bastardi per un braccialetto di nylon, e me l’ha ancora spacciato per un gesto di generosità inestimabile, che quell’amuleto mi cambierà la vita, dovrei tornare a cercarlo e tirarglielo.

Però un attimo dopo, proprio mentre lo sto legando con una destrezza che se non mi garantisce l’accesso alla nazionale di legamento braccialetti dei pakistani truffaldini è solo perché al tavolino accanto non è seduto il commissario tecnico ma due tizie col cagnone di Up, arriva una che secondo me è fatta di un materiale che non è di questo pianeta, e parliamo di qualcosa che nella mia testa suona come un ronzio di api impegnate a secernere miele, dove la mia voce interpreta le api e la sua il miele, ed è tutto perfetto tranne che la persona che sta al tavolino con me non mi fa il favore di scomparire in un’altra dimensione e rumoreggia perché la presenti, così mi rivolgo alla creatura extraterrestre e in uno sforzo titanico imbriglio quei tre vocaboli necessari e le faccio conoscere la mia amica Santa Rosalia de Carrizal.

La conosceva già, di nome, un nome così te lo ricordi, anche se non è il suo vero nome, lo cambia a seconda del calendario liturgico per poter sfruttare al massimo gli onomastici, due mesi fa si chiamava Luciano. Gliel’avevo già nominata la settimana scorsa, quando mi ero trovato casualmente proprio davanti al suo bar ad aspettare questa stessa mia amica con cui avevo appuntamento tre ore più tardi dall’altra parte della città, e questa creatura composta di pulviscolo cosmico e nuclei di stelle mi aveva chiesto con una certa rudezza “chi cazzo è Santa Rosalia de Carrizal?”.
Mi ero anche fatto dei film su questa sua scena di gelosia, avevo ridacchiato con sicurezza e le avevo chiesto se per caso fosse gelosa delle mie amiche. Mi aveva guardato senza rispondere, ma nel suo sguardo c’erano tutte le risposte più sarcastiche e umilianti che un uomo potrebbe ricevere in tre vite, e la mia sicurezza aveva guaito ed era corsa a piangere sotto la doccia.

Stasera l’ha visto chi cazzo è, ha riso, le ha stretto la mano esclamando “Chi Cazzo è Santa Rosalia de Carrizal! Piacere di conoscerti!” e si è fermata a fare le due chiacchiere abituali, che fino a quel momento erano mancate. Già, per tutta la sera ha girato intorno al tavolino senza avvicinarsi, mi ha guardato mercanteggiare con un predone di Harappa senza intervenire neanche quando era ormai chiaro che sarei finito in trappola spogliato dei miei averi, ma soprattutto ha osservato da lontano il mio comportamento con la donna che mi stava accompagnando, assicurandosi che non ci scambiassimo limoni in pubblico o smanacciate sotto il tavolino.

La mia amica è un’ottima spalla, fa in modo che la conversazione cada spesso su di me e ne approfitta per lodare le mie qualità senza apparire forzata: quando la Risposta Alla Domanda Fondamentale Sulla Vita L’Universo E Tutto Quanto ci racconta del tizio che ieri sera l’ha seguita mentre tornava a casa dopo il lavoro, la mia amica risponde che se ci fossi stato io nei paraggi non avrebbe corso alcun rischio perché sono stato campione olimpico di dure nelle cosce e conosco a memoria tutte le canzoni di Memo Remigi. Che c’entra Memo Remigi? Niente, però le sa ed è giusto che glielo si riconosca.
La mia amica si fa prendere un po’ la mano, certe volte.

Quando andiamo via mi fermo a salutarla e la mia amica si piazza alle mie spalle e mi pianta il gomito in un rene e mi borbotta chiediglielo chiediglielo chiediglielo a un volume che nella discoteca in fondo alla strada uno si affaccia a vedere chi è che schiamazza, e allora le chiedo se dopo il lavoro le va di venire con noi, e a sorpresona risponde di sì e mi lascia il numero di telefono.
Muoio apposta per resuscitare, ma non lo do a vedere. Me ne vado via con Santa Rosalia de Carrizal e l’aria di chi il numero di telefono gli era dovuto,  ma arrivati davanti alla discoteca entriamo e accendiamo un cero alla Madonna Delle Occasioni Mancate per ringraziarla di essersi distratta. In discoteca non hanno ceri, ma tanto quella madonna lì ce la siamo inventata in quel momento. Per fortuna che non incontro il pakistano di prima perché sono così esaltato da credere alla storia del braccialetto portafortuna e finirei per regalargli le chiavi della macchina.

