[titolo di una canzone a caso che parli di Londra]


You left 
Your tired family grieving 
And you think they’re sad because you’re leaving 
But did you see Jealousy in the eyes 
Of the ones who had to stay behind? 
And do you think you’ve made 
The right decision this time?

Sono appena tornato da Londra, dove mi ero nascosto per sfuggire alle annuali polemiche sul festival di Sanremo, ma non sono riuscito a evitarle in toto, c’è rimasto quello strascico fetente di chi butta lo spettacolo in politica e la politica in caciara, e quest’anno mi sembra che sia andata peggio del solito, con questa moda recente del bullismo razzista a occupare ogni spazio pubblico disponibile. Sono francamente stupito che alle ultime regionali, in Abruzzo, Casa Pound abbia totalizzato solo lo 0.5%. Vuol dire che siamo ancora più ignoranti di quanto pensassi, e crediamo davvero che sia la camicia nera a fare il fascista, e non l’atteggiamento.

Vabbè, la storia ce l’ha già mostrato una volta come va a finire, basta avere pazienza e tenerseli lontani finché non li appenderanno di nuovo tutti quanti, e i loro simpatizzanti torneranno a nascondersi sotto i sassi e negare di avere mai votato quella roba lì.

Nel frattempo Londra si sta preparando ad affrontare la Brexit: c’è una grossa dogana all’aeroporto che ricorda tantissimo quella cinese, ma probabilmente c’era anche prima, non atterravo sul suolo britannico da diversi anni, che ne so se è una novità. E per strada non c’è altro segno che lasci presagire un cambiamento, gli stranieri sono sempre più numerosi dei locali, e se hai l’albergo a Earl’s Court sembra di stare in Italia, la tua lingua è parlata in ogni tavolo di ristorante, dentro qualsiasi negozio e pure dalla signorina che ti consegna le chiavi della stanza.

Insomma, non lo so se Londra si stia davvero preparando a uscire dall’Europa, ho provato a chiederlo al Primo Ministro, ma Downing Street è chiusa da un grosso cancello sorvegliato giorno e notte, non mi hanno lasciato avvicinare. Nè hanno acconsentito a lasciarmi aggiungere il numero di Theresa May al mio gruppo whatsapp “pizzata coi leader europei”. Peggio per lei, continuerà a farsi portare le alette piccanti da KFC.

A guardare bene i dettagli si intuisce che qualcosa stia cambiando: la Torre dell’Orologio, quello che chiamiamo Big Ben, è tutta fasciata. Pensavo a un restauro, ma su un lato le impalcature sono coperte di francobolli, e c’è un’etichetta con un indirizzo, ma non sono riuscito a leggerlo, era troppo in alto.

E domenica, al cambio della guardia, i militari smontanti sono usciti dal cancello con una valigia in mano e sono saliti sull’autobus per Victoria Station.

Non che la cosa mi abbia preoccupato, avevo una prenotazione per il monologo di Sir Ian McKellen al piccolo teatro di Hampstead per quel pomeriggio, di tutto il resto mi fregava pochissimo. “Fintanto che rimane un po’ di Londra ce la visitiamo!”, ho detto al mio amico dottor Hardla, che mi accompagnava in questa trasferta.

You shall not pass (away)!

Sono andato in viaggio con una compagnia differente perché la mia fidanzata non parla ancora bene l’italiano, e ciò la rende immune alle polemiche sanremesi, mentre io e il mio amico siamo particolarmente sensibili e quindi ci incazziamo, poi ci deprimiamo, poi ci mettiamo a bere pesante, e quando siamo ubriachi andiamo a molestare le diciottenni per strada. Di solito poi i loro fidanzati ci menano, e per un po’ abbiamo cercato di giustificare la palese incapacità nell’azzuffarci con l’alcool che ci mina i riflessi, ma oramai non ci crede più nessuno, e anche i nostri amici più sfigati si sono messi a farci le prepotenze.

Londra ci è sembrata abbastanza lontana da fugare ogni rischio. Oltretutto gli alcolici vengono centellinati col maledetto misurino, e ogni cocktail risulta carissimo e annacquato, rendendoti impossibile la ciucca.

