Marseille – l’album

Sono andato a Marsiglia per scrivere un racconto e liberarmi di un fantasma, e sono tornato a casa con tutti e due, ma alla fine non mi posso lamentare, credo che siano entrambi parecchio belli, e che valga la pena averli intorno, in un modo o nell’altro. Basta ricordarsi che la realtà è un’altra cosa.

Gabriele Di Raimondo è un tipo simpatico che mi piacerebbe frequentare ancora, magari nella sua città, ma non credo che avremo altre occasioni di incontrarci. E così Naïma, che vive parecchio lontana e vorrebbe essere lasciata in pace con la sua vita.

Qui sotto ci sono le foto del viaggio. Quello vero.

Marseille (parte 4)

4. Dove l’estinzione appare inevitabile

Esistono diverse vie d’accesso alla terrazza del MUCEM, a seconda di ciò che vi spinge lì.
Un turista interessato alla mostra su Picasso può munirsi di biglietto ed entrare dal pianterreno, e solo in un secondo tempo decidere di terminare la visita salendo all’ultimo piano per rinfrescarsi al bar con una bibita che costa più del biglietto stesso, un po’ per via del già citato paradosso francese e un po’ perché sono dei ladri.
Un free climber si arrampicherebbe lungo la facciata, ma con un certo scazzo, quella è gente abituata a imprese ben più ardue, salirebbe tenendosi con una mano e facendosi foto al cellulare con l’altra.
Un commando di teste di cuoio si calerebbe dall’elicottero dopo aver cosparso la terrazza di fumogeni, quindi ucciderebbe tutti i terroristi, e prima di dichiarare il tetto sicuro missione compiuta andrebbe a saccheggiare il bar, più per rappresaglia che per necessità, che sotto sotto questa truffa delle bibite non va giù neanche ai francesi più patriottici.

Se stai entrando nell’edificio per rivedere la tua ex dopo mesi dal vostro ultimo incontro in cui le hai dato, senza troppi giri di parole, della troia opportunista, la passerella lunga e nera che collega museo e forte diventa una scelta obbligata:
oltre ad essere un indiscutibile oggetto d’arte ti offre un panorama inedito sulla città, un bellissimo scorcio del porto e della basilica sulla collina, e soprattutto ti fa sentire come un dannato alle porte dell’inferno molto meglio di come farebbe l’anonimo ingresso principale.
La griglia che riveste la facciata si alza oltre il parapetto e si ripiega all’interno, diventando una specie di tettoia, e l’effetto che dà al visitatore sospeso sulla passerella è quello di una gigantesca bocca irta di zanne pronta a dilaniarlo.
Il Louvre, per esempio, sembra essere erbivoro. Forse è per quello che attira più visitatori.

Gabriele si guardò intorno, non c’erano facce familiari. Turisti anche lì, che entravano nel museo, leggevano i cartelloni con la storia della costruzione, fotografavano il castello d’If attraverso la griglia metallica, si allontanavano in fretta dal bar dopo aver chiesto un prezzo.
Si stese su una chaise longue e guardò il castello anche lui, e anche lui si tenne la sete, nonostante la gola fosse diventata sabbia, chissà perché.

Il telefono vibrò discretamente, non riuscì a imitarlo e scattò in piedi ruotando la testa come la lampada del faro.

Naïma si era tagliata i capelli molto corti, indossava un abito formale che tuttavia non riusciva a renderla meno desiderabile: la camicia abbottonata fino in cima gli faceva muovere le dita nelle tasche. Stava benissimo. Maledizione, era splendida.
Gli venne incontro con un sorriso capace di disinnescare bombe, avrebbe voluto abbracciarla e basta, abbracciarla e abbandonarsi a quello che sarebbe venuto: qualunque cosa fosse sarebbe stato bellissimo e definitivo. Sarebbe stato così semplice.

Restò immobile, incapace di sciogliere l’espressione tesa che aveva in volto, e bastò quello perché anche lei saltasse giù dal quadretto dell’utopia, per atterrare nel solito vecchio corridoio gelido pieno di vetri rotti.

Sul terreno della battaglia i due eserciti si fronteggiavano in un silenzio carico di morte. I primi a rompere la tregua furono gli arcieri, che fecero piovere sul nemico i loro saluti. Molte sicurezze caddero sotto quella prima ondata, e i loro compagni giurarono vendetta con le mani già imbrattate di sangue. Non ci sarebbe stata pietà, nessuno la meritava.
Uscirono i cavalieri, e abbracciarono l’esercito avversario con le spade in pugno. Gli altri schierarono picche e scudi. Le frasi di circostanza calpestavano le prime file e venivano trafitte da risposte appuntite sulla fiamma. Ritirarsi non era più possibile, era uccidere o essere uccisi.
Finalmente l’assalto della fanteria ruppe gli ultimi indugi, adesso non c’erano più schemi, solo sopravvivenza, brutale efficacia, parole scagliate per distruggere.

Sarebbe stato così semplice.

Per quanto cercassero di evitarlo sentivano che ogni parola li faceva scivolare verso i vecchi discorsi. Anche le frasi più innocue nascondevano la miccia che poteva dar vita all’incendio, i silenzi erano carichi di tensione che demoliva invece di costruire.
Non era ancora il momento di seppellire le incomprensioni, avrebbero dovuto accorgersene prima.
Si arresero all’evidenza.

“Stai ancora con lui?”, iniziò Gabriele.

Naïma lo colpì con un’occhiata bipenne capace di sfondare toraci.

“Scusa, credevo fosse una domanda legittima”
“Non lo è, e lo sai benissimo”
“Quindi ci sono argomenti da evitare? Se devo stare attento a quello che dico è meglio saperlo prima”
“Perché sei venuto fin qui? Cosa vuoi ancora da me?”

La domanda più semplice del mondo è quella a cui non sai rispondere.

“Perché mi manchi” sarebbe l’unica risposta, ma non risolverebbe più niente. Metterebbe solo chi la pronuncia di fronte all’ennesima porta chiusa, e i fallimenti pesano, i buchi nella pancia ci mettono sempre di più a rimarginarsi, e allora scusa ma è meglio il rancore che mi tiene dalla parte del più forte, se non altro mi permette di difendermi, di non sentirmi sconfitto. È orgoglio, certo, ma meglio quello, meglio soffrire in due che da solo.
Quello che ci estinguerà non saranno le bombe, ma le sovrastrutture.

“Mi spiace averti detto quelle cose, l’ultima volta, ma ero ferito. Mi hai fatto molto male, sei stata disonesta con me.”
“Non ci credo che sei venuto fino a Marsiglia solo per litigare ancora, dopo tutto questo tempo! Gabri, è finita, sto con un altro, fattene una ragione! Vai avanti!”
“Quindi stai ancora con lui. Beh, certo, quando ti ricapita un’occasione del genere? Va tenuta stretta. Mi domando se lo ami davvero. Mi domando se hai mai amato me, davvero.”
“Se è questa l’opinione che hai di me non capisco perché sei venuto a cercarmi.”
“Forse volevo sapere perché ci siamo lasciati.”

“Possibile che dopo tutto questo tempo tu non l’abbia ancora capito? Esiste ancora solo quello che provi tu? Come stavo io non te lo sei mai chiesto, eppure te l’ho spiegato in tutti i modi. Ti ho detto che stavo male. Ti ho detto che mi stavi perdendo, e la tua risposta è stata va bene. Va bene? Fermami, cazzo! Non lo voglio fare, sono innamorata, ma non mi vedi? Ho bisogno che tu ci sia davvero vicino a me, non mi basta una sagoma di cartone! Mi sono umiliata, ti ho implorato di considerarmi, e tu ti sei girato di là! Cos’avrei dovuto fare, restare lì a elemosinare attenzione? Umiliarmi un’altra volta?”

“Ti ho detto di fare la scelta migliore per te, non significava disinteresse. Ho messo i tuoi bisogni prima dei miei, perché non lo vuoi capire?”

“Hai messo te stesso prima di tutto! Che è il modo in cui sono andate sempre le cose fra noi! Tu, tu, ancora tu e poi se avanzava un po’ di tempo, magari io. Lo sai che la sera tornavo a casa e piangevo? Mi sentivo sola. Avevo passato tutta la sera con te, e mi sentivo sola.”

“E adesso sei felice?”

“Neanche questo sei stato capace di capire. Hai visto l’ingiustizia dove c’era un tentativo di salvarsi. Ti sei sentito tradito, ma perché? Tu non c’eri più, non c’eri mai stato, che diritto avevi di protestare?
Ti sei sentito la vittima di un sopruso, ma cos’è che ti ho portato via? Un po’ di tempo? Ti ho dato tutto quello che avevo e l’hai trattato come spazzatura. Mi hai fatto sentire inutile, addirittura disprezzata. Mi sono detta che era colpa mia perché non riuscivo a essere abbastanza bella o interessante per te.
Adesso ho qualcuno che me lo ricorda ogni giorno, glielo leggo negli occhi ogni volta che mi guarda, e io ci vivo di quelle parole non dette, di quelle attenzioni.
Non lo capisci, io non mi basto da sola come fai tu. Io certe volte faccio fatica a reggere il mio sguardo nello specchio, se neanche negli occhi dell’uomo che amo riesco a trovarmi dei pregi non è più vita.”