Andiamo a cena dall’indiano e ci troviamo il pakistano di prima, che lavora lì, fa il cameriere. Vedendomi al polso il suo braccialetto ci tratta come clienti vip e ci fa sedere al tavolo più importante, quello del padrone del locale. E sono così esaltato che potrei regalargli le chiavi della macchina, ma viene fuori che il tavolo del padrone sta fra la cucina e il cesso, perché il padrone fa avanti e indietro tutto il tempo, non può mica ogni volta attraversare tutta la sala e dar fastidio ai clienti.
Finita la cena siamo impregnati di un odore di cibo che non capisci se è di prima che venga mangiato o di molto dopo.

Scrivo un messaggio a quell’entità soprannaturale fatta di preghiere e sogni di bambini. Scelgo con cura le parole per non lasciar trapelare che ho lo stomaco stretto dalla voglia di vederla, oppure dalla cena, non lo so, preferisco credere alla prima. Dopo quaranta minuti Santa Rosalia de Carrizal mi chiede se mi ha risposto, ma devo ancora finire di scriverlo, per il momento ho digitato solo la lettera u. Perché la u? Perché mi sembrava una bella lettera.
La mia amica sbuffa e mi prende il telefono e scrive qualcosa di breve, oppure un poema epico in tre atti, ma allora digita velocissimo, e dopo un paio di minuti il telefono mi avverte che è arrivata la risposta.
Faccio un bel respiro, la leggo, ne faccio un altro più lungo. Dice che non sa se ci raggiunge. Sta ancora lavorando, è stanca, magari torna a casa.

La mia amica cerca di tirarmi su il morale e mi propone di accompagnarla in una piazza della città dove dei suoi amici stanno facendo la gara a chi sta vivendo l’esistenza più squallida. Accetto, l’idea di primeggiare in qualcosa mi fa sentire un po’ meglio.

Gli amici di Santa Rosalia de Carrizal sono tre, e si chiamano Gina, Michela e Quiquoqua. Quiquoqua è un uomo, o almeno così tiene a ribadire, indossa pantaloncini da uomo comprati nel reparto maschile di un negozio di abbigliamento per uomini, e sulla maglietta c’è scritto MAN a lettere maiuscole. I baffi non li porta perché non riesce a farseli crescere. E per ribadire che è un uomo con tutte le cose in regola ci prova tutto il tempo con Michela.
Che è un uomo pure lei. Oppure no, la mia amica dice di no, ma se è una donna è una donna molto brutta, non ha niente di quello che ti aspetteresti di trovare in una donna, tipo la femminilità. C’è più femminilità in un carro armato tedesco che dentro Michela. È secca secca, tiene le braccia piegate e si strofina le mani nervosamente. La mia amica dice che non ha un uomo da anni, ma che Quiquoqua non le piace.

Gina è la signora di ottantacinque anni a cui Michela fa da badante, se la portano dietro dappertutto, tanto lei non si lamenta. Dice eeh questi giovani. Le chiedi come sta, se vuole il golfino, ti guarda e non capisce. Allora Michela le dice la rebecca, e lei fa di sì con la testa. Perché a Genova gli anziani se non gli parli in anziano mica ti capiscono.

Mi suona il telefono e non capisco chi sia che mi chiama a quest’ora, tutte le persone che conosco sono già sedute al tavolino, le altre hanno smesso di cercarmi da dieci anni, compresa la mia famiglia che per essere sicura di far perdere le tracce ha cambiato cognome e ora si chiamano tutti Gonzales. Abitano sempre nella stessa casa, ma il nome sul campanello adesso è Gonzales, e quando ho provato a suonare mia sorella ha risposto que pasa hombre. Io faccio finta di non riconoscerli quando li incontro per strada perché ho l’impressione che preferiscano così.

