Porto 2017-7

7.
Dopo i botti e i tricchetracche delle puntate precedenti la cronaca del viaggio a Porto si conclude con una nota mesta. Perché è finito il viaggio e quando finisce un viaggio siamo tutti un po’ tristi, e poi perché alla grigliata di pasquetta ho bevuto come un dromedario e anche se fuori ostento allegria dentro provo un forte sentimento di morte che mio malgrado si riflette in questo post, e soprattutto perché l’ultima sera a Porto sono andato a cena con gli amici di Marzia.

Non erano tutti presenti, facevano a turno la guardia alla camera della stamberga in cui alloggiavano per paura che se l’avessero lasciata incustodita gli albergatori si sarebbero venduti la loro roba per scappare alle Azzorre, ma quelli presenti valevano il prezzo del biglietto.
Li vedo arrivare da dietro la stazione di Trindade, scendono per la strada poco illuminata con la caciara tipica dell’italiano in gita, e anche nella penombra sembrano l’orchestra di Prince.

Dove si va a cena? Andiamo dal tristone! E se andassimo da Antunes? Antunes è chiuso, ma c’è una polleria qui dietro che. La polleria è piena e troppo cara. Andiamo dal tristone! Allora c’è un altro posto che ho visto ieri che. Andiamo dal tristone! Ma il tristone fa cagarone! Andiamo dal tristone! Ma neanche sono sicuro che esista ancora!

Insomma, sotto le insistenze di Marzia cerchiamo di raggiungere un ristorante visitato mille anni fa in cui ci eravamo trovati ad essere gli unici avventori di sabato sera, col cameriere che palesemente aspettava solo che ce ne andassimo per infilare la testa in un cappio, e dove non ricordo neanche che avessimo mangiato così bene o speso così poco o entrambe.
E ovviamente non lo troviamo, ci fermiamo davanti a un posto appena dietro il mio ostello, altrettanto deserto che lei insiste a definire “Quello quello”, e io “guarda che no”, e lei “quello quello”, e mentre io cerco di spiegarle che no tutti i suoi amici ci si impecorano dentro e finiamo per andare a cena nel ristorante peggiore del Portogallo, farci fare un discreto culo al momento del conto e rimandare indietro metà delle portate perché ma cos’è sta roba io sta roba non la mangio. Io invece la mangio e in silenzio, perché dentro mi sento come dopo la grigliata di pasquetta. Domani parto e non sono riuscito a mangiare neanche un polpo grigliato, e il totale dei pasteis a colazione ammonta a uno in tre mattine. Un fallimento.

Fuori dal ristorante ci segue anche la fame, e dove andiamo, un altro ristorante è troppo, tornare a casa senza è poco, ci vorrebbe uno di quei posti che stanno aperti tutta la notte, untissimi, dove mangi porcherie e bevi senza vergognarti, tanto se anche uscissi orizzontale saresti osservato solo da persone che hanno perduto la dignità molto prima di te. Esiste un posto così? I miei compagni di sventura sostengono di sì, ci sono andati a bere già diverse volte, è appena dietro il municipio, davanti alla chiesa di Trindade, andiamo lì.

Qui è dove ometto ogni possibile commento sulle frequentazioni dei miei discutibili compagni di viaggio, perché parte di loro è la prima volta che li vedo, e quella che ho visto più spesso l’ho vista due volte, e magari mi sbaglio. Quella che conosco meglio se n’è tornata in albergo insieme a parte del gruppo, siamo rimasti io, la versione viola di Ozzy Osbourne, un’altra che soffre di daltonismo, l’uomo più depresso del mondo e due personaggi che non parlano granché e difatti potrebbe essere solo uno, non mi ricordo, è passato tanto tempo, sto male.

Qualcuno butta là che si potrebbe destituire l’attuale governo portoghese e instaurare un soviet, ma trovandoci in Portogallo bisognerebbe chiamarlo con un nome portoghese, e sovietinho non incute sufficiente rispetto. Insomma, beviamo senza concludere niente, e a una certa il padrone di casa ci fa capire che sta chiudendo e ce ne andiamo con gli abituali frequentatori del locale, chi in ostello, chi sotto un ponte, chi a svaligiare appartamenti.

come si dice disagio in portoghese?

E poi niente, si torna a casa. Arrivo bello presto alla metro di Trindade e c’è un gruppo di scappati di casa che sta attirando l’attenzione di tutto il binario. Provo a nascondermi dietro un signore con la valigetta, ma mi sgamano subito “Pabloo Pabloo vieni con noiii”. Sai quando ne La Casa 2 ci sono i mostri che spuntano dalla botola sul pavimento e cantano nooi tii avreemoo nooi tii avreemoo? Uguale.
No, scherzo. Forse era Poltergeist.

L’ultima nota è personale, e racconta di quando in aeroporto io e Marzia abbiamo mollato il gruppo e siamo andati a fare colazione al bar, e mi sono trovato da solo con questa tizia in una città straniera, la stessa dell’ultimo viaggio che abbiamo fatto insieme, ed è stato.. boh. Siamo diventati amici, poi abbiamo vissuto insieme per un sacco di anni, ci siamo lasciati malissimo, abbiamo fatto pace e siamo tornati amici. Nessuno mi ha fatto mai attraversare l’intera gamma dei sentimenti come ha fatto lei, forse prenderci questo momento è un modo per fare il punto. Forse sono troppo sentimentale, e conoscendola sono sicuro che è quello che sta pensando adesso. No, quello che sta pensando adesso è madonna che palle sto qua con le sue pippe! Però poi ride, perché se c’è una cosa che io e quella lì sappiamo fare insieme è ridere, e forse è per quello che sarà sempre la miglior compagna di viaggio che si possa trovare.

Porto 2017-6

6.

