due episodi di varia mondanità

A Milano è appena terminato il salone del mobile, e io non ci sono andato, e adesso me ne pento. Mi succede tutti gli anni, mi dicono salone del mobile e io penso a capannoni pieni di cassapanche frequentati da coppie dove lei indossa il golfino e i tacchi e tiene a tracolla una borsetta dolcegabbana e dice cose tipo guardaammore quello starebbe benissimo nella stanza di Cristiano Malgioglio III, perché i nomi americani tipo Chevin non piacciono più e le coppie moderne oggi cercano di darsi un tono senza però abbandonare quella vena nazionalpopolare che li fa sentire fieri della propria italianità che noi siamo un popolo che non si deve vergognare di fronte a nessuno e difatti non hanno nessuna vergogna proprio, e da altre coppie più appesantite dagli anni con figli al seguito che tengono gli occhi sulla chat dove stanno scrivendo roba tipo minkiakeppalle alle loro amichette e tu li devi evitare come i relitti alla deriva, ma senza cattiveria, che un po’ ti senti solidale con la loro noia, e neanche hai delle amichette a cui scrivere.

E invece il salone del mobile di Milano è quella roba fighissima di design sparato ovunque per la strada in stanze buie piene di sculture di legno e neon e glitter che ce n’è tanto che secondo me i tuoi pori lo assorbono e poi ti viene la leucemia e inaugurazioni di gallerie d’arte dentro ex stazioni ferroviarie dove omosessuali spiritosi passano il tempo a coniare neologismi che poi le nostre fidanzate useranno a sproposito per spiegarci come intendono decorare la camera da letto per la settima volta quest’anno.

Che poi ho visto le foto e sono sempre le stesse, il mio instagram è pieno di persone che sono state al salone del mobile e l’hanno documentato secondo il proprio gusto, e o tutti i miei contatti su instagram amano i baretti coi neon e i glitter della morte o il salone del mobile di Milano consta di due ambienti due e tutto intorno la solita città del resto dell’anno, solo più affollata e con molti più sacchetti dello stesso colore, ma quello succede anche quando ci sono i saldi da Zara, non ci si fa più caso.

Solo una mia amica ha postato delle foto di una roba che poteva essere una galleria d’arte, e che non ho visto fotografata da nessun altro: c’erano delle sculture tipo animali, mostri, creature uscite dalla fantasia di scrittori dell’occulto tipo Salvini, e tutte fatte con roba che sembrava balsa, sai quel legno piatto e leggerissimo che si usa per fare gli aeroplanini e i dinosauri, che li metti insieme incastrando i pezzi senza usare la colla e che in vetrina sembrano solidi e in grado di resistere alle ere geologiche e solo a te vengono fuori tutti traballanti che non li puoi toccare sennò si disfano e finiscono a morire su una mensola sepolti dalla polvere che oltretutto su quel legno lì ci si deposita che è un piacere? Il legno di balsa non so da che albero viene estratto, credo dall’albero della balsa, che sono piante leggerissime e piatte che tagli a fette della forma che ti pare, ma che in giro non si vedono mai perché prima devi scavare sotto quintali di polvere e chi ne ha voglia.

A Genova intanto siamo meno mondani che a Milano, ma un po’ di mondanità ce l’abbiamo anche noi, e questa settimana comincia euroflora, che per chi non è del posto sarebbe una fiera come quella del mobile però coi fiori, ognuno espone quello che conosce meglio, qui c’è la riviera dei fiori e abbiamo l’euroflora, là si fanno un sacco di seghe e c’è il salone del mobile. Anche la nostra città è tutta colorata e ricca di iniziative che rimandano all’attrazione principale, e per farla più colorata qualcuno ha deciso di appendere gli ombrelli aperti.

Come ad Agueda, in Portogallo, dove nel 2011 qualcuno ha avuto un’idea interessante e da allora non c’è città al mondo che non l’abbia ripetuto. Quest’anno è arrivata Genova, e tutti a scattare foto a sti cazzo di ombrelli aperti, che oltretutto siamo andati al risparmio e invece di coprire tutta la strada come nel progetto originale ne abbiamo appesi parecchi meno, e l’effetto tristezza è esploso come una bomba. Ma tanto i genovesi sono persone semplici, vedono un po’ di colore e lo fotografano, vedono un politico nuovo e lo votano, gli sembra sempre tutto nuovo e bello, beati loro.

Solo a Ronco, dove abito io, questo vento di novità non soffia mai, perché stiamo in fondo a una valle cupa e umida dove il cambiamento non riesce ad arrivare, le fiere di design ce le sogniamo e i fiori non hanno il coraggio di sbocciare perché appena va giù il sole torna l’inverno e gelano.

quando a Ronco c’era ancora qualcosa da vedere la gente ci si fermava, altroché! A fare benzina, ma ci si fermava!

Giusto per sentirmi più mondano ieri ho tolto il piumone invernale e ho messo quello di mezza stagione, ma ho dormito col pigiama di flanella perché non mi fido mica.

Dovrei anche mettermi a pulire casa, e invece sto qua a scrivere, ma mi sembra che il cambiamento vada affrontato un po’ alla volta, sennò stufa. D’altronde anche euroflora la facevano ogni cinque anni, poi per sette non si è più fatta, e adesso forse ricomincia e forse è una cosa estemporanea, vediamo se piacerà o no, io voto no, perché questa nuova collocazione ai parchi di Nervi non mi sembra la più adatta: prima la allestivano dentro il palasport, e il suo punto di forza era proprio come riuscivano a trasformare un edificio triste e vecchio e spoglio in una foresta piena di colori, un colpo d’occhio incredibile; ai parchi il massimo che potranno ottenere sarà di migliorare un luogo già bello di suo, capirai che sforzo, e l’effetto dirompente si perderà tutto, la gente tornerà a casa pensando di aver visto qualcosa di carino ma che non valeva i venti euri del biglietto e finirà lì.

Una svolta significativa sarebbe quella di allestire entrambe le manifestazioni a metà strada, tipo a Ronco, che non è a metà strada ma il suo clima tropicale si presta allo scopo: facciamo il salone del mobile nella zona sportiva, che è il punto più umido del paese, poi stiamo a guardare mentre la flora locale prende possesso delle installazioni e crea composizioni naturali che all’euroflora se le sognano; i funghi spuntano dagli sgabelli vintage, le spine si mangiano i lampadari al neon, il muschio e le ortiche coprono il resto. Per dieci euri invece che venti potete aggirarvi liberamente in questi spazi dove natura e design hanno imparato a convivere, e invece della borsetta chic potete portarvi a casa la pleurite.

Frotte di genovesi e milanesi accorrono a visitare il nuovissimo Salone Del Luvego, si accoltellano nel posteggio e alla fine fra morti e ammalati otteniamo un drastico calo del traffico lungo l’autostrada A7 e una vivibilità maggiore nel centro cittadino e nelle spiagge della riviera.

Non so voi, ma per me sarebbe l’estate perfetta.

le disavventure di Giovannino Bellino

Nel tardo ‘400 fra la borghesia milanese scoppiò la moda dell’animaletto da passeggio. Da sempre era consueto incontrare, nei palazzi del potere, ai ricevimenti di gala o nei teatri, dame eleganti con un cagnolino in braccio, fasciato in tessuti costosi. Era uno status symbol, come oggi si sfoggia l’orologio d’oro per mostrare la propria appartenenza a un certo ambiente allora ci si dotava di un cane. I meno abbienti circolavano con bastardini senza valore, ma più si saliva nella scala sociale più il sangue della bestiola acquistava purezza. Si racconta che la moglie di Ludovico il Moro circolasse con un chihuahua appena importato dal Nuovo Mondo.

Il mercato dei cani da passeggio rendeva bene, e questo attirò speculatori di ogni genere. Il più spregiudicato fu certamente Don Giovannino Bellino. Era costui l’ultimo di una famiglia di mercanti molto numerosa, tanto che per distinguerlo dai fratelli veniva chiamato “il Giovane”. Il suo fratello appena più grande era “il Meno Giovane”, quello precedente “l’Un Po’ Più Vecchio”, quindi si saliva fino ad arrivare al primogenito, conosciuto come “Quello Grande”.

