le pablog au cinèma: Skyfall

Ci ho messo un po’, ma alla fine ho scritto la recensione di Skyfall, l’ultimo film di 007. Ci ho messo un po’ perché appena uscito dal cinema ero tutto un “figata! ma che bello!”, poi sono arrivato a casa e ho cominciato a scrivere la recensione, e mentre ripensavo alla trama tutti i figata si trasformavano in “ma che cazzo ho visto? ma davvero ha fatto una cosa così stupida? ma chi l’ha scritta la sceneggiatura, Ciccio di Nonna Papera?”.

Insomma, quello che segue è il racconto del film, quindi è inutile che vi spieghi che se non l’avete visto e non volete rovinarvi la sorpresa è meglio che andiate a leggervi qualcos’altro. Per esempio Leo Ortolani ha aperto un blog ed è molto divertente.

Comincia qui sotto, SPOILER ALERT.

NO, SUL SERIO.

GUARDA CHE POI SCOPRI LE COSE BRUTTE.

VABBÈ, IO TI HO AVVISATO.

JAMES BOND MUORE. Ecco, l’ho detto.

Tutto quello che non ho capito di Skyfall e che mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse prima che scriva a Sam Mendes e gli chieda di frustare lo sceneggiatore.

Qualcuno ha rubato la lista degli agenti dell’MI6 che operano sotto copertura. Non sapevo che ce ne fossero, James Bond è dal ’62 che si presenta a chiunque col proprio nome e cognome.

Comunque tocca a lui recuperare la lista prima che qualcuno la renda pubblica e metta a repentaglio gli agenti, e all’inizio del film lo troviamo a Istanbul, impegnato in uno spettacolare inseguimento a bordo di qualunque mezzo di trasporto possibile escluso il ciuchino. Durante una drammatica colluttazione sul tetto di un treno viene abbattuto da un colpo di fucile sparato da una sua collega che in teoria sarebbe lì per aiutarlo. Cioè, si presume che gli agenti sul campo siano preparati ad ogni evenienza, tipo sparare col fucile da cecchino a due persone che si stanno dando botte sul treno, eppure questa cretina sbaglia e Bond precipita giù da un ponte dritto in un fiume.

Sarà morto? Sarà vivo? Sarà anche l’agente più importante del governo britannico, ma nessuno si prende la briga di andare a ripescarlo, M scrive due righe di epitaffio e tutti i suoi averi terreni vengono venduti.

Ovviamente Bond è vivo, è stato ripescato durante i titoli di testa e adesso se la spassa al baretto sulla spiaggia, dove tromba e beve come Briatore, ma non so come se li paga tutti i bicchieri che trangugia, forse è caduto dal ponte con un baule pieno di dobloni, vai a sapere.

L’inseguimento iniziale è una delle parti migliori del film.

Nel frattempo a Londra un attentato scuote il quartier generale dell’MI6: qualcuno si è introdotto nel computer di M per fregarsi i dati criptati, e le ha fatto saltare in aria l’ufficio. Sono morti sei agenti, ma il capo si è salvato, in quel momento stava in auto col suo assistente che monitorava dal suo portatile l’intruso informatico.

Gli agenti fra l’altro devono essere morti davvero malissimo, perché quando ci mostrano le bare sono otto.

Bond, sempre al baretto a bere, apprende dell’attentato dalla cnn e torna in servizio presentandosi direttamente a casa di M.

Cioè, che figurone ci fa il servizio segreto inglese, prima M si fa fregare la lista degli agenti(e difatti viene subito sostituita da un nuovo M e prepensionata e pure processata, ma lo vedremo), poi qualcuno si introduce al quartier generale e ci mette una bomba, poi ancora M si fa sorprendere in casa propria, e meno male che era Bond e non un agente nemico.

Lo stile spartano del QG riflette quello generale del film.

La nuova sede dell’MI6 è provvisioriamente situata nei tunnel sotto la metropolitana, ed è qui che 007 deve sostenere i test che valuteranno la sua idoneità a rientrare in servizio attivo.

