pronomi possessivi

Riassunto delle puntate precedenti:
Ci sono due che parlano un sacco e non succede niente, poi uno dei due conosce un’altra e succede subito di tutto. Si vede che quando le cose non funzionano è proprio perché non possono funzionare.

Una domenica pomeriggio sono allo stadio ad assistere a un Genoa – Lazio che si annuncia difficile.
Sto al centro della Gradinata Nord, il cuore della tifoseria, proprio dietro due tizi con uno stendardo grande come un letto a due piazze su cui leggo È’C ILGEP. Mi fa piacere per loro, anche se spero che ripongano questa dichiarazione di stato prima dell’inizio della gara, o non vedrò niente.
A pochi passi dalla mia posizione i militi della Frangia Parrucchieri dirigono i cori. Poco sotto il gruppo più estremo del tifo locale, la Brigata Fiorellini, gesticola verso i sostenitori avversari, cercando di spiegare cosa stanno facendo le loro mogli mentre questi sono in trasferta.

Insieme a me c’è Beonio. Da quando frequentiamo due ragazze che vivono insieme anche i nostri incontri si sono intensificati. È stato lui a convincermi ad accompagnarlo allo stadio, fosse per me avrei ignorato per sempre ciò che succede fra quelle mura.
Voleva parlarmi. Dice che le cose fra lui e Francesca stanno andando benissimo, si vedono continuamente, anche se il più delle volte è tutto buio, e mi pianta nel fianco una gomitata allusiva. Ma che ci sta molto bene e fanno anche molte altre cose, tipo andare al cinema. Dove comunque ogni tanto, e mi molla un’altra gomitata allusiva. O arriva al dunque o faccio cambio di posto con qualcuno.
Dice che Anna e Francesca parlano di noi, e che la mia frequentatrice non è altrettanto soddisfatta, mi definisce evasivo. Gli domando spiegazioni, e Beonio scrolla le spalle.

“Non lo so, si lamenta, dice che sei distante. Ma vi vedete?”
“Boh, sì.”
“Ma spesso?”
“Eh.”
“Ma..”, e giù gomitata.
“Ma sì, che ti devo dire?”
“E allora non lo so.”

Per lui una relazione è qualcosa di semplice, stai con una, le togli i vestiti, aspetti il momento di rifarlo facendo altre cose, punto. Quelle sensazioni indefinite che stanno sotto, l’incertezza, il vuoto che non riesci a riempire, lui non le conosce. Io sono fatto di quelle, se potessi eliminare la parte di me che genera questi dubbi probabilmente sparirei, non resterebbe più niente.

Ci sto bene con Anna, perlomeno meglio che con altre ragazze, ma erano anni che non frequentavo altre ragazze al di fuori di Drusilla, con la quale esiste un’amicizia consolidata e priva di malintesi, quindi che ne so davvero se ci sto bene? Questo è stare bene?
La prendo come si prende lo sciroppo per la tosse: anche se ha un buon sapore non è qualcosa che ti cacceresti in bocca se non ci fossi costretto. E a quanto pare lei se n’è resa conto.

“Mi piace, la trovo divertente. Sì, anche eccitante, tieni a posto quel gomito o te lo strappo e lo tiro nel parterre!”
“E allora cosa c’è che non va?”
“È che forse non è abbastanza.”
“Tu sei malato. E la mia ragazza mi rompe il cazzo per colpa tua. Quando ci vediamo mi chiede se ti ho parlato e non scopiamo più, perciò vedi di risolvere questa situazione, chiaro?”
“Non sono malato, sono confuso.”
“Sei un coglione immaturo. Ci uscirei io con lei, se a Francesca andasse di fare una cosa a tre.”
“Ti sei mai chiesto se esiste un mondo fuori dalla figa?”
“Eh?”
“E poi l’immaturo sono io”

Le mie parole sono coperte da un coro potente: la squadra è entrata in campo per il riscaldamento, e la curva si è messa subito al lavoro.