Era costui l’ultimo di una famiglia di mercanti molto numerosa, tanto che per distinguerlo dai fratelli veniva chiamato “il Giovane”. Il suo fratello appena più grande era “il Meno Giovane”, quello precedente “l’Un Po’ Più Vecchio”, quindi si saliva fino ad arrivare al primogenito, conosciuto come “Quello Grande”

Giovannino si buttò nel mercato dei cani da compagnia con l’idea innovativa di trasformarlo nel profondo. “Perché limitarsi ai cani?”, si chiedeva. “Ci sono tanti altri animaletti graziosi che potrebbero accompagnarsi al petto di una dama!”.
Lanciò quindi il gatto da passeggio, che non solo sconvolse il mercato, ma sovvertì l’intera struttura sociale della città. Da quel momento chi non poteva permettersi un cane costoso semplicemente si comprava un gatto. Fu la rivoluzione, l’introduzione di un nuovo animale diede una vigorosa spallata alla gerarchia del pedigree, tutti poterono ambire ad essere qualcuno, non esistevano più ricchi e poveri, ma solo persone con un animale in braccio.

Fra le dame si scatenò una vera e propria guerra di cuccioli, chi si presentava al ricevimento col cane neanche la facevano più entrare

Le buone idee, si sa, vengono sempre copiate, e qualcuno pensò che se il mercato aveva accolto bene i gatti chissà come sarebbe stato generoso verso altre specie. Fu così che le botteghe di animali da compagnia si riempirono delle bestie più incredibili. Tutti volevano essere una spanna sopra gli altri, fra le dame si scatenò una vera e propria guerra di cuccioli, chi si presentava al ricevimento col cane neanche la facevano più entrare, la parola d’ordine era “esotismo”.

Antonino Favazza, un marinaio astuto che aveva viaggiato su tutte le acque e parlato tutte le lingue e aveva agganci in ogni porto conosciuto, fu senza dubbio il responsabile della più grossa invasione di animali esotici che la città avesse mai visto. Ogni volta che arrivava in città recava con sé gabbie piene di pappagalli, serpenti, piccoli di rinoceronte, felini di ogni colore e dimensione, scimmiette moleste, addirittura grossi ragni, che quello che vuole fare il pazzesco con gli amici lo trovavi anche allora.

Antonino Favazza, un marinaio astuto che aveva viaggiato su tutte le acque e parlato tutte le lingue e aveva agganci in ogni porto conosciuto, fu senza dubbio il responsabile della più grossa invasione di animali esotici che la città avesse mai visto

Divenne ricchissimo, in poco tempo il suo nome fu più conosciuto di quello di Ludovico; tutti lo cercavano, tutti gli ordinavano animali strani, sempre più strani, tanto che dopo un po’ non seppe più cosa procurare a quel pubblico così esigente. Ormai aveva dato fondo all’intero Bestiario di Linneo, il suo catalogo comprendeva ogni essere conosciuto, dall’immenso elefante (che si portava in braccio solo in gruppo) al piccolo scarabeo stercorario. Gli mancavano solo i microbi e le creature mitologiche, ma contava di riuscire presto a procurare anche quelle, i suoi cacciatori erano da mesi sulle tracce dell’unicorno dalle orecchie a sventola e assicuravano che la cattura fosse imminente.

Tutto cambiò quando il suo agente nelle gelide terre dell’Est gli portò un rarissimo esemplare di ermellone. Grande il doppio dell’ermellino comune, anche l’ermellone era un animale rinomato per la sua pelliccia folta, nella steppa siberiana veniva cacciato senza tregua. Da tempo ormai se n’erano perdute le tracce, si pensava che il bracconaggio senza controllo lo avesse condannato all’estinzione, tanto che gli stessi cacciatori siberiani si erano buttati sull’uccello dodo, meno pregiato ma molto più comune.

Antonino Favazza entrò a Milano fra due ali festanti di folla. Tutti aspettavano trepidanti di scoprire chi si sarebbe aggiudicato quello che ormai era l’Animale con la A maiuscola, il re delle bestiole da compagnia, colui che avrebbe oscurato qualunque rivale, l’ermellone.
Venne istituita un’asta nel Palazzo Ducale, presieduta da Ludovico in persona, accorsero artisti da tutta Europa per immortalare quell’evento. Leonardo Da Vinci volle ritrarre la dama che si sarebbe portata via il prezioso roditore.
L’ermellone stava nella sua gabbietta, frastornato. Aveva dovuto sopportare un viaggio lungo settimane, durante il quale lo avevano nutrito esclusivamente a datteri, l’unico cibo di cui la carovana abbondava, forte della convinzione che per sopravvivere in un paese freddo occorra mangiare cose che provengono dai paesi caldi; era stato chiuso in uno spazio angusto, aveva le zampe intorpidite e adesso tutta quella folla strepitante intorno a lui lo stava rendendo eccessivamente nervoso. Forse fu per questo che ad un tratto si lasciò andare.

Nel bel mezzo di Palazzo Ducale, alla presenza delle più alte autorità cittadine e di tutta la borghesia più in vista, di fronte a pittori, musicisti, scienziati, poeti, proprio in faccia al vescovo, al cardinale e a tutto il clero, l’ermellone mollò la più colossale, devastante, apocalittica cagata che si fosse mai vista. Fu come se una bomba atomica fosse esplosa in mezzo al salone, tutti furono investiti dall’onda d’urto marrone che disegnò sagome umane sugli arazzi alle pareti, cambiò colore al soffitto, cancellò i pregiati marmi del pavimento. Nessuno fu risparmiato, l’ermellone donò a tutti senza tralasciare nessuno, anche chi stava dietro e allungava il collo per sbirciare da sopra la spalla del vicino ricevette la sua dose di popolarità. Chi stava nelle prime file subì gli effetti maggiori. Un cardinale scomparve e di lui non si seppe più niente, un paio di mesi più tardi venne rinvenuta una scarpa.

Come era cominciata, la moda degli animali da compagnia terminò di botto. Le botteghe chiusero, i viaggi per mare si ridussero drasticamente, nessuno volle più sentir parlare neanche di cagnolini. Antonino Favazza si imbarcò quella stessa notte, braccato dai sicari di Ludovico, e di lui non si seppe più nulla. L’ermellone venne dimenticato e finì per estinguersi.

E Giovannino?
A Milano, di questi tempi, non si ricorda volentieri l’uomo che in qualche modo fu l’ispiratore della lotta di classe. Di più, contribuendo all’abolizione della moda dei cagnolini da passeggio scatenò una serie di eventi che portarono alla nascita del comunismo, e in una città amministrata da una giunta di destra personaggi simili si cerca di dimenticarli, piuttosto che di celebrarne le gesta.
Per fortuna restano diversi dipinti a ricordarci chi fu e che importanza ebbe nella storia del nostro Paese Giovannino Bellino.

Con la caduta degli animaletti la sua bottega perse tutti i clienti e dovette chiudere, e Giovannino, che nel frattempo aveva preso moglie, si trovò in grosse difficoltà.

Costei si chiamava Ginevra, ed era una donna molto viziata. Figlia di un banchiere fiorentino era abituata a uno stile di vita dispendioso, fatto di gioielli, ricevimenti eleganti e viaggi per il mondo

Costei si chiamava Ginevra, ed era una donna molto viziata. Figlia di un banchiere fiorentino era abituata a uno stile di vita dispendioso, fatto di gioielli, ricevimenti eleganti e viaggi per il mondo. Non doveva amare molto suo marito, perché appena ebbe sentore della crisi economica lo lasciò per un nobile mantovano più giovane di lei, dalle fattezze femminee e dalla borsa capiente, il principino G.

