orfeo, sempre lui

Il mito di Orfeo mi ha attraversato la strada tante di quelle volte che o lo investivo o me ne innamoravo. Ho scelto la seconda: un paio di volte l’ho infilato nei miei racconti, e sono molte di più quelle in cui me lo sono cucito addosso facendo quello che canta e soffre. Non che ci voglia molto, la storia si presta a qualunque fallimento sentimentale, e chi non ne ha almeno uno?

Euridice muore, il suo sposo Orfeo soffre come una bestia e scende a cercarla fino agli Inferi, dove fa una testa così a tutti finché Ade si arrende e gliela restituisce. Avrà una seconda possibilità, qualcosa che non a tutti è concesso. L’unica clausola è che torni nel mondo dei vivi camminando davanti a lei, e che non si volti mai a guardarla, neanche una volta, altrimenti la perderà per sempre.
Una prova di fiducia, in un certo senso. Che poi è quello che si chiede a una seconda possibilità; perché se è finita una volta vuol dire che qualcosa non andava, e il mito ci suggerisce proprio quello, se vuoi che vada diversamente devi comportarti diversamente.


Orfeo ci prova, ma alla fine non si fida: si volta a guardare Euridice, e così le butta addosso i suoi dubbi che non è stato mai capace di superare. Lei se ne va, ovvio. Tutte le donne a casa a fare il tifo. Brava! Quello lì non ti merita! Basta fare la balia ai ragazzini e accontentarsi di uomini insicuri, lascialo perdere! Piangerà la tua scomparsa per un po’, poi si troverà un’altra cretina su tinder e si dimenticherà di te, a dimostrazione di quanto fosse sincero. Stronzo!

A metà del secolo scorso ci ha pensato Cesare Pavese a riportare equilibrio (non so se anche lui si sia rifatto a versioni precedenti, scusate): secondo lui Orfeo è sceso nell’Ade, ha convinto gli dei a restituirgli l’amore, ma quando stava risalendo verso la superficie si è reso conto che era una cazzata gigantesca, e si è voltato apposta. Cioè, questa mi ha lasciato e io la rivoglio ancora indietro? Mi ha fatto soffrire come un cane e io mi dichiaro pronto a rifare tutto da capo?
Ma cosa sono, cretino?

Roberto Vecchioni ci ha scritto una canzone bellissima su questa versione del mito, dove fa dire al protagonista “Tutto quello che si piange non è amore”.
È tutto in quella frase lì. Orfeo si volta perché la vita va avanti, ed è ridicolo crocifiggersi a un ricordo, per bello e magico che sia.

E Pavese ci dice anche un paio di cose sull’ego: Euridice se n’è andata, è venuta giù negli Inferi, che francamente sono proprio un bel posto di merda, e adesso questa è casa sua, ed è giusto che stia qui, fra i morti. Vuole stare con Ade il pallidone? E perché dovrei convincerla che sbaglia? Se è contenta così..
E se ne va. Perché chi non mi vuole non mi merita. Alla fine Euridice si merita esattamente quello che ha: buio e freddo. E io ho di meglio da fare lassù, fra i vivi. Ciaone.

Secondo me c’è anche un po’ di risentimento, stiamo parlando di uno che alla fine per una donna si è ammazzato, però il concetto è giusto: Orfeo scende all’inferno perché l’inferno ce l’ha dentro, non ha scelta, sta malissimo; affronta la morte per cercare una felicità effimera, ma capisce che la felicità te la costruisci da solo, e a quel punto lei non gli serve più a niente. Torna alla luce completo, e suggerisce a Bacca di farselo anche lei un viaggetto da quelle parti, che le fa solo bene. Lei non la prende sportivamente, come si vedrà.

Orfeo Rave, lo spettacolo messo in scena dal Teatro della Tosse di Genova, sposa questa versione. E lo fa rivestendo il mito di atmosfere sudamericane, con un protagonista truccato come il dio del vudù haitiano, con un funerale brasiliano che è una gioia per gli occhi, con la capoeira, con uno strumento che non ho capito se è una kora o kosa.
C’è un sacco di altra roba nel capannone della Fiera, Mercurio chirurgo che recita in videoconferenza, morti che ballano all’obitorio, discoteche e chitarristi che svisano sul carrozzone come quello di Mad Max.
La storia è, invero, un po’ frammentata, Orfeo è un pupazzone snodato del tutto inespressivo, soffro più io seduto sul gabinetto, e gli altri intermezzi recitati non veicolano granché a parte sé stessi. Ma il risultato finale ti cattura, vuoi per la scenografia, vuoi per i ballerini, la musica, la suggestione arriva e ti convinci che l’amore fa più paura della morte e tutto ciò che ti muove è solo il tuo maledetto ego. Sticazzi di Euridice, piangevi la perdita del tuo orgoglio, perché qui se c’è uno che se ne va sbattendo la porta quello devo essere io, chiaro?

E così, tornato a casa, non ho rifatto la punta alle mie ragioni, ma mi sono letto per l’ennesima volta il brano di Pavese, e poi sono andato a dormire, che ne avevo bisogno.