Porto 2017-7

7.
Dopo i botti e i tricchetracche delle puntate precedenti la cronaca del viaggio a Porto si conclude con una nota mesta. Perché è finito il viaggio e quando finisce un viaggio siamo tutti un po’ tristi, e poi perché alla grigliata di pasquetta ho bevuto come un dromedario e anche se fuori ostento allegria dentro provo un forte sentimento di morte che mio malgrado si riflette in questo post, e soprattutto perché l’ultima sera a Porto sono andato a cena con gli amici di Marzia.

Non erano tutti presenti, facevano a turno la guardia alla camera della stamberga in cui alloggiavano per paura che se l’avessero lasciata incustodita gli albergatori si sarebbero venduti la loro roba per scappare alle Azzorre, ma quelli presenti valevano il prezzo del biglietto.
Li vedo arrivare da dietro la stazione di Trindade, scendono per la strada poco illuminata con la caciara tipica dell’italiano in gita, e anche nella penombra sembrano l’orchestra di Prince.

Dove si va a cena? Andiamo dal tristone! E se andassimo da Antunes? Antunes è chiuso, ma c’è una polleria qui dietro che. La polleria è piena e troppo cara. Andiamo dal tristone! Allora c’è un altro posto che ho visto ieri che. Andiamo dal tristone! Ma il tristone fa cagarone! Andiamo dal tristone! Ma neanche sono sicuro che esista ancora!

Insomma, sotto le insistenze di Marzia cerchiamo di raggiungere un ristorante visitato mille anni fa in cui ci eravamo trovati ad essere gli unici avventori di sabato sera, col cameriere che palesemente aspettava solo che ce ne andassimo per infilare la testa in un cappio, e dove non ricordo neanche che avessimo mangiato così bene o speso così poco o entrambe.
E ovviamente non lo troviamo, ci fermiamo davanti a un posto appena dietro il mio ostello, altrettanto deserto che lei insiste a definire “Quello quello”, e io “guarda che no”, e lei “quello quello”, e mentre io cerco di spiegarle che no tutti i suoi amici ci si impecorano dentro e finiamo per andare a cena nel ristorante peggiore del Portogallo, farci fare un discreto culo al momento del conto e rimandare indietro metà delle portate perché ma cos’è sta roba io sta roba non la mangio. Io invece la mangio e in silenzio, perché dentro mi sento come dopo la grigliata di pasquetta. Domani parto e non sono riuscito a mangiare neanche un polpo grigliato, e il totale dei pasteis a colazione ammonta a uno in tre mattine. Un fallimento.

Fuori dal ristorante ci segue anche la fame, e dove andiamo, un altro ristorante è troppo, tornare a casa senza è poco, ci vorrebbe uno di quei posti che stanno aperti tutta la notte, untissimi, dove mangi porcherie e bevi senza vergognarti, tanto se anche uscissi orizzontale saresti osservato solo da persone che hanno perduto la dignità molto prima di te. Esiste un posto così? I miei compagni di sventura sostengono di sì, ci sono andati a bere già diverse volte, è appena dietro il municipio, davanti alla chiesa di Trindade, andiamo lì.

Qui è dove ometto ogni possibile commento sulle frequentazioni dei miei discutibili compagni di viaggio, perché parte di loro è la prima volta che li vedo, e quella che ho visto più spesso l’ho vista due volte, e magari mi sbaglio. Quella che conosco meglio se n’è tornata in albergo insieme a parte del gruppo, siamo rimasti io, la versione viola di Ozzy Osbourne, un’altra che soffre di daltonismo, l’uomo più depresso del mondo e due personaggi che non parlano granché e difatti potrebbe essere solo uno, non mi ricordo, è passato tanto tempo, sto male.

Qualcuno butta là che si potrebbe destituire l’attuale governo portoghese e instaurare un soviet, ma trovandoci in Portogallo bisognerebbe chiamarlo con un nome portoghese, e sovietinho non incute sufficiente rispetto. Insomma, beviamo senza concludere niente, e a una certa il padrone di casa ci fa capire che sta chiudendo e ce ne andiamo con gli abituali frequentatori del locale, chi in ostello, chi sotto un ponte, chi a svaligiare appartamenti.

come si dice disagio in portoghese?

E poi niente, si torna a casa. Arrivo bello presto alla metro di Trindade e c’è un gruppo di scappati di casa che sta attirando l’attenzione di tutto il binario. Provo a nascondermi dietro un signore con la valigetta, ma mi sgamano subito “Pabloo Pabloo vieni con noiii”. Sai quando ne La Casa 2 ci sono i mostri che spuntano dalla botola sul pavimento e cantano nooi tii avreemoo nooi tii avreemoo? Uguale.
No, scherzo. Forse era Poltergeist.

L’ultima nota è personale, e racconta di quando in aeroporto io e Marzia abbiamo mollato il gruppo e siamo andati a fare colazione al bar, e mi sono trovato da solo con questa tizia in una città straniera, la stessa dell’ultimo viaggio che abbiamo fatto insieme, ed è stato.. boh. Siamo diventati amici, poi abbiamo vissuto insieme per un sacco di anni, ci siamo lasciati malissimo, abbiamo fatto pace e siamo tornati amici. Nessuno mi ha fatto mai attraversare l’intera gamma dei sentimenti come ha fatto lei, forse prenderci questo momento è un modo per fare il punto. Forse sono troppo sentimentale, e conoscendola sono sicuro che è quello che sta pensando adesso. No, quello che sta pensando adesso è madonna che palle sto qua con le sue pippe! Però poi ride, perché se c’è una cosa che io e quella lì sappiamo fare insieme è ridere, e forse è per quello che sarà sempre la miglior compagna di viaggio che si possa trovare.

Porto 2017-6

6.

Esiste una serie di videogiochi molto popolare che si chiama Grand Theft Auto, generalmente abbreviata in GTA, in cui controlli un piccolo criminale in un’area di gioco enorme e molto realistica, e gli fai fare tutto quello che fa di solito un criminale senza scrupoli, rubare macchine, investire i pedoni, scendere dalla macchina e derubarli, ammazzare indiscriminatamente chiunque gli capiti a tiro, frequentare locali di striptease e andare a zoccole. Hai anche delle missioni da compiere per far progredire la storia, ma la maggior parte del tempo la passi scappando alla polizia perché proprio non ce l’hai fatta a non stirare quel gruppetto che chiacchierava sul bordo del marciapiede.
Ho installato sul computer l’ultimo capitolo di questo gioco, e devo dire che mi piace parecchio. Sapete quando vi state domandando perché non scrivo più niente da settimane e anche la mia pagina facebook giace dimenticata? Adesso sapete perché.

Il casino di questo gioco è che quando ci passi tanto tempo sopra ti fa perdere un po’ il senso della realtà, ti viene facile immedesimarti. Dev’essere stato per quello che mentre camminavo lungo la strada che dal museo di Serralves scende al fiume ho guardato con avidità le auto parcheggiate, mi sono tenuto alla larga dai tizi che camminavano in senso opposto e mi sono aspettato che in un quartiere così degradato (sì, Marzia, di nuovo) ci fosse almeno un night club in cui entrare e fare amicizia con la spogliarellista o picchiare il buttafuori o entrambi.

Non ce n’erano, i passanti non mi hanno spinto via mugugnandomi contro minacce alle quali non puoi non reagire tirando fuori un fucile d’assalto e massacrando mezzo quartiere, e soprattutto non c’erano night clubs. C’era una scuola francese che doveva essere molto cara, ma non avevo figli da spedirci e ho tirato dritto.
In fondo alla via non c’era neanche il fiume, ma una fermata dell’autobus e un benzinaio. Se fosse stato GTA avrei avuto un’arma da scaricare contro le pompe di benzina provocando un’esplosione che avrebbe ammazzato le persone in attesa alla pensilina, mi avrebbe procurato una o due stelline di taglia (quando hai delle stelline accese la polizia inizia a cercarti, con tre arriva in elicottero, da quattro in su intervengono le forze speciali, poi l’FBI e infine Trump in persona che però prima dice di non volersi immischiare in scenari di guerra internazionali), ma a Porto in un sonnacchioso pomeriggio di gennaio posso solo avvicinare un anziano e chiedergli dov’è il Douro. Mi dice di girare dietro il benzinaio e per favore di non sparare a nessuno, e in dieci minuti arrivo su una strada che conosco. Il fiume è davanti a me, o almeno qualcosa dentro cui scorre dell’acqua, ma sembra più una palude, quindi anche dire che scorre è inesatto.
In pratica davanti a me c’è una distesa di melma e sassi su cui svolazzano decine di gabbiani. Un cartello definisce l’area Paradiso Ornitologico Del Douro, e per sottolineare l’interesse turistico che dovrebbe rappresentare una pozza melmosa accanto a una strada sotto il cartello è stata collocata una panchina.