Sto a guardare il telefono senza toccare niente, per paura che smetta di suonare, che si rompa qualcosa, che un intervento esterno possa spezzare quel momento di pura magia che di certo non si ripeterà mai più. Santa Rosalia de Carrizal capisce chi è e risponde al posto mio. Dice siamo in piazza e poi dice ti aspettiamo ciao. Le chiedo chi era, mi dice che coglione.

E dopo poco, davvero pochissimo, addirittura nella stessa settimana, la vedo arrivare. Mi accorgo che è lì perché l’aria si fa più fresca, come se spirasse un vento che arriva dalla cima di una catena montuosa di un paese remoto, dove la neve si sta sciogliendo e i prati sono pieni di fiori. Invece è la cameriera del bar che ha aperto la finestra del gabinetto quando è entrata per cambiare il wc net. A quanto pare hanno riparato il condizionatore.

Il Riassunto della Divinità si siede vicino a me e saluta tutti, si presenta col suo nome terrestre che non sono degno di rivelare né voi di conoscere; non lo sono neanche le persone al tavolo, ma se gli faccio una scenata Santa Rosalia de Carrizal poi mi tiene i musi. Ci incanta tutti con la sua voce incantevole, poi ci innamora coi suoi modi amorevoli, e infine ci stupisce dicendo un sacco di stupidaggini, e tutti ridiamo come bambini dopo una barzelletta sconcia.

Il più colpito di tutti è Quiquoqua, che non riesce a credere alla fortuna che gli è capitata e non vuole assolutamente perdere l’occasione di fare bella figura con la donna più bella che abbia mai incontrato. Le dice cose, le si siede vicino, più vicino, in braccio. Lei non si scompone, è di natura gentile, lo asseconda. Lui ci crede, si fa intrepido, mi esclude dalla conversazione. Michela coglie l’occasione e mi viene vicino, mi fa domande intellettuali, mi chiede che libri ho letto, mi chiede se conosco un regista afgano, mi chiede se ho letto libri che parlano di registi afgani, ma non ne ho voglia, rispondo vago, le taglio ogni tentativo di avvicinarsi.
Per carità, è una donna di profonda cultura e dall’intelligenza sopraffina, ma per le mantidi religiose in piena crisi sessuale ci sono i documentari su youtube.

Poi com’è cominciata finisce, e quando finisce è come mettere un miracolo in una scatola da scarpe in cima all’armadio. Un attimo prima era la festa del patrono con la chiesa illuminata che pare fatta di pizzo e quello dopo è gennaio, fa buio alle quattro e la roba stesa non asciuga più.
Ho passato la serata indimenticabile che desideravo? No.
Lei ha capito di voler passare il resto della sua vita con me? No.
Almeno ci ho parlato? No.
Vabbé, ma alla fine l’avrò accompagnata a casa? No. Ma neanche Quiquoqua.

Mi sento una barca in mezzo al mare, incapace di concludere qualsiasi cosa compreso il sudoku. Mi sento inutile, inadeguato. Mi sento addosso l’odore del cesso del ristorante indiano e di quello del bar in piazza.
In un gesto di rabbia prendo il braccialetto fra le dita e dò uno strattone. Non si strappa, però mi faccio un sacco male e il giorno dopo ho ancora il segno sul polso.

namami nanda-nandana

Sorridi più che puoi. Non ti stai portando il mondo sulle spalle, te lo puoi permettere. Almeno è ciò che lo Yogi Madonna Di Lorheeto ha dichiarato ieri sera da un palco allestito in economia nell’atrio di Palazzo Ducale, a Genova.

Trattandosi di uno dei maggiori leader religiosi della nostra epoca ci si sarebbe aspettata una maggiore considerazione da parte della città, ma a breve verrà a visitarci il Papa, e si temeva un incidente diplomatico. Per la stessa ragione è stata negata una conferenza al capo del Movimento Adoratori Di Vega, che aveva chiesto di bombardare la città coi minidischi e un paio di mostroni giganti, e di poter scrivere sulle rovine con una bomboletta “La mamma di Goldrake è una zoccola”.

vabbè, facile attirare lettori con ste foto

Mi trovavo fra il pubblico, non tanto in veste di fedele quanto di accompagnatore e autista della mia insegnante di meditazione, la Signorina Jodel. Ne avevo perso le tracce qualche post fa, e la credevo occupata al museo delle rane parlanti, o qualcosa del genere, e invece viene fuori che era in Corea del Nord, ed è tornata apposta per incontrare il suo idolo.