“Tu vuoi vedere solo quello che ti fa comodo, Naïma. Hai voluto tutto e subito e neanche ti è bastato. Ho passato mesi a discutere, a metterti davanti le cose che facevo per te, e tu ti voltavi di là e ripetevi che non c’ero. Non c’ero mai, neanche quando ti stavo davanti. Quando sei partita mi sono sentito liberato di un peso, ma non eri tu, erano tutte le tue paure idiote che mi pesavano. Era il non riuscire a zittirle. Mi sono confrontato per tutto il tempo con loro invece che con te, ripetendomi che prima o poi se ne sarebbero andate, e invece erano sempre lì, e alla fine ci hanno schiacciato. Loro e il tuo egoismo del cazzo.”

“Certo, alla fine è comunque colpa mia. Io sono l’egoista, l’opportunista, l’insensibile. Tu poverino sei un santo, puoi trattare gli altri come oggetti, ma la tua noncuranza è buona, non va toccata. Tutto quello che fai tu è lecito, anche se mi scava dentro e mi ammazza un po’ alla volta, è un gesto d’amore, bisogna accettarlo. Sei tu l’egoista, non io. Sei tu l’insensibile.”

“Io sono rimasto solo quando mi hai lasciato, e sono venuto qui per parlarti. Non mi sono trovato un’altra persona dopo due giorni. Non ho pescato nel mazzo il più ricco di tutti, quello che mi serviva nel lavoro. Sono rimasto dov’ero a leccarmi le ferite, io.”

“Tu non vedi altro che quello, non riesci ad andare oltre. Mi dispiace, Gabriele, è inutile continuare a parlare, ci facciamo del male e basta. Adesso devo tornare al lavoro. Per favore, non cercarmi più.”

Naïma sparì dalla terrazza come una visione: un attimo prima era lì, con gli occhi lucidi e i muscoli tesi a non esplodere, quello dopo c’era solo lui a confrontarsi col suo ricordo. Come a casa, come sempre. Era andato fin lì per portare a spasso il suo fantasma, adesso lo avrebbe semplicemente riportato indietro e non sarebbe cambiato niente, non lo aveva rimpicciolito, non lo aveva reso più innocuo. Lo aveva solo portato a fare una gita.

Un paio d’ore più tardi, seduto sul pullman per Genova, Gabriele cercava di ricostruire la conversazione, di osservarla dal punto di vista di lei. Quando gli sembrava di esserci riuscito saltava fuori qualcosa, una frase detta chissà quando, che tirava giù tutta la struttura e lo lasciava a masticare altro veleno. Non riusciva a chiudere. Doveva capire dov’era l’errore, doveva capire tutto, le ragioni di lei, le sue, chi aveva sbagliato cosa. C’erano delle responsabilità, era in un tribunale dove interpretava accusa, difesa e giuria, per forza che non ci stava capendo più niente. Un momento si dava ragione e un altro torto, e un altro ancora voleva solo uscire e andarsene, al limite anche farsi sbattere in prigione e scontare la sua pena, bastava finirla. Era spossato, ma non cedeva. Aveva bisogno di arrivare a una risposta, anche se non ci sarebbe stato più nessuno a cui sottoporla. Naïma era il passato, adesso più di prima, eppure continuava a considerarla parte del disegno. Immaginava di arrivare finalmente a una soluzione, di tornare da lei come un uomo nuovo ed essere finalmente la persona che lei desiderava.
Non erano passate neanche due ore e si era già scordato tutto quello che era appena successo. stava ricominciando da capo, come se vivesse in un mondo che aveva perso ogni contatto con quello reale.
Era davvero ripiegato su sé stesso, ignaro dei bisogni di chi aveva vicino, e quando non vedi altro che il tuo ego come puoi capire chi ti sta intorno, o confrontarti con un punto di vista diverso dal tuo? Come lo capisci che stai sbagliando, se è il tuo stesso errore a impedirtelo?

Se non ci estingueranno le sovrastrutture lo faranno le teste di cazzo.

Marseille (parte 3)

3. Dove ci si pongono interrogativi sul prezzo delle bibite in Francia e su altre cose non meno importanti

Le strade erano deserte, non un bar, una vetrina illuminata. Tolto l’assembramento intorno al Vieux Port sembrava che il centro fosse stato evacuato.
In Rue Pollak si fece attirare da un po’ di movimento in cima alla strada. C’era un locale frequentato da beoni eterogenei, di fronte alla ciucca crolla ogni pregiudizio. Un nero gridava qualcosa a una donna, lei gli rispondeva allo stesso volume, tutto nell’indifferenza delle finestre affacciate su quel tratto di strada.
Non si fermò, aveva bevuto abbastanza e voleva solo sparire sotto una coperta e smettere di pensare.

In Place du Marché des Capucins la strada era sbarrata da pile di cassette per la frutta. Era la piazza del mercato, i banchi erano stati smantellati, ma qualcuno esponeva ancora la merce, e gli esercizi intorno sembravano in piena attività. Pasticcerie arabe, alimentari halal, un minimarket.
Gli venne fame, nella pasticceria i dolci erano accatastati in disordine come scaricati da una ruspa. Tutta quella confusione alimentare gli rendeva difficile la scelta. Si fece consigliare dal proprietario, un uomo basso con una lunga barba.

“Ti piacciono le mandorle?”, fece quello, e senza attendere risposta prese un pezzo di carta e pescò una specie di cannolo da uno dei mucchi.

Bene, per la colazione dell’indomani aveva trovato il posto giusto, pensò Gabriele tornando verso l’albergo, e bastò quella piccola determinazione per fargli ritrovare abbastanza buonumore da restare a galla.

La distesa di tavolini davanti all’hotel adesso era occupata da uomini in caffetano impegnati in chissà quale discussione molto concitata. Si sentivano anche dalla camera nonostante le finestre chiuse, e non smisero di salmodiare fin oltre le due. Il resto della notte se lo prese un bambino disperato, da qualche parte nell’edificio.

In quello stesso momento Naïma era in una casa che lui non avrebbe mai visto, probabilmente stava dormendo accanto a un uomo che lui non avrebbe mai voluto vedere. Avevano costruito un loro linguaggio comune che a Gabriele sarebbe risultato estraneo, i legami della sua storia precedente si erano sciolti, ormai per lei era poco meno che un estraneo. Era questo pensiero a non lasciarlo dormire, ben più degli strilli che echeggiavano in corridoio e del brusìo giù in strada.
Da sei mesi stava inseguendo un fantasma, manteneva una conversazione con un interlocutore che aveva la faccia di Naïma, ma di fatto era sempre lui. Se avesse dedicato i suoi pensieri a una pianta sarebbe stata la medesima cosa. E nonostante ne fosse consapevole non riusciva a tirarsene via.
Aveva ragione Pierre, doveva vederla e liberarsi di quel peso. Per sé stesso, non per ottenere qualcosa: Naïma era andata, l’aveva persa, ma per andare avanti doveva fare pace col suo ricordo, o non se ne sarebbe liberato mai.

Fece finta di dormire per ingannare il mattino, ma quello non si fece fregare e arrivò prima che potesse riposarsi.

Il mercato stava aprendo, in tutto il quartiere di Belsunce i commercianti allestivano le botteghe. Se volevi comprare un tajine, una wok, un piatto disegnato o delle babbucce colorate non avevi che da entrare in un negozio a caso e allungare una mano.
I banchi di frutta erano rigogliosi, facevano venir voglia di diventare vegani e vivere di macedonia, ma quello che cercava in quel momento era caffè. Forte. Amaro. Voleva un bar, e quella maledetta città ne sembrava sprovvista.

Superò il porto, non gli andava di sedersi ancora in quei posti fighetti. Aveva in mente un tavolino poco frequentato in cui farsi servire uno di quei deliziosi croissant caldi e una baguette con burro e marmellata con cui accompagnare il caffè.
In Place de Lenche ne trovò uno già aperto e si mangiò il fabbisogno energetico della città di Pescara.
Il croissant era ottimo, e meno male, perché quel brodo nero nella tazzina aveva un sapore che lo offendeva come essere umano.
Se vuoi vendere acqua torbida vagamente aromatizzata nessuno te lo vieta, il mercato è libero, ma almeno sii onesto coi tuoi clienti e chiamala in un altro modo. Chiamala Noncaffè, Mancoperilcazzocaffè, Eaudepalude.

Erano le nove, aveva ancora del tempo per sé, e anche per avvisare Naïma.
Il pensiero gli fece contrarre lo stomaco, e visto quello che ci stava versando dentro fu un bene.

“Ma toddetto che se va de la! Nun la sai legge staccartina!”

Gli italiani all’estero sono rumorosi, i romani sono i più rumorosi di tutti. E lui ne aveva un paio alle spalle. Non è che volesse aiutare dei compatrioti in difficoltà, ma quel berciare gli stava guastando la colazione.

“Cosa state cercando?”, chiese.
“Oh! Uno che ce capisce! Sia ringrazziata lamadonna!”, esultò la donna. Era bassa, secca e rugosa. Ricordava un cagnolino con gli occhi a palla, disidratato. Nervosa, puntava le dita verso il bar e la piazza e la strada e il porto e diceva cose a vanvera senza rispondere alla domanda, peraltro circostanziata, e si fermava e rimbrottava il marito.
Lui era molto più alto, indossava un cappellino da baseball con scritto Ischia e teneva una videocamera appesa al polso di cui sembrava essersi dimenticato. Ciondolava come sotto l’effetto di un oppiaceo, e come dargli torto? Stordirsi di narcotici doveva essere l’unico modo legale per gestire una moglie come quella.
Era la classica coppia in vacanza con cui ti andrebbe di socializzare tenendo in mano una scure.

“Questo prima che chiede ninformazzione stamo freschi! Cercamo a cattedrale!”
“In fondo alla via”, tagliò corto Gabriele, indicando il cartello Rue de la Cathédrale.
“Ma ce stava pure a scritta! Vedi a sapè le lingue!”

