Cina, agosto 2018 (2/12) – mercati e muraglie

Sabato 4 agosto

Con enorme sprezzo del pericolo sono riuscito a importare illegalmente un pezzo di pecorino sardo stagionato, con cui ho in mente di produrre un ordigno rudimentale in grado di sconquassare la routine gastronomica di casa. Per completare la ricetta ho bisogno di altri due ingredienti, basilico e pinoli, e nei supermercati che ho visitato non ce n’è traccia. Il parmigiano se l’è portato Shasha dall’ultimo viaggio in Italia, è un po’ asciutto, ma lo faremo andar bene.

La complice delle mie diavolerie gastronomiche dice che c’è un posto dalle parti di Sanlitun, un grosso mercato di verdura fresca. È un po’ lontano, ma dovremmo trovare tutto quello che ci occorre, così sfidiamo il gran caldo e andiamo a prendere l’autobus.

Non ero mai salito su un autobus pechinese, in genere mi sposto in metropolitana perché è più facile pianificare l’itinerario, essendo le mappe bilingue. Leggere un cartello alla fermata del bus è come trovarsi di fronte una tavoletta in caratteri cuneiformi, o conosci il cinese o non c’è verso.

Lungo tutto il percorso mi comporto come un bambino noioso con la mamma, punto il dito su ogni edificio dalla forma inconsueta e chiedo a Shasha cosa c’è dentro. Considerato che a Pechino un palazzo su tre sembra un’astronave o un quadro di Escher faccio prestissimo a esaurire la pazienza della mia accompagnatrice, e di lì in poi sono costretto a tirare a indovinare. Grazie alla mia fervida immaginazione sono quasi sicuro di avere superato lungo la via: una chiesa raeliana con annesso ristorante sul campanile, un acquario con vasca sulla facciata dove nuotano le balene, la sede del Movimento Clandestino Per La Liberazione Delle Peonie, la villa dove abita il famoso miliardario cinese Hans Delbruck Chan, una pizzeria.

Giunti a destinazione iniziamo a vagare lungo il marciapiede per trovare il posto, che non è segnato da nessun cartello. Proviamo a seguire la puzza di verdura marcia, ci infiliamo in un vicolo e superiamo una parata di bidoni maleodoranti, scavalchiamo una pozza di liquame e capiamo di averlo trovato, e di essere entrati dall’ingresso delle merci.
Dentro è come ti aspetteresti di trovare un mercato, solo molto più grosso. Ci sono decine di banchi di pesce ricolmi di creature gigantesche, pezzi di animali sconosciuti, robe viscide di cui finora avevo solo letto in qualche racconto di Lovecraft, stomaci grandi come bagagliai ricolmi di mani e piedi e frammenti di arpione. Inutile dire che comprerei tutto e mi viene immediatamente una voglia pazzesca di sushi.
Dopo il pesce la carne, e quella non mi ha stupito più di tanto, insomma, una volta macellata qualsiasi bestia perde parecchio del proprio fascino. Comunque ce n’è tanta, e molto grossa.
Dopo la carne entriamo nella giungla della verdura. I colori sono vividi e ti colpiscono in faccia, le zucchine sono grosse come estintori, la frutta sembra tutta finta per quanto è perfetta e lucida. Penso subito agli ogm, è il mio pregiudizio sulla Cina, per me un paese che non rispetta i diritti umani commette tutte le cattiverie immaginabili, compreso raccontarti il finale delle serie tv. In realtà, pur essendo all’avanguardia nella ricerca in quel campo la popolazione cinese guarda con diffidenza alle colture geneticamente modificate, e il suo utilizzo è ad oggi molto limitato. Inoltre la Cina orientale è uno dei territori più fertili del mondo, e garantisce fino a due raccolti di riso all’anno, quindi magari non ha bisogno di additivi chimici per produrre zucchine grosse come la mia minchia coscia.

