Porto 2017-7

7.
Dopo i botti e i tricchetracche delle puntate precedenti la cronaca del viaggio a Porto si conclude con una nota mesta. Perché è finito il viaggio e quando finisce un viaggio siamo tutti un po’ tristi, e poi perché alla grigliata di pasquetta ho bevuto come un dromedario e anche se fuori ostento allegria dentro provo un forte sentimento di morte che mio malgrado si riflette in questo post, e soprattutto perché l’ultima sera a Porto sono andato a cena con gli amici di Marzia.

Non erano tutti presenti, facevano a turno la guardia alla camera della stamberga in cui alloggiavano per paura che se l’avessero lasciata incustodita gli albergatori si sarebbero venduti la loro roba per scappare alle Azzorre, ma quelli presenti valevano il prezzo del biglietto.
Li vedo arrivare da dietro la stazione di Trindade, scendono per la strada poco illuminata con la caciara tipica dell’italiano in gita, e anche nella penombra sembrano l’orchestra di Prince.

Dove si va a cena? Andiamo dal tristone! E se andassimo da Antunes? Antunes è chiuso, ma c’è una polleria qui dietro che. La polleria è piena e troppo cara. Andiamo dal tristone! Allora c’è un altro posto che ho visto ieri che. Andiamo dal tristone! Ma il tristone fa cagarone! Andiamo dal tristone! Ma neanche sono sicuro che esista ancora!

Insomma, sotto le insistenze di Marzia cerchiamo di raggiungere un ristorante visitato mille anni fa in cui ci eravamo trovati ad essere gli unici avventori di sabato sera, col cameriere che palesemente aspettava solo che ce ne andassimo per infilare la testa in un cappio, e dove non ricordo neanche che avessimo mangiato così bene o speso così poco o entrambe.
E ovviamente non lo troviamo, ci fermiamo davanti a un posto appena dietro il mio ostello, altrettanto deserto che lei insiste a definire “Quello quello”, e io “guarda che no”, e lei “quello quello”, e mentre io cerco di spiegarle che no tutti i suoi amici ci si impecorano dentro e finiamo per andare a cena nel ristorante peggiore del Portogallo, farci fare un discreto culo al momento del conto e rimandare indietro metà delle portate perché ma cos’è sta roba io sta roba non la mangio. Io invece la mangio e in silenzio, perché dentro mi sento come dopo la grigliata di pasquetta. Domani parto e non sono riuscito a mangiare neanche un polpo grigliato, e il totale dei pasteis a colazione ammonta a uno in tre mattine. Un fallimento.

Fuori dal ristorante ci segue anche la fame, e dove andiamo, un altro ristorante è troppo, tornare a casa senza è poco, ci vorrebbe uno di quei posti che stanno aperti tutta la notte, untissimi, dove mangi porcherie e bevi senza vergognarti, tanto se anche uscissi orizzontale saresti osservato solo da persone che hanno perduto la dignità molto prima di te. Esiste un posto così? I miei compagni di sventura sostengono di sì, ci sono andati a bere già diverse volte, è appena dietro il municipio, davanti alla chiesa di Trindade, andiamo lì.

Qui è dove ometto ogni possibile commento sulle frequentazioni dei miei discutibili compagni di viaggio, perché parte di loro è la prima volta che li vedo, e quella che ho visto più spesso l’ho vista due volte, e magari mi sbaglio. Quella che conosco meglio se n’è tornata in albergo insieme a parte del gruppo, siamo rimasti io, la versione viola di Ozzy Osbourne, un’altra che soffre di daltonismo, l’uomo più depresso del mondo e due personaggi che non parlano granché e difatti potrebbe essere solo uno, non mi ricordo, è passato tanto tempo, sto male.

Qualcuno butta là che si potrebbe destituire l’attuale governo portoghese e instaurare un soviet, ma trovandoci in Portogallo bisognerebbe chiamarlo con un nome portoghese, e sovietinho non incute sufficiente rispetto. Insomma, beviamo senza concludere niente, e a una certa il padrone di casa ci fa capire che sta chiudendo e ce ne andiamo con gli abituali frequentatori del locale, chi in ostello, chi sotto un ponte, chi a svaligiare appartamenti.

come si dice disagio in portoghese?

E poi niente, si torna a casa. Arrivo bello presto alla metro di Trindade e c’è un gruppo di scappati di casa che sta attirando l’attenzione di tutto il binario. Provo a nascondermi dietro un signore con la valigetta, ma mi sgamano subito “Pabloo Pabloo vieni con noiii”. Sai quando ne La Casa 2 ci sono i mostri che spuntano dalla botola sul pavimento e cantano nooi tii avreemoo nooi tii avreemoo? Uguale.
No, scherzo. Forse era Poltergeist.

L’ultima nota è personale, e racconta di quando in aeroporto io e Marzia abbiamo mollato il gruppo e siamo andati a fare colazione al bar, e mi sono trovato da solo con questa tizia in una città straniera, la stessa dell’ultimo viaggio che abbiamo fatto insieme, ed è stato.. boh. Siamo diventati amici, poi abbiamo vissuto insieme per un sacco di anni, ci siamo lasciati malissimo, abbiamo fatto pace e siamo tornati amici. Nessuno mi ha fatto mai attraversare l’intera gamma dei sentimenti come ha fatto lei, forse prenderci questo momento è un modo per fare il punto. Forse sono troppo sentimentale, e conoscendola sono sicuro che è quello che sta pensando adesso. No, quello che sta pensando adesso è madonna che palle sto qua con le sue pippe! Però poi ride, perché se c’è una cosa che io e quella lì sappiamo fare insieme è ridere, e forse è per quello che sarà sempre la miglior compagna di viaggio che si possa trovare.

Porto 2017-6

6.

Esiste una serie di videogiochi molto popolare che si chiama Grand Theft Auto, generalmente abbreviata in GTA, in cui controlli un piccolo criminale in un’area di gioco enorme e molto realistica, e gli fai fare tutto quello che fa di solito un criminale senza scrupoli, rubare macchine, investire i pedoni, scendere dalla macchina e derubarli, ammazzare indiscriminatamente chiunque gli capiti a tiro, frequentare locali di striptease e andare a zoccole. Hai anche delle missioni da compiere per far progredire la storia, ma la maggior parte del tempo la passi scappando alla polizia perché proprio non ce l’hai fatta a non stirare quel gruppetto che chiacchierava sul bordo del marciapiede.
Ho installato sul computer l’ultimo capitolo di questo gioco, e devo dire che mi piace parecchio. Sapete quando vi state domandando perché non scrivo più niente da settimane e anche la mia pagina facebook giace dimenticata? Adesso sapete perché.

Il casino di questo gioco è che quando ci passi tanto tempo sopra ti fa perdere un po’ il senso della realtà, ti viene facile immedesimarti. Dev’essere stato per quello che mentre camminavo lungo la strada che dal museo di Serralves scende al fiume ho guardato con avidità le auto parcheggiate, mi sono tenuto alla larga dai tizi che camminavano in senso opposto e mi sono aspettato che in un quartiere così degradato (sì, Marzia, di nuovo) ci fosse almeno un night club in cui entrare e fare amicizia con la spogliarellista o picchiare il buttafuori o entrambi.