Già, Marsiglia ha anche una cattedrale, che lui nel suo trip neoromantico postatomico si era dimenticato di considerare. Doveva trovarsi a un paio di minuti da lì, tanto valeva darci un’occhiata.

“Non dovevi chiamare qualcuno, prima?”, gli chiese a tradimento la sua coscienza.
“Vabbè, dopo lo faccio”, le rispose in una scrollata di spalle non troppo immaginaria.

La vide spuntare appena imboccato il vicolo, ma era una falsa prospettiva: l’edificio stava lontano dalle case, slegato dal contesto urbano. Era grande, non bella. Neobizantina, qualunque cosa volesse dire. Per lui era solo un’altra grossa chiesa a righe con la cupolona e i campanili in facciata, e in mezzo a quella distesa spoglia sembrava un’astronave in sosta. I turisti venivano scaricati dai pullman e intruppati al suo interno in ranghi stretti. Da un portone laterale atrettanti plotoni armati di macchina fotografica e selfie stick venivano espulsi e si dirigevano sotto il sole verso il grosso cubo nero che dominava l’estremità opposta di quel piazzale metafisico. Il MUCEM.

“Adesso però la devi chiamare”
“Magari prima ci faccio un giro sotto per vedere se è aperto”

Era una costruzione splendida. Sembrava una scatola nera intarsiata da un gigante, e si stagliava sul bianco della banchina come un adesivo. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, era inquietante come una visione del futuro. Per quanto lo riguardava era anche dello stesso colore.

“Apre fra un’ora, chiamala”
“Magari faccio due passi qui sotto e la incontro che sta andando a lavorare”

Non la incontrò lì sotto e neanche un po’ più in là. Si avvicinò all’ingresso dei dipendenti con la cautela di un artificiere, ma non riuscì a fermarsi abbastanza per guardare oltre la porta a vetri, gli sembrava di essere nudo, pitturato di rosso, con una freccia luminosa a gravitargli sopra la testa e che appena avesse rallentato e allungato il collo sarebbe risuonata una sirena e tutti l’avrebbero visto e additato. È lui! È venuto a vedere Naïma!

Il resto della fantasia proseguiva con insulti nella sua direzione da parte di tutta Marsiglia compreso il sindaco, che lo raggiungeva seguito da una scorta in abito da parata e gli consegnava su un cuscino la chiave di un’altra città con l’invito ad andarsene immediatamente.

Tirò dritto a passo spedito, rosso in viso e svoltò oltre l’angolo. Era il retro del museo, non c’era niente lì tranne uno specchio d’acqua condiviso col forte Saint-Jean che stava di fronte. Si chiese se fosse permesso stare lì, se fosse arrivato un guardiano a scacciarlo avrebbe dovuto buttarsi in acqua e scappare a nuoto. Cosa che peraltro gli avrebbe permesso di non passare più davanti all’entrata principale.
Si obbligò a rallentare il respiro e i passi, uscì dall’altra parte e andò a sedersi su una panchina davanti al mare. Le mura del castello d’If si indovinavano sull’isolotto di fronte, confuse con la desolazione della spiaggia rocciosa. Il mare era dello stesso colore del cielo, invitava a tuffarsi. Se invece di quel pellegrinaggio si fosse spinto fino al Parc des Calanques avrebbe respirato aria migliore e ci sarebbe scappato anche una nuotata fra gli scogli. Ormai era tardi, il battello ci metteva troppo tempo, rischiava di perdere il pullman. Niente da fare, era lì e doveva fare quello per cui era venuto, parlare a Naïma e chiederle.. scusa? Torniamo insieme? Sei felice? Stai ancora con quel tizio? Cosa le voleva chiedere davvero? Il sole gli sovraesponeva i pensieri, eliminava tutte le sfumature. Riusciva a ragionare solo per assoluti. E gli faceva venire sete. Tornò sulla strada, e sotto i portici del porto vecchio prese una bibita gassata che costava come un Veuve Clicquot.
Qualcuno avrebbe dovuto spiegargli il paradosso tutto francese per cui le bibite costano più care della birra e per una bottiglietta d’acqua devi prima fermarti al bancomat.

Lo schermo del telefono lo fissava per un po’, poi si spegneva e lui lo stuzzicava un’altra volta. Non voleva essere lasciato solo nel momento delle decisioni importanti, ma poi non decideva niente e restavano lì a sostenere una gara di sguardi in cui l’unica sconfitta era la batteria, già al 34%.

“Sono a Marsiglia. Ti va un caffè?”

Tutta la mattina a pensarci e se ne veniva fuori col messaggio più laconico della storia. Aveva dovuto prendersi di sorpresa o non avrebbe mai scritto niente, sarebbe rimasto lì ad aspettare finché non fosse diventato troppo tardi per fare qualunque cosa. Aveva cominciato a scrivere perché e se fosse il caso e a risalire fino alle ragioni in cui, poi si era sentito ridicolo e aveva scritto la cosa più diretta possibile. Pure troppo.
Riprese il gioco di sguardi con lo schermo, in attesa che la spunta raddoppiasse e si colorasse di blu.

“Prende qualcos’altro?”, lo interruppe la cameriera.
“Sì, prendo un..”
DING, fece il telefono.
Argh, disse lui.
“Niente”, aggiunse, e se ne andò col cuore pieno di elio.

La risposta era divisa in qualcosa come sedici messaggi: Naïma apparteneva a quella categoria di persone che non riescono a sostenere il peso di una finestra carica di parole, e ogni due o tre devono spedire. Quando stavano insieme il telefono gli vibrava in tasca per minuti interi ogni volta che dovevano organizzarsi per uscire. Se litigavano lo stillicidio durava ore, una volta aveva dovuto spegnere il telefono per non scaricarlo.

Era sorpresa che fosse lì. Ma non sembrava irritata. E si diceva disposta a vederlo. Appena possibile. Quando finiva di lavorare. Verso le cinque. Che bella sorpresa. Ma cosa ci faceva a Marsiglia.

Le rispose che era a cinque minuti dal suo posto di lavoro e che avrebbero potuto vedersi al bar del museo, sulla terrazza. Dopo non poteva, aveva il viaggio di ritorno e doveva ancora raggiungere la periferia orrenda senza perdersi né venire sequestrato dalle bande criminali che scorrazzano da quelle parti sui loro veicoli truccati e privi di tagliando assicurativo.

Disse che andava bene, ma poteva dedicargli solo poco tempo, mentre le sarebbe piaciuto andare a cena, era tanto che non si vedevano, chissà quante cose avrebbero avuto da dirsi. Lo disse in dieci messaggi.

(continua)

Marseille (parte 2)

2. Dove non ci si aspetta l’inaspettato e trovare la verità diventa molto più difficile

I tavolini sulla terrazza erano quasi tutti occupati da possibili lettori di noir francese. L’ombra degli alberi e uno schermo acceso sulla partita riportavano quell’angolo di Francia a una dimensione più prosaica.
Ordinò una birra e un guacamole alla cameriera lesbica. Ce n’erano due, una che sembrava un camionista appassionato di boxe e l’altra appena saltata giù da un poster di pin ups anni ’50, con tanto di cerchietti rosa sulle guance paffute.

All’angolo opposto del bar un negozio specializzato in pastis suggeriva di assaggiare la bevanda tipica della città. Secondo Izzo bisogna berne tre per apprezzarne il sapore; Gabriele era convinto che bisognasse fermarsi prima. A zero.
Due negozi di carabattole turistiche si affacciavano sulla strada, entrambi offrivano variazioni sul tema della sardina. Perché la sardina a Marsiglia è considerata così importante? Sardine marinate nel pastis, chissà se ci aveva mai pensato qualcuno. Sarebbe potuta essere la svolta.

Un uomo invecchiato male, il cui odore di anice lo identificava come cliente abituale del negozio di pastis, andò a sederglisi vicino. Aveva una camicia cachi troppo grande a sventolargli sul petto rinsecchito, pantaloncini della stessa tonalità e sandali. Sembra un reduce della Legione disidratato dal sole sahariano. Doveva essere del posto, la cameriera pin up lo chiamò per nome. Stette qualche minuto a osservare distratto la partita, con un calice in mano pieno di liquido giallino, poi si alzò e fece un giro fra gli avventori della terrazza. Trovato uno che gli piaceva ne occupò la sedia accanto, senza troppe cerimonie, e si mise a raccontargli le sue disavventure. Così, senza aspettarsi alcuna risposta, raccontava per buttare fuori. Il suo interlocutore era chiaramente un turista straniero, forse inglese a giudicare dalla scottatura del viso. Era a disagio, si sarebbe alzato e avrebbe cambiato tavolo, o più probabilmente città, se non fosse stato un gesto maleducato. Così stava lì a dissimulare naturalezza livello condannato al patibolo.

Gabriele si sentiva in sintonia ora con uno, ora con l’altro. Aveva anche lui voglia di acchiappare qualcuno per un braccio e raccontargli di essere venuto fin lì per praticare un esorcismo, farsi rassicurare sull’esito positivo di una pratica così pericolosa, magari trovare un’anima compassionevole disposta ad accollarsi tutta l’operazione, vedere Naïma, convincerla che c’è ancora una speranza, farla innamorare ancora, cancellare tutto quel tempo inutile della loro separazione. Lui sarebbe rimasto in albergo ad aspettare, avrebbero bussato e dietro la porta ci sarebbe stato il turista inglese insieme a lei. Gli avrebbe detto è tutto risolto, e l’avrebbe fatta entrare, chiudendosi la porta alle spalle mentre se ne andava. Ci sarebbe stato un sottofondo di pianoforte, ad un certo punto della storia.
La parte in cui si sentiva tremendamente a disagio occupava il resto del tempo in cui non si perdeva in fantasie ridicole.

