le disavventure di Giovannino Bellino

Nel tardo ‘400 fra la borghesia milanese scoppiò la moda dell’animaletto da passeggio. Da sempre era consueto incontrare, nei palazzi del potere, ai ricevimenti di gala o nei teatri, dame eleganti con un cagnolino in braccio, fasciato in tessuti costosi. Era uno status symbol, come oggi si sfoggia l’orologio d’oro per mostrare la propria appartenenza a un certo ambiente allora ci si dotava di un cane. I meno abbienti circolavano con bastardini senza valore, ma più si saliva nella scala sociale più il sangue della bestiola acquistava purezza. Si racconta che la moglie di Ludovico il Moro circolasse con un chihuahua appena importato dal Nuovo Mondo.

Il mercato dei cani da passeggio rendeva bene, e questo attirò speculatori di ogni genere. Il più spregiudicato fu certamente Don Giovannino Bellino. Era costui l’ultimo di una famiglia di mercanti molto numerosa, tanto che per distinguerlo dai fratelli veniva chiamato “il Giovane”. Il suo fratello appena più grande era “il Meno Giovane”, quello precedente “l’Un Po’ Più Vecchio”, quindi si saliva fino ad arrivare al primogenito, conosciuto come “Quello Grande”.

Era costui l’ultimo di una famiglia di mercanti molto numerosa, tanto che per distinguerlo dai fratelli veniva chiamato “il Giovane”. Il suo fratello appena più grande era “il Meno Giovane”, quello precedente “l’Un Po’ Più Vecchio”, quindi si saliva fino ad arrivare al primogenito, conosciuto come “Quello Grande”

Giovannino si buttò nel mercato dei cani da compagnia con l’idea innovativa di trasformarlo nel profondo. “Perché limitarsi ai cani?”, si chiedeva. “Ci sono tanti altri animaletti graziosi che potrebbero accompagnarsi al petto di una dama!”.
Lanciò quindi il gatto da passeggio, che non solo sconvolse il mercato, ma sovvertì l’intera struttura sociale della città. Da quel momento chi non poteva permettersi un cane costoso semplicemente si comprava un gatto. Fu la rivoluzione, l’introduzione di un nuovo animale diede una vigorosa spallata alla gerarchia del pedigree, tutti poterono ambire ad essere qualcuno, non esistevano più ricchi e poveri, ma solo persone con un animale in braccio.

Fra le dame si scatenò una vera e propria guerra di cuccioli, chi si presentava al ricevimento col cane neanche la facevano più entrare

Le buone idee, si sa, vengono sempre copiate, e qualcuno pensò che se il mercato aveva accolto bene i gatti chissà come sarebbe stato generoso verso altre specie. Fu così che le botteghe di animali da compagnia si riempirono delle bestie più incredibili. Tutti volevano essere una spanna sopra gli altri, fra le dame si scatenò una vera e propria guerra di cuccioli, chi si presentava al ricevimento col cane neanche la facevano più entrare, la parola d’ordine era “esotismo”.

Antonino Favazza, un marinaio astuto che aveva viaggiato su tutte le acque e parlato tutte le lingue e aveva agganci in ogni porto conosciuto, fu senza dubbio il responsabile della più grossa invasione di animali esotici che la città avesse mai visto. Ogni volta che arrivava in città recava con sé gabbie piene di pappagalli, serpenti, piccoli di rinoceronte, felini di ogni colore e dimensione, scimmiette moleste, addirittura grossi ragni, che quello che vuole fare il pazzesco con gli amici lo trovavi anche allora.