Esiste una serie di videogiochi molto popolare che si chiama Grand Theft Auto, generalmente abbreviata in GTA, in cui controlli un piccolo criminale in un’area di gioco enorme e molto realistica, e gli fai fare tutto quello che fa di solito un criminale senza scrupoli, rubare macchine, investire i pedoni, scendere dalla macchina e derubarli, ammazzare indiscriminatamente chiunque gli capiti a tiro, frequentare locali di striptease e andare a zoccole. Hai anche delle missioni da compiere per far progredire la storia, ma la maggior parte del tempo la passi scappando alla polizia perché proprio non ce l’hai fatta a non stirare quel gruppetto che chiacchierava sul bordo del marciapiede.
Ho installato sul computer l’ultimo capitolo di questo gioco, e devo dire che mi piace parecchio. Sapete quando vi state domandando perché non scrivo più niente da settimane e anche la mia pagina facebook giace dimenticata? Adesso sapete perché.

Il casino di questo gioco è che quando ci passi tanto tempo sopra ti fa perdere un po’ il senso della realtà, ti viene facile immedesimarti. Dev’essere stato per quello che mentre camminavo lungo la strada che dal museo di Serralves scende al fiume ho guardato con avidità le auto parcheggiate, mi sono tenuto alla larga dai tizi che camminavano in senso opposto e mi sono aspettato che in un quartiere così degradato (sì, Marzia, di nuovo) ci fosse almeno un night club in cui entrare e fare amicizia con la spogliarellista o picchiare il buttafuori o entrambi.

Non ce n’erano, i passanti non mi hanno spinto via mugugnandomi contro minacce alle quali non puoi non reagire tirando fuori un fucile d’assalto e massacrando mezzo quartiere, e soprattutto non c’erano night clubs. C’era una scuola francese che doveva essere molto cara, ma non avevo figli da spedirci e ho tirato dritto.
In fondo alla via non c’era neanche il fiume, ma una fermata dell’autobus e un benzinaio. Se fosse stato GTA avrei avuto un’arma da scaricare contro le pompe di benzina provocando un’esplosione che avrebbe ammazzato le persone in attesa alla pensilina, mi avrebbe procurato una o due stelline di taglia (quando hai delle stelline accese la polizia inizia a cercarti, con tre arriva in elicottero, da quattro in su intervengono le forze speciali, poi l’FBI e infine Trump in persona che però prima dice di non volersi immischiare in scenari di guerra internazionali), ma a Porto in un sonnacchioso pomeriggio di gennaio posso solo avvicinare un anziano e chiedergli dov’è il Douro. Mi dice di girare dietro il benzinaio e per favore di non sparare a nessuno, e in dieci minuti arrivo su una strada che conosco. Il fiume è davanti a me, o almeno qualcosa dentro cui scorre dell’acqua, ma sembra più una palude, quindi anche dire che scorre è inesatto.
In pratica davanti a me c’è una distesa di melma e sassi su cui svolazzano decine di gabbiani. Un cartello definisce l’area Paradiso Ornitologico Del Douro, e per sottolineare l’interesse turistico che dovrebbe rappresentare una pozza melmosa accanto a una strada sotto il cartello è stata collocata una panchina.

Seguendo la stessa logica basterebbe piazzare tre o quattro panchine davanti alla discarica di Genova per rivalutare l’area e tirare su i prezzi delle case sfitte.

volavo sopra le nostre case
non c’era nulla di eccezionale

No, esagero, la discarica puzza di cose che qui non ci sono, e poi il profilo di Gaia dall’altra parte è bello da guardare, e meno male, perché tutti gli uccelli strani indicati sul cartellone devono essere in vacanza, qui ci sono solo i soliti gabbiani prepotenti che ti zampettano intorno chiedendo cibo, come se uno a Porto uscisse sempre di casa con le tasche piene di mangime per gabbiani, siete su un fiume, avete l’oceano davanti, procuratevelo da soli il cibo, razza di fannulloni!

Questa panchina mi sta risvegliando istinti reazionari, meglio andarsene prima di diventare un piccolo borghese con simpatie leghiste. E sta giusto arrivando O Elétrico, il piccolo tram dall’aspetto ottocentesco, comodo come viaggiare seduti su un sasso, dove comunque non ti siedi mai perché è sempre pieno di turisti, e per il quale devi pagare un biglietto che costa il triplo di quello di un comune autobus di linea. E infatti ci salgo e sto in piedi, scomodo, in mezzo a turisti romani che aòeggiano meravigliati in direzione di tutto quello che vedono al finestrino, come se la nuova giunta Raggi avesse cancellato auto, pedoni, battelli fluviali e una fetta consistente di panorama.
Ad un certo punto mi siedo, ma siamo quasi arrivati, e neanche me la godo, che comunque le panche di legno vibrano come sedersi su una lavatrice durante la centrifuga.

Scendo alla Ribeira, affollata di turisti sbragati al sole come otarie. Provo disagio. Gira e rigira sono sempre qui e non ne ho voglia, vorrei essere altrove, vorrei essere sulla spiaggia in fondo ad Afurada, a guardare il mare senza turisti romani che aò er mare, to o ricordi quanno ce stava pure da noi, prima che a Raggi ce levasse pure quello, st’impunita. Mi sta di nuovo montando la solita insofferenza verso il genere umano, devo allontanarmi alla svelta da lì.
Ideona! Una bici! Con una bici posso raggiungere la spiaggia dall’altra parte del fiume mettendoci molto meno di tutta la vita! Ci vuole un ciclonoleggio!
C’è un ufficio informazioni, una signorina coi baffi mi indirizza verso un negozio che sta davanti al ponte, che per 10 euri mi affitta una bici da passeggio per quattro ore. E che ci faccio in quattro ore, ci vado a Lisbona? La mia insofferenza verso il genere umano non è così forte da spingermi verso l’eremitaggio definitivo! Ma non ci sono tariffe intermedie, piglio la mia bici e pedalo oltre il ponte di ferro, ridendomela delle macchine in coda di quelli che andiamo a fare un giretto in centro in questa bella giornata ma andiamoci in macchina che a piedi poi ci sono i romani che aò anvedi delle persone te ricordi quanno ce stavano pure da noartri.