Prima gli fanno fare delle associazioni di idee, il medico gli dice una parola e lui deve rispondere con un’altra, un po’ come quando mi dicono donna e io rispondo tette, mi dicono lavoro e rispondo tette, calcio-tette, internet-tette, avunculogratulazione-tette..

A lui chiedono Skyfall e risponde Fine, senza spiegare cosa sia ‘sto Skyfall.

Poi gli fanno fare una prova di tiro e spara tanto male che invece del bersaglio ammazza uno spettatore in sala.

Ovviamente lo steccano e deve ripetere l’anno, ma la preside è M che falsifica il registro e lo reintegra alla terza elementare, che è la classe che frequenta lo sceneggiatore di questo film.

La prima cosa che fa Bond per trovare la lista è piantarsi un coltello nel torace ed estrarsi delle schegge di proiettile che si è beccato a Istanbul durante l’inseguimento. Non si ricuce né si versa polvere da sparo nella ferita, ma abbiamo capito che finalmente Rambo ha un successore.

Facendo esaminare le schegge scopriamo che sono frammenti di un proiettile all’uranio impoverito che usano solo tre persone in tutto il mondo. Chissà che affaroni la fabbrica che li produce!

Dei tre affezionati clienti abbiamo comunque la foto, perché si sa che i sicari ci tengono all’anonimato, e oltre a firmare i propri lavori utilizzando una pallottola rarissima certe volte si dimenticano pure la carta d’identità accanto alla vittima.

No, non è Milano Violenta, è James Bond vestito come un motociclista tedesco degli anni ’70.

Bond riconosce il suo avversario e lo raggiunge a Shanghai, dove questo ha un lavoro da compiere (sempre grazie alla segretezza tipica dei sicari sappiamo addirittura quali saranno i suoi prossimi incarichi, probabilmente questo tizio ha anche creato un gruppo su facebook). Dopo averlo osservato ammazzare uno dal palazzo di fronte decide di intervenire e lo butta di sotto, tanto la lista non ce l’aveva. Però gli trova nella borsa una fiche del casinò di Macao, dove prova a cercare altri indizi.

La fiche gli permette di ritirare una valigetta piena di euri. Lo dice nel film, “qui dentro ci saranno (mi pare) cinque milioni di euro”. A Macao. Un agente britannico. Euro. Vabbè.

Poi conosce la direttrice truccatissima del casinò, che gli rivela di essere tenuta in ostaggio da tre cristoni per conto del suo terribile capo, che a questo punto lo capisce anche un idiota che è il cattivone del film.

Bond mena i tre cristoni e poi si imbarca sullo yacht della truccatissima come un ospite di riguardo, anche se l’equipaggio è tutto composto di sgherri del cattivone, pare che a nessuno interessi; si fa il viaggio nella cabina di lei, se la ripassa nella doccia, poi quando sono finalmente in vista dell’isola dove il misterioso supercriminale ha allestito la sua base (la location migliore del film), Truccatissima si fa gli scrupoli e propone a Bond di tornare indietro. Troppo tardi, risponde lui, ci sono tutti gli sgherri di prima che si sono ricordati che Bond è quello da arrestare e l’hanno circondato coi mitra in mano.

Insomma che arriva davanti al cattivo in manette, ed è il momento dello spiegone.

“Ero più biondo per i Coen o per Mendes?”

Il nemico di turno è Zero Zero Catìvo, un ex agente che vive craccando le ultime versioni di photoshop per pagarsi le tinte, che da Non È Un Paese Per Vecchi ha scoperto di piacersi un casino biondo e ha l’incubo che si veda la ricrescita. Oltretutto ha un apparecchio per i denti che se lo vede Sarah Jessica Parker se lo fa fare uguale.

Ha ordito un piano pazzesco per uccidere M, che non gli vuole più bene, e cerca di convincere Bond a passare dalla sua parte. Se lo porta a spasso per l’isola dopo averlo slegato (ma allora cazzo l’hai fatto catturare a fare, dico io?), gli mostra la tizia truccatissima di prima, che è ancora legata, e la usa per il tirassegno insieme a Bond. Lui non la centra neanche per sbaglio, tira a caso e ammazza il protagonista del film proiettato nella sala accanto. ZeroZeroCatìvo ovviamente la prende in fronte, ma a quel punto Bond ammazza tutti gli sgherri presenti e fa catturare il catìvo dagli elicotteri che ha chiamato prima, mentre era sulla barca.