Compriamo del basilico, anche lui purtroppo vittima dello stesso gigantismo, e un po’ di pinoli. La signora al banco intuisce i nostri piani e ci offre un barattolo di pesto già pronto, ma se devi comprare del pesto industriale è bene sapere che ne esistono di due tipi: uno è quello prodotto da Novella, a Sori; l’altro è quello da non comprare.

Vi prego di notare le dimensioni delle carote

Andiamo a pranzo in una birreria di vecchia conoscenza, Great Leap Brewing, e ci sfondiamo di hamburger.
La prima volta eravamo stati in un piccolo locale nascosto in un hutong, dove non servivano cibo. Qui fanno anche dell’ottima carne, e l’ambiente è più spartano.
La cosa migliore di questa catena di bar è la grafica di magliette e sottobicchieri, ispirata alla propaganda russa degli anni ’20.
Anche il nome è di chiara ispirazione politica, ma l’ho scoperto solo di recente, documentandomi sul governo di Mao mentre scrivevo questo diario.

La mia birreria preferita fuori dall’Italia

A proposito, per scrivere questi post mi sono affidato molto alle mie impressioni e ho cercato di colmare le mie lacune leggendo in giro per la rete, ma ci sono grosse probabilità che abbia scritto anche un mucchio di cazzate. Se ritenete che ci siano delle inesattezze, o volete aggiungere qualcosa di vostro scrivetemi, sarò felice di correggere gli errori e imparare qualcosa.

Già che siamo in giro ci dedichiamo a un po’ di shopping sfaccendato dentro qualche centro commerciale, e in pratica con una cinquantina di euri mi rifaccio il guardaroba.

Trovo anche un bellissimo modello del Millennium Falcon coi mattoncini uguali identici ai Lego, ma falsi. Oddio, l’azienda che li produce si chiama Lepin e ha pure un sito e vende in tutto il mondo, perciò se sono falsi sono falsi ufficiali, ma quando vedi la linea dedicata a Star Wnrs non puoi che inchinarti alla sfacciataggine.

Bisognerebbe dedicare un articolo ai bellissimi falsi cinesi

Il nostro sabato di relax si conclude da Genki Sushi a Chongwenmen, non lontano da casa. Sul trenino dell’orso mangione scorrono diverse qualità di cibo indicate dal colore del piattino, un menu davanti al tavolo ti mostra tutti i prezzi. Una piccola spillatrice di acqua calda ti permette di riempirti il bicchiere, che puoi trasformare in tè macha con la polverina verde a disposizione sul tavolo.

 

Domenica 5 agosto

Ci si alza presto e si raggiunge l’hotel, dove siamo attesi da un paio di colleghe di Shasha e un minivan con autista per andare a Mutianyu, una settantina di chilometri a nord di Pechino, a vedere un pezzo della Grande Muraglia.

Quello di Mutianyu non è il tratto più visitato di quest’opera architettonica che sta tra il vabbè e il cioè-ma-ci-rendiamo-conto-di-cos’hanno-costruito, alla stessa distanza dal centro di Pechino sorge il complesso di Badaling, molto più conosciuto e affollato. Siccome stare in coda è brutto, ma starci schiacciati su un muretto in salita in cima a un monte è pure peggio, l’idea di andare a Badaling non ci sfiora neanche per sbaglio. 

L’ingresso dell’area di Mutianyu

Non che qui non ci sia nessuno, all’arrivo il piazzale è pieno di pullman e gente in coda per fare il biglietto, e una volta raggiunta l’area da cui si diramano i sentieri e parte la seggiovia devi attraversare una distesa di negozietti di magliette e collanine e ti scrivo il nome e magneti e burger king, ma almeno sulle mura sei relativamente libero di muoverti e fare qualche foto decente.

Se uno vuole davvero godersi la Muraglia da solo hahahahaha! Ma sei serio? Da solo? In Cina? Hahahahaha! Comunque, se uno volesse visitare delle aree meno affollate dovrebbe allontanarsi di più dalla città, verso est: Jiankou, Gubeikou, Simatai e Jinshanling sono più difficili da raggiungere, offrono meno servizi e mantengono ancora l’aspetto originario. La più lontana dista due ore e mezza di macchina dalla città, niente di impossibile, ed è considerata la migliore.