Seguendo la stessa logica basterebbe piazzare tre o quattro panchine davanti alla discarica di Genova per rivalutare l’area e tirare su i prezzi delle case sfitte.

volavo sopra le nostre case
non c’era nulla di eccezionale

No, esagero, la discarica puzza di cose che qui non ci sono, e poi il profilo di Gaia dall’altra parte è bello da guardare, e meno male, perché tutti gli uccelli strani indicati sul cartellone devono essere in vacanza, qui ci sono solo i soliti gabbiani prepotenti che ti zampettano intorno chiedendo cibo, come se uno a Porto uscisse sempre di casa con le tasche piene di mangime per gabbiani, siete su un fiume, avete l’oceano davanti, procuratevelo da soli il cibo, razza di fannulloni!

Questa panchina mi sta risvegliando istinti reazionari, meglio andarsene prima di diventare un piccolo borghese con simpatie leghiste. E sta giusto arrivando O Elétrico, il piccolo tram dall’aspetto ottocentesco, comodo come viaggiare seduti su un sasso, dove comunque non ti siedi mai perché è sempre pieno di turisti, e per il quale devi pagare un biglietto che costa il triplo di quello di un comune autobus di linea. E infatti ci salgo e sto in piedi, scomodo, in mezzo a turisti romani che aòeggiano meravigliati in direzione di tutto quello che vedono al finestrino, come se la nuova giunta Raggi avesse cancellato auto, pedoni, battelli fluviali e una fetta consistente di panorama.
Ad un certo punto mi siedo, ma siamo quasi arrivati, e neanche me la godo, che comunque le panche di legno vibrano come sedersi su una lavatrice durante la centrifuga.

Scendo alla Ribeira, affollata di turisti sbragati al sole come otarie. Provo disagio. Gira e rigira sono sempre qui e non ne ho voglia, vorrei essere altrove, vorrei essere sulla spiaggia in fondo ad Afurada, a guardare il mare senza turisti romani che aò er mare, to o ricordi quanno ce stava pure da noi, prima che a Raggi ce levasse pure quello, st’impunita. Mi sta di nuovo montando la solita insofferenza verso il genere umano, devo allontanarmi alla svelta da lì.
Ideona! Una bici! Con una bici posso raggiungere la spiaggia dall’altra parte del fiume mettendoci molto meno di tutta la vita! Ci vuole un ciclonoleggio!
C’è un ufficio informazioni, una signorina coi baffi mi indirizza verso un negozio che sta davanti al ponte, che per 10 euri mi affitta una bici da passeggio per quattro ore. E che ci faccio in quattro ore, ci vado a Lisbona? La mia insofferenza verso il genere umano non è così forte da spingermi verso l’eremitaggio definitivo! Ma non ci sono tariffe intermedie, piglio la mia bici e pedalo oltre il ponte di ferro, ridendomela delle macchine in coda di quelli che andiamo a fare un giretto in centro in questa bella giornata ma andiamoci in macchina che a piedi poi ci sono i romani che aò anvedi delle persone te ricordi quanno ce stavano pure da noartri.

Sfreccio per il viale di Gaia come un ciclista vero, mi fermo solo davanti alle cantine Sandeman a fotografare l’ingresso e postare la foto scrivendoci sotto Enter Sandeman, che l’ha fatto una volta una mia amica e mi ha fatto un casino ridere e volevo farlo anch’io, oh, mica posso essere sempre originale, cazzo vuoi, vienici tu a Porto a fare foto con le didascalie spiritose.
Sfreccio oltre un’orchestrina che suona pezzi tradizionali napoletani (???) con grande entusiasmo dei locali e dei turisti che vabbè lo sapete già.
Sfreccio lungo le curve umide e inospitali che ieri mattina mi avevano quasi ammuffito le ossa.
Sfreccio attraverso l’odore di pesce grigliato dei vicoli di Afurada, oltre il lavatoio delle signore curve sotto gerle di panni sporchi, oltre il nuovo porticciolo turistico da cui spuntano giovani fighetti abbronzati, oltre la nuova passeggiata a sette corsie che costeggia l’ultimo tratto di fiume e che l’ultima volta che sono stato qui mica c’era, e neanche le famiglie col passeggino e i bambini col monopattino e stai un po’ attento a dove pedali cazzo!

ho pedalato tanto che sono arrivato in Normandia

Arrivo vivo. Evviva. Stanco come uno che ha appena valicato lo Stelvio, con la capacità polmonare del mio gatto dopo un pomeriggio speso a miagolarmi davanti alla porta che vuole uscire, accaldato come quella volta che seduto al tavolino di Berto ho baciato a tradimento la mia compagna di banco mentre mangiava la pizza, ma vivo.

La Praia do Cabedelo do Douro, come la chiamano qui, è lunga e ventosa, ed essendo a ridosso di una riserva ornitologica, una vera, non la melmaia di prima, è come trovarsi su una pista di atterraggio per aironi: se non stai attento è un attimo che ti ritrovi infiocinato dal becco appuntito di qualche trampoliere di passaggio.

È una bella giornata limpida, cosa che mi spinge a fare quello che ogni genovese in riva al mare tenta di fare in condizioni simili: aguzzare la vista e provare a vedere la Corsica. Dopo un po’ che mi faccio venire la congiuntivite mi sembra di scorgere qualcosa all’orizzonte, e non è una nave di passaggio. Un banco di pesci? Squali? Squelli! Rido da solo della mia battuta salace, che avevo tirato fuori una sera di trent’anni fa, curiosamente proprio l’ultima volta in cui ho avuto degli amici. No no, c’è proprio qualcosa laggiù, e si sta avvicinando.

È un mostro marino! Emerge dall’oceano in un abito di alghe. Ha la testa a forma di uovo sdraiato, il corpo a forma di uovo spaccato, le gambe corte, una peluria sul mento, gli occhiali spessi, i capelli crespi e l’espressione di qualcuno che vorrebbe tanto trovarsi altrove.
Se non fossimo lontanissimi da casa giurerei di conoscerlo. Provo a parlargli, ma mi ignora, attraversa la spiaggia e sprofonda nuovamente nell’acqua torbida alle mie spalle, in una delle pozze che costellano la riserva di cui sopra.
Poi magari non era un mostro marino, ma il guardiano della riserva, che ne so, chi l’ha mai visto un guardiano di riserva portoghese?

Recupero la bici e torno indietro perplesso.

qui è dove scopro di aver perso il cappello

Ho ancora più di tre ore di bici pagata, così vado a rapinare una banca del centro, progettando di far perdere le mie tracce fra le auto in coda, ma le banche in centro sono tutte nella zona alta della città, e dopo venti minuti che ansimo su per una parete che gli autoctoni si ostinano a definire strada, rinuncio e me ne vado in ostello a fare la doccia, poi con calma torno alla Ribeira in mezzo alle otarie. Ce ne sono due vestite in modo buffo, sono Marzia e Vivienne Westwood. Arrivo in volata con un gran darci di campanello, che Marzia è sorda e se non faccio così l’unico modo per attirare la sua attenzione è investirla.
Che fate? Prendiamo il sole. Andiamo a fare aperitivo? No. Dai. Ma dobbiamo tornare in albergo e l’ultimo aereo è fra mezz’ora. Ci andate a piedi, cazzo te ne frega, oppure non ci andate proprio, tanto stasera dovete tornare giù per la cena. Va bene dai, aperitivo. Circolo dei velisti? Che domande, certo!

Il circolo dei velisti lo abbiamo soprannominato così la prima volta che ci siamo stati, perché di sicuro appartiene a una qualche associazione cittadina, ma di velistico non ha proprio niente, e neanche di vagamente sofisticato. È un baretto pieno di anziani gestito dallo stereotipo del portoghese antipatico, e ai tavoli c’è un uomo preistorico che quando ti prende l’ordinazione non parla nessuna lingua che non si sia estinta da almeno un milione di anni: tu gli dici che vuoi una birra, lui grugnisce e ti mostra le zanne. Ha davvero le zanne, gialle e appuntite. Ci siamo sempre trovati bene lì, nessun turista scassacazzi e tanti tavolini liberi, o quasi liberi, basta spostare l’anziano che ci è morto sopra.

aperibeira

(continua)

Porto 2017-5

5.

Qui è dove mi alzo la mattina carico di ottime intenzioni e decido di smetterla con questa vita priva di stimoli e amici ignoranti e sopravvivere trascinandomi nella mediocrità e musicadimerda e teatro come se il teatro fosse l’unica cosa che mi salverà dalla buzzurra in cui ciabatto da anni, con le crocs.
Qui è dove vado a visitare il museo di arte contemporanea di Porto.

