Marseille (parte 3)

3. Dove ci si pongono interrogativi sul prezzo delle bibite in Francia e su altre cose non meno importanti

Le strade erano deserte, non un bar, una vetrina illuminata. Tolto l’assembramento intorno al Vieux Port sembrava che il centro fosse stato evacuato.
In Rue Pollak si fece attirare da un po’ di movimento in cima alla strada. C’era un locale frequentato da beoni eterogenei, di fronte alla ciucca crolla ogni pregiudizio. Un nero gridava qualcosa a una donna, lei gli rispondeva allo stesso volume, tutto nell’indifferenza delle finestre affacciate su quel tratto di strada.
Non si fermò, aveva bevuto abbastanza e voleva solo sparire sotto una coperta e smettere di pensare.

In Place du Marché des Capucins la strada era sbarrata da pile di cassette per la frutta. Era la piazza del mercato, i banchi erano stati smantellati, ma qualcuno esponeva ancora la merce, e gli esercizi intorno sembravano in piena attività. Pasticcerie arabe, alimentari halal, un minimarket.
Gli venne fame, nella pasticceria i dolci erano accatastati in disordine come scaricati da una ruspa. Tutta quella confusione alimentare gli rendeva difficile la scelta. Si fece consigliare dal proprietario, un uomo basso con una lunga barba.

“Ti piacciono le mandorle?”, fece quello, e senza attendere risposta prese un pezzo di carta e pescò una specie di cannolo da uno dei mucchi.

Bene, per la colazione dell’indomani aveva trovato il posto giusto, pensò Gabriele tornando verso l’albergo, e bastò quella piccola determinazione per fargli ritrovare abbastanza buonumore da restare a galla.

La distesa di tavolini davanti all’hotel adesso era occupata da uomini in caffetano impegnati in chissà quale discussione molto concitata. Si sentivano anche dalla camera nonostante le finestre chiuse, e non smisero di salmodiare fin oltre le due. Il resto della notte se lo prese un bambino disperato, da qualche parte nell’edificio.

In quello stesso momento Naïma era in una casa che lui non avrebbe mai visto, probabilmente stava dormendo accanto a un uomo che lui non avrebbe mai voluto vedere. Avevano costruito un loro linguaggio comune che a Gabriele sarebbe risultato estraneo, i legami della sua storia precedente si erano sciolti, ormai per lei era poco meno che un estraneo. Era questo pensiero a non lasciarlo dormire, ben più degli strilli che echeggiavano in corridoio e del brusìo giù in strada.
Da sei mesi stava inseguendo un fantasma, manteneva una conversazione con un interlocutore che aveva la faccia di Naïma, ma di fatto era sempre lui. Se avesse dedicato i suoi pensieri a una pianta sarebbe stata la medesima cosa. E nonostante ne fosse consapevole non riusciva a tirarsene via.
Aveva ragione Pierre, doveva vederla e liberarsi di quel peso. Per sé stesso, non per ottenere qualcosa: Naïma era andata, l’aveva persa, ma per andare avanti doveva fare pace col suo ricordo, o non se ne sarebbe liberato mai.

Fece finta di dormire per ingannare il mattino, ma quello non si fece fregare e arrivò prima che potesse riposarsi.

Il mercato stava aprendo, in tutto il quartiere di Belsunce i commercianti allestivano le botteghe. Se volevi comprare un tajine, una wok, un piatto disegnato o delle babbucce colorate non avevi che da entrare in un negozio a caso e allungare una mano.
I banchi di frutta erano rigogliosi, facevano venir voglia di diventare vegani e vivere di macedonia, ma quello che cercava in quel momento era caffè. Forte. Amaro. Voleva un bar, e quella maledetta città ne sembrava sprovvista.

Superò il porto, non gli andava di sedersi ancora in quei posti fighetti. Aveva in mente un tavolino poco frequentato in cui farsi servire uno di quei deliziosi croissant caldi e una baguette con burro e marmellata con cui accompagnare il caffè.
In Place de Lenche ne trovò uno già aperto e si mangiò il fabbisogno energetico della città di Pescara.
Il croissant era ottimo, e meno male, perché quel brodo nero nella tazzina aveva un sapore che lo offendeva come essere umano.
Se vuoi vendere acqua torbida vagamente aromatizzata nessuno te lo vieta, il mercato è libero, ma almeno sii onesto coi tuoi clienti e chiamala in un altro modo. Chiamala Noncaffè, Mancoperilcazzocaffè, Eaudepalude.

Erano le nove, aveva ancora del tempo per sé, e anche per avvisare Naïma.
Il pensiero gli fece contrarre lo stomaco, e visto quello che ci stava versando dentro fu un bene.

“Ma toddetto che se va de la! Nun la sai legge staccartina!”

Gli italiani all’estero sono rumorosi, i romani sono i più rumorosi di tutti. E lui ne aveva un paio alle spalle. Non è che volesse aiutare dei compatrioti in difficoltà, ma quel berciare gli stava guastando la colazione.

“Cosa state cercando?”, chiese.
“Oh! Uno che ce capisce! Sia ringrazziata lamadonna!”, esultò la donna. Era bassa, secca e rugosa. Ricordava un cagnolino con gli occhi a palla, disidratato. Nervosa, puntava le dita verso il bar e la piazza e la strada e il porto e diceva cose a vanvera senza rispondere alla domanda, peraltro circostanziata, e si fermava e rimbrottava il marito.
Lui era molto più alto, indossava un cappellino da baseball con scritto Ischia e teneva una videocamera appesa al polso di cui sembrava essersi dimenticato. Ciondolava come sotto l’effetto di un oppiaceo, e come dargli torto? Stordirsi di narcotici doveva essere l’unico modo legale per gestire una moglie come quella.
Era la classica coppia in vacanza con cui ti andrebbe di socializzare tenendo in mano una scure.

“Questo prima che chiede ninformazzione stamo freschi! Cercamo a cattedrale!”
“In fondo alla via”, tagliò corto Gabriele, indicando il cartello Rue de la Cathédrale.
“Ma ce stava pure a scritta! Vedi a sapè le lingue!”

Già, Marsiglia ha anche una cattedrale, che lui nel suo trip neoromantico postatomico si era dimenticato di considerare. Doveva trovarsi a un paio di minuti da lì, tanto valeva darci un’occhiata.

“Non dovevi chiamare qualcuno, prima?”, gli chiese a tradimento la sua coscienza.
“Vabbè, dopo lo faccio”, le rispose in una scrollata di spalle non troppo immaginaria.

La vide spuntare appena imboccato il vicolo, ma era una falsa prospettiva: l’edificio stava lontano dalle case, slegato dal contesto urbano. Era grande, non bella. Neobizantina, qualunque cosa volesse dire. Per lui era solo un’altra grossa chiesa a righe con la cupolona e i campanili in facciata, e in mezzo a quella distesa spoglia sembrava un’astronave in sosta. I turisti venivano scaricati dai pullman e intruppati al suo interno in ranghi stretti. Da un portone laterale atrettanti plotoni armati di macchina fotografica e selfie stick venivano espulsi e si dirigevano sotto il sole verso il grosso cubo nero che dominava l’estremità opposta di quel piazzale metafisico. Il MUCEM.

“Adesso però la devi chiamare”
“Magari prima ci faccio un giro sotto per vedere se è aperto”

Era una costruzione splendida. Sembrava una scatola nera intarsiata da un gigante, e si stagliava sul bianco della banchina come un adesivo. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, era inquietante come una visione del futuro. Per quanto lo riguardava era anche dello stesso colore.

“Apre fra un’ora, chiamala”
“Magari faccio due passi qui sotto e la incontro che sta andando a lavorare”

Non la incontrò lì sotto e neanche un po’ più in là. Si avvicinò all’ingresso dei dipendenti con la cautela di un artificiere, ma non riuscì a fermarsi abbastanza per guardare oltre la porta a vetri, gli sembrava di essere nudo, pitturato di rosso, con una freccia luminosa a gravitargli sopra la testa e che appena avesse rallentato e allungato il collo sarebbe risuonata una sirena e tutti l’avrebbero visto e additato. È lui! È venuto a vedere Naïma!

Il resto della fantasia proseguiva con insulti nella sua direzione da parte di tutta Marsiglia compreso il sindaco, che lo raggiungeva seguito da una scorta in abito da parata e gli consegnava su un cuscino la chiave di un’altra città con l’invito ad andarsene immediatamente.

Tirò dritto a passo spedito, rosso in viso e svoltò oltre l’angolo. Era il retro del museo, non c’era niente lì tranne uno specchio d’acqua condiviso col forte Saint-Jean che stava di fronte. Si chiese se fosse permesso stare lì, se fosse arrivato un guardiano a scacciarlo avrebbe dovuto buttarsi in acqua e scappare a nuoto. Cosa che peraltro gli avrebbe permesso di non passare più davanti all’entrata principale.
Si obbligò a rallentare il respiro e i passi, uscì dall’altra parte e andò a sedersi su una panchina davanti al mare. Le mura del castello d’If si indovinavano sull’isolotto di fronte, confuse con la desolazione della spiaggia rocciosa. Il mare era dello stesso colore del cielo, invitava a tuffarsi. Se invece di quel pellegrinaggio si fosse spinto fino al Parc des Calanques avrebbe respirato aria migliore e ci sarebbe scappato anche una nuotata fra gli scogli. Ormai era tardi, il battello ci metteva troppo tempo, rischiava di perdere il pullman. Niente da fare, era lì e doveva fare quello per cui era venuto, parlare a Naïma e chiederle.. scusa? Torniamo insieme? Sei felice? Stai ancora con quel tizio? Cosa le voleva chiedere davvero? Il sole gli sovraesponeva i pensieri, eliminava tutte le sfumature. Riusciva a ragionare solo per assoluti. E gli faceva venire sete. Tornò sulla strada, e sotto i portici del porto vecchio prese una bibita gassata che costava come un Veuve Clicquot.
Qualcuno avrebbe dovuto spiegargli il paradosso tutto francese per cui le bibite costano più care della birra e per una bottiglietta d’acqua devi prima fermarti al bancomat.

Lo schermo del telefono lo fissava per un po’, poi si spegneva e lui lo stuzzicava un’altra volta. Non voleva essere lasciato solo nel momento delle decisioni importanti, ma poi non decideva niente e restavano lì a sostenere una gara di sguardi in cui l’unica sconfitta era la batteria, già al 34%.

“Sono a Marsiglia. Ti va un caffè?”

Tutta la mattina a pensarci e se ne veniva fuori col messaggio più laconico della storia. Aveva dovuto prendersi di sorpresa o non avrebbe mai scritto niente, sarebbe rimasto lì ad aspettare finché non fosse diventato troppo tardi per fare qualunque cosa. Aveva cominciato a scrivere perché e se fosse il caso e a risalire fino alle ragioni in cui, poi si era sentito ridicolo e aveva scritto la cosa più diretta possibile. Pure troppo.
Riprese il gioco di sguardi con lo schermo, in attesa che la spunta raddoppiasse e si colorasse di blu.

“Prende qualcos’altro?”, lo interruppe la cameriera.
“Sì, prendo un..”
DING, fece il telefono.
Argh, disse lui.
“Niente”, aggiunse, e se ne andò col cuore pieno di elio.

La risposta era divisa in qualcosa come sedici messaggi: Naïma apparteneva a quella categoria di persone che non riescono a sostenere il peso di una finestra carica di parole, e ogni due o tre devono spedire. Quando stavano insieme il telefono gli vibrava in tasca per minuti interi ogni volta che dovevano organizzarsi per uscire. Se litigavano lo stillicidio durava ore, una volta aveva dovuto spegnere il telefono per non scaricarlo.