Avrebbe voluto scriverle ora, rompere quel silenzio e dirle che era lì, chiederle di raggiungerlo. Esserle amico, se proprio non poteva essere il suo compagno. Era per quello che si era sobbarcato sette ore di pullman, no?
Solo pensarlo glielo rendeva impossibile. Nella solitudine del suo tavolino in mezzo a una terrazza piena di gente nella seconda città più popolosa di Francia dovette ammettere che rinunciare a qualcosa che volevano entrambi gli era inaccettabile. Vederla con un altro uomo gli tirava fuori dei giudizi che non voleva più dare. Era stufo di quella guerra senza senso, e allora meglio stare lontano, dove non poteva nuocere neanche a sé stesso.

Ho cercato di ucciderti sperando che mi facesse meno male, e mi sono trovato a combattere contro i miei stessi desideri.
Sono seduto al tavolino del tuo bar e ho gli occhi lucidi. Dimmi se si può andare in gita così.

Il senso di ragno empatico squillò come una sveglia nella testa dell’ubriacachi, che si voltò di scatto a guardare Gabriele. I loro sguardi si incrociarono, la preda e il predatore.
Ogni pomeriggio all’ora dell’aperitivo, a Marsiglia, un avventore del 13 Coins si sveglia e sa che dovrà correre più in fretta dell’ubriacone molesto se vuole restare vivo.

Gabriele finì in un sorso la birra e abbandonò il guacamole quasi intonso, lo avevano fatto con la maionese, quei barbari! Colpa sua, nel Panier devi ordinare l’hummus.
Si alzarono insieme, ma le sue gambe non erano appesantite dall’alcool come quelle dell’avversario, e riuscì a guadagnare la strada prima di essere catturato.
Era ora di cena, il quartiere era ricco di piccole trattorie caratteristiche che ricordavano molto i locali intorno a Montmartre e quelli nella Plaka. I ristoranti nei quartieri turistici si somigliano tutti in tutto il mondo, stanno a metà fra l’atelier del pittore e la cantina di paese, e il menu è pieno di cifre sopra il 15.

In Rue du Refuge un signore vestito da cuoco allestiva un piccolo tavolino, mentre la moglie scriveva i piatti del giorno su una lavagna. L’etnia della coppia rispecchiava la selezione dei cibi: quella sera tajine e tarte aux pommes.

“Non ho prenotato. Posso sedermi?”. Era l’unico cliente. Il cuoco ridacchiò e gli indicò il tavolino.

Non aveva mai mangiato un tajine così buono: i ceci gli scoppiavano sotto i denti e davano solidità al sapore incorporeo della curcuma e della cannella, che potevano invaderti la bocca mentre la lingua era distratta dal sapore dolce delle prugne. La salsa piccante nel piccolo piatto di terracotta che porta il medesimo nome garantiva la fuga dalla realtà. Non era più una cena, era una rapina a mano armata, impossibile opporre resistenza.
Tuttavia qualcosa lo tratteneva lì, come la sensazione di uno sguardo posato su di lui. Una luce calda che lo avvolgeva, un refolo di brezza fra i capelli, qualcosa di familiare.
Il respiro gli restò bloccato in gola, si voltò come tuffarsi in un lago, certo di cadere dritto negli occhi di Naïma.

L’uomo in cachi restò a fissarlo in silenzio, dando il tempo alla sua faccia di ricomporre un’espressione adeguata.

“Kadir, mi puoi portare un succo all’ananas, per favore?”
“Certo Pierre, con ghiaccio come al solito?”
“Da un arabo non puoi farti servire alcolici decenti”, spiegò a bassa voce a Gabriele, indicando la bottiglia di Cagole in mezzo al tavolo.
“Sbrigati a finire il tajine, ti porto in un posto migliore”

Attraversarono il Panier verso il porto, seguendo una strada diversa da quella dell’andata. Ebbe una fugace visione della piazza in cui aveva abitato Naïma, ma Pierre non gli dava il tempo di fermarsi a sospirare, aveva un passo da fondista difficile da seguire.
Sbucarono sulla Grand Rue che erano quasi le nove. La basilica sulla collina era rossa, come il luogo di culto di qualche romanzo sanguinario. Gli sarebbe piaciuto vedere la città da lì, ma forse dopo il tramonto ci praticavano sacrifici umani.
E comunque il suo anfitrione sembrava dirigersi altrove.
“Vite! Vite!”, gli intimava quando restava indietro.
Ma perché aveva seguito un matto del genere?

Perché non avevi altro da fare che stare seduto a piangere davanti a una massa di sconosciuti, e allora perfino la compagnia di un matto alcolista diventa un’alternativa migliore.
Ah già.

“Non per sapere i cazzi tuoi, ma dove stiamo andando?”
“Vers la vie”, rispose Pierre, indicando le case dall’altra parte del molo.
Se non altro il rischio di venire sbudellato dagli adepti di R’hllor sembrava scongiurato, pensò Gabriele buttando un occhio alla collina, che aveva assunto il colore del sangue secco.

La loro destinazione risultò essere una piazza lunga e stretta dietro il porto, dal nome troppo lungo per essere ricordato. Un lato era occupato da locali pieni di ragazzi, la vie di cui parlava Pierre; l’altro era senz’altro le sommeil, palazzi silenziosi uso ufficio. Anche la redazione della Marseillaise sembrava deserta.

Un trio composto da sax, susafono e batteria proponeva una selezione di ottimi standard jazz fuori da una pizzeria. Era il Peano.
Gabriele si chiese se con l’apertura al capitalismo anche la Bodeguita del Medio sarebbe diventata uno Starbucks.
Le vibrazioni negative riattivarono l’empatia del compagno, che lo prese per un braccio e lo mise a sedere davanti a un vodka tonic.

“Adesso ci ubriachiamo e mi racconti cosa ti è successo”
“Ma non mi conosci neanche, cosa ne sai che mi è successo qualcosa?”
“Ho fatto l’assistente sociale a Belle De Mai per vent’anni. Mi sono trovato davanti ogni tipo di disagio, mogli picchiate e minorenni che si prostituivano per pagarsi la droga. Ormai il dolore lo riconosco da lontano. Non so perché cerco ancora di aiutarvi, deformazione professionale, idealismo, che ne so. Ma vi vedo questo peso addosso e devo cercare di togliervelo. Fammi indovinare, lutto o divorzio?”
“Ma tu sei scemo.”
“Dai dimmelo, lutto o divorzio?”
“Omicidio preterintenzionale”
“Divorzio rancoroso! Lo sapevo! È il mio preferito, racconta!”

Erano passate solo poche ore da quando si era ripromesso di non diventare mai un depresso alcolizzato rompicazzo, e guardalo adesso. Era davvero così privo di dignità?
Quel che si uccide si diventa, diceva Pavese.
Raccontò.

“È una storia bellissima, mi fa venire da piangere! E piangerei, eh? Ma un ubriaco che piange è talmente banale.. Adesso cosa fai, la chiami?”
“Pensavo di no.”
“Ma come no? Sei venuto fin qui apposta!”

Era stata un’idea del cazzo. Quando Naïma era tornata a Genova per prendere le sue cose si erano incontrati, avevano litigato per ore. Lui le aveva riversato addosso una cisterna di liquame puzzolente, era andato via giurandole che l’avrebbe rivista mai più. Ci voleva una bella faccia per presentarsi di nuovo.

“Sono passati mesi. Una persona cambia opinione nel frattempo. Ragiona, capisce di avere avuto torto.”
“Ma io non lo so mica se ho avuto torto. Non vorrei più litigare, quello no, ma ho paura che se ci confrontassimo tornerebbero le ragioni per cui ci siamo scontrati la prima volta. Quelle sono sempre lì, e sono sempre vere. Non si può alternare carezze e bastonate, se prendi una posizione devi mantenerla.”
“Quindi preferisci essere coerente con un comportamento anche se sai che è sbagliato? Mi sembra stupido.”
“L’orgoglio è stupido.”

Pierre attirò la cameriera con un gesto troppo ampio e chiese un altro vodka tonic. Gesticolava un sacco, un paio di volte aveva scontrato il suo bicchiere, e non erano finiti a bagno solo perché era già vuoto. Gesticolava troppo e beveva veloce. E parlava, parlava..
Era convinto che il rapporto fra Gabriele e Naïma andasse ricucito ad ogni costo, non c’era equilibrio e secondo lui le cose prive di equilibrio richiedono un’energia enorme per impedire loro di cadere. Non sembrava interessargli il sentimento fra loro due, per lui l’importante era smettere di sprecare energia. Parlava come un attivista di Greenpeace a cui avessero modificato il vocabolario, sostituendo l’ecologia con termini più legati agli affari di cuore.

“Stai tenendo in mano una pietra da tirarle addosso, non sai se la userai o no, ma preferisci tenerla in caso di necessità. Alla fine è un peso inutile, buttala. Dici che le ragioni sono ancora lì, ma quali sarebbero?”
“Il tizio, Grimaldi. Non riesco ancora ad accettarlo.”
“Perché ti aspetti ancora qualcosa da lei, è quello l’errore. Devi fare pace per te stesso, non per ottenere qualcosa.”
“Non puoi obbligarti a non desiderare.”
“Puoi desiderare senza soffrire. È a quello che devi arrivare. Adesso scusa, ma devo andare a pisciare.”

Si alzò con una certa difficoltà e sparì in mezzo a un gruppetto, urtando una ragazza e proseguendo senza scusarsi.
Dieci minuti più tardi la cameriera si presentò al tavolo col conto.

