il problema dei negri

Se il titolo urta la vostra sensibilità potete tranquillamente sostituire “negri” con “poveri”, tanto è di quello che stiamo parlando, ma credo che “negri” sia più appropriato: secondo me vi stanno sul cazzo anche i negri integrati, quelli che non sono sbarcati stamattina sulle nostre coste e minacciano la vostra sicurezza.

È di questo che vorrei discutere con voi, direttamente, senza fare tanti giri e nasconderci dietro il diritto internazionale, dietro quelli che sugli sbarchi dei migranti ci lucrano, dietro la differenza fra clandestini e richiedenti asilo, tanto lo sappiamo che sono tutte cazzate, che di diritto internazionale ne sapete quanto ne so io, che equivale a zero.

La verità è che queste persone voi non le volete perché sono negri. Non neri, africani, stranieri, no, non cerchiamo compromessi politicamente corretti, nella vostra piccola testa (perché è piccola, limitata e sta soffocando, ma agli insulti ci arriviamo dopo) sono negri. Come nel secolo scorso, come nelle barzellette che vi raccontavate da bambini, nell’immaginario collettivo da cui abbiamo pescato tutti per un po’, voi e io, e che adesso qualcuno ci sta smontando perché sarebbe offensivo. Adesso non li potete più chiamare negri, considerarli inferiori, fargli il verso usando la b al posto della p e coniugando tutti i verbi all’infinito. Adesso l’ultimo scalino della scala evolutiva non può più essere occupato da un africano dalla pelle scura, perché è sbagliato, è degradante, e già che ci siamo da oggi toccare il culo a una donna, fischiarle quando passa per strada, fare apprezzamenti sul suo fisico, è considerato una molestia sessuale, e si rischia la denuncia.

Lo so, è difficile da accettare per qualcuno dall’intelligenza limitata come voi (no, neanche adesso vi sto insultando, quello me lo tengo per dopo), ma averla passata liscia per tanti anni non significa che il vostro comportamento fosse giusto, solo che i giudici erano ottusi quanto voi.

Ma torniamo ai negri. Se aveste delle obiezioni serie al loro arrivo nel nostro Paese non ci sarebbe niente da dire, un pezzo come questo non lo avrei neanche scritto e avrei passato di sicuro una serata migliore davanti a un film, ma quando vi chiedo perché siete contrari all’immigrazione mi rispondete con una cantilena di luoghi comuni e cazzate così ignoranti da farmi esplodere il fegato. Sono sempre le stesse, a chiunque chieda un parere ottengo sempre la medesima risposta, si vede che anche formulare un pensiero personale vi costa troppa fatica, e prendete per buono il primo che trovate su facebook, postato da un altro genio amico vostro.

Sciorinate sempre lo stesso articolo, la stessa foto, lo stesso commento. Avete un’unica fonte di informazione, che gira e rigira siete sempre voi, chiusi in un recinto che non ammette altri punti di vista.

Potrei redigere un elenco dei luoghi comuni dietro cui vi nascondete, e spiegarvi perché sono tutte cazzate. Potrei fornirvi numeri, mostrarvi le fonti e suggerirvi di andarvele a leggere, ma sarebbe tempo sprecato, a voi non interessa informarvi, volete soltanto crearvi un alibi che vi permetta di sfogare il vostro razzismo senza sentirvi in colpa.

Qualche anno fa era più difficile, esisteva un’idea comune di razzismo, e più o meno si cercava di tenersene lontani. Non era accettabile semplicemente perché non c’era nessun leader a difenderlo. Al limite qualche nostalgico del nazismo, ma erano troppo pochi e mal rappresentati; assecondare il loro punto di vista era ancora considerata una cosa deplorevole.