Era sorpresa che fosse lì. Ma non sembrava irritata. E si diceva disposta a vederlo. Appena possibile. Quando finiva di lavorare. Verso le cinque. Che bella sorpresa. Ma cosa ci faceva a Marsiglia.

Le rispose che era a cinque minuti dal suo posto di lavoro e che avrebbero potuto vedersi al bar del museo, sulla terrazza. Dopo non poteva, aveva il viaggio di ritorno e doveva ancora raggiungere la periferia orrenda senza perdersi né venire sequestrato dalle bande criminali che scorrazzano da quelle parti sui loro veicoli truccati e privi di tagliando assicurativo.

Disse che andava bene, ma poteva dedicargli solo poco tempo, mentre le sarebbe piaciuto andare a cena, era tanto che non si vedevano, chissà quante cose avrebbero avuto da dirsi. Lo disse in dieci messaggi.

(continua)

Verdon (5/5)

Arrivammo nella via dove avevo lasciato la macchina. La vedevo parcheggiata là in fondo, la sua targa italiana spiccava fra le altre come un faro. Non ci avrebbero messo molto a identificarla, probabilmente era già stata segnalata, magari la polizia era già diretta sul posto, forse era proprio dietro l’angolo.
Mi feci più sotto i ragazzi vocianti, uno si voltò e mi diede un’occhiata, facendomi temere di essere riconosciuto, poi riprese a chiacchierare con gli amici. Rallentai, badando a non perderli di vista.

Costeggiando la cattedrale i tre giovani malvestiti si dirigevano verso un palazzo dall’altro lato della strada, che recava l’inequivocabile insegna della stazione di polizia. Possibile che fossi stato così stupido? Mi avevano riconosciuto quando si erano girati, e temendo di essere aggrediti mi avevano portato davanti alla stazione di polizia! Da un momento all’altro si sarebbero messi a correre e a strillare, e mi avrebbero fatto catturare!

Mi voltai e tornai in fretta sui miei passi. Presi ogni strada laterale per far perdere le mie tracce, finendo in un quartiere pieno di vicoli e scalette. Era il centro storico, le Panier. C’erano botteghe di arte, di cianfrusaglie, baretti affollati, gente per strada. Senza volere ero capitato proprio nel mezzo di quel che stavo cercando. Puntai un locale dove gli avventori sedevano all’aperto, e cercai lì intorno.
Non mi sbagliavo, a pochi passi dall’entrata un tizio mi si accostò mormorando qualcosa.

“Non capisco”, gli risposi in italiano.
“Vuoi fumo, amico italiano?”, ripetè nella mia lingua. Ecco fatto.
“Non mi serve fumo, ma forse puoi aiutarmi. Voglio documenti, capisci? Papiers. Posso pagarti”.

Spalancò gli occhi. “Non so, non capisco!”, esclamò allontanandosi. Cos’aveva capito? Che ero uno sbirro? Qualcuno si voltò a guardarmi, sperai che la mia faccia non fosse già finita nei telegiornali.
Lo spacciatore mi fece cenno di seguirlo da qualche metro, e si allontanò dalla folla. Gli andai dietro fino a un portone.

“Ti conosco, sei il mostro del Verdon”, mi disse.
“Mostro? Io non sono un mostro!”
“Il ragazzo italiano ha detto in televisione che hai ammazzato i suoi amici, la polizia ti cerca.”
“Ma non è vero! Io non ho ucciso nessuno, è stato Patrick De Pagaion!”
“Ma chi? Il campione di canoa? Seeh!”
“Te lo giuro! E’ stato De Pagaion! Voleva impadronirsi del segreto del Manovròn, una tecnica mistica tramandata di padre in figlio da una famiglia di genovesi! Quel ragazzo italiano che hai visto in televisione è l’ultimo depositario di quel segreto!”

Rise.

“Voi italiani! Telefonino, occhiali da sole e dite sempre cazzate!”
Come cambiano i tempi, una volta mi avrebbe detto pizza e mandolino.
“Io non ce l’ho il telefonino, l’ho tirato dentro una Polo in autostrada!”

Rise più forte.

“Sei incredibile! Ma dove le trovi! Dovresti lavorare in televisione! Perché non vai a lavorare in televisione?”
“Ci sono già in televisione, è per questo che mi servono dei documenti! Allora, mi puoi aiutare o no?”
Gli lacrimavano gli occhi dal ridere, tanto che tirò fuori un fazzoletto tutto sporco e si asciugò la faccia. Quando si fu un po’ calmato gli ripetei la domanda.

“Si, conosco qualcuno che potrà aiutarti, ma è molto caro”.
“Posso pagare.”
“Certo, ho sentito, hai lasciato un debito al campeggio!”

Quel tizio stava cominciando a darmi sui nervi. Forse potevo rivolgermi a qualcun altro, non sarà mica stato l’unico spacciatore della zona, no? Avrei potuto andarmene, cercare un bar, ordinare un caffè, usare il bagno, prendere in presto l’elenco telefonico e cercare alla voce “spacciatori”, o “falsari”.
No, pensandoci bene era un piano irrealizzabile. Il caffè francese è una tale porcheria, non avrei mai avuto il coraggio di ordinarne uno. E poi anche se fossi riuscito a farmi dare l’elenco del telefono sarei stato da capo, non sapevo come si dice “spacciatore” in francese.

“Senti, come si dice spacciatore in francese?”
“Trafiquant, perché?”
“E falsario?”
“Stai cercando di mollarmi, eh? Vuoi andare al bar, farti dare un elenco e cercare un altro spacciatore meno spiritoso, vero?”
“No, no, era solo per curiosità, giuro!”
“Non mi freghi italiano, sapessi quanti ne ho incontrati di furbi come te. Gente che ammazza i compagni di gita e poi viene a cercarmi per farsi indicare un buon falsario che permetta loro di cambiare identità, e quando vedono che faccio lo spiritoso mi mollano per cercare delinquenti più taciturni. Ormai vi riconosco a naso!”

Non c’era niente da fare, mi aveva scoperto. Decisi di non rischiare di compromettermi di più, e lo lasciai a lamentarsi di quanto sono disonesti gli italiani, che gli dicono di passare domenica che gli comprano una dose e poi la domenica lui va e trova la casa vuota col cane in giardino che gli ringhia.

Entrai nel bar affollato lì di fronte.
Il barista mi squadrò con un’occhiataccia.

“Sei italiano?”
“No, ungherese”, abbozzai.
“Non fare lo stronzo, quelle sono Superga”, disse indicandomi le scarpe.
“Sono false, le ho comprate in Ungheria.”
“Se sei ungherese preparami un gulash.”, ribattè incrociando le braccia, in attesa della mia mossa.

Gli avventori del locale tacevano, osservandomi. Si erano spostati verso le pareti, lasciandomi molta libertà di movimento.
Il barista era in piedi davanti a me, le braccia incrociate sul petto, lo sguardo sarcastico di chi sa di avermi in pugno. Non bisogna mai sottovalutare un barista francese, è scritto su ogni guida turistica. Alla minima disattenzione ti vende una bottiglietta di Perrier, e il tuo conto in banca è azzerato. I più pericolosi la accompagnano con un tortino alle erbe decorato con la vinaigrette. Non potevo mostrargli la mia insicurezza, mi avrebbe fatto a brandelli. Sorrisi col mio sorriso più sfrontato, e il gesto lo confuse.
Misi una mano in tasca e tirai fuori un bottiglino.

“Attenti!”, gridò qualcuno fra gli avventori, “Ha della paprika!”
Ora il barista non era più così spavaldo, gocce di sudore gli scivolavano dalla fronte. Sapeva che un mio gesto improvviso poteva mettere a repentaglio l’incolumità sua e dei suoi clienti.

In realtà non era paprika, era un barattolino di marmellata che avevo preso al campeggio, ma tenendo una mano sull’etichetta contavo di reggere il mio bluff fino a permettermi di uscire da quella situazione spinosa.

Tenendolo bene sollevato domandai al barista di passarmi l’elenco del telefono.

“Non si può, devi prima ordinare un caffè”.

Era tosto l’amico.

“E se uso il bagno?”
“Anche. Prendi il caffè e ti do la chiave.”
“Se porto l’elenco in bagno devo ordinare lo stesso il caffè?”
“Beh.. tecnicamente..”
“Se mi dai la chiave posso consultare l’elenco?”
“Cosa c’entra la chiave con l’elenco?”
“Per il caffè non serve la chiave del bagno, giusto?”
“No, che domande..”
“Allora facciamo così, tu mi porti il caffè in bagno, e io intanto consulto l’elenco del telefono qui”

Il barista sembrava convinto, riempì una tazza da minestrone di quella broda nera e si avviò verso la toilette. Con un balzo afferrai l’elenco del telefono e cercai sotto “Trafiquantes”
Ce n’erano tre. Chiesi a un tizio coi baffetti quale fosse il più vicino, e mi indicò la strada. Disegnò anche una piantina sul tovagliolo, ma prendendolo commisi l’errore di lasciar andare il barattolo di marmellata.

“Ehi, ma quella non è paprika!”, si mise a gridare baffetto, “Tu non sei ungherese!”
“Lo riconosco!”, esclamò un altro, “è il mostro del Verdon!”

In un momento mi furono tutti addosso. Mi riempirono di calci, sputi, il barista mi infilò in tasca una baguette al camembert e cetriolo e corse a battere lo scontrino.
Pochi minuti dopo arrivò la polizia. La mia avventura era terminata.

Ora sono chiuso in una cella di massima sicurezza del carcere delle Baumettes, mi hanno dato trent’anni senza estradizione. Esco un’ora al giorno per fare il giro del cortile, non parlo con nessuno, mi odiano tutti, qui gli insolventi ai campeggi sono visti peggio dei pedofili. Il secondino è l’unico che mi mostra un po’ di gentilezza, ogni tanto mi offre una sigaretta, ma è perché sa che non fumo, e comunque prima di passarmela attraverso le sbarre la spiegazza tutta.

Di Alessandro non ho saputo più niente, qualcuno alla mensa ha accennato di una sua partecipazione a un reality show su una rete italiana, del suo fidanzamento con una velina, ma sono chiacchiere da cortile, prive di fondamento. Non che mi interessi, per come sono messo neanche il manovròn potrebbe aiutarmi, sempre che esista poi. Nella solitudine della mia cella ho molto tempo per ripensare a quel che è successo, e certe volte mi sale il dubbio che si sia trattato di una colossale montatura. Gli omicidi no, quelli sono veri, qualcuno ha ammazzato Gabriele e Stefano, forse è stato Alessandro, forse Patrick De Pagaion, ma chiunque sia stato lo ha fatto davvero, e ha fatto cadere la colpa di tutto su di me. Sono innocente, sto pagando le colpe di un altro.

No, sono colpevole, li ho ammazzati io, e sono scappato senza pagare il campeggio. Ho anche fregato la macchina di Alessandro, i suoi soldi, volevo cambiare identità, non avevo futuro, e quei ragazzi mi hanno fornito l’occasione perfetta. Ce l’avevo quasi fatta, mi hanno beccato.

Ma che sto pensando? Colpevole di cosa? Questa cella mi sta facendo diventare pazzo.

Da qualche giorno viene a trovarmi un uomo, dice di essere uno scrittore di romanzi noir, vuole convincermi a pubblicare la mia disavventura in un libro, secondo lui sarà un successo.
Non so se credergli, ma credo che finirò per accettare, non ho niente da perdere, e mettere sulla carta i miei pensieri mi aiuterà a riordinarli, e a capire cosa diavolo è successo in quella gola maledetta.

Comunque sia andata, chiunque si sia macchiato del sangue di quei due poveretti, fra trent’anni uscirò. È questo pensiero a darmi coraggio, uscirò e potrò tornare a quell’agenzia di viaggi, ritrovare quella ragazza col naso a punta e il bel sorriso, e quando l’avrò di fronte la guarderò nei suoi begli occhi e le chiederò:

“E’ ancora disponibile quella vacanza a Zanzibar con la single quarantenne?”