“..noi saremo sempre qua
con le spranghe a caricar
romperemo il culo
a tutti gli ultrà!”

Novemila persone gridano in una sola voce. Novemila persone tranne me. Io non voglio caricare nessuno, neanche ce l’ho una spranga.
Appena la canzone termina faccio le mie rimostranze.

“Scusate, ma se uno non volesse romperlo, il culo agli ultrà?”, grido.
“Vattene nei Distinti, coglione!”, replica una voce più in basso.
“Cazzo ci vieni a fare qua?”, sento alle mie spalle.
“A guardare la partita”, rispondo. “Non sapevo che fosse obbligatorio partecipare ai tafferugli.”

Uno dei capi della curva, appollaiato sulla ringhiera da cui smanaccia ai compagni, mi individua e si porta il megafono alla bocca:
“Oh! Sia chiaro! Se vieni in gradinata canti quando c’è da cantare e alzi le mani quando c’è da alzare le mani, sennò te ne vai! Qui il calcio lo prendiamo sul serio, non stiamo mica a fare tanti discorsi!”
Si accende un dibattito. Sento una voce femminile lamentarsi che lei è venuta a vedere la partita, e se l’obbligo di picchiare qualcuno vale anche per le donne. Il capo coro ci pensa un momento, poi annuncia al megafono che donne, anziani e bambini sotto i sedici anni sono esentati dai tafferugli.
Qualcuno chiede se non sarebbe più pratico spostare le categorie protette più indietro, e lasciare il parterre e i settori immediatamente adiacenti ai facinorosi. Anche per velocizzare le operazioni, si sa che in caso di scontri farsi trovare pronti è fondamentale, lo dice anche Lao Tze.
“È Sun Tzu, coglione!”, grida qualcuno.
“A chi coglione?”

Si comincia a stare stretti, c’è gente che spinge, cresce il volume delle proteste. Quelli sotto che non vogliono botte chiedono di fare cambio con quelli più in alto, i quali rifiutano di cedere la loro posizione vantaggiosa sostenendo che se volevi stare in alto arrivavi prima.
Una donna dice che lei vuole partecipare lo stesso ai tafferugli e chiede dove si deve mettere.
Il capo della Frangia Parrucchieri è in difficoltà, quelli della Brigata Fiorellini vogliono alzare le mani su qualcuno, e si mettono a menare i vicini per non perdere tempo.
Un gruppo di tifosi si intromette, sostenendo che le botte sono cominciate prima che si decidesse dove dovevano collocarsi, e se cominciamo così poi i cugini ci passano davanti in classifica. Qualcuno a quelle parole attacca a inveire contro la società, colpevole di non aver provveduto in tempo agli acquisti necessari a garantire il primato cittadino.
Quelli della Brigata Fiorellini sentono nominare la squadra rivale e non capiscono più niente, si tolgono la cinghia e ci vanno giù pesanti su quelli che stavano menando già da prima, i quali chiedono almeno una rotazione a quelli della gradinata superiore.
Il livello superiore stacca gli striscioni appesi alla ringhiera in segno di protesta, e li fa cadere addosso a quelli di sotto, che fino a quel momento assistevano basiti agli scontri nel parterre, ma adesso si offendono perché staccare gli striscioni è una mancanza di rispetto verso la squadra. Il capo della Frangia Parrucchieri glieli aizza contro e questi abbandonano il posto per correre al piano di sopra e punire i ribelli.
Vedendo dei posti liberi i non belligeranti del parterre corrono a rifugiarvisi, ma da sopra se ne accorgono e volano prima insulti, poi direttamente tifosi, chi cacciato giù in mancanza di altri oggetti, chi di propria iniziativa per tornare in fretta al proprio posto.
Quelli sotto vedono il lancio di tifosi su di loro come un attacco personale e s’incazzano, altri cercano di schivarli, ma allora sono i caduti che vedono il mancato soccorso come un attacco personale, e si incazzano pure loro.