Non doveva amare molto suo marito, perché appena ebbe sentore della crisi economica lo lasciò per un nobile mantovano più giovane di lei, dalle fattezze femminee e dalla borsa capiente, il principino G

Le nozze col giovane delfino non le garantirono maggiore fortuna, lui la tradiva con una certa Simonetta, una ragazza sempre depressa, che passava le giornate in piedi davanti alla finestra a guardare la pioggia e ad ascoltare vecchie canzoni dei Cure, ma che evidentemente ci sapeva fare a letto, perché gli diede cinque figli, che alla morte del padre si spartirono l’intera eredità, lasciando la povera Ginevra senza neanche una casa. Restituì la sua vita disgraziata intorno ai sessant’anni, per una sifilide che aveva contratto dal marito, e fu l’unica cosa che ebbe in dono da lui.

lui la tradiva con una certa Simonetta, una ragazza sempre depressa, che passava le giornate in piedi davanti alla finestra a guardare la pioggia e ad ascoltare vecchie canzoni dei Cure

Senza moglie e senza lavoro Giovannino cadde in una profonda depressione, si fece crescere la barba e i capelli e si sarebbe lasciato morire, se la sua vita non avesse incrociato quella di Giorgio Guerriero.
Come un Leonardo Da Vinci meno conosciuto, anche lui era una specie di genio, il suo sogno era di costruire strumenti nuovi e improbabili, che migliorassero la vita degli individui. Dal suo laboratorio se ne veniva fuori con idee rivoluzionarie come la Scatola Che Lava Gli Abiti, una cassa di legno in cui gettare la biancheria sporca e ritirarla pulita, grazie a un complicato meccanismo che univa acqua corrente, ruote dentate e una quantità esagerata di criceti. Girava per la città con la sua invenzione più riuscita appesa alla cintola, la lapispada, una matita delle dimensioni di una sciabola, con tanto di impugnatura, che gli permetteva di scrivere sui muri l’indirizzo della sua bottega e difendersi contemporaneamente dalle guardie che volevano multarlo per vandalismo. Era uno spadaccino formidabile, e non perse mai uno scontro, tanto che per celebrarne le gesta si coniò il detto “ne uccide più la penna che la spada”.

Girava per la città con la sua invenzione più riuscita appesa alla cintola, la lapispada, una matita delle dimensioni di una sciabola, con tanto di impugnatura, che gli permetteva di scrivere sui muri l’indirizzo della sua bottega e difendersi contemporaneamente dalle guardie che volevano multarlo per vandalismo

In Messer Guerriero Giovannino trovò uno spirito affine con cui condividere sogni e progetti, e lentamente venne fuori dalla depressione, ma l’inizio non fu facile: Guerriero non poteva mantenersi con le sue invenzioni, per tirare avanti doveva costruire mobili e arredi, come un falegname qualsiasi, e aveva assunto Giovannino per sbrigare le consegne. Il poveruomo attraversava la città a piedi, curvo sotto il peso di un armadio o di una credenza, ma siccome il suo datore di lavoro commerciava quasi esclusivamente con la curia, la maggior parte delle volte lo si incontrava in mezzo alla strada con una grossa croce sulle spalle, madido di sudore, cosa che gli era valsa il soprannome di Sudato Del Signore. Aveva tanto colpito l’immaginazione dei concittadini che qualcuno volle immortalarlo: esiste un dipinto risalente a quel periodo in cui lo si vede ritratto di fronte, con le schegge di legno che gli spuntano dai capelli e rivoli di sudore rosso, evidentemente la vernice usata in falegnameria, che gli colano sul viso. Alle sue spalle, incise su un sole impietoso, le lettere IHS XPS, abbreviazione di Iovanninus Homo Sudatum Express.

Iovanninus Homo Sudatum Express

Nonostante la fatica Giovannino si sentiva appagato dal lavorare accanto a inventore, gli tornò la voglia di mettersi in affari e percorrere nuove strade, conoscere gente, sperimentare. Cominciò anche a frequentare delle donne, la più importante delle quali fu senza dubbio la Fornarina.
Il suo vero nome non si conosce, c’è chi dice Margherita, ma sapendo che lavorava in un forno è più probabile che si chiamasse Rosetta.
La conobbe il giorno in cui consegnò un tavolo al Circolo Bocciofilo Naturista, un’associazione di nudisti amanti del gioco delle bocce. La vide in mezzo al campetto, con una sfera in mano e le altre due ciondoloni, e di colpo dimenticò gli affanni, i tradimenti e anche le altre consegne di quel giorno. Si innamorarono e dopo poco convolarono a nozze.

Il suo vero nome non si conosce, c’è chi dice Margherita, ma sapendo che lavorava in un forno è più probabile che si chiamasse Rosetta

Con l’influenza della Fornarina arrivarono nuove e più ardite idee: Giovannino aveva notato che la maggior parte dei clienti volevano farsi aggiustare il mobile perché mangiato dalle tarme, così suggerì al suo capo di integrare al lavoro di restauro anche quello di disinfestazione. L’idea piacque così tanto a Messer Guerriero che per l’entusiasmo spezzò la lapispada e corse a comprarsi un cavallo.
Nessuno ha mai capito il perché di quel gesto, ma Giorgio Guerriero era fatto così, ormai non ci si faceva più caso.

Messer Guerriero era un bell’uomo sulla quarantina, sempre allegro, con una vitalità difficile da trovare fra i suoi coetanei, e quando camminava per la strada faceva voltare parecchie donne. Sarebbe facile pensare che, non essendo sposato, approfittasse del proprio fascino per condurre una vita licenziosa, ma in realtà non lo si era mai visto accompagnarsi a chicchessia, l’unica donna della sua vita era la madre, la vedova Piorrea.
Questo aveva scaturito strane voci sul suo conto, tanto che quando prese a bottega Giovannino Bellino più d’uno si batté la mano sulla gamba esclamando “Ellodicevoio!”, ma poi il suo aiutante prese moglie e le voci tornarono a essere i soliti bisbigli.
L’unica vera passione di Giorgio sembravano i cavalli. Ogni due giorni lo si poteva incontrare alla stalla di Sebastiano Santosubito, un allevatore che tutti in città conoscevano col nomignolo di Celentano, per essersi trafitto la gola con una freccia durante una battuta di caccia; da quel giorno la voce gli si era ridotta a un sibilo, però sapeva fischiare melodie stupende modulando l’aria che faceva uscire dal buco nel collo.

Sebastiano Santosubito, un allevatore che tutti in città conoscevano col nomignolo di Celentano, per essersi trafitto la gola con una freccia durante una battuta di caccia

La vedova Piorrea non sembrava preoccupata del disinteresse del figlio verso le donne, era convinta che presto o tardi avrebbe trovato quella giusta e, anzi, secondo lei quelle visite così frequenti al maneggio di Santosubito nascondevano qualche interesse sentimentale. Non aveva forse l’allevatore una figlia ventenne? Sarà stata un po’ giovane, forse, ma era talmente graziosa che tutti in città la chiamavano “la principessina”.

“Un cavallo in casa? E dove ce lo mettiamo?”, domandò la vedova quando vide la grossa bestia. Era davvero enorme, tutto bianco, con delle labbra rosse e carnose.
“Non ti preoccupare, mamma”, le rispose Guerriero, “Lo terrò in cameretta con me e tu non ti accorgerai neanche di averlo.”
La madre li scrutò entrambi grattandosi il mento. Quell’animale non la convinceva affatto, forse per via di quello sguardo cupo che aveva.
“Ma no!”, rise Guerriero, “Non è uno sguardo cupo, è la matita per gli occhi!”

Giovannino credeva che la scelta di comprarsi un cavallo fosse dovuta alla prospettiva di un improvviso aumento di lavoro: col mestiere di falegname e quello nuovo di disinfestatore, i clienti sarebbero almeno raddoppiati, e un quattroperquattro era la scelta più ragionevole per accelerare gli spostamenti in città.
Si immaginava figura di secondo piano in un’epica battaglia fra il suo capo e l’immondo acaro, ma non per questo credeva che il suo lavoro fosse meno importante. Era convinto, anzi, che il suo consiglio avrebbe portato ricchezza ad entrambi, e vedeva il futuro così roseo che corse a casa e ingravidò la moglie.
Non è da biasimare per questa sua decisione avventata: ciò che accadde dopo era qualcosa che neanche il più fantasioso pessimista avrebbe potuto prevedere.

Una sera che la vedova Piorrea non riusciva a dormire scese al pianterreno e sentì degli strani rumori provenienti dalla stanza dove dormiva il figlio. Temendo che il poveretto stesse male aprì la porta per sincerarsi della sua salute e si trovò di fronte allo spettacolo più assurdo che mente umana potesse partorire.
Non sto a scendere nei dettagli, ma diciamo che a Messer Guerriero piaceva stare sotto.
Nel corso dei secoli parecchi storici si sono domandati perché Messer Guerriero avesse deciso d’un tratto di portarsi a casa il cavallo, invece di continuare a frequentarlo al maneggio, al riparo da occhi indiscreti, e la risposta più comune è stata “Baah, ma chi se ne frega!”.

