Cina, agosto 2018 (3/12) – parchi e piste ciclabili

Lunedì 6 agosto

Ho chiaramente un problema coi parchi cinesi. L’anno scorso volevo visitare lo Yong he Gong (雍和宮), il tempio dei Lama, e nonostante si trovi proprio all’uscita della metropolitana, ben visibile, ho tirato dritto e mi sono infilato nel parco Ditan (地坛公园), poco più avanti. Per me i templi stanno nei parchi, facile.

Quest’anno l’ho rifatto, dopo una scrupolosa indagine su quale fermata della metro avrei dovuto prendere per visitare il Palazzo Estivo dell’Imperatore, e chiaramente senza chiedere aiuto a Shasha perché uomo no chiede informazione, uomo arrangia, ho deciso che la fermata giusta era Yuanmingyuan (圆明园) invece di Beigongmen (北宫门), la fermata successiva.

Quest’estate a Pechino andavano tantissimo le maniche separate dalla maglietta.


Poco male, una sola fermata di differenza cosa vuoi che cambi?

Cambia che se non sai leggere le indicazioni in cinese paghi il biglietto ed entri nel Parco delle rovine del vecchio palazzo estivo (圆明园遗址公园), che sta proprio accanto all’altro.



E come avrei potuto accorgermene? Secondo la Lonely Planet c’è un lago, e questo è chiaramente un lago, ma dove dovrebbe esserci un palazzo c’è quello che con palazzo fa rima. Tre ore a camminare nella giungla insieme a un milione e mezzo di cinesi rumorosissimi e altrettanto rumorosissime cicale, che però in proporzione sono dieci volte tanto.

A quel punto, chiarito l’equivoco, sarei potuto uscire e andare a visitare il parco giusto, ma mi ci sarebbero volute altre tre ore, così ho proseguito la visita fingendo di trovare davvero molto interessante l’area su cui sorgeva il Palazzo prima che, nel 1860, durante la Seconda Guerra dell’Oppio, l’esercito inglese lo distruggesse.

A capo dell’operazione fu Lord Thomas Bruce, conte di Elgin, Alto Commissario britannico in Cina, che colse l’occasione per depredare le rovine di tutto quello che gli capitò sottomano. Non è un caso che la stessa persona fu responsabile della spoliazione dei marmi del Partenone, e adesso se vuoi vedere il tempio greco nella sua interezza devi farti un viaggio ad Atene e uno a Londra.

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La maggior parte degli edifici era fatta di legno su una base di pietra, per questo la stragrande maggioranza di ciò che resta sono le fondamenta degli antichi padiglioni, alte un metro, in mezzo all’erba. Uno dei più curiosi, almeno per noi occidentali, è quello a forma di svastica che sorge su uno dei laghetti. Non si tratta del simbolo nazista, ma del più antico simbolo religioso, coi bracci prolungati verso sinistra, in senso antiorario. Per poterne cogliere la forma è necessario arrampicarsi su una delle collinette che circondano lo specchio d’acqua e aguzzare la vista. Ben poca soddisfazione per uno che voleva vedere la principale attrazione cittadina dopo la Città Proibita.

“Fortuna – Biella – Italia”, con la F del logo Fila

Terminata la visita, fingendo di esserne rimasto molto soddisfatto, sono tornato in centro e con la mia fidanzata ho raggiunto il quartiere di Qianmen, dove sorge l’imponente Porta Zhèngyángmén.

Situata sul lato sud di Piazza Tiān’ānmén, questo massiccio edificio è ciò che resta degli antichi bastioni che circondavano l’area, insieme alla Torre degli Arcieri che le sta di fronte.

Non so se i due edifici siano visitabili, non ho visto persone entrarci, ma non ero granché interessato: stavamo andando da Siji Minfu a mangiare l’anatra alla pechinese, il mio stomaco aveva tutta la mia attenzione.

Dalla Torre degli Arcieri parte Qianmen Street, la classica strada pedonale su cui si affacciano negozi delle principali marche straniere e locali. Un po’ più interessante è una delle strade che la attraversa, Dashilar, dove le marche occidentali non trovano spazio ed è tutto un susseguirsi di scarpe taroccate e roba da mangiare. Oppure i vicoli, che poi è dove ci siamo diretti noi, dato che Siji Minfu sta in uno di questi. Ha anche un ristorante più grande e figo, ma questo costa meno.


lu zhu huo shao dovrebbe significare “bollito e cotto”, ma non fidatevi del mio cinese

Prima dell’anatra ci fermiamo in una bettola dove servono il lu zhu huo shao (卤煮火烧) uno stufato di maiale dove al posto della carnazza mangi polmoni, trippa, intestino, fegato e tofu. Mi faccio spiegare bene come si chiama perché voglio tornarci e ordinarlo da solo. Shasha mi spiega che è facile, in questo posto è l’unico piatto: c’è un grosso pentolone all’ingresso, tu ti siedi e al cameriere dici “uno”, lui se ne va e torna con una tazza fumante.