Antonino Favazza, un marinaio astuto che aveva viaggiato su tutte le acque e parlato tutte le lingue e aveva agganci in ogni porto conosciuto, fu senza dubbio il responsabile della più grossa invasione di animali esotici che la città avesse mai visto

Divenne ricchissimo, in poco tempo il suo nome fu più conosciuto di quello di Ludovico; tutti lo cercavano, tutti gli ordinavano animali strani, sempre più strani, tanto che dopo un po’ non seppe più cosa procurare a quel pubblico così esigente. Ormai aveva dato fondo all’intero Bestiario di Linneo, il suo catalogo comprendeva ogni essere conosciuto, dall’immenso elefante (che si portava in braccio solo in gruppo) al piccolo scarabeo stercorario. Gli mancavano solo i microbi e le creature mitologiche, ma contava di riuscire presto a procurare anche quelle, i suoi cacciatori erano da mesi sulle tracce dell’unicorno dalle orecchie a sventola e assicuravano che la cattura fosse imminente.

Tutto cambiò quando il suo agente nelle gelide terre dell’Est gli portò un rarissimo esemplare di ermellone. Grande il doppio dell’ermellino comune, anche l’ermellone era un animale rinomato per la sua pelliccia folta, nella steppa siberiana veniva cacciato senza tregua. Da tempo ormai se n’erano perdute le tracce, si pensava che il bracconaggio senza controllo lo avesse condannato all’estinzione, tanto che gli stessi cacciatori siberiani si erano buttati sull’uccello dodo, meno pregiato ma molto più comune.

Antonino Favazza entrò a Milano fra due ali festanti di folla. Tutti aspettavano trepidanti di scoprire chi si sarebbe aggiudicato quello che ormai era l’Animale con la A maiuscola, il re delle bestiole da compagnia, colui che avrebbe oscurato qualunque rivale, l’ermellone.
Venne istituita un’asta nel Palazzo Ducale, presieduta da Ludovico in persona, accorsero artisti da tutta Europa per immortalare quell’evento. Leonardo Da Vinci volle ritrarre la dama che si sarebbe portata via il prezioso roditore.
L’ermellone stava nella sua gabbietta, frastornato. Aveva dovuto sopportare un viaggio lungo settimane, durante il quale lo avevano nutrito esclusivamente a datteri, l’unico cibo di cui la carovana abbondava, forte della convinzione che per sopravvivere in un paese freddo occorra mangiare cose che provengono dai paesi caldi; era stato chiuso in uno spazio angusto, aveva le zampe intorpidite e adesso tutta quella folla strepitante intorno a lui lo stava rendendo eccessivamente nervoso. Forse fu per questo che ad un tratto si lasciò andare.

Nel bel mezzo di Palazzo Ducale, alla presenza delle più alte autorità cittadine e di tutta la borghesia più in vista, di fronte a pittori, musicisti, scienziati, poeti, proprio in faccia al vescovo, al cardinale e a tutto il clero, l’ermellone mollò la più colossale, devastante, apocalittica cagata che si fosse mai vista. Fu come se una bomba atomica fosse esplosa in mezzo al salone, tutti furono investiti dall’onda d’urto marrone che disegnò sagome umane sugli arazzi alle pareti, cambiò colore al soffitto, cancellò i pregiati marmi del pavimento. Nessuno fu risparmiato, l’ermellone donò a tutti senza tralasciare nessuno, anche chi stava dietro e allungava il collo per sbirciare da sopra la spalla del vicino ricevette la sua dose di popolarità. Chi stava nelle prime file subì gli effetti maggiori. Un cardinale scomparve e di lui non si seppe più niente, un paio di mesi più tardi venne rinvenuta una scarpa.

Come era cominciata, la moda degli animali da compagnia terminò di botto. Le botteghe chiusero, i viaggi per mare si ridussero drasticamente, nessuno volle più sentir parlare neanche di cagnolini. Antonino Favazza si imbarcò quella stessa notte, braccato dai sicari di Ludovico, e di lui non si seppe più nulla. L’ermellone venne dimenticato e finì per estinguersi.

E Giovannino?
A Milano, di questi tempi, non si ricorda volentieri l’uomo che in qualche modo fu l’ispiratore della lotta di classe. Di più, contribuendo all’abolizione della moda dei cagnolini da passeggio scatenò una serie di eventi che portarono alla nascita del comunismo, e in una città amministrata da una giunta di destra personaggi simili si cerca di dimenticarli, piuttosto che di celebrarne le gesta.
Per fortuna restano diversi dipinti a ricordarci chi fu e che importanza ebbe nella storia del nostro Paese Giovannino Bellino.