Lo scandalo fu enorme, in una società fortemente cattolica come quella di allora la notizia che il cavallo non era neanche battezzato fu come una bomba. Nessuno volle più dare lavoro a quel pervertito di Messer Guerriero, e le decine di manifesti che aveva fatto preparare da un pittore famoso finirono al macero: si vedeva lui a cavallo mentre colpiva a morte un acaro gigante, mentre sullo sfondo una figura femminile (la cliente spaventata dagli insetti) aspettava di essere liberata dalla minaccia.

Chi si trovò più a mal partito fu però Giovannino, che finì un’altra volta disoccupato. Memore delle esperienze passate e con una famiglia ad aspettarlo a casa non ripiombò nella depressione, ma si inventò un nuovo mestiere, il pizzaiolo. Nessuno conosceva quel piatto oggi così celebre, lo stesso Giovannino ignorava cosa fosse in realtà una pizza, tanto che ai suoi clienti preparava ogni volta un piatto diverso: pasta al ragù, che presentava come “pizza margherita”, braciola di maiale (“pizza quattro stagioni”), minestrone (“pizza capricciosa”) oppure niente (“fantasia dello chef”).
Non ebbe alcun successo, il primo e ultimo avventore della sua locanda fu suo zio Antonio, che dopo aver provato il menu del giorno passò una notte in preda agli incubi e morì prima dell’alba strillando “Vedo i draghi!”.

il primo e ultimo avventore della sua locanda fu suo zio Antonio, che dopo aver provato il menu del giorno passò una notte in preda agli incubi e morì prima dell’alba strillando “Vedo i draghi!”

Giovannino non si arrese e provò ancora a guadagnarsi da vivere con altri mestieri, ma non ebbe maggiore fortuna. Fece il ritrattista, ma non possedeva il minimo senso delle proporzioni, non riusciva mai a farsi bastare una tela, finché un giorno dipinse il naso di un nobile sul ritratto della di lui moglie, e quello si offese a tal punto che lo fece crocifiggere.

Povero Giovannino, non era un uomo cattivo, solo troppo sfortunato. La sua sorte avversa fu talmente cattiva da diventare proverbiale. Per anni si diceva in città “roba da Giovannino” quando capitava un evento luttuoso, e perfino suo figlio ancora in fasce, quando qualcuno notava in lui una somiglianza col padre defunto, sorrideva e faceva gesti scaramantici con le mani.

(Grazie a Morof  per l’ispirazione e i quadri)

perfino suo figlio ancora in fasce, quando qualcuno notava in lui una somiglianza col padre defunto, sorrideva e faceva gesti scaramantici con le mani

di quando io e Eddie Vedder ci siamo divisi una bottiglia di cancarone

Va detto che subito non lo voleva mica condividere il cancarone, eh!

Va detto che all’inizio non era proprio tanto disponibile alla condivisione.

Venerdì sono andato a vedere i Pearl Jam a Milano insieme a un’amica che vive lì.
Già arrivare a San Siro in bici mi ha messo di ottimo umore: niente coda, posteggi davanti ai cancelli e in un minuto sei dentro. Sono le settemmezza e riusciamo a metterci in una bella posizione centrale. La mia amica cagacazzi è bassa e non vede una minchia, ma non posso aiutarla, così le pianto una gomitata nei denti che la tramortisce per un paio d’ore: è un gesto di pietà, non ha senso farla soffrire, e oltretutto così sta zitta.

Comincia che è ancora chiaro, il pubblico attacca a gridare e sul palco entrano i musicisti. Non credevo che mi sarei emozionato, ma Eddie Vedder sono vent’anni che vorrei vederlo cantare, certe cose non te le dimentichi. Quando prende il microfono e attacca Release ho la pelle d’oca.

Le tre canzoni che seguono sono i pezzoni lenti che conoscono tutti, che parlano di amori finiti e boh forse ha litigato con la moglie; c’è da chiedersi l’effetto che potrebbero fare su una persona che magari si è appena lasciata ed è in mezzo al pubblico, sono sicuro che almeno uno alla fine di Black sta piangendo.

Poi, in un italiano stentato da traduttore di google, ci dice “Ci siaete tuti? Siaete puoncii? Alloua cominci-iamou”, ed è un treno di un’ora e mezza dei Pearl Jam rocchenrolli, senza soste e con qualche bella svisa. Non le riconosco tutte, Go e Corduroy fanno parte della categoria “Ah quella là che mi piace!”, ma altre faccio la faccia meh, e c’è qualche pezzo in cui me la meno proprio e gioco col cellulare, attirandomi le critiche della mia amica cagacazzi, che nel frattempo ha ripreso conoscenza e ha subito cominciato a lamentarsi. La stendo di nuovo con una mazzata alla nuca e continuo a giocherellare col suo telefono.

La scaletta cambia a ogni data, cosa che me li fa amare a prescindere, e spesso ci piantano dentro qualche cover a loro gusto. Durante questa sfilza di energia l’unica passabile per tale è Setting Forth, che è sempre di Vedder, ma fa parte della colonna sonora di Into The Wild, che è un film bellissimo anche senza la colonna sonora, ma la colonna sonora è pure meglio. E vabbè, mi piaceva di più Guaranteed, checcevoifà.
Il bottiglione da cui tracanna spesso il cantante dev’essere roba buona, lo fa sudare come una bestia e verso la fine gli permette un discorsone volemmosebbene che francamente poteva evitare.

Il palco è minimale, c’è una struttura che lo sovrasta, una specie di nuvola metallica da cui scendono delle lanterne a palla, ma non nel senso che vengono giù fortissimo, che cazzo hai capito. Ai due lati i classici megaschermi su cui viene proiettato il fighissimo film del concerto, in un bianco e nero parecchio stiloso, e con una signora regia, che se ad un certo punto ti stufi di allungare il collo oltre lo spilungone con la maglietta rossa te lo puoi guardare e spassartela lo stesso.

Poi ci sono i bis, che Eddie nostro ha già la sua cinquantina e una bottiglia di cancarone non riesce a smaltirsela saltellando qua e là e roccheggiando duro, deve andare a lavarsi via i litri di sudore e magari mangiarci dietro qualcosa che poi deve guidare per tornare in albergo, e si sa come sono i ghisa.
Attaccano acustici, e il film adesso è a colori. Prima di Just Breathe racconta questa cosa di quando ha conosciuto sua moglie in un brutto periodo e poi si sono sposati e cuoricini, e alza il bottiglione come i migliori Guccini e le fa gli auguri di buon anniversario, e mentre le telecamere ci mostrano in migliaia di pollici questa tizia che sorride un po’ contenuta lui le dice “I am Diabolik and you’re my Eva Kant”, che immagino sarà una frase preparata, magari in Francia le dice “I am a shitty quiche lorraine and you’re my awful vinaigrette”. Da qualche parte c’è Jacques Brel che ride, lo stronzo.

Meno male che è il momento di Daughter, che mi riporta di corsa agli anni ’90 e agli amici con cui facevamo la radio, e io ce l’ho sempre con me quella canzone lì, e non ci rimango neanche male quando a metà ci infila una canzone di Frozen, il cartone della Disney che piace tanto al mio amico Lorenzo Ciuffolo. Anche perché non me ne accorgo, l’ho letto poco fa sulla scaletta. Poi c’è Jeremy che piaceva a un mio amico che adesso fa il sofisticato che a lui i Pearl Jam fanno cagare. E poi ascolta Dente.
E Better Man, che magari non si era capito che Vitalogy è un gran disco.

I secondi bis a luci accese, tutti a guardarci le facce emozionate, ma poco, che parte subito Alive, che è un po’ il riscatto dei magoni, no? E poi Rockin’ In The Free World, che è la ragione principale per cui vorrei andare a Barolo a vedere Neil Young il prossimo 21 luglio, ma che essendo lunedì mi sa che mi attacco a stoca.

Solo oggi sono andato a leggere le scalette delle date precedenti, che li odio gli spoiler, sono uno che quando compra un cidi live non guarda che canzoni ci sono per non rovinarsi la sorpresa, e credo di avere assistito al concerto migliore, per com’è stato costruito e per l’effetto che ha avuto su di me e anche un po’ sul tizio di cui parlavo prima. Per andare meglio avrebbero potuto fare come a Seattle e suonare Interstellar Overdrive, o perlomeno farmi salire sul palco e aiutare il cantante a finire la bottiglia.
Sono tornato a casa felice, e in bici. E adesso aspettiamo che esca il bootleg sul sito.

mi-tap

Pre-mi-tap

Per la seconda volta da quando frequento il Club Dei Sociopatici ho vinto la mia naturale ritrosia e ho partecipato a un mitàp, che sarebbe quella cosa dove gli affiliati si incontrano in una città e si presentano: “ciao a tutti sono Antonio, sto su tumblr da sei anni e questa è la prima volta che esco di casa e parlo con qualcuno”, “mi chiamo Katia, ho una dipendenza da gif di gattini e pornografia”, “sono Rino, suono l’ukulele”.