Perché va bene leggere, suonare, tutta l’arte è importante, ma signori miei, è solo nell’arte contemporanea che l’uomo trova le sue risposte. Quando ti trovi in una stanza tutta bianca, con delle vetrate che si affacciano su un parco stupendo, e la luce di una calda mattina invernale inonda le pareti spoglie, e tu sei lì, unico testimone di quell’incontro fra l’umano e il divino, e osservi una tavola da surf segata in quattro, che incombe su quel vuoto come il monolite di 2001 Odissea Nello Spazio, in quel momento lo capisci: l’arte non è appesa ai muri, l’arte sei tu. È tutto quello che ti attraversa e viene metabolizzato e rimesso in circolo, il messaggio, il significato, l’ispirazione sono tutte chiacchiere, sei tu quello che rende quel pezzo di poliuretano l’espressione di una sensibilità artistica, tu che sei lì e lo osservi. L’ha capito benissimo Christo quando ha intruppato migliaia di buoi con lo zainetto e il cellulare su una piattaforma galleggiante in mezzo a un lago. Se ti fa prendere il treno apposta per farti ore di coda e ti fa tornare a casa felice di essere stato partecipe di una passeggiata scomoda e umida e lentissima che se fossi andato a camminare ai giardinetti spendevi meno e ti restava anche il tempo di guardarti un film e pulire casa, non ci sono cazzi, quella è arte. Se domani vai a Venezia a fotografare l’autografo di Melina Riccio sul muro della stazione in fondo al ponte di Calatrava rendi arte anche Melina Riccio, e non solo una sciroccata che imbratta i muri di Genova. Che poi che differenza ci sarebbe fra lei e Banksy, a parte che uno disegna e l’altra scrive in un italiano discutibile?

E la forma più paracula di tutte le arti è proprio l’arte contemporanea. Quattro cerchietti disegnati a biro su un foglio a quadretti incorniciato in una cornice ikea di quelle più economiche fanno bella mostra di sé in un percorso dedicato a un artista scarno, Michael Krebber. Devi vedere la visione d’insieme, è un provocatore, è una tappa di un percorso, c’è un significato. Sticazzi. Lo decido io il significato, se me lo spiega lui mi addormento dopo due minuti, anche perché me lo spiega in tedesco. E la spiegazione che mi do io mi appaga, e mi godo tutta la sua opera con calma, senza sentirmi come se mi fossi perso un passaggio. Per quello è arte paracula, perché se non capisci qualcosa viene subito a batterti sulla spalla e a dirti va bene così, rilassati, non sei tu, tranquillo.
Giotto è molto più pretenzioso, per dire. Con lui fatichi a identificarti nel processo, ti dice delle cose e pretende che le capisci, che ti studi la storia della prospettiva, la simbologia, il contesto storico. I contemporanei montano una passerella gialla sul lago e ti chiedono solo di camminarci sopra e farti due foto, segano una tavola da surf, tagliano una tela. A posto così, il resto metticelo tu.

famo a capisse

Li adoro i contemporanei, appartengono a una generazione che si esprime secondo un linguaggio che pesca nello stesso calderone da cui raccogliamo tutti. Abbiamo un retroterra comune, e questo facilita il dialogo. Ogni volta che esco da Genova vado a cercare il museo e mi ci perdo. A Praga, a Milano. Oltretutto l’edificio è sempre interessante quanto il suo contenuto, e Serralves non fa eccezione: art deco e modernismo, qualunque cosa significhi, io il massimo che capisco è questo è il pavimento e quello no, devi camminare qui. Ma che bello lo stesso camminare per il parco e infilarsi nella palazzina a curiosare la mostra di Mirò e non capirci un cazzo e sentirsi in pace col mondo. C’era una scopa con gli occhi! Mirò usava dei colori carichi che ti fanno venire voglia di indossarli, ma di più, di averceli dentro sempre, anche i neri sono neri carichi, neri neri. Poco tempo fa uno scienziato ha inventato un colore nero capace di assorbire il 99.965% della luce, che ne fa il nero più nero esistente al mondo, almeno finché a qualcuno non verrà in mente di estrarre il cuore della mia ex. Mirò non lo sapeva e ha usato un nero molto meno nero e più lucido, ma è così ricco il nero di Mirò che il vantablack non lo paragono neanche.

Marzia dovrebbe farsi i capelli blu

Di meno bello c’è solo arrivarci, al museo di Serralves. La guida ti dice di scendere con la metro a Casa da Musica, un altro edificio figo che non ci crederesti, e prima o poi lo vado a visitare anche dentro, e poi di andare in quella direzione. Quello che non ti dice è che in quella direzione ci devi andare finché non superi la frontiera col Belgio, poi giri a sinistra. Ho camminato lungo un viale dritto e lungo che mi ha fatto finire in mezzo a palazzoni così tetri che sembrava la pagina del modernismo socialista, e ho pensato a Marzia che leggerà queste righe e mi prenderà per il culo per il mio solito superpotere, ma che se fosse stata con me mi avrebbe ringraziato per averla portata davanti alla sede del partito comunista portoghese ad ammirare il murale molto comunista, ma poi mi avrebbe insultato senza neanche prendere fiato da lì fino al museo. Quindi vedi che bello è viaggiare da soli? Niente insulti, ti fermi a fotografare i palazzoni tetri e ti godi il fascino della banlieue, che anche in portoghese avrà il suo nome ma che secondo me non è evocativo come banlieue e soprattutto non richiama alla mente film memorabili.

superbloc

Già che sono al museo e non ho idea di come tornare in centro e piuttosto che farmela a piedi chiedo se posso restare a vivere lì che oltretutto in una sala ho fatto amicizia con una custode così carina che restare a vivere lì non mi sembra neanche un’idea tanto assurda, vado a mangiare al ristorante del museo. Perché c’è anche un ristorante, ed è contemporaneo pure lui, pensa che figata. Se vai al museo degli impressionisti non sperare di mangiare un’insalata dell’800 perché è finita nella spazzatura da un paio di secoli. Al Dox di Praga c’è un baretto che fa anche da mangiare, ma è un baretto. Qui c’è il baretto da scappati di casa al piano interrato, e al primo piano c’è il ristorantone buffet con vista sul parco e camerieri che ti vengono a servire il vino e ti chiedono come stai e tu non capisci perché dei camerieri portoghesi dovrebbero essere gentili con te, visto che storicamente i camerieri portoghesi non sono gentili mai ma mai (qui la storia dei camerieri portoghesi raccontata dal mio amico Alessandro), e considerata la strada lunghissima che hai fatto per arrivare ti sembra plausibile che da qualche parte lungo Avenida da Boavista ci fosse un posto di frontiera e nessuno ti abbia chiesto i documenti perché Schengen o perché erano in pausa colazione, che da queste parti è serissima, visto che come abbiamo già visto i dolci portoghesi sono una roba che ti ci vuole una settimana a finirli.

Dopo pranzo mi affaccio alla balaustra nell’atrio per capire seriamente se dovrò rifarmi la strada a piedi, rubare una macchina, chiedere ospitalità, chiamare un taxi o buttarmi di sotto, e in quel momento esce dalla sala di Klebber la custode carina di cui sopra, che mi vede e mi fa un cenno di saluto. Allora scendo e le chiedo come tornare in città. Le chiederei anche come si chiama e se è fidanzata e cosa fa stasera, ma sono pur sempre Pablo il Sociopatico, e dopo che mi ha spiegato come scendere al fiume in cinque minuti e prendere il tram non riesco a reggere l’idea di me che la sto fissando con la faccia ebete e mi ricompongo e scappo lontanissimo. Poi dici che non conosci mai nessuno.

(continua)

Porto 2017-4

4.

Il Palácio Da Bolsa, dove si ritrovano le associazioni dei commercianti della città per discutere di quelle cose di cui discutono i commercianti, che se non sei un commerciante ti riesce difficile immaginarle, tipo quanto le facciamo pagare le margarine da un etto e venticinque, si trova in una piazza in discesa. Quasi tutte le piazze del centro storico sono in discesa, e infatti a Porto ogni ragazzino ha giocato a calcio in piazza una volta nella sua vita, poi basta. E alla foce del Douro c’è un’insenatura dove ogni lunedì gli addetti alla pulizia costiera raccolgono centinaia di palloni.
Che vengono raccolti dall’associazione dei commercianti di Porto, che col ricavato si sono costruiti il sontuoso Palácio Da Bolsa.

Appena entri ti mostrano uno spazio enorme, chiuso su tutti i lati compreso il soffitto da pareti di vetro. La guida ci spiega a cosa serviva, ci mostra i vari stemmi che adornano le pareti, ognuno raffigurante una città, ci mostra un bellissimo orologio liberty e diverse altre cose, ma in quel momento sto cercando un bagno e mi sto domandando se mi noterà qualcuno, appartato in un angolo mentre fingo di guardare una cosa sul cellulare. In una stanza di vetro? Ma figurati, chi vuoi che se ne accorga.