Con la caduta degli animaletti la sua bottega perse tutti i clienti e dovette chiudere, e Giovannino, che nel frattempo aveva preso moglie, si trovò in grosse difficoltà.

Costei si chiamava Ginevra, ed era una donna molto viziata. Figlia di un banchiere fiorentino era abituata a uno stile di vita dispendioso, fatto di gioielli, ricevimenti eleganti e viaggi per il mondo

Costei si chiamava Ginevra, ed era una donna molto viziata. Figlia di un banchiere fiorentino era abituata a uno stile di vita dispendioso, fatto di gioielli, ricevimenti eleganti e viaggi per il mondo. Non doveva amare molto suo marito, perché appena ebbe sentore della crisi economica lo lasciò per un nobile mantovano più giovane di lei, dalle fattezze femminee e dalla borsa capiente, il principino G.

Non doveva amare molto suo marito, perché appena ebbe sentore della crisi economica lo lasciò per un nobile mantovano più giovane di lei, dalle fattezze femminee e dalla borsa capiente, il principino G

Le nozze col giovane delfino non le garantirono maggiore fortuna, lui la tradiva con una certa Simonetta, una ragazza sempre depressa, che passava le giornate in piedi davanti alla finestra a guardare la pioggia e ad ascoltare vecchie canzoni dei Cure, ma che evidentemente ci sapeva fare a letto, perché gli diede cinque figli, che alla morte del padre si spartirono l’intera eredità, lasciando la povera Ginevra senza neanche una casa. Restituì la sua vita disgraziata intorno ai sessant’anni, per una sifilide che aveva contratto dal marito, e fu l’unica cosa che ebbe in dono da lui.

lui la tradiva con una certa Simonetta, una ragazza sempre depressa, che passava le giornate in piedi davanti alla finestra a guardare la pioggia e ad ascoltare vecchie canzoni dei Cure

Senza moglie e senza lavoro Giovannino cadde in una profonda depressione, si fece crescere la barba e i capelli e si sarebbe lasciato morire, se la sua vita non avesse incrociato quella di Giorgio Guerriero.
Come un Leonardo Da Vinci meno conosciuto, anche lui era una specie di genio, il suo sogno era di costruire strumenti nuovi e improbabili, che migliorassero la vita degli individui. Dal suo laboratorio se ne veniva fuori con idee rivoluzionarie come la Scatola Che Lava Gli Abiti, una cassa di legno in cui gettare la biancheria sporca e ritirarla pulita, grazie a un complicato meccanismo che univa acqua corrente, ruote dentate e una quantità esagerata di criceti. Girava per la città con la sua invenzione più riuscita appesa alla cintola, la lapispada, una matita delle dimensioni di una sciabola, con tanto di impugnatura, che gli permetteva di scrivere sui muri l’indirizzo della sua bottega e difendersi contemporaneamente dalle guardie che volevano multarlo per vandalismo. Era uno spadaccino formidabile, e non perse mai uno scontro, tanto che per celebrarne le gesta si coniò il detto “ne uccide più la penna che la spada”.

Girava per la città con la sua invenzione più riuscita appesa alla cintola, la lapispada, una matita delle dimensioni di una sciabola, con tanto di impugnatura, che gli permetteva di scrivere sui muri l’indirizzo della sua bottega e difendersi contemporaneamente dalle guardie che volevano multarlo per vandalismo