Molte cose sono cambiate dall’ultima volta in cui sono venuto in città: Tottenham Court Road è molto più grande, hanno tirato giù diversi edifici e li stanno sostituendo con palazzi moderni, come è successo al quartiere della finanza, nella City (il mio preferito in assoluto è il Walkie-Talkie, al 20 di Fenchurch Street); il municipio sta dentro un grosso testicolo vicino al Tower Bridge (a dire il vero ci stava già tutte le altre volte che sono venuto a visitare Londra, ma l’ho scoperto solo stavolta), e Sauron si è trasferito dalle parti del London Bridge, dentro un palazzo che sarà pure stato costruito da Renzo Piano, ma non venite a dirmi che è bello.

Molte altre cose sono rimaste identiche, e sono proprio quelle che ci attirano in massa, a studiare, a lavorare o a passarci un weekend con gli amici. Sono quei particolari che non puoi trovare in nessun altro posto, perché ci saranno pure metropolitane più belle al mondo, ma questa è la più antica, e mantiene ancora la stessa atmosfera di quando è stata inaugurata, nel 1863. E il resto della città segue il passo. Si rinnova, si ripulisce, ma sotto la vedi ancora la sua struttura vittoriana, nelle facciate delle case, nell’arredamento dei pub, nel cibo che ti servono, che dev’essere stato cucinato allora e poi lasciato lì ad aspettare che qualcuno lo ordinasse.

Stavo guardando un manifesto appeso nel vagone della metro in cui viaggiavo: c’era una donna con l’espressione attonita e il messaggio diceva “questa è la faccia che fai quando scopri i vantaggi di vedere casa attraverso Sticazzimansion”. Da quel poco che veniva mostrato del vestito della donna si intuiva un tono dimesso, come se le avessero scattato una foto a casa dopo il lavoro, mentre si rilassava sul divano aspettando di andare a letto. L’ambiente alle sue spalle era ancora più squallido: una parete verde scuro, un quadro triste come solo la pittura inglese sa essere, un divano della nonna e due mobiletti marroni su cui stavano due abat-jours identici, che emanavano una luce tetra. Ora, magari il messaggio che voleva trasmettere era proprio di non farsi opprimere dal vecchio appartamento e sbrigarsi a cercare qualcosa di più allegro, ma la mia esperienza di appartamenti londinesi, e bed & breakfast londinesi, e anche alberghi londinesi, mi dice che non si trattava di una scelta di marketing, quello è lo stile delle case inglesi. L’hotel in cui alloggiavamo era un bell’edificio in mattoni rossi con un parco di fronte, e la camera era confortevole, ma alle pareti erano appesi due coppie di quadri identici raffiguranti un vaso, e tutto l’arredo era marrone scuro e beige.
Sul fatto che il pavimento scricchiolasse non c’è neanche bisogno di soffermarsi, se il pavimento della tua stanza non scricchiola o non sei davvero a Londra o sei un miliardario che si può permettere una camera in muratura.

Londra è questa cosa qui, anche più degli autobus a due piani e dell’accento bellissimo dei suoi cittadini: è una città che ha trasformato il proprio invecchiamento in uno stile.

Dello spettacolo di Ian McKellen posso solo parlare bene, io quell’uomo lo amo. Ha deciso di celebrare il suo ottantesimo compleanno con una tournèe che tocca tutti i teatri in cui si è esibito più alcuni inediti che perseguono campagne di promozione per i giovani e hanno bisogno di sostegno.

Per questa ragione, dopo un monologo di due ore e mezza in cui ha ripercorso la sua carriera di attore con brani recitati e un sacco di aneddoti, si è fatto trovare nel foyer con un secchio giallo in mano per raccogliere offerte e distribuire strette di mano.
Abbiamo scambiato giusto due battute mentre gli cacciavo una banconota nel secchio, ed è stato il momento migliore della gita londinese. Voglio dire, mica tutti i giorni ti capita di stringere la mano a Gandalf il Grigio in persona!

Quando siamo tornati in Italia, a parte rischiare di schiantarci sul monte di Portofino per il forte vento che impediva all’aereo di manovrare come si deve, abbiamo ritrovato qualche traccia della polemica da cui ci eravamo allontanati, ma oramai aveva perso brio, potevamo sopportarla.
In compenso sono nate un sacco di polemiche tutte nuove a cui non eravamo per niente preparati, e che mi hanno fatto venire subito un fegato così, tanto che stavo pensando di vendermelo a peso e pagarmi un biglietto per un posto da cui non sia possibile ricevere le notizie da casa, tipo Saturno. Solo che a giugno vado a vedere Eddie Vedder, non mi posso allontanare troppo. Restate in zona, avrò altro da raccontare.

