Verdon (4/5)

Davanti ad una baguette chilometrica, caricata a burro e marmellata, il nostro compagno ci raccontò i fatti in breve.

“Dormivo, è arrivato uno e l’ha ammazzato.”
“Un po’ meno in breve?”
“Eravamo in tenda, stavamo dormendo, quando abbiamo sentito un rumore, come una canoa che striscia sul terreno. Gabri si è affacciato a vedere chi fosse, e ho sentito una voce mormorargli in francese ‘Quel est le secret du Manovròn! Cochon!’, poi un rumore come quello che fanno in Dylan Dog quando sgozzano qualcuno.”
“Slurp?”
“Scraatch! Ma non li leggi i fumetti?”
“No, prima che mi vuotassero l’appartamento leggevo solo le etichette dell’acqua minerale”
“E comunque Gabri non aveva mica le coscione! Mi ricordo che ci stava ben attento a non farsi venire le smagliature!”
“E cosa vorrà dire quel est le secret du?”
“Io questi francesi non li capisco mai quando parlano”
“Meno male che non sei nato in Francia!”
“Però non mi dispiacerebbe venirci a stare, magari proprio in Provenza”
“Si, ci sono dei bei posticini, ma vuoi mettere con la Spagna? Ah, io se dovessi andare a vivere in un altro Paese andrei sicuro in Spagna!”
“Eh certo che come a casa propria però non si sta da nessuna parte, eh?”
“Maccheccazzo dici? Abiti a Bolzaneto! A momenti è più bello stare in quella tenda striminzita davanti alla strada!”
“A proposito di tenda, secondo voi chi l’ha ammazzato Gabriele?”

Alessandro si fece scuro in volto e mi guardò, posando il panino con la marmellata che teneva in mano, ancora gocciolante. Stefano lo ghermì ratto come la faina e se lo infilò tutto in bocca.
Capii che uno stava ancora pensando al complotto del manovròn, e che l’altro si sarebbe sicuramente soffocato, ed ebbi ragione in entrambi i casi, Alle si alzò e si avviò verso il lago, Stefano cominciò a diventare color ciclamino e a gesticolare con violenza.
Gli battei sulla schiena fino a fargli sputare l’enorme boccone, e subito tirò un lungo respiro, ma non smise di gesticolare. Appena fu in grado di parlare mi gridò “Fermalo! Se ne sta andando senza pagare il conto!”
Raggiunsi il fuggiasco in mezzo alla boscaglia, mentre stava cercando di raggiungere la spiaggia. Forse cercava di fuggire a nuoto.
“Allora? Perché hai ammazzato Gabri?”
“Ti ho detto che non l’ho ammazzato io, è stato Patrick De Pagaion! Voleva il segreto del Manovròn!”
“Ma ti rendi conto che sei il principale sospettato? Non ci sono testimoni, non ci sono prove!”
“Come no? E queste allora?”, mi gridò in faccia tirando fuori un paio di mutandine femminili.
“Ma quelle sono..”
“No, scusa, ho sbagliato tasca.. Volevo dire.. queste!”, e mi sbandierò davanti delle polaroid che ritraevano Patrick De Pagaion che cercava di far stare un intero coltellaccio da macellaio nella gola di Gabriele.
“..Ma quelle..”
“Visto? Sono innocente!”
“Ma quelle sono..”
“Andiamo da Stefano, non mi fido a lasciarlo da solo”
“Sono le mutandine della tettona francese! Gliele ho viste da sotto il tavolo ieri sera al ristorante! Ma allora la storia del Manovròn è tutta vera! E’ una magia! E’ un potere potentissimo!”
Alessandro era sollevato, ma anche un po’ scazzato, per convincermi della veridicità del suo potere non gli era bastato salvarmi due volte la vita, aveva dovuto imboscarsi con una figa, come se gli fosse servita la magia per riuscirci, lui che aveva un indiscutibile sex appeal.
Tornammo al tavolo, ma Stefano non era lì. C’era il cameriere che voleva che gli pagassimo la colazione. Ebbi un orribile presentimento.
“Stefano ci avrà lasciato da pagare solo quello che abbiamo mangiato o si sarà fatto portare dell’altra roba mentre non c’eravamo?”
Risultò che non aveva ordinato altro, era venuto a cercarlo un uomo tarchiato con orribili pantaloncini da turista e una canoa. Ebbi un altro orribile presentimento.
Corremmo alle tende, e già da lontano un nugolo di mosche ci segnalò la presenza di un cadavere in decomposizione.
Il cadavere era quello di Gabriele, era stato orrendamente mutilato dai vicini olandesi, stanchi di mangiare sempre scatolette di tonno, ma dalla mia tenda proveniva un odore terribile, come di sangue rappreso, di budella sbudellate, insomma di quelle cose proprio macabre di cui sono pieni i film dell’orrore.
Mi feci coraggio e misi la testa dentro.
Alessandro mi osservava sgomento, quando uscii e ripresi fiato dovevo essere bianco come il bucato della signora Longari, ma non quello lavato con due fustini di una marca anonima che te la tirano dietro al supermercato dei tedeschi.
“Avevo lasciato le mutande sporche fuori dalla borsa”, gli dissi.
“Stefano non è lì?”
“No, ho cercato anche sotto i sacchi a pelo e dietro gli zaini, non c’è.”
“Allora forse non è stato ucciso.”
“Che facciamo, aspettiamo?”
“E se poi non lo ammazzano?”
“No, voglio dire, aspettiamo che torni? Magari è andato a farsi la doccia”
“Ma non sono passate ancora tre ore dall’ultimo pasto!”
Ebbi il terzo orribile presentimento.
Corremmo alle docce, e questa volta lo spettacolo orribile non fu l’assoluta mancanza di igiene, né il vedere Stefano nudo, che comunque non era per niente piacevole.
Lo trovammo riverso sul pavimento, con la bottiglia di shampoo in una mano e l’epilady nell’altra.
Qualcuno lo aveva ucciso provocandogli una congestione.
“L’assassino prima lo ha fatto mangiare come un tacchino, poi gli ha fatto fare la doccia provocandogli una congestione, ma chi potrebbe essere così astuto?”
“Il professor Moriarty!”
“No, lui è un personaggio letterario, non esiste.”
“Allora Macchia Nera!”
“Ma Macchia Nera è il nemico di Topolino, fammi il piacere!”