Mutianyu è la scelta migliore fra quelle più facili, diciamo. Arrivi in cima e hai un percorso in entrambe le direzioni che si snoda lungo la cresta del monte: noi siamo andati a destra, ma ho scoperto dopo che a sinistra è meglio, più autentico, dicono. Non so cosa ci sia di autentico in una struttura ricostruita completamente nel 1986, ma quel che vedi è una copia esatta di quel che c’era prima, quindi fidati, è meglio a sinistra. Va detto che alla fine del percorso di destra arrivi a una torre, tipo la quarta da dove sei partito, da cui non si può proseguire perché il resto della costruzione non è stato restaurato. Da una delle finestre riesci a vedere davanti a te la sezione originale, ed è identica a quella su cui ti trovi tu, ma coperta di erbacce.

La parte non restaurata sarebbe proibita al pubblico, ma se ti ci avventuri nessuno viene a fermarti.

La sezione di Muraglia che si sviluppa sulla sinistra dal punto di partenza comprende la sciocchezza di 23 torri: intuisco che a incamminarsi in quella direzione si può andare avanti fino alla completa perdita delle forze, svenimento, attesa dei soccorsi che ne hanno per le balle di farsi tutta quella strada per recuperare un turista cretino, e morte lenta ma felice sui gradini, osservando un panorama unico al mondo.

Perché, diciamocelo, la Grande Muraglia è soprattutto un grande sbattimento: certe scalinate sono quasi verticali, coi gradini alti e senza niente a cui appoggiarti, e se ci vai ad agosto come ho fatto io devi anche tenere conto del caldo feroce.

Però ne vale la pena: una biscia di pietra si allunga sui monti fin dove riesci a vedere, ti senti all’interno di una qualche saga epica. Se poi sei quel tipo di persona là è un attimo immaginarsi le armate di Saruman che tengono sotto assedio il Fosso di Helm. Mi sono voltato verso la mia fidanzata e, nel tono più enfatico possibile, le ho detto “Cavalca con me”.
Lei ha capito un’altra cosa e mi ha tirato le mutande.

Il lato che va avanti per sempre. Un turista tedesco in forma ha iniziato a camminare in quella direzione ed è arrivato a Busalla.

Oltre che per essere il più lungo pezzo di Muraglia restaurato, la sezione di Mutianyu si distingue dalle altre anche per il fatto che i suoi parapetti sono merlati, cosa che obbligava i soldati che si occupavano della sua manutenzione a pulire mooolti più angoli. Oggi questo compito è affidato ad alcuni inservienti piuttosto anziani, che se la percorrono tutta avanti e indietro con la scopa e la paletta.

Quando arrivi al punto che le tue ginocchia ti fanno scrivere dal loro avvocato è il momento di decidere come scendere a valle:
farla a piedi a quel punto o sei Messner o sei scemo, quindi la scelta rimane fra la seggiovia dell’andata o un emozionante toboga. È un lunghissimo scivolo in metallo che affronti seduto su uno slittino di plastica dotato di un’unica leva: se la spingi avanti sollevi i freni e lo slittino prende velocità. Quanto possa andare veloce non lo so, perché essendo lo scivolo sempre molto affollato si è rivelata una lunga processione di slittini che andavano pianissimo, ma trovandomi fra due membri del mio gruppo ho potuto fermarmi ad aspettare chi stava dietro e recuperare in volata la distanza con chi avevo davanti, e ho capito che gli slittini possono raggiungere anche velocità da fratture scomposte.

Lo scivolo visto dalla seggiovia

Il consiglio più importante che mi sento di darvi, se doveste visitare la Grande Muraglia, è di portarvi una maglietta di ricambio. Mi ringrazierete.