Verdon (4/5)

Davanti ad una baguette chilometrica, caricata a burro e marmellata, il nostro compagno ci raccontò i fatti in breve.

“Dormivo, è arrivato uno e l’ha ammazzato.”
“Un po’ meno in breve?”
“Eravamo in tenda, stavamo dormendo, quando abbiamo sentito un rumore, come una canoa che striscia sul terreno. Gabri si è affacciato a vedere chi fosse, e ho sentito una voce mormorargli in francese ‘Quel est le secret du Manovròn! Cochon!’, poi un rumore come quello che fanno in Dylan Dog quando sgozzano qualcuno.”
“Slurp?”
“Scraatch! Ma non li leggi i fumetti?”
“No, prima che mi vuotassero l’appartamento leggevo solo le etichette dell’acqua minerale”
“E comunque Gabri non aveva mica le coscione! Mi ricordo che ci stava ben attento a non farsi venire le smagliature!”
“E cosa vorrà dire quel est le secret du?”
“Io questi francesi non li capisco mai quando parlano”
“Meno male che non sei nato in Francia!”
“Però non mi dispiacerebbe venirci a stare, magari proprio in Provenza”
“Si, ci sono dei bei posticini, ma vuoi mettere con la Spagna? Ah, io se dovessi andare a vivere in un altro Paese andrei sicuro in Spagna!”
“Eh certo che come a casa propria però non si sta da nessuna parte, eh?”
“Maccheccazzo dici? Abiti a Bolzaneto! A momenti è più bello stare in quella tenda striminzita davanti alla strada!”
“A proposito di tenda, secondo voi chi l’ha ammazzato Gabriele?”

Alessandro si fece scuro in volto e mi guardò, posando il panino con la marmellata che teneva in mano, ancora gocciolante. Stefano lo ghermì ratto come la faina e se lo infilò tutto in bocca.
Capii che uno stava ancora pensando al complotto del manovròn, e che l’altro si sarebbe sicuramente soffocato, ed ebbi ragione in entrambi i casi, Alle si alzò e si avviò verso il lago, Stefano cominciò a diventare color ciclamino e a gesticolare con violenza.
Gli battei sulla schiena fino a fargli sputare l’enorme boccone, e subito tirò un lungo respiro, ma non smise di gesticolare. Appena fu in grado di parlare mi gridò “Fermalo! Se ne sta andando senza pagare il conto!”
Raggiunsi il fuggiasco in mezzo alla boscaglia, mentre stava cercando di raggiungere la spiaggia. Forse cercava di fuggire a nuoto.
“Allora? Perché hai ammazzato Gabri?”
“Ti ho detto che non l’ho ammazzato io, è stato Patrick De Pagaion! Voleva il segreto del Manovròn!”
“Ma ti rendi conto che sei il principale sospettato? Non ci sono testimoni, non ci sono prove!”
“Come no? E queste allora?”, mi gridò in faccia tirando fuori un paio di mutandine femminili.
“Ma quelle sono..”
“No, scusa, ho sbagliato tasca.. Volevo dire.. queste!”, e mi sbandierò davanti delle polaroid che ritraevano Patrick De Pagaion che cercava di far stare un intero coltellaccio da macellaio nella gola di Gabriele.
“..Ma quelle..”
“Visto? Sono innocente!”
“Ma quelle sono..”
“Andiamo da Stefano, non mi fido a lasciarlo da solo”
“Sono le mutandine della tettona francese! Gliele ho viste da sotto il tavolo ieri sera al ristorante! Ma allora la storia del Manovròn è tutta vera! E’ una magia! E’ un potere potentissimo!”
Alessandro era sollevato, ma anche un po’ scazzato, per convincermi della veridicità del suo potere non gli era bastato salvarmi due volte la vita, aveva dovuto imboscarsi con una figa, come se gli fosse servita la magia per riuscirci, lui che aveva un indiscutibile sex appeal.
Tornammo al tavolo, ma Stefano non era lì. C’era il cameriere che voleva che gli pagassimo la colazione. Ebbi un orribile presentimento.
“Stefano ci avrà lasciato da pagare solo quello che abbiamo mangiato o si sarà fatto portare dell’altra roba mentre non c’eravamo?”
Risultò che non aveva ordinato altro, era venuto a cercarlo un uomo tarchiato con orribili pantaloncini da turista e una canoa. Ebbi un altro orribile presentimento.
Corremmo alle tende, e già da lontano un nugolo di mosche ci segnalò la presenza di un cadavere in decomposizione.
Il cadavere era quello di Gabriele, era stato orrendamente mutilato dai vicini olandesi, stanchi di mangiare sempre scatolette di tonno, ma dalla mia tenda proveniva un odore terribile, come di sangue rappreso, di budella sbudellate, insomma di quelle cose proprio macabre di cui sono pieni i film dell’orrore.
Mi feci coraggio e misi la testa dentro.
Alessandro mi osservava sgomento, quando uscii e ripresi fiato dovevo essere bianco come il bucato della signora Longari, ma non quello lavato con due fustini di una marca anonima che te la tirano dietro al supermercato dei tedeschi.
“Avevo lasciato le mutande sporche fuori dalla borsa”, gli dissi.
“Stefano non è lì?”
“No, ho cercato anche sotto i sacchi a pelo e dietro gli zaini, non c’è.”
“Allora forse non è stato ucciso.”
“Che facciamo, aspettiamo?”
“E se poi non lo ammazzano?”
“No, voglio dire, aspettiamo che torni? Magari è andato a farsi la doccia”
“Ma non sono passate ancora tre ore dall’ultimo pasto!”
Ebbi il terzo orribile presentimento.
Corremmo alle docce, e questa volta lo spettacolo orribile non fu l’assoluta mancanza di igiene, né il vedere Stefano nudo, che comunque non era per niente piacevole.
Lo trovammo riverso sul pavimento, con la bottiglia di shampoo in una mano e l’epilady nell’altra.
Qualcuno lo aveva ucciso provocandogli una congestione.
“L’assassino prima lo ha fatto mangiare come un tacchino, poi gli ha fatto fare la doccia provocandogli una congestione, ma chi potrebbe essere così astuto?”
“Il professor Moriarty!”
“No, lui è un personaggio letterario, non esiste.”
“Allora Macchia Nera!”
“Ma Macchia Nera è il nemico di Topolino, fammi il piacere!”

Quel campeggio stava diventando scomodo per noi, era meglio sparire prima di fare la fine degli altri due, era ormai chiaro che qualcuno cercava di toglierci di mezzo per impadronirsi del terribile segreto del Manovròn. Poteva essere chiunque, convincere le ragazze buone a imboscarsi è un potere che farebbe gola a molti.

“Ming The Merciless!”
“No!”

Oltretutto c’era da pagare il campeggio! Decidemmo di partire immediatamente con la macchina di Gabriele.

“Da adesso in poi non dobbiamo più separarci, neanche per dormire, neanche per le ragioni più importanti, niente, dobbiamo stare sempre insieme, ne va della nostra vita!”
“Ok, vado un attimo in bagno e partiamo.”

Caricai il bagaglio in macchina mentre aspettavo che Alessandro tornasse dal bagno.
Poi caricai il suo, che era ancora sparso nella tenda, mi misi lì con calma e raccolsi tutto, lo misi nello zaino e lo infilai in macchina.
Poi smontai la tenda, non fu una cosa semplice, Gabriele l’aveva costruita solida..
La tenda di Stefano non ebbi il coraggio di smontarla, preferii appiccarle fuoco, mi sedetti e la guardai bruciare.
Quando gli ultimi tizzoni si spensero cominciava ad oscurare, e fu allora che mi resi conto della mancanza di Alessandro.
“Avranno sicuramente ammazzato anche lui”, pensai, e partii senza neanche prendermi la briga di controllare. In fondo preferivo non averlo intorno uno così, non sarei più riuscito a trattarlo bene dopo che si era imboscato con la francese popputa, un’invidia feroce mi faceva venire voglia di picchiarlo ogni volta che ce l’avevo davanti.

All’ingresso del campeggio la sbarra era abbassata, il proprietario doveva avere intuito le mie intenzioni scroccherecce, e si era piantato all’ingresso col blocchetto delle ricevute in mano, ben deciso a farmela pagare.
Le mie finanze non erano proprio al lumicino, ma non trovavo affatto giusto doverci rimettere dei soldi solo perché i miei compagni di viaggio si erano fatti ammazzare, in fondo il Manovròn non era mica qualcosa che riguardava me.. e diciamola tutta, io fin lì ci avevo soltanto rimesso, il furto all’appartamento, la figa che si infratta con Alessandro, la pioggia e gli intrighi vari.. mi sembrava giusto che almeno il conto del campeggio se lo pagasse qualcun altro!
Comunicai al proprietario che il mio amico Alessandro stava arrivando coi soldi, io lo avrei preceduto fuori per caricare i bagagli in macchina.
Mi lasciò passare e si rimise di guardia.

Il mio bagaglio consisteva nella tenda di Gabriele e i pochi panni puliti che mi erano rimasti. Il denaro ce l’avevo ancora quasi tutto, e una volta accertato di essere l’unico superstite del gruppo avevo alleggerito i portafogli dei miei ex compagni, tanto a loro non sarebbero mica serviti.
Lasciai per ognuno una moneta, giusto in caso avessero dovuto pagare il traghettatore sullo Stige.

Se il denaro non rappresentava un problema lo stesso non si poteva dire per il mio futuro. Tornare a casa era da escludere, nel tempo impiegato ad arrivare la polizia sarebbe già stata informata dell’accaduto, e io sarei stato il primo sospettato. Senza contare che risultavo scomparso dal lavoro, la mia casa era stata svuotata senza che fosse stato denunciato alcun furto, avevo lasciato un indirizzo falso e guidavo la macchina di una delle vittime. A dirla così non mi credevo del tutto innocente neanch’io.

Avevo due possibilità, trovare il vero assassino e consegnarlo alla giustizia, o cambiare identità e sparire per sempre. La prima era realizzabile solo al cinema, optai per la seconda e mi misi in viaggio verso il posto più vicino dove contavo di trovare dei documenti falsi: Marsiglia.
Nei romanzi di Jean-Claude Izzo la città brulica di malavitosi pronti a commettere qualunque crimine, figurati se non ne trovavo uno disposto a vendermi dei documenti falsi.
Il piano era semplice, una volta arrivato in città avrei cercato di mettermi in contatto con qualche pregiudicato, avrei comprato una carta d’identità fasulla pagandola con la macchina e sarei partito per una nuova vita il più lontano possibile da quella storia di sangue e canoe.
Se è vero che per trovare un buon ristorante economico devi chiedere a un camionista ero certo che uno spacciatore qualsiasi mi avrebbe indicato un buon falsario. Misi perciò a frutto la mia esperienza genovese riguardo ai piccoli trafficanti. Sapevo per certo che era più facile trovarli nel centro storico che nella zona commerciale, e che erano soliti stazionare davanti ai locali più affollati; lasciai la macchina in un posteggio, e aspettai che qualche gruppo di giovani mi conducesse al posto giusto.

Per ingannare l’attesa accesi la radio. Tutti i notiziari parlavano della strage nel campeggio, da quel poco che riuscivo a capire erano stati trovati i cadaveri di Stefano e Gabriele, ma non si parlava di quello di Alessandro. Poi la sorpresa, su una rete locale mandarono in onda proprio la sua voce, sembrava in preda a forte shock e gridava in italiano di essere innocente, che io avevo ucciso i suoi amici ed ero scappato in macchina, lasciando da pagare il campeggio!
Era vivo! E mi stava denunciando! Chebbastardo, io al suo posto non l’avrei mai fatto.
Dovevo sparire, ormai quella macchina scottava, il mio nome scottava, la mia faccia era su tutti i giornali, quanto sarebbe passato prima che un marsigliese mi riconoscesse e chiamasse la polizia?