In Messer Guerriero Giovannino trovò uno spirito affine con cui condividere sogni e progetti, e lentamente venne fuori dalla depressione, ma l’inizio non fu facile: Guerriero non poteva mantenersi con le sue invenzioni, per tirare avanti doveva costruire mobili e arredi, come un falegname qualsiasi, e aveva assunto Giovannino per sbrigare le consegne. Il poveruomo attraversava la città a piedi, curvo sotto il peso di un armadio o di una credenza, ma siccome il suo datore di lavoro commerciava quasi esclusivamente con la curia, la maggior parte delle volte lo si incontrava in mezzo alla strada con una grossa croce sulle spalle, madido di sudore, cosa che gli era valsa il soprannome di Sudato Del Signore. Aveva tanto colpito l’immaginazione dei concittadini che qualcuno volle immortalarlo: esiste un dipinto risalente a quel periodo in cui lo si vede ritratto di fronte, con le schegge di legno che gli spuntano dai capelli e rivoli di sudore rosso, evidentemente la vernice usata in falegnameria, che gli colano sul viso. Alle sue spalle, incise su un sole impietoso, le lettere IHS XPS, abbreviazione di Iovanninus Homo Sudatum Express.

Iovanninus Homo Sudatum Express

Nonostante la fatica Giovannino si sentiva appagato dal lavorare accanto a inventore, gli tornò la voglia di mettersi in affari e percorrere nuove strade, conoscere gente, sperimentare. Cominciò anche a frequentare delle donne, la più importante delle quali fu senza dubbio la Fornarina.
Il suo vero nome non si conosce, c’è chi dice Margherita, ma sapendo che lavorava in un forno è più probabile che si chiamasse Rosetta.
La conobbe il giorno in cui consegnò un tavolo al Circolo Bocciofilo Naturista, un’associazione di nudisti amanti del gioco delle bocce. La vide in mezzo al campetto, con una sfera in mano e le altre due ciondoloni, e di colpo dimenticò gli affanni, i tradimenti e anche le altre consegne di quel giorno. Si innamorarono e dopo poco convolarono a nozze.

Il suo vero nome non si conosce, c’è chi dice Margherita, ma sapendo che lavorava in un forno è più probabile che si chiamasse Rosetta

Con l’influenza della Fornarina arrivarono nuove e più ardite idee: Giovannino aveva notato che la maggior parte dei clienti volevano farsi aggiustare il mobile perché mangiato dalle tarme, così suggerì al suo capo di integrare al lavoro di restauro anche quello di disinfestazione. L’idea piacque così tanto a Messer Guerriero che per l’entusiasmo spezzò la lapispada e corse a comprarsi un cavallo.
Nessuno ha mai capito il perché di quel gesto, ma Giorgio Guerriero era fatto così, ormai non ci si faceva più caso.

Messer Guerriero era un bell’uomo sulla quarantina, sempre allegro, con una vitalità difficile da trovare fra i suoi coetanei, e quando camminava per la strada faceva voltare parecchie donne. Sarebbe facile pensare che, non essendo sposato, approfittasse del proprio fascino per condurre una vita licenziosa, ma in realtà non lo si era mai visto accompagnarsi a chicchessia, l’unica donna della sua vita era la madre, la vedova Piorrea.
Questo aveva scaturito strane voci sul suo conto, tanto che quando prese a bottega Giovannino Bellino più d’uno si batté la mano sulla gamba esclamando “Ellodicevoio!”, ma poi il suo aiutante prese moglie e le voci tornarono a essere i soliti bisbigli.
L’unica vera passione di Giorgio sembravano i cavalli. Ogni due giorni lo si poteva incontrare alla stalla di Sebastiano Santosubito, un allevatore che tutti in città conoscevano col nomignolo di Celentano, per essersi trafitto la gola con una freccia durante una battuta di caccia; da quel giorno la voce gli si era ridotta a un sibilo, però sapeva fischiare melodie stupende modulando l’aria che faceva uscire dal buco nel collo.

Sebastiano Santosubito, un allevatore che tutti in città conoscevano col nomignolo di Celentano, per essersi trafitto la gola con una freccia durante una battuta di caccia

La vedova Piorrea non sembrava preoccupata del disinteresse del figlio verso le donne, era convinta che presto o tardi avrebbe trovato quella giusta e, anzi, secondo lei quelle visite così frequenti al maneggio di Santosubito nascondevano qualche interesse sentimentale. Non aveva forse l’allevatore una figlia ventenne? Sarà stata un po’ giovane, forse, ma era talmente graziosa che tutti in città la chiamavano “la principessina”.