Adesso il cattivo Catìvo è prigioniero nella gabbia di vetro di Magneto, ma se la ride di gusto, perché farsi catturare era solo una parte del suo piano, no? Cioè, che colpo di scena che non aveva capito nessuno! Infatti scappa travestendosi da poliziotto e fa cadere un treno in testa a Bond, poi cerca di raggiungere il tribunale dove si sta tenendo il processo a M, ma viene fermato e riscappa.

Naturalmente è chiaro a tutti che se non si faceva arrestare gli sarebbe stato impossibile fare tutte queste cose, no? Anche con l’aiuto dei suoi scagnozzi che lo aiutano a scappare, non avrebbe mai potuto portare a termine il suo piano diabolico, è evidente. Neanche se è riuscito a far saltare l’ufficio di M standosene dall’altra parte del mondo, doveva farsi arrestare e condurre al quartier generale dell’MI6 per poter fare finalmente.. cosa, di preciso? Rubare qualcosa? Distruggere l’MI6? Guardare in faccia M e dirle brutta cattiva? Cosa? Perché alla fine non fa niente, si fa arrestare e poi scappa, punto.

Però te la potresti anche comprare una macchina tua, eh?

Bond decide che basta farsi anticipare, adesso ci facciamo inseguire noi, così porta via M sulla Aston Martin truccata che tutti conosciamo, ma che nessuno sa come sia finita a lui, forse è quella che vince a carte in Casino Royale, ma non ricordo che avesse anche l’eiettore e la mitragliatrice. Vabbè, cazzata più cazzata meno..

Si porta via M, dicevo, e va a nascondersi nella casa dove è cresciuto, in Scozia, e che si chiama Skyfall, così capiamo finalmente a cosa si riferisca il titolo del film. Ma non l’accenno durante i test medici, ma va ancora bè, tanto..

Con l’aiuto di Q che dissemina la mappa dell’Inghilterra di tracce informatiche che nessuno tranne ZeroZeroCatìvoBiondo potrebbe seguire (è inutile che cerchiate di capire, non significa assolutamente niente) Bond e il tizio con la barba di Harry Potter, che abita in questa casa vuota aspettando di dare un senso alla propria vita, preparano delle trappole per tutta la casa e si mettono ad aspettare i nemici.

Sparatorie, esplosioni, macelleria come da copione, arriviamo alla resa dei conti, e il finale è l’unica cosa che tiene in tutto il film, ve lo lascio vedere al cinema.

 

Il mio giudizio sul film? Incredibilmente positivo, Daniel Craig è in assoluto il mio preferito e questo film, pur essendo il meno fedele ai canoni della serie, è probabilmente uno dei migliori di sempre. Sam Mendes è un signor regista, la fotografia è splendida, la colonna sonora perfetta, il risultato è una gioia per gli occhi in ogni scena, e quando arrivi ai titoli di coda ti stupisci che sia passato tanto tempo così velocemente. Poi c’è questa scelta di dare a tutto il film un aspetto povero, o perlomeno è quello che ho capito io: ci sono i gadgets supertecnologici che consistono in una pistola e una radiolina (divertente la scena alla National Gallery con Bond e il nuovo, nerdissimo, Q); ci sono le ambientazioni dove la fanno da padroni i mattoni a vista e le rovine; c’è la base del cattivo che alla fine è uno stanzone semidistrutto con cinque computer su tavolini e un casino di fil di ferro; c’è il duello a Shanghai in una stanza buia tutta di vetro (e che meraviglia di regia); c’è la resa dei conti in una casa abbandonata in mezzo alla nebbia scozzese, combattuto tutto con armi di fortuna, e l’ultimo duello finale col cattivo addirittura in una cappelletta abbandonata.