Hopper

Drusilla ha ventisette anni e gli occhi colore del lago in cui mi tuffavo da bambino. Porta la maglietta a righe d’ordinanza Estate 2016, e la presunzione della sua giovane età la tiene in bilico sulla punta del naso, che mi agita davanti come un fioretto quando si volta a chiedermi “Ma li hai visti?”

Si riferisce alla coppia male assortita che, davanti ai nostri sguardi attoniti, si è esibita in un numero di solitudine acrobatica livello SuperPro.

“Quelli che si sono fatti la foto?”
“Sì! Hai visto che espressione schifata aveva lei quando si è messa in posa?”
“Le mancava la didascalia – Facciamo contento questo povero fesso – ”
“Ma è pazzesco! Come fanno a esistere coppie così? Ma meglio da soli, dai!”

La classica frase da Drusilla che sa sempre quello che vuole e non accetta compromessi. Vorrei possederla io la sua sicurezza, mi permetterebbe di mantenere la rotta e smettere di incagliarmi nelle secche in cui finisco con la regolarità di un temporale nel fine settimana.

Siamo a giugno, due anni che è morto il mio unico grande infinito amore, il mio canarino Chico Buarque, la sola creatura che abbia mai amato.
Non sono una preda facile per i sentimenti, quasi tutte le mie ex mi hanno lasciato dopo pochi mesi lamentandosi dei miei rari slanci affettivi. Sono uno che quando la ragazza gli dice seria al telefono “Sto mettendo in discussione il nostro rapporto” le risponde “Va bene, fammi sapere domani cos’hai deciso, buonanotte”.

Con Chico Buarque era stato diverso fin dall’inizio. Intanto non mi aveva chiesto nessuna attenzione particolare, giusto un po’ di becchime e dell’acqua fresca, e poi la riconoscenza con cui rispondeva alle mie premure! Ogni mattina si metteva a cantare, e la sua gioia mi contagiava, uscivo di casa dimentico di ogni problema e andavo a lavorare alla miniera di carbone col cuore leggero.

Fra noi era stato un avvicinamento graduale, nessuna pressione, solo il piacere di stare insieme giorno dopo giorno. Lentamente il nostro rapporto si era consolidato fino a diventare qualcosa di indistruttibile, cui non avrei più saputo rinunciare. Non l’avevo mai vissuta una storia così intensa. Per festeggiare il nostro primo anniversario eravamo andati alle Canarie a conoscere i suoi genitori. Non lo avevamo detto a nessuno, ma quello sarebbe stato il nostro ultimo viaggio da fidanzati, avevamo intenzione di sposarci. Magari non in Italia, dove i matrimoni fra uomini e canarini non sono ammessi.

Due mesi dopo era morto. Una rara malattia chiamata gatto dei vicini lo aveva stroncato all’improvviso.

È stato come se mi avessero sostituito il cuore con un sacchetto di ghiaia, ho rinunciato alla speranza. Tutto ciò che è arrivato dopo mi è scivolato addosso senza lasciare traccia.
Solo una volta ho provato una specie di emozione, ma non è durata molto: era una gracula religiosa, ci eravamo trovati molto bene all’inizio e sembrava che potesse funzionare, ma presto si era rivelata una gran scassacazzi. E poi parlava sempre a vanvera.

In questi due anni non ho fatto che passare dall’allegria a una depressione improvvisa, come un ballerino di tip tap in un campo minato. I miei amici hanno preso le distanze, le relazioni si sono diradate, anche quelle impostate sulla mercificazione sentimentale, tipo “tu mi caghi io ti trombo va bene così”. Sono diventato uno di quei matti con la felpa stropicciata che portano in giro il cane la mattina presto, quando non corrono il rischio di incontrare altri esseri umani con cui dover interagire.