“Non stiamo andando via, il mio amico è in bagno”, le spiegò lui.
“Il tuo amico se n’è andato dieci minuti fa.”
“Ma no, è in bagno, ti dico!”
“Ti ha fregato, lo fa sempre. Cosa ti ha raccontato? Quella dell’assistente sociale o quella del malato che vuole vivere fino in fondo?”

Gli piombò addosso una voglia feroce di tornare a casa, come se qualcuno gli avesse ficcato un sacco in testa e spento la luce. Se ci fosse stato un pullman a quell’ora sarebbe corso a prenderlo. Guardò sul telefono se fosse possibile spostare la prenotazione per l’indomani mattina, e come succede sempre nei viaggi particolarmente economici scoprì che la minima modifica imponeva il pagamento di penali più care del biglietto stesso.

Pazienza, domani farò un giro in città, magari salgo sulla collina. Faccio venire le tre e torno a casa. Io e le mie idee del cazzo.

Si incamminò in una strada silenziosa e in un paio di minuti si trovò davanti all’imponente prefettura. Non era un edificio granché interessante, somigliava ai tipici palazzi francesi del’800 che ti stufi di vedere girando per Parigi. L’illuminazione però era perfetta, lo trasformava in una bomboniera.
Forse è l’illuminazione sbagliata, pensò. Magari vedrei la mia situazione molto meglio di così se solo la illuminassi meglio. Aggiungo due faretti sui sabati sera in città ricche di fascino, ne tolgo uno agli incontri fortuiti e deleteri, lascio al buio le storie passate e tengo una lampada accesa per vedere dove sto andando, e la prospettiva cambia di colpo e divento un figo che vive avventure esotiche e si tiene lontano dalla tristezza.

Ricontrollò le condizioni di viaggio di Flixbus, magari gli era sfuggita la clausola “Modifica del contratto di acquisto in caso di manifesta incapacità di vivere”.

(continua)

Marseille (parte 1)

  1. Dove si piange la scomparsa di Jean-Claude Izzo e non solo la sua

Se questo fosse un romanzo di Jean-Claude Izzo comincerebbe con un uomo appena arrivato in città..

Il flixbus lo scaricò accanto a un campo da pallone polveroso e senza porte, fra capannoni deserti e palazzi sdentati con una finestra intera per piano.
Appena dietro il tetto in lamiera del lungo edificio a bordo strada si vedeva spuntare, lucida come un blocco di granito, la torre CMA, simbolo del rinnovamento che si stava mangiando la città come un virus. Il Panier, le case intorno alla cattedrale, il vecchio porto: Marsiglia stava diventando una piazza di cemento per diportisti e uomini di commercio. Più sicura e proiettata verso il futuro, era il motto. Il prezzo da pagare non era alto, soltanto l’anima.

E tu, Gabriele Di Raimondo, a quale voce darai ascolto? Scenderai al porto e raggiungerai il centro accompagnato dalle lusinghe dei cantieri, dal ronzio soporifero della nuova tramvia sopraelevata e dal fruscìo dei soldi che corrono da una mano all’altra? O abbraccerai il degrado della periferia, delle utilitarie ammaccate, dei negozi di magliette di plastica, degli alimentari halal, fino a trovare la strada che passa sotto l’Arco di Trionfo Delle Vittorie Generiche e diventa Canebière, e porto, e Marsiglia, quella che hai conosciuto sui libri e nelle parole di lei?

C’è sempre una lei nei romanzi di Izzo, e ce n’è una anche qui. Naïma.

Si erano conosciuti a Genova che era quasi un anno. Lei seguiva un master in architettura in un laboratorio prestigioso sulle colline fuori città, lui seguiva le serie tv americane sul computer dell’hotel in cui faceva il portiere, durante i turni di notte. Si erano trovati pascolando sui gradini di una chiesa nel centro storico, insieme ad altri avventori di un bar fighetto lì accanto.
Gabriele conosceva un paio dei colleghi di Naïma, si era avvicinato per salutarli e non se n’era più andato. Una settimana più tardi ci erano tornati insieme, sui gradini della chiesa, incuranti di ciò che accadeva oltre i loro sorrisi stupefatti.

Due mesi, poi lei era tornata a Marsiglia senza preavviso: un’assunzione al MUCEM, il museo più importante della città, era il sogno della vita, sarebbe stato folle rinunciarvi per una storia senza futuro come la loro. O perlomeno questo era ciò che le aveva detto con la faccia più convinta che era stato capace di venderle. Perché sarebbe stato egoista chiederle di restare per lui, e soprattutto sarebbe stata una responsabilità che non si sentiva pronto a sobbarcarsi.
Una decisione adulta, di cui non si era pentito per due settimane intere. Poi l’aveva chiamata e le aveva detto che erano degli irresponsabili, non si butta via una relazione così bella, potevano trovare lo stesso il modo di vedersi, magari la prossima settimana vengo a trovarti, eh?

“No”
“Come no? Dai!”
“Ho detto no, non ti voglio vedere”
“Ma ti sei offesa? Lo so che ti ho detto io di andare, ma cerca di capire, mi sembrava la decisione migliore per te”
“Ci ho pensato molto, e ho capito che con te non stavo andando nella direzione che voglio. Ho fatto una scelta, non cambio idea.”

E in un attimo si era trovato dentro un romanzo giallo: c’era il morto, c’era l’assassino, mancava solo il movente del delitto.
Per fortuna non ci vollero 350 pagine di indagini, bastarono un paio di domande dirette e qualche silenzio fin troppo eloquente perché saltasse fuori il nome di Serge Grimaldi, capo della sezione Sviluppo Culturale E Relazioni Internazionali. Naïma era mezza araba ed era stata assunta mentre viveva in Italia: sullo sviluppo culturale aveva dei dubbi, ma la relazione internazionale c’era tutta.

Dal romanzo giallo all’Harmony più becero. Povera Marsiglia, ridotta a cornice di una storiella così squallida.
Gabriele era più deluso che ferito, aveva giurato a sé stesso che non l’avrebbe cercata più: la memoria di Jean-Claude Izzo non meritava di essere accostata a certe vicende da portinaie. Avrebbe voltato pagina e si sarebbe costruito un’immagine nuova, più letteraria: un portiere d’albergo deluso dalla vita che cerca consolazione in fondo alle bottiglie. A proposito di clichès, eh?

Fino all’Arco di Trionfo era stato sfascio e miseria, poi si era trovato in cours Belsunce e l’impressione di stare in un film di Rossellini era svanita. Al di qua del monumento era di nuovo Europa, marche di negozi familiari, la linea del tram e un ampio viale alberato.
Non che prima si fosse sentito a disagio, comunque. Naïma gli raccontava che quando arrivi in città corri il rischio di venire scippato già sui gradini della stazione Saint-Charles.
Da Arenc a lì non se l’era cagato nessuno, forse il pericolo valeva solo per chi viaggiava in treno. Magari gli scippatori trovavano più da lavorare davanti alla stazione ferroviaria che a un campetto di periferia. Naïma era sempre un po’ melodrammatica, certe volte gli dava proprio sui nervi.

Svoltò sulla Canebière. Le parole di lei saltavano fuori nella descrizione dei suoi anni di ragazzina, quando percorreva quei marciapiedi avanti e indietro con le amiche, a farsi avvicinare dai ragazzi e ad allontanarli con sufficienza.
A quell’ora non c’era molta vita. Tre algerini si facevano foto improbabili davanti a ogni edificio vistoso, una signora anziana portava a spasso un cagnolino minuscolo. Un ragazzino gli passò vicino su uno scooter. Aveva il casco, ma per essere almeno un po’ contro il sistema stava in ginocchio sul sedile.

L’albergo era nella traversa dopo, schiacciato fra un kebabbaro e un bar di arabi. Per raggiungere il portone dovette farsi largo fra i tavolini che si estendevano lungo tutto il marciapiede, fin quasi alla strada.
Oltre il piccolo ingresso il portiere guardava in tv la partita degli Europei: giocavano Galles e Irlanda del Nord, e dalla sua espressione non si stavano impegnando granché.
Salì in camera, fece una doccia e stette per un po’ seduto sul letto a guardare la sua immagine nello specchio vicino alla porta.
Ma cosa ci faceva lì?

Una gita. Nient’altro. Non sono qui per vedere lei.
Poi, se è il caso, se me la sento, ci possiamo prendere un caffè insieme, parlare un po’.
Se capita, dieci minuti per cancellare la tensione, fare pace.
Non vale più la pena di mantenere questo stato di guerra, scommetto che pesa anche a lei. Sono sicuro che se la chiamassi per dirle che sono qui mi vorrebbe vedere subito.
Magari domani la chiamo, le chiedo come sta.
Se ne è valsa la pena.
Ma domani. Forse.
Stasera me la prendo per me.

Dieci minuti più tardi osservava perplesso l’area del vecchio porto. Lo specchio d’acqua davanti a lui era chiuso su tre lati da una spianata di cemento, e la vista sul mare è sempre stata nascosta dalla collina su cui sorge Notre Dame de la Garde. Barche da diporto coprivano una buona metà della superficie. Ebbe l’impressione di trovarsi in un parcheggio.

Marsiglia ospitava alcune partite del campionato europeo in corso in quel periodo. Per l’occasione erano state allestite nel piazzale una ruota panoramica e una scatola grande come un camion su cui campeggiava il logo della radio locale. Entrambe emettevano suoni molesti.
Sotto il cubo della radio quattro coppie di ballerini si destreggiavano in una dimostrazione di qualche danza latina. C’erano poche cose capaci di deprimere Gabriele come la musica latina. Quando la sua vicina di casa la ascoltava lui interrompeva qualsiasi attività e andava a mettere su i Clash.
Quel giorno aveva lasciato la musica in albergo, dovette allontanarsi in fretta verso uno dei dehors sul frontemare.