Mollai la macchina in un parcheggio nei pressi della cattedrale, e mi avviai a piedi in una stradina poco frequentata. Camminai senza meta fino a incrociare un trio di magrebbini chiassosi. Indossavano dei bomber pieni di toppe, e tenevano il cappellino appoggiato in testa come fosse una bombetta. Non è che lo indossassero, era più come se qualcuno gliel’avesse fatto cadere in testa a loro insaputa. Non mi interessavo di moda, ma se la tendenza era quella di ridursi in quel modo ridicolo preferivo pensare che quei tre fossero conciati così a causa di problemi personali, piuttosto che per esigenze di stile.
Li seguii comunque, sperando che mi conducessero a uno spacciatore.
Non era una grande idea, me ne rendevo conto, ma non potevo andare lì e domandare se conoscessero qualcuno che falsificava documenti, come diavolo si diceva “falsificare” in francese? Dovevo procedere per piccoli passi, trovare una scuola di francese, diventare bilingue e imparare a pronunciare correttamente la frase “Scusi, dove posso trovare un buon falsario che mi permetta di cambiare identità?”, quindi interpellare i tre giovanotti, farmi spiegare l’indirizzo, cercare un internet point e collegarmi a un sito di mappe online, ricavare il percorso migliore per raggiungerlo secondo le diverse opzioni suggerite:

  1. La via più breve;
  2. La via più economica;
  3. La via più panoramica;
  4. La via più lontana dalla polizia.

Il mio piano era perfetto, prevedeva anche un piano B, nel caso i tre individui si fossero infilati in un portone. Avrei fornito le loro descrizioni a un poliziotto e mi sarei fatto spiegare dove abitavano. Non potevo fallire.

(continua)

Verdon (3/5)

Senza che gli chiedessi niente, e prima ancora di essermi del tutto ripreso dal pericolo appena corso, venni a conoscenza del terribile segreto che la famiglia di Alessandro custodiva da generazioni, il Manovròn. Una cosa, a suo dire, che poteva risolverti ogni problema, anche il più complicato.
“Cioè, la mia ragazza mi pianta perché mi vedo con una che neanche ci sta e basta che mi metto a pagaiare e me le faccio tutte e due, o perlomeno una?”. Gli risi in faccia.
“Non è un gesto, un’azione, una pagaiata, come i più ciechi potrebbero pensare, il Manovròn è una formula, applicabile a ogni problema ti si presenti davanti nel corso della tua vita!”
“Cioè ho appena assistito ad una specie di incantesimo?”
“Per usare un termine comprensibile a delle menti ristrette e traviate da quello stronzo di Harry Potter, si, una specie. E dei più pericolosi, per giunta. Non l’ho mai mostrato a nessuno, ma qui era in ballo la nostra vita, sono stato costretto a fidarmi di te. Ti prego, non tradire la mia fiducia, il Manovròn ha un potere che farebbe gola a molti, e per questo deve rimanere segreto”.
Mi guardai intorno in silenzio, poi guardai di nuovo l’espressione severa di Alle.
“Stefano, facciamo cambio di equipaggio?”, gridai saltando giù dall’imbarcazione.

Il resto della maratona proseguì senza incidenti, disturbato solo dalla risata stridula di Gabri, ogni volta che il suo compagno di canoa si addormentava facendoli ruotare su sé stessi.
Alla fine della discesa fummo sorpresi da un violento temporale, che ci impose una lunga sosta sotto gli alberi, in attesa del pulmino che avrebbe dovuto riportarci al campo base, e alle nostre macchine.
Veniva giù un’acqua che a confronto il monsone indiano sono due gocce, tuonava da fare paura, e sotto gli alberi ci si sentiva molto bagnati e molto poco al sicuro.
“Metti che picchia un fulmine e ci prende tutti”, diceva Gabriele per infonderci coraggio. Stefano lo colpì con un ciocco bagnato.
Alessandro, in un angolo, mormorava qualcosa, facendo strani gesti con le mani. Pensai che fosse un tentativo di applicare il Manovròn agli agenti atmosferici, e mi allontanai spaventato.
Dopo un’ora di campeggio fantozziano Patrick De Pagaion venne ad avvisarci che il nostro trasporto era arrivato. Era il pulmino di prima, che nel frattempo doveva avere avuto un paio di incidenti, di cui almeno uno molto grave.
Un coro di preghiere si levò, quando ci rendemmo conto a cosa stavamo affidando le nostre vite, ma soprattutto a chi.
Era il rasta di prima, a torso nudo nonostante la temperatura prossima allo zero, con gli occhiali da sole e uno spinellone gigante piantato in bocca. Patrick ci fece salire a bordo minacciandoci con un pagaion, poi disse qualcosa all’autista che gli mostrò il suo dito medio e partì sgommando.
Tutta la strada da lì fino al campo base venne percorsa in un tempo che avrebbe acceso l’invidia di Colin McRae, su due ruote alla volta, per risparmiare sui copertoni.
Ma arrivammo tutti vivi, bisogna ammettere che il rasta fumato sapeva il fatto suo.
O forse, come mi suggerì Alessandro passandomi accanto, fu tutto merito del Manovròn.
Per ex voto decidemmo di andare a cena fuori, una bella mangiata di quelle cose tipiche della Provenza, in un tipico paesino, magari a una sagra locale. L’idea arrivava naturalmente da Gabriele, il più ludico della compagnia, quello che voleva sempre provare tutto, vedere tutto, assaggiare tutto, anche la roba scaduta. Mentre caricavamo i nostri corpi spossati sui sedili dell’auto ci corse incontro ululando, con un foglietto in mano.

“Ha preso una multa”, dissi io, piuttosto esperto del settore.
“Io non la pago”, ribatté Stefano, esperto di prescrizioni.
“Ho fame”, concluse Alessandro.

Era un manifestino di un concerto, che nel nostro francese stentato traducemmo più o meno con:

QUESTA SERA
ORE 22.00
MOUSTIERS ST. MARIE
FESTA PATRONALE (o FETTA PATERNALE, ma ci sembrava meno probabile)
CONCERTO SKA REGGAE CON
LE NEGRE VERDI (o qualcosa del genere)

“Ska reggae? È provenzale?”
“Cantano in francese..”
“Io ho fame!”

Due ore dopo eravamo già in giro per le vie di Moustiers St.Marie, un paese così piccolo, così tirato a lucido e soprattutto così illuminato schifosamente ad arte da sembrare un presepe. Gabriele propose di fermarsi ad aspettare la neve finta, ma Alessandro aveva già puntato un ristorante che proponeva il tipico menù provenzale.

Ma cosa si mangia in Provenza?
Tirammo giù un elenco delle cose a nostro dire tipiche di quella regione della Francia:

la lavanda
i caselli in autostrada
le mucche

“Come le mucche?”
“Le mucche. Io ho visto le mucche.”
“Sarà..”

Entrammo nel ristorante pronti a mangiare carne di mucca alla lavanda, e a pagarla ogni dieci bocconi buttando soldi nel cestino del pane.
La lista delle portate era differente, qualcuno scelse l’insalata del terrore,

“ma no, terruàr vuol dire contadino!”
“meno male, non avevo voglia di mangiare visceri umani.”

qualcuno ripiegò su una più rassicurante bistecca ai ferri, io infransi un tabù che mi portavo dietro dall’infanzia, e ordinai le lumache.
Alessandro era seduto vicino a me, sul lato del corridoio, e stava facendo gli occhi a girandola.
Pensai che fosse un altro dei suoi strani atteggiamenti, ma poi mi resi conto della ragazza seduta al tavolo accanto, proprio davanti a lui, e di colpo smisi di masticare, mostrando a tutti gli avventori il contenuto della mia bocca spalancata.
Dire che fosse bella è poco, perché non era soltanto bella, era provocante, ma anche provocante non rende l’idea.
Era la vista del rifugio dopo tre ore che ti arrampichi sotto il sole, con lo zaino pieno di sassi sulle spalle, il Succubo che arriva a tormentare le notti dell’uomo di Dio, la prova d’esame alla Scuola di Eccitanti. Ogni volta che metteva in bocca la forchetta trovavamo più difficile restare seduti, ogni spermatozoo nei nostri corpi era sveglio e vigile, e spintonava, e ci gridava “Riproduciti! Riproduciti puttana miseria!”.
Indossava una maglietta rossa con una generosa scollatura, che non si preoccupava di celare la generosità sottostante, e quando a un tratto si chinò a raccogliere il tovagliolo, da qualche parte qualcuno ululò.
Alessandro tremava, non credeva possibile che esistessero cose simili. Io mi chinai come aveva fatto lei, per raccogliere gli occhi rotolati sotto il tavolo, e già che c’ero per cambiare posizione, che restare seduto composto era ormai divenuto impossibile.
Non mangiammo altro, Stefano e Gabriele erano di spalle, e anche se si rendevano conto che dietro di loro sedeva l’incarnazione di tutte le pippe del mondo non si voltarono mai, per non essere troppo sfacciati. Io stavo già oltre, mi chiedevo se potesse essere troppo sfacciato saltarle addosso e strapparle i vestiti a morsi.
Poi si alzò, e fu come se si portasse via una parte di noi. Una a caso.
Pensai alle api che pungono e, cercando di volare via, si strappano il pungiglione e muoiono. Mi sentivo strappare via il mio pungiglione, e senza neanche averlo piantato da nessuna parte, che tormento! Guardai andare via la ragazza incapace di parlare, anche solo di voltarmi ad osservare la reazione di Alessandro, ma lo vidi passarmi davanti che la ragazza non era neanche ancora sulla porta del ristorante, aveva gli occhi sbarrati e le mani protese verso di lei.
La seguì fuori del locale, e in quel momento ritrovai le mie facoltà.
Gli altri due aspettavano che facessi lo stesso, o perlomeno che mi mettessi a piangere.
Suggerii invece di andargli dietro, non sapevamo come poteva comportarsi, e l’accompagnatore di lei sembrava piuttosto solido.

“Io devo ancora finire, vacci tu che hai già il piatto vuoto.”
“Il dolce non lo vuole nessuno?”

Dopo il dolce fu la volta del caffè, e poi vuoi rinunciare all’ammazzacaffè?
Dividemmo il conto in quattro, e Gabriele pagò la quota di Alessandro.
“Troviamolo. Lo voglio vivo”, disse.

Fuori dal ristorante non c’era traccia di lui, né delle sue ossa frantumate, segno che la colluttazione col ragazzo massiccio che accompagnava la sirena non doveva esserci stata. Le persone camminavano tranquille, nessuno correva a sedare risse, e non si sentivano rumori allarmanti, solo una musica lontana. Eravamo ancora in tempo per salvarlo.
Seguimmo le note e il flusso della gente fino a una piazza in cui era stato montato un piccolo palco, con grossi amplificatori ai lati. Una rudimentale macchina del fumo generava una nebbia talmente fitta da rendere impossibile capire se ci fosse effettivamente qualcuno a suonare, ma dal casino che facevano dovevano essere almeno in dodici.
Sotto il palco ballavano tutti, giovani, meno giovani, una vecchietta sull’ottantina, un cane nero senza collare, Alessandro non era lì.

“Alessandro non è qui”, dissi a nessuno, i miei due soci erano spariti nella nebbia. Si alzava minacciosa e rapida come il prezzo della benzina, e presto ci avvolse tutti quanti. Mi aspettavo di veder apparire un galeone fantasma, Jack lo Squartatore, il mostro di Lochness..
Apparve Alessandro.