Oggi le cose sono cambiate, oggi avete un leader, uno del popolo, uno che vi rappresenta in Parlamento senza ricorrere a tutta quella baracconata di svastiche e saluti col braccio teso che evocano un sacco di ricordi sgradevoli. Lui non vi chiede di imparare a marciare al passo dell’oca, vi lascia liberi di manifestare il vostro razzismo più genuino, quello che coltivate da sempre verso il diverso, l’altro, con la pelle di un altro colore e abitudini che non riuscite a capire, che parla un’altra lingua e vi fa sentire ignoranti.

State sereni, non è che vi sentite ignoranti, lo siete. Non studiate mai niente a fondo, per voi la conoscenza è una perdita di tempo, i giornali sono una perdita di tempo, i libri li avete abbandonati insieme alla scuola.

E ve ne fate un vanto. I vostri nonni si toglievano il cappello davanti al “ragioniere”, dove ragioniere significava qualcuno che aveva preso una laurea, ma anche solo un diploma. Voi disprezzate chi parla di cose che conoscete, avete elevato a virtù la vostra pochezza, e decidete da soli a chi dar retta.

Di solito è quello che parla più semplice, che vi spiega le cose in due parole e in altre due vi fornisce una soluzione. Perché la ragione è faticosa, molto meglio polarizzare, cancellare le sfumature, giusto e sbagliato, buono e cattivo, eroe e mostro. Un’intelligenza binaria che si pone al di sopra di qualunque laurea. Cosa contano anni di studi, esperienze, titoli, di fronte a un articolo su internet che dice che i vaccini provocano l’autismo? L’omeopatia, il fruttarianesimo, non esiste un limite alla vostra accettazione dell’esotico: se una cosa la fanno in tre non significa che non funziona, ma che i poteri forti la vogliono tenere nascosta, quindi è lì che si nasconde la verità. Siete così propensi al complotto da bervi qualsiasi idiozia vi venga propinata, basta che ve la dicano a bassa voce.

Vi credete liberi pensatori, ma è perché siete così ciechi da non vedere più le sbarre.

Ma sto divagando, volevo parlare degli idioti razzisti e sono finito a trattare degli idioti in generale, ma se metto in mezzo anche loro non finisco più.

Restiamo a noi, cari piccoli razzisti dei miei coglioni. Non sarebbe più semplice se ammetteste il vostro fastidio? Invece di trascinarci in conversazioni odiose, a fare la gara a chi ce l’ha più grosso, a tirarci fuori spiegazioni che neanche ascoltate, non sarebbe più rapido se diceste chiaramente che voi questi qui non li volete perché sono negri?

Non gli stranieri, in Italia arrivano molti più cinesi e ucraini che africani, ma non ve li cagate di pezza. Si comprano i vostri negozi, i vostri bar, le vostre squadre di calcio, il vostro lavoro e non fate una piega, per voi il nemico da abbattere è l’africano che raccoglie pomodori a tre euro l’ora e ruba il lavoro agli italiani. Come se ci fosse un italiano disposto ad andare a raccogliere pomodori a quella cifra. Neanche più i caporali sono italiani oramai: rendeva troppo poco anche maltrattarli, i negri.

Ora non è che voglio puntare il dito contro i cinesi, per me se mi danno un lavoro mi ci trasferisco pure, a casa loro, e ve la lascio questa bella Patria da difendere. Magari torno fra vent’anni, a vedere cosa siete stati capaci di fare. Se li avete cacciati tutti alla fine, se avete chiuso i porti, vi siete fatti rispettare dall’Europa, avete fatto la voce grossa con la Germania cattiva.. No, non cattiva, nazista. Per voi la Germania è ancora nazista. Poi bruciate gli zingari dentro le roulottes, ma i nazisti sono loro.