Sfreccio per il viale di Gaia come un ciclista vero, mi fermo solo davanti alle cantine Sandeman a fotografare l’ingresso e postare la foto scrivendoci sotto Enter Sandeman, che l’ha fatto una volta una mia amica e mi ha fatto un casino ridere e volevo farlo anch’io, oh, mica posso essere sempre originale, cazzo vuoi, vienici tu a Porto a fare foto con le didascalie spiritose.
Sfreccio oltre un’orchestrina che suona pezzi tradizionali napoletani (???) con grande entusiasmo dei locali e dei turisti che vabbè lo sapete già.
Sfreccio lungo le curve umide e inospitali che ieri mattina mi avevano quasi ammuffito le ossa.
Sfreccio attraverso l’odore di pesce grigliato dei vicoli di Afurada, oltre il lavatoio delle signore curve sotto gerle di panni sporchi, oltre il nuovo porticciolo turistico da cui spuntano giovani fighetti abbronzati, oltre la nuova passeggiata a sette corsie che costeggia l’ultimo tratto di fiume e che l’ultima volta che sono stato qui mica c’era, e neanche le famiglie col passeggino e i bambini col monopattino e stai un po’ attento a dove pedali cazzo!

ho pedalato tanto che sono arrivato in Normandia

Arrivo vivo. Evviva. Stanco come uno che ha appena valicato lo Stelvio, con la capacità polmonare del mio gatto dopo un pomeriggio speso a miagolarmi davanti alla porta che vuole uscire, accaldato come quella volta che seduto al tavolino di Berto ho baciato a tradimento la mia compagna di banco mentre mangiava la pizza, ma vivo.

La Praia do Cabedelo do Douro, come la chiamano qui, è lunga e ventosa, ed essendo a ridosso di una riserva ornitologica, una vera, non la melmaia di prima, è come trovarsi su una pista di atterraggio per aironi: se non stai attento è un attimo che ti ritrovi infiocinato dal becco appuntito di qualche trampoliere di passaggio.

È una bella giornata limpida, cosa che mi spinge a fare quello che ogni genovese in riva al mare tenta di fare in condizioni simili: aguzzare la vista e provare a vedere la Corsica. Dopo un po’ che mi faccio venire la congiuntivite mi sembra di scorgere qualcosa all’orizzonte, e non è una nave di passaggio. Un banco di pesci? Squali? Squelli! Rido da solo della mia battuta salace, che avevo tirato fuori una sera di trent’anni fa, curiosamente proprio l’ultima volta in cui ho avuto degli amici. No no, c’è proprio qualcosa laggiù, e si sta avvicinando.

È un mostro marino! Emerge dall’oceano in un abito di alghe. Ha la testa a forma di uovo sdraiato, il corpo a forma di uovo spaccato, le gambe corte, una peluria sul mento, gli occhiali spessi, i capelli crespi e l’espressione di qualcuno che vorrebbe tanto trovarsi altrove.
Se non fossimo lontanissimi da casa giurerei di conoscerlo. Provo a parlargli, ma mi ignora, attraversa la spiaggia e sprofonda nuovamente nell’acqua torbida alle mie spalle, in una delle pozze che costellano la riserva di cui sopra.
Poi magari non era un mostro marino, ma il guardiano della riserva, che ne so, chi l’ha mai visto un guardiano di riserva portoghese?

Recupero la bici e torno indietro perplesso.

qui è dove scopro di aver perso il cappello

Ho ancora più di tre ore di bici pagata, così vado a rapinare una banca del centro, progettando di far perdere le mie tracce fra le auto in coda, ma le banche in centro sono tutte nella zona alta della città, e dopo venti minuti che ansimo su per una parete che gli autoctoni si ostinano a definire strada, rinuncio e me ne vado in ostello a fare la doccia, poi con calma torno alla Ribeira in mezzo alle otarie. Ce ne sono due vestite in modo buffo, sono Marzia e Vivienne Westwood. Arrivo in volata con un gran darci di campanello, che Marzia è sorda e se non faccio così l’unico modo per attirare la sua attenzione è investirla.
Che fate? Prendiamo il sole. Andiamo a fare aperitivo? No. Dai. Ma dobbiamo tornare in albergo e l’ultimo aereo è fra mezz’ora. Ci andate a piedi, cazzo te ne frega, oppure non ci andate proprio, tanto stasera dovete tornare giù per la cena. Va bene dai, aperitivo. Circolo dei velisti? Che domande, certo!

Il circolo dei velisti lo abbiamo soprannominato così la prima volta che ci siamo stati, perché di sicuro appartiene a una qualche associazione cittadina, ma di velistico non ha proprio niente, e neanche di vagamente sofisticato. È un baretto pieno di anziani gestito dallo stereotipo del portoghese antipatico, e ai tavoli c’è un uomo preistorico che quando ti prende l’ordinazione non parla nessuna lingua che non si sia estinta da almeno un milione di anni: tu gli dici che vuoi una birra, lui grugnisce e ti mostra le zanne. Ha davvero le zanne, gialle e appuntite. Ci siamo sempre trovati bene lì, nessun turista scassacazzi e tanti tavolini liberi, o quasi liberi, basta spostare l’anziano che ci è morto sopra.

aperibeira

(continua)

Porto 2017-5

5.

Qui è dove mi alzo la mattina carico di ottime intenzioni e decido di smetterla con questa vita priva di stimoli e amici ignoranti e sopravvivere trascinandomi nella mediocrità e musicadimerda e teatro come se il teatro fosse l’unica cosa che mi salverà dalla buzzurra in cui ciabatto da anni, con le crocs.
Qui è dove vado a visitare il museo di arte contemporanea di Porto.