“E che ci facevi in Corea del Nord? Creavi ransomware?”

“Studiavo la felicità artificiale. Vedi le foto di quei posti lì, le poche che il governo lascia circolare, sono tutti felici. Osannanti, quasi. Ma lo sono davvero? Così sono andata a vedere se è solo propaganda o qualcuno riesce a essere felice anche in un posto che sembra un quadro di De Chirico in scala di grigio.”

“Io conosco uno che ha la faccia da Corea del Nord. Ma non che somigli a un qualche coreano, somiglia alle foto dei palazzi, alla gente felice per finta, ai viali deserti, alla rigidità, alla censura, alla tristezza cui hanno spalmato in faccia un dito di colore per venderla all’Occidente.”

“Ma è proprio quello il punto, chi lo dice che questi non lo sono davvero, felici? È facile dire che glielo impongono, ma quando li conosci e ci parli ti accorgi che quelli sono felici davvero di vivere in una prigione, perché non hanno mai conosciuto altro. Per loro quella è la libertà, e gli va bene così. Che diritto ha l’Occidente di imporre il proprio modello? Chi l’ha deciso che la nostra felicità è più autentica della loro?”

“È una gara a chi abita il paradiso artificiale più vero, tipo?”

“Sembra una canzone di Vasco Brondi.”

Sul palco si muove qualcosa. Entra lo Yogi Madonna Di Lorheeto accompagnato dall’interprete. Il primo è il classico santone indiano col sari e i capelli lunghi, bianchi e sporchi. È scalzo, come da copione, e sorride a tutti. L’interprete indossa un cardigan grigio e la stessa camicia azzurrina che vedevi una volta addosso ai controllori del treno. Sembra uno appena arrivato lì dall’ufficio, sono un po’ deluso.

È lui a tenere il microfono in mano, comunica alla folla che adesso Yogi Di Lorheeto risponderà alle domande dei fedeli. Fermento. Qui è dove una processione di esaltati gli chiederà in decine di modi diversi perché non riescono a trovare qualcuno che se li scopi come si deve. Non vedo l’ora.

Il primo è un ragazzo rasato con la barba e la voce da adolescente, maglietta verde militare e cargo shorts. Un po’ di pancetta, anfibi slacciati. Ringrazia il santone dell’opportunità che gli ha concesso e fa un lungo preambolo dove si capisce che non ha niente da dire, ma voleva dirlo davanti a tutti. L’interprete traduce per un po’, poi ringrazia il giovanotto e lo invita a liberare il palco. Yogi Di Lorheeto mantiene il sorriso serafico di quello che è presente col corpo, ma nella fantasia sta girando un porno con tre studentesse di architettura.

Dopo il fanatico si presenta Jabba The Hutt coi capelli lunghi e gli occhiali. Non mi azzardo ad assegnargli un sesso, preferisco parlare solo di quello che posso confermare. È prigioniero in un abito da donna a righe colorate orizzontali che gli si gonfia nei posti sbagliati. Proprio al centro della figura, per esempio, le righe colorate famose per il loro potere snellente faticano un casino a nascondere una panza tonda che disegna sulla figura un cerchio quasi perfetto. Sembra che qualcuno abbia messo delle gambette tozze al monoscopio della Rai.

“Maestro”, geme la figura, “Ho passato gli ultimi anni della mia vita a inseguire la carriera, tralasciando l’amore e la famiglia. Adesso però comincio a credere che sia venuto il momento di fermarmi e guardarmi intorno, solo che gli uomini che avvicino mi snobbano, chiaramente intimoriti dalla differenza di ceto sociale. Sono una donna semplice, non mi curo di queste minuzie, per me l’amore non conosce classi. Sono convinta di saper amare anche un uomo molto più umile di me, ma temo che per lui non sarebbe così semplice convivere con una upper class. Potrò trovare qualcuno che mi ami per quella che sono realmente?”