“Dove sei stato?”
“Dove sono gli altri?”
“Dove sei stato? Dov’è lei? Che hai fatto?”

Ripetè il gesto misterioso e sorrise. Capii tutto. Il bastardon sosteneva di essere riuscito a infrattarsi con la sirena, grazie al segreto potere del Manovròn. Gli risi in faccia, gli dissi che era un povero illuso, che se si fosse avvicinato a meno di due metri da lei il suo ragazzo l’avrebbe macinato, e lui continuò a sorridere e a fare strani gesti. Mi chiese ancora dove fossero gli altri, e li seguì scomparendo nella nebbia.
E dire che all’inizio mi era sembrato il più innocuo del gruppo, in pochi giorni si era rivelato possedere una bomba chimica nelle scarpe, una mente da codice penale e una capacità di cadere addormentato distorta e potenzialmente omicida.
Decisi che per il resto della vacanza mi sarei tenuto distante da lui il più possibile.
Naturalmente non fu possibile.

Saranno passati si e no dieci minuti, il gruppo di straordinari musicisti aveva deliziato il suo pubblico con un paio di canzoni praticamente identiche, simpatico attacco reggae, ritornello micidiale con ritmi raddoppiati e chitarre distorte, quello che i più esperti definiscono ska core; se mi avessero sfregato violentemente i testicoli su una grattugia da parmigiano avrei provato sensazioni più interessanti. Sull’assolo di tromba più afono del mondo qualche melomane decise di essere stato stuprato a sufficienza, e mandò in corto l’impianto elettrico, provocando una fiammata da un riflettore che cancellò il parrucchiere dalla lista delle priorità del cantante. Tutte le lampadine esplosero in un simpaticissimo effetto popcorn, gli amplificatori emisero uno squassante grido di dolore e spirarono, la macchina del fumo si spense, ma non ci fu nessun cambiamento evidente, se non che quello che adesso ricopriva palco e spettatori faceva bruciare gli occhi e puzzava molto più del precedente.
I miei amici emersero dalla nebbia tossendo e ridendo, mi dissero andiamo andiamo e mi trascinarono alla macchina.
Seppi più tardi che l’artefice di tutto era stato Stefano.
“Suonavano di merda!” fu la giustificazione, approvata all’unanimità. Nessuno fece parola con Alessandro della sua sparizione appresso alla ragazza popputa, la storia delle sue conquiste in terra straniera non se l’era bevuta nessuno.

La mattina seguente un urlo mi strappò ai dolci sogni in cui con un semplice gesto riuscivo a convincere l’assistente di Patrick De Pagaion a mostrarmi la paperella.
Saltai fuori dalla tenda, e capii che quel giorno in agenzia avrei dovuto scegliere la quarantenne di Zanzibar.
Gabriele giaceva davanti alla tenda, con le gambe all’interno e tutta quella roba che di solito dovrebbe stare dentro una gola, all’esterno. Qualcuno lo aveva sgozzato nella notte.
Pensai subito ai vicini tedeschi, ma non vidi scarponi intorno.
Alessandro! Forse Gabriele gli aveva fatto un accenno al manovròn e quello lo aveva ammazzato per proteggere il segreto di famiglia!
Non era nella tenda, probabilmente si era reso conto di ciò che aveva fatto ed era fuggito con la macchina di Gabri. Cazzo, eravamo anche bloccati lì!
“Cazzo, adesso dobbiamo dividere il conto soltanto in due!”, esclamò Stefano quando si rese conto dello stato delle cose.
Corremmo fino al parcheggio e trovammo Alessandro seduto in macchina al posto di guida.
Si era addormentato appena aveva messo in moto.
“Femmine!”, gli gridai svegliandolo, di soprassalto ed eccitato.
“Alle, hai ammazzato Gabriele!”, gli dissi sconvolto.
“No, non l’ho ammazzato io!”
“Ah, va bene. Andiamo a fare colazione?”

(continua)

Verdon (2/5)

Era il momento di montare la tenda, dividere il gruppo in due, e scegliermi un compagno per la notte che non cercasse di attentare alla mia intimità posteriore. Quest’ultimo timore era andato affievolendosi, conoscendo i ragazzi non li facevo più dei pervertiti, un po’ deragliati e stronzi si, ma secondo natura. Lasciai che a decidere fosse il caso, e mi trovai in tenda con Stefano.
Gabriele e Alessandro montarono in un attimo un prodigio, perfetta sotto ogni aspetto, angoli squadrati, verandina tesa come il panno verde del biliardo, doppi servizi, mansarda, dava un’impressione di solidità addirittura fastidiosa.
La nostra era più.. non so se squallida renda l’idea. La tenda di Stefano era piccola, storta, i picchetti non c’erano o se c’erano avrebbero fatto più bella figura a non esserci, per quanto erano malconci. La copertura esterna era soltanto appoggiata, e donava a tutta la struttura una precarietà che ricordava le favelas brasiliane. Completava il tutto la scelta tattica del posto, sopra una grossa radice, contro un rubinetto, dove ogni dieci minuti qualcuno veniva a lavare pentole, vestiti, bambini e cani.
Avremmo stonato anche in mezzo a Ground Zero, ma vicino alla tenda di Gabriele eravamo proprio la vergogna del campeggio. Non mi sarei certo lamentato, sono sempre stato uno che si adatta, e attualmente quella tenda era tutto ciò che potevo chiamare casa, lì come altrove. Proposi ai miei compagni di celebrare l’arrivo con un salto al lago, la spiaggia era proprio al di là della strada.
Non mi sentirono, la strada era proprio al di là della tenda, e con quel viavai di macchine non potevi neanche sentirti pensare, e ad aprire troppo la bocca te la ritrovavi piena di terra.

Cinque minuti dopo eravamo tutti stesi a prenderci gli ultimi scampoli di sole, sulla spiaggia più rachitica che avessi mai visto, ma stanchi come eravamo ci sembrava i Caraibi.
Davanti a noi, in mezzo al lago, un isolotto molto invitante ci occludeva la vista dell’altra sponda.
Gabriele, che aveva uno spirito intraprendente, o forse era solo più stronzo degli altri, mi lanciò la proposta:

“Perché non ci andiamo a nuoto? Saranno duecento metri, non di più”.
“E se mi morde uno squalo?”
“Non ci sono squali nei laghi”
“E se mi morde una tinca?”
“Cos’hai da perdere? Non hai detto che tutto quello che possiedi è nella borsa che hai in tenda?”

Aveva ragione, l’avevo detto, più o meno dopo che avevamo seminato la Polo targata Roma, ma non mi era sembrato che qualcuno mi avesse dato ascolto.

“Vorrei poterla rivedere, quella borsa.”

Però l’idea mi tentava, mi buttai in acqua e cominciai ad allontanarmi dalla riva con poderose bracciate. Gabriele mi seguiva a fatica, fermandosi ogni due o tre a prendere fiato. Non aveva il mio allenamento, il pivello.
In pochi minuti raggiunsi l’isolotto e mi sedetti ad aspettare il mio compagno, ostentando tutta la sfrontatezza di cui ero capace.
Cinque minuti dopo Gabriele approdò sulla spiaggia, e dovette sbracciarsi per avvisare quelli dall’altra parte che mi venissero a recuperare, ero svenuto.
Non fu il momento più elevato della vacanza, ma neanche il più basso, come scoprii l’indomani, quando risalimmo il canyon fino a Castellane. Avevamo saputo che delle agenzie del luogo organizzavano “avventurose discese fra le rapide del Verdon”, e non ci sembrava vero poterci confrontare con un’impresa no limits da pubblicità degli orologi.

Un losco organizzatore di divertimenti acquatici ci convinse a comprare un pacchetto comprendente discesa guidata in canoa del Verdon e trasbordo alla base, sita nei pressi. Non avevamo la minima idea di come si governasse una canoa, in quattro possedevamo l’esperienza sportiva di un focomelico, io ero quasi morto neanche ventiquattro ore prima, ma il gestore dell’agenzia era un buon venditore, o forse nessuno sapeva abbastanza bene il francese da ribattergli di non rompere le palle, fatto sta che ci ritrovammo di lì a due ore su un prato, in mezzo a dei rasta muscolosi e cannaioli che ci buttavano in mano delle mute da sub sgangherate, giubbetti di salvataggio che dovevano avere visto tempi migliori e caschetti certamente rubati in qualche cantiere. La nostra guida si rivelò essere un ometto tozzo, con una pancia che non lo classificava fra gli atleti della nazionale francese di canoa, piuttosto fra i partecipanti di una gita premio Weight Watchers. Gabriele propose di risalire in macchina e scappare, Stefano, ben più attaccato al denaro, lo indusse alla ragione a schiaffi. Alessandro non parlava già da un po’, osservava l’assistente del panzone, una ragazza magrina, che poco più in là indossava la muta sopra un fisico troppo proporzionato perché nessuno la notasse. Guardandomi in giro mi resi conto che l’avevano notata tutti, tranne Gabriele che continuava a lamentarsi.

La guida, che non parlava l’italiano, e quindi ci aveva presi per dei cecoslovacchi, ci spiegò a gesti che avremmo dovuto salire sul pulmino, che era quella cosa scassata laggiù in fondo che tutti avevamo preso per un cassonetto. Era un vecchio fiat 900 con le portiere aperte, non per far prima, ma perché proprio non si chiudevano. Le gomme non erano neanche più lisce, vertevano decisamente sul trasparente, i fari se li dovevano essere venduti da qualche mese, e adesso due orbite buie sfoggiavano il marroncino elegante della ruggine antica. Gabriele riprese a dire “raga, andiamocene!”, ma ormai era tardi, i rasta fumati ci avevano circondati, e non avevano l’aria di volerci lasciare liberi tanto facilmente. Avevano trovato le loro vittime, adesso si sarebbero divertiti.
Salimmo a bordo e fra preghiere, gemiti e qualche bestemmia sussurrata, la guida cicciona ci menò sani e salvi al torrente. Non era per niente confortante, avevamo percorso duecento metri su un rettilineo, ed eravamo riusciti a fare il pelo a due macchine che venivano in senso opposto.

Sul fiume c’era pieno di gente, canoisti come noi, gente col gommone da rafting, altri a nuoto, sembrava di essere in coda per il traghetto verso la Sardegna. Ora cominciava la vera difficoltà, nessuno di noi sapeva come tenere una pagaia in mano, le istruzioni del nostro accompagnatore si limitavano ad un “così vai, così no, se pagai di qua vai a sinistra, di qua a destra”. Ci sentivamo tutti alla vigilia di una tragedia.
Stefano e Gabriele occuparono la prima canoa, io e Alessandro la seconda, completavano il gruppo una coppia di italiani maldestri, degli olandesi con la paperella, la guida cicciona e la sua giovane e prosperosa assistente.
Una volta in acqua Alessandro vide la guida indossare il caschetto e salire sul suo monoposto segnato dalle infinite battaglie, e all’improvviso lo riconobbe.
“Cazzo, lo sai chi è quello??”
“La guida più grassa del mondo.. anche se a vederlo sulla canoa non sembra neanche tanto ciccione..”
“Quello è Patrick De Pagaion! Il campione universale di canoa!”
“Quello? Ma piantala!”. Non mi intendevo assolutamente di campioni di canoa, ma se quello era De Pagaion io ero Braccobaldo Bau.
“E’ lui ti dico! Vestito da beone estivo non l’avevo riconosciuto, ma adesso ne sono sicuro!”
Come se ci avesse sentito il pingue atleta partì a razzo fino al centro del torrente, quindi si voltò con una piroetta e ci fece segno di seguirlo. Stava proprio nel mezzo di una forte corrente, come se fosse seduto sul divano di casa sua, mentre noi facevamo il possibile per non speronarci uno con l’altro. Non sapevo se fosse davvero il leggendario De Pagaion, ma certamente in acqua ci sapeva fare.