Però la sceneggiatura non regge. Mai. Neanche per sbaglio. È come se uno si prendesse la briga di scrivere una guida turistica dettagliata, piena di foto e accenni storici della cascina davanti a casa mia: un prodotto eccellente, ma privo di senso.

Però è un bel film, lo riguarderei domani.

and through foggy London town the sun was shining everywhere (5)

Fleet Street
Un tempo conosciuta come “the ink road”, per via delle numerose sedi di giornali che vi si trovavano, oggi che non ce n’è più neanche una non avrebbe senso chiamarla ancora così, ma gli inglesi faticano a cambiare le proprie tradizioni, e piuttosto che scegliere un altro nomignolo cospargono i marciapiedi di inchiostro ogni mattina. È vero, vai a vedere se non ci credi!

Noi comunque ci troviamo lì per caso, sulla via di una delle tante curiosità sceme che vogliamo levarci, e stiamo a guardare la Royal Court Of Justice con la bocca spalancata, quando Marzia vede il grifone in mezzo alla strada.

No, non sono quelle strane pastiglie colorate che prende due volte al giorno quando pensa che nessuno la osservi, è un grifone vero, anche se quello a cui siamo abituati noi liguri ha la testa di aquila. Sta in cima a una colonna, e indica il punto in cui Fleet Street diventa The Strand. Una volta c’era un arco, che adesso si trova dalle parti di St.Paul’s Cathedral, ora c’è questo grosso rettile di bronzo, e c’è una piantata in mezzo alla strada che gli fa mille foto, incurante del traffico.

“Guarda che non sei più in Abbey Road, togliti di lì!”, le grido, ma lei niente. Imperterrita.

In Fleet Street non c’è veramente molto d’altro, la Corte di Giustizia dev’essere anche bella, ma per accedervi bisogna oltrepassare dei controlli, e il poliziotto col pacchetto di guanti in lattice in mano e il sorriso furbetto non mi ispira nessuna fiducia. Proseguiamo.

Old Bailey
Questo edificio, il tribunale penale della città, non ha veramente niente di bello, sebbene risalga alla fine del Seicento è stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito negli anni ’50, ma la statua della Signora Giustizia in piedi sulla cupola è imperdibile per i fans di Alan Moore. Spiego per i non avvezzi all’arte delle persone che parlano dentro le nuvolette: Alan Moore è, cito da wikipedia, “un fumettista, scrittore, compositore, cantautore e occultista britannico. Si è guadagnato una notevole fama tra gli autori di fumetti grazie soprattutto a opere quali Watchmen, From Hell e V for Vendetta.
È inoltre un romanziere, cantante e cantautore (particolari le sue rappresentazioni teatrali: un misto tra parte recitata e musica, preferibilmente elettronica) e, dal giorno del suo quarantesimo compleanno, si è autoproclamato mago.
”. Come si fa a non volergli bene a un tizio così? Oltretutto va in giro con una barba da far vergognare anche Gandalf.

Ma restiamo al suo lavoro di fumettista, che è quello che ci interessa al momento. Da tutte e tre le sue opere principali sono stati ricavati dei film più o meno di successo, e può darsi che almeno uno lo abbiate visto, specialmente il terzo, girato dai fratelli/sorelle Wachowski. Ecco, se lo avete fatto dimenticatelo: il film di V For Vendetta nel suo momento più ispirato arriva solamente a scalfire la superficie della storia raccontata nel libro. Torniamo al fumetto, va bene? Che a parlare di quella robaccia mi sento già prudere dappertutto.

All’inizio della storia il protagonista, V, ha un dialogo sul tetto dell’Old Bailey con la “Signora Giustizia”, che termina con una litigata esplosiva.
Tutto lì.
Lo so, potevo arrivare subito al punto ed evitarvi la tirata su Alan Moore, ma è sempre bello cogliere l’occasione per parlare di fumetti, e poi mi sono riempito una paginetta come ridere.