Peraltro qui ho provato per la prima volta l’esperienza della celebrità, una cosa che a Pechino succede di rado.

Ero seduto su un muretto nel piazzale degli autobus, in attesa che i miei compagni di viaggio tornassero coi biglietti, e una famiglia mi si è avvicinata chiedendomi di fare una foto con loro. Erano cinesi di qualche posto in cui i turisti stranieri non si avventurano, e non avevano mai visto un occidentale. Sono stato immortalato con tutti i parenti, dal nonno ai nipoti.

Probabilmente se avessi chiesto dei soldi in cambio me li avrebbero dati volentieri.

Siamo tornati a Pechino e abbiamo pranzato tardi al ristorante Jin Ding Xuan, vicino a Lama Temple dov’ero già stato con Shasha a Natale: si mangia cucina cantonese, ma io non ho mica ancora capito la differenza, per me i ristoranti asiatici si dividono in Quelli che cucinano il sushi e Quelli che cucinano piatti diversi dal sushi. Ho ancora moltissimo da imparare.

Comunque qui puoi provare il dim sum, o diǎnxin, come lo chiamano fuori da Hong Kong: in pratica sono piccole porzioni di molti cibi diversi, perlopiù cucinati al vapore. Non so cosa intendano i cinesi per piccole porzioni, io in tutti i posti dove sono stato ho avuto la tavola piena di piattini carichi di roba, lì come altrove.

La cucina cinese è un po’ tutta uguale

buoni propositi per il 2014

Niente, ieri sera mi hanno chiesto cosa voglio fare quest’anno della mia vita, e siccome rispondere morire sul divano faceva poco fico ecco i miei progetti tutti nuovi, così anche voi potete perdere cinque minuti a leggere intanto che aspettate che torrent faccia le cose per cui è nato, tipo scaricare il nuovo episodio di Sherlock, mortacci sua, son due anni che aspettiamo di sapere come non è morto.

Namberuàn, voglio comprarmi delle robe tipo un materasso nuovo, che il gatto pare l’abbia finalmente capita e posso permettermi il rischio, e sinceramente vorrei liberarmi di quel cadavere che ho accanto ogni volta che vado a dormire. No, non il materasso vecchio, quello che c’è dentro: ad un certo punto era finita la lana e mia nonna ci ha infilato il nonno, e da allora non abbiamo più avuto il coraggio di tirarlo fuori, cosa vuoi farci, è pur sempre un ricordo di famiglia. E poi anche un tablet e delle stampe da appendere e le tende così i vicini la smettono di affacciarsi e commentare quel che faccio in camera da letto: “Eh bravo però!” “Non so, la volta scorsa è durato di più” “Si, ma in quella posizione è difficile eh!” “Vabbè, ma da soli son capaci tutti”.

Nummerodue, voglio andare in qualche posto dove non sono mai stato, tipo la cantina, ma per farlo ho bisogno di farmi riparare l’impianto elettrico, che non si accende la luce, e già che ci siamo anche il campanello, che adesso per attirare la mia attenzione bisogna tirarmi un cavallo in casa, e abitando al secondo piano non è facile. Ma anche altri posti più lontani, tipo dove parlano un’altra lingua a me incomprensibile. Gli uffici della Provincia, per esempio.

