Centotre-e-tre n.16: The Hong Kong Handover Ceremony

L’ultima volta che mi sono trovato a scrivere questa rubrica era novembre 2016. Poi ho iniziato a fare altro, roba che al momento mi sembrava più importante e che magari oggi mi fa pensare bah; poi ho iniziato a viaggiare in Cina e ho scritto parecchio di quello, poi è scoppiata una pandemia e mi è toccato chiudermi in casa a fare niente, e allora ho pensato che magari alle persone che sono chiuse in casa come me farebbe piacere avere qualcosa da leggere, o da ascoltare, e mi sono rimesso al lavoro.

Stacco su un utente qualunque di internet che apre il mio blog, vede quest’articolo e con calma si alza, si mette la giacca, esce in strada e si fa tossire in faccia dal primo influenzato che trova.

Prima di tutto credo sia necessario un riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.

Quattro anni fa ci eravamo lasciati con una canzone dei Wu-Tang Clan, eravamo negli Stati Uniti, e fino a quel momento avevamo saltato un po’ di qua e un po’ di là dell’Oceano Atlantico, senza curarci troppo degli altri tre continenti. Ma oggi, grazie a quel genio di RZA, e al film di cui parlammo allora, possiamo introdurci alla scoperta di un’area geografica ancora inesplorata.
Potrei dirvi che in questi quattro anni mi sono documentato apposta per scrivere questo episodio di Centotre-e-tre, e voi potete fare la faccia del ragazzino davanti al suo computer nuovo.

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Tutto comincia nel 2003, quando RZA va a Pechino a lavorare con Quentin Tarantino per la colonna sonora di Kill Bill Vol.1, di cui è il produttore. Nei Beijing Film Studios si gireranno le scene all’interno del sushi bar di Hattori Hanzo, ma soprattutto la carneficina alla Casa delle Foglie Blu.

Sono famosi, i Beijing Film Studios, qui è stata girata gran parte della produzione cinematografica cinese negli anni della propaganda, dal 1949, anno della fondazione, fino al 2012, quando sono stati chiusi e tutta la produzione è stata trasferita nei più recenti studios della China Film Group Corporation, a Yangsong, non lontano da quella parte di Grande Muraglia di cui ho parlato in un altro post.

Al cospetto di Tarantino, RZA prende un sacco di appunti, e quando torna a casa si mette a lavorare a un suo film di arti marziali: The Man With The Iron Fists, appunto.

Mi sarebbe piaciuto trovare qualche dettaglio interessante da raccontarvi, del mese che RZA trascorse in Cina, tipo quella volta in cui, al Silk Street Market, si mise a contrattare con una negoziante sul prezzo di una collana di giada che lei sosteneva essere autentica e lui le disse “come on, man, stop da bullshit”, e tirò fuori l’accendino e sciolse la collana sotto lo sguardo imbarazzato e indignato della signora, e se ne andò fendendo la puzza di plastica bruciata; o di quell’altra volta in cui si prese una ciucca abissale in un piccolo bar dell’hutong accanto al Tempio dei Lama, e poi prese un taxi e si trovò a litigare col tassista che aveva cercato di fregarlo sul prezzo, e alla fine tirò fuori l’accendino e l’ultima immagine lo vede allontanarsi nella notte, mentre fende la puzza di pneumatici in fiamme; o di quell’altra volta in cui, in visita alla Grande Sala del Popolo, dove si riunisce il governo cinese, si trovò a discutere con una guardia che voleva perquisirlo per aver fatto suonare il metal detector, e allora tirò fuori l’accendino e lo depositò nel cestino lì accanto, perché RZA è una persona educata e rispettosa delle regole.

Mi sarebbe piaciuto raccontarvi questi e altri aneddoti interessanti, ma non ne ho trovato nessuno, e neanche delle foto. Giusto un diario di una sua visita precedente a un tempio Shaolin nello Hubei, regione che sono sicuro conoscete benissimo per altri più recenti motivi.