Tower Of London
“E ci si può salire sulla torre? E quant’è alta?” Già da distante non stavo nella pelle per l’emozione, che l’aver saltato il London Eye per la coda chilometrica mi aveva lasciato addosso un sapore amaro di altezze negate, e cominciavo a sentire un bisogno fisico di vedere il mondo dall’alto. Forse è una specie di equilibrio interiore a richiederlo, quando ti senti degli abissi dentro ti serve andare molto in alto per tornare sul livello del mare, e dato che erano ormai tre ore che non mangiavo il mio malessere cominciava a farsi pressante.

La mia fidanzata non mi mise al corrente della terribile verità, dovetti scoprirla da solo una volta uscito dalla stazione della metro.

“Ma questo è un cazzo di castello! Non ci sono torri!”

Lei, paziente, cercò di spiegarmi la storia dell’edificio, arricchendolo dei particolari più macabri affinché mi risultasse interessante, ma non volevo proprio sentire ragioni:

“Ma non ci sono bastati tutti i castelli del Portogallo? Dovevamo vedere anche questo?”

Ci vuole una bella pazienza a starmi accanto ogni giorno, me ne rendo conto. Marzia ormai ci ha fatto l’abitudine, è una persona intelligente e sa come prendermi.

“Piantala di rompere il cazzo!”, esclamò. “Se non ti va bene puoi tornare all’Old Bailey a dire stronzate alla Signora Giustizia, io entro!”

Cinque minuti più tardi eravamo tutti e due sul pontile sottostante ad aspettare il traghetto.

“Venti sterline a testa? Ma questi sono fuori!”, ribadivamo in coro, agitandoci le mani davanti alla faccia nel gesto internazionale del disturbo mentale. “Per vedere due corvi senza le ali e dei tizi col pigiama rosso! Andiamo alla Tate Britain, che è più interessante e pure gratis!”

Tower Bridge
Senza bisogno di attraversarlo, che è lontano e ci passano le macchine, dal lungofiume dietro la Tower Of London si gode di un’ottima vista di questo spettacolare ponte levatoio. All’interno c’è il museo del ponte, in cui viene conservata la prima tavoletta di gomma da masticare Brooklyn, una sceneggiatura originale del Ponte Sul Fiume Kwai e il giorno compreso fra la domenica e una qualunque festività nazionale. Si può anche salire al ponte superiore e attraversarlo, ma solo se non vi accompagna una persona che soffre di vertigini anche quando cammina sui tappeti troppo spessi.

Traghetto
Con 5 paunz ci si può evitare lo sbattone immenso di riattraversare la città a piedi o coi mezzi per raggiungere una meta che sta dall’altra parte, proprio dietro il parlamento e che a saperlo uno poteva andarci quel giorno lì, ma invece niente. Basta prendere il traghetto sul Tamigi alla fermata di Tower Of London e cambiare a Embankment, e ci si gode anche una gradevole vista del fiume e dei ponti dal di sotto, che l’unica alternativa conosciuta per vederli è fare come Calvi, ma poi diventa difficile raccontarlo.

Embankment
Intanto che aspetti il traghetto ed è quasi ora di pranzo il Pablog ti suggerisce di farti due passi nei paraggi. Il lungofiume, te lo dico già, offre poco. L’unica nota di un certo interesse è rappresentata dall’obelisco egizio vigilato da un paio di sfingi in bronzo. Il suo arrivo a Londra è stato abbastanza travagliato, con un naufragio in mezzo, ma l’arrivo è stato una vera festa. Per quella bruttura. Vabbè.
L’unico dettaglio che ho trovato interessante sono i fori lasciati sulle statue dall’esplosione di una bomba sulla strada accanto, durante l’attacco nazista.

Comunque, dovesse scoppiare una guerra nucleare e la nostra civiltà andare distrutta sappiate che sotto l’obelisco è celata una capsula del tempo contenente, fra le altre cose, un ritratto della regina Vittoria e diverse copie della Bibbia. Ehi, bombardieri atomici! Mirate lì!