“Un cavallo in casa? E dove ce lo mettiamo?”, domandò la vedova quando vide la grossa bestia. Era davvero enorme, tutto bianco, con delle labbra rosse e carnose.
“Non ti preoccupare, mamma”, le rispose Guerriero, “Lo terrò in cameretta con me e tu non ti accorgerai neanche di averlo.”
La madre li scrutò entrambi grattandosi il mento. Quell’animale non la convinceva affatto, forse per via di quello sguardo cupo che aveva.
“Ma no!”, rise Guerriero, “Non è uno sguardo cupo, è la matita per gli occhi!”

Giovannino credeva che la scelta di comprarsi un cavallo fosse dovuta alla prospettiva di un improvviso aumento di lavoro: col mestiere di falegname e quello nuovo di disinfestatore, i clienti sarebbero almeno raddoppiati, e un quattroperquattro era la scelta più ragionevole per accelerare gli spostamenti in città.
Si immaginava figura di secondo piano in un’epica battaglia fra il suo capo e l’immondo acaro, ma non per questo credeva che il suo lavoro fosse meno importante. Era convinto, anzi, che il suo consiglio avrebbe portato ricchezza ad entrambi, e vedeva il futuro così roseo che corse a casa e ingravidò la moglie.
Non è da biasimare per questa sua decisione avventata: ciò che accadde dopo era qualcosa che neanche il più fantasioso pessimista avrebbe potuto prevedere.

Una sera che la vedova Piorrea non riusciva a dormire scese al pianterreno e sentì degli strani rumori provenienti dalla stanza dove dormiva il figlio. Temendo che il poveretto stesse male aprì la porta per sincerarsi della sua salute e si trovò di fronte allo spettacolo più assurdo che mente umana potesse partorire.
Non sto a scendere nei dettagli, ma diciamo che a Messer Guerriero piaceva stare sotto.
Nel corso dei secoli parecchi storici si sono domandati perché Messer Guerriero avesse deciso d’un tratto di portarsi a casa il cavallo, invece di continuare a frequentarlo al maneggio, al riparo da occhi indiscreti, e la risposta più comune è stata “Baah, ma chi se ne frega!”.

Lo scandalo fu enorme, in una società fortemente cattolica come quella di allora la notizia che il cavallo non era neanche battezzato fu come una bomba. Nessuno volle più dare lavoro a quel pervertito di Messer Guerriero, e le decine di manifesti che aveva fatto preparare da un pittore famoso finirono al macero: si vedeva lui a cavallo mentre colpiva a morte un acaro gigante, mentre sullo sfondo una figura femminile (la cliente spaventata dagli insetti) aspettava di essere liberata dalla minaccia.

Chi si trovò più a mal partito fu però Giovannino, che finì un’altra volta disoccupato. Memore delle esperienze passate e con una famiglia ad aspettarlo a casa non ripiombò nella depressione, ma si inventò un nuovo mestiere, il pizzaiolo. Nessuno conosceva quel piatto oggi così celebre, lo stesso Giovannino ignorava cosa fosse in realtà una pizza, tanto che ai suoi clienti preparava ogni volta un piatto diverso: pasta al ragù, che presentava come “pizza margherita”, braciola di maiale (“pizza quattro stagioni”), minestrone (“pizza capricciosa”) oppure niente (“fantasia dello chef”).
Non ebbe alcun successo, il primo e ultimo avventore della sua locanda fu suo zio Antonio, che dopo aver provato il menu del giorno passò una notte in preda agli incubi e morì prima dell’alba strillando “Vedo i draghi!”.

il primo e ultimo avventore della sua locanda fu suo zio Antonio, che dopo aver provato il menu del giorno passò una notte in preda agli incubi e morì prima dell’alba strillando “Vedo i draghi!”

Giovannino non si arrese e provò ancora a guadagnarsi da vivere con altri mestieri, ma non ebbe maggiore fortuna. Fece il ritrattista, ma non possedeva il minimo senso delle proporzioni, non riusciva mai a farsi bastare una tela, finché un giorno dipinse il naso di un nobile sul ritratto della di lui moglie, e quello si offese a tal punto che lo fece crocifiggere.