Quando l’arbitro fischia l’inizio dell’incontro non si muove nessuno. Entrambe le squadre stanno ferme in mezzo al campo a osservare quella bolgia bicolore che si sta facendo a pezzi nel settore nord dello stadio. Novemila persone coinvolte in quella che verrà definita dai giornali “la rissa più grande del mondo”.
Novemila persone tranne Beonio e me, che appena abbiamo sentito puzza di legnate ci siamo sbrigati a uscire.

Il mio senso di colpa mi dice “lo vedi cosa succede quando ti metti con la persona sbagliata? La guerra civile! Lasciala! Lasciala!”
Beonio mi dice “Se non ti piace cosa ci stai insieme a fare? Lasciala e basta, tanto non durerà comunque ed eviti di prenderla in giro.”

Nel suo caso sospetto che sia intrigato dalla fantasia di un incontro a tre più di quanto voglia ammettere.

Nel frattempo l’oggetto dei miei crucci mi si concede su ogni suppellettile del suo appartamento per un intero fine settimana.
Francesca e Beonio sono in montagna, mi trasferisco da lei e su ogni dubbio butto chili di carne cruda. Non sarà onesto, ma sarei cretino a rinunciarvi. E poi Anna sembra del tutto a proprio agio, non mi mostra alcun segno di insoddisfazione.
Funziona, più o meno. Non sono proprio felice, ma non c’è niente ad alimentare la mia negatività, quando attivo l’interruttore della depressione si sente un clic e non succede altro.
Sono sicuro che se avessi le mani libere ricomincerei a darmele in faccia, sono solo troppo occupato per deprimermi.

Anna non sembra farci caso, si occupa di me con entusiasmo finché siamo nudi, poi diventa distante, mi tratta con noncuranza, come un passatempo ozioso. Mi scrive ogni giorno un paio di messaggi asettici per farmi sapere che c’è. Tranne le volte in cui dobbiamo organizzarci per uscire non c’è un gran dialogo. E quando siamo insieme è un po’ la stessa cosa, parliamo molto senza dirci granché, ognuno racconta la propria giornata, io la faccio ridere, lei no, poi mangiamo, comincia il film o ci togliamo i vestiti. È un rapporto basato perlopiù sulle comunicazioni di servizio.

Non mi lamento, è comodo. Mi permette di entrare un po’ alla volta in questa storia senza sentirmi obbligato, senza dover dimostrare.
Come se ci fosse bisogno di dimostrare qualcosa, poi.
Come se il successo di una relazione fosse determinato da esami periodici.
Come se le attenzioni, poi, significassero davvero che va tutto bene: ti chiamo tutti i giorni, ti tengo ore a guardarti negli occhi e cantare di quanto sono belli, ti faccio sentire desiderata, importante, sicura. Ma sono quarant’anni che non ho altra compagna che la mia mano destra, prima di trovare te passavo le giornate sui siti di incontri, dove mi conoscono tutti come Cucciolone 79, e nella cronologia del mio browser quelle sono le uniche voci che non farebbero vergognare mia madre.
Che valore assumono le mie attenzioni per te? Sono davvero innamorato o sto sfogando le frustrazioni accumulate in anni di solitudine? Se al posto tuo ci fosse un’altra, chiunque altra, mi comporterei diversamente?

Finora in Anna mi sembrava di aver trovato rispetto per i miei tempi e spazi, ma a quanto dice Beonio anche lei sta sopportando in silenzio una situazione che le pesa.

Il mio amico suggerisce di non affrontare l’argomento direttamente per non farla sentire sotto processo. Dice di mostrarle che tengo a lei senza dichiararlo, con gesti inequivocabili che la tranquillizzino.