Ma andiamo avanti alla parte che ci interessa: è il 2012, quando il film finalmente esce, e nella sua colonna sonora troviamo, come prevedibile, un botto di canzoni hip-hop, e un paio di pezzi più vicini all’ambientazione asiatica.

Uno dei brani, Green Is The Mountain, è interpretato da Frances Yip, una cantante di Hong Kong che negli anni ’80 e ’90 sentivi ovunque in televisione, nelle sigle degli sceneggiati trasmessi dalla rete nazionale (nazionale di Hong Kong, non della Cina). Era così popolare che il 30 giugno 1997, fu chiamata a presentare la British Farewell Ceremony, evento con cui il Regno Unito riconsegnava il territorio di Hong Kong alla Cina.

Il giorno prima la regina Elisabetta II si era seduta al suo piccolo scrittoio, nella sua piccola stanza al castello di Windsor, e non si era alzata che molte ore più tardi, quando il sole era già tramontato e la piccola candela che le aveva fornito una fioca luce si era già consumata. La regina aveva chiamato un messo, il più affidabile di tutti, il giovane Hans ‘Cavallo Pazzo’ Delbruck, e a lui aveva affidato una piccola busta, raccomandandosi di non consegnarla ad altri che a suo figlio, il principe Carlo, quello con le grosse orecchie, e di sbrigarsi, “for the sake of the Queen and the Country”. Cavallo Pazzo si era inchinato ed era corso via, sicuro che si sarebbe trattato di un lavoretto facile: bastava prendere un taxi e farsi portare in città, a Buckingham Palace.

Avrebbe anche potuto guidare la sua moto da corsa, ma per tirarla fuori dal garage doveva aprire il portone, fermarlo con una pesante poltrona vittoriana perché in quel lato dell’edificio il vento soffiava sempre e gliela faceva sbattere, quindi tirare fuori la moto e portarla fin oltre l’angolo, sul lato dell’edificio in cui il vento era più clemente e non rischiava di buttargliela per terra; quindi doveva tornare al garage, rimettere a posto la poltrona, chiudere il garage e tornare a prendere la moto. Oltre l’evidente sbattone, c’era il fatto che di recente i suoi traffici erano stati presi di mira da qualche buontempone (sospettava un giardiniere), che durante la sua permanenza sull’altro lato dell’edificio, gli entrava nel garage e gli fregava i barattoli di marmellata di arance amare che sua mamma gli regalava ogni natale, e che lui custodiva come reliquie.
E poi la corsa in taxi gliela rimborsavano.

Una volta giunto a Buckingham Palace, però, il povero Cavallo Pazzo riceveva la più terribile delle notizie: il destinatario del suo messaggio non si trovava a Londra, ma a Hong Kong, e di lì a poche ore avrebbe dovuto salire su un palco e leggere il discorso che sua madre gli aveva preparato, davanti alle telecamere di tutto il mondo.

L’immagine del Regno Unito era nelle sue mani, non poteva fallire!

Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi mandare un altro taxi, ma il centralino del palazzo si premurò di fargli sapere che i rimborsi per le spese di viaggio avrebbero coperto solo la tratta Londra-Volgograd, poi avrebbe dovuto arrangiarsi da solo.
Cavallo Pazzo Delbruck chiese di farsi portare una bici.

Nelle ore che seguirono, l’eroico messo nuotò attraverso la Manica con una bici sulla schiena, pedalò come un pazzo attraverso la Francia, la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Turchia, l’Iran, ma al confine con l’Afghanistan gli dissero che i talebani avevano preso il potere e girare in bici era stato dichiarato illegale: se l’avessero beccato gli avrebbero mozzato mani e piedi. Cavallo Pazzo pedalò a ritroso fino al confine col Pakistan, poi attraversò l’India, il Bangladesh, la Birmania, le regioni a sud della Cina, e finalmente arrivò a Hong Kong, dove il principe Carlo lo stava aspettando già da dieci minuti ai piedi del palco, e aveva una faccia scocciata che non vi dico.