Per convincermi a stirarmi la maglietta e affrontare questa trasferta bolognese c’è voluta la giovane scapestrata Drusilla. È lei che mi allontana le nuvole dalla testa, e quando il canto di un uccello lontano mi riporta alla mente pensieri cupi è rapida ad intercettarli e abbatterli con un dito nodoso sulle reni. Oppure mi viene vicino e mi spinge da dietro, mi colpisce con un giornale, mi abbranca per un braccio e mi trascina davanti alle scarpe più ridicole mai esposte in una vetrina.
È bello averla vicino, certe volte mi chiedo se non dovrei abbandonare questa mia ritrosia e darle un bel morso, per vedere che succede.
Poi mi ricordo di Chico Buarque e che il mondo fa schifo e dobbiamo tutti morire soli, compresa Drusilla, e vado ad addentare un panino al prosciutto.

A Palazzo Fava è allestita la mostra di Edward Hopper, forse l’unico luogo in cui essere tristi rappresenta un beneficio, invece che un handicap.

Perché il pittore di Nyack è un artista malinconico, apre finestre sulla solitudine che hai dentro e la costringe ad affacciarsi. Il modo migliore per apprezzare le sue opere è di avere l’anima dissodata di fresco. È come annusare certi fiori prima di assaggiare un vino di qualità.
È così. Mi aggiro per le sale lasciandomi travolgere dalla desolazione dei suoi paesaggi e delle persone che li abitano.
Quando mi trovo di fronte a Soir Bleu mi tremano le gambe. La faccia del clown, il contrasto col suo abito e ciò che rappresenta. La donna in piedi è una prostituta, un corpo in vendita, eppure è altera e distante come un pianeta inaccessibile.

“Questo si intitola Carnevale Sull’Enterprise. Il capitano Picard, al centro del  quadro, si è vestito da clown convinto di vincere il premio per la maschera migliore, ma verrà battuto dall’androide Data, che truccato da donna risulta davvero irriconoscibile”.
“Scema, non ti ci porto più alle mostre! Che figure mi fai fare?”
“Usciamo? Qui vicino c’è una mostra fotografica su Jeff Buckley con cui puoi torturarti ancora un po’”
“Ma tu come fai ad essere sempre così imperturbabile? Non c’è niente che ti pesa addosso, un ricordo, una speranza? Io sono eccessivo nel mio malessere, certo, ma tu così impermeabile alle emozioni sei sicura di essere normale?”
“Chi ti dice che sia imperturbabile? Magari non mi va di mostrarlo come fai tu”
“Cosa ti ha lasciato questa mostra?”
“Ansia. La stessa che mi mettono i racconti di Carver. Credo che il mondo che descrivono sia lo stesso, uno racconta cosa succede nelle case dipinte dall’altro. L’anziano seduto al sole, con la moglie che gli grida dalla finestra, quando si alzerà saprai che sta per succedere qualcosa di brutto. La donna in piedi sulla porta ha visto qualcosa che non vuoi sentirti raccontare. La vita che trapela dall’opera di Carver è difficile, di quella che ti ci vuole una bottiglia vicino per reggerla, ma Hopper va oltre, dove la bottiglia non basta più. Uno è dolore, l’altro rassegnazione. E a me la rassegnazione mette ansia più del pericolo.”

Guarda qua. Neanche trent’anni di roba. Una che non ha mai conosciuto la Cortina di Ferro, il Patto di Varsavia, Berlino Est. Una che girava in pannolone mentre i Nirvana scardinavano la musica e il gusto per le camicie.
Una fottuta hipster.
E mi lascia muto, inadeguato e ammirato.

Io a 27 anni stavo a Londra, dormivo per terra e spendevo tutto lo stipendio da Reckless Records. A 27 anni scoprivo Jimi Hendrix, manco sapevo chi erano Hopper e Carver. Ed è questo che separa inesorabilmente il mio mondo dal suo e ci porta ad imboccare strade che finiranno per allontanarci sempre di più, fino a perderci di vista. Perché un giorno lei sarà un avvocato inserito nel sistema e leggerà Marcuse per credersi anticonformista, sposerà un ricco ingegnere appassionato di mobili antichi e farà la borghese radical chic, mentre io sarò fuori da casa sua a fregarle le gomme della mercedes, che rivenderò per una dose della mia ultima scoperta, l’eroina.

(continua)

hey Joe

Oggi, nel 2002, moriva Joe Strummer, il cantante dei Clash.