“Ma più di così? Cosa devo fare, saltarle addosso per strada?”
“Dille che ti infastidiscono le attenzioni che le rivolgono gli altri uomini”
“Ma io che ne so se le rivolgono attenzioni!”
“Tutti gli uomini guardano le altre donne, soprattutto quelle belle”
“Non io.”
“Tu sei un caso particolare, non guardi neanche la tua. Lei non te lo dice, ma ci sarà qualcuno che le gira intorno. Fai il geloso.”
“Ma non sono geloso!”
“Fallo e basta, chi se ne frega se non lo sei. Se ti pianta e si mette col primo stronzo che le passa davanti sono sicuro che lo sei eccome.”
“Ma no, non credo.”
“A nessuno piace farsi sostituire, specie dal primo che passa. Dammi retta, è meglio se ogni tanto le tocchi il tempo. Tu magari non sai perché, ma lei sì.”

La sera, al telefono, metto in pratica i saggi consigli dell’esperto di coppia.
Le chiedo com’è andata al lavoro e cerco di scoprire se in quel posto c’è qualcuno di cui dovrei preoccuparmi, facendo larghi giri per non insospettirla.

“Bah, la solita roba”, mi risponde. “La mia collega stronza ha fatto la stronza e il capo mi è stato addosso perché siamo in ritardo con le consegne.”
“Eh che bastardo.”
“Ma no, bisogna capirlo, siamo a fine mese. Di solito è gentile, dai.”
“Ah sì? Gentile come?”
“Boh, gentile. Che ne so come? Gentile.”
“Gentile che ti invita a cena?”
“Non mi ha mai invitato a cena, perché me lo chiedi?”
“I capi a volte lo fanno, di provarci con le dipendenti carine.”
“Non lui. Ma anche se ci provasse non mi interesserebbe, ha sessantacinque anni.”
“E se fosse più giovane ti interesserebbe? Voglio dire, ci sono dei colleghi giovani da cui accetteresti un invito a cena?”

Anna resta un momento in silenzio, poi mi chiede “Dove stai cercando di arrivare?”

Bene, dì la tua battuta da geloso e togliti da questo spinaio.

“Da nessuna parte”, dico. “Sono solo un po’ seccato delle attenzioni che ti rivolgono gli altri uomini”

No, cazzo, non seccato! Preoccupato! Dovevo dire preoccupato!

“Seccato di cosa, scusa? Che ne sai se mi rivolgono delle attenzioni?”
“Sei una bella ragazza, ci sarà di sicuro qualcuno che ti rivolge delle attenzioni, dai.”
“E adesso questa gelosia immotivata da dove salta fuori?”
“Ma da nessuna parte, ho solo espresso un pensiero.. non volevo tirare fuori un dibattito.”
“Non credo di dovermi giustificare con te di qualcosa che neanche esiste, e che comunque se esistesse sarebbe comunque qualcosa che non ti riguarda.”
“Come sarebbe che non mi riguarda? Sei la mia ragazza.”
“Cos’è che sono?”
“Beh.. credevo.. insomma..”
“Ma cosa significa? Ho firmato senza saperlo un contratto di vendita? Hai bisogno di dare un nome a questa cosa? Vuoi appiccicarmi un’etichetta sulla fronte?”
“Anna, non c’è bisogno di fare questa scena..”
“No? Mi hai appena detto che sei geloso dei miei colleghi e adesso non c’è bisogno che ti dica cosa ne penso? Eh no caro, mi hai accusato, adesso devo difendermi.”
“Ma non ti ho affatto acc..”
“Io non sono la tua ragazza, qualunque cosa significhi per te. Stiamo insieme, ci vediamo, ma questo non mi rende una tua proprietà, è chiaro? Se sto con te, e solo con te, è perché decido io che meriti tutta la mia attenzione, non perché ti devo qualcosa. Io non ti devo proprio niente.”

Segue un lungo silenzio dove lei non ritiene necessario aggiungere altro, o forse aspetta che io replichi con delle scuse, ma non mi viene da dire niente, non ho neanche capito cos’è successo.
Provo a cambiare discorso, dico vabbè, e lei esplode.
Il tono diventa arrabbiato, mi accusa di essere indifferente, di essere ripiegato su me stesso, di non tenerci abbastanza, poi mi suggerisce di prendermi del tempo per capire cosa voglio e chiude la conversazione.