Perché va bene leggere, suonare, tutta l’arte è importante, ma signori miei, è solo nell’arte contemporanea che l’uomo trova le sue risposte. Quando ti trovi in una stanza tutta bianca, con delle vetrate che si affacciano su un parco stupendo, e la luce di una calda mattina invernale inonda le pareti spoglie, e tu sei lì, unico testimone di quell’incontro fra l’umano e il divino, e osservi una tavola da surf segata in quattro, che incombe su quel vuoto come il monolite di 2001 Odissea Nello Spazio, in quel momento lo capisci: l’arte non è appesa ai muri, l’arte sei tu. È tutto quello che ti attraversa e viene metabolizzato e rimesso in circolo, il messaggio, il significato, l’ispirazione sono tutte chiacchiere, sei tu quello che rende quel pezzo di poliuretano l’espressione di una sensibilità artistica, tu che sei lì e lo osservi. L’ha capito benissimo Christo quando ha intruppato migliaia di buoi con lo zainetto e il cellulare su una piattaforma galleggiante in mezzo a un lago. Se ti fa prendere il treno apposta per farti ore di coda e ti fa tornare a casa felice di essere stato partecipe di una passeggiata scomoda e umida e lentissima che se fossi andato a camminare ai giardinetti spendevi meno e ti restava anche il tempo di guardarti un film e pulire casa, non ci sono cazzi, quella è arte. Se domani vai a Venezia a fotografare l’autografo di Melina Riccio sul muro della stazione in fondo al ponte di Calatrava rendi arte anche Melina Riccio, e non solo una sciroccata che imbratta i muri di Genova. Che poi che differenza ci sarebbe fra lei e Banksy, a parte che uno disegna e l’altra scrive in un italiano discutibile?

E la forma più paracula di tutte le arti è proprio l’arte contemporanea. Quattro cerchietti disegnati a biro su un foglio a quadretti incorniciato in una cornice ikea di quelle più economiche fanno bella mostra di sé in un percorso dedicato a un artista scarno, Michael Krebber. Devi vedere la visione d’insieme, è un provocatore, è una tappa di un percorso, c’è un significato. Sticazzi. Lo decido io il significato, se me lo spiega lui mi addormento dopo due minuti, anche perché me lo spiega in tedesco. E la spiegazione che mi do io mi appaga, e mi godo tutta la sua opera con calma, senza sentirmi come se mi fossi perso un passaggio. Per quello è arte paracula, perché se non capisci qualcosa viene subito a batterti sulla spalla e a dirti va bene così, rilassati, non sei tu, tranquillo.
Giotto è molto più pretenzioso, per dire. Con lui fatichi a identificarti nel processo, ti dice delle cose e pretende che le capisci, che ti studi la storia della prospettiva, la simbologia, il contesto storico. I contemporanei montano una passerella gialla sul lago e ti chiedono solo di camminarci sopra e farti due foto, segano una tavola da surf, tagliano una tela. A posto così, il resto metticelo tu.

famo a capisse

Li adoro i contemporanei, appartengono a una generazione che si esprime secondo un linguaggio che pesca nello stesso calderone da cui raccogliamo tutti. Abbiamo un retroterra comune, e questo facilita il dialogo. Ogni volta che esco da Genova vado a cercare il museo e mi ci perdo. A Praga, a Milano. Oltretutto l’edificio è sempre interessante quanto il suo contenuto, e Serralves non fa eccezione: art deco e modernismo, qualunque cosa significhi, io il massimo che capisco è questo è il pavimento e quello no, devi camminare qui. Ma che bello lo stesso camminare per il parco e infilarsi nella palazzina a curiosare la mostra di Mirò e non capirci un cazzo e sentirsi in pace col mondo. C’era una scopa con gli occhi! Mirò usava dei colori carichi che ti fanno venire voglia di indossarli, ma di più, di averceli dentro sempre, anche i neri sono neri carichi, neri neri. Poco tempo fa uno scienziato ha inventato un colore nero capace di assorbire il 99.965% della luce, che ne fa il nero più nero esistente al mondo, almeno finché a qualcuno non verrà in mente di estrarre il cuore della mia ex. Mirò non lo sapeva e ha usato un nero molto meno nero e più lucido, ma è così ricco il nero di Mirò che il vantablack non lo paragono neanche.

Marzia dovrebbe farsi i capelli blu

Di meno bello c’è solo arrivarci, al museo di Serralves. La guida ti dice di scendere con la metro a Casa da Musica, un altro edificio figo che non ci crederesti, e prima o poi lo vado a visitare anche dentro, e poi di andare in quella direzione. Quello che non ti dice è che in quella direzione ci devi andare finché non superi la frontiera col Belgio, poi giri a sinistra. Ho camminato lungo un viale dritto e lungo che mi ha fatto finire in mezzo a palazzoni così tetri che sembrava la pagina del modernismo socialista, e ho pensato a Marzia che leggerà queste righe e mi prenderà per il culo per il mio solito superpotere, ma che se fosse stata con me mi avrebbe ringraziato per averla portata davanti alla sede del partito comunista portoghese ad ammirare il murale molto comunista, ma poi mi avrebbe insultato senza neanche prendere fiato da lì fino al museo. Quindi vedi che bello è viaggiare da soli? Niente insulti, ti fermi a fotografare i palazzoni tetri e ti godi il fascino della banlieue, che anche in portoghese avrà il suo nome ma che secondo me non è evocativo come banlieue e soprattutto non richiama alla mente film memorabili.

superbloc

Già che sono al museo e non ho idea di come tornare in centro e piuttosto che farmela a piedi chiedo se posso restare a vivere lì che oltretutto in una sala ho fatto amicizia con una custode così carina che restare a vivere lì non mi sembra neanche un’idea tanto assurda, vado a mangiare al ristorante del museo. Perché c’è anche un ristorante, ed è contemporaneo pure lui, pensa che figata. Se vai al museo degli impressionisti non sperare di mangiare un’insalata dell’800 perché è finita nella spazzatura da un paio di secoli. Al Dox di Praga c’è un baretto che fa anche da mangiare, ma è un baretto. Qui c’è il baretto da scappati di casa al piano interrato, e al primo piano c’è il ristorantone buffet con vista sul parco e camerieri che ti vengono a servire il vino e ti chiedono come stai e tu non capisci perché dei camerieri portoghesi dovrebbero essere gentili con te, visto che storicamente i camerieri portoghesi non sono gentili mai ma mai (qui la storia dei camerieri portoghesi raccontata dal mio amico Alessandro), e considerata la strada lunghissima che hai fatto per arrivare ti sembra plausibile che da qualche parte lungo Avenida da Boavista ci fosse un posto di frontiera e nessuno ti abbia chiesto i documenti perché Schengen o perché erano in pausa colazione, che da queste parti è serissima, visto che come abbiamo già visto i dolci portoghesi sono una roba che ti ci vuole una settimana a finirli.