Foto parecchio figa, peraltro

 

Tre anni prima lavoravo in un piccolo bed & breakfast londinese come portiere di notte, occupazione che mi lasciava tutti i pomeriggi liberi e un bel po’ di sterline da scialacquare in cidi. Abitavo in albergo, in una stanza condivisa con un ragazzo francese di nome Arno, pessimo cuoco e tenace suonatore di chitarra. Era anche uno schiavo del pop, ascoltava tutto il tempo una orribile stazione che trasmetteva canzoni punzapunza e negre melodiche scosciatissime, e quando tornavo in camera lo beccavo spesso ad esercitarsi su cantanti del suo paese, ma non quelli fighi tipo Brassens, macché, lui conosceva dei musicisti che oltre a violentare il pentagramma amavano stuprare anche le lingue straniere, e cantavano questi pezzi in anglese, che sarebbe l’inglese pronunciato da un francese, che insomma è una roba che se non l’hai sentita è difficile anche spiegarla, ma fa schifo forte. Tutte le volte che lo sentivo biascicare “lovmì, ai sgiast uontiù intù mai arrmz” mettevo su un cidi di Jimi Hendrix e gli mostravo il dito medio, e alla lunga avevo finito per conquistarlo, tanto che un giorno mi chiese di accompagnarlo in un negozio a comprare quella raccolta, che la voleva anche lui e io di sicuro non gli avrei prestato la mia, che poi me la restituiva tutta sporca di rane.
Il mio negozio preferito si trovava in una traversa di Oxford Street, resa famosa in tutto il pianeta per essere finita sulla copertina di un disco degli Oasis, e si chiamava Reckless Records. Non era l’unico negozio, la parte alta della via è piena di botteghe per le orecchie, mentre quella bassa appaga gli istinti ad altezza mutanda: sexy shop e locali ambigui, per capirci. Cominciammo il giro dall’alto, tenendoci il meglio per ultimo, e nella prima rivendita Arno si presentò alla cassa con un cidi di Ricky Martin. Glielo strappai di mano, nella mia vita avevo sopportato abbastanza a lungo i Gipsy Kings per riuscire a reggere qualunque altro latino che non fosse Ovidio, e gli misi davanti Are You Experienced?, del capellone di cui sopra.

La scena si ripeté in ogni altro negozio che visitammo, lui cercava di comprare i Boyzone, io gli proponevo i Rolling Stones, lui ci provava con Britney Spears e io rilanciavo di Etta James. Sulla porta di Reckless Records trovammo un compromesso per una roba dei Blur che conosceva lui, e ci accingevamo ad entrare, quando venne fuori un tizio in giubbino di pelle e capelli tirati indietro. Sembrava un nostalgico del rock’n’roll, ma quel naso a becco era inconfondibile: dal mio negozio preferito era appena uscito Joe Strummer.

Arno non lo degnò di uno sguardo e fece per entrare, ma lo agguantai per un braccio, e quando fui di nuovo in grado di parlare gli indicai l’uomo che si stava allontanando. “Ma lo sai chi è quello? Joe Strummer!!”

Gli avessi detto Evaristo Bartolazzi sarebbe stato uguale.

“Il cantante dei Clash!”.
Nessuna reazione.
“London Calling! The Guns Of Brixton!”.
Encefalogramma piatto.

Sospirai e gli canticchiai un pezzo di Should I Stay Or Should I Go, e ovviamente Arno strabuzzò gli occhi, da quella puttana da classifica che era, e gridò “Joe Strummer!!”, e gli corse incontro.
Il leader dei Clash si era voltato, sentendosi chiamare, e se ne stava lì a guardarci. Arno lo raggiunse trafelato e gli mostrò la più incredibile delle facce da culo: “Mr. Strummèr! Mr. Strummèr! Vi ar big fansoviù, mai frrend herre ès olloviorrrecòrrz!”

Mi aspettavo già lo sfanculo, e invece il vecchio punk rocker ci salutò e ci chiese da dove venivamo, ci strinse la mano e poi vide il sacchetto di Arno e gli chiese cos’aveva comprato.
Il paraculo tirò fuori il cidi di Hendrix che gli avevo regalato io, “Ze second best arrtist in ze worrld, afterr iù!”
“Good boy”, gli ghignò l’altro di rimando, poi se ne andò con le mani in tasca. “Take care”, ci disse.

Il giorno dopo il mio coinquilino si presenta in camera con una raccolta dei Clash e mi dice che sì, quella canzone è bella, ma le altre sono un po’ una merda, e riattacca coi suoi pipponi in anglese sconosciuto.
Se domani incontro Sgianrenò non ti dico un cazzo, crepa.