Il santone ascolta la traduzione del suo assistente, poi gli sussurra qualcosa all’orecchio. L’interprete prende il microfono e fa: “Tesò, è buddismo, mica Mandrake”.

La ragazza, azzardo a definirla ragazza dai, scende dal palco, e al suo posto si presenta uno biondo coi capelli arruffati e degli occhiali spessi, che tiene per la coda un gatto morto. Borbottii del pubblico. Le zampe rigide della povera bestia gli sbatacchiano sui pantaloni di una tuta consumata sulle ginocchia e sugli orli. Dice di chiamarsi Giulio. Mostra il cadavere prima al pubblico e poi al santone, come un prestigiatore. Mi aspetto che adesso entri una valletta con una cassa di legno e ce lo infilino dentro, poi si faccia il trucco della sega, tanto anche se non dovesse riuscire il gatto è già morto.

Il tizio spiega che quel povero essere che gli penzola dal braccio è sua madre, mancata all’improvviso quando lui aveva sei anni. Altri borbottii dal pubblico mescolati a grida di stupore.

Dopo la sua dipartita la donna si è reincarnata in un lucherino, che per quelli poco interessati all’ornitologia sarebbe un passeriforme della famiglia Fringillidae.

L’uomo ha voluto così bene a quell’uccellino, gli parlava, ci si confidava, gli chiedeva consigli ai quali il piccolo volatile rispondeva spesso saltellando a destra e a sinistra sul bastoncino di plastica che attraversava in larghezza la piccola gabbia.

Un lucherino vive in media fra i cinque e i sei anni, quello di Giulio è arrivato a otto, ma alla fine anche lui ha lasciato nel cuore del padrone lo stesso vuoto di mamma. Per fortuna la nuova reincarnazione è avvenuta immediatamente, in un cagnolino di nome Charlie, un piccolo terrier bianco su cui l’uomo ha riversato tutto il proprio amore. Quanti anni felici col piccolo Charlie, a correre per la strada, a dormire abbracciati sul divano! A differenza del lucherino Charlie era capace di manifestare il proprio amore quasi come faceva la mamma, non sapeva rimboccare bene il letto, era piuttosto più dotato nel disfarlo, ma quei baci così teneri non li riceveva più da quando mamma era ancora con lui. E in questi c’era pure la lingua, elemento di cui i suoi compagni di scuola parlavano con rispetto reverenziale durante le riunioni sediziose della ricreazione.

Tre anni dopo anche Charlie se ne andava, ucciso da un autobus distratto.

Il finale di questa triste storia lo immaginiamo tutti, ma Giulio ci stupisce, chiedendo a Yogi Di Lorheeto se può interrompere il ciclo eterno della reincarnazione.

Ogni volta che perde sua madre, dice l’uomo, è come se un pezzo di lui smettesse di vivere. Sente che se continuerà a subire queste amputazioni si trasformerà in un sasso, incapace di provare alcuna emozione. Una vita senza emozioni non vale la pena di essere vissuta, dice. Preferisce essere un uomo solo e alla deriva, ma capace di sperare che un giorno la sua vita si rimetterà in moto, piuttosto che una creatura apatica che aspetta di morire come si aspetta il proprio turno alle poste.

Yogi Di Lorheeto sembra soppesarlo. Lo guarda in silenzio, lisciandosi la lunga barba.

Poi dice: “Amico mio, guardare sempre al passato non ti permette di vedere il futuro. Ti sei legato al ricordo di tua madre come se solo lei potesse garantirti la felicità, ma l’unico responsabile della tua felicità sei tu. Getta via questo dolore e smetti di delegare la tua vita a qualcun altro.”

“Certa gente la felicità non la sentirebbe neanche se gliela piantassi in testa a martellate”, commenta la Signorina Jodel.

“È un accostamento interessante, la felicità e le martellate. Un po’ mi ci riconosco”, le dico.

“Nah. Tu sei prigioniero dentro schemi più complessi, non ti bastano due formulette per tirartene fuori.”

“Magari è proprio dalla mia vita che dovrei tirarmi fuori”

Mi riferisco alle cose che faccio senza appagamento, ma la frase suona sinistra come una lettera lasciata sul tavolo di una stanza vuota, al settimo piano con la finestra spalancata.