La volta scorsa sono andato fino a Bergamo per incontrare i miei simili, quest’ultimo era più vicino, ma non si può dire che sia andata meglio, perché la città in cui si svolgeva il mitàp era Milano. Non so se avete presente il rapporto che hanno i genovesi con Milano, la gente di riviera e quella dell’entroterra come me, coi milanesi.

Diciamo una roba così, ma con Casalino (quello al centro) che dice uè figa:

Non mi dilungherò oltre su quest’antica diatriba, non vorrei offendere qualcuno, magari un milanese si incazza e viene a cercarmi e arriva alla prima curva di Serravalle Scrivia e pensa che in fondo la vendetta non è una ragione sufficiente per rischiare la vita sui tornanti micidiali della A7, esce al casello e si fionda all’outlet, come tutte le domeniche.

Io comunque parto con le migliori intenzioni, perdo la mattinata a smadonnare sull’impasto dei biscotti che non vuol saperne di stare attaccato, e alla fine parto con un sacchetto pieno di brasadè alla quellagranputtana, che non è il nome originale della ricetta, ma se l’è guadagnato sul campo.

Il lettore mp3 mi lascia prima di Tortona, ho scordato di caricarlo, e per il resto del viaggio mi sintonizzo su Radio3, che mi offre interessanti aneddoti con cui arricchire le mie conversazioni:

  • l’uso corretto dell’apostrofo;
  • lo sapevate che lo scacciapensieri esiste anche in Russia e si chiama рана языка?
  • tutto quello che avreste sempre voluto sapere su Antonín Dvořák, ma non avete mai osato chiedere.

…………………..

Arrivo a Famagosta, che mi ha suggerito una dei sociopatici di cui sopra, scambio la macchina con un vagone della metro e mi porto in centro, puntuale come la tua ragazza quel giorno in cui le hai detto “credo sia la prima volta che arrivi in orario a un appuntamento” e lei “perché non voglio stare con te un minuto di più, è finita, ciao”.
Davanti alla statua del tizio a cavallo, fuori dal Duomo, non c’è nessuno.
Cioè, c’è un casino di gente, ma nessuno che riesca a identificare come sociopatico.
No, non è corretto neanche così, perché ci sono decine di personaggi che portano addosso i segni di una vita di solitudine, primo fra tutti un turista giapponese armato di cavalletto per farsi le foto da solo.

“Scusa, ma che ne sai? Magari sua moglie era in giro per negozi e lui non aveva voglia di accompagnarla e si è portato dietro il cavalletto e ne ha approfittato per farsi un paio di autoscatti!”
“Cazzo vuoi, la storia è mia e il giapponese lo gestisco io, va bene? Si chiama Masahiro Matsumoto, è l’uomo più solo del Giappone e se ne ho voglia poi ti racconto, ma adesso devo parlare del mitàp.”

Inquadro un gruppetto di diciotto-ventenni e tremo. Avevo letto che l’età media era più bassa che a Bergamo, ma se sono loro me ne vado senza farmi riconoscere!
Un po’ più in là arriva un gruppetto di tizi con delle antenne rosse di carta crespa, e sto per lanciarmi a capofitto giù per le scale della metro.
Aspetto, giusto per sicurezza, ed entrambi i gruppetti si allontanano. Allora chiamo l’organizzatrice, che ha un nickname come tutti i sociopatici di tumblr, ma che per ragioni di privacy chiamerò Irene. O Ilaria, non mi ricordo.

“Ciao, sono Pablo, sono seduto sotto il cavallo, sto gesticolando come un forsennato verso nessuno in particolare e c’è un giapponese col cavalletto che mi si è appena messo accanto per farsi una foto”
“Ciao, sono Irene! O Ilaria, non mi ricordo! Ti sono di fronte a neanche un metro, vieni che ti presento agli altri!”

Mi-tap

Comincia così, con me e il mio sacchetto di brasadè che veniamo introdotti al quartetto già presente, ci stringiamo la mano, parlottiamo del più e del meno e aspettiamo che arrivi altra gente. Quando siamo un numero abbastanza cospicuo ci spostiamo al mi-tap vero e proprio, che si tiene in un posto con delle colonne romane che si chiama, pensa un po’, Colonne Di Un Santo Che Però Adesso Scusa Ma Non Mi Viene. Vista da qui Milano sembra perfino piacevole.

Qualcuno ha i biscotti e li fa girare, qualcuno i biscotti non li ha portati, allora raccoglie della ghiaia e prova a bossarsela, quello che si chiama Tiresia, ma che per questioni di privacy chiamerò Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro estrae da uno zaino d’amianto tre arbanelle: una contiene della roba bianca in un liquido verde, una della roba bianca in un liquido rosso e una della roba bianca in una pasta marroncina. L’ultimo decido subito che si tratta di un feto extraterrestre in formalina, e te lo assaggi te, ma gli altri due mi incuriosiscono proprio. Cosa sarà mai?

Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro apre quello verde e dal tappo si dissolve nell’aria una nuvoletta turchese: “Questi sono zuccherini al mojito!”
“Uuuh! Aaah!”

Straordinari, un concentrato di alcool che ti picchia nel naso come il Frecciarossa, solo più puntuale!

Poi Ragazzo In Camicia Nera E Occhiali Con Mosca Sotto Il Labbro apre quello rosso, e la terra trema, si sente un lamento lontano, le porte della chiesa alle nostre spalle sbattono fortissimo, uno strano bagliore sul suo volto gli dipinge un’espressione luciferina, ma probabilmente è solo suggestione: “questi sono al peperoncino.”

No, illusione stocazzo, quell’uomo è il Male incarnato, dovete fermarlo! Vi rendete conto che mentre noi siamo qui a raccontarci scemenze c’è un criminale che produce zuccherini imbevuti di peperoncino e li offre agli incauti? Lo sapete che dopo il primo avevo la lingua talmente infuocata che ho dovuto infilarla in gola a una ragazza per evitare che si sciogliesse? E la ragazza era un tizio col giubbotto di pelle che si chiama Valarfuckingmorghulis! E gli è pure piacuto, mi ha toccato il culo!

Poi sono arrivate le facce conosciute, che per questioni di privacy chiamerò Marianna, Federica e Ristoratrice Parmense Con L’Hobby Del Parkour In Bici Sennò È Troppo Facile, e la serata si è subito animata, tutti che abbracciavano tutti, tette che abbracciavano tutti, ingegneri aeronautici che offrivano biscotti, zuccherini dati alle fiamme, sesso orale nel senso che se n’è parlato molto.

Vabbè, andiamo a mangiare, e dove, sui Navigli, minchia fin là, ma se è qui dietro, e va ben.
Coda al buffet, saltano fuori gli ukuleles che iniziano a intonare il loro canto di morte, arriva altra gente, provo a spiegare a Irene! O Ilaria, non mi ricordo! che faccio un po’ di fatica a comunicare con le persone, che sai, è un momento che non mi riesce molto di spiegarmi, ma è un momento che non mi riesce molto di spiegarmi, e dopo dieci minuti la ragazza si scogliona e se ne va. Allora mi metto a parlare di fumetti con quello che per ragioni di privacy chiamerò Ragazzo Bergamasco Con Buffe Basette Che Lavora In Fumetteria E Si Chiama Marco e di concerti col suo amico che però scusa ma non mi ricordo più come ti chiami, ma che per ragioni di privacy fingerò di ricordare e nominerò Luca.

C’è anche una ragazza dal sorriso molto dolce che ci troviamo a raccontarci cose senza importanza, ed è lì che cerco di sfruttare gli insegnamenti di Radio3 e per rompere il ghiaccio le racconto che il compositore ceco Antonín Dvořák nutriva una passione sfrenata per le locomotive e i piccioni, ma non riuscì mai a fonderle in un unico hobby perché i suoi adorati pennuti volavano via dai binari quando lo sentivano arrivare.
Ovviamente se ne va senza avermi neanche detto il suo nome, maledizione. Ma tanto per ragioni di privacy non avrei potuto scriverlo, limitandomi a chiamarla Ragazza Dai Capelli Rossi E Dal Cappotto Che Ricorda Un Arredamento Anni 70.