 

Aggiornamento rapido:
Combinazione oggi è morto un altro Joe, quello con le orecchie da Cocker e la barba ispida, cui avrei voluto rendere omaggio con un altro post, ma non lo faccio non perché sono uno snob di merda, ma perché lo conoscevo molto meno e l’unica cosa positiva che mi verrebbe da dire di lui è che non è mai stato Zucchero. Finirò la bottiglia di vino in omaggio a entrambi.

le pablog au cinèma: Skyfall

Ci ho messo un po’, ma alla fine ho scritto la recensione di Skyfall, l’ultimo film di 007. Ci ho messo un po’ perché appena uscito dal cinema ero tutto un “figata! ma che bello!”, poi sono arrivato a casa e ho cominciato a scrivere la recensione, e mentre ripensavo alla trama tutti i figata si trasformavano in “ma che cazzo ho visto? ma davvero ha fatto una cosa così stupida? ma chi l’ha scritta la sceneggiatura, Ciccio di Nonna Papera?”.

Insomma, quello che segue è il racconto del film, quindi è inutile che vi spieghi che se non l’avete visto e non volete rovinarvi la sorpresa è meglio che andiate a leggervi qualcos’altro. Per esempio Leo Ortolani ha aperto un blog ed è molto divertente.

Comincia qui sotto, SPOILER ALERT.

NO, SUL SERIO.

GUARDA CHE POI SCOPRI LE COSE BRUTTE.

VABBÈ, IO TI HO AVVISATO.

JAMES BOND MUORE. Ecco, l’ho detto.

Tutto quello che non ho capito di Skyfall e che mi piacerebbe che qualcuno me lo spiegasse prima che scriva a Sam Mendes e gli chieda di frustare lo sceneggiatore.

Qualcuno ha rubato la lista degli agenti dell’MI6 che operano sotto copertura. Non sapevo che ce ne fossero, James Bond è dal ’62 che si presenta a chiunque col proprio nome e cognome.

Comunque tocca a lui recuperare la lista prima che qualcuno la renda pubblica e metta a repentaglio gli agenti, e all’inizio del film lo troviamo a Istanbul, impegnato in uno spettacolare inseguimento a bordo di qualunque mezzo di trasporto possibile escluso il ciuchino. Durante una drammatica colluttazione sul tetto di un treno viene abbattuto da un colpo di fucile sparato da una sua collega che in teoria sarebbe lì per aiutarlo. Cioè, si presume che gli agenti sul campo siano preparati ad ogni evenienza, tipo sparare col fucile da cecchino a due persone che si stanno dando botte sul treno, eppure questa cretina sbaglia e Bond precipita giù da un ponte dritto in un fiume.

Sarà morto? Sarà vivo? Sarà anche l’agente più importante del governo britannico, ma nessuno si prende la briga di andare a ripescarlo, M scrive due righe di epitaffio e tutti i suoi averi terreni vengono venduti.

Ovviamente Bond è vivo, è stato ripescato durante i titoli di testa e adesso se la spassa al baretto sulla spiaggia, dove tromba e beve come Briatore, ma non so come se li paga tutti i bicchieri che trangugia, forse è caduto dal ponte con un baule pieno di dobloni, vai a sapere.

L’inseguimento iniziale è una delle parti migliori del film.

Nel frattempo a Londra un attentato scuote il quartier generale dell’MI6: qualcuno si è introdotto nel computer di M per fregarsi i dati criptati, e le ha fatto saltare in aria l’ufficio. Sono morti sei agenti, ma il capo si è salvato, in quel momento stava in auto col suo assistente che monitorava dal suo portatile l’intruso informatico.

Gli agenti fra l’altro devono essere morti davvero malissimo, perché quando ci mostrano le bare sono otto.

Bond, sempre al baretto a bere, apprende dell’attentato dalla cnn e torna in servizio presentandosi direttamente a casa di M.

Cioè, che figurone ci fa il servizio segreto inglese, prima M si fa fregare la lista degli agenti(e difatti viene subito sostituita da un nuovo M e prepensionata e pure processata, ma lo vedremo), poi qualcuno si introduce al quartier generale e ci mette una bomba, poi ancora M si fa sorprendere in casa propria, e meno male che era Bond e non un agente nemico.

Lo stile spartano del QG riflette quello generale del film.