Beonio è proprio uno stronzo.

(continua)

conversazione fra Alice e il suo riflesso nello specchio

Sei di nuovo qua.
Piantala.
Lo sapevo che saresti tornata.
Zitta! Lasciami in pace!
L’hai capita finalmente? Tu non appartieni a quel mondo, il tuo posto è di qua. Vieni, dai.

[non si muove]

Beh? Ti muovi o no? Alice!

Non ci credo. Ancora non sei convinta!
Non lo so, devo pensarci.
E quanto ci devi pensare ancora? Tutte le volte la stessa manfrina, arrivi qui davanti carica di sicurezze, stavolta lo attraverso, mi lascio tutto indietro, poi ti fermi, dai un’occhiata, ci ripensi e te ne vai.
Ma credi che sia facile? Lasciarsi alle spalle tutta un’esistenza, tagliare i ponti col passato. Forse per te è una cosa semplice, ma io non sono te, ho bisogno di tempo.
Tecnicamente tu sei me, perlomeno metà di. E comunque non ho detto che sia facile, ma ciò non toglie che vada fatto.
E se non fosse così? Forse io appartengo a questo mondo più di quanto tu credi, forse una parte di me l’ha capito e..
Non la parte dietro lo specchio, questo è sicuro.
Magari sei tu che sbagli.
Magari hai soltanto paura.
E se invece avessi ragione? Altrimenti avrei già attraversato lo specchio, non ti pare? E invece me ne sono sempre andata!
Ma sei sempre tornata qui. Questo non conta?
Il mio ritorno non ha valore se ogni volta me ne vado.
La tua rinuncia non ha valore se non è definitiva.
Qui non si va da nessuna parte..
Bene, vedo che hai inquadrato il problema.
Non mi sei di nessun aiuto, io dico una cosa e tu l’esatto contrario. È uno stallo.
Beh, il fatto che io sia dentro uno specchio dovrebbe suggerirti qualcosa.. Sebbene, dal mio punto di vista, quella nello specchio sei tu.

[sbuffa]