Dopo la visita al salone di vetro saliamo a visitare le diverse stanze in cui le associazioni fanno le cose, tipo il Salone Dove Si Decide Quando Cominciare I Saldi, il Salone Dove Si Infliggono Punizioni Corporali A Quelli Che Ti Si Infilano Nella Vetrina, il Salone Dove Ci Si Ritrova Dopo La Riunione A Bere Porto Fino A Perdere Conoscenza e il piccolissimo Ufficio Palloni Smarriti, che contiene un quadernino ormai pieno di denunce e basta. Si sta deliberando per comprarne un altro, ma c’è sempre da risolvere qualcosa di più urgente, e fino ad allora il servizio di denuncia palloni smarriti è stato sospeso, con grande disappunto dei bimbi portuensi.

C’è anche un’incredibile sala decorata in stile moresco, che dalla quantità di stucco utilizzata per creare tutti quei ghirigori dovrebbe chiamarsi Sala Barbatrucco.

Niente, volevo lasciar depositare la bruttezza di quest’ultima battuta. Andiamo avanti.

memento mori

Intanto si è fatta quell’ora in cui i miei antenati che vivevano nelle caverne uscivano dal rifugio e combattevano la natura selvaggia per strapparle qualcosa di che nutrirsi. Ho ereditato qualcosa da loro, e se a casa posso recarmi comodamente al supermercato, cosa che loro non facevano perché la caverna dove abitavano i miei nonni dopo lo sfratto era troppo lontana dal centro, qui non so orientarmi fra le decine di proposte alimentari che la città mi butta addosso a ogni metro: Ristoranti tipici portoghesi a base di carne, ristoranti altrettanto tipici a base di pesce, il paradiso del bacalhau, il nirvana dell’alheira, formaggerie che emanano un odore di piedi da stordirti, trattorie vegetariane dove provare il vero caldo verde. La scelta è difficile, l’unica cosa che so per certo è che non mangerò mai più la francesinha, piuttosto mi infilo in un cantiere e succhio un paio di mattoni, tanto più o meno il sapore è lo stesso.

In Rua da Alegria, una strada che si arrampica sulla collina dove un tempo dovevano aver girato un film post-apocalittico e poi si sono dimenticati di smantellare le scenografie, trovo un piccolo ristorante che abbina aspetto accogliente, menu gustoso e prezzi popolari. Il gestore è un ragazzone molto gentile, mi mostra un tavolino e mi chiede se è di mio gradimento. Poi aggiunge: “Allora prova a passare domani, perché stasera siamo pieni”, e mi allunga un biglietto da visita. Lo ringrazio con un sorriso, poi raccolgo una forchetta dal tavolo più vicino e gliela pianto in un braccio, così impara a fare lo spiritoso con la fame degli altri.

Appena dopo il ristorantino spiritosone trovo il classico buco infame da disadattati, una trattoria unta con la puzza di fritto che scivola sotto la porta, le tovaglie di nylon e la tele appesa al soffitto sintonizzata sulla partita. Gli avventori hanno l’aria di aver perso da tempo la speranza di diventare ricchi e famosi, se ne stanno rassegnati ai margini della vita e osservano lo schermo con poco interesse, lo stesso che riservano alla roba che hanno nel piatto.
Chissà cosa si mangia in un posto così triste, mi domando. La risposta è appiccicata alla vetrina, in pratiche buste trasparenti uso ufficio, e mi viene fornita in diverse lingue, fra cui l’italiano.

il fascino pulp della cucina portoghese

Io non so proprio resistere a un cartello che mi traduce “tripas à moda do Porto” (trippa alla maniera di Porto) in  “elegante budella Porto”. Così entro e mi gusto un’altra cena discutibile in un luogo dove la cortesia distaccata del cameriere sembra essere l’unico aspetto positivo, ma solo perché in un posto così ti aspetti che tutti smettano di parlare e ti fissino, e che lui si avvicini brandendo un coltello da macellaio.

Sopravvivo, ma a differenza delle altre volte non ricorderò questo viaggio a Porto per le straordinarie cene che lo hanno contraddistinto.
Mi incammino con calma verso l’ostello e rifletto su un po’ di cose che mi sto portando dietro e delle quali non vi parlerò, perché i pipponi intimisti me li tengo per i racconti in terza persona, dove posso fingere che quello disadattato sia il protagonista della storia e non io.
Entro in camera e forse interrompo qualcosa, i miei due coinquilini sono seduti sulla stessa branda con fare colpevole. Vado a lavarmi i denti e ci metto molto più tempo del necessario, e quando torno sembra di nuovo tutto normale. Mugugno una buonanotte e mi apparto ai piani superiori.

(continua)

 

porto 2017-2

2.
Mi sveglio molto presto, il fuso orario o il fantasma del cuoco di Picota che mi ha tenuto compagnia per tutta la notte. Vorrei alzarmi, ma i miei compagni di stanza dormono ancora, magari aspetto, dev’essere presto. Passa il tempo e sento l’edificio svegliarsi piano piano, qualcuno va in bagno, qualcuno scende a fare colazione. I miei compagni di stanza no, sono sempre nella stessa posizione. Magari sono morti e io mi sto facendo gonfiare la vescica per una cortesia inutile verso due cadaveri. Spunto con la testa e vedo il mio vicino di letto con la bocca spalancata da cui sale un gorgoglio ritmico, come un geyser che sta lentamente tornando in attività. Immagino che anche la ragazza nell’altra branda sarà in ottima salute. Vabbè, senti, mi alzo. Cerco di fare più piano che posso, ma ogni movimento produce lo stesso frastuono di un ciclo produttivo all’Italsider. Dopo un po’ mi rendo conto che se evito di muovermi con attenzione ci metto la metà del tempo, e forse disturbo meno.

Scendo a fare colazione e non c’è nessuno, solo io e un tizio che legge il telefono. Mi servo un succo di qualche frutto inesistente in natura, dal sapore dev’essere stato estratto dall’albero del polistirolo, e una bella tazza di quella sbobba annacquata che qualcuno si ostina a definire caffè americano. Non è caffè, smettila. Il caffè ha un sapore e un odore e una consistenza ben precisi, questa sostanza non ha ancora trovato una sua collocazione neanche nella tavola degli elementi. Se venisse fuori che la raccolgono da un tubo in una discarica non ci sarebbe niente di strano.

la chiesa dove si adora il signor Morto e i pasticcini pesantoni

Faccio la seconda colazione al Forno dos Clerigos. È quella panetteria dove mi reco in pellegrinaggio ogni volta che torno in città, sotto la chiesa che porta lo stesso nome. Prendo un pastel de nata pesante come solo un dolce portoghese sa essere, e mi racconto per l’ennesima volta che ne mangerei a chili perché è così buono. Non è vero, buono è buono, ma se continuo a trangugiare marmo morirò prima di dover rinnovare la carta d’identità.
Prendo anche una roba tipica di Porto che si rivela un pastel più grosso e pesante. Credevo che le cose più grosse e pesanti del pastel de nata si trovassero solo nei cataloghi di artiglieria.

Mi scrive Marzia, dice che verrà a fare colazione lì, ma che è ancora in albergo. Da quanto ho capito alloggia in una specie di ex carcere fuori città, senza riscaldamento e con la colazione sparata in camera mediante irrigatore a canna. Non ho capito perché non abbia prenotato nel mio stesso ostello, lo conosceva anche lei e come me lo ha adorato da subito. Dice che se ne sono occupate le sue compagne di viaggio, che però non erano mai state a Porto. Boh, rinuncio a capire, certe volte nella testa di Marzia succedono cose misteriose.

Dopo un po’ che non la vedo arrivare mi alzo, o perlomeno ci provo, e vado a fare due passi fino alla chiesetta di Sant’Ildefonso, sulla collina adiacente. È una piccola costruzione barocca in un quartiere che non avevo mai visitato.
Non mi dice granché, ma ho tempo da perdere, magari proseguo verso una direzione sconosciuta. In quel momento ricevo un messaggio di Marzia, è arrivata al forno. Torno indietro.

La trovo al tavolino che sta macinando un panino al prosciutto. Accanto a lei è seduta Vivienne Westwood, o perlomeno spero tanto che lo sia: è tutta viola, i capelli, la montatura degli occhiali, una pelliccia e gli anfibi. Sembra un incrocio fra una bici, Iggy Pop e il Teletubbie Tinky Winky. Mi limito a due saluti due, i gestori ci stanno guardando male e credo di aver visto spuntare da sotto il banco qualcosa di metallico con un percussore e un grilletto. In Portogallo sanno essere molto rudi coi clienti.
Ci diamo appuntamento ad Afurada a mezzogiorno, andremo a pranzo tutti insieme alla Taberna Do São Pedro, un altro di quei posti per cui vale sempre la pena tornare da queste parti.
Le lascio alla loro colazione e me ne vado a vedere la Sé.