Dopo pranzo mi affaccio alla balaustra nell’atrio per capire seriamente se dovrò rifarmi la strada a piedi, rubare una macchina, chiedere ospitalità, chiamare un taxi o buttarmi di sotto, e in quel momento esce dalla sala di Klebber la custode carina di cui sopra, che mi vede e mi fa un cenno di saluto. Allora scendo e le chiedo come tornare in città. Le chiederei anche come si chiama e se è fidanzata e cosa fa stasera, ma sono pur sempre Pablo il Sociopatico, e dopo che mi ha spiegato come scendere al fiume in cinque minuti e prendere il tram non riesco a reggere l’idea di me che la sto fissando con la faccia ebete e mi ricompongo e scappo lontanissimo. Poi dici che non conosci mai nessuno.

(continua)

Porto 2017-4

4.

Il Palácio Da Bolsa, dove si ritrovano le associazioni dei commercianti della città per discutere di quelle cose di cui discutono i commercianti, che se non sei un commerciante ti riesce difficile immaginarle, tipo quanto le facciamo pagare le margarine da un etto e venticinque, si trova in una piazza in discesa. Quasi tutte le piazze del centro storico sono in discesa, e infatti a Porto ogni ragazzino ha giocato a calcio in piazza una volta nella sua vita, poi basta. E alla foce del Douro c’è un’insenatura dove ogni lunedì gli addetti alla pulizia costiera raccolgono centinaia di palloni.
Che vengono raccolti dall’associazione dei commercianti di Porto, che col ricavato si sono costruiti il sontuoso Palácio Da Bolsa.

Appena entri ti mostrano uno spazio enorme, chiuso su tutti i lati compreso il soffitto da pareti di vetro. La guida ci spiega a cosa serviva, ci mostra i vari stemmi che adornano le pareti, ognuno raffigurante una città, ci mostra un bellissimo orologio liberty e diverse altre cose, ma in quel momento sto cercando un bagno e mi sto domandando se mi noterà qualcuno, appartato in un angolo mentre fingo di guardare una cosa sul cellulare. In una stanza di vetro? Ma figurati, chi vuoi che se ne accorga.

Dopo la visita al salone di vetro saliamo a visitare le diverse stanze in cui le associazioni fanno le cose, tipo il Salone Dove Si Decide Quando Cominciare I Saldi, il Salone Dove Si Infliggono Punizioni Corporali A Quelli Che Ti Si Infilano Nella Vetrina, il Salone Dove Ci Si Ritrova Dopo La Riunione A Bere Porto Fino A Perdere Conoscenza e il piccolissimo Ufficio Palloni Smarriti, che contiene un quadernino ormai pieno di denunce e basta. Si sta deliberando per comprarne un altro, ma c’è sempre da risolvere qualcosa di più urgente, e fino ad allora il servizio di denuncia palloni smarriti è stato sospeso, con grande disappunto dei bimbi portuensi.

C’è anche un’incredibile sala decorata in stile moresco, che dalla quantità di stucco utilizzata per creare tutti quei ghirigori dovrebbe chiamarsi Sala Barbatrucco.

Niente, volevo lasciar depositare la bruttezza di quest’ultima battuta. Andiamo avanti.

memento mori

Intanto si è fatta quell’ora in cui i miei antenati che vivevano nelle caverne uscivano dal rifugio e combattevano la natura selvaggia per strapparle qualcosa di che nutrirsi. Ho ereditato qualcosa da loro, e se a casa posso recarmi comodamente al supermercato, cosa che loro non facevano perché la caverna dove abitavano i miei nonni dopo lo sfratto era troppo lontana dal centro, qui non so orientarmi fra le decine di proposte alimentari che la città mi butta addosso a ogni metro: Ristoranti tipici portoghesi a base di carne, ristoranti altrettanto tipici a base di pesce, il paradiso del bacalhau, il nirvana dell’alheira, formaggerie che emanano un odore di piedi da stordirti, trattorie vegetariane dove provare il vero caldo verde. La scelta è difficile, l’unica cosa che so per certo è che non mangerò mai più la francesinha, piuttosto mi infilo in un cantiere e succhio un paio di mattoni, tanto più o meno il sapore è lo stesso.

In Rua da Alegria, una strada che si arrampica sulla collina dove un tempo dovevano aver girato un film post-apocalittico e poi si sono dimenticati di smantellare le scenografie, trovo un piccolo ristorante che abbina aspetto accogliente, menu gustoso e prezzi popolari. Il gestore è un ragazzone molto gentile, mi mostra un tavolino e mi chiede se è di mio gradimento. Poi aggiunge: “Allora prova a passare domani, perché stasera siamo pieni”, e mi allunga un biglietto da visita. Lo ringrazio con un sorriso, poi raccolgo una forchetta dal tavolo più vicino e gliela pianto in un braccio, così impara a fare lo spiritoso con la fame degli altri.

Appena dopo il ristorantino spiritosone trovo il classico buco infame da disadattati, una trattoria unta con la puzza di fritto che scivola sotto la porta, le tovaglie di nylon e la tele appesa al soffitto sintonizzata sulla partita. Gli avventori hanno l’aria di aver perso da tempo la speranza di diventare ricchi e famosi, se ne stanno rassegnati ai margini della vita e osservano lo schermo con poco interesse, lo stesso che riservano alla roba che hanno nel piatto.
Chissà cosa si mangia in un posto così triste, mi domando. La risposta è appiccicata alla vetrina, in pratiche buste trasparenti uso ufficio, e mi viene fornita in diverse lingue, fra cui l’italiano.

il fascino pulp della cucina portoghese

Io non so proprio resistere a un cartello che mi traduce “tripas à moda do Porto” (trippa alla maniera di Porto) in  “elegante budella Porto”. Così entro e mi gusto un’altra cena discutibile in un luogo dove la cortesia distaccata del cameriere sembra essere l’unico aspetto positivo, ma solo perché in un posto così ti aspetti che tutti smettano di parlare e ti fissino, e che lui si avvicini brandendo un coltello da macellaio.