Povero Giovannino, non era un uomo cattivo, solo troppo sfortunato. La sua sorte avversa fu talmente cattiva da diventare proverbiale. Per anni si diceva in città “roba da Giovannino” quando capitava un evento luttuoso, e perfino suo figlio ancora in fasce, quando qualcuno notava in lui una somiglianza col padre defunto, sorrideva e faceva gesti scaramantici con le mani.

(Grazie a Morof  per l’ispirazione e i quadri)

perfino suo figlio ancora in fasce, quando qualcuno notava in lui una somiglianza col padre defunto, sorrideva e faceva gesti scaramantici con le mani

centotre-e-tre n.4

Riassunto delle puntate precedenti:

Bruno Lauzi – Garibaldi
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?

Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp 

Eravamo rimasti a Tony Bennett, che fra una canzone pizzamandolino e l’altra trova il tempo per dipingere ed esporre i propri quadri allo Smithsonian di Washington D.C., ma non quello per comprarsi un paio di occhiali con una montatura di questo secolo, ma quelli sono affari suoi.

Il connubio fra pittura e musica è molto antico, si dice che già i nostri antenati delle caverne amassero intonare dei motivetti orecchiabili mentre lasciavano manate sulle pareti di roccia (anche se esistono altre correnti di pensiero riguardo la nascita stessa della musica), e da allora siamo stati testimoni di innumerevoli casi di musicisti/pittori, o viceversa.

Tutti sappiamo che Leonardo Da Vinci era uno straordinario pittore e anche un ottimo suonatore di lira, e l’amicizia che legava Vasilij Kandinskij ad Arnold Schönberg ci spiega un sacco di cose sul connubio fra queste due forme artistiche, ma per esempio pochi sanno che anche in tempi più remoti era usanza comune per un pittore intraprendere ad un certo punto della propria vita la carriera musicale: verso la fine del XIII secolo il pittore Cimabue, messo ormai all’angolo dal suo allievo Giotto, decise di appendere la tavolozza al chiodo e girare l’Italia cantando stornelli; duecento anni più tardi il Sassetta terminò alla svelta un’Adorazione dei Magi per poter partire in tournèe col suo gruppo hard rock, dove suonava la batteria.

Il Sassetta dietro la batteria del suo gruppo Spingarde’n’Roses

In tempi più recenti i musicisti che si fanno apprezzare anche come pittori sono un esercito: Franco Battiato, Ron Wood, Bob Dylan, il già citato Tony Bennett e la cantante di cui parlerò oggi, Joni Mitchell.

Canadese, un carattere difficile fin da bambina, quando litiga con la maestra di pianoforte perché di suonare i classici non gliene frega niente, lei ha imparato Nella Vecchia Fattoria e vuole fare solo quella. Comincia a dipingere, e dopo il liceo si iscrive a una scuola d’arte, ma anche lì non funziona, le danno da studiare dei quadri che non ritiene adeguati alla propria formazione, e molla tutto.

Nella seconda metà degli anni sessanta è a Toronto che cerca di sfondare come musicista, e incontra, fra gli altri, Leonard Cohen. Non faccio la prossima puntata su di lui perché il suo più fedele seguace, Hardla, non me l’ha ancora chiesto, e quindi vi racconto ancora qualcosa sulla sua biografia, che comincia a farsi interessante quando Joni si trasferisce a New York e comincia a suonare per davvero, e nel 1969 si fidanza con David Crosby, che aveva mollato i Byrds un paio d’anni prima. Altri due anni e la troviamo insieme all’amico e collega di Crosby, Graham Nash.

Questa dev’essere la foto che uno ritrova anni dopo dentro un vecchio libro e mormora fra i denti parolacce irripetibili.