Quel campeggio stava diventando scomodo per noi, era meglio sparire prima di fare la fine degli altri due, era ormai chiaro che qualcuno cercava di toglierci di mezzo per impadronirsi del terribile segreto del Manovròn. Poteva essere chiunque, convincere le ragazze buone a imboscarsi è un potere che farebbe gola a molti.

“Ming The Merciless!”
“No!”

Oltretutto c’era da pagare il campeggio! Decidemmo di partire immediatamente con la macchina di Gabriele.

“Da adesso in poi non dobbiamo più separarci, neanche per dormire, neanche per le ragioni più importanti, niente, dobbiamo stare sempre insieme, ne va della nostra vita!”
“Ok, vado un attimo in bagno e partiamo.”

Caricai il bagaglio in macchina mentre aspettavo che Alessandro tornasse dal bagno.
Poi caricai il suo, che era ancora sparso nella tenda, mi misi lì con calma e raccolsi tutto, lo misi nello zaino e lo infilai in macchina.
Poi smontai la tenda, non fu una cosa semplice, Gabriele l’aveva costruita solida..
La tenda di Stefano non ebbi il coraggio di smontarla, preferii appiccarle fuoco, mi sedetti e la guardai bruciare.
Quando gli ultimi tizzoni si spensero cominciava ad oscurare, e fu allora che mi resi conto della mancanza di Alessandro.
“Avranno sicuramente ammazzato anche lui”, pensai, e partii senza neanche prendermi la briga di controllare. In fondo preferivo non averlo intorno uno così, non sarei più riuscito a trattarlo bene dopo che si era imboscato con la francese popputa, un’invidia feroce mi faceva venire voglia di picchiarlo ogni volta che ce l’avevo davanti.

All’ingresso del campeggio la sbarra era abbassata, il proprietario doveva avere intuito le mie intenzioni scroccherecce, e si era piantato all’ingresso col blocchetto delle ricevute in mano, ben deciso a farmela pagare.
Le mie finanze non erano proprio al lumicino, ma non trovavo affatto giusto doverci rimettere dei soldi solo perché i miei compagni di viaggio si erano fatti ammazzare, in fondo il Manovròn non era mica qualcosa che riguardava me.. e diciamola tutta, io fin lì ci avevo soltanto rimesso, il furto all’appartamento, la figa che si infratta con Alessandro, la pioggia e gli intrighi vari.. mi sembrava giusto che almeno il conto del campeggio se lo pagasse qualcun altro!
Comunicai al proprietario che il mio amico Alessandro stava arrivando coi soldi, io lo avrei preceduto fuori per caricare i bagagli in macchina.
Mi lasciò passare e si rimise di guardia.