Scelse quello con la cameriera carina. Bionda, occhi chiari, un bel fisico. Una per cui perdere la testa, insomma.
Le fece un sorriso accattivante quando gli portò la birra. Ne ricevette uno cordiale e distaccato che lo fece sentire solo. E neanche due patatine.
Vuotò il bicchiere in fretta e riprese a camminare.

La freccia a destra diceva Panier. Una scalinata saliva verso delle case poco attraenti e ancor meno antiche. A meno che il centro storico non cominciasse subito dietro sembrava che anche quella parte di città avesse vissuto il trauma della ristrutturazione.
Esitò, quello era il quartiere di Naïma. Era nata lì, aveva abitato in Rue des Moulins prima di trasferirsi con la famiglia fuori città, verso Cassis. Se la sentiva di infilarsi in quel campo minato di malinconie?
D’altronde se avesse continuato a camminare in quella direzione sarebbe arrivato al MUCEM, dove probabilmente si trovava lei ora. Meglio affrontare il suo ricordo, almeno per il momento.

Place de Lenche. Il nome era familiare, probabilmente compariva in un romanzo, magari ci si sparava qualcuno, vai a sapere. Troppo pulita, piena di tavolini. Sembrava la tipica piazzetta genovese restituita alla movida del venerdì sera. Non c’era niente da vedere lì, tranne il piccolo Bar de la Place, dove un vecchietto leggeva La Marseillaise all’ombra della tenda rossa all’ingresso.
Non certo un locale da turisti quello, ma non ci si fermò lo stesso, se avesse voluto andare al bar della bocciofila ne aveva uno anche vicino a casa. Costeggiò la piazza per il lungo e proseguì in Rue de l’Évêché, lasciandosi guidare solo dalla curiosità.
Nessun ragazzino a fregarsi motorini, né puzza di piscio e sacchi dell’immondizia abbandonati agli angoli. La Marsiglia di Izzo sembrava essersi trasferita altrove.

Un negozio con la facciata dipinta attirò la sua attenzione. Lo conosceva, l’aveva visto su google maps una sera a casa sua. Alzò gli occhi, in cima alla strada i tavolini del 13 Coins gli fecero l’effetto di un pugno.

“Ti faccio vedere una cosa”, gli aveva detto, sedendoglisi in braccio. Si era messa ad armeggiare su internet e lui ne aveva approfittato per annusarle il collo, che sapeva di sandalo e tabacco. Le aveva infilato il naso fra i capelli, scoprendole un orecchio.
“Hai delle orecchie perfette”
“Che scemo, chi è che guarda le orecchie delle donne?”
“Io, e le tue sono perfette”. Ci aveva infilato la lingua.
Le mani erano scivolate sotto la maglietta, ad abbracciare la pancia rotonda.
“Dai, smettila. Lo sai che bar è questo?”
“No”, rispose lui senza guardare, per non disturbare il fiume di emozioni che stava ricevendo dagli altri sensi, tutti sveglissimi. Il corpo di Naïma era il suono di un pianoforte, le note morbide, talvolta sussurrate, altre gridate, erano piene e calde sotto le sue dita.
“Come no? Ma sei pazzo? È il 13 Coins, il bar di Izzo! È in tutti i suoi romanzi! Non mi avevi detto che ti piaceva?”
“Non me lo ricordo”, tagliò corto. La letteratura che aveva in mente in quel momento veniva venduta in librerie sordide con la luce bassa frequentata da uomini dall’aspetto equivoco. Ed era accompagnata da un sacco di fotografie.
Naïma gli piantò addosso i suoi occhi di onice nera.
“Gabriele Di Raimondo! Mi hai avvicinato parlandomi di Jean-Claude Izzo e adesso viene fuori che neanche conosci il 13 Coins? Era solo una scusa per rimorchiare?”
Restò un momento in bilico su quello sguardo, poi fece quello che faceva ogni volta che lei lo guardava. Ci cadde dentro.

(continua)

Verdon (5/5)

Arrivammo nella via dove avevo lasciato la macchina. La vedevo parcheggiata là in fondo, la sua targa italiana spiccava fra le altre come un faro. Non ci avrebbero messo molto a identificarla, probabilmente era già stata segnalata, magari la polizia era già diretta sul posto, forse era proprio dietro l’angolo.
Mi feci più sotto i ragazzi vocianti, uno si voltò e mi diede un’occhiata, facendomi temere di essere riconosciuto, poi riprese a chiacchierare con gli amici. Rallentai, badando a non perderli di vista.

Costeggiando la cattedrale i tre giovani malvestiti si dirigevano verso un palazzo dall’altro lato della strada, che recava l’inequivocabile insegna della stazione di polizia. Possibile che fossi stato così stupido? Mi avevano riconosciuto quando si erano girati, e temendo di essere aggrediti mi avevano portato davanti alla stazione di polizia! Da un momento all’altro si sarebbero messi a correre e a strillare, e mi avrebbero fatto catturare!

Mi voltai e tornai in fretta sui miei passi. Presi ogni strada laterale per far perdere le mie tracce, finendo in un quartiere pieno di vicoli e scalette. Era il centro storico, le Panier. C’erano botteghe di arte, di cianfrusaglie, baretti affollati, gente per strada. Senza volere ero capitato proprio nel mezzo di quel che stavo cercando. Puntai un locale dove gli avventori sedevano all’aperto, e cercai lì intorno.
Non mi sbagliavo, a pochi passi dall’entrata un tizio mi si accostò mormorando qualcosa.

“Non capisco”, gli risposi in italiano.
“Vuoi fumo, amico italiano?”, ripetè nella mia lingua. Ecco fatto.
“Non mi serve fumo, ma forse puoi aiutarmi. Voglio documenti, capisci? Papiers. Posso pagarti”.

Spalancò gli occhi. “Non so, non capisco!”, esclamò allontanandosi. Cos’aveva capito? Che ero uno sbirro? Qualcuno si voltò a guardarmi, sperai che la mia faccia non fosse già finita nei telegiornali.
Lo spacciatore mi fece cenno di seguirlo da qualche metro, e si allontanò dalla folla. Gli andai dietro fino a un portone.

“Ti conosco, sei il mostro del Verdon”, mi disse.
“Mostro? Io non sono un mostro!”
“Il ragazzo italiano ha detto in televisione che hai ammazzato i suoi amici, la polizia ti cerca.”
“Ma non è vero! Io non ho ucciso nessuno, è stato Patrick De Pagaion!”
“Ma chi? Il campione di canoa? Seeh!”
“Te lo giuro! E’ stato De Pagaion! Voleva impadronirsi del segreto del Manovròn, una tecnica mistica tramandata di padre in figlio da una famiglia di genovesi! Quel ragazzo italiano che hai visto in televisione è l’ultimo depositario di quel segreto!”

Rise.

“Voi italiani! Telefonino, occhiali da sole e dite sempre cazzate!”
Come cambiano i tempi, una volta mi avrebbe detto pizza e mandolino.
“Io non ce l’ho il telefonino, l’ho tirato dentro una Polo in autostrada!”

Rise più forte.

“Sei incredibile! Ma dove le trovi! Dovresti lavorare in televisione! Perché non vai a lavorare in televisione?”
“Ci sono già in televisione, è per questo che mi servono dei documenti! Allora, mi puoi aiutare o no?”
Gli lacrimavano gli occhi dal ridere, tanto che tirò fuori un fazzoletto tutto sporco e si asciugò la faccia. Quando si fu un po’ calmato gli ripetei la domanda.

“Si, conosco qualcuno che potrà aiutarti, ma è molto caro”.
“Posso pagare.”
“Certo, ho sentito, hai lasciato un debito al campeggio!”

Quel tizio stava cominciando a darmi sui nervi. Forse potevo rivolgermi a qualcun altro, non sarà mica stato l’unico spacciatore della zona, no? Avrei potuto andarmene, cercare un bar, ordinare un caffè, usare il bagno, prendere in presto l’elenco telefonico e cercare alla voce “spacciatori”, o “falsari”.
No, pensandoci bene era un piano irrealizzabile. Il caffè francese è una tale porcheria, non avrei mai avuto il coraggio di ordinarne uno. E poi anche se fossi riuscito a farmi dare l’elenco del telefono sarei stato da capo, non sapevo come si dice “spacciatore” in francese.

“Senti, come si dice spacciatore in francese?”
“Trafiquant, perché?”
“E falsario?”
“Stai cercando di mollarmi, eh? Vuoi andare al bar, farti dare un elenco e cercare un altro spacciatore meno spiritoso, vero?”
“No, no, era solo per curiosità, giuro!”
“Non mi freghi italiano, sapessi quanti ne ho incontrati di furbi come te. Gente che ammazza i compagni di gita e poi viene a cercarmi per farsi indicare un buon falsario che permetta loro di cambiare identità, e quando vedono che faccio lo spiritoso mi mollano per cercare delinquenti più taciturni. Ormai vi riconosco a naso!”

Non c’era niente da fare, mi aveva scoperto. Decisi di non rischiare di compromettermi di più, e lo lasciai a lamentarsi di quanto sono disonesti gli italiani, che gli dicono di passare domenica che gli comprano una dose e poi la domenica lui va e trova la casa vuota col cane in giardino che gli ringhia.

Entrai nel bar affollato lì di fronte.
Il barista mi squadrò con un’occhiataccia.