Sì, brava, fai dell’ironia. Io non riesco più a dormire la notte, ho la testa piena di pensieri, non so davvero cosa fare. È come essere tirata da due forze opposte che mi stanno strappando in due. Non ho più forze per vivere con questa indecisione.
Alice, perché vuoi andare via, ci hai pensato?
Perché non sono felice. E non capisco, non mi manca niente, ho un uomo che mi ama, un lavoro che mi appaga, una vita serena. Ho tutto ciò che mi serve, ma non riesco a sentirmi soddisfatta, non lo sento mio. Mi sembra di indossare vestiti della taglia sbagliata.
Ho capito, stai vedendo la gabbia.
Che gabbia?
Tu sei lì che cammini nella tua vita felice, e ad un certo punto, all’orizzonte, vedi qualcosa, nella foschia. Continui a camminare e strizzi gli occhi, e ad un certo punto le riconosci, sono ancora lontane, ma non ti puoi sbagliare, sono sbarre, e tu ci stai andando dritto contro. Allora cambi direzione, e per un po’ va bene, ma un giorno ti accorgi che c’è di nuovo qualcosa all’orizzonte, e stavolta non ti chiedi cos’è. Cambiare ancora è inutile, è chiaramente una gabbia, e tu ci sei dentro, così smetti di camminare, perché prima o poi arriveresti a toccarle, e il pensiero di quel che c’è fuori, e che non raggiungerai mai, è insopportabile. Ti fermi nel mezzo, dove l’orizzonte è libero in ogni direzione, e decidi che puoi accontentarti di vivere lì, lì hai tutto quello che ti occorre, che siano gli altri a camminare sempre, tu puoi stare lì, quello sarà il tuo posto felice. Solo che in quel modo ti sei costruita un’altra gabbia più piccola, e prima o poi ne vedrai le sbarre.
Sì, tu hai una risposta per tutto, sei sempre sicura, ma se è vero che siamo una il riflesso dell’altra per ogni tua certezza c’è una mia incertezza, e io sono l’eterna indecisa. E lo sarò sempre, anche al di là di questo specchio, mi porterò dietro le mie insicurezze, e la mia gabbia, come la chiami tu. Mi faccio prendere dall’entusiasmo, mollo tutto e parto senza voltarmi, ma quanto durerà se i problemi che ho qui verranno via con me? Credo sia ora di crescere, non posso rifare sempre gli stessi errori, non posso scappare sempre. Devo restare qui e far funzionare quello che ho.
E credi di riuscirci?
Almeno potrò dire di averci provato. Se scappo mi resterà sempre il dubbio di non essermi impegnata abbastanza.
È la stessa cosa che dici sempre. Ritorni alla tua vita carica di buoni propositi, ma non durano mai più di un mese. Provi a far funzionare le cose, a farti bastare quel che hai, ma dopo un po’ ti ripresenti qui, e rifacciamo da capo lo stesso discorso.
Magari è quella la chiave di tutto. Ho bisogno di confrontarmi con le mie paure, come quelle persone che solo quando rischiano di perdere qualcosa ne capiscono il valore. Vengo qui per ricaricarmi e trovare nuovi stimoli. Ti ho sempre considerata un’alternativa, ma non puoi esserlo, sei l’altra parte di me. Ci completiamo solo stando separate, adesso l’ho capito!
Come quelle persone che solo davanti alla morte capiscono il valore della propria vita..
Esatto! Vedi che mi capisci!
Quelli sono i suicidi, Alice. Per uno che ce la fa dieci hanno buttato via la propria vita e non hanno capito neanche perché. Te la senti di rischiare? La felicità si trova e si cerca di conservarla, e non è detto che ci si riesca, spesso ti scivola via anche se la tieni stretta. Ma quando cerchi di inventarla non è felicità, è rassegnazione, ed è quello che stai mettendo insieme. Un po’ di tranquillità, un po’ di equilibrio, una manciata di sicurezze, ma se non ci metti la passione è un piatto insipido, e ti voglio vedere a mangiare tutta la vita cibi sani e nutrienti, che non sanno di niente.
Io questa vita la conosco, me la sono costruita io. Sarà insipida, ma è la mia! E devo farla funzionare io, non puoi insegnarmi tu a vivere, cosa ne sai tu di quello che mi è costato essere così? Parli come se mi fossi svegliata una mattina dentro la persona che sono, col mio lavoro, la mia casa e il mio uomo già belli e pronti. Cosa ne sai dei sacrifici, della fatica che ho fatto? Buttare via la mia vita vorrebbe dire non darle alcun valore, significa ammettere di averla sprecata, e io non credo di avere sprecato niente. Non ho rimpianti per quello che sono, credo che potrei essere migliore, ma se per arrivarci devo ricominciare da capo allora no, grazie. Preferisco tenermi stretta la mia mediocrità.
Certe volte la felicità è un lusso che non ci possiamo permettere. Arrivederci Alice, alla prossima visita.
[se ne va]