Non ce n’erano, i passanti non mi hanno spinto via mugugnandomi contro minacce alle quali non puoi non reagire tirando fuori un fucile d’assalto e massacrando mezzo quartiere, e soprattutto non c’erano night clubs. C’era una scuola francese che doveva essere molto cara, ma non avevo figli da spedirci e ho tirato dritto.
In fondo alla via non c’era neanche il fiume, ma una fermata dell’autobus e un benzinaio. Se fosse stato GTA avrei avuto un’arma da scaricare contro le pompe di benzina provocando un’esplosione che avrebbe ammazzato le persone in attesa alla pensilina, mi avrebbe procurato una o due stelline di taglia (quando hai delle stelline accese la polizia inizia a cercarti, con tre arriva in elicottero, da quattro in su intervengono le forze speciali, poi l’FBI e infine Trump in persona che però prima dice di non volersi immischiare in scenari di guerra internazionali), ma a Porto in un sonnacchioso pomeriggio di gennaio posso solo avvicinare un anziano e chiedergli dov’è il Douro. Mi dice di girare dietro il benzinaio e per favore di non sparare a nessuno, e in dieci minuti arrivo su una strada che conosco. Il fiume è davanti a me, o almeno qualcosa dentro cui scorre dell’acqua, ma sembra più una palude, quindi anche dire che scorre è inesatto.
In pratica davanti a me c’è una distesa di melma e sassi su cui svolazzano decine di gabbiani. Un cartello definisce l’area Paradiso Ornitologico Del Douro, e per sottolineare l’interesse turistico che dovrebbe rappresentare una pozza melmosa accanto a una strada sotto il cartello è stata collocata una panchina.

Seguendo la stessa logica basterebbe piazzare tre o quattro panchine davanti alla discarica di Genova per rivalutare l’area e tirare su i prezzi delle case sfitte.

volavo sopra le nostre case
non c’era nulla di eccezionale

No, esagero, la discarica puzza di cose che qui non ci sono, e poi il profilo di Gaia dall’altra parte è bello da guardare, e meno male, perché tutti gli uccelli strani indicati sul cartellone devono essere in vacanza, qui ci sono solo i soliti gabbiani prepotenti che ti zampettano intorno chiedendo cibo, come se uno a Porto uscisse sempre di casa con le tasche piene di mangime per gabbiani, siete su un fiume, avete l’oceano davanti, procuratevelo da soli il cibo, razza di fannulloni!

Questa panchina mi sta risvegliando istinti reazionari, meglio andarsene prima di diventare un piccolo borghese con simpatie leghiste. E sta giusto arrivando O Elétrico, il piccolo tram dall’aspetto ottocentesco, comodo come viaggiare seduti su un sasso, dove comunque non ti siedi mai perché è sempre pieno di turisti, e per il quale devi pagare un biglietto che costa il triplo di quello di un comune autobus di linea. E infatti ci salgo e sto in piedi, scomodo, in mezzo a turisti romani che aòeggiano meravigliati in direzione di tutto quello che vedono al finestrino, come se la nuova giunta Raggi avesse cancellato auto, pedoni, battelli fluviali e una fetta consistente di panorama.
Ad un certo punto mi siedo, ma siamo quasi arrivati, e neanche me la godo, che comunque le panche di legno vibrano come sedersi su una lavatrice durante la centrifuga.

Scendo alla Ribeira, affollata di turisti sbragati al sole come otarie. Provo disagio. Gira e rigira sono sempre qui e non ne ho voglia, vorrei essere altrove, vorrei essere sulla spiaggia in fondo ad Afurada, a guardare il mare senza turisti romani che aò er mare, to o ricordi quanno ce stava pure da noi, prima che a Raggi ce levasse pure quello, st’impunita. Mi sta di nuovo montando la solita insofferenza verso il genere umano, devo allontanarmi alla svelta da lì.
Ideona! Una bici! Con una bici posso raggiungere la spiaggia dall’altra parte del fiume mettendoci molto meno di tutta la vita! Ci vuole un ciclonoleggio!
C’è un ufficio informazioni, una signorina coi baffi mi indirizza verso un negozio che sta davanti al ponte, che per 10 euri mi affitta una bici da passeggio per quattro ore. E che ci faccio in quattro ore, ci vado a Lisbona? La mia insofferenza verso il genere umano non è così forte da spingermi verso l’eremitaggio definitivo! Ma non ci sono tariffe intermedie, piglio la mia bici e pedalo oltre il ponte di ferro, ridendomela delle macchine in coda di quelli che andiamo a fare un giretto in centro in questa bella giornata ma andiamoci in macchina che a piedi poi ci sono i romani che aò anvedi delle persone te ricordi quanno ce stavano pure da noartri.

Sfreccio per il viale di Gaia come un ciclista vero, mi fermo solo davanti alle cantine Sandeman a fotografare l’ingresso e postare la foto scrivendoci sotto Enter Sandeman, che l’ha fatto una volta una mia amica e mi ha fatto un casino ridere e volevo farlo anch’io, oh, mica posso essere sempre originale, cazzo vuoi, vienici tu a Porto a fare foto con le didascalie spiritose.
Sfreccio oltre un’orchestrina che suona pezzi tradizionali napoletani (???) con grande entusiasmo dei locali e dei turisti che vabbè lo sapete già.
Sfreccio lungo le curve umide e inospitali che ieri mattina mi avevano quasi ammuffito le ossa.
Sfreccio attraverso l’odore di pesce grigliato dei vicoli di Afurada, oltre il lavatoio delle signore curve sotto gerle di panni sporchi, oltre il nuovo porticciolo turistico da cui spuntano giovani fighetti abbronzati, oltre la nuova passeggiata a sette corsie che costeggia l’ultimo tratto di fiume e che l’ultima volta che sono stato qui mica c’era, e neanche le famiglie col passeggino e i bambini col monopattino e stai un po’ attento a dove pedali cazzo!

ho pedalato tanto che sono arrivato in Normandia

Arrivo vivo. Evviva. Stanco come uno che ha appena valicato lo Stelvio, con la capacità polmonare del mio gatto dopo un pomeriggio speso a miagolarmi davanti alla porta che vuole uscire, accaldato come quella volta che seduto al tavolino di Berto ho baciato a tradimento la mia compagna di banco mentre mangiava la pizza, ma vivo.

La Praia do Cabedelo do Douro, come la chiamano qui, è lunga e ventosa, ed essendo a ridosso di una riserva ornitologica, una vera, non la melmaia di prima, è come trovarsi su una pista di atterraggio per aironi: se non stai attento è un attimo che ti ritrovi infiocinato dal becco appuntito di qualche trampoliere di passaggio.

È una bella giornata limpida, cosa che mi spinge a fare quello che ogni genovese in riva al mare tenta di fare in condizioni simili: aguzzare la vista e provare a vedere la Corsica. Dopo un po’ che mi faccio venire la congiuntivite mi sembra di scorgere qualcosa all’orizzonte, e non è una nave di passaggio. Un banco di pesci? Squali? Squelli! Rido da solo della mia battuta salace, che avevo tirato fuori una sera di trent’anni fa, curiosamente proprio l’ultima volta in cui ho avuto degli amici. No no, c’è proprio qualcosa laggiù, e si sta avvicinando.