La guida della città descrive la Sé come una cattedrale-fortezza; ai tempi della scuola ero un bimbo gracilino e facevo un sacco di assenze, perciò ho saltato sia la lezione in cui spiegavano le cattedrali, sia quella in cui descrivevano le fortezze. Però ho giocato a un sacco di videogiochi a tema fantasy, quindi la Sé la immagino come un edificio altissimo, goticissimo, dalle pareti spesse come tutta casa mia, abitato da creature deformi che mi puntano addosso un’ascia bipenne ed emettono suoni biascicati attraverso le zanne, poi mi vendono una pozione che mi restituisce +10 al mana.

Niente di tutto ciò. Per essere grossa è grossa, e pure massiccia, ma somiglia più a una sobria fortezza medievale che a una cattedrale gotica, anche se i pilastri all’interno sono grossi e nerboruti come le braccia di mia sorella, seppure meno pelosi.

Pilone Tupparello

Le creature deformi ci sono, ne incontro due. Indossano palandrane e invece dell’ascia bipenne mi puntano addosso un volantino e mi chiedono se voglio fare una foto per beneficienza. Accetto volentieri, una foto insieme a una creatura deforme starebbe benissimo nel mio album di Facebook.
Di certo meglio delle vostre con la bocca a culo di cane e la fronte in avanti per nascondere il risultato della dieta. Del fatto che non ne state seguendo nessuna, intendo.

La giovane baffuta volontaria dell’Ente Turistico Ecclesiastico Della Madonna Del Cerchione o di qualche associazione analoga mi spiega a grugniti che sarà lei a fare la foto, io devo solo mettermi là davanti a quella parete di azulejos e fare la faccia da uno che non vedeva l’ora di farsi fotografare.

Cioè come se me la facessi da solo? Eh ma te la faccio io. E se me la faccio da solo? Noi te la stampiamo su carta fotografica e la mettiamo in questo libretto interessantissimo che mostra tutte le meraviglie della cattedrale, non so se hai afferrato il sottinteso, se non l’hai afferrato guarda l’occhiolino che ti sto strizzando da mò. Credevo fosse l’orifizio da cui respiri, con voi creature deformi che abitate le cattedrali-fortezza è sempre difficile capire. Allora, ti metti davanti alla parete o devo tirare fuori i tentacoli? Non c’è niente che possa fare, sono al massimo della potenza. Dovrò spegnere tutto. Ma dovrete faticare per prendermi. Non puoi vincere, ma ci sono delle alternative al battersi.

Mi metto in posa e faccio tutte le smorfie del mondo, da quella triste a quella scoglionata, ma la tizia è abile e riesce a prendermi proprio nel momento in cui rido. Mi lascia andare senza sacrificarmi al suo dio sanguinario e riprendo il giro.

Il chiostro della cattedrale è insignificante, le tombe di San Carralho e San Colombão Certenholi sono anonime, la stanza piena di roba barocca è carina, ma evitabile. L’unica cosa che attira la mia attenzione sono i gabbiani. Hanno tutti l’elmo e una piccola alabarda.

Torno all’uscita e mi ferma la creatura di prima, il cui approccio non è diventato più gentile neanche adesso che ci siamo conosciuti e abbiamo condiviso tanti momenti felici. Cara mia, se speri che adesso ti libererò dall’incantesimo che ti ha gettato addosso la strega cattiva devi proprio cambiare atteggiamento. Piuttosto bacio il parroco.
E anche la foto che cerca di rifilarmi, ma cos’è? Va bene, rido, ma sembro un ultraquarantenne sciupato e malvestito che cerca di sembrare meno depresso di quel che è, dai. E te la devo pure pagare? Ma vai, vai.

Mentre scendo verso il ponte Dom Luís mi specchio in una vetrina. Vedo un ultraquarantenne sciupato e malvestito che cerca di sembrare meno depresso di quel che è. Vado a cercare un’altra vetrina, questa è rotta.

(continua)

 

porto 2017

Parto sotto i peggiori auspici. La prima volta che sono stato in Portogallo sono andato in macchina, ma ho avuto problemi e mi si è piantata in autostrada. Chiama mio padre, fregagli la macchina mentre guarda se arriva il carro attrezzi, raggiungi la Malpensa in ritardissimo, posteggia di corsa nel posteggio sbagliato che ti costerà alla fine più del biglietto e via.
Il giorno prima della partenza mi si accende la spia dell’olio, ma non posso andare in treno, ho degli impegni inderogabili lunedì, devo tornare presto per andare a lezione, è il giorno in cui si decideranno i ruoli dell’Amleto, e se non vado si pigliano tutti i migliori e mi tocca fare Ofelia.

Nonostante la nube nera di morte che aleggia su di me per tutto il viaggio arrivo sano e salvo, posteggio nel posto giusto e mi imbarco con comodo.
L’aeroporto della Malpensa ha un casino di bagni, e intanto che aspetto li uso tutti. Sarà l’acquapanna dell’autogrill, che ne so.
Per ingannare l’attesa faccio un giro nei negozi del duty free e rischio di comprarmi tre maglioncini eleganti per sessanta euri. Eh ma tre sono troppi, quanto costa uno solo? Sessanta. Ah ecco. Sono un affare! Per voi di sicuro. Due quanto costano? Sessanta. Uno e mezzo? Sessanta anche le frazioni. Grazie arrivederla. Sto andando in un posto dove i prezzi me li ricordo molto bassi, magari il maglioncino me lo compro lì, eppure mi fermo più di quanto sarebbe accettabile a fissare un cappotto fighissimo per cui non sborso trecento sacchi solo perché non saprei come farlo stare in valigia. Eppure diventerò grande prima o poi e queste cazzate impulsive non le farò più, lo so.

All’imbarco c’è coda. Noto due tizie vestite da suore color tortora, forse sono missionarie, oppure sono suore da poco tempo e non hanno ancora cambiato il piumaggio. Però hanno un rosario che spunta dalla tonaca che dovrebbe essere classificato come arma, ha dei grani di legno grossi come chicchi d’uva, e un crocifisso che da solo peserà mezzo chilo. E se fossero due terroriste? Il fanatismo religioso c’è sicuro, a me questi favoritismi non piacciono, mi viene una gran voglia di mettere una bomba sull’aereo e dare la colpa a loro.

Alla fine non erano terroriste, atterriamo a Porto vivi e posso andare a prendere la metro. Perché rispetto a cinque anni fa c’è una metro che ti porta diretta in centro!
E ci mette ore!
E non arriva più!
E sedute con me ci sono due studentesse erasmus di Torino che non fanno altro che parlare delle loro avventure sentimentali in città, tipo che Marina aveva quest’amico che si chiamava Pippo ed è venuto a trovarla e la sua coinquilina ficona se lo voleva fare e gli si è presentata mezza nuda in camera, ma Pippo aveva paura e ha chiesto a Marina di dormire con lui per tutta la durata della sua permanenza, e alla fine in quella casa non ha scopato nessuno. Nomen omen.

..

La camera del Rivoli Cinema Hostel è piccola, ha due letti a castello e quattro armadietti incassati fra questi e il muro che per aprirli devi infilarti in uno spazio minuscolo. Ed è mista. La divido con un tizio costaricense che somiglia al protagonista di Atlanta, un musone che in tutta la permanenza avrà detto sì e no quattro parole. C’è anche una biondina ceca parecchio carina che vive a Barcellona. Con lei invece ci parla un casino, il marpione.

La mia branda è sopra, la presa della corrente sotto, non ci sono mensole dove appoggiare il tablet o il telefono, o un libro: a letto si dorme e basta.
Meglio, così mi alzo presto, penso.

Faccio subito un giro di ricognizione, ho appuntamento con Marzia alle otto davanti alla chiesa di Trindade, quindi mi resta un’ora per andare a vedere una parte nuova della città. Nuova per me, intendo.

Mi infilo in quella parte di città che non conosco, il quadrato sopra Clerigos e Aliados, e trovo un sacco di locali appetitosi dove cenare e dopocenare. Ho la fame di quello abituato a scofanarsi il frigo alle sei e mezza che si trova alle otto passate con lo stomaco ancora vuoto, se non inglobo subito qualcosa di solido aggredisco un passante.

Alle otto meno otto minuti capisco di essermi perso da qualche parte vicino al confine con la Spagna. Chiedo a una ragazza come arrivare a Trindade e quella mi chiede “in macchina?”. Indica un punto in cima a una salita che potrebbe essere lo Stelvio, dice che se ci arrivo vivo poi devo girare a destra.

Alle otto meno tre minuti sono a Trindade, e ho imparato che quando stai per morire di infarto la fame non la senti più. Mi scrive Marzia, dice che non sta bene e resterà in albergo. Le auguro di non sentire più la fame e scendo verso il Douro a cercare qualcosa da mangiare.