Partimmo in fila indiana, Alessandro estasiato dalle manovre della guida, Stefano e Gabriele in un pericoloso zig zag che disturbava tutti gli equipaggi presenti in quel tratto di torrente, gli olandesi già annegati.
La discesa era meno peggio di quanto sembrasse, e non ci procurò grosse difficoltà. Non avevo tenuto conto, però, della tremenda narcolessia di Alessandro. All’improvviso, forse cullato dalla corrente, forse perché aveva passato tutta la notte a parlare, che alla fine i vicini di tenda tedeschi gli avevano gridato qualcosa di incomprensibile accompagnato da uno scarpone fin troppo eloquente, crollò addormentato, lasciando mezza canoa senza controllo. E proprio in vista di un passaggio veloce, in mezzo a scogli affilati come la lingua di mia sorella quando le presento una fidanzata. Sentivo l’orologio della mia vita ticchettare gli ultimi secondi, e mi trovai a chiedermi se non avessi fatto meglio ad andare a lavorare e ricomprarmi tutto l’arredamento. Va bene mollare tutto e andarsene, ma non intendevo all’altro mondo, porco giuda!
“Alessandro, svegliati cazzo! Siamo morti!”
Niente, lo stronzo dormiva quello che con tutta probabilità sarebbe stato il suo sonno eterno. Beato lui, io invece ero sveglio e avrei dovuto godermi tutti i particolari del trapasso di entrambi, che immaginavo parecchio dolorosi. E bagnati, e non erano neanche passate tre ore dai pasti! Se mi veniva una congestione?
“Se almeno avessi una copia di qualche rivista femminile da leggere, piomberei in catalessi in un paio di secondi e finirebbe tutto senza dolore!”, esclamai, e avvenne il miracolo. Alessandro si tirò su di colpo gridando “Femmine! Dove!”, e si rese conto della situazione.
“Opporcapaletta!”
“Si, siamo morti.”
“Aspetta, fai come faccio io!”, mi gridò, e si mise a compiere uno strano movimento con la sua pagaia, una cosa che non capii bene, di una semplicità estrema, ma nello stesso tempo complicatissima. Stupito abbozzai un gesto simile, certo di non poter mai ripetere una cosa così complessa, e mentre ero lì che mi preparavo all’urto con le rocce, incredibilmente il movimento di pagaia uscì naturale dalle mie mani, e la canoa riprese il controllo, superò l’ostacolo e scese dolcemente nell’acqua più tranquilla.
Alessandro si voltò e mi squadrò severo: “Non dire a nessuno quello che hai visto!”
Io non avevo la minima idea di cosa fosse successo, e anche la frase perentoria di Alessandro mi lasciò parecchio confuso.
“Scusa, cos’è successo?”
“Ti ho detto di non parlane più, basta!”
“Ma di cosa?”, cascavo proprio dalle nuvole.
“E va bene, hai vinto, ti racconterò tutto.”

(continua)

Verdon (1/5)

Partire. Mollare tutto e via, ultimamente il pensiero mi aveva girato per la testa a lungo, ma solo come una sensazione lieve, un rumore di fondo costante, al quale dopo un po’ non fai più caso. E così era stato, avevo finito per abituarmi a considerarlo un passatempo, mi ci baloccavo durante le giornate, mentre mi dibattevo fra i ritmi ossessivi del lavoro in ufficio e il caos della città intorno. Come l’uscita di sicurezza nei grandi magazzini, sai che c’è, la vedi tutti i giorni, e anche se nessuno la userà mai ti dà sollievo. È ben per quello che si chiama “di sicurezza”.
Io ogni tanto buttavo un occhio su questa via di fuga dalla realtà, quando questa diventava troppo pesante da sopportare. Dentro me sapevo che non sarei mai uscito di lì, la porta principale non ha allarmi che suonano, ma se un giorno avessi dovuto servirmene sapevo dov’era, e come si apriva: erano anni che ne studiavo la serratura.

Ci avevo fatto l’abitudine a quella vita, anche se non la sentivo mia, facevo finta di niente, ma non me l’ero scordato che ciò che volevo era qualcos’altro, che non aveva niente a che vedere con quella vita da prigioniero del consumismo. Non li avevo scordati lo studente che occupava l’istituto, il militare che si era fatto un mese di più per non essersi assoggettato alle regole della caserma, l’indisciplinato, l’anticonformista a tutti i costi, le avevo sempre rifiutate le loro regole, imposte da una società in cui non mi riconoscevo. E adesso cos’era accaduto? Come mi ero trasformato in quel personaggio finto, che vive fra l’ufficio e il monolocale, quella specie di Dilbert che abbassa la testa di fronte alle comodità di uno stipendio fisso? Mi ero messo il guinzaglio da solo, e seppure fingessi di non esserne responsabile, che mi piacesse addirittura, stavo tradendo un ideale, e sotto sotto ci stavo male. Avevo un sogno ricorrente: ero morto, in attesa di che si scegliesse la mia meta eterna, e mi trovavo a essere giudicato da un tribunale di fricchettoni, in zaino e treccine, e capivo che la sentenza sarebbe stata severa.

La sera che mi svuotarono l’appartamento fu proprio al culmine di un periodo nero. La ragazza che frequentavo mi aveva piantato dopo aver scoperto che ci provavo con un’altra, quella con cui ci provavo mi voleva solo come amico e ancora meglio come amico che non la cercasse mai, al lavoro andavo sempre più malvolentieri, e i risultati si vedevano, tanto che il direttore in persona mi aveva ripreso più di una volta.
Mi resi conto che qualcosa non andava già dalle scale, al posto della mia porta d’ingresso c’era un grosso occhio nero rettangolare. Non era così quando me n’ero andato, la mattina.
Dentro era un macello, tutti i cassetti aperti, ogni oggetto di valore, seppur modesto, era stato portato via, la televisione, lo stereo, l’intera collezione di compact disc e film, il microonde, il frigo. Ma come accidenti avevano fatto a portarsi via il frigo? Il divano e le poltrone, ma com’erano venuti, col furgone dei traslochi?
In quel momento entrò la vicina cicciona, credo si chiami Loprevite, Lopresbite, per me è sempre stata la Vicina Cicciona che incontravo sulle scale, quella che non si faceva mai i fatti suoi:
“Signor Pablo, ha ricevuto una lettera da sua madre!”, mi frugava nella cassetta della posta, “Signor Pablo, ho detto alla sua ragazza che è andato da quella signorina con l’accento lombardo”, raccontava di me alle persone sbagliate, “Signor Pablo, sono venuti gli operai dei traslochi, ma siccome non avevano le chiavi hanno dovuto smontare la porta”, ma la cosa peggiore, era completamente cretina!

Ero seduto per terra, a guardare l’angolo vuoto dove una volta stava il mio televisore, e a constatare come vi fosse pochissima differenza fra una televisione accesa e uno spazio vuoto e polveroso, quando il vecchio desiderio ritornò a trovarmi, ma questa volta non fu il passatempo ozioso dei pomeriggi di lavoro, mi investì la voglia di fuggire con una violenza che mi fece sudare lungo la spina dorsale. Ebbi un fremito, il pensiero delle responsabilità che istintivamente gli ponevo davanti si sbriciolava senza opporre la minima resistenza, mi appariva sempre più chiaro come in poche ore queste si fossero ridotte all’osso: non avevo una ragazza, il lavoro era in crisi, cosa mi legava ancora a quella città (a quella vita, mi chiesi con terrore)?
Non è che decisi, non potrei parlare di una decisione, presupporrebbe che mi fossi messo a pensare alla cosa, ma non fu così. Ero seduto per terra con la faccia spenta, e il momento dopo stavo buttando in una valigia, troppo brutta e vecchia perché potesse interessare i ladri, quelle poche cose rimaste che ancora rappresentassero una qualche utilità. I vestiti c’erano quasi tutti, tranne i completi, gli unici capi di un certo pregio, che non avrei comunque portato, li indossavo solo sul lavoro. Presi qualche maglietta, i jeans, raccolsi tutte le cose più comode e meno eleganti, vecchi maglioni, scarpe da tennis, un berretto di lana, la sciarpa, un giubbotto leggero e un giaccone invernale, non avevo la minima idea sulla destinazione del mio viaggio, l’importante era sparire.

Non mi presi neanche la briga di telefonare al lavoro per giustificare la mia assenza, né di fare una denuncia di furto. Salutai la vicina, ma solo perché mi si era intrufolata in casa per scoprire cosa fosse successo. Alla fine l’aveva capito anche lei..
“Ma ci sono stati i ladri?”
“No, signora, trasloco, vado a vivere all’estero.”
“Oh”, le sarebbero occorse altre due ore per cancellare l’ultimo pensiero che aveva avuto e tornare all’idea del principio, quella dell’impresa di traslochi.
“Ecco, se mi cerca qualcuno dica che possono trovarmi qui”, le misi in mano un biglietto che avevo trovato sul fondo della valigia, un ingresso a un museo in Finlandia, “Arrivederci”.
Non sarei andato in Finlandia. Non avevo una vera idea di quale sarebbe stata la mia meta, ma certo in Finlandia faceva freddo, e di freddo ne avevo abbastanza a casa mia, da ottobre a maggio, quando il sole è una cosa di cui hai sentito parlare. No, niente climi rigidi per Pablo, grazie.
Avevo sentito parlare di un’agenzia che ti organizza il viaggio in compagnia di altri, che come te hanno deciso di partire nello stesso giorno, mi ci recai per vedere chi stava scappando da una casa svaligiata e da una vita depredata. Non credevo che avrei trovato altri casi analoghi, ma magari saltava fuori qualche idea interessante.
La signorina col naso a punta e il sorriso accattivante mi presentò due opportunità per l’indomani:

una single quarantenne in partenza per Zanzibar, due settimane in hotel tre stelle;
tre ragazzi nel Verdon, campeggio da stabilire, programma incerto quattro giorni, poi Paesi Baschi.

“Niente per oggi? Neanche se mi sbrigo? Guardi, ho già la valigia in mano.”
La ragazza allargò le braccia, “se mi invita posso proporle un cinema sotto casa mia”.
Non mi sarebbe dispiaciuto, in un altro momento, ma volevo scappare da ogni possibile responsabilità, la presi per una battuta.
Ochei, sarei partito l’indomani coi tre ragazzi, mi sembrava che rispondessero abbastanza alle mie scarse esigenze organizzative.

Il mattino seguente mi presentai all’appuntamento con gli sconosciuti, e cominciammo le presentazioni.
Gabriele, uno spilungone con la faccia da checca, che quando si presentò con la sua vocina stridula rafforzò le mie convinzioni riguardo le sue attitudini sessuali. Col cavolo che avrei diviso la tenda con lui! Poi c’era Stefano, un biondo parecchio ambiguo, dava l’idea di quelli che amano legare il partner al letto e frustarlo, vestiti da nazista. Gli occhiali che indossava non riuscivano a nascondere il suo aspetto da pervertito, credo non ci sarebbe riuscito neanche con un costume da scolaretta.
Quando cercai di immaginarlo vestito da scolaretta fu anche peggio. Forse era l’amante di Gabriele, forse ero finito in una gita di culi. Avrei fatto meglio ad andare con la quarantenne, magari ne prendevo anche un po’. Lo studiai ancora un attimo, lui continuava a fissarmi con l’espressione distaccata, più che nazista–prigioniero sembrava un rapporto entomologo–insetto. Rabbrividii con discrezione.
L’ultimo elemento si chiamava Alessandro, e non sembrava affatto minaccioso, il classico tipo tranquillo che vedi vomitare birra alle feste paesane. Probabilmente era il passivo dei tre. Bene, avevo trovato il mio compagno di tenda, quello con cui avrei anche potuto dormire su un fianco senza dovermi svegliare all’improvviso con una mano sul culo.
Saliti in macchina mi ci sedetti accanto, sui sedili posteriori, e bastarono un paio di chilometri per farmi rivalutare da capo la dislocazione nelle tende: gli puzzavano i piedi da paura! Un odore che ti prendeva alla gola, roba da far lacrimare gli occhi. Se Stefano era il nazista e Gabriele il prigioniero omosessuale, Alessandro in questo gioco del lager faceva certamente il bidone di gas tossico!
Aprii il finestrino di un dito, cercando di non dare a vedere che soffrivo.
“Minchia Alle! Come ti puzzano i piedi!” strillò Gabriele con la sua vocina da castrato, e spalancò il finestrino, subito imitato da Stefano e da me.
“Vabbè, scusate, ma le calze con questo caldo!”
“Hai mai pensato di farteli ingessare? Magari nella grafite..”
“No, secondo me dovresti farteli tagliare. Pensaci, non è così brutta la vita su una sedia a rotelle, avresti anche lo sconto al cinema.”
“Ma sei sicuro? Perché se è vero me li faccio tagliare io!”