La nuova sede dell’MI6 è provvisioriamente situata nei tunnel sotto la metropolitana, ed è qui che 007 deve sostenere i test che valuteranno la sua idoneità a rientrare in servizio attivo.

Prima gli fanno fare delle associazioni di idee, il medico gli dice una parola e lui deve rispondere con un’altra, un po’ come quando mi dicono donna e io rispondo tette, mi dicono lavoro e rispondo tette, calcio-tette, internet-tette, avunculogratulazione-tette..

A lui chiedono Skyfall e risponde Fine, senza spiegare cosa sia ‘sto Skyfall.

Poi gli fanno fare una prova di tiro e spara tanto male che invece del bersaglio ammazza uno spettatore in sala.

Ovviamente lo steccano e deve ripetere l’anno, ma la preside è M che falsifica il registro e lo reintegra alla terza elementare, che è la classe che frequenta lo sceneggiatore di questo film.

La prima cosa che fa Bond per trovare la lista è piantarsi un coltello nel torace ed estrarsi delle schegge di proiettile che si è beccato a Istanbul durante l’inseguimento. Non si ricuce né si versa polvere da sparo nella ferita, ma abbiamo capito che finalmente Rambo ha un successore.

Facendo esaminare le schegge scopriamo che sono frammenti di un proiettile all’uranio impoverito che usano solo tre persone in tutto il mondo. Chissà che affaroni la fabbrica che li produce!

Dei tre affezionati clienti abbiamo comunque la foto, perché si sa che i sicari ci tengono all’anonimato, e oltre a firmare i propri lavori utilizzando una pallottola rarissima certe volte si dimenticano pure la carta d’identità accanto alla vittima.

No, non è Milano Violenta, è James Bond vestito come un motociclista tedesco degli anni ’70.

Bond riconosce il suo avversario e lo raggiunge a Shanghai, dove questo ha un lavoro da compiere (sempre grazie alla segretezza tipica dei sicari sappiamo addirittura quali saranno i suoi prossimi incarichi, probabilmente questo tizio ha anche creato un gruppo su facebook). Dopo averlo osservato ammazzare uno dal palazzo di fronte decide di intervenire e lo butta di sotto, tanto la lista non ce l’aveva. Però gli trova nella borsa una fiche del casinò di Macao, dove prova a cercare altri indizi.

La fiche gli permette di ritirare una valigetta piena di euri. Lo dice nel film, “qui dentro ci saranno (mi pare) cinque milioni di euro”. A Macao. Un agente britannico. Euro. Vabbè.

Poi conosce la direttrice truccatissima del casinò, che gli rivela di essere tenuta in ostaggio da tre cristoni per conto del suo terribile capo, che a questo punto lo capisce anche un idiota che è il cattivone del film.

Bond mena i tre cristoni e poi si imbarca sullo yacht della truccatissima come un ospite di riguardo, anche se l’equipaggio è tutto composto di sgherri del cattivone, pare che a nessuno interessi; si fa il viaggio nella cabina di lei, se la ripassa nella doccia, poi quando sono finalmente in vista dell’isola dove il misterioso supercriminale ha allestito la sua base (la location migliore del film), Truccatissima si fa gli scrupoli e propone a Bond di tornare indietro. Troppo tardi, risponde lui, ci sono tutti gli sgherri di prima che si sono ricordati che Bond è quello da arrestare e l’hanno circondato coi mitra in mano.

Insomma che arriva davanti al cattivo in manette, ed è il momento dello spiegone.

“Ero più biondo per i Coen o per Mendes?”

Il nemico di turno è Zero Zero Catìvo, un ex agente che vive craccando le ultime versioni di photoshop per pagarsi le tinte, che da Non È Un Paese Per Vecchi ha scoperto di piacersi un casino biondo e ha l’incubo che si veda la ricrescita. Oltretutto ha un apparecchio per i denti che se lo vede Sarah Jessica Parker se lo fa fare uguale.

Ha ordito un piano pazzesco per uccidere M, che non gli vuole più bene, e cerca di convincere Bond a passare dalla sua parte. Se lo porta a spasso per l’isola dopo averlo slegato (ma allora cazzo l’hai fatto catturare a fare, dico io?), gli mostra la tizia truccatissima di prima, che è ancora legata, e la usa per il tirassegno insieme a Bond. Lui non la centra neanche per sbaglio, tira a caso e ammazza il protagonista del film proiettato nella sala accanto. ZeroZeroCatìvo ovviamente la prende in fronte, ma a quel punto Bond ammazza tutti gli sgherri presenti e fa catturare il catìvo dagli elicotteri che ha chiamato prima, mentre era sulla barca.