Sopravvivo, ma a differenza delle altre volte non ricorderò questo viaggio a Porto per le straordinarie cene che lo hanno contraddistinto.
Mi incammino con calma verso l’ostello e rifletto su un po’ di cose che mi sto portando dietro e delle quali non vi parlerò, perché i pipponi intimisti me li tengo per i racconti in terza persona, dove posso fingere che quello disadattato sia il protagonista della storia e non io.
Entro in camera e forse interrompo qualcosa, i miei due coinquilini sono seduti sulla stessa branda con fare colpevole. Vado a lavarmi i denti e ci metto molto più tempo del necessario, e quando torno sembra di nuovo tutto normale. Mugugno una buonanotte e mi apparto ai piani superiori.

(continua)

 

Porto 2017-3

3.
Sceso dalla Sé attraverso il ponte sul suo piano più elevato e mi perdo nella cittadina di Villa Nova De Gaia. Prima di tutto salgo a vedere quel grosso edificio che sovrasta il fiume, dove non sono mai stato. È una caserma, non mi ci fanno entrare e francamente bene così, ci ho già passato un anno di più di quanto fosse necessario, dentro una caserma come quella. Mi va benissimo guardare il panorama dalla spianata sottostante.

Villa Nova De Courmayeur

La ringhiera è piena di lucchetti, a casa prima di partire ho studiato dei tutorial su come aprire un lucchetto senza usare la chiave. Proverei, ma oltre ai lucchetti il piazzale è pieno di anziani militari col cappotto di cammello, e mettermi a scassinare cose davanti a gente che magari sotto Salazar portava i dissidenti a fare quei giri fuori città da cui poi non riesci più a tornare mi pare irrispettoso. Irrispettoso verso la mia salute, voglio dire. Così me ne vado e scendo verso il fiume prendendola lunga, che per chi mi conosce significa finire nel solito buco di quartiere di merda dove non c’è un cazzo di niente da vedere, solo case deserte e strade occupate da carcasse di auto.
È il mio superpotere, dovunque mi porti riesco sempre a trovare la strada più merdosa che ci sia. Fosse anche il quartiere più vivo della città, io riesco a svoltare due volte e finire in mezzo alla morte.

Quando arrivo sulla strada che costeggia il Douro ho addosso tutta la tristezza di una città di alcolisti abbandonati al proprio dolore sul bordo di una strada di periferia, e anche di un paio di tossici, però educati.

Il piccolo borgo di São Pedro Da Afurada dista da Gaia poco più di tre chilometri, percorribili in cinque minuti in auto, sulla strada che costeggia il Douro fino alla sua foce, o un’ora camminando tranquilli sulla passerella di legno accanto alla strada. Ci sono anche delle panchine ogni tanto, dove puoi prenderti la gelida ombra dei mesi invernali o il sole calcificante di quelli estivi, e intanto farti ghermire le articolazioni dalla perenne umidità che sale dal fiume.
Trovi sempre da sederti su quelle panchine, ma stranamente non lo fa mai nessuno.

basta poco

Quando finalmente arrivi è una festa, ti si apre davanti il molo coi pescatori che scaricano cassette di sarde e calamari sotto lo sguardo attento dei gabbiani. È sempre uguale il molo di Afurada, ci sono macchine mollate ovunque, gente che va e viene dai banchi del mercato che sta più avanti, odore di pesce alla griglia dalle trattorie che si affacciano sulla strada. Il traghetto scarica passeggeri che arrivano dall’altra sponda, quella della vecchia Porto e della sua area urbana più recente, ma la maggior parte abita qui, o ci arriva in autobus passando per l’abitato di Villa Nova De Gaia, che tutti conoscono solo per il lungofiume pieno di cantine, ma si estende parecchio all’interno, e fa abbastanza schifo.
Anche Afurada è poco appetibile da un punto di vista architettonico, un reticolato di casette basse tutte uguali, sembra un campo di roulottes rivestite di piastrelle giallo malattia. Però c’è sempre il sole quando ci arrivo io, e il profumo di cibo aiuta un sacco. Vado a cercare il mio ristorante preferito, e lo trovo chiuso. C’è un cartello davanti con esposto il menu del giorno e i prezzi, ma la porta è chiusa, la griglia per cucinare il pesce è spenta, le tende sono abbassate, insomma cazzo è chiuso. E ora?
Chiedo a un signore che fuma e mi guarda, fermo sull’uscio di casa. Mi dice che riaprirà a febbraio. E ora?
Mando un messaggio a Marzia che si potrebbe riassumere in “Il ristorante è chiuso, dove sei, ho fame”, e ne ricevo uno che dice “Come chiuso, ci siamo fermate in un capannone che vende antiquariato”, poi mi si spegne il telefono.

Che significa? Che ho la batteria scarica. No, intendo il messaggio di Marzia, che significa capannone antiquariato? Devo aspettarle per mangiare? Arriveranno? Non arriveranno? Io ho fame!

Vado a vedere se scende dal traghetto, ma non scende. Aspetto il successivo, ma non scende neanche da quello. Il mio cervello elabora sequenze di immagini catastrofiche, io che muoio di fame lungo la strada e vengo mangiato dai gabbiani, io che mi vedo chiudere davanti tutte le trattorie e finisco per mangiare al ristorante carissimo dove non ho soldi per pagare e mi arresta la polizia col punto dopo il nome, che fa un casino più cattivo della polizia e basta, io che mi scogliono e vado a mangiare da solo da un’altra parte.

Scelgo questa, e mi dirigo al Cafè Vapor, una piccola trattoria sulla strada con un tavolo di legno al sole collocato proprio vicino alla griglia del pesce. Mi piacerebbe prendermi una bronchite mentre i miei vestiti s’impregnano di umori ittici, ma i miei compagni di stanza sono già infastiditi dalla mia presenza così, senza bisogno che li obblighi a passare una notte con le finestre spalancate. Mi siedo a un tavolo all’interno, e ordino delle sarde.