Di nuovo in quel posto con le colonne, e siamo ancora di più, ci sediamo per terra, parapiglia, non scatta il gioco della bottiglia, a mezzanotte scappo sennò mi chiude la metro e a Famagosta ci torno davvero. Vengo a sapere dopo che appena sono andato via si sono spogliati tutti e hanno cominciato un’orgiona generale.

Ringraziamenti in ordine sparso

Irene! O Ilaria, non mi ricordo! che ha organizzato tutta questa roba, e non era facile; Elena, che voglio vedere le sue foto e suoi video. E anche quelli del mitàp; Ilaria, che non è Irene e mi ha spiegato come arrivare e dove lasciare la macchina, ed è una ragazza molto gentile e sul suo tumblr mette le cose di pornografia, che è sempre bello da vedere; Federica, un nome che mi fa sbandare e lo so io perché, e in questo caso appartiene a una ragazza che ha da mostrare più di quel che dice, e mi piacerebbe vederla in un’altra città, magari insieme a Marianna, che parla poco, ma sono sicuro che è una cosa passeggera; Rino e i suoi consigli su un possibile mitàp genovese (magari in primavera però, che adesso piove sempre); Valarfuckingmorghulis che non ha detto neanche a me come si chiama, ma ha apprezzato i miei brasadè; Dettaglio che vive a Genova, e credo sarebbe un ottimo compagno di bevute. Fatti vivo, vecio; chi mi ha parlato e chi mi ha notato senza parlarmi, chi ha cominciato a seguirmi e chi mi ha scritto per dirmi che cazzo avrebbe voluto esserci. A Catastrofe e a Mizaralcor, che non vengono ai mitàp, ma sono i miei tumbleri preferiti; agli altri, che non ricordo, scusate, devo togliere le polpette dal forno.

La prossima volta non so dove sarà, ma sarò fra amici.

 

el mitàp

Ieri sono stato a Bergamo. Che ha un centro storico davvero splendido, va detto, e una parte bassa piuttosto anonima, ma devo ammettere di non averla visitata granché. E poi ci sono un sacco di persone che parlano bergamasco, che somiglia all’italiano, ma pronunciato come se ti si fosse spanata la trachea, e si mangia sempre la polenta, anche a luglio. Vabbè, quest’anno luglio dicono che non ce la farà a venire, ma di non preoccuparci, che ha detto ottobre che casomai lo sostituisce lui, che tanto d’estate s’annoia, e d’ottobre la polenta ci sta eccome, e anche la luganega, e il maglioncino e la coperta di lana e sciarpa e berretto e quando cazzo arriva l’estate, eh?

Ieri sono stato a Bergamo, dicevo, a partecipare a una specie di incontro fra bloggers di cui non posso dire molto perché vige la prima regola, e se volete saperne di più dovete venire a leggere di là dove se ne parla, ma non posso dirvi dove per i motivi di cui sopra.
Però posso dire che ho mangiato delle cupcakes che ha portato una ragazza che secondo me era la figlia di Sharon Gusberti, la biondona dei Ragazzi della Terza C, perché nella nostra accolita di illuminati si trova di tutto, dalle figlie delle celebrità dimenticate a quello che suona l’ukulele seduto sul cofano di una macchina, fino alla bionda che non sa fare la retromarcia perché quella lezione lì l’aveva saltata perché aveva un colloquio di lavoro in palestra.
Bergamo è una città accogliente, ha tre fumetterie dislocate a triangolo nella planimetria cittadina, e ogni giorno ci spariscono dentro i soldi di centinaia di nerz, e nessuno indaga su questo fenomeno drammatico che sta rovinando un sacco di famiglie, che tutti si strappano i capelli sul vizio del gioco e nessuno affronta la piaga del vizio dell’uomoragno, simbolico rappresentante di una streppa di testate dal prezzo elevatissimo e dall’esiguo numero di pagine, che costringe il povero lettore a lasciare mezzo stipendio al famelico spacciatore sovrappeso con maglietta di Wolverine per potersi garantire un paio d’ore di supereroismo mensile. Non è il mio caso perché io i fumetti me li scarico, però è anche il mio caso, perché sul portatile si leggono male e non me li posso portare a letto, che insieme al gabinetto rappresenta la collocazione più adeguata a certe letture coinvolgenti, e il tablet per il momento è fuori budget, perciò le soluzioni sono due: o mi aumentate lo stipendio o abbassate il prezzo di copertina.

Bergamo c’è un posto dove fanno la polenta take away, che ha un tavolone davanti dove ti siedi e se uno prende il sugo ai tre formaggi ti senti come nello spogliatoio dell’Atalanta dopo una partita combattutissima con la Juve, finita uno a zero per gli ospiti grazie a dubbie scelte arbitrali di cui si parlerà a lungo nelle varie trasmissioni sportive che io per fortuna non guardo più non avendo più manco la tele, se devo prendermi una cosa che dà dipendenza e mi riduce a un’imbarazzante parodia di uomo preferisco andare a un altro mitàp, dove fra tizi con la spillina di Star Wars e altri con la maglietta dei Klingon mi sento decisamente più a mio agio.

Il meetup è l'unico posto dove puoi indossare una testa di cavallo ed essere considerato un gran figo.

Il meetup è l’unico posto dove puoi indossare una testa di cavallo ed essere considerato un gran figo.

Bergamo c’è anche un gran prato, dove se scavi pare che tiri su le ossa dei morti di peste, che ogni tanto ci si organizzano delle manifestazioni estemporanee particolarmente alcoliche chiamate Botillon, o perlomeno questa è grossomodo la loro trascrizione fonetica per chi ci sta andando. Quando viene via le chiama weuiyayayei. Si sviluppano all’improvviso in un determinato punto della città, come dei flashmob, per usare un termine tanto caro ai giornalisti di Repubblica.it, con la differenza che questi sono preceduti da un casino di poliziotti in divisa e altrettanti tizi col borsello che girano in coppia e fanno fotografie, perfettamente mescolati ai passanti. Può capitare di trovarsi nei paraggi insieme a un gruppo di persone, e che una di queste stia recando con sè un certo quantitativo di sostanze psicotrope nascoste, poniamo, nel reggiseno. Certo, in un caso del genere la prima cosa da fare è evitare di dare nell’occhio, che si sa che certe dotazioni non sono viste proprio benissimo dalle persone in divisa. Ecco, secondo me mezz’ora di conversazione a un volume sostenuto sulla possibilità che quello sbirro laggiù che sto indicando a smanacci o il suo collega che fisso da venti minuti possano venire qua e perquisirmi, indicando ripetutamente il posto dove proprio non penserebbero mai di cercare, non è il modo migliore per passare inosservati.

Poi ci sono stati altri episodi interessanti, oggi avrei dovuto tornare da quella città, e fare una tappa a Milano, che Milano è una città di frontiera e io da Roma non ci passo più, ma Milano è tanto grande da impazzire e il sole incerto becca di sguincio in questa domenica di aprile, che però è luglio, e quindi não, Milano scusa stavo scherzando, me ne sono tornato a casa a dormire, e oggi ho tutti i programmi scombinati.

Però è una bella giornata, fa caldo.. insomma.. non fa troppo freddo, ho lasciato Jack Oneyed da mia mamma e potrei approfittare di questa mezza feria per andarmene al mare, solo che io al mare, sarà per gli scogli, ma mi scogliono. Oppure potrei andare a fare la spesa, ma fino all’iper per quelle due cose che mi mancano in casa, senti, ma chi ne ha voglia, oppure potrei farmi un giro senza costrutto col mio scuter, oppure potrei prendere la macchina che ieri sera mi si è accesa una spia sospetta mentre tornavo a casa sulla A7, e per cercare di capire perché si è accesa potrei ripercorrere lo stesso itinerario in senso inverso per vedere se si spegne, ma poi cosa ci vado a fare a Milano, che le canzoni che parlano di quella città le ho già citate qui sopra, manca giusto Alberto Fortis, ma neanche mi piace, e insomma, cose da fare ce ne sarebbero anche, ma ho buttato un occhio al mio conto corrente e sono tipo svenuto, e in teoria avrei da comprarmi un materasso matrimoniale con corredo nell’immediato futuro, che su quello singolo si dorme bene, ci mancherebbe, ma tutte le mattine mi trovo girato in una direzione diversa da quella in cui mi ero addormentato la sera precedente, ed è un’esperienza che non facevo più dal militare, e non è piacevole, insomma, sto cominciando a patire il letto, e l’unica ragione per cui non tengo una confezione di travelgum sul comodino è che non ho neanche il comodino.