È un mostro marino! Emerge dall’oceano in un abito di alghe. Ha la testa a forma di uovo sdraiato, il corpo a forma di uovo spaccato, le gambe corte, una peluria sul mento, gli occhiali spessi, i capelli crespi e l’espressione di qualcuno che vorrebbe tanto trovarsi altrove.
Se non fossimo lontanissimi da casa giurerei di conoscerlo. Provo a parlargli, ma mi ignora, attraversa la spiaggia e sprofonda nuovamente nell’acqua torbida alle mie spalle, in una delle pozze che costellano la riserva di cui sopra.
Poi magari non era un mostro marino, ma il guardiano della riserva, che ne so, chi l’ha mai visto un guardiano di riserva portoghese?

Recupero la bici e torno indietro perplesso.

qui è dove scopro di aver perso il cappello

Ho ancora più di tre ore di bici pagata, così vado a rapinare una banca del centro, progettando di far perdere le mie tracce fra le auto in coda, ma le banche in centro sono tutte nella zona alta della città, e dopo venti minuti che ansimo su per una parete che gli autoctoni si ostinano a definire strada, rinuncio e me ne vado in ostello a fare la doccia, poi con calma torno alla Ribeira in mezzo alle otarie. Ce ne sono due vestite in modo buffo, sono Marzia e Vivienne Westwood. Arrivo in volata con un gran darci di campanello, che Marzia è sorda e se non faccio così l’unico modo per attirare la sua attenzione è investirla.
Che fate? Prendiamo il sole. Andiamo a fare aperitivo? No. Dai. Ma dobbiamo tornare in albergo e l’ultimo aereo è fra mezz’ora. Ci andate a piedi, cazzo te ne frega, oppure non ci andate proprio, tanto stasera dovete tornare giù per la cena. Va bene dai, aperitivo. Circolo dei velisti? Che domande, certo!

Il circolo dei velisti lo abbiamo soprannominato così la prima volta che ci siamo stati, perché di sicuro appartiene a una qualche associazione cittadina, ma di velistico non ha proprio niente, e neanche di vagamente sofisticato. È un baretto pieno di anziani gestito dallo stereotipo del portoghese antipatico, e ai tavoli c’è un uomo preistorico che quando ti prende l’ordinazione non parla nessuna lingua che non si sia estinta da almeno un milione di anni: tu gli dici che vuoi una birra, lui grugnisce e ti mostra le zanne. Ha davvero le zanne, gialle e appuntite. Ci siamo sempre trovati bene lì, nessun turista scassacazzi e tanti tavolini liberi, o quasi liberi, basta spostare l’anziano che ci è morto sopra.

aperibeira

(continua)

Porto 2017-5

5.

Qui è dove mi alzo la mattina carico di ottime intenzioni e decido di smetterla con questa vita priva di stimoli e amici ignoranti e sopravvivere trascinandomi nella mediocrità e musicadimerda e teatro come se il teatro fosse l’unica cosa che mi salverà dalla buzzurra in cui ciabatto da anni, con le crocs.
Qui è dove vado a visitare il museo di arte contemporanea di Porto.

Perché va bene leggere, suonare, tutta l’arte è importante, ma signori miei, è solo nell’arte contemporanea che l’uomo trova le sue risposte. Quando ti trovi in una stanza tutta bianca, con delle vetrate che si affacciano su un parco stupendo, e la luce di una calda mattina invernale inonda le pareti spoglie, e tu sei lì, unico testimone di quell’incontro fra l’umano e il divino, e osservi una tavola da surf segata in quattro, che incombe su quel vuoto come il monolite di 2001 Odissea Nello Spazio, in quel momento lo capisci: l’arte non è appesa ai muri, l’arte sei tu. È tutto quello che ti attraversa e viene metabolizzato e rimesso in circolo, il messaggio, il significato, l’ispirazione sono tutte chiacchiere, sei tu quello che rende quel pezzo di poliuretano l’espressione di una sensibilità artistica, tu che sei lì e lo osservi. L’ha capito benissimo Christo quando ha intruppato migliaia di buoi con lo zainetto e il cellulare su una piattaforma galleggiante in mezzo a un lago. Se ti fa prendere il treno apposta per farti ore di coda e ti fa tornare a casa felice di essere stato partecipe di una passeggiata scomoda e umida e lentissima che se fossi andato a camminare ai giardinetti spendevi meno e ti restava anche il tempo di guardarti un film e pulire casa, non ci sono cazzi, quella è arte. Se domani vai a Venezia a fotografare l’autografo di Melina Riccio sul muro della stazione in fondo al ponte di Calatrava rendi arte anche Melina Riccio, e non solo una sciroccata che imbratta i muri di Genova. Che poi che differenza ci sarebbe fra lei e Banksy, a parte che uno disegna e l’altra scrive in un italiano discutibile?

E la forma più paracula di tutte le arti è proprio l’arte contemporanea. Quattro cerchietti disegnati a biro su un foglio a quadretti incorniciato in una cornice ikea di quelle più economiche fanno bella mostra di sé in un percorso dedicato a un artista scarno, Michael Krebber. Devi vedere la visione d’insieme, è un provocatore, è una tappa di un percorso, c’è un significato. Sticazzi. Lo decido io il significato, se me lo spiega lui mi addormento dopo due minuti, anche perché me lo spiega in tedesco. E la spiegazione che mi do io mi appaga, e mi godo tutta la sua opera con calma, senza sentirmi come se mi fossi perso un passaggio. Per quello è arte paracula, perché se non capisci qualcosa viene subito a batterti sulla spalla e a dirti va bene così, rilassati, non sei tu, tranquillo.
Giotto è molto più pretenzioso, per dire. Con lui fatichi a identificarti nel processo, ti dice delle cose e pretende che le capisci, che ti studi la storia della prospettiva, la simbologia, il contesto storico. I contemporanei montano una passerella gialla sul lago e ti chiedono solo di camminarci sopra e farti due foto, segano una tavola da surf, tagliano una tela. A posto così, il resto metticelo tu.

famo a capisse

Li adoro i contemporanei, appartengono a una generazione che si esprime secondo un linguaggio che pesca nello stesso calderone da cui raccogliamo tutti. Abbiamo un retroterra comune, e questo facilita il dialogo. Ogni volta che esco da Genova vado a cercare il museo e mi ci perdo. A Praga, a Milano. Oltretutto l’edificio è sempre interessante quanto il suo contenuto, e Serralves non fa eccezione: art deco e modernismo, qualunque cosa significhi, io il massimo che capisco è questo è il pavimento e quello no, devi camminare qui. Ma che bello lo stesso camminare per il parco e infilarsi nella palazzina a curiosare la mostra di Mirò e non capirci un cazzo e sentirsi in pace col mondo. C’era una scopa con gli occhi! Mirò usava dei colori carichi che ti fanno venire voglia di indossarli, ma di più, di averceli dentro sempre, anche i neri sono neri carichi, neri neri. Poco tempo fa uno scienziato ha inventato un colore nero capace di assorbire il 99.965% della luce, che ne fa il nero più nero esistente al mondo, almeno finché a qualcuno non verrà in mente di estrarre il cuore della mia ex. Mirò non lo sapeva e ha usato un nero molto meno nero e più lucido, ma è così ricco il nero di Mirò che il vantablack non lo paragono neanche.