Inizio a calarmi nel solito pozzo nero dell’autocommiserazione, era tutto il giorno che lo aspettavo e nessuno mi aveva ancora fornito una scusa valida. Che se ti ci infili senza scusa poi dicono che ti piangi addosso.

Sono lì che preparo la prima frase d’effetto, “a me nessuno mi ha mai voluto davvero bene”, ma vengo interrotto dalla ragazza che sale sul palco.

Ha un viso scuro, dai tratti che non sembrano europei, e lo ha decorato con punti e linee bianchi e azzurri, che sulla sua pelle risaltano come le lampadine del presepe.

Ogni volta che sorride il bianco dei denti è un faro in faccia.

Non è alta, sotto i larghi pantaloni di tela verde potrebbero nascondersi le mille insidie delle ragazze a forma di pera, ma al posto del camicione copritutto ostenta una fascia di seta grezza che le copre soltanto il seno. I suoi fianchi si stringono intorno alla vita in una curva armoniosa che ti vien voglia di mettere le mani su una bici e percorrerla avanti e indietro. Intorno all’ombelico ha dipinto dei raggi bianchi, così che ora quella curva è illuminata da uno strano sole nero.

Ha delle poppe grandiose.

Invece di fermarsi come hanno fatto gli altri guadagna il centro del palco, si inchina con grazia davanti al santone e poi gli dà le spalle. L’interprete le allunga il microfono e se ne va, dal fondo viene avanti un ragazzo col codino e il sitar, vestito con quello che se non è un copridivano ikea io sono George Harrison.

“Ciao a tutti”, dice lei. “Noi ci chiamiamo Prakaash, che in lingua hindi significa luce. Speriamo di portarvene un po’!”

Attacca a cantare una nenia di due note, accompagnata dal miagolio del sitar, che deforma ogni suono e lo fa sembrare quello di quando provi a suonare un elastico. A me i Kula Shaker piacciono pure, ma se potessi scegliere adesso preferirei Kashmir, dei Led Zeppelin.

“È bellissimo”, commenta la Signorina Jodel, che per queste cose indiane ha un debole. A me fa venire voglia di pizza, non tanto perché c’è qualcosa che me la ricorda, quanto perché quando mi annoio mi viene sempre fame. Però la ragazza sul palco ha unito i palmi delle mani sopra la testa, e agita i fianchi in un modo che qualunque pensiero io riesca a formulare assume di colpo una piega erotica, e così mi ritrovo a sognare mani che pastrugnano mozzarella di bufala e corpi infarinati che si avvinghiano di fronte al forno.

È in quel momento che va via la luce e da qualche parte sale un urlo acuto.

(continua)

come un cieco al luna park

L’inquietudine è un tizio pelato che sta nascosto dietro un gruppo di persone che chiacchierano col bicchiere in mano all’inaugurazione di una mostra, passa qualcuno, il gruppo si allarga e per un attimo lo vedi e in quell’attimo il suo sguardo si fissa su di te e ti fa sentire impotente.

È i primi quattro secondi di una canzone sufficienti a farti capire che non è quella che volevi ascoltare, e neanche quella dopo, che non c’è al mondo una canzone capace di arrivare in fondo senza farti venire voglia di scappare lontano. E il silenzio è peggio.

Qualcuno che ti parla e non lo ascolti, la voglia di camminare per tutta la città, entrare in tutti i locali, guardare dentro tutte le macchine, fermare la folla e chiederle dove. Dove cazzo.

L’inquietudine è negli spazi che non riempi, nel tempo che perdi, nel respiro corto, nel caffè che non sale. Hai fame nei polmoni, nelle mani, negli occhi. Guardi oltre chi hai davanti, cerchi e non sai cosa cerchi. Sei fuori casa con una scarpa sola, divori le giornate senza gustarle o te le lasci scorrere davanti col cervello staccato, seduto davanti a uno schermo che si muove, una dopo l’altra. Reagisci, ti arrendi, reagisci di nuovo, ti arrendi di nuovo, e non sono passati dieci minuti.