Insomma, ho deciso di fare qualcosa in casa e mettermi a scrivere un post interlocutorio, che quello sulla musica ne ho scritto uno bello lungo, ma è ambientato a New York e ci devo arrivare, e quindi sta lì in attesa di tempi migliori, ma anche un post interlocutorio in una bella giornata come questa è un po’ difficile da buttar giù, e allora mi sa che scrivo due righe a brettio tanto per non lasciar crescere le ragnatele e poi vado a prendermi Jack.

Anatre

Negli anni ’80 la percentuale di giovani che abbandonavano gli studi era altissima, eppure Doppio Slalom riuscivamo a girarlo lo stesso”.

Corrado Tedeschi

“Io la Valsecchi la voglio morta. Ce l’ha con me, capisci? Mi ha preso di mira! Sono sicuro che domani mi interroga, sicuro!”, esclamava Stefano mentre attraversava la stanza del suo amico con larghe falcate, agitando le braccia.

Simone non lo ascoltava, sfogliava la rivista Paninaro con occhi sognanti e sospirava.

“Oh, ma mi ascolti?”

“Secondo te se mi presentassi in classe con un piumino Moncler la Cerelli mi noterebbe?”, chiese Simone uscendo dalla trance ipnotica che il giornaletto gli procurava.

Stefano si fermò in mezzo alla stanza e lo fissò severamente.

“A parte che mi stavo lamentando di problemi di importanza vitale, che se domani prendo un brutto voto in storia mi va a puttane la pagella del primo quadrimestre e i miei non mi lasciano andare in settimana bianca, ma ti pare che la Cerelli si interessa a uno come te? Quella c’ha il grano, mi ha detto mia sorella che suo padre è un allevatore.”

“Suo padre è quello che somiglia a Kabir Bedi? Credo di averlo incontrato una volta qui fuori.”

“Ma va, stanno in una fattoria fuori città, vedessi che posto.”

“..”

“..”

“Ma se avessi un piumino Moncler mi noterebbe per forza.”

“Se potessi permetterti un piumino Moncler non vivresti in un condominio alla Ghisolfa.”

“..”

“..”

“Uno piccolo?”

Ad un tratto Simone venne attraversato da un’illuminazione, come un gatto che ti finisce fra i fari della macchina.

“Aspetta! Chi l’ha detto che il piumino dev’essere originale?”

“Simo, quelli tarocchi fanno schifo, e quelli che non fanno schifo costano tanto che alla fine ti conviene comprarti l’originale!”

“Non se te lo fai fare da Angelo Cutrona, il mago del ricamo!”

“Chi?”

“Cutrona, il sarto calabrese che sta al sesto piano. È bravo, dice mia mamma che saprebbe fare qualsiasi cosa. Lavorava per una sartoria famosa, sai? Sono sicuro che potrebbe farci un Moncler identico all’originale con due lire.”

Coi corpi invasi dall’adrenalina i due amici si precipitarono dal sarto e gli spiegarono il piano.

Cutrona era un omino dai capelli ricci legati in una coda di cavallo che gridava vendetta, i baffetti spavaldi e lo sguardo da playboy, che viveva da solo in mezzo a rotoli di stoffa buttati ovunque, manichini sdruciti e scampoli di ogni colore possibile a ricoprire il pavimento come macerie dopo un bombardamento. Sarebbe stato un ambiente perfino allegro con tutti quei colori, ma i cumuli di spazzatura che emergevano dal casino e quel giallo malato diffuso da una lampadina da 30 watt davano al quadro un aspetto deprimente, come prendere la Notte Stellata di Van Gogh e virarla seppia.

Non fece domande, non era certo la prima volta che falsificava un marchio, e per la stoffa non c’era problema, ma la difficoltà sarebbe stata reperire l’imbottitura.

“Il piumino d’oca è caro, mi ci vorranno un’ottantina di mila..”

“Ce ne occupiamo noi!”, lo interruppe Simone.

“Ah si?”, chiese Stefano.

Il sarto non fece una piega. “Questo abbasserà parecchio i costi”, disse.

Cinque minuti dopo i due ragazzi erano per strada, e con passo da bersagliere puntavano l’edicola in fondo alla via.

“Perché questa dell’inserzione su Secondamano mi sembra una cazzata?”, sbuffava Stefano.

“E’ geniale invece!”, ribattè l’amico, “Ci facciamo regalare un’oca, la spenniamo e portiamo le piume a Cutrona, e in un paio di giorni abbiamo un Moncler originale a ventimila lire!”

“E credi che siano tante le persone a Milano che regalano oche?”

Simone si arrestò di colpo e puntò un indice carico di minacce sul petto dell’amico:

“Allora chiederemo di farci regalare un’anatra!”.

Stefano non insistette oltre.

2.

La signora al telefono aveva una voce profonda da cantante, ma il difetto di pronuncia che le faceva dire le effe al posto delle esse le avrebbe precluso un’eventuale carriera artistica. E poi piagnucolava, ma quello doveva essere legato allo scopo della telefonata.

L’anatra gliel’avrebbe regalata, ma era una separazione dolorosa, e non l’avrebbe mai fatto se non ci fosse stata costretta: da qualche giorno una faina aveva preso di mira la sua fattoria e ogni mattina doveva sopportare lo strazio di trovare un cadavere mutilato nel pollaio. Era bastato un consulto breve coi suoi familiari per decidere che gli animali superstiti andavano portati via, compresa Anna, l’anatra preferita di sua figlia. Ma dovevano prometterle che l’avrebbero trattata con tutte le attenzioni, e che mai e poi mai l’avrebbero ficcata in una pentola.

I ragazzi promisero ridacchiando, e si organizzò il ritiro presso una stazione della metro dalle parti di Bovisa.

“Secondo me è una cicciona”, azzardò Stefano.

“Ricordati la promessa, niente pentola”, rise Simone.

“Allora spero che mia mamma abbia una padella abbastanza grande!”

Poche ore dopo nella camera da letto di Simone sembrava stessero girando un remake in economia de I Predatori Dell’Arca Perduta, con loro due nei panni dei nazisti e una scatola di cartone in quelli dell’Arca dell’Alleanza: Stefano sollevò il coperchio con la stessa sacralità di Paul Freeman, mentre Simone assisteva a poca distanza brandendo due coltelli da cucina così grossi che parevano appartenere a un altro film, un horror ambientato in un campeggio.

Ciò che accadde a quel punto rispecchiò fedelmente la sceneggiatura originale, l’anatra saltò fuori dalla scatola con la stessa furia degli spiriti nel film di Spielberg, e come quelli si mise a imperversare per tutta la stanza, spargendo piume ovunque; i due ragazzi cercarono invano di acchiapparla, l’anatra era veloce, scartava a destra e sinistra come un calciatore brasiliano, dribblava gli inseguitori e li beccava alle caviglie, si liberava da una presa come un cane dall’acqua sul pelo e li sbeffeggiava da sotto il letto, tornava pancia a terra sul tappeto e dichiarava la sua assoluta superiorità liberandoci proprio nel mezzo una cagata da pellicano.

Da pellicano con problemi intestinali, peraltro.

“Nooh! Il tappetoooh! Mia madre mi ucciderà!”, gemette Simone.

Stefano decise che l’inseguimento era durato anche troppo e col braccio a spazzaneve rovesciò sul pennuto tutta la collezione di oggetti che stavano sul comodino.

“Nooh! I soprammobili di cristalloooh! Mia madre mi ucciderà!”

“E quante volte hai intenzione di morire?”, lo canzonò Stefano, mentre estraeva libri da uno scaffale e li tirava contro l’anatra.

Quella non si faceva intimorire, l’aver assistito al crudele assassinio delle sue compagne di pollaio doveva averla resa dura e fredda come un iceberg, schivava i proiettili con facilità e intanto continuava a disseminare il suo percorso da un mobile all’altro di chiazze grigiastre.

Alla fine saltò sull’armadio.