Le sarde portoghesi non vengono pulite prima di cucinarle, te le servono con testa e interiora, e a qualcuno può dare fastidio. A me un po’ ne dà, più che altro la noia di pulirle. Il tavolo accanto al mio riceve una conca di calamari grigliati che se ci penso piango ancora adesso. Dev’essere stato lì che ho deciso di tornare a Porto prima possibile per fare tutto quello che non sono riuscito a fare neanche in questo viaggio, e metto i calamari grigliati in cima alla lista.

Intanto che mangio sento qualcuno chiedere “chegou o circo?” e so già cosa stanno guardando prima di voltarmi. Faccio un cenno e Marzia e la sua amica Iggy Superpop si fanno strada nel locale.

Non ci hai aspettato, che stronzo! Si è spento il telefono e non sapevo più se sareste arrivate. Avevo detto alle dodici e mezza, lo sono adesso. Eh ma io avevo fame da un’ora! Son venuto a piedi! Sei sempre il solito. E qui non c’è posto per sedersi. Potete mettervi sulle panche fuori, si sta bene, a parte l’odore. Sticazzi dell’odore, fra un po’ arrivano tutti gli altri, ci serve un tavolo grande! Se non vi disturba che poi tutti si volteranno a guard.. no, non credo che vi farete problemi.

Finisco di mangiare, prendo anche il caffè, e spendo pochissimo, ma tipo la metà di quello che avevo calcolato di spendere, che era già pochissimo.
Esco dal locale con un sorriso che le due compagne di viaggio di cui sopra interpretano subito male:

L’hai notato anche tu che hanno la Sagres invece della Super Bock, eh? Quante te ne sei bevute? No, sorrido per il prezzo. Vabbè, ti fermi con noi? Stanno arrivando i nostri amici, così li conosci. Arrivano con un pulmino Volkswagen tutto colorato? Saranno tantissimi! No, col traghetto, perché?

Me ne vado piccato, che quando faccio una battuta divertente e non la colgono ci rimango male. E poi sono in uno dei miei momenti sociopatici, mi sento venir su quel vuoto cosmico che mi fa stare come in mezzo alla piazza di Pechino senza un’idea di cosa stia dicendo la gente che mi cammina accanto, senza sapere come fermarli, cosa dirgli, dove andare e perché. Ho bisogno di stare da solo e mugugnare sottovoce, ho paura dell’ignoto, sono annoiato dai soliti schemi che si ripresentano e dalle mille paure diverse che bloccano ogni desiderio. Vorrei andare alla duna di sabbia giù alla foce, vorrei tornare a Gaia ma poi non so cosa fare una volta là, vorrei prendere il traghetto e andare di là, ma poi che me ne faccio, vorrei restare ma conoscere persone in questo momento sarebbe come chiedere a un pugile se sua madre è davvero così brava a fare pompini, e stare da solo non è il massimo quando mi piglia così.

Monto su un autobus guidato dal più famoso pilota di formula 1 portoghese che però non ha avuto il successo che meritava e si è dato al servizio pubblico, e ci vuole tutta che le sarde rimangano al loro posto nello stomaco.

Torno in centro e mi do alle spese folli, il poster della mia cantina preferita che appenderò in camera appena torno e che invece non ho neanche tirato fuori dal suo tubo di cartone e continuo a raccontarmi che è perché non ho tempo di andare a comprare una cornice, ma quando trovo il tempo non so le misure e intanto mi si accumulano i poster arrotolati, fra un po’ apro una cartoleria;
compro un giubbotto di jeans e una camicia colorata, cioè, io una camicia colorata, non so come farò a metterla nell’armadio senza che tutte le altre camicie grigine e nere saltino fuori inorridite.

E poi vado a vedere il fichissimo Palácio Da Bolsa, che per quelli che non sanno il portoghese sarebbe un ex giocatore del Genoa ceduto all’Inter, celebre per il codino e i gol, e lo si prende in considerazione nel periodo in cui è appartenuto a una signora dall’aspetto stanco ed evidenti problemi di respirazione.
Non so perché certe volte scrivo cose del genere.

(continua)

porto 2017-2

2.
Mi sveglio molto presto, il fuso orario o il fantasma del cuoco di Picota che mi ha tenuto compagnia per tutta la notte. Vorrei alzarmi, ma i miei compagni di stanza dormono ancora, magari aspetto, dev’essere presto. Passa il tempo e sento l’edificio svegliarsi piano piano, qualcuno va in bagno, qualcuno scende a fare colazione. I miei compagni di stanza no, sono sempre nella stessa posizione. Magari sono morti e io mi sto facendo gonfiare la vescica per una cortesia inutile verso due cadaveri. Spunto con la testa e vedo il mio vicino di letto con la bocca spalancata da cui sale un gorgoglio ritmico, come un geyser che sta lentamente tornando in attività. Immagino che anche la ragazza nell’altra branda sarà in ottima salute. Vabbè, senti, mi alzo. Cerco di fare più piano che posso, ma ogni movimento produce lo stesso frastuono di un ciclo produttivo all’Italsider. Dopo un po’ mi rendo conto che se evito di muovermi con attenzione ci metto la metà del tempo, e forse disturbo meno.

Scendo a fare colazione e non c’è nessuno, solo io e un tizio che legge il telefono. Mi servo un succo di qualche frutto inesistente in natura, dal sapore dev’essere stato estratto dall’albero del polistirolo, e una bella tazza di quella sbobba annacquata che qualcuno si ostina a definire caffè americano. Non è caffè, smettila. Il caffè ha un sapore e un odore e una consistenza ben precisi, questa sostanza non ha ancora trovato una sua collocazione neanche nella tavola degli elementi. Se venisse fuori che la raccolgono da un tubo in una discarica non ci sarebbe niente di strano.

la chiesa dove si adora il signor Morto e i pasticcini pesantoni

Faccio la seconda colazione al Forno dos Clerigos. È quella panetteria dove mi reco in pellegrinaggio ogni volta che torno in città, sotto la chiesa che porta lo stesso nome. Prendo un pastel de nata pesante come solo un dolce portoghese sa essere, e mi racconto per l’ennesima volta che ne mangerei a chili perché è così buono. Non è vero, buono è buono, ma se continuo a trangugiare marmo morirò prima di dover rinnovare la carta d’identità.
Prendo anche una roba tipica di Porto che si rivela un pastel più grosso e pesante. Credevo che le cose più grosse e pesanti del pastel de nata si trovassero solo nei cataloghi di artiglieria.