Su questi discorsi impegnati l’allegra comitiva si mise in marcia, e in un paio d’ore raggiungemmo il confine di stato, salutati da un tripudio di sms delle varie compagnie telefoniche, che ci annunciavano che chiamare in Italia ci sarebbe costato come un trapianto di cornea. Poco male, non avrei saputo chi chiamare, in ogni caso. Avevo voglia di sparire, non di prendermi una vacanza, e non mi sarei di certo fatto rintracciare da un cellulare. Un’idea feroce, ma irresistibile mi trapassò il cranio, e scagliai l’apparecchio dal finestrino, fra gli sguardi stupefatti dei miei compagni di viaggio.

“Era un modello superato, lo volevo cambiare!” dissi ridendo.

In quel momento ci si affiancò una Polo targata Roma, con una donna seduta al posto del passeggero che si teneva un occhio, la faccia piena di sangue, ci fece segno di accostare.
Aveva il mio cellulare in mano, immaginai in fretta cosa poteva volere, e anche i miei soci ci misero pochissimo a capirlo. Adesso avevo una ragione in più per sparire! Gabriele diede di gas, il motore dell’Alfa era più potente, e riuscimmo a seminarla.

La tensione si stemperò piano piano, fra le centinaia di caselli di cui è costellata l’autostrada francese, neanche ce li avessero spruzzati sopra, e le imitazioni di Rain Man proposte da Alessandro ogni volta che si addormentava. Quel ragazzo era incredibile, era lì che ti parlava e di colpo plop, piegava la testa su un fianco, spalancava la bocca e cadeva in uno stato letargico. Gli altri mi spiegarono che soffriva di una curiosa forma di narcolessia che lo colpiva solo quando era su un mezzo, auto o treno che fosse. Non era pericoloso, a patto che non guidasse, chiaro.

“Devi vederlo sull’autobus, quando crolla addosso alle vecchiette! È l’incubo del ventisette barrato!”

Poco prima di mezzogiorno trovammo la nostra uscita, Le Muy, e cercammo sui nostri incartamenti la direzione da prendere per i paesi del Verdon. Sarebbe stato molto più semplice con una cartina stradale, ma grazie alla memoria del Ghiro dai Piedi Sudati, che aveva lasciato tutto l’occorrente in camera sua sul comodino, tutto ciò che avevamo erano dei racconti di viaggio di escursionisti più organizzati di noi che Stefano aveva scaricato da internet. Molto liriche, ma in quel momento perfettamente inutili. Riuscimmo a sbagliare strada quattro volte in cinquecento metri, un record che neanche un pullman di ciechi. Spulciando qua e là stabilimmo una specie di percorso che avrebbe dovuto portarci a Draguignan, e da lì al lago di St. Croix, la nostra meta.
Sotto la freccia per Draguignan ce n’era una che indicava Trans, cosa che fece esclamare a Gabriele, sempre col suo falsetto odioso, “Guardate come sono organizzati in questo paese, hanno le indicazioni anche per andare a zoccole!”.

A Draguignan ci imbattemmo in un ufficio del turismo, e ci sembrò una buona idea fermarci a recuperare delle cartine della zona, sempre maledicendo Alessandro e la sua memoria fallace.

“Adesso devi riscattarti” lo minacciò Stefano “Tu sei quello che parla francese meglio di tutti, vai al banco e chiedi indicazioni!”

Anche se toccava a lui prendere contatto con gli autoctoni entrammo tutti, si sa che gli italiani all’estero si spostano in branco; e appena entrati nel locale manifestammo un’altra caratteristica del Nostro Fiero Popolo:
avevo adocchiato una signorina molto carina dietro il banco, e con un balzo felino precedetti Alessandro, ma di strettissima misura, che anche lui in quanto a vista rapace non scherzava, e finimmo per sbattere contro il banco, sotto gli sguardi impietosi di tutti i presenti.
«Bonjour! Nous avons besoin de renseignements sur le Verdon», o qualcosa di simile. In realtà in due non riuscivamo a produrre francese sufficiente per un tema di seconda elementare, ma la ragazza aveva splendidi occhi azzurri, che colmavano le nostre lacune e ci facevano sentire due novelli Verlaine, solo un po’ più allegri e meno culattoni.
Una vecchia che sembrava uscita da un documentario sulle mummie ci apostrofò in perfetto italiano: “Posso esservi d’aiuto?”. “No, no, siamo a posto, grazie!”
Ormoni 1 – Praticità 0.

Grazie alle indicazioni di quell’angelo riuscimmo a raggiungere il lago di St.Croix, e girammo i campeggi dei dintorni per trovare quello col miglior rapporto qualità/prezzo/vicinanza al lago/figa. Poi, dato che nessuno aveva i requisiti richiesti, quello col miglior rapporto prezzo/vicinanza al lago/figa, quindi a scalare prezzo/figa, e quando ci rendemmo conto che le belle ragazze alloggiavano tutte in albergo ripiegammo su un modesto camping sulle rive del lago, dalle parti di Salles Sur Verdon.
Oddio, prima di vedere l’acqua dovevamo traversare una piana assolata con due rami secchi piantati in terra che il proprietario dello stabilimento chiamava “il boschetto”, quindi una strada a tre corsie perennemente affollata di automobili, camion, biciclette, tutti uniti dalla caratteristica di tirare su un casino di polvere e fare un sacco di rumore, e infine una giungla nera, ritrovo di tutti i maniaci del sud della Francia.

(continua)

and through foggy London town the sun was shining everywhere (6/6)

Cappelleria Regent Street
E si perché il leitmotiv della gita sono io che voglio comprarmi un cappello. Ho cominciato in Italia, ma l’idea era ancora in stato embrionale e non mi ha spinto a nessun acquisto frettoloso, e poi l’inverno si è presentato tardi e le orecchie non mi gelavano ancora. Quando abbiamo deciso di andare a Londra si è capito che l’avrei comprato là, che si sa che l’Inghilterra è la patria assoluta dei berretti e dei cappelli, sai che scelta infinita?
Insomma che i negozi sono ancora aperti e passiamo davanti a questo negozio di cachemire in Regent Street, che ha dei bellissimi cappelli di lana esposti in vetrina.
L’aspetto elegante della boutique ci intimorisce, ma i prezzi sembrano abbordabili, così entriamo. Dentro è tutto molto elegante, gestore compreso, ma c’è un particolare che trasla tutta l’atmosfera da un film su una famiglia importante dell’Inghilterra vittoriana a uno su Christian De Sica arricchito con la moglie burina in vacanza nella City, e questo particolare è Daniela Santanché.

Ora, non so se quella che ho davanti sia davvero l’ex sottosegretaria, ma se non lo è le somiglia tantissimo, ed è impegnata in una di quelle santancherie tipiche che fanno passare in secondo piano il fatto che sia solo una bionda maleducata.
Sta strillando a centinaia di decibel oltre la decenza, in un inglese da caricatura di italiano anglofono dei cartoni di Seth MacFarlane, e pretende di essere trattata meglio perché lei è italiana, non marocchina o araba o indiana (e qui allude pesantemente alla nazionalità del negoziante), e gli italiani vanno trattati con rispetto, e ci aggiunge una sequela infinita di cazzate nazionaliste che nessuna bionda italiana maleducata e sbraitona potrebbe pronunciare senza diventare definitivamente Daniela Santanché. È lei, non ci sono cazzi.

Io e Marzia la fissiamo costernati da tanta violenza, dimentichi anche dei cappelli da esaminare, e quando una signorina visibilmente imbarazzata ci offre assistenza le rispondiamo senza veramente capire cosa voglia da noi. Dopo alcuni minuti l’aggressione verbale cala d’intensità, sembra che all’origine ci fosse uno sconto non dato o qualcosa del genere, e a quanto pare il negoziante si è convinto a scendere a patti. La donna torna a parlare a un volume non percepibile dal marciapiede di fronte e tutto sembra finire lì, ma c’è ancora spazio per una predica non richiesta; la Santanché, infatti, esaurita la rabbia, si mette a pontificare nuovamente sul fatto che lei è italiana, e gli italiani sono un popolo che merita rispetto, e il tono della voce si fa più potente, che il canto delle patrie gesta richiede una certa enfasi, e di nuovo ci troviamo con questa scalmanata in mezzo al negozio ad agitare le mani come dal balcone di Piazza Venezia.

A quel punto decidiamo che i cappelli non sono poi così belli e teliamo prima che qualcuno possa riconoscerci come altri membri di quello stesso popolo cialtrone e maleducato.
Giuro, non mi sono mai vergognato così tanto di essere italiano, neanche quella volta in cui l’ubriacone Bob (stessa città, anni di distanza) mi prese per il culo perché Berlusconi aveva dato del kapò a Schulz.

una foto che non c'entra niente, ma quel giorno sono uscito senza macchina.

Japan Store
Regent Street
L’idea sarebbe di cenarci in questo supermercato giapponese, ma il piccolo reparto cucina è già invaso di occidentali con la nostra stessa idea, così ci limitiamo a un giro e usciamo.

È bello il Japan Store, frequentato perlopiù da europei affascinati dalla cultura nipponica, o semplicemente in cerca di ramen; ci puoi trovare tutto quello che ti viene in mente, dagli alimentari all’oggettistica, esattamente come lo troveresti in un supermercato di Tokyo, ma coi prezzi in pounds. La prima volta che visitai questo posto si trovava in un altro edificio di Regent Street e stava su tre piani, ma si vede che la crisi ha colpito anche loro, oppure i ramen li fanno più buoni altrove. Comunque anche così roba ce n’è parecchia. La nostra scelta è limitata per questioni di bagaglio, prendiamo qualche confezione di caramelle dal nome misterioso (ma per quanto ne capiamo di ideogrammi potrebbe anche essere il prezzo) e usciamo.

Curiosità: nell’edificio accanto si trova il fratello gemello del Japan Store, un grande magazzino che vende prodotti occidentali a una clientela esclusivamente giapponese. Ha i cartellini nella loro lingua e gli inglesi non ci comprano, anche perché le stesse cose le trovano altrove senza bisogno di un interprete.

Un'altra foto paracula che non ha niente a che vedere col testo.

Carnaby Street Quadrophenia
57 Carnaby Street
L’ultimo giorno londinese comincia con una visita a Pretty Green, il negozio di abbigliamento di Liam Gallagher, l’altro Oasis, a Carnaby Street. È una via molto colorata, piena di negozi che espongono cose di moda a prezzi che neanche se te li fabbricasse lo stilista sul momento mentre la sua commessa orientale ti fa un massaggio particolare.
E cosa ci andiamo a fare noi, notoriamente ostili alle cose di moda a prezzi eccetera eccetera, in un negozio così? Che forse siamo diventati improvvisamente fans degli Oasis?