Gli avventori ci osservano con una certa ostilità, il cuoco dietro al pentolone non vuole che gli faccia la foto. Magari se torno da solo scelgo un altro locale, tanto qui intorno c’è pieno.

Sull’anatra di Siji Minfu ho poco da dire, mi è piaciuta di più quella di Natale al Made In China per il servizio, ma eravamo in un hotel a 5 stelle, ci mancherebbe che il servizio fosse ordinario. Questa comunque vale l’attesa, se vi piace l’anatra alla pechinese.

Neanche le zampe abbiamo lasciato!

Martedì 7 agosto

Mi lascio convincere che i pechinesi in macchina non sono pericolosi come sembra, e decido di fare un giro con la bici della mia fidanzata, molto migliore degli scassoni che puoi affittare in giro.

Perché a Pechino le bici le trovi ovunque, te le tirano proprio dietro. Hai un’applicazione sul telefono con cui sblocchi il lucchetto digitando un codice e inizi a pedalare. Quando non ti serve più la molli, possibilmente in un parcheggio per biciclette, ma il più delle volte dove capita. Ho visto bici nelle aiuole, ricoperte dai rampicanti o inglobate dalle siepi.

Le aziende che noleggiano bici a Pechino sono due, Ofo, che abbiamo anche qui, e l’altra che non mi ricordo. Cercando su google ho trovato quest’articolo che mi suggerisce Mobike, e parla di un terzo fornitore da poco sul mercato in città, ma non mi pare né il nome giusto né di avere visto altre marche in giro. Sono tutte bici da passeggio dall’aspetto pesante: le Ofo costano di più e hanno le ruote più grandi, mentre le altre, di cui posso fornire testimonianza diretta, sono delle Grazielle più goffe, e per fare un chilometro devi sudare come a una tappa montana del Giro d’Italia.

La bici di Shasha appartiene a una categoria decisamente superiore, col telaio leggero e le ruote da corsa, ti permette di coprire lunghe distanze senza faticare. Essendo priva di rapporti è un po’ limitata quando cominci a prendere velocità, ma tutto sommato è un bene: su quelle piste ciclabili lunghissime e larghissime rischieresti di piantarti al primo incrocio.

La bici aveva bisogno di una gonfiata alle gomme, perciò mi sono fatto spiegare da Google come si dice “gonfiare le gomme” in cinese e sono partito verso Chongwenmen, che mi sembrava una zona abbastanza affollata da avere un’officina per le biciclette.

Non ne ho trovate, e quando pronunciavo la mia frase a memoria ricevevo risposte che non ero in grado di capire, non avendo imparato anche le possibili risposte.

Un signore sotto l’ombrellone mi ha indicato una strada e ha fatto un gesto con le braccia che poteva significare “grande” oppure “mongolfiera”. Ho pensato che in entrambi i casi sarebbe stato qualcosa di molto visibile, e sono partito in quella direzione.

Sono tornato verso casa, l’ho superata e ho continuato a pedalare nella direzione opposta, ma di officine neanche l’ombra. E neanche di mongolfiere.

Mentre ero fermo a consultare la mappa sul telefono due uomini dal marciapiede mi hanno detto qualcosa, così ho risposto “gonfiare le gomme”.

Si sono consultati un attimo, poi hanno indicato un punto più avanti, mi hanno spiegato che avrei dovuto svoltare a destra, ma non alla prima, alla seconda.

Mi sembravano parecchio sicuri di sé, e poi cos’avevo da perdere?

Dopo avere svoltato alla seconda mi sono trovato in un hutong, a sorpresa. Non sapevo che ce ne fosse uno così vicino a casa. Ho proseguito e sono finito davanti a una baracca di lamiera, senza porta e priva di una parete, dove degli uomini molto sporchi stavano armeggiando intorno a pezzi di motorino.

Ho sparato la mia frase, di cui ormai mi sentivo sicurissimo, e questi hanno fatto cenno di sì. Finalmente!

Da dietro la baracca è spuntato Bilbo Baggins, una creatura dall’aspetto di un bambino di dieci anni ma coi baffi, e ha attaccato a pompare con vigore olimpico, mentre gli altri guardavano me e la bici e commentavano cose irripetibili (non che fossero cose brutte, è che proprio non le saprei ripetere). Quando ha finito ho ringraziato e me ne sono andato. Nessuno mi ha urlato dietro ladro fermati, quindi deduco che in Cina farsi gonfiare le gomme nella tana degli hobbit è gratis.

Sono uscito dall’hutong di fronte all’incrocio di Chongwenmen, dov’ero già arrivato prima, ed essendo già sulla strada giusta ho proseguito verso nord, per arrivare all’hotel di Shasha. Non sono entrato perché a quel punto avevo già la maglietta zuppa di sudore, stavo facendo attività fisica a un tasso di umidità tropicale, e ho proseguito infilandomi in una strada appena lì dietro.