Adesso il cattivo Catìvo è prigioniero nella gabbia di vetro di Magneto, ma se la ride di gusto, perché farsi catturare era solo una parte del suo piano, no? Cioè, che colpo di scena che non aveva capito nessuno! Infatti scappa travestendosi da poliziotto e fa cadere un treno in testa a Bond, poi cerca di raggiungere il tribunale dove si sta tenendo il processo a M, ma viene fermato e riscappa.

Naturalmente è chiaro a tutti che se non si faceva arrestare gli sarebbe stato impossibile fare tutte queste cose, no? Anche con l’aiuto dei suoi scagnozzi che lo aiutano a scappare, non avrebbe mai potuto portare a termine il suo piano diabolico, è evidente. Neanche se è riuscito a far saltare l’ufficio di M standosene dall’altra parte del mondo, doveva farsi arrestare e condurre al quartier generale dell’MI6 per poter fare finalmente.. cosa, di preciso? Rubare qualcosa? Distruggere l’MI6? Guardare in faccia M e dirle brutta cattiva? Cosa? Perché alla fine non fa niente, si fa arrestare e poi scappa, punto.

Però te la potresti anche comprare una macchina tua, eh?

Bond decide che basta farsi anticipare, adesso ci facciamo inseguire noi, così porta via M sulla Aston Martin truccata che tutti conosciamo, ma che nessuno sa come sia finita a lui, forse è quella che vince a carte in Casino Royale, ma non ricordo che avesse anche l’eiettore e la mitragliatrice. Vabbè, cazzata più cazzata meno..

Si porta via M, dicevo, e va a nascondersi nella casa dove è cresciuto, in Scozia, e che si chiama Skyfall, così capiamo finalmente a cosa si riferisca il titolo del film. Ma non l’accenno durante i test medici, ma va ancora bè, tanto..

Con l’aiuto di Q che dissemina la mappa dell’Inghilterra di tracce informatiche che nessuno tranne ZeroZeroCatìvoBiondo potrebbe seguire (è inutile che cerchiate di capire, non significa assolutamente niente) Bond e il tizio con la barba di Harry Potter, che abita in questa casa vuota aspettando di dare un senso alla propria vita, preparano delle trappole per tutta la casa e si mettono ad aspettare i nemici.

Sparatorie, esplosioni, macelleria come da copione, arriviamo alla resa dei conti, e il finale è l’unica cosa che tiene in tutto il film, ve lo lascio vedere al cinema.

 

Il mio giudizio sul film? Incredibilmente positivo, Daniel Craig è in assoluto il mio preferito e questo film, pur essendo il meno fedele ai canoni della serie, è probabilmente uno dei migliori di sempre. Sam Mendes è un signor regista, la fotografia è splendida, la colonna sonora perfetta, il risultato è una gioia per gli occhi in ogni scena, e quando arrivi ai titoli di coda ti stupisci che sia passato tanto tempo così velocemente. Poi c’è questa scelta di dare a tutto il film un aspetto povero, o perlomeno è quello che ho capito io: ci sono i gadgets supertecnologici che consistono in una pistola e una radiolina (divertente la scena alla National Gallery con Bond e il nuovo, nerdissimo, Q); ci sono le ambientazioni dove la fanno da padroni i mattoni a vista e le rovine; c’è la base del cattivo che alla fine è uno stanzone semidistrutto con cinque computer su tavolini e un casino di fil di ferro; c’è il duello a Shanghai in una stanza buia tutta di vetro (e che meraviglia di regia); c’è la resa dei conti in una casa abbandonata in mezzo alla nebbia scozzese, combattuto tutto con armi di fortuna, e l’ultimo duello finale col cattivo addirittura in una cappelletta abbandonata.

Però la sceneggiatura non regge. Mai. Neanche per sbaglio. È come se uno si prendesse la briga di scrivere una guida turistica dettagliata, piena di foto e accenni storici della cascina davanti a casa mia: un prodotto eccellente, ma privo di senso.

Però è un bel film, lo riguarderei domani.