Marzia dovrebbe farsi i capelli blu

Di meno bello c’è solo arrivarci, al museo di Serralves. La guida ti dice di scendere con la metro a Casa da Musica, un altro edificio figo che non ci crederesti, e prima o poi lo vado a visitare anche dentro, e poi di andare in quella direzione. Quello che non ti dice è che in quella direzione ci devi andare finché non superi la frontiera col Belgio, poi giri a sinistra. Ho camminato lungo un viale dritto e lungo che mi ha fatto finire in mezzo a palazzoni così tetri che sembrava la pagina del modernismo socialista, e ho pensato a Marzia che leggerà queste righe e mi prenderà per il culo per il mio solito superpotere, ma che se fosse stata con me mi avrebbe ringraziato per averla portata davanti alla sede del partito comunista portoghese ad ammirare il murale molto comunista, ma poi mi avrebbe insultato senza neanche prendere fiato da lì fino al museo. Quindi vedi che bello è viaggiare da soli? Niente insulti, ti fermi a fotografare i palazzoni tetri e ti godi il fascino della banlieue, che anche in portoghese avrà il suo nome ma che secondo me non è evocativo come banlieue e soprattutto non richiama alla mente film memorabili.

superbloc

Già che sono al museo e non ho idea di come tornare in centro e piuttosto che farmela a piedi chiedo se posso restare a vivere lì che oltretutto in una sala ho fatto amicizia con una custode così carina che restare a vivere lì non mi sembra neanche un’idea tanto assurda, vado a mangiare al ristorante del museo. Perché c’è anche un ristorante, ed è contemporaneo pure lui, pensa che figata. Se vai al museo degli impressionisti non sperare di mangiare un’insalata dell’800 perché è finita nella spazzatura da un paio di secoli. Al Dox di Praga c’è un baretto che fa anche da mangiare, ma è un baretto. Qui c’è il baretto da scappati di casa al piano interrato, e al primo piano c’è il ristorantone buffet con vista sul parco e camerieri che ti vengono a servire il vino e ti chiedono come stai e tu non capisci perché dei camerieri portoghesi dovrebbero essere gentili con te, visto che storicamente i camerieri portoghesi non sono gentili mai ma mai (qui la storia dei camerieri portoghesi raccontata dal mio amico Alessandro), e considerata la strada lunghissima che hai fatto per arrivare ti sembra plausibile che da qualche parte lungo Avenida da Boavista ci fosse un posto di frontiera e nessuno ti abbia chiesto i documenti perché Schengen o perché erano in pausa colazione, che da queste parti è serissima, visto che come abbiamo già visto i dolci portoghesi sono una roba che ti ci vuole una settimana a finirli.

Dopo pranzo mi affaccio alla balaustra nell’atrio per capire seriamente se dovrò rifarmi la strada a piedi, rubare una macchina, chiedere ospitalità, chiamare un taxi o buttarmi di sotto, e in quel momento esce dalla sala di Klebber la custode carina di cui sopra, che mi vede e mi fa un cenno di saluto. Allora scendo e le chiedo come tornare in città. Le chiederei anche come si chiama e se è fidanzata e cosa fa stasera, ma sono pur sempre Pablo il Sociopatico, e dopo che mi ha spiegato come scendere al fiume in cinque minuti e prendere il tram non riesco a reggere l’idea di me che la sto fissando con la faccia ebete e mi ricompongo e scappo lontanissimo. Poi dici che non conosci mai nessuno.

(continua)

Porto 2017-3

3.
Sceso dalla Sé attraverso il ponte sul suo piano più elevato e mi perdo nella cittadina di Villa Nova De Gaia. Prima di tutto salgo a vedere quel grosso edificio che sovrasta il fiume, dove non sono mai stato. È una caserma, non mi ci fanno entrare e francamente bene così, ci ho già passato un anno di più di quanto fosse necessario, dentro una caserma come quella. Mi va benissimo guardare il panorama dalla spianata sottostante.

Villa Nova De Courmayeur

La ringhiera è piena di lucchetti, a casa prima di partire ho studiato dei tutorial su come aprire un lucchetto senza usare la chiave. Proverei, ma oltre ai lucchetti il piazzale è pieno di anziani militari col cappotto di cammello, e mettermi a scassinare cose davanti a gente che magari sotto Salazar portava i dissidenti a fare quei giri fuori città da cui poi non riesci più a tornare mi pare irrispettoso. Irrispettoso verso la mia salute, voglio dire. Così me ne vado e scendo verso il fiume prendendola lunga, che per chi mi conosce significa finire nel solito buco di quartiere di merda dove non c’è un cazzo di niente da vedere, solo case deserte e strade occupate da carcasse di auto.
È il mio superpotere, dovunque mi porti riesco sempre a trovare la strada più merdosa che ci sia. Fosse anche il quartiere più vivo della città, io riesco a svoltare due volte e finire in mezzo alla morte.

Quando arrivo sulla strada che costeggia il Douro ho addosso tutta la tristezza di una città di alcolisti abbandonati al proprio dolore sul bordo di una strada di periferia, e anche di un paio di tossici, però educati.

Il piccolo borgo di São Pedro Da Afurada dista da Gaia poco più di tre chilometri, percorribili in cinque minuti in auto, sulla strada che costeggia il Douro fino alla sua foce, o un’ora camminando tranquilli sulla passerella di legno accanto alla strada. Ci sono anche delle panchine ogni tanto, dove puoi prenderti la gelida ombra dei mesi invernali o il sole calcificante di quelli estivi, e intanto farti ghermire le articolazioni dalla perenne umidità che sale dal fiume.
Trovi sempre da sederti su quelle panchine, ma stranamente non lo fa mai nessuno.

basta poco

Quando finalmente arrivi è una festa, ti si apre davanti il molo coi pescatori che scaricano cassette di sarde e calamari sotto lo sguardo attento dei gabbiani. È sempre uguale il molo di Afurada, ci sono macchine mollate ovunque, gente che va e viene dai banchi del mercato che sta più avanti, odore di pesce alla griglia dalle trattorie che si affacciano sulla strada. Il traghetto scarica passeggeri che arrivano dall’altra sponda, quella della vecchia Porto e della sua area urbana più recente, ma la maggior parte abita qui, o ci arriva in autobus passando per l’abitato di Villa Nova De Gaia, che tutti conoscono solo per il lungofiume pieno di cantine, ma si estende parecchio all’interno, e fa abbastanza schifo.
Anche Afurada è poco appetibile da un punto di vista architettonico, un reticolato di casette basse tutte uguali, sembra un campo di roulottes rivestite di piastrelle giallo malattia. Però c’è sempre il sole quando ci arrivo io, e il profumo di cibo aiuta un sacco. Vado a cercare il mio ristorante preferito, e lo trovo chiuso. C’è un cartello davanti con esposto il menu del giorno e i prezzi, ma la porta è chiusa, la griglia per cucinare il pesce è spenta, le tende sono abbassate, insomma cazzo è chiuso. E ora?
Chiedo a un signore che fuma e mi guarda, fermo sull’uscio di casa. Mi dice che riaprirà a febbraio. E ora?
Mando un messaggio a Marzia che si potrebbe riassumere in “Il ristorante è chiuso, dove sei, ho fame”, e ne ricevo uno che dice “Come chiuso, ci siamo fermate in un capannone che vende antiquariato”, poi mi si spegne il telefono.