una storia di natale

M: “E’ ora di mettersi in cammino, avete trovato niente?”
G: “Sarà anche il suq più fornito della Mesopotamia, ma per i bambini c’è davvero poco.”
B: “Io ho preso un braccialetto d’oro.”
M: “Un classico. E tu, Gaspare?”
G: “Gli ho comprato dell’incenso.”
B: “Incenso? E ti sembra un regalo adatto a un bambino?”
G: “Ma hai sentito dove vivono? In una stalla! Hai idea della puzza che ci dev’essere? Vedrai se apprezzeranno di più il tuo oro o il mio incenso!”
B: “E tu, Melchiorre, cos’hai comprato?”
M: “Ho trovato un banchetto là dietro che vende prodotti biologici, gli ho preso della mirra.”
G: “E ti pareva che non faceva il pazzesco! L’avrai pagata una fortuna!”
M: “E’ tutta roba naturale, senza pesticidi. Beh, si, è un po’ cara, ma la qualità si paga.”
B: “Melchiorre se lo può permettere, viene da una famiglia di nobili.”
M: “Cosa vuol dire? Veniamo tutti da famiglie nobili, non ci chiamiamo mica Magi Metalmeccanici!”
B: “Si, ma la tua famiglia è sempre stata quella più ricca, dai. Lo sanno tutti.”
M: “Scusa, non ho capito. Cosa c’entra la mia famiglia adesso?”
B: “Ma si, siete sempre stati quelli eccentrici, gli anticonformisti.. Mica per niente ti hanno chiamato Melchiorre, voglio dire.”
M: “Embè? Tu ti chiami Baldassarre!”
B: “Ma Baldassarre è un nome normale! Che razza di genitori chiamerebbero il loro figlio Melchiorre? Poi per forza che viene su strano!”
M: “Io non sono strano! Come ti permetti?”
G: “Ragazzi basta! Piuttosto, la sapete la strada?”
M: “Mio cugino mi ha spiegato che bisogna attraversare il deserto fino ad Aqaba, poi svoltare a destra.”
B: “Tuo cugino Garmin, dici? Stiamo freschi allora! Una volta si è perso al mercato!”
M: “Oh! Prima i miei genitori, adesso mio cugino, si può sapere cosa vuoi da me?”
B: “Cosa voglio io? Cosa vuoi tu piuttosto! Mi hai convinto a prendere ferie per venire con voi a fare le vacanze in Giudea, sole e figa in quantità, e adesso salta fuori che si va ad adorare un bambino! Chi è questo bambino, cosa c’entriamo noi con questo bambino?”
M: “Come sarebbe chi è? È il Messia! L’hai letto il tuo contratto quando sei stato assunto? In caso di nascita di Messia i Re Magi sono tenuti a fargli visita e omaggiarlo con doni, è scritto nelle clausole! O credevi di cavartela scrivendo un paio di oroscopi alla settimana?”
B: “E chi l’ha detto che è il Messia? Cos’ha, un cartello appeso fuori dalla stalla?”
G: “Una stella.”
B :“Che stella?”
G: “La sua stella, ma come ci sei diventato remagio?”
M: “E glielo chiedi ancora? Non lo conosci Hussein di Baghdad?”
G: “Il re? E cosa c’entra con lui?”
M: “Diglielo, Baldassarre.”
B: “Basta con questa storia! Mio zio non c’entra niente, sono entrato alla scuola zoroastriana lavorando sodo e senza raccomandazioni!”
M: “Si, certo. E il posto da astrologo di corte l’hai ottenuto attraverso un concorso.”
G: “Non si fanno i concorsi per diventare astrologo di corte, lo sanno tutti. È un posto che si tramanda da padre a..”
M: “Eccallah!”
B: “Basta con queste fandonie! Ditemi piuttosto da che parte dobbiamo andare, prima adoriamo il bambino e prima possiamo andare in spiaggia!”
M: “Mio cugino dice che è tutta dritta fino al mare, bisogna seguire le indicazioni per Sharm El Sheikh.”
B: “Bel posto, ci sono stato l’anno scorso con la tipa.”
G: “La fenicia? Com’è che si chiama?”
B: “Ariene.”
G: “Ah si, bella topa, se mi permetti. State ancora insieme?”