Era un ospedale. Immaginate un cortile di ospedale, coi barellieri, le ambulanze, gli infermieri in camice, i parenti in visita e uno scemo in bici che cerca di levarsi dalle balle il prima possibile.

Andare in bici a Pechino ti permette di capire qualcosa di più di questa città e della gente che la abita. A Pechino non importa se hai la precedenza, se il semaforo ti dice che puoi passare e se sei su una pista ciclabile: qui queste regole sono considerate semplici suggerimenti dati da qualcuno che pretende di saperne più di te.

Ogni strada è affiancata da una corsia per le bici larga abbastanza da consentire il passaggio di un’automobile, e da un marciapiede, spesso ancora più largo. Le macchine passano più che altro sulla corsia a loro dedicata, ma ogni tanto si infilano nella ciclabile, se devono posteggiare, se devono svoltare a destra, se hanno fretta, se non gliene frega un cazzo; le moto sono rare, i Pechinesi vanno tutti in giro sui motorini elettrici, che non richiedono l’uso del casco, e occupano abbastanza equamente la corsia ciclabile e il marciapiede. Qualcuno ogni tanto passa per la strada carrozzabile, ma viene guardato con sospetto e di solito dopo un po’ smette.

I pedoni camminano sul marciapiede e sulla pista ciclabile senza notare alcuna differenza. È difficile capire se lo facciano per rappresaglia verso i motociclisti invasori o se siano i motociclisti ad aver reagito al comportamento invadente dei camminanti, ma ad oggi sembrano aver trovato una convivenza pacifica in entrambe le corsie: se cammini sulla ciclabile dopo un po’ qualche apino ti arriva dietro e ti suona, ma finisce lì. Sul marciapiede una volta sono stato investito da un motociclista che guardava il cellulare, ma a parte le mie bestemmie in una lingua a lui sconosciuta non ci sono state conseguenze. D’altronde funziona così dappertutto, vai piano e stai attento, perché chiunque all’improvviso potrebbe tagliarti la strada.

Anche agli incroci, naturalmente, è il caos. Tranne quelli sui viali più trafficati, dove degli addetti in divisa regolano gli attraversamenti di pedoni e mezzi a due ruote grazie a bassi cancelletti che si aprono a fisarmonica e ai loro modi bruschi, in tutti gli altri casi fai un po’ come ti pare. Se sei un pedone puoi finalmente avere la tua rivincita, aspettando che scatti di nuovo il rosso per attraversare in tutta calma: una volta ho provato l’ebbrezza di fermare un taxi che stava ripartendo mettendogli una mano sul cofano.

La mia fidanzata mi ha spiegato che nessun automobilista è sceso a picchiarmi solo perché in quanto straniero godo di quella strana immunità figlia dell’ignoranza linguistica e di una specie di imbarazzo, ma se fossi stato cinese sarebbe scorso il sangue. Le ho risposto che ho deciso di attraversare dopo aver visto buttarsi in strada un uomo che ne spingeva un altro su una sedia a rotelle.

“Stava cercando di farlo investire! I portatori di handicap sono un peso per la società!”

Il mio giro in bici attraverso la città è stato interessante, lungo, e mi ha permesso di scoprire quartieri che non conoscevo, come Sanlitun, dove i palazzi moderni ospitano un sacco di negozi e ristoranti esattamente come i palazzi più vecchi e come grossomodo la maggior parte delle aree cittadine, ma sono parecchio più fighi; sono passato per il quartiere residenziale delle ambasciate, dove davanti a ogni villetta c’è una guardia armata e un cancello corazzato; ho scoperto come si vive dietro i viali, con le ruspe che tirano giù palazzine per ricostruire edifici stilosi, e persone che escono in ciabatte per comprare la verdura sotto casa; mi sono bullato ai semafori coi ciclisti cinesi, che arrancavano sulle loro bici a noleggio per attraversare l’incrocio, mentre io in due pedalate ero fuori dalla loro vista; ho scoperto che d’estate, sotto ogni ombrellone aperto in strada c’è qualcuno che ti vende bibite fresche, che le guardie al Soho Galaxy indossano una pettorina con scritto “Secuity” perché l’inglese in Cina lo parlano davvero in pochissimi, che certe volte per attraversare un viale particolarmente trafficato ti conviene caricarti la bici in spalla e prendere la passerella sopraelevata, che in giro per la città ci sono certi palazzi costruiti in quello stile austero e pesante della Russia brutalista che mi fanno venire voglia di vedere tutto, fotografare tutto, e poi organizzare un viaggio in Russia e poi comprarmi l’orologio a cucù più figo del mondo.

Quando torno a casa ho giusto il tempo di fare una doccia e raggiungere Shasha fuori dall’hotel, che andiamo a cena da Din Tai Fung a mangiare gli xiao long bao più buoni del mondo.