Che significa? Che ho la batteria scarica. No, intendo il messaggio di Marzia, che significa capannone antiquariato? Devo aspettarle per mangiare? Arriveranno? Non arriveranno? Io ho fame!

Vado a vedere se scende dal traghetto, ma non scende. Aspetto il successivo, ma non scende neanche da quello. Il mio cervello elabora sequenze di immagini catastrofiche, io che muoio di fame lungo la strada e vengo mangiato dai gabbiani, io che mi vedo chiudere davanti tutte le trattorie e finisco per mangiare al ristorante carissimo dove non ho soldi per pagare e mi arresta la polizia col punto dopo il nome, che fa un casino più cattivo della polizia e basta, io che mi scogliono e vado a mangiare da solo da un’altra parte.

Scelgo questa, e mi dirigo al Cafè Vapor, una piccola trattoria sulla strada con un tavolo di legno al sole collocato proprio vicino alla griglia del pesce. Mi piacerebbe prendermi una bronchite mentre i miei vestiti s’impregnano di umori ittici, ma i miei compagni di stanza sono già infastiditi dalla mia presenza così, senza bisogno che li obblighi a passare una notte con le finestre spalancate. Mi siedo a un tavolo all’interno, e ordino delle sarde.

Le sarde portoghesi non vengono pulite prima di cucinarle, te le servono con testa e interiora, e a qualcuno può dare fastidio. A me un po’ ne dà, più che altro la noia di pulirle. Il tavolo accanto al mio riceve una conca di calamari grigliati che se ci penso piango ancora adesso. Dev’essere stato lì che ho deciso di tornare a Porto prima possibile per fare tutto quello che non sono riuscito a fare neanche in questo viaggio, e metto i calamari grigliati in cima alla lista.

Intanto che mangio sento qualcuno chiedere “chegou o circo?” e so già cosa stanno guardando prima di voltarmi. Faccio un cenno e Marzia e la sua amica Iggy Superpop si fanno strada nel locale.

Non ci hai aspettato, che stronzo! Si è spento il telefono e non sapevo più se sareste arrivate. Avevo detto alle dodici e mezza, lo sono adesso. Eh ma io avevo fame da un’ora! Son venuto a piedi! Sei sempre il solito. E qui non c’è posto per sedersi. Potete mettervi sulle panche fuori, si sta bene, a parte l’odore. Sticazzi dell’odore, fra un po’ arrivano tutti gli altri, ci serve un tavolo grande! Se non vi disturba che poi tutti si volteranno a guard.. no, non credo che vi farete problemi.

Finisco di mangiare, prendo anche il caffè, e spendo pochissimo, ma tipo la metà di quello che avevo calcolato di spendere, che era già pochissimo.
Esco dal locale con un sorriso che le due compagne di viaggio di cui sopra interpretano subito male:

L’hai notato anche tu che hanno la Sagres invece della Super Bock, eh? Quante te ne sei bevute? No, sorrido per il prezzo. Vabbè, ti fermi con noi? Stanno arrivando i nostri amici, così li conosci. Arrivano con un pulmino Volkswagen tutto colorato? Saranno tantissimi! No, col traghetto, perché?

Me ne vado piccato, che quando faccio una battuta divertente e non la colgono ci rimango male. E poi sono in uno dei miei momenti sociopatici, mi sento venir su quel vuoto cosmico che mi fa stare come in mezzo alla piazza di Pechino senza un’idea di cosa stia dicendo la gente che mi cammina accanto, senza sapere come fermarli, cosa dirgli, dove andare e perché. Ho bisogno di stare da solo e mugugnare sottovoce, ho paura dell’ignoto, sono annoiato dai soliti schemi che si ripresentano e dalle mille paure diverse che bloccano ogni desiderio. Vorrei andare alla duna di sabbia giù alla foce, vorrei tornare a Gaia ma poi non so cosa fare una volta là, vorrei prendere il traghetto e andare di là, ma poi che me ne faccio, vorrei restare ma conoscere persone in questo momento sarebbe come chiedere a un pugile se sua madre è davvero così brava a fare pompini, e stare da solo non è il massimo quando mi piglia così.

Monto su un autobus guidato dal più famoso pilota di formula 1 portoghese che però non ha avuto il successo che meritava e si è dato al servizio pubblico, e ci vuole tutta che le sarde rimangano al loro posto nello stomaco.

Torno in centro e mi do alle spese folli, il poster della mia cantina preferita che appenderò in camera appena torno e che invece non ho neanche tirato fuori dal suo tubo di cartone e continuo a raccontarmi che è perché non ho tempo di andare a comprare una cornice, ma quando trovo il tempo non so le misure e intanto mi si accumulano i poster arrotolati, fra un po’ apro una cartoleria;
compro un giubbotto di jeans e una camicia colorata, cioè, io una camicia colorata, non so come farò a metterla nell’armadio senza che tutte le altre camicie grigine e nere saltino fuori inorridite.

E poi vado a vedere il fichissimo Palácio Da Bolsa, che per quelli che non sanno il portoghese sarebbe un ex giocatore del Genoa ceduto all’Inter, celebre per il codino e i gol, e lo si prende in considerazione nel periodo in cui è appartenuto a una signora dall’aspetto stanco ed evidenti problemi di respirazione.
Non so perché certe volte scrivo cose del genere.

(continua)

sbaracca

Peccato che non mi chiami Francesco, perché Francesco sbaracca sarebbe stato un titolo un casino evocativo, e almeno avrei avuto qualcosa da salvare, visto che il contenuto non sarà granché.

È che stavo qui a far venire l’ora di andare quando sento bussare alla porta e mi trovo davanti Mohamed col suo solito carico di borse e viaggi e confusione. Mi ha fatto piacere, era un anno che non lo vedevo e pensavo che non passasse più da queste parti. E invece eccotelo, si siede, spilucca un po’ d’uva, ma non ha voglia di discorsi, con me ne fa pochi, si vede che è più amico di Marzia che mio. Dopo due frasi di circostanza mi dice che non ha i soldi per l’affitto e che per favore di aiutarlo e comprargli qualcosa. Io vorrei anche dirgli che lo aiuto volentieri, ma che di comprargli roba ne ho per le balle, che ho pure un trasloco nell’immediato futuro, meno roba ho da buttare negli scatoloni meglio è, ma è una comunicazione a senso unico, le mie parole non riescono neanche ad avvicinarsi alle sue orecchie.

Non riuscendo a spiegargli che non c’è bisogno che tiri fuori niente da quei cazzo di borsoni mi rassegno a prendermi delle calze in lana di vetro, un paio di guanti così sintetici che sfrigolano anche senza toccarli e uno di quei berretti boomerang che appena li infili tornano indietro.
Quanto vuoi? Dammi cento euro. Ma te sei fuori! L’affitto! Te ne do cinquanta perché è un anno che non ti vedo e probabilmente non ti vedrò più. Ah no? Andate via? Solo io. Come? E moglia? Moglia resta qui, vado via solo io.