“Dobbiamo tirarla giù prima che torni mia madre! Guarda che casino!”, gemette Simone osservando il campo di battaglia che fino a cinque minuti prima chiamava camera da letto.

“Spostati!”, gli intimò Stefano. Era invasato, catturare quell’anatra era diventata la sua missione, sembrava aver raccolto in quell’azione lo scopo di tutta un’esistenza; trascinò la scrivania dell’amico contro l’armadio senza curarsi di quel che cascava a terra. Per fortuna l’era dei personal computer era lontana, o l’entità dei danni avrebbe superato il prezzo di un intero guardaroba da paninaro.

Simone osservava l’assalto al suo armadio con l’attenzione di un catatonico. Ormai non si trattava più di dare una scopata al pavimento, per far tornare la stanza alle condizioni originarie sarebbe servita un’impresa di pulizie. E sua madre sarebbe tornata entro un paio d’ore.

Andò ad aprire la finestra con l’intenzione di buttarsi di sotto.

“Noo! Chiudii!”

L’anatra non aspettava altro che una via di fuga da quei due deficienti, si gettò nel vuoto senza esitare e atterrò nel giardino sottostante con la sicurezza di uno stuntman navigato.

I due ragazzi si guardarono un secondo, poi optarono per la via più lunga.

3.

Si schiantarono fuori dal portone con la violenza di una slavina, ma si fermarono di colpo dopo due passi.

Quello che avevano davanti era sbagliato. Completamente sbagliato. Come vedere Gianfranco D’Angelo con un pugnale in mano e il costume da Tenerone imbrattato di sangue, quel livello di sbagliato lì.

C’era l’anatra, viva e incolume come l’avevano vista l’ultima volta da quattro piani più su, ma non stava scappando all’ineluttabile destino, non sembrava affatto la belva che era saltata fuori dalla scatola, se ne stava accoccolata in braccio all’uomo come se fosse l’unico suo amico in questa vita crudele e li guardava con aria di sfida. Forse era di quelle che subiscono il fascino della divisa, ma in quel momento il carabiniere del primo piano non la stava indossando. L’espressione sul suo volto era comunque minacciosa come al posto di blocco.

L’appuntato Loscalzo stava uscendo di casa per recarsi al consueto lavoro presso la caserma di Porta Sempione sita in via Tolentino, quando un animale di grossa taglia di colore marrone bianco e grigio identificato come oca o forse anitra lo colpiva sulla spalla sinistra in seguito a una chiara caduta da luogo da accertarsi, ma certamente situato entro uno degli appartamenti del palazzo affacciantisi sul cortile. L’appuntato Loscalzo prontamente catturava l’animale e procedeva a una più accurata identificazione quando dal portone del suddetto palazzo fuoriuscivano due ragazzi riconosciuti come Grisanti Simone del quarto piano e un suo amico con la faccia da delinquente ignoto agli inquirenti, visibilmente alterati. L’appuntato subito collegava la loro presenza e lo stato di agitazione in cui versavano con la caduta dell’animale, e provvedeva ad interrogarli.

“Grisanti, documenti!”

Tutta la foga scomparsa, Simone e Stefano stavano impalati di fronte all’appuntato come quei tizi che non sanno farsi fare le foto e non hanno idea di dove mettere le mani. Quando hai diciassette anni l’ordine costituito intimorisce quasi come le sfuriate di tuo padre.

“Non.. non ce l’ho i documenti.. cioè.. ce li ho, ma.. dovrei..”

“E’ vostra quest’oca?”

“..ee.. ee..”

“Anatra!”, si intromise Stefano. “E’ la nostra anatra, si. Ci è scappata dalla finestra, ma per fortuna l’ha trovata lei, maresciallo, grazie al cielo!”

“Appuntato. E lei chi sarebbe? Favorisca i documenti.”

“Stefano Della Rosa, per servirla. Purtroppo anche i miei documenti si trovano in casa di Grisanti, ma se mi dà due minuti vado su a prenderli!”

Simone assisteva allo show dell’amico e gli veniva da vomitare: quel cretino ostentava una sicurezza da teleimbonitore assolutamente fuori luogo, da un momento all’altro il carabiniere se ne sarebbe accorto e li avrebbe arrestati. Doveva fermarlo.

L’appuntato Loscalzo, provveduto all’identificazione dei due soggetti, passava all’accertamento delle cause che avevano condotto l’uccello anitra a scontrarsi con la sua spalla sinistra.

“eee”, disse Simone con la bocca impastata e la fronte che colava sudore come una bibita ghiacciata sotto il sole d’agosto.

“Si tratta di un esperimento scientifico-letterario che ci hanno affidato a scuola”, riprese Stefano con un sorrisone da ergastolo stampato in faccia, “Stiamo cercando di dimostrare che le anatre di Central Park quando il laghetto gela vengono a svernare al Parco Sempione”.

Loscalzo non faceva in tempo a formulare la domanda successiva, che un uomo veniva fuori dal portone imprecando in un forte accento del sud Italia. L’appuntato questa volta era in grado di riconoscere il soggetto come Angelo Cutrona, già iscritto nel registro degli indagati per casi di truffa, contraffazione ed evasione fiscale. Il Cutrona non dava segno di avere a sua volta riconosciuto il carabiniere e si rivolgeva direttamente al Della Rosa apostrofandolo con l’appellativo di “coglione testa di cazzo”.

“Appunto, il Giovane Holden”, lo indicò Stefano, sempre sorridendo.

“Ma non sapete riconoscere un’oca da un’anatra, brutti cazzoni? Ma checcazzo vi insegnano a scuola?”

Simone non cercò neanche di minimizzare, ormai si vedeva piegato a novanta nella doccia di un carcere di massima sicurezza, tanto valeva giocare a carte scoperte. “Credevamo che fosse la stessa cosa”, rispose.

“E non è la stessa cosa neanche per il cazzo! Se fosse la stessa cosa si userebbe il piumino d’anatra, no? E io cosa credete che ci sto a fare, la figura del cazzone? Io sono un professionista, cosa credete? Quant’è vero che mi chiamo..”

“Angelo Cutrona”, lo anticipò il carabiniere, sempre con l’anatra in mano.

Il sarto sembrava lusingato di quella dimostrazione di notorietà, e si rivolse al portatore d’anatra con un sorriso e la mano tesa. “E con chi ho il piacere di parlare?”

“Anna!”, esclamò qualcuno dall’ingresso del giardino. Si voltarono tutti, sarto, carabiniere e ragazzini, e tutti insieme esclamarono all’unisono “Minchia!”.

Perché non c’è estrazione sociale o divario culturale o generazionale che tenga, quando ti volti e davanti a casa tua c’è Sandokan non puoi che esclamare minchia!

“Anna!”, ripetè Sandokan precipitandosi verso l’appuntato. L’anatra si mise a sbattere le ali, il carabiniere la lasciò e tutti restarono ammutoliti quando la videro correre incontro al nuovo arrivato, saltargli sulle scarpe emettendo squittii di gioia, lasciarsi abbracciare. Sembrava un documentario, di quelli che trasmettevano al cinema prima dei cartoni di natale, che ti facevano deglutire spesso e ti lasciavano gli occhi lucidi.

“Lei conosce quell’anatra?”, chiese l’appuntato Loscalzo spezzando l’incantesimo.

“Certo, è l’anatra di mia figlia!”

“Lei è.. il signor Cerelli?”, balbettò Simone, pallidissimo.

“Ci conosciamo?”, rispose lui.

“Ma volevate farmi spiumare l’anatra di Sandokan?”, chiese Cutrona, completamente a sproposito.

“Insomma, documenti, tutti quanti!”, intimò l’appuntato Loscalzo.

Venne fuori che il signor Cerelli si trovava spesso in quella parte della città per questioni di lavoro, e aveva riconosciuto l’animale passando sul marciapiede; gli venne restituito dalle mani dell’appuntato con tante scuse per il disturbo. Angelo Cutrona non fu altrettanto fortunato, un’ispezione al suo appartamento portò alla formulazione di nuovi ed emozionanti capi d’accusa, fra cui detenzione di sostanze stupefacenti e ricettazione. Stefano e Simone abbandonarono la scuola quel giorno, andando a incrementare le statistiche sulla mancata scolarizzazione nella provincia di Milano.

L’anatra Anna tornò a casa, accolta dagli onori che si riservano ai reduci, e visse il resto della sua vita circondata dall’affetto della famiglia Cerelli; della faina non si seppe più nulla.