Mi infilo da Picota, un buco in Rua das Flores, dove si vantano di essere specialisti della francesinha. Non vedo cosa ci sia da specializzarsi nel prendere un toast e coprirlo con qualsiasi cosa hai in frigo. È la terza volta che vengo a Porto e non l’avevo mai assaggiata, la specialità cittadina.
Ecco, non lo rifarò.

Scendo al fiume, volevo aspettare domani, ma non ce la faccio.

E l’emozione, cristo, che mi prende.
Sto lì mezz’ora a guardare il fiume buio, le luci di Gaia, il ponte. Sono tornato solo per questo momento, potrei tornare a casa appagato.
Invece cammino indietro, faccio qualche foto e vado a dormire, con la francesinha nella pancia che mi ammonisce di fidarmi più dell’istinto e lasciare perdere i consigli del cazzo.

2.
Colazione al Forno dos Clerigos. Un pastel e una roba tipica di Porto che si rivela un pastel più grosso e pesante. Buono, eh? Ma se continuo a trangugiare marmo morirò prima di dover rinnovare la carta d’identità.

Dopo un po’ mi alzo e vado a fare due passi fino alla chiesetta di Sant’Ildefonso, sulla collina adiacente. È una piccola costruzione barocca in un quartiere che non avevo mai visitato. Mi incammino verso una direzione sconosciuta, ma vengo fermato da un messaggio di Marzia, è arrivata al forno. Torno indietro.

Due saluti due, ci diamo appuntamento ad Afurada a mezzogiorno e me ne vado a vedere la Sé.

trasportando grandi buste di plastica del peso totale del cuore

Va sempre come dovrebbe andare, solo che finché non lo capisci ti domandi che strada prenderà, azzardi anche delle previsioni, ti concedi il lusso di sperare.

Se sono qui a scrivere è perché alla fine è andata in quell’altro modo.

 

Dovevo partecipare a un workshop di scrittura con Paolo Nori, uno dei miei autori preferiti, e il tema era qualcosa di delizioso: i matti.

Tutti abbiamo il nostro matto preferito, quello che grida “isotopi di figa” alle ragazze in galleria, quella che scrive rime discutibili sui muri a caratteri cubitali, quella che oggi ti dice che era tutta la vita che cercava uno come te e domani.. vabbè, ma lo sapete, ci siete passati anche voi. Tanto che certe volte il vostro matto preferito siete proprio voi che ancora pensate a quella volta là, che ci parlate e vi fate le vostre ragioni e le spiegate anche a interlocutori che dalla parte di chi vi guarda devono essere nascosti da un muretto, perché non ci sono mai, e il dubbio che stiate parlando da soli è fortissimo.

Siete i vostri matti preferiti solo perché odiare sé stessi è un atto ancora più insano.

Officina Letteraria, una scuola di scrittura genovese, aveva promosso questo laboratorio che doveva svolgersi nell’arco di due fine settimana questo gennaio, e chiedeva, come esame di ammissione, di descriversi in 350 caratteri. Poi Paolo Nori avrebbe letto i testi e selezionato i partecipanti.

Mi sono fatto due conti, ho pensato che a gennaio avrei goduto di una situazione economica piuttosto florida, è il mese in cui festeggio il compleanno, e i parenti mi mollano qualche diecieuri, ma soprattutto è il mese in cui sono di turno a raccogliere le offerte dei fedeli per riparare la cappelletta della Madonnina di Mordor, cui sono devoto da quindici anni. Più o meno da quando vanno avanti i lavori, interrotti dopo pochi giorni perché finiscono sempre i fondi.

Ho spedito le mie due righe di testo, che dicevano:

350? E chi è capace? Io manco ci so contare fino a 350, alle elementari avevo la maestra part-time e quand’è arrivata a 213 le è scaduto il contratto e non l’abbiamo più vista.
Di lì in poi il mio insegnante è stato il bidello. Per questo oggi non so raccontare chi sono, ma se vuoi ti faccio dei pavimenti che ti ci specchi.

Niente di pazzesco, ma non è che puoi raccontare una vita ricca di episodi in 350 caratteri, soprattutto una come la mia, che ho sventato colpi di stato e vinto premi nobel e stretto la mano ad attrici famose e dormito sul divano, ma a loro è bastato.
Poi lo so che la selezione è stata fra dieci tizi che hanno spedito una descrizione in italiano e altri quattro che hanno scritto “Mi chiamo Ciccio ho 34 anni abito a Genova faccio l’infermiere mi piace scrivere mia moglie dice che sono divertente tifo la sandoria”, non penso di essere un genio, sono sicuro che per raggiungere il numero hanno tirato dentro anche la zia di Paolo Nori, ma quando ho ricevuto l’email mi sono sentito comunque lusingato.

Per tre secondi. Poi ho letto che le lezioni sarebbero state il 13 e 14 gennaio, e ho nominato la Madonnina di Mordor in un modo che probabilmente le si è incrinata la cappelletta.

Perché io il 13 e 14 gennaio sarò a Porto, Portogallo, a mangiare polpo grigliato da quel beone di Adão. E se il giorno in cui ho prenotato il volo avessi scelto un’altra data sarebbe stata il fine settimana successivo, quello in cui compio gli anni, e avrei avuto lo stesso problema, dato che il workshop si articola su due weekend consecutivi. Perciò, vedi? Era proprio destino che non partecipassi.

Lunedì tornerò a lavorare, andrò dal mio capo e gli farò una tirata sul destino e su come sia stupido tentare di opporvisi, gli spiegherò che tutto è già stato deciso, che siamo solo burattini, che arrabbiarsi non serve a niente, mettersi di traverso ci fa solo male, molto meglio assecondare gli imprevisti cercando di attutire la botta il più possibile. Lui non capirà, non è il tipo che si dilunga su questioni filosofiche, e mi chiederà di farla breve. Allora io gli dirò che mi servono venerdì e lunedì di ferie.

Sarà allora che scoprirò che anche lui è devoto alla Madonnina di Mordor, e che per le prossime riparazioni serviranno molti più soldi.

quell’insopportabile estate felice

Riassunto delle puntate precedenti:
Chico Buarque non è chi pensate voi, anche perché i canarini non hanno le dita per suonare la chitarra e il si bemolle gli viene malissimo; Drusilla non lo so, dipende molto da chi pensate.

Drusilla non la sentivo da un po’. Segno che stava bene. Di solito quando mi cerca è perché sta passando un periodo di crisi sentimentale, o ne è appena uscita e si annoia.
Per questo quando mi ha scritto “Ci vediamo domani sera?” non ho risposto va bene, ma “Non starci male, se la tirava e comunque cantava di merda”.

Poi la sua reazione è sempre di stupita negazione, come se fossi sceso da un albero appena ieri e non sapessi capire chi mi sta davanti. Mi infastidisce un po’ quando mi considerano un insensibile idiota. Cioè, idiota sì, ma vi leggo dentro abbastanza bene, sapete?
Nel suo caso dura poco, passa quasi subito a un’ammissione rassegnata e alla fine mi racconta tutto perché comunque aveva bisogno di buttarlo fuori, ‘sto rospone.
Si tratta di Piergigi il cantante maledetto, come non aveva capito proprio nessuno. È in tournèe, non si fa sentire, non risponde ai suoi messaggi, è uno stronzo egocentrico e bugiardo, ma meglio così.

Drusilla è molto intelligente, deve solo fare esperienza: nella vita abbiamo tutti un quantitativo di stronzi da affrontare prima di imparare a riconoscerli al volo ed evitarli. Non so bene a che età si raggiunga questa consapevolezza, ma ad un certo punto ti accorgi di non averne più intorno, e dato che sono considerati la specie più resistente dopo gli scarafaggi, significa che hai imparato a tenerli a distanza. Oppure che lo stronzo sei tu.
Non le dico che sarà un percorso lunghissimo e probabilmente non ci riuscirà mai e prenderà una facciata dopo l’altra e la sua vita sarà una merda, perché le voglio bene, e anche perché uno può sempre decidere che in fondo la felicità non è così importante come credeva, puoi ottenere lo stesso risultato con la ricchezza e le benzodiazepine.

Andiamo ai soliti giardini Dimarzo, assunti a nostro rifugio estivo nonostante la pochezza delle bevande. È la musica che li salva, di solito.
Stasera suona Dj A-Zo V-Rax, un ragazzetto sui venticinque con grosso naso e occhiali enormi, sepolto in una giaccavento diventata oggetto di alta moda dopo che per decenni mi sono sentito uno sfigato a indossarla mentre i miei amici affrontavano il temporale con giubbotti supertecnici.
Sebbene io non l’abbia mai sentito nominare e neanche mi senta troppo sicuro a pronunciarne il nome sembra conosciuto dal resto del pubblico: parecchi gli stanno intorno a guardarlo mentre armeggia sulla strumentazione, più trascinati dal personaggio che dai suoi dischi. Drusilla gli batte le mani da un po’ più lontano, appena oltre la schiera dei fedelissimi. Dalle casse viene fuori una melodia orecchiabile, coperta da un giro di bassi e batteria che renderebbero irriconoscibile anche fra martino campanaro.