Lentamente il messaggio si fa strada nella sua mente nomade, e la sua espressione si fa più drammatica:
Vete litigatu? Nate più dacòr? No, non abbiamo litigato, si, andiamo d’accordo, ma me ne vado lo stesso.

Non mi ci vedo a spiegargli una situazione troppo complessa per quei quattro vocaboli che riusciamo a scambiarci, nè lui è il tipo da giri di parole, a quanto pare, perché si piglia su i soldi e se ne va senza tanti complimenti.

Ci rimango anche un po’ male e mi pento immediatamente di avergli lasciato un obolo così sostanzioso, ma è un attimo, mi fa piacere poter dare una mano a chi ne ha bisogno, e poi sono sicuro che non ci vedremo più.

A rifletterci sono tante le cose che immagino non farò più, perché legate a questa casa o alla persona che ci abita dentro. Un trasloco come quello che mi aspetta non sarà fatto solo di oggetti che cambiano di posto, ma di abitudini che si perdono per strada: uscirò di qui con un casino di roba, ma quella che entrerà nella casa nuova sarà pochissima.

È eccitante, a modo suo.

sono successe delle cose in questi giorni

Sono successe delle cose in questi giorni che era da un po’ che non succedevano, e quando non sei abituato all’imprevisto rimani sempre un po’ colpito, ma d’altronde se si chiama imprevisto è proprio perché non succede tutti i sabati, sennò si chiamerebbe abitudine e non ti smuoverebbe di un dito. E sarebbe pure una bella rottura di cazzo, visto che le cose che sono successe comprendono una nevicata massiccia, il mio quarantesimo compleanno e un terremoto.

E con questo non voglio affatto pararmi il culo per aver lasciato la mia recensione di Londra ferma alla prima puntata, e mi dispiace se adesso ci sono dei turisti che dormono nei giardini di Kensington perché sono partiti contando sui miei preziosi consigli e ora non sanno più dove andare. Che vadano a vedere i cazzo di cancelli, per cominciare, che hanno una storia alle spalle che vale la pena di essere raccontata, anche se non adesso, perché adesso è il momento di mugugnare per le cose che succedono quando non te le aspetti e anche quando le aspetti da quarant’anni e la volta che arrivano ti lasciano comunque così, come una nevicata, che è bella da vedere ma sotto sotto rompe il cazzo. Si, mi ha rotto un po’ il cazzo avere compiuto quarant’anni, anche se in fin dei conti il mio trentasettesimo compleanno mi ha trovato identico, e immagino che anche per i prossimi due o tre non si registreranno cambiamenti rilevanti.

Però è un po’ come quando hai diciotto anni e passi l’ultimo dell’anno a casa da solo perché i tuoi amici sono tutti a una festa in discoteca dove se entri hai paura che ti marchino a fuoco come le mucche e piuttosto che andare coi genitori te ne stai in casa a giocare col commodore 64: una di quelle date piene di aspettative imposte, alle quali non vuoi credere ma sotto sotto ci speri. Anche perché lo sai che il giorno dopo i tuoi amici ti diranno che in discoteca hanno conosciuto delle tizie che poi ci hanno pure limonato sui divanetti.

E’ una data che ti lascia lì a dire cose tipo “e adesso?”, anche se lo sai che adesso niente, adesso come prima, e probabilmente è proprio quello, il fatto che adesso niente, tutto uguale, meh.

E intanto che sei lì che ci pensi viene il terremoto e tutti si agitano, e ti chiedono “l’hai sentito? l’hai sentito?” e tu neanche stavolta sei riuscito a sentire niente, ed è di nuovo come per i quarant’anni appena compiuti, una cosa che tutti vivono come l’evento dell’anno e tu invece meh. Perlomeno nessuno dei tuoi amici ti racconterà di nessun divanetto limonario, ma intanto che rifletti su quest’ultima fortuna si mette a nevicare, la tua fidanzata parte per Barcellona e il tuo cane si spezza un’unghia, che a vederlo deve fare un male della madonna, e infatti lo consoli, ma quel pignolo di Oscar Luigi Scalfaro ci tiene a dimostrarti che un’unghia rotta non è niente, e per farti vedere che ci sono cose peggiori nella vita muore.

La morte di una persona famosa è sempre una cosa che ti lascia turbato, tranne quando proprio non te ne frega un cazzo, e infatti mi metto a spalare la neve in giardino, ma è un lavoro che non ha senso, appena ho finito ce n’è di nuovo altrettanta, roba da farti perdere interesse nella vita e affogare i tuoi dispiaceri nell’alcool, ma in casa non ne ho, ci sarebbe del vino, ma è vino da pasto di quello buono, non si può sprecare per affogarci dei dispiaceri a stomaco vuoto, e se mangio mi passa la tristezza e allora cosa bevo a fare?

Meno male che oggi torno a lavorare, così potrò scazzarmi per qualcosa di concreto.

Diario americano – Irene

L’ultima puntata del diario americano, che mi sembra che ce lo siamo menato abbastanza con questo viaggio, e le foto, e i giudizi che uno può essere d’accordo oppure no, ma tanto finché non ci vai te ne devi stare di quel che leggi, ma è anche vero che oramai ci vanno tutti a New York, tranne te haha, sei uno sfigato che non è neanche stato una volta a New York haha, che ridere.

Io però a New York ho visto cose che pochi possono vantarsi di avere visto. Ho visto Irene.

Tutto comincia il giorno prima, quando trascino Marzia a vedere Coney Island con la scusa di andare a fare i turisti in un vecchio luna park un po’ desolato. In realtà voglio andarci per poterle cantare una canzone di Tom Waits, perché va bene che non mi ricordo da quanto stiamo insieme e il nostro anniversario e a dirla tutta ho anche delle grosse difficoltà sul suo compleanno, però a parte questi dettagli insignificanti è il mio angolo di universo preferito e l’unico dove mi sento davvero a casa, e ogni tanto mi fa piacere celebrarlo.

È una giornata bellissima, c’è il sole e la metropolitana è piena di newyorkesi in ciabatte che vanno in spiaggia.

La passeggiata di Coney Island è ampia, lunghissima e tutta di legno, e il luna park sta proprio fra questa e i brutti palazzi alle spalle, ma non ci vuole un grande sforzo per ridurre il proprio campo visivo alla ruota panoramica e dimenticarsi della città lì dietro. È un bel posto, quando ci riesci. C’è il mare pulito, la spiaggia di sabbia, i moli, e poi ci sono questi banchetti che vendono hamburger e le panchine e i gazebo e proprio non capisci perché ci siano questi individui con la telecamera che invece inquadrano l’orizzonte.

È per Irene, mi dice Marzia, sta arrivando.
Ah già, Irene. Le televisioni non parlano che di questo uragano che dovrebbe abbattersi su Manhattan e raderla al suolo, annegarla, farla a pezzi, come in un qualunque film catastrofico hollywoodiano. Il sindaco ha già predisposto l’evacuazione delle zone a rischio, la chiusura della metropolitana per la prima volta nella storia della città e la sospensione del servizio di autobus. Non si parla di coprifuoco, ma è come se, che se non ci sono i mezzi pubblici e i negozi sono tutti sprangati e piove pure cosa esci a fare?