Eppoiilnumerotrè, diventare imperatore e marciare sulla Kamchatka per vendicarmi di quella volta in cui per colpa di quello staterello di merda lassù ho perso a Risiko e ho litigato con un mio amico che da allora non mi parla più e chi se ne fregherebbe, se non fosse che prima di litigare gli avevo prestato L’Ultima Caccia Di Kraven e non me l’ha più restituito. Dici che non c’è più la Kamchatka? Allora invado.. invado.. porcamerda, sai che non so cosa invadere? Cioè, volevo metterci un posto che fosse legato a una forte tensione emotiva che sto vivendo, e mi è venuto spontaneo riferirmi a una ragazza che magari mi piace ma non mi caga, o abbiamo delle cose non chiarite o del rancore sotterrato male, ma mi sono fermato con le dita a metà strada sopra la tastiera e niente in testa. Non ce l’ho una forte tensione emotiva, né verso ragazze che però né verso amici litigati. Che palle! Ecco, il mio buonoproposito numero tre bis potrebbe essere quello di trovare una che non mi caghi con cui avere cose non chiarite per cui maturare rancori da seppellire male, possibilmente una che viva in un’altro Paese, così da avere una meta verso cui dirigere i miei uruk-hai. Si, perché quando sarò imperatore creerò un esercito di giocatori di rugby neozelandesi mezzi nudi con una mano bianca dipinta in faccia. Può sembrare vagamente gay come desiderio, ma ci sono alcune fantasie che accomunano gli omosessuali e i nerz, e comandare un esercito di rasta nerboruti è uno di essi.

Se me ne vengono in mente altri li aggiungo, adesso devo andare a vedere se i miei amici pirati inglesi hanno fatto il loro dovere, sennò appena divento imperatore faccio sposare l’erede al trono britannico con quello francese e dichiaro l’isola un protettorato belga. Voglio vedere se rideranno ancora quando tutto il Devonshire sarà coltivato a cavolini.

Lo Hobbit: un centotre-e-tre inaspettato.

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan

È uno scherzo, naturalmente. Si tratta di una canzone scritta per un episodio di Breaking Bad, quella serie che parla di un chimico in difficoltà economiche che scopre di avere il cancro, e comincia a produrre metanfetamine per lasciare alla famiglia un po’ di soldi per quando non ci sarà più, e si mette in affari con un piccolo produttore sfigato, e in quattro stagioni e mezza succede qualunque tipo di cosa, e a luglio comincerà l’ultima metà dell’ultima stagione, otto episodi che concluderanno la serie, e ho un macaco sulla spalla che se gli insegno ad andare a fare le commissioni posso passare il resto dell’inverno a casa davanti alla stufa.

Non so se vi è mai capitato di innamorarvi di una serie televisiva. Io ero di quelli che si scoglionavano già dopo due stagioni dei Simpson (si dice I Simpson o I Simpsons o I Simpson’s (avete mai fatto caso che a ripetere più volte la parola Simpson poi perde significato e la si guarda scritta senza riconoscerla più?)? Perché ci sono problemi di traduzione, o perlomeno io ci vedo problemi di traduzione, ma è solo perché ho ripetuto tante volte la parola Simpson e adesso non ci trovo più nessun significato e vedo solo delle lettere a caso) e anche I Griffin dopo un po’ ho smesso di seguirli perché sono pigro (ma sono comunque meglio dei Simpson o Simpsons, e se non siete d’accordo siete Contrarillo, che solo a lui piacciono in modo smodato), così non mi sono mai appassionato a nessuna serie televisiva e ho sempre dedicato il mio tempo a cose più corpose, tipo i film, o molto più brevi, tipo i videi su iutub.

L’occhio di Jack ci ha tormentati per anni.

Poi è arrivato Lost e sono andato via di testa. L’ultima stagione che si chiude su John Locke che apre la botola mi ha reso dipendente: tempo che cominciasse la seconda ero già lì che cercavo altre robe da guardare, sfogliavo forum per sapere quali fossero le migliori in circolazione, e la seconda stagione ce l’avevo sul computer, l’attesa effettiva è stata di trenta secondi! Ero perduto.

Poi anche le puntate scaricate da internet finiscono, e devi aspettare l’uscita americana, e allora il tempo di cercare altre cose lo trovi davvero, e diciamo anche che dopo la terza stagione Lost era diventato una di quelle cose come ripetere la parola, e che alla fine dell’ultima (la sesta? L’ottava? Simpson Simpson Simpson) mi è venuto un nervoso che Damon Lindelof lo picchierei ancora adesso, tanto che per ripicca non ho neanche visto Prometheus.