“Raga! Dj A-Zo V-Rax pompa abbestia ai giardini Dimarzo!”

Il pubblico risponde ieeea.

“A-Zo V-Rax! La A è privativa perché io il fuoco di Sant’Antonio.. (pausa teatrale) ..ve lo faccio venire!”

Il pubblico ripete ieeea ancora più forte.

“Ragah!!”

Non ci credo che sto ascoltando questo demente.

Se Drusilla fosse la mia ragazza avrebbe senso, l’amore ti fa sopportare le serate più atroci. Io stesso una volta avevo accompagnato la mia compagna a vedere Viola Valentino ubriaca che cantava in playback fuori sincrono vecchi successi di Vasco Rossi a una festa gay. Mi si era starato il trashometro, ma l’avevo fatto volentieri, e poi conoscevo gente che si era sbuttanata anche peggio solo per un po’ di fonchia, in fin dei conti mi era andata ancora bene.

“Raga! Il presobenismo sarà la nuova religione! Fare solo quello che ci gusta! Basta menate, tutto si aggiusta! Sciallaaa!!”

E tutti in coro “Sciallaa!!”

Mette su un pezzo che dice dammela dammela dammela ammè me la devi dà ce la devo fa, e io che ho attraversato per intero gli anni ’80 una roba così becera non l’ho sentita mai neanche alla radio tamarra degli autoscontri.

Drusilla ne è conquistata come una ragazzina di fronte alla sua prima cotta adolescenziale per il cantante maled.. vabbè, ci siamo capiti.

“Dai, ha ragione! Siamo stati male anche troppo per degli stronzi! Adesso basta, quest’estate ci dedichiamo al presobenismo!”

Non riesco a trattenere un brivido. A parte che Chico Buarque non era affatto uno stronzo, se ti sei innamorata di un musicista di stocazzo sono problemi tuoi e basta, ma io ci sto bene nel mio stare male. È rassicurante, quando sei in quello stato devi solo preoccuparti di migliorare, il resto te lo puoi pure lasciare dietro. Per un pigro è un grosso vantaggio. Senza contare che quando stai morendo anche la morte è una notizia positiva, perché ti libera dai problemi.
È la classica situazione win-win.

“Dici così solo perché hai paura dell’ignoto. Buttati, vedrai che sarà divertente!”. Mi prende per un braccio e mi trascina a ballare sotto le casse.

Drusilla non ha mai mostrato interesse verso la danza, è la persona più statica che conosco dopo Stephen Hawkins. Non capisco cosa stia succedendo, ma sospetto il coinvolgimento di sostanze illegali.
L’effetto però è straordinario. La gonna larga le sventola come uno stendardo, la maglietta le scopre l’ombelico, distogliere lo sguardo dai suoi fianchi diventa difficile. Non mi ero mai reso conto della pienezza del suo seno. Drusilla ha smesso di essere una ragazzina parecchio tempo fa, e me ne sto accorgendo solo ora.

Ecco che fa un gran caldo ai giardini Dimarzo.
Dj A-Zo V-Rax si è perso in un trip anni 90 dove gli SNAP sono i protagonisti indiscussi. Meno male, se avesse lanciato Bryan Adams i miei ormoni non ce l’avrebbero fatta a portarmi fuori dalla zona limonella, sarei caduto sul campo come un eroe. Mi trascino al chiosco delle birre dove incontro il proprietario del locale, un tizio allampanato che ricorda la versione fricchettona di Pippo disegnata da Andrea Pazienza. Sta ballando soddisfatto, sposta a destra e a sinistra il baricentro, mentre il grosso culo rimane piantato al terreno. Sembra una pianta in vaso spinta dal vento, o un metronomo. È ipnotico, rimango a fissarlo scordandomi della sete, del caldo e del dj. Se adesso arriva uno e mi fa firmare delle cambiali ubbidisco senza fiatare, mi sento privo di volontà.

Invece arriva Drusilla e mi riporta alla coscienza col suo dito a punta. Mi chiede se mi diverto. Più che chiedermelo dichiara che no, sono inquietato, ci vuole una misura più drastica.

“Accompagnami a casa!”

La mascella mi cade così rumorosamente che si gira anche Pippo Fricchettone.

“No, intendo che la misura più drastica la tentiamo domani, adesso vado a dormire. Mi dai un passaggio, per favore? Ho la vespa dal meccanico.”

La serata anni 90 si rivela solo il primo passo di un lungo percorso edonistico applicato da Drusilla con un fervore quasi religioso. Ogni sera, di ritorno dal lavoro, trovo un suo messaggio in cui è illustrato il programma per il giorno successivo. Comprende visite guidate per la città alla scoperta di angoli dimenticati, proiezioni dell’ultimo capolavoro di un regista che neanche saprei pronunciare, teatro danza, poetry slam, jam session, altre robe con nomi difficili. Aspetto da un momento all’altro che compaia l’iridologia, e tremo all’idea di trasformarmi in un uomo dalla lunga barba bianca che indossa camicioni larghi e scrive oroscopi sorseggiando tisane al finocchio e verbena.
Rifiutare non è contemplato, Drusilla si offenderebbe e non la vedrei più per mesi, e in ogni modo l’alternativa sarebbe chiudermi di nuovo in casa a imbruttire solo.

Mi trascina per settimane in qualsiasi attività: il corso di portoghese organizzato da una nota marca di porto in tre lezioni super intensive in cui imparo solo a dire obrigado e distinguere un tawny da un ruby; la degustazione di sushi dove mi spiegano su quali piatti va aggiunta la salsa di soia e su quali prova a mettercela e sta mano poesse piuma ma poesse pure katana se semo capiti; la lettura delle poesie d’amore di Nazim Hikmet, segue un interessante dibattito con un politologo turco che ci spiega le ragioni dell’attuale burrasca che interessa il Paese, ma che però ce le spiega in turco e l’interprete non c’è perché ha avuto un improvviso mal di pancia, ma tanto il turco è simile all’italiano, di sicuro lo capite tutti. Non so gli altri, io sono fermo a obrigado.

Genova non è New York, prima o poi le mostre, i corsi e le poesie finiscono, i locali da aperitivi che ti fanno pagare un euro e cinquanta un piattino con due crackers sporchi di feta della lidl ti vengono a noia, le facce sono sempre le stesse e non hai più voglia di trovartele davanti. Per non parlare della birra schifosa propinata ai Dimarzo.
Insomma, viene il giorno in cui Drusilla ammette un po’ imbarazzata di non avere niente da proporti per il fine settimana. Come se prendersi due giorni di pausa annullasse tutti i progressi verso il nirvana presobenistico.

“Ti va di accompagnarmi a Roma? C’è una roba di street art che vorrei vedere.”

Che effetto buffo fanno i cellulari, mi è sembrato di sentire la mia voce che chiede a Drusilla di passare tre giorni con me a Roma!

“Che bello!”, risponde lei, il cui telefono deve avere lo stesso problema di distorsione sonora.

Mi ci vogliono dieci minuti per realizzare quanto sono cretino e sconsiderato e prendermi a schiaffi e chiedermi cosa mi sia girato di proporle una cosa simile e riprendermi a schiaffi perché tanto con me è inutile discutere.
E togliti quel sorriso deficiente dalla faccia, stupido!

(si ostina a continuare)

suggestioni balcaniche

Fino a Venezia non te ne rendi conto: è un viaggio che hai fatto mille volte su un treno stipato di coscritti, quasi sempre da solo, che i tuoi coetanei li sopporti poco anche fuori dalla convivenza forzata. Scendi a Santa Lucia che è mattina piena, e non hai ancora fatto colazione. Il treno per Zagabria partirà fra quaranta minuti, hai tutto il tempo per un cappuccino, ma il bar della stazione fa tristezza, e poi è o non è un viaggio di scoperta? Lasci lo zaino al deposito bagagli e ti incammini deciso verso il ghetto ebraico, dove ricordi una pasticceria interessante. Dieci minuti più tardi sei seduto al tavolino ad ammirare i ricciolini di tre personaggi dal caratteristico copricapo a tesa larga, e ti domandi se la mancanza di coraggio ad indossarlo in pubblico sia abbastanza come deterrente all’acquisto, che tu e i cappelli avete una relazione complicata.
Magari al ritorno, se ti resterà tempo e denaro e spazio nello zaino.

La prima scoperta è che per arrivare in Slovenia si passa dall’Austria, e due ore a Villach sono un’esperienza che avresti evitato volentieri. Non c’è un cazzo a Villach, è la tipica cittadina austriaca che giri in venti minuti, poi scegli il ristorante dall’aspetto meno lupesco e ti fai un piatto pesante a base di weißwurst e patate, seduto dentro, che fa freddo da quelle parti, e oggi non c’è neanche il sole, perciò niente escursione sulla Villacher Alpenstraße. Per fortuna ti sei portato da leggere più di un libro, che questo tizio che scrive come Saramago non è per niente Saramago, e dopo un po’ meh.