No, è che nel suo ultimo tentativo di acchiappare nuovi fans il vecchio Liam è diventato un mod e ha pensato di ospitare una mostra su Quadrophenia nell’interrato del suo negozietto.
L’ingresso è gratuito, devi solo attraversare incolume i cartellini dei prezzi che ti assalgono da ogni lato, scendere le scale e goderti quel po po popò po’ po’ gran mucchio di..

cartelloni, fotografie, la lambretta del film o una sua buona riproduzione, abiti di scena, postazioni audio in cui ascoltare i demo del disco e comprenderne l’evoluzione. Interessante, tutto sommato, ma molto breve. Comunque Quadrophenia mi piace molto più di Tommy.

British Museum
Great Russell Street
L’ultimo giorno della vacanza lo dedichiamo allo shopping, l’ho detto? L’idea è quella di girare per negozi senza preoccuparci di andare a visitare questo e quell’altro, stancarci meno e toglierci qualche soddisfazione. Per conto mio sono terrorizzato all’idea di dover visitare i grandi magazzini di Oxford Street uno dopo l’altro, ma ho estorto alla mia accompagnatrice la promessa di tornare anche a Covent Garden e infilarci in qualche vicolo.
Così avviene, ci facciamo in fila tutte le versioni possibili dell’Oviesse, tutte caratterizzate da una sinistra costante: non hanno il bagno.
Verso le sei, con una vescica che sembra un pallone, decidiamo di recarci nell’unico posto accogliente dei paraggi, anche se ciò significa violare l’embargo culturale che ci siamo dati: il British Museum.

Ho sempre provato un certo fastidio nel visitare questo edificio, pieno di oggetti provenienti da ogni parte del mondo e mai restituiti ai legittimi proprietari, mi sembra un monumento al furto.

Me l’immagino la scena, Sir Reginald Cavendish sta viaggiando per la giungla indiana insieme a una colonna di servitori che si snoda per due chilometri alle sue spalle e ad un tratto sbuca in una radura. Davanti a lui un gigantesco tempio di pietra nera, lucida, sorvegliato dalla statua di un dio dalla testa di elefante. Dopo un primo istante di sbigottimento Sir Cavendish scende da cavallo, si avvicina alla statua ed esclama soddisfatto “Dear God!”, quindi chiama il suo aiutante occhialuto, il professor John Fitzgerald Holmes, e gli fa: “Allora professore, se dono questa statua al museo crede che me la dedicheranno una sala?”.
Dopo avere impacchettato l’impacchettabile la carovana si rimette in marcia. Il mattino seguente un contadino che vive nei paraggi si alza presto, si lava la faccia, prende il pacchetto con le offerte e si reca al tempio per chiedere al dio Ganesh un raccolto abbondante. Quando sbuca nella radura e non vede più la statua del dio cade in ginocchio, il pacchetto delle offerte si sparge sul terreno e dalla sua bocca sfugge un’invocazione a un dio che non appartiene alla sua religione: Anubi.

Solo in tempi più recenti le mie posizioni si sono ammorbidite, e adesso penso che se tutte le decorazioni interne del Partenone non si trovassero qui forse sarebbero andate distrutte durante la dominazione ottomana. Si, però sticazzi, forse ora potresti restituirle. Si, però la Grecia li avrebbe i soldi per rimetterle al loro posto? Si, però..
Ecco un chiaro esempio del perché normalmente non mi metto a ragionare su queste faccende di cui so pochissimo.
E comunque il British Museum, nonostante le riserve, l’ho visitato tante volte da conoscerlo a memoria, e questo mi permette di fare da cicerone a una fidanzata incredula.

“Ma la Stele di Rosetta si trova davvero qui?”
“Si, è laggiù in fondo.”
“E questa cosa nella teca qui davanti dove si fermano tutti cos’è?”
“Uh. La.. Stele di Rosetta..”

A parte l’antipatia verso l’appropriazione indebita di manufatti il British Museum contiene delle autentiche meraviglie, e a differenza del suo cugino parigino è visitabile in tempi umani. La mia sezione preferita riguarda l’arte precolombiana, ogni volta che vado a Londra mi perdo a guardare nelle pupille sbarrate del Teschio di Tetzcatlipoca e ripenso ai bei tempi di Broken Sword.

Questa foto poi è talmente slegata dal contesto che non l'ho neanche scattata io.
Certo, tanto valeva metterci una bella foto, ma le spice girls sono così urrende che fanno tenerezza.

The Real Greek
60 – 62 Long Acre
Chiudiamo con tre locali in cui togliersi l’appetito, bere una birra o entrare e uscire affascinati.

Il primo si chiama The Real Greek, si trova dietro Covent Garden in mezzo a quell stradine piene di roba che mi piacciono tanto (ma non è assolutamente difficile da trovare, il Long Acre è una delle strade principali) e serve cucina greca, manco a dirlo.
Il cameriere ha la faccia da greco, il naso da greco e parla con una pronuncia tremenda, proprio come i greci, però è italiano, sa fare il caffè ed è pure molto simpatico.
La cucina è composta da una selezione di piattini molto gustosi, le porzioni sono abbondanti (per dire, io sono uscito sazio senza ordinare il menù per ciclopi) e prezzi sono medio alti, come tutti i ristoranti londinesi, tranne giusto il cinese e mcdonalz, ma se vai in vacanza a Londra non è che puoi fare il barbone eh.

The Lamb And Flag
33 Rose Street
Questo pub è il più antico della città, o almeno di ciò si bullano i suoi proprietari, ma la verità è che non esistono testimoni in merito. Uno che aveva bevuto troppo una sera sostenne di essere Connor MacLeod e di avere assistito all’inaugurazione nel lontano 1623, ma era il 26 ottobre del 1991 e il locale era pieno di tifosi della nazionale di rugby, che proprio quella sera si giocava la semifinale con la Scozia. Come il nostro eroe dichiarò le proprie generalità partirono stormi di mazzate che sembrava una rotta migratoria, e in cinque minuti di lui non si seppe più niente.

Il locale comunque sembra davvero vecchissimo, è tutto in legno, anche le ragazze sedute al tavolino che guardano schifate gli avventori, ma loro solo un pezzo.

The Swan
66 Bayswater Road
E qui finisce l’avventura del signor Bonaventura, che gira gira è andato a mangiare nel pub sotto casa proprio l’ultima sera e ha scoperto che ci si mangia anche bene. Il pub è legato alla Fuller’s, una catena di locali concorrente alla Nicholson’s, che abbiamo già incontrato. Cosa si mangia non me lo ricordo più, che son passati tre mesi, ma non era male e la birra era buona. Al tavolo accanto al nostro c’era una coppia di italiani che ha fatto finta di non capire cosa dicevamo e parlava pianissimo per non farsi sgamare, ma lui aveva un maglione della Ueh Figa che giusto un italiano avrebbe il coraggio di portare in pubblico. Quando ci siamo alzati gli abbiamo detto “vabbè ciao eh” e ci è rimasto malissimo.

E basta. È stata una bella vacanza e ci tornerei, anche se Londra comincia a starmi stretta e vorrei vedere un po’ di dintorni.

Grande assente Banksy, che a parte il monopoli semidistrutto di Occupy London non si è mai fatto vedere, e si che Londra dovrebbe essere piena di suoi lavori, e allora mi è più simpatico Invader, guarda, che almeno Parigi l’ha invasa davvero.

and through foggy London town the sun was shining everywhere (5)

Fleet Street
Un tempo conosciuta come “the ink road”, per via delle numerose sedi di giornali che vi si trovavano, oggi che non ce n’è più neanche una non avrebbe senso chiamarla ancora così, ma gli inglesi faticano a cambiare le proprie tradizioni, e piuttosto che scegliere un altro nomignolo cospargono i marciapiedi di inchiostro ogni mattina. È vero, vai a vedere se non ci credi!

Noi comunque ci troviamo lì per caso, sulla via di una delle tante curiosità sceme che vogliamo levarci, e stiamo a guardare la Royal Court Of Justice con la bocca spalancata, quando Marzia vede il grifone in mezzo alla strada.

No, non sono quelle strane pastiglie colorate che prende due volte al giorno quando pensa che nessuno la osservi, è un grifone vero, anche se quello a cui siamo abituati noi liguri ha la testa di aquila. Sta in cima a una colonna, e indica il punto in cui Fleet Street diventa The Strand. Una volta c’era un arco, che adesso si trova dalle parti di St.Paul’s Cathedral, ora c’è questo grosso rettile di bronzo, e c’è una piantata in mezzo alla strada che gli fa mille foto, incurante del traffico.

“Guarda che non sei più in Abbey Road, togliti di lì!”, le grido, ma lei niente. Imperterrita.

In Fleet Street non c’è veramente molto d’altro, la Corte di Giustizia dev’essere anche bella, ma per accedervi bisogna oltrepassare dei controlli, e il poliziotto col pacchetto di guanti in lattice in mano e il sorriso furbetto non mi ispira nessuna fiducia. Proseguiamo.

Old Bailey
Questo edificio, il tribunale penale della città, non ha veramente niente di bello, sebbene risalga alla fine del Seicento è stato bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito negli anni ’50, ma la statua della Signora Giustizia in piedi sulla cupola è imperdibile per i fans di Alan Moore. Spiego per i non avvezzi all’arte delle persone che parlano dentro le nuvolette: Alan Moore è, cito da wikipedia, “un fumettista, scrittore, compositore, cantautore e occultista britannico. Si è guadagnato una notevole fama tra gli autori di fumetti grazie soprattutto a opere quali Watchmen, From Hell e V for Vendetta.
È inoltre un romanziere, cantante e cantautore (particolari le sue rappresentazioni teatrali: un misto tra parte recitata e musica, preferibilmente elettronica) e, dal giorno del suo quarantesimo compleanno, si è autoproclamato mago.
”. Come si fa a non volergli bene a un tizio così? Oltretutto va in giro con una barba da far vergognare anche Gandalf.

Ma restiamo al suo lavoro di fumettista, che è quello che ci interessa al momento. Da tutte e tre le sue opere principali sono stati ricavati dei film più o meno di successo, e può darsi che almeno uno lo abbiate visto, specialmente il terzo, girato dai fratelli/sorelle Wachowski. Ecco, se lo avete fatto dimenticatelo: il film di V For Vendetta nel suo momento più ispirato arriva solamente a scalfire la superficie della storia raccontata nel libro. Torniamo al fumetto, va bene? Che a parlare di quella robaccia mi sento già prudere dappertutto.

All’inizio della storia il protagonista, V, ha un dialogo sul tetto dell’Old Bailey con la “Signora Giustizia”, che termina con una litigata esplosiva.
Tutto lì.
Lo so, potevo arrivare subito al punto ed evitarvi la tirata su Alan Moore, ma è sempre bello cogliere l’occasione per parlare di fumetti, e poi mi sono riempito una paginetta come ridere.

Tower Of London
“E ci si può salire sulla torre? E quant’è alta?” Già da distante non stavo nella pelle per l’emozione, che l’aver saltato il London Eye per la coda chilometrica mi aveva lasciato addosso un sapore amaro di altezze negate, e cominciavo a sentire un bisogno fisico di vedere il mondo dall’alto. Forse è una specie di equilibrio interiore a richiederlo, quando ti senti degli abissi dentro ti serve andare molto in alto per tornare sul livello del mare, e dato che erano ormai tre ore che non mangiavo il mio malessere cominciava a farsi pressante.

La mia fidanzata non mi mise al corrente della terribile verità, dovetti scoprirla da solo una volta uscito dalla stazione della metro.

“Ma questo è un cazzo di castello! Non ci sono torri!”

Lei, paziente, cercò