Per il momento però è una mattina bellissima e ce la godiamo tutta. Io faccio anche un giro sul Cyclone, le montagne russe più antiche della città, tutte di legno, che quando ci sei sopra e il carrellino ti sbatacchia a destra e a sinistra te lo ricordi fin troppo bene, e anche quei dieci metri scarsi di altezza ti riempiono di terrore.

Ce ne veniamo via felici come due bambini che sono stati alle giostre e ridiamo di quei gonzi che stanno lì ad aspettare la fine del mondo.

Nel frattempo, sul filo dell’orizzonte alle nostre spalle, un puntino nero si avvicina minaccioso come il fotocane.

Il resto della giornata fila via tranquillo facendo shopping, che poi è la maniera migliore di vivere New York, dove le cose costano un terzo meno che da noi e i negozi sono un terzo più interessanti.

Una delle cose che li rendono interessanti, quel giorno, è il fatto che tutte le vetrine sono state “rinforzate” con del nastro adesivo appiccicato a x, utilissimo, pare, in caso di uragani. Si racconta di palazzi rasi al suolo completamente tranne una vetrina che il lungimirante commesso aveva riempito di scotch. La sensazione, passando per la via, è piuttosto quella di trovarsi al Raduno Internazionale Degli Informatori di Fox Mulder.

Alcuni negozi sono già chiusi, altri hanno blindato le vetrine con pannelli di legno o sono impegnati nell’opera, e ovunque ci sono tizi col martello che battono, sotto una pioggia sottile che quand’è arrivata, prima non c’era, e guarda quel cane com’è diventato più grosso.

Torniamo a casa incolumi, e ci prepariamo al peggio, come tutti; nell’eventualità che taglino la corrente e l’acqua scendiamo al supermercato a comprare un paio di bottiglie, ma gli scaffali sono vuoti, la fobia dell’isolamento ha già attecchito e i newyorkesi si sono lanciati all’assalto, raccogliendo scorte di viveri come se dovessero restare chiusi in casa fino al Giorno Del Giudizio.

Beh, è anche vero che per la televisione è previsto per l’indomani, ma semmai sarebbe una ragione in più per non caricarsi il cestino di viveri. E che viveri, poi! A quanto pare nessuno ha spiegato agli abitanti di New York come prepararsi a un’emergenza, in coda alle casse vedi gente piena di bottiglie d’acqua, e va anche bene, ma le casse di coca cola e patatine le giustifico solo se intendi aspettare l’apocalisse sparandoti l’intera serie di Sentieri, e le scatolette di conserve non se le prende nessuno? E le patate? Non quelle nei sacchetti, dico proprio le patate intere, ci passano davanti senza guardarle e si avventano sui pacchi da trentasei di merendine. Poi dicono che sono obesi.

Il giorno dopo ci svegliamo sul set di Io Sono Leggenda.

Piove, ma l’uragano che doveva abbattersi sulla città è stato declassato a tempesta tropicale. I telegiornali non parlano d’altro, ovunque ci sono inviati speciali coi piedi a mollo e l’impermeabile sbattuto dal vento (che è bello forte, seppure non ommioddiomoriremotutti), si aggiorna costantemente la conta dei morti e dei dispersi, che è ancora ferma a zero, ma non temete, cambierà in fretta.

Usciamo, che a Ronco siamo abituati a climi peggiori. La città è una meraviglia, la pioggia non disturba granché e le strade sono deserte. Cioè, passa qualche macchina, più che altro taxi, c’è qualche curioso sul marciapiede, ma è la vita che ti aspetti di incrociare in un paesino di provincia la domenica mattina, non certo sulla Quinta Strada.
Ci spingiamo fino a Times Square incontrando pochi curiosi, facciamo un sacco di foto alle vetrine sbarrate, ai sacchi di sabbia davanti ai portoni, alle avenue deserte.
Anche il punto più affollato della città è mezzo vuoto, i turisti intontiti stanno a fissare le insegne dei teatri accese che si riflettono sull’asfalto bagnato e si domandano se era il caso di mettere una città in quarantena. “E adesso come ce li spendiamo i nostri soldi?” sembrano dire.

I miei compagni di avventura si sono rotti le balle di ciabattare nell’acqua e chiamano un taxi, ma io ho ancora foto da fare e a casa mi annoio, ci dividiamo dandoci appuntamento a casa più tardi.

Il telefono mi squilla in continuazione, sono tutti i parenti in Italia che stanno guardando il telegiornale, e la notizia di apertura è che oggi New York verrà distrutta, annegata, spazzata via e i suoi resti bruciati e poi saccheggiati e i pochi superstiti stuprati e uccisi. E questo su la7, figurati al tg1. Rispondo solo ai primi messaggi, poi decido che mi si è scaricato il telefono, o che sono morto annegato bruciato e stuprato, per quel che vale.

Mi spingo a piedi fino a Wall street incontrando cinque persone in tutto, il toro dorato sulla Broadway è tutto per me, ben disposto a farsi fotografare, Zuccotti Park è ancora senza accampati, gli edifici del potere sono deserti. Finisco a South Street Seaport, una zona molto carina e molto turistica sotto il ponte di Brooklyn, e anche lì sono da solo. Risalgo lentamente passando fra l’East River e ancora Broadway, trovo un negozio di dvd gestito da una banda di muddafacca nigganigganigga che per dieci dollari ti lascia uscire con mezzo negozio e non ti punta la pistola in faccia tenendola di sbieco come i gangsta.
A Midtown ci sono due ragazzi che si passano una palla da rugby in mezzo a un incrocio, sotto gli occhi divertiti di un portiere d’albergo, che dopo un po’ si aggrega. Siamo dietro Union Square, tanto per rendere l’idea.

Resterei in giro ancora un po’, ma il messaggio successivo è di Marzia, sono a casa e mi stanno aspettando. Hanno comprato Munchkin Zombies.
Cinque minuti e sono là.

E questo è praticamente tutto, anche se restiamo in città altri due giorni le cose degne di nota sono poche, torna il sole, andiamo ancora un po’ in giro, facciamo altre foto e ci compriamo dei vestiti.
Dall’ufficio del nostro ospite si gode di un’ottima vista su Manhattan, ma per accorgertene devi salire sulla scrivania, e il Chrysler Building non si può visitare oltre l’atrio, ma ne vale comunque la pena. Da Lush vendono un prodotto che si chiama Caca Marron, chissà se si trova anche in Italia.

Prima di andare via, l’ultimo giorno, siamo seduti su una panchina di Washington Square a goderci il sole. Irene se n’è andata senza lasciare traccia, a parte le stazioni della metro, che adesso sono belle pulite. C’è un quartetto jazz che suona, sono molto bravi, la gente si ferma ad ascoltare. Seduto poco più in là c’è anche Miles Davis, sembra divertirsi.