Poi si entra nel Paese della J, Jesenice, Spodnje Gorje, Radovljica, paesi dagli angoli acuti di cui non sai pronunciare il nome, e meno male, che la cazzo di macchia mediterranea ci ha tolto la sensazione del viaggio, questa valle boscosa è identica a quella dietro casa tua. Le auto che corrono sulla strada accanto ai binari non hanno conservato niente dell’austerità socialista, sono le stesse Peugeot e Volkswagen che trovi nel piazzale del supermercato la domenica mattina. Giusto i vagoni merci, con le pareti spesse e tozze, da carro armato, ma sei deluso. Dov’è l’ombra di Tito? Ci sono ancora tracce del suo passaggio su queste terre, dopo trent’anni dalla sua scomparsa? È la ragione del viaggio, la ricerca di un passato che ti ha sempre sfiorato, senza mai toccarti. Nei tetri anni ’90 la guerra dei Balcani si portò via il benessere ostentato, gli scaldamuscoli fucsia e quelle cazzo di pettinature cotonate. Era difficile ascoltare Tarzan Boy quando ci si ammazzava appena fuori casa tua, ma tu vivevi nella tua bolla di irrealtà, avevi appena scoperto Mtv, e anche il servizio militare te lo sei fatto scivolare addosso sulla sponda sicura dell’Adriatico.

Poi un giorno ti svegli e decidi di andare a vedere se è rimasto qualcosa di quegli anni, come a volerti riappropriare di una fetta della tua vita di cui non ti sei curato. Forse è un modo per recuperare a strascico anche questi ultimi mesi balordi, forse entrare in contatto con qualcuno che è stato peggio di te ti aiuterà a ridimensionare i tuoi problemi alle cazzate che sono, e a lasciarteli alle spalle.

Ljubljana è un pezzetto di quel passato di cui sopra: una possibile meta delle tue vacanze di allora, quando passavi tutte le sere a casa della fidanzata e lei ti raccontava della città di sua nonna, guardavate le foto e progettavate un viaggio insieme. Poi siete finiti in Andalusia, e casomai a trovare sua nonna ci sarà andata da sola, dopo. Quattro minuti di sosta e una carrellata di palazzi grigi e spessi come i carri merci di prima sono un’impressione sufficiente con cui pagare il transito al tuo passato, la parte bella e antica che vedevi in fotografia la ritroverai un’altra volta se sarà il caso.

Glavni Kolodvor, dice la scritta alle mie spalle, sulla facciata di questo grande edificio rosa, con le statue ad affollare il timpano come un tempio greco. E proprio come se fosse scritto in greco non ho idea di che cazzo significhi Glavni Kolodvor, sarò sceso alla stazione giusta? Sul binario c’era scritto Zagreb, l’aspetto è quello del centro città, ma mi sento un po’ sperso. Tutto ad un tratto l’idea di viaggiare da solo in un posto di cui non so niente di niente non mi appare più così affascinante.

La piazza della stazione somiglia un sacco ad Avenida dos Aliados, a Porto, tranne che questa è orizzontale, e ti toglie tutta la scenicità, se mi passate il termine, ma cercate di capire, sto in una città che non conosco, non parlo la lingua, sono le nove di sera e devo comunicare con gli autoctoni per raggiungere un albergo che non so neanche se mi aspetta, visto che tutta la corrispondenza con la reception è stata effettuata grazie alla mediazione di google traduttore.

La mappa dice che posso arrivarci a piedi e scamparmi il trauma della comunicazione, così mi incammino lungo la piazza, davanti a questi palazzi che se non fosse per la bandiera croata potrei essere a Vienna. Mi infilo in una strada da vecchia Europa, e sbuco in una piazza vivace, ariosa, con palazzi del settecento pieni di insegne moderne, che è come prendere un quadro neoclassicista e colorarlo a pennarelli. Josip Jelačić indossa un buffo copricapo che vorrei assolutamente e punta la spada verso un negozio che si chiama Pan-Pek, e ha tutta l’aria di essere un panificio. Sento il riflesso pavloviano agitarmi lo stomaco, ma no, prima l’albergo, ormai dovrebbe essere qui intorno.
Mi infilo in una strada nuova, piena di boutiques, e sopra il negozio di Givenchy campeggia una bella insegna spartana che dice Dubrovnik. Eccululà.. Caasa. Vado a fare il check in e mi sbatto in camera, ma che delusione, l’austerità dell’insegna non viene affatto mantenuta all’interno, sembra una nave da crociera, con le camere che si affacciano sul salone e tutti i piani arredati con vasi di fiori. Dalla finestra che si affaccia sulla piazza vedo di nuovo il mio amico Josip, sempre intento a minacciare il panificio col suo sciabolone. Adesso sì, è ora di cercare da mangiare. Domani mattina si riparte, e sarà la parte difficile.

João I è stato il decimo re del Portogallo

Regnò dal 1385 al 1433, pur essendo il frutto illegittimo di un re e della figlia di un mercante, ma a quel tempo la situazione del trono era piuttosto complicata, ovunque ti girassi saltavano fuori fratellastri e brutte storie di corna, e insomma, quando mancano i cavalli corrono gli asini, come si dice.
Fu un sovrano istruito e amante delle arti, e i suoi figli non gli furono inferiori: Enrico Il Navigatore fu il promotore delle esplorazioni marittime che portarono alla colonizzazione delle Azzorre, sua figlia Eleonora scoprì il bosone di Higgs prima ancora che Higgs nascesse, e fu solo perché non aveva altri nomi da dargli che accantonò la scoperta e si fece monaca di clausura. E che dire di Beatrice D’Aviz, nata da una relazione extraconiugale con la figlia di un calzolaio? A diciannove anni si sposò e a ventinove restò vedova, ma si risposò a trenta, e poi di nuovo a 47 e, prima di morire di peste nera come tutta la sua fortunata famiglia, riuscì a scrivere una serie di fortunati romanzi rosa che vennero poi trasposti in un telefilm di incredibile successo dal titolo O Sexo E A Cidade.

João I è il nome della strada ripida che ti porta giù diritto alla Ribeira, proprio in mezzo ai tavolini del Chez Lapin, quando ti si stavano seccando gli occhi e avevi bisogno di posarli subito su un fiume, e sei sceso a passo svelto e in un attimo correvi, per l’eccitazione e per non cadere giù da quella scarpata di porfido, ed eccolo ai tuoi piedi, il Douro, i barconi carichi di botti, il gigante di ferro che ti guarda e sembra soddisfatto di rivederti, era sicuro che saresti tornato, la luce di quella città ti ha reso la sua falena, trovati un tavolino e facciamo due chiacchiere, ma il cameriere te lo chiamo io, lo sai come sono diffidenti verso gli stranieri.

Da un paio di giorni João è anche il nome di un affarino rosso, neanche due etti di pelo, un motorino sempre acceso che mi staziona sul braccio mentre scrivo, sulla tastiera quando cerco di leggere, sul cuscino quando dormo, e lo osservo passare con le sue zampe così grandi e la coda dritta, diretto all’esplorazione di qualche angolo della cucina. È regale nella postura, seduto sulla spalliera del divano o su una pila di libri, e quando si fa le unghie sui fumetti mi accende la stessa urgenza che sento quando penso a quella strada nel centro di Porto, e gli corro incontro in un florilegio di madonne che rappresenta un matrimonio laico con quel paese dove ho parcheggiato il cuore.

João I detto O Preguiçoso

Mi fa sorridere quando siamo tutti e tre sul divano, insieme a One Eyed Jack, tre mammiferi maschi ipertricotici, e nessuno ha voglia di alzarsi a mettere su il caffè, e allora ci guardiamo un film e dopo dieci minuti dormiamo abbracciati e non ci turba nè la pioggia nè l’inverno dietro la porta.

È un equilibrio pericoloso, perché si appoggia su una base larga come il divano, e non si muove neanche se la scrolli forte; è quella comfort zone che gli esperti ti dicono di non frequentare troppo, una bolla di plastica dove entra poca luce, ma anche pochi fastidi, dove è troppo facile chiudersi e non voler più uscire e dimenticarsi che la vita è fuori.

Forse scriverò un libro, forse compirò la definitiva trasformazione nel disadattato in tuta che spegne e riaccende la luce tredici volte di fila sennò finisce il mondo, forse i vicini verranno a vedere cos’è quella puzza che si sente fin dalla strada e l’indomani saremo tutti e tre sul giornale. Comunque andrà a finire, la strada passa da questo scricciolo lungo un palmo, capace di dormire in posizioni che farebbero sbiancare una contorsionista cinese. E da voi stronzi, che il sabato sera avete sempre qualcos’altro da fare.