“Sei italiano?”
“No, ungherese”, abbozzai.
“Non fare lo stronzo, quelle sono Superga”, disse indicandomi le scarpe.
“Sono false, le ho comprate in Ungheria.”
“Se sei ungherese preparami un gulash.”, ribattè incrociando le braccia, in attesa della mia mossa.

Gli avventori del locale tacevano, osservandomi. Si erano spostati verso le pareti, lasciandomi molta libertà di movimento.
Il barista era in piedi davanti a me, le braccia incrociate sul petto, lo sguardo sarcastico di chi sa di avermi in pugno. Non bisogna mai sottovalutare un barista francese, è scritto su ogni guida turistica. Alla minima disattenzione ti vende una bottiglietta di Perrier, e il tuo conto in banca è azzerato. I più pericolosi la accompagnano con un tortino alle erbe decorato con la vinaigrette. Non potevo mostrargli la mia insicurezza, mi avrebbe fatto a brandelli. Sorrisi col mio sorriso più sfrontato, e il gesto lo confuse.
Misi una mano in tasca e tirai fuori un bottiglino.

“Attenti!”, gridò qualcuno fra gli avventori, “Ha della paprika!”
Ora il barista non era più così spavaldo, gocce di sudore gli scivolavano dalla fronte. Sapeva che un mio gesto improvviso poteva mettere a repentaglio l’incolumità sua e dei suoi clienti.

In realtà non era paprika, era un barattolino di marmellata che avevo preso al campeggio, ma tenendo una mano sull’etichetta contavo di reggere il mio bluff fino a permettermi di uscire da quella situazione spinosa.

Tenendolo bene sollevato domandai al barista di passarmi l’elenco del telefono.

“Non si può, devi prima ordinare un caffè”.

Era tosto l’amico.

“E se uso il bagno?”
“Anche. Prendi il caffè e ti do la chiave.”
“Se porto l’elenco in bagno devo ordinare lo stesso il caffè?”
“Beh.. tecnicamente..”
“Se mi dai la chiave posso consultare l’elenco?”
“Cosa c’entra la chiave con l’elenco?”
“Per il caffè non serve la chiave del bagno, giusto?”
“No, che domande..”
“Allora facciamo così, tu mi porti il caffè in bagno, e io intanto consulto l’elenco del telefono qui”

Il barista sembrava convinto, riempì una tazza da minestrone di quella broda nera e si avviò verso la toilette. Con un balzo afferrai l’elenco del telefono e cercai sotto “Trafiquantes”
Ce n’erano tre. Chiesi a un tizio coi baffetti quale fosse il più vicino, e mi indicò la strada. Disegnò anche una piantina sul tovagliolo, ma prendendolo commisi l’errore di lasciar andare il barattolo di marmellata.

“Ehi, ma quella non è paprika!”, si mise a gridare baffetto, “Tu non sei ungherese!”
“Lo riconosco!”, esclamò un altro, “è il mostro del Verdon!”

In un momento mi furono tutti addosso. Mi riempirono di calci, sputi, il barista mi infilò in tasca una baguette al camembert e cetriolo e corse a battere lo scontrino.
Pochi minuti dopo arrivò la polizia. La mia avventura era terminata.

Ora sono chiuso in una cella di massima sicurezza del carcere delle Baumettes, mi hanno dato trent’anni senza estradizione. Esco un’ora al giorno per fare il giro del cortile, non parlo con nessuno, mi odiano tutti, qui gli insolventi ai campeggi sono visti peggio dei pedofili. Il secondino è l’unico che mi mostra un po’ di gentilezza, ogni tanto mi offre una sigaretta, ma è perché sa che non fumo, e comunque prima di passarmela attraverso le sbarre la spiegazza tutta.

Di Alessandro non ho saputo più niente, qualcuno alla mensa ha accennato di una sua partecipazione a un reality show su una rete italiana, del suo fidanzamento con una velina, ma sono chiacchiere da cortile, prive di fondamento. Non che mi interessi, per come sono messo neanche il manovròn potrebbe aiutarmi, sempre che esista poi. Nella solitudine della mia cella ho molto tempo per ripensare a quel che è successo, e certe volte mi sale il dubbio che si sia trattato di una colossale montatura. Gli omicidi no, quelli sono veri, qualcuno ha ammazzato Gabriele e Stefano, forse è stato Alessandro, forse Patrick De Pagaion, ma chiunque sia stato lo ha fatto davvero, e ha fatto cadere la colpa di tutto su di me. Sono innocente, sto pagando le colpe di un altro.

No, sono colpevole, li ho ammazzati io, e sono scappato senza pagare il campeggio. Ho anche fregato la macchina di Alessandro, i suoi soldi, volevo cambiare identità, non avevo futuro, e quei ragazzi mi hanno fornito l’occasione perfetta. Ce l’avevo quasi fatta, mi hanno beccato.

Ma che sto pensando? Colpevole di cosa? Questa cella mi sta facendo diventare pazzo.

Da qualche giorno viene a trovarmi un uomo, dice di essere uno scrittore di romanzi noir, vuole convincermi a pubblicare la mia disavventura in un libro, secondo lui sarà un successo.
Non so se credergli, ma credo che finirò per accettare, non ho niente da perdere, e mettere sulla carta i miei pensieri mi aiuterà a riordinarli, e a capire cosa diavolo è successo in quella gola maledetta.

Comunque sia andata, chiunque si sia macchiato del sangue di quei due poveretti, fra trent’anni uscirò. È questo pensiero a darmi coraggio, uscirò e potrò tornare a quell’agenzia di viaggi, ritrovare quella ragazza col naso a punta e il bel sorriso, e quando l’avrò di fronte la guarderò nei suoi begli occhi e le chiederò:

“E’ ancora disponibile quella vacanza a Zanzibar con la single quarantenne?”

Verdon (4/5)

Davanti ad una baguette chilometrica, caricata a burro e marmellata, il nostro compagno ci raccontò i fatti in breve.

“Dormivo, è arrivato uno e l’ha ammazzato.”
“Un po’ meno in breve?”
“Eravamo in tenda, stavamo dormendo, quando abbiamo sentito un rumore, come una canoa che striscia sul terreno. Gabri si è affacciato a vedere chi fosse, e ho sentito una voce mormorargli in francese ‘Quel est le secret du Manovròn! Cochon!’, poi un rumore come quello che fanno in Dylan Dog quando sgozzano qualcuno.”
“Slurp?”
“Scraatch! Ma non li leggi i fumetti?”
“No, prima che mi vuotassero l’appartamento leggevo solo le etichette dell’acqua minerale”
“E comunque Gabri non aveva mica le coscione! Mi ricordo che ci stava ben attento a non farsi venire le smagliature!”
“E cosa vorrà dire quel est le secret du?”
“Io questi francesi non li capisco mai quando parlano”
“Meno male che non sei nato in Francia!”
“Però non mi dispiacerebbe venirci a stare, magari proprio in Provenza”
“Si, ci sono dei bei posticini, ma vuoi mettere con la Spagna? Ah, io se dovessi andare a vivere in un altro Paese andrei sicuro in Spagna!”
“Eh certo che come a casa propria però non si sta da nessuna parte, eh?”
“Maccheccazzo dici? Abiti a Bolzaneto! A momenti è più bello stare in quella tenda striminzita davanti alla strada!”
“A proposito di tenda, secondo voi chi l’ha ammazzato Gabriele?”

Alessandro si fece scuro in volto e mi guardò, posando il panino con la marmellata che teneva in mano, ancora gocciolante. Stefano lo ghermì ratto come la faina e se lo infilò tutto in bocca.
Capii che uno stava ancora pensando al complotto del manovròn, e che l’altro si sarebbe sicuramente soffocato, ed ebbi ragione in entrambi i casi, Alle si alzò e si avviò verso il lago, Stefano cominciò a diventare color ciclamino e a gesticolare con violenza.
Gli battei sulla schiena fino a fargli sputare l’enorme boccone, e subito tirò un lungo respiro, ma non smise di gesticolare. Appena fu in grado di parlare mi gridò “Fermalo! Se ne sta andando senza pagare il conto!”
Raggiunsi il fuggiasco in mezzo alla boscaglia, mentre stava cercando di raggiungere la spiaggia. Forse cercava di fuggire a nuoto.
“Allora? Perché hai ammazzato Gabri?”
“Ti ho detto che non l’ho ammazzato io, è stato Patrick De Pagaion! Voleva il segreto del Manovròn!”
“Ma ti rendi conto che sei il principale sospettato? Non ci sono testimoni, non ci sono prove!”
“Come no? E queste allora?”, mi gridò in faccia tirando fuori un paio di mutandine femminili.
“Ma quelle sono..”
“No, scusa, ho sbagliato tasca.. Volevo dire.. queste!”, e mi sbandierò davanti delle polaroid che ritraevano Patrick De Pagaion che cercava di far stare un intero coltellaccio da macellaio nella gola di Gabriele.
“..Ma quelle..”
“Visto? Sono innocente!”
“Ma quelle sono..”
“Andiamo da Stefano, non mi fido a lasciarlo da solo”
“Sono le mutandine della tettona francese! Gliele ho viste da sotto il tavolo ieri sera al ristorante! Ma allora la storia del Manovròn è tutta vera! E’ una magia! E’ un potere potentissimo!”
Alessandro era sollevato, ma anche un po’ scazzato, per convincermi della veridicità del suo potere non gli era bastato salvarmi due volte la vita, aveva dovuto imboscarsi con una figa, come se gli fosse servita la magia per riuscirci, lui che aveva un indiscutibile sex appeal.
Tornammo al tavolo, ma Stefano non era lì. C’era il cameriere che voleva che gli pagassimo la colazione. Ebbi un orribile presentimento.
“Stefano ci avrà lasciato da pagare solo quello che abbiamo mangiato o si sarà fatto portare dell’altra roba mentre non c’eravamo?”
Risultò che non aveva ordinato altro, era venuto a cercarlo un uomo tarchiato con orribili pantaloncini da turista e una canoa. Ebbi un altro orribile presentimento.
Corremmo alle tende, e già da lontano un nugolo di mosche ci segnalò la presenza di un cadavere in decomposizione.
Il cadavere era quello di Gabriele, era stato orrendamente mutilato dai vicini olandesi, stanchi di mangiare sempre scatolette di tonno, ma dalla mia tenda proveniva un odore terribile, come di sangue rappreso, di budella sbudellate, insomma di quelle cose proprio macabre di cui sono pieni i film dell’orrore.
Mi feci coraggio e misi la testa dentro.
Alessandro mi osservava sgomento, quando uscii e ripresi fiato dovevo essere bianco come il bucato della signora Longari, ma non quello lavato con due fustini di una marca anonima che te la tirano dietro al supermercato dei tedeschi.
“Avevo lasciato le mutande sporche fuori dalla borsa”, gli dissi.
“Stefano non è lì?”
“No, ho cercato anche sotto i sacchi a pelo e dietro gli zaini, non c’è.”
“Allora forse non è stato ucciso.”
“Che facciamo, aspettiamo?”
“E se poi non lo ammazzano?”
“No, voglio dire, aspettiamo che torni? Magari è andato a farsi la doccia”
“Ma non sono passate ancora tre ore dall’ultimo pasto!”
Ebbi il terzo orribile presentimento.
Corremmo alle docce, e questa volta lo spettacolo orribile non fu l’assoluta mancanza di igiene, né il vedere Stefano nudo, che comunque non era per niente piacevole.
Lo trovammo riverso sul pavimento, con la bottiglia di shampoo in una mano e l’epilady nell’altra.
Qualcuno lo aveva ucciso provocandogli una congestione.
“L’assassino prima lo ha fatto mangiare come un tacchino, poi gli ha fatto fare la doccia provocandogli una congestione, ma chi potrebbe essere così astuto?”
“Il professor Moriarty!”
“No, lui è un personaggio letterario, non esiste.”
“Allora Macchia Nera!”
“Ma Macchia Nera è il nemico di Topolino, fammi il piacere!”