Mi scrive Marzia, dice che verrà a fare colazione lì, ma che è ancora in albergo. Da quanto ho capito alloggia in una specie di ex carcere fuori città, senza riscaldamento e con la colazione sparata in camera mediante irrigatore a canna. Non ho capito perché non abbia prenotato nel mio stesso ostello, lo conosceva anche lei e come me lo ha adorato da subito. Dice che se ne sono occupate le sue compagne di viaggio, che però non erano mai state a Porto. Boh, rinuncio a capire, certe volte nella testa di Marzia succedono cose misteriose.

Dopo un po’ che non la vedo arrivare mi alzo, o perlomeno ci provo, e vado a fare due passi fino alla chiesetta di Sant’Ildefonso, sulla collina adiacente. È una piccola costruzione barocca in un quartiere che non avevo mai visitato.
Non mi dice granché, ma ho tempo da perdere, magari proseguo verso una direzione sconosciuta. In quel momento ricevo un messaggio di Marzia, è arrivata al forno. Torno indietro.

La trovo al tavolino che sta macinando un panino al prosciutto. Accanto a lei è seduta Vivienne Westwood, o perlomeno spero tanto che lo sia: è tutta viola, i capelli, la montatura degli occhiali, una pelliccia e gli anfibi. Sembra un incrocio fra una bici, Iggy Pop e il Teletubbie Tinky Winky. Mi limito a due saluti due, i gestori ci stanno guardando male e credo di aver visto spuntare da sotto il banco qualcosa di metallico con un percussore e un grilletto. In Portogallo sanno essere molto rudi coi clienti.
Ci diamo appuntamento ad Afurada a mezzogiorno, andremo a pranzo tutti insieme alla Taberna Do São Pedro, un altro di quei posti per cui vale sempre la pena tornare da queste parti.
Le lascio alla loro colazione e me ne vado a vedere la Sé.

La guida della città descrive la Sé come una cattedrale-fortezza; ai tempi della scuola ero un bimbo gracilino e facevo un sacco di assenze, perciò ho saltato sia la lezione in cui spiegavano le cattedrali, sia quella in cui descrivevano le fortezze. Però ho giocato a un sacco di videogiochi a tema fantasy, quindi la Sé la immagino come un edificio altissimo, goticissimo, dalle pareti spesse come tutta casa mia, abitato da creature deformi che mi puntano addosso un’ascia bipenne ed emettono suoni biascicati attraverso le zanne, poi mi vendono una pozione che mi restituisce +10 al mana.

Niente di tutto ciò. Per essere grossa è grossa, e pure massiccia, ma somiglia più a una sobria fortezza medievale che a una cattedrale gotica, anche se i pilastri all’interno sono grossi e nerboruti come le braccia di mia sorella, seppure meno pelosi.

Pilone Tupparello

Le creature deformi ci sono, ne incontro due. Indossano palandrane e invece dell’ascia bipenne mi puntano addosso un volantino e mi chiedono se voglio fare una foto per beneficienza. Accetto volentieri, una foto insieme a una creatura deforme starebbe benissimo nel mio album di Facebook.
Di certo meglio delle vostre con la bocca a culo di cane e la fronte in avanti per nascondere il risultato della dieta. Del fatto che non ne state seguendo nessuna, intendo.

La giovane baffuta volontaria dell’Ente Turistico Ecclesiastico Della Madonna Del Cerchione o di qualche associazione analoga mi spiega a grugniti che sarà lei a fare la foto, io devo solo mettermi là davanti a quella parete di azulejos e fare la faccia da uno che non vedeva l’ora di farsi fotografare.

Cioè come se me la facessi da solo? Eh ma te la faccio io. E se me la faccio da solo? Noi te la stampiamo su carta fotografica e la mettiamo in questo libretto interessantissimo che mostra tutte le meraviglie della cattedrale, non so se hai afferrato il sottinteso, se non l’hai afferrato guarda l’occhiolino che ti sto strizzando da mò. Credevo fosse l’orifizio da cui respiri, con voi creature deformi che abitate le cattedrali-fortezza è sempre difficile capire. Allora, ti metti davanti alla parete o devo tirare fuori i tentacoli? Non c’è niente che possa fare, sono al massimo della potenza. Dovrò spegnere tutto. Ma dovrete faticare per prendermi. Non puoi vincere, ma ci sono delle alternative al battersi.

Mi metto in posa e faccio tutte le smorfie del mondo, da quella triste a quella scoglionata, ma la tizia è abile e riesce a prendermi proprio nel momento in cui rido. Mi lascia andare senza sacrificarmi al suo dio sanguinario e riprendo il giro.

Il chiostro della cattedrale è insignificante, le tombe di San Carralho e San Colombão Certenholi sono anonime, la stanza piena di roba barocca è carina, ma evitabile. L’unica cosa che attira la mia attenzione sono i gabbiani. Hanno tutti l’elmo e una piccola alabarda.

Torno all’uscita e mi ferma la creatura di prima, il cui approccio non è diventato più gentile neanche adesso che ci siamo conosciuti e abbiamo condiviso tanti momenti felici. Cara mia, se speri che adesso ti libererò dall’incantesimo che ti ha gettato addosso la strega cattiva devi proprio cambiare atteggiamento. Piuttosto bacio il parroco.
E anche la foto che cerca di rifilarmi, ma cos’è? Va bene, rido, ma sembro un ultraquarantenne sciupato e malvestito che cerca di sembrare meno depresso di quel che è, dai. E te la devo pure pagare? Ma vai, vai.

Mentre scendo verso il ponte Dom Luís mi specchio in una vetrina. Vedo un ultraquarantenne sciupato e malvestito che cerca di sembrare meno depresso di quel che è. Vado a cercare un’altra vetrina, questa è rotta.

(continua)