Nel frattempo, sotto i riflettori, Frances Yip stava intrattenendo il pubblico. Aveva già cantato tutti i suoi successi, augurato al governo cinese tanta fortuna e prosperità, e strizzato l’occhio al Primo Ministro britannico Tony Blair. Oramai le restavano le barzellette, ma le uniche che conosceva erano quelle che si raccontavano per le strade della città, e la più gentile era “Quanti cinesi ci vogliono per governare un protettorato inglese? E senza contare quello che mi sta succhiando il cazzo?”.
Per fortuna in quel momento salì sul palco il principe Carlo, e tutti smisero di prestare attenzione alla cantante, che poté ritirarsi dietro le quinte, raccogliere i suoi bagagli e abbandonare la città.

Oggi Frances Yip vive altrove, fa la spola fra l’Australia, dove vive suo figlio, e l’Inghilterra, dove ha una relazione clandestina con Tony Blair, e a Hong Kong ci torna di rado, e sempre meno volentieri.
Questo la legherebbe a un’altra artista esule, Celia Cruz, ma di lei ho già scritto in un’altra puntata.

È anche vero che “artisti sotto una dittatura” è un aggancio che si presta a molte interpretazioni, e potrei davvero usarlo per la prossima puntata senza risultare ripetitivo, ma Hong Kong diventerà totalmente cinese solo nel 2047, e fino ad allora questo spunto non sarà valido, perciò o vi mettete comodi per i prossimi 27 anni o devo inventarmi qualcos’altro.

(continua)

centotre-e-tre n.15: muddafaccas

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream

La volta scorsa abbiamo divagato, ma oggi torniamo a parlare di musica, e lo facciamo usando il titolo dell’ultima canzone: da Cream a C.R.E.A.M., acronimo di Cash Ruines Everything Around Me. Si tratta del singolo più importante di un album considerato un capolavoro dell’hardcore rap, Enter the Wu-Tang: 36 Chambers. Loro sono i Wu-Tang Clan, io oggi mi faccio chiamare Gru JF Killa.

Come gli Avengers ma vestiti peggio

Partiamo dall’inizio.
Intanto l’hip hop, genere che arriva da lontano, nato negli anni ’70 ed esploso due decenni dopo, quando si smarca dall’area statunitense e si diffonde un po’ dappertutto.

Basso incalzante, batteria in quattro quarti, musica campionata e un tizio che ci rima sopra e agita le mani. Più o meno l’hip hop è quello, nelle sue varie declinazioni. L’hardcore rap si distingue per i testi molto duri che parlano di povertà e crimine, beat minimale, gente che dice shit, man, e yo maddafacca, e nigga. Notorious B.I.G. è stato uno dei suoi profeti, finché non gli hanno sparato nel ’97. I Public Enemy stanno a un’estremità temporale di questa linea, e i Wu-Tang Clan stanno all’altra, anche se cominciano a essere datati pure loro.

A differenza dei primi, musicisti che prestavano la loro opera quasi esclusivamente al gruppo, Wu-Tang Clan è un collettivo composto da MC’s con una propria carriera solista. Un MC è tipo la cintura nera dei rappers, un artista capace di improvvisare rime anche mentre il dentista gli sta chiudendo un molare e di avere sempre la capacità di trascinare chi lo ascolta senza dovergli puntare per forza una pistola alla tempia.

Il progetto nasce negli anni ’90 con l’intenzione di rivoltare l’industria discografica: non più un gruppo che sforna album di successo, ma qualcosa di più simile a un’idea di fondo a cui i singoli artisti collaborano. Producono un album ispirato al cinema di kung fu: le 36 stanze del titolo sono quelle che, secondo la tradizione shaolin, un discepolo deve attraversare per diventare un monaco guerriero e poter lasciare il tempio; in ognuna è celata una prova difficilissima, in genere una televisione accesa e una poltrona. Pochissimi riuscivano a resistere due ore davanti al Boss delle Cerimonie o X Factor, molti finivano per strapparsi gli occhi e ficcarseli nelle orecchie.