Il mio bagaglio consisteva nella tenda di Gabriele e i pochi panni puliti che mi erano rimasti. Il denaro ce l’avevo ancora quasi tutto, e una volta accertato di essere l’unico superstite del gruppo avevo alleggerito i portafogli dei miei ex compagni, tanto a loro non sarebbero mica serviti.
Lasciai per ognuno una moneta, giusto in caso avessero dovuto pagare il traghettatore sullo Stige.

Se il denaro non rappresentava un problema lo stesso non si poteva dire per il mio futuro. Tornare a casa era da escludere, nel tempo impiegato ad arrivare la polizia sarebbe già stata informata dell’accaduto, e io sarei stato il primo sospettato. Senza contare che risultavo scomparso dal lavoro, la mia casa era stata svuotata senza che fosse stato denunciato alcun furto, avevo lasciato un indirizzo falso e guidavo la macchina di una delle vittime. A dirla così non mi credevo del tutto innocente neanch’io.

Avevo due possibilità, trovare il vero assassino e consegnarlo alla giustizia, o cambiare identità e sparire per sempre. La prima era realizzabile solo al cinema, optai per la seconda e mi misi in viaggio verso il posto più vicino dove contavo di trovare dei documenti falsi: Marsiglia.
Nei romanzi di Jean-Claude Izzo la città brulica di malavitosi pronti a commettere qualunque crimine, figurati se non ne trovavo uno disposto a vendermi dei documenti falsi.
Il piano era semplice, una volta arrivato in città avrei cercato di mettermi in contatto con qualche pregiudicato, avrei comprato una carta d’identità fasulla pagandola con la macchina e sarei partito per una nuova vita il più lontano possibile da quella storia di sangue e canoe.
Se è vero che per trovare un buon ristorante economico devi chiedere a un camionista ero certo che uno spacciatore qualsiasi mi avrebbe indicato un buon falsario. Misi perciò a frutto la mia esperienza genovese riguardo ai piccoli trafficanti. Sapevo per certo che era più facile trovarli nel centro storico che nella zona commerciale, e che erano soliti stazionare davanti ai locali più affollati; lasciai la macchina in un posteggio, e aspettai che qualche gruppo di giovani mi conducesse al posto giusto.

Per ingannare l’attesa accesi la radio. Tutti i notiziari parlavano della strage nel campeggio, da quel poco che riuscivo a capire erano stati trovati i cadaveri di Stefano e Gabriele, ma non si parlava di quello di Alessandro. Poi la sorpresa, su una rete locale mandarono in onda proprio la sua voce, sembrava in preda a forte shock e gridava in italiano di essere innocente, che io avevo ucciso i suoi amici ed ero scappato in macchina, lasciando da pagare il campeggio!
Era vivo! E mi stava denunciando! Chebbastardo, io al suo posto non l’avrei mai fatto.
Dovevo sparire, ormai quella macchina scottava, il mio nome scottava, la mia faccia era su tutti i giornali, quanto sarebbe passato prima che un marsigliese mi riconoscesse e chiamasse la polizia?

Mollai la macchina in un parcheggio nei pressi della cattedrale, e mi avviai a piedi in una stradina poco frequentata. Camminai senza meta fino a incrociare un trio di magrebbini chiassosi. Indossavano dei bomber pieni di toppe, e tenevano il cappellino appoggiato in testa come fosse una bombetta. Non è che lo indossassero, era più come se qualcuno gliel’avesse fatto cadere in testa a loro insaputa. Non mi interessavo di moda, ma se la tendenza era quella di ridursi in quel modo ridicolo preferivo pensare che quei tre fossero conciati così a causa di problemi personali, piuttosto che per esigenze di stile.
Li seguii comunque, sperando che mi conducessero a uno spacciatore.
Non era una grande idea, me ne rendevo conto, ma non potevo andare lì e domandare se conoscessero qualcuno che falsificava documenti, come diavolo si diceva “falsificare” in francese? Dovevo procedere per piccoli passi, trovare una scuola di francese, diventare bilingue e imparare a pronunciare correttamente la frase “Scusi, dove posso trovare un buon falsario che mi permetta di cambiare identità?”, quindi interpellare i tre giovanotti, farmi spiegare l’indirizzo, cercare un internet point e collegarmi a un sito di mappe online, ricavare il percorso migliore per raggiungerlo secondo le diverse opzioni suggerite:

  1. La via più breve;
  2. La via più economica;
  3. La via più panoramica;
  4. La via più lontana dalla polizia.

Il mio piano era perfetto, prevedeva anche un piano B, nel caso i tre individui si fossero infilati in un portone. Avrei fornito le loro descrizioni a un poliziotto e mi sarei fatto spiegare dove abitavano. Non potevo fallire.

(continua)

One Comment

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni

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