Mi fate proprio cagare, e non tanto per il vostro razzismo, quanto perché siete così vigliacchi da non ammetterlo neanche. Perché siete ignoranti, sprofondati nella vostra pigrizia, così limitati da non vedere l’ovvio, da cadere sempre negli stessi errori. Avete avuto un leader carismatico che vi ha portato in guerra, ma vi siete dimenticati e ne avete eletto un altro. Avete scoperto che rubava e ne avete eletto un altro. Che mentre andava a zoccole vi ha lasciati in mutande, e ne avete scelto un altro. Altri due, che uno solo non bastava. Questi non hanno neanche dovuto sbattersi a costruirsi un’immagine di leader vincente, siete così disperati che vi buttereste tutti in fila dietro Wanna Marchi, se fondasse un partito e vi promettesse di darvi gratis la sua polverina magica.

No, non disperati, idioti.

centotre-e-tre n.10 Non importa se non ha quel swing

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
El Chapo Guzman – Los Tucanes de Tijuana
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval

Ci siamo lasciati la settimana scorsa, o quella prima, non mi ricordo, la mia presenza sul blog è discontinua come quella nel mondo reale, ma ricordo che abbiamo parlato di Celia Cruz in modo piuttosto vago, che avevo da fare, mi si stava bruciando il sugo, e la connessione ballerina, e cazziemazzi.
Avrei voluto ambientare la tappa successiva in Argentina, grazie a una collaborazione fra la cantante e un gruppo che non ho ancora capito se mi piacciono tantissimo o mi tritano le balle, Los Fabulosos Cadillacs. Incapace di risolvere l’enigma ho chiesto a un’amica che li adora di aiutarmi a scrivere il pezzo, ma per il momento è irreperibile, quindi facciamo che dell’Argentina parliamo un’altra volta e torniamo a visitare un paese dove siamo già stati.

È che Celia Cruz ha fatto anche l’attrice, e a guardare le sue foto viene da chiedersi come sia stato possibile, ma d’altra parte anche Vin Diesel c’è gente che paga per vederlo su maxischermo, no?
Il film in questione si intitola I Re Del Mambo, è del 1992, e nella colonna sonora troviamo una carrellata dei più grandi nomi della tradizione sculettara, da Tito Puente ad Arturo Sandoval. Per fortuna ci sono un paio di intromissioni di genere diverso, che ci permetteranno di cambiare completamente registro e parlare di un gigante che mi è particolarmente caro: Duke Ellington.

Duke Ellington, quando voleva ascoltare Dizzy Gillespie, non metteva su un disco, metteva su lui direttamente.

Grazie a quest’uomo incredibile sfondiamo per la prima volta il muro del ventesimo secolo, essendo nato nel 1899 a Washington, quella Washington lì che pensate voi, già.

Già da ragazzino dimostrava qualità da leader, radunava i parenti e i compagni di scuola nel suo giardino e imponeva loro di cantare delle melodie di sua creazione. Non avendo ancora chiaro il ruolo dei singoli elementi di un’orchestra dava a tutti la stessa partitura, molto semplice, che faceva più o meno sciabba dabba sciabba uè. I vicini trovavano molto buffo che nel giardino accanto ci fosse un raduno di tizi che cantavano sciabba dabba sciabba uè, cominciarono a raccontarlo agli amici, questi s’incuriosivano e fu così che il giorno in cui Duke Ellington fu in grado di proporre qualcosa di interessante potè già contare su un discreto pubblico.

A 23 anni si trasferì a New York, dove cominciò a suonare in un’orchestra, e due anni più tardi era il leader di un complesso chiamato Washingtonians. Poi la consacrazione a New York, al Cotton Club, il locale più in voga di Harlem. Qui Ellington suonò ininterrottamente dal 1927 al ’31, in pieno proibizionismo, fornendo la colonna sonora degli spettacoli e mettendo insieme quella che divenne, probabilmente, la più famosa orchestra jazz della storia.

Duke Ellington la dirigeva da dietro un pianoforte, facendo dei gesti ai musicisti e dicendo loro cose tipo “Oh tu, con la tromba! Gridaci dentro! Ehi sassofonista! No tu, quello di fianco, il mingherlino pelato. Adesso devi entrare deciso e sincopare a manetta!”