Ho provato a cercare aneddoti su questa storia, ma non ne ho trovato nessuno, immagino sia stato un passaggio abbastanza indolore, visto che poi la collaborazione artistica è proseguita con entrambi, ma è più divertente immaginare che ci sia stata una sera in cui lui è tornato a casa e l’ha trovata seduta a tavola, e quando s’è tolto la giacca lei si sia alzata, l’abbia raggiunto nell’ingresso e gli abbia detto “David, dobbiamo parlare”.

Non credo ci sia bisogno di scendere nel dettaglio, ogni discorso è diverso, ma tutti si reggono sulle stesse fondamenta; di sicuro ad un certo punto c’è stato qualcuno che ha detto “non sei tu, sono io”, e siccome una Joni Mitchell l’abbiamo incontrata tutti nella vita sono sicuro che lei deve avergli fatto un discorso del tipo “siamo troppo diversi, tu sei un pesce e io uno stambecco”, e a nulla sarà valso a quel punto ricordarle che tecnicamente l’animale con le corna era lui, alla fine della conversazione David avrà osservato sgomento la schiena della sua a quel punto ex fidanzata scomparire dietro la porta della camera da letto e si sarà posto la domanda che tutti si sono posti arrivati a quel punto della discussione: “ma se ti chiudi in camera da letto io dove cazzo dormo?”.

Nonostante tutta la caparbietà che ha contraddistinto la sua carriera artistica, o forse proprio per quello, che la caparbietà è solo una delle caratteristiche che le contraddistinguono, io credo che Joni Mitchell appartenga alla categoria di Quelle Che Si Cercano. È una specie molto vasta di donne che comprende le tizie coi problemi mentali e quelle che all’apparenza sono normali, ma che poi si iscrivono ai corsi di buddismo tantrico e massaggio tibetano e quando le rivedi dopo dieci anni ti raccontano che la loro vita è cambiata e pace e amicizia ed è meglio che a quel punto corri via veloce, che se commetti l’errore di invitarle a cena ti accorgi che sono esattamente le stesse stronze di dieci anni fa, solo che ora portano i sandali. Non hanno una casa, non hanno un lavoro, si circondano di amici misteriosi che le ospitano in giro per il mondo e le coprono di regali, e si rapportano a voi nello stesso modo in cui voi vi rapportate al vostro medico: vi considerano indispensabile, ma cercano di frequentarvi il meno possibile. Cercare di tirar fuori qualcosa di costruttivo dalle Tizie Che Si Cercano è inutile e alla lunga dannoso, un po’ come mettersi con una persona tossicodipendente convinti di poterla aiutare. Le Tizie Che Si Cercano non sono dei teneri orsetti pacioccosi a rischio estinzione, sono degli squali perennemente in cerca di preda, sempre in movimento coi loro occhietti inespressivi e i denti affilati, quando se ne avvista una è meglio correre a chiamare il bagnino e far mangiare lui.

L’ho già scritto che Joni Mitchell è anche un’ottima pittrice?

Mi sarebbe tanto piaciuto proseguire la mia catena musicale con Graham Nash, visto che anni dopo ha suonato con David Gilmour nel suo meraviglioso tour acustico, ma abbiamo detto che dev’essere un viaggio di scoperta, no? Joni Mitchell la scopro oggi, e devo continuare in questa direzione; i Pink Floyd che scoperta sono, che li ascoltavo in terza media?

Del gruppo, all’epoca del tumultuoso ingresso di Joni Mitchell, ha fatto parte anche Stephen Stills, che immagino nella scomoda veste dell’amico confidente che poi alla fine non scopa mai, svergliato nel cuore della notte da David che non sa dove andare a dormire, da Joni che vorrebbe un consiglio disinteressato e infine da Graham, divorato dai sensi di colpa. Non parlerò neanche di lui nella prossima puntata, ma del quarto elemento, arrivato dopo e scampato al tumultuoso giro di telefonate notturne.

Per il momento ascoltatevi uno dei successi di Joni Mitchell, tenendo presente che prima o poi la figlia di Bill Clinton deciderà di buttarsi in politica, e se un giorno il primo presidente donna degli Stati Uniti si chiamerà come una squadra di calcio londinese sarà tutta colpa di questa canzone.