Princess Of Wales Pub
27 Villiers Street, Charing Cross
Villiers Street è una viuzza in salita che da Embankment ti porta alla stazione di Charing Cross, ed è molto affollata, soprattutto all’ora di pranzo, data l’elevata presenza di ristoranti. Essendo ora di pranzo decidiamo di fermarci e prendere il traghetto dopo, e ci infiliamo nel Princess Of Wales Pub, sperando di cancellare il ricordo di quell’altro pub infame davanti a Downing Street.

Il locale fa parte della catena dei Nicholson’s, e visti i precedenti ci fidiamo.

In effetti la cucina è buona e la signora che gestisce il piano superiore, dove si mangia, è molto gentile. Quando può consulta una gigantesca Lonely Planet dedicata all’Australia, ma per la maggior parte del tempo spilla birre e urla cose in cucina.

Cos’abbiamo mangiato non me lo ricordo, ma non ho maledetto il cuoco e tutta la sua famiglia, quindi immagino fosse buono.

Tate Britain
Millbank
A differenza della sorella più giovane, che ha un piglio più internazionale, la Tate Britain offre uno sguardo approfondito sull’arte britannica dal 1500 in avanti. Custodisce opere celebri, come l’Ofelia di Millais e qualche Turner, ma se non siete degli esperti di arte inglese il rischio di aggirarvi per le sale con lo sguardo assente è piuttosto elevato. Ora mi attirerò gli insulti di qualunque appassionato fra i tre quattro lettori che mi seguono, ma secondo me l’arte britannica è come la sua cucina: deprimente.

Ci facciamo il giro completo del museo in un’ora e mezza e quando usciamo avrei voglia di tuffarmi nel Tamigi. Per fortuna sull’altra sponda si vede la sede dei servizi segreti inglesi, un edificio a forma di alieno di Space Invaders, che mi riporta alla memoria alcune scene di 007 e il fumetto che sto leggendo in quel momento, Queen & Country, e il voler sapere come va a finire la storia mi restituisce sufficienti motivazioni per continuare a vivere.

Minamoto Kichoan
44 Piccadilly
Con la Tate Britain si chiude la nostra visita a Londra. Abbiamo ancora un giorno e mezzo prima della partenza e vogliamo dedicarla allo shopping spudorato. Perlomeno la mia fidanzata, io piuttosto che infilarmi in un altro grande magazzino di Oxford Street andrei a vedere anche il museo dei calzini usati dai sovrani di tutte le epoche, ma magari torniamo in quelle stradine piene di ristoranti intorno a Covent Garden, e accetto con entusiasmo.

Ormai è tardi per le esplorazioni approfondite, torniamo a Piccadilly a cercare Minamoto Kichoan, una pasticceria giapponese di cui abbiamo letto da qualche parte, probabilmente sulla Santa.

L’idea sarebbe di comprarsi delle caramelle, che dopo l’esperienza negativa di Candyjapan (un sito che ti dovrebbe spedire caramelle dal Giappone due volte al mese a un prezzo interessante, ma che invece col cazzo) mi è rimasta la voglia di sapere come si avvelenano quei matti dall’altra parte del mondo, ma il negozio in questione non ne ha. La sua offerta è diversa, quel tipo di diversità che ti fa sbavare per ore davanti al banco incapace di decidere come spendere i tuoi soldi. I pasticcini sono dei capolavori architettonici, perfetti da sembrare finti, e me li comprerei tutti se solo avessi un rene in più da impegnarmi. Eh già, il prezzo dei prodotti è un po’ alto, non puoi uscire con una carrettata di pacchettini colmi di delizie, ma non è per quello che alla fine me ne vengo via senza aver comprato niente. E non è neanche perché è l’ora di cena, e il mio bisogno di carne prende a calci quello di pasticcini fino in strada. E a dirla tutta non è neanche per il fatto che la commessa non ci ha degnato di uno sguardo da quando siamo entrati. No, se devo essere proprio sincero la ragione per cui alla fine decidiamo di uscire senza acquisti è la massiccia comitiva di italiani schiamazzanti che entra all’improvviso e si mette a commentare ogni articolo con strepiti sguaiati. Non li sopporto gli italiani all’estero, ma come vedremo nella prossima puntata dovrò assistere a ben altro.