Negli anni successivi al Cotton Club la sua fama si estese fino a diventare internazionale, e mentre altre orchestre si buttavano sul swing, più ballabile e di facile presa sui regazzini che lo suonaveno nei giubbocs e rimorchiaveno le pischelle, il vecchio Duke manteneva salda la sua nave sulle acque vellutate e cariche di atmosfera del jazz.

Noi a questo punto scendiamo, perché voglio raccontarvi ancora una cosa che riguarda il locale che ha contribuito a lanciarlo, quel Cotton Club di cui sopra, che ha una storia piuttosto interessante.

Il Cotton Club di Harlem, quello che poi ha chiuso ed è andato a Broadway eccetera eccetera.

Siamo a Liverpool, in Inghilterra. È il 1901, e i Beatles sono ancora così lontani che mancano ancora 13 anni alla nascita della mamma di John Lennon.

È presente, invece, la signora Mary Madden, ma non ci sta tanto, prende la via del mare come molti suoi compatrioti e se ne va a stare da sua sorella, che vive a New York. L’anno successivo fa emigrare anche i figli Owney e Martin, e il collegamento coi Beatles finisce ancora prima di cominciare, mi spiace.

Owney è un ragazzino che capisce subito come si vive nel quartiere che lo ha adottato, Hell’s Kitchen, e si unisce alla Gopher Gang, approfittando del fatto che non solo i Beatles devono ancora nascere, ma in giro non c’è nessun supereroe cieco in calzamaglia rossa.

Insomma, diventa un criminale di quelli tosti, finisce anche a Sing Sing per un omicidio che non era neanche il primo, e quando esce ci mette poco a capire cosa vuole la gente, è cominciato il Proibizionismo, gli alcolici sono vietati, una manna per il contrabbando, e il figlio della signora Mary Madden ci si dedica a tempo pieno. Si mette in affari con altri due gangsters, Big Bill Dwyer e Big Frenchy De Mange, e insieme cominciano a fare incetta di night clubs, dove vendere l’alcool che importano di nascosto. Uno dei locali di punta in quel periodo è il Club Deluxe, un night di Harlem, che Madden rinomina Cotton Club. La persona che glielo vende, fra l’altro, non è uno sconosciuto biscazziere qualunque, è Jack Johnson, pugile, il primo afroamericano ad avere vinto il titolo di campione mondiale dei pesi massimi.

Madden gli lascia la gestione, si tiene l’incasso e trasforma il locale in un centro di sviluppo degli stereotipi sui neri americani: l’aspetto della sala ricorda una piantagione del sud, i musicisti e i camerieri sono quasi tutti neri, il pubblico no, lì i neri non sono ammessi, seduti ai tavoli ci sono soltanto i rappresentanti dell’upper class, non scuri, ma sciuri.

Owney Madden, secondo una foto del fichissimo museo dei gangsters americani, raggiungibile cliccando su questa foto.

Quando nel 1935 scoppia una bega ad Harlem per questioni razziali, il locale è costretto a chiudere, e chissà come mai.

Riaprirà qualche anno più tardi a Broadway, ma ormai i bei tempi sono passati, e il Cotton Club non resisterà a lungo.

Nel frattempo il Proibizionismo è finito, e contrabbandare liquori non ha più senso, così Owney Madden si dedica alla boxe, e diventa il manager di diversi pugili di spessore, fra i quali Primo Carnera, di cui vi parlerò nella prossima puntata.

Nel frattempo vi lascio con un pezzo di Duke Ellington, dove potrete gustarvi tutta la ruvidezza della growlin’ trumpet di James “Bubber” Miley, che per ottenere quel suono ruvido era solito cantare nello strumento e pronunciare frasi di sicuro impatto acustico, tipo Il papa pesa e pesta il pepe a Pisa, o Doria merda.