B: “No, ci siamo lasciati il mese scorso.”
M: “Uh che peccato! E come mai?”
B: “Guarda, non mi va di parlarne, ti spiace?”
M: “No no, ci mancherebbe, scusami.”
B: “…”
M: “…”
G: “…”
M: “..Certo, adesso è tutto più chiaro..”
B: “Cosa?”
M: “La faccenda delle vacanze in Giudea, dico. Se stessi ancora con lei non avresti accettato.”
G: “In effetti mi stavo proprio chiedendo come mai ti lasciasse partire.”
B: “La volete smettere? Ho detto che non mi va di parlarne!”
M: “Vedrai che te la faremo dimenticare in fretta!”
G: “Si, ho sentito che le giudee fanno certi lavoretti..”
M: “Chiodo schiaccia chiodo!”
B: “Basta!”
M: “Scusa.”
G: “Scusa.”
B: “…”
M: “…”
G: “…”
B: “Che lavoretti?”
G: “Eh?”
B: “Le giudee.”
G: “Ma niente, roba che ho sentito da un amico, stupidaggini.”
B: “Eh.”
G: “No, è che dicono che siano brave, tutto lì.”
B: “Brave a fare cosa?”
G: “Ma lo sai, quelle robe che si raccontano.. lo sai, no?”
B: “E no che non lo so, sennò non te lo chiedevo. Che robe?”
M: “Hai mai sentito parlare di Sodoma e Gomorra?”
B: “Minchia! Quelle Sodoma e Gomorra?”
G: “Sono poco distanti da dove andiamo noi.”
B: “Ma sapevo che le avevano chiuse.”
M: “Si, ma lo sai come vanno queste cose, una volta che si crea il giro..”
G: “Diciamo che tutta la regione ha mantenuto un certo.. gusto per la trasgressione.”
M: “Insomma, se uno sa dove cercare..”
B: “E noi lo sappiamo?”
G: “Abbiamo un paio di indirizzi”
B: “Ma grandi! Allora è deciso, eh? Si va a salutare il ragazzino e via! Non è che ci dilunghiamo, eh?”
M: “Tranquillo, facciamo una visita di cortesia, molliamo i doni e ce ne andiamo.”
B: “Un paio di preghiere, due inchini.. Mezz’ora e siamo fuori?”
G: “Capirai, in una stalla. Mezz’ora sarà tanto, venti minuti e chi s’è visto s’è visto!”
M: “E poi quindici giorni di lussuria sfrenata!”
B: “Sole, mare e figa!”
G: “Che gran lavoro fare i re magi!”
B: “Oh, raga! Che ne dite se l’anno prossimo prevediamo l’arrivo di un altro Messia?”
M: “Mmm, dici che si può fare?”
B: “E che ci vuole? L’astrologo di corte può fare tutte le previsioni che gli pare.”
G: “Ma sai che non è una cazzata? Arriviamo in questo posto.. com’è che si chiama?”
M: “Betlemme.”
G: “Betlemme. Facciamo l’adorazione come va fatta..”
B: “Breve.”
G: “Certo, brevissima. Poi quando torniamo indietro, fra due settimane, diciamo che le stelle si sono sbagliate.”
M: “Le stelle?”
G: “Eccerto! Vuoi mica dire che ci siamo sbagliati noi? Che razza di astrologi saremmo? Si sono sbagliate le stelle, quello non era il Messia vero, e l’anno prossimo prevediamo un’altra nascita in un altro posto. Come la vedete Ibiza?”
M: “Ma le stelle non si possono sbagliare, dai!”
G: “Una congiunzione astrale negativa ha occultato la visione, checcazzo ne so! Diamo la colpa ad Angra Mainyu, tanto gira che ti rigira c’è sempre lui di mezzo. Semmai ce lo facciamo confermare dall’astrologo di corte.”
B: “Io?”
G: “No, tua madre. Certo che parlo di te, sei l’astrologo più importante del regno, la tua parola varrà qualcosa o no?”
B: “Si, beh.. certo.. è che non so se è il caso di tirare troppo la corda.”
M: “Baldassarre, stiamo parlando di Ibiza, la perla del Mediterraneo!”
G: “Viaggio e soggiorno a spese del regno!”
M: “Se le giudee ti attizzano pensa a cosa devono essere le spagnole!”
B: “Ragazzi, siete due diavoli!”
M: “Tre diavoli, collega!”
G: “Ma che diavoli! Siamo i re magi!”
M: “Andiam, andiam, andiamo ad adorar!”

(si allontanano fischiettando)