Ma che cazzo di vita è? Uno bravo ci fa uno spettacolo, la porta in tournèe la sua inquietudine, la mostra a un pubblico che tanto non la capisce mica, che ride perché lo vede fare le facce e se ne va pensando di avere visto una cosa che faceva ridere. Divertente, dicono agli amici. Ma divertente un cazzo, scusa. Ti sta dicendo che sta male e tu ridi?

Uno bravo a cosa gli serve essere bravo se riesce a trovare un modo per esprimere il suo disagio e questo modo non viene capito? Che differenza c’è fra lui e quello che si chiude in casa e non lo vedi finché qualcuno non va a vedere cos’è quella puzza? Perché la chiave non è esprimerlo, il disagio, è scioglierlo, e per quello non servono spettacoli di comici disagiati che fanno le vocine e corrono nudi per il palco, ci vuole qualcos’altro.

I modi per sciogliere il disagio conosciuti finora sono: le goccine che non ti fanno stare meglio ma ti fanno dimenticare che stai male, il suicidio, correre nudi su un palco, scrivere su un blog, ma questi durano il tempo che durano, poi sei da capo.

Il disagio causa infelicità, e per i buddisti le cause dell’infelicità si possono riassumere in tre: paura, aspettative e senso di colpa. Io però non sono buddista, non so in quale delle tre categorie vada inserito il disagio. Inoltre queste semplificazioni.. io quando a scuola spiegavano le semplificazioni di secondo grado ho marinato perché all’ora dopo avevo interrogazione di tedesco e in tedesco sapevo dire solo Keine Ahnung.

Sai quando ti rendi conto che nella tua vita ti serve un buddista che ti spieghi come si fa a vivere?Ma buddisti non ne conosco, la cosa più orientale che mi è venuta in mente è stata la mia ex insegnante di meditazione, la Signorina Jodel. Forse vi ricorderete di lei per quella volta in cui mi convinse a sperimentare la medicina ayurvedica.

Al suo numero ha risposto la segreteria telefonica di un museo. Una voce ranocchia con un forte accento del sud mi ha ricordato che il museo apre dalle ore. Boh, ho riattaccato e sono andato a cercare su wikipedia dove si trovano i buddisti. In Cina, dice. Così ho guardato quante ore di volo servono per arrivare a Pechino. Troppe. Con l’inquietudine che ho addosso troppe, cercherei di scendere dopo un paio d’ore, e in un paio d’ore di volo atterri in posti che mi rendono ancora più inquieto, niente da fare.

Ho cercato su internet i sinonimi di buddista per vedere se c’era qualche rimedio alternativo al bonzo arancione, tipo le medicine che contengono gli stessi cosi, come si chiamano, quelli che stanno dentro le medicine e ti fanno stare bene, i principi attivi.

(Qui potrei far prendere al racconto una piega inaspettata giocando con gli accenti, e mettermi a cercare eredi al trono di reami da favola impegnati nel sociale o con una marcata posizione politica, ma questa storia è fortemente autobiografica, come si è capito, e non mi va di inventarmi cose per sfuggire alle mie responsabilità)

Sul dizionario online di Virgilio (ma esiste ancora Virgilio??) ho trovato tre sinonimi: fratello, padre e monaco. C’erano anche religioso e prete, ma io coi religiosi preti non lego granché da quella volta che uno di loro ha fatto il lavaggio del cervello a un mio amico e lo ha convinto a diventare un vigile urbano.

Quindi, per esclusione, fratello sono già io, di mia sorella; padre no, ma questo mi ha ricordato un episodio angoscioso del mio passato e un’altra fonte di inquietudine mica da ridere, e magari questa non ve la racconto, ma sono sicuro che ve la state immaginando abbastanza bene da soli.

Monaco, allora. Di Baviera, visto che ho dichiarato qui sopra di snobbare l’argomento principi e principati.

Che sta in Germania.

Dove si parla tedesco.

E io in tedesco so dire solo Es ist eine schöne Bratwurst in meine Lederhose.

Ho marinato.

E sono ancora inquieto. E l’inquietudine è un post sul pablog che non va da nessuna parte come l’ultimo spettacolo di Antonio Rezza, che ti dice che bene è uno stato d’animo lontano come la Cina.

Tuttapposto, andiamo avanti.