Il leader del gruppo si chiama RZA, e meriterebbe un capitolo da solo in cui raccontare delle sue esperienze musicali e cinematografiche. È uno di quegli artisti che hanno fatto tutto e tutto gli è uscito bene, compreso diventare un action figure vestito da cattivo di G.I. Joe.

Ha scritto, diretto e interpretato un film di kung fu che dal trailer sembra Tarantino dopo una serata di eccessi al Drago D’Oro All You Can Eat. Rotten Tomatoes gli ha assegnato un voto peggiore di quello per Sausage Party, che posso testimoniare essere un film orrendo, ma come può un film di rapper neri e guerrieri cinesi essere brutto? Stiamo parlando di hip hop, pugnali, sesso e kung fu, secondo me hanno recensito un’altra pellicola.

si capisce che è un film elegante dalla scelta degli accessori

si capisce che è un film elegante dalla scelta degli accessori

Ma io sono di parte, con quella roba ci ho attraversato i miei vent’anni.

Nel ’95 ci si spingeva così a nord di Manhattan solo per trovare della droga, che scambiavi coi fumetti Marvel, dato che le edicole da quelle parti avevano vita brevissima: il mercato delle pubblicazioni era in mano alle gang, ogni giorno finivi in una sparatoria per strada. La West Coast mandava i suoi sgherri per saturare il mercato locale con le storie di Occhio Di Falco, Tigra e Wonder Man, ma New York resisteva, e se la tua edicola non si allineava vendendo i fumetti di Luke Cage te la facevano saltare in aria.

Io avevo un contatto in una palazzina senza vetri alle finestre, un nido di tossici in mezzo al degrado. Lui si chiamava Alex, si faceva di eroina e Spectacular Spiderman. Una volta al mese gli portavo le sue storie preferite e lui mi metteva in mano una bustina di cristalli lattiginosi.

Li consumavo sul posto, nessuno sembrava badarci: non c’è come il down da crack per abbattere i pregiudizi razziali.

In quella stanzetta senza riscaldamento ho trascorso dei bei momenti col mio amico Alex. Fra un tiro e l’altro metteva su un cidi e mi raccontava di quella volta che fuori da Nell’s lui e Tupac se ne fossero fumata una insieme.

Un giorno ci facemmo un viaggio pazzesco sul mettere su un duo hip hop, io mi sarei chiamato Gru JF Killa e lui Dr. Suga, avremmo iniziato per strada, finché non ci avrebbe notato qualche pezzo grosso che ci avrebbe invitati nel suo studio per incidere un demo. Alex si esaltava, diceva che avrebbe portato la cassetta a un suo amico che aveva una radio lì a Harlem, ma non una di quelle che passano tutto il giorno Bobby Womack, un canale moderno, innovativo. Mi diceva “Man, you gotta trus’ dis nigga”. Si vedeva di lì a due anni a farsi tutta la Broadway ben vestito, sul retro di una decapottabile, dalla miseria del suo quartiere fino a un ristorante in centro che conosceva, dove uno come lui non sarebbe potuto entrare mai.

Neanche un mese dopo era morto, sopraffatto dai sogni che scioglieva nel cucchiaino.

Quando spararono a Tupac mi sentii sollevato. Non aveva senso, il mio amico si era ammazzato da solo, ma mi sembrò che qualcosa avesse ritrovato il proprio equilibrio, come se le ingiustizie mi avessero ricordato che sapevano colpire in ogni strato sociale.

quante volte ti hanno sparato, Tupac?

quante volte ti hanno sparato, Tupac?

Non era così, naturalmente. La guerra che interessava quelle persone era così legata al potere dei soldi che anche un episodio così violento rappresentava un’offesa per i poveracci come Alex.

Però a vent’anni non vedi altro che due squadre, la tua e quella avversaria, e ti schieri dalla parte dell’unica ragione che puoi accettare. 2Pac era il nemico, Biggie il buono, l’East Coast, New York, Harlem, Method Man, le dunk high, a vent’anni il tuo mondo te lo porti cucito addosso e non riesci a vedere più lontano di così.

(continua)