A proposito di Prometheus, esiste ancora qualcuno che se lo ricorda? Perché mi sembra che siano già passati lustri da quando è stato tolto dalla programmazione nelle sale, non ne senti più parlare, scomparso come se non fosse mai esistito. Roba che ti fa venire il dubbio che fosse solo un grosso spot pubblicitario. Tipo Lo Hobbit.

Volete davvero che mi metta a parlare dello Hobbit?

No, dai, che ero già fuori tema con le serie televisive, e questa rubrica parla di musica, no?

No, si serve della musica come filo conduttore per parlare di tutto quello che mi viene in mente.

Lo Hobbit secondo me sarà una merda.

se la ghigna, lui.

Perchè il romanzo da cui è tratto il film non è Il Signore Degli Anelli, è una favola per bambini, leggibile comodamente in un paio d’ore. Come fai a trasformarlo in TRE film di DUEOREEQUARANTA cadauno? Ma neanche se riprendi un balbuziente che lo legge ad alta voce ci riempi due ore e quaranta, e per coprire tre film devi mostrarmelo che va in libreria, lo cerca nello scaffale, fa la coda alla cassa, perde l’autobus per tornare a casa e se la fa a piedi.

No, no, io lo so cosa ci ha messo dentro: ci ha messo Jar Jar Binks.

Ve lo ricordate? Era quell’alieno simpatico divertente morisseièri che inaugurava la nuova trilogia di Guerre Stellari, quella che poi è venuto fuori che era una porcheria inguardabile piena di effetti speciali e senza un briciolo di caratterizzazione dei personaggi, e che ha gettato alle ortiche la credibilità di George Lucas, senza per questo impedirgli di fare uno svango di miliardi alla facciazza dei vecchi fans come il sottoscritto. In tutto questo Jar Jar Binks riassume egregiamente il concetto di come un’ottima idea possa trasformarsi, nelle mani sbagliate, in una macchina da quattrini senza dignità.

Peter Jackson ha fatto un capolavoro col Signore Degli Anelli, poi ci ha fatto un sacco di soldi, poi ha voluto farne ancora di più e ha deciso di fare Lo Hobbit, poi ha capito che se lo divideva in due film avrebbe fatto ancora più soldi, poi ha detto che due non bastavano più, e non si capisce se a quel punto si riferiva ancora al film.

E ci ha messo dentro Galadriel.

Ochei, nel libro non c’è, ma è plausibile, no? Lo Hobbit è ambientato nello stesso mondo del Signore Degli Anelli, solo diversi anni prima, quindi la regina degli elfi, che esisteva anche a quel tempo, potrebbe avere incontrato i personaggi del romanzo, magari dietro le quinte. Dai.

È che ci ha messo anche Saruman, il mago cattivo che Tolkien ha creato dopo avere scritto Lo Hobbit.

Ochei, ma devi tener conto del Bianco Consiglio, e infatti lo cita anche nel Silmarillion, e poi cazziemazzi. E dai.

Però ad un certo punto compare anche l’elfo Legolas, che cazzo ci fa l’elfo Legolas ne Lo Hobbit?

Vabbè, allora mettici anche Barbalbero.

No, vabbè, devi tener conto che gli elfi vivono molto più degli umani, e visto che il mondo in cui si svolgono entrambe le storie è lo stesso..

Ho capito, ma se fai un film sul romanzo L’Uomo Invisibile di H.G.Wells non puoi infilarci dentro un tizio sulla macchina del tempo sostenendo che tanto l’autore è lo stesso e tutti e due i romanzi sono ambientati a Londra. Che sarebbe anche plausibile, perché se hai una macchina del tempo vai un po’ dove cazzo ti pare, ma no! È una stronzata! Sarebbe come voler riempire lo spazio vuoto fra Ventimila Leghe Sotto I Mari e L’Isola Misteriosa raccontando che il capitano Nemo ha incontrato il dottor Jekyll e Dorian Gray. No, non si fa!

Sono sicuro che Lo Hobbit mi farà incazzare. Tutte e due le volte che lo vedrò.