90cm

“Maaa..” dice Marzia al telefono, e mentre la guardo penso che tutta la mia vita è qui, nei novanta centimetri di tavolo che ci separano, in quei gesti che ormai riconosco uno per uno, nelle frasi che usa. Sta tutta qui la mia esistenza, quello che sono stato, e che mi ha portato a sedermi a questo tavolo in questa stanza, a scrivere su questa tastiera. Incontri, scelte, comportamenti che solo adesso trovano un senso, quando ho detto ciao invece di addio, o vaiafareinculoammazzati invece di saimicacheoresono. Ora, a distanza di tempo, posso vedere che tutte le curve sul mio cammino componevano una linea retta, tanto larga che se mi guardo indietro vedo ancora da dove sono partito.
E sorrido mentre guardo questa ragazza dai capelli color bricchetto, e lei non se ne accorge, la testa chissà a quale progetto, di certo comprendente una futura ricollocazione del tavolo della cucina, che oramai ha le gambe storte a suon di trascinarlo di qua e di là.
Poi è ora di alzarsi e tornare al lavoro, lascio un pezzo di anima appesa alle sue labbra, a tenermi il posto fino a sera, e me ne vado contento, di cosa lo so solo io.

25 album

Io su feisbuc ci vado poco, che è già troppo considerato che mi ero cancellato; poi mi sono reiscritto perché gli amici, e i contatti, e insomma che son di nuovo lì, ma ci vado poco, così quando Alberto mi spedisce una di quelle catene stronze che di solito butto via non mi viene voglia di condividerla lì, dove finirei per alimentare una di quelle cose che detesto, ma si accende una lampadina nella mia stanza preferita, e finisco per tornare a scrivere sul blog, anche solo per stilare l’ennesimo piccolo elenco.
Stavolta si tratta di dischi, o come dice Alberto nella sua nota:

non necessariamente i più belli, non necessariamente i più amati, non necessariamente niente.
ma quelli che ci sono stati e che sono parti integranti di parti della mia vita, quelli che li senti e scattano odori, sapori, sensazioni. quelli che bastano anche solo poche note e va in moto la macchina del tempo. quelli che senza non sarebbe stata la stessa cosa, e dopo niente è più stato come prima.
non sono nemmeno tutti. sono i primi 25 che mi son venuti in mente, in ordine rigorosamente sparso, dettato dalle mie personalissime contorsioni sinaptiche.

In rigoroso ordine sparso non potrei non mettere l’album che comprai in Grecia, durante le mie prime vacanze da solo, in compagnia di un pope dark, in un piccolo negozio nel mercato delle pulci di Atene. Ogni volta che lo ascolto mi rendo conto che il tempo è passato veloce, e il pope dark ha una moglie e due bambini e non si veste più come un cretino. Ma soprattutto ha abbandonato quella ridicola pettinatura da Scialpi..

1. Jeff Buckley – Grace

Poi ci sono i bei tempi della radio, Salviamo Il Salvabile coi tre lassativi, che eravamo io, Andrea e Matteo, e qualche volta capitava anche Umbe in anticipo per la sua trasmissione metal e si spacciava per il signore con le noci in bocca. Ci sono tantissimi dischi che mi rimandano a quel periodo, fra quelli che mi compravo, quelli che trovavo lì e quelli che portavano gli altri. Quello che ho scelto è stato particolare, sono andato anche a vedermelo dal vivo in un concerto stupendo..

2. The Cure – Wish

 


Altri tempi e altri amici, sebbene questo particolare amico fosse anche un occasionale visitatore della radio. Il gruppo che segue me l’ha praticamente presentato lui, ed è diventato uno dei pilastri, anche e soprattutto nei momenti difficili. Glielo dedico volentieri, come gliel’ho dedicato senza dirglielo mille volte, durante gli anni in cui ci siamo persi di vista.

3. CSI – In Quiete

L’ultimo (che credevate, che ne avrei davvero pubblicati 25?) è per la persona che da quattro anni e passa sacrifica il proprio equilibrio interiore per riparare al casino che ogni giorno le lascio in casa, che raccoglie i miei vestiti dal divano, che mangia le porcherie che le preparo, che sopporta i miei ritardi costanti, le mie distrazioni eterne, che ogni giorno penso che prima o poi mi caccerà di casa, ma che ogni sera prima di addormentarsi mi cerca la mano, e di cui non saprei più fare a meno. Questa è per il suo compleanno, che ormai è arrivato.

4. Los Fabulosos Cadillacs – Fabulosos Calavera 
 

07:22

Il solito raffreddore mi sveglia che fuori è ancora buio. Ho freddo sotto le coperte, il naso mi cola e il mio continuo girarmi finirà per svegliare Marzia. Mi alzo, scrollo il gatto dal maglione sulla sedia e lo indosso mentre scendo in cucina.
Mi soffio il naso con un foglio di scottex, ma so già che non basterà; apro la stufa e comincio a far cadere la cenere con un ferro, poi metto a bollire l’acqua per il tè. Alle mie spalle il ticchettio delle zampe di Jack sul pavimento mi comunicano la sua urgenza di uscire. Non gli dò molto peso, sarebbe altrettanto impaziente se mi vedesse infilare le scarpe un’altra volta, appena rientrati dalla passeggiata.
Legna nella cassetta non ce n’è più, dovrò uscire in ogni caso se voglio scaldare un po’ casa. E’ incredibile come finisca sempre la mattina, indipendentemente da quanta ne porti in casa, da quanta se ne bruci, arrivi alla mattina che la cassetta è comunque vuota. Forse se la mangia Jack, per obbligarmi a uscire per prenderne dell’altra.
Mi volto e lo trovo
arrotolato nella sua cesta, che mi guarda con un occhio chiuso.
Il fatto che mi stia guardando denota che l’occhio chiuso è quello cieco, ma questa è una considerazione marginale.
Vabbè, inutile cincischiare, tanto se si fosse mangiato la legna non lo ammetterebbe mai, strappo un altro foglio di scottex per risoffiarmi il naso e mi infilo gli scarponcini.

Il cielo è terso, fuori, con delle sfumature rosa pastello dietro l’Alpe. La piccola chiesa si staglia sulla vetta come un ritaglio incollato a una fotografia.
In basso i tetti del paese sono ancora bianchi, bianco il campetto del parroco, e bianca la cupola del campanile proprio di fronte alla strada. Sembra la papalina del pontefice, di un bizzarro pontefice che vesta una tonaca rosa. Forse è un papa gay.
Cerco di immaginare il papa nell’intimità della sua stanza, che si guarda allo specchio avvolto in una vestaglia rosa, col collo impellicciato, e un vezzoso neo sulla guancia, ammicca e sculetta, poi si porta una mano davanti alla bocca e manda un bacio..
Non riesco proprio a immaginarlo vestito così, gli stivali neri e la fascia SS al braccio mi rovinano sempre il quadro.

Ovunque mi volti i colori tenui di una strada fresca di alba mi invitano a soffermare lo sguardo. Ci vorrebbe la macchina fotografica, è un peccato lasciare che una simile bellezza possa evaporare senza traccia, ma bisognerebbe essere un bravo fotografo, che non sono, e forse neanche basterebbe.
Che non è l’immagine del rosmarino che spunta dalla neve, o il fumo del mio camino, a pizzicarmi i sensi, è il ghiaccio che crepita sotto le scarpe, il pensiero della cucina calda quando rientrerò, Jack che mi guarda già impaziente davanti al cancello, e la voglia di camminare nel silenzio di un bosco innevato, e non c’è apparecchio che sappia fermare queste sensazioni.

Bisogna che qualcuno inventi una macchina fotografica per l’anima.