Quel campeggio stava diventando scomodo per noi, era meglio sparire prima di fare la fine degli altri due, era ormai chiaro che qualcuno cercava di toglierci di mezzo per impadronirsi del terribile segreto del Manovròn. Poteva essere chiunque, convincere le ragazze buone a imboscarsi è un potere che farebbe gola a molti.

“Ming The Merciless!”
“No!”

Oltretutto c’era da pagare il campeggio! Decidemmo di partire immediatamente con la macchina di Gabriele.

“Da adesso in poi non dobbiamo più separarci, neanche per dormire, neanche per le ragioni più importanti, niente, dobbiamo stare sempre insieme, ne va della nostra vita!”
“Ok, vado un attimo in bagno e partiamo.”

Caricai il bagaglio in macchina mentre aspettavo che Alessandro tornasse dal bagno.
Poi caricai il suo, che era ancora sparso nella tenda, mi misi lì con calma e raccolsi tutto, lo misi nello zaino e lo infilai in macchina.
Poi smontai la tenda, non fu una cosa semplice, Gabriele l’aveva costruita solida..
La tenda di Stefano non ebbi il coraggio di smontarla, preferii appiccarle fuoco, mi sedetti e la guardai bruciare.
Quando gli ultimi tizzoni si spensero cominciava ad oscurare, e fu allora che mi resi conto della mancanza di Alessandro.
“Avranno sicuramente ammazzato anche lui”, pensai, e partii senza neanche prendermi la briga di controllare. In fondo preferivo non averlo intorno uno così, non sarei più riuscito a trattarlo bene dopo che si era imboscato con la francese popputa, un’invidia feroce mi faceva venire voglia di picchiarlo ogni volta che ce l’avevo davanti.

All’ingresso del campeggio la sbarra era abbassata, il proprietario doveva avere intuito le mie intenzioni scroccherecce, e si era piantato all’ingresso col blocchetto delle ricevute in mano, ben deciso a farmela pagare.
Le mie finanze non erano proprio al lumicino, ma non trovavo affatto giusto doverci rimettere dei soldi solo perché i miei compagni di viaggio si erano fatti ammazzare, in fondo il Manovròn non era mica qualcosa che riguardava me.. e diciamola tutta, io fin lì ci avevo soltanto rimesso, il furto all’appartamento, la figa che si infratta con Alessandro, la pioggia e gli intrighi vari.. mi sembrava giusto che almeno il conto del campeggio se lo pagasse qualcun altro!
Comunicai al proprietario che il mio amico Alessandro stava arrivando coi soldi, io lo avrei preceduto fuori per caricare i bagagli in macchina.
Mi lasciò passare e si rimise di guardia.

Il mio bagaglio consisteva nella tenda di Gabriele e i pochi panni puliti che mi erano rimasti. Il denaro ce l’avevo ancora quasi tutto, e una volta accertato di essere l’unico superstite del gruppo avevo alleggerito i portafogli dei miei ex compagni, tanto a loro non sarebbero mica serviti.
Lasciai per ognuno una moneta, giusto in caso avessero dovuto pagare il traghettatore sullo Stige.

Se il denaro non rappresentava un problema lo stesso non si poteva dire per il mio futuro. Tornare a casa era da escludere, nel tempo impiegato ad arrivare la polizia sarebbe già stata informata dell’accaduto, e io sarei stato il primo sospettato. Senza contare che risultavo scomparso dal lavoro, la mia casa era stata svuotata senza che fosse stato denunciato alcun furto, avevo lasciato un indirizzo falso e guidavo la macchina di una delle vittime. A dirla così non mi credevo del tutto innocente neanch’io.

Avevo due possibilità, trovare il vero assassino e consegnarlo alla giustizia, o cambiare identità e sparire per sempre. La prima era realizzabile solo al cinema, optai per la seconda e mi misi in viaggio verso il posto più vicino dove contavo di trovare dei documenti falsi: Marsiglia.
Nei romanzi di Jean-Claude Izzo la città brulica di malavitosi pronti a commettere qualunque crimine, figurati se non ne trovavo uno disposto a vendermi dei documenti falsi.
Il piano era semplice, una volta arrivato in città avrei cercato di mettermi in contatto con qualche pregiudicato, avrei comprato una carta d’identità fasulla pagandola con la macchina e sarei partito per una nuova vita il più lontano possibile da quella storia di sangue e canoe.
Se è vero che per trovare un buon ristorante economico devi chiedere a un camionista ero certo che uno spacciatore qualsiasi mi avrebbe indicato un buon falsario. Misi perciò a frutto la mia esperienza genovese riguardo ai piccoli trafficanti. Sapevo per certo che era più facile trovarli nel centro storico che nella zona commerciale, e che erano soliti stazionare davanti ai locali più affollati; lasciai la macchina in un posteggio, e aspettai che qualche gruppo di giovani mi conducesse al posto giusto.

Per ingannare l’attesa accesi la radio. Tutti i notiziari parlavano della strage nel campeggio, da quel poco che riuscivo a capire erano stati trovati i cadaveri di Stefano e Gabriele, ma non si parlava di quello di Alessandro. Poi la sorpresa, su una rete locale mandarono in onda proprio la sua voce, sembrava in preda a forte shock e gridava in italiano di essere innocente, che io avevo ucciso i suoi amici ed ero scappato in macchina, lasciando da pagare il campeggio!
Era vivo! E mi stava denunciando! Chebbastardo, io al suo posto non l’avrei mai fatto.
Dovevo sparire, ormai quella macchina scottava, il mio nome scottava, la mia faccia era su tutti i giornali, quanto sarebbe passato prima che un marsigliese mi riconoscesse e chiamasse la polizia?

Mollai la macchina in un parcheggio nei pressi della cattedrale, e mi avviai a piedi in una stradina poco frequentata. Camminai senza meta fino a incrociare un trio di magrebbini chiassosi. Indossavano dei bomber pieni di toppe, e tenevano il cappellino appoggiato in testa come fosse una bombetta. Non è che lo indossassero, era più come se qualcuno gliel’avesse fatto cadere in testa a loro insaputa. Non mi interessavo di moda, ma se la tendenza era quella di ridursi in quel modo ridicolo preferivo pensare che quei tre fossero conciati così a causa di problemi personali, piuttosto che per esigenze di stile.
Li seguii comunque, sperando che mi conducessero a uno spacciatore.
Non era una grande idea, me ne rendevo conto, ma non potevo andare lì e domandare se conoscessero qualcuno che falsificava documenti, come diavolo si diceva “falsificare” in francese? Dovevo procedere per piccoli passi, trovare una scuola di francese, diventare bilingue e imparare a pronunciare correttamente la frase “Scusi, dove posso trovare un buon falsario che mi permetta di cambiare identità?”, quindi interpellare i tre giovanotti, farmi spiegare l’indirizzo, cercare un internet point e collegarmi a un sito di mappe online, ricavare il percorso migliore per raggiungerlo secondo le diverse opzioni suggerite:

  1. La via più breve;
  2. La via più economica;
  3. La via più panoramica;
  4. La via più lontana dalla polizia.

Il mio piano era perfetto, prevedeva anche un piano B, nel caso i tre individui si fossero infilati in un portone. Avrei fornito le loro descrizioni a un poliziotto e mi sarei fatto spiegare dove abitavano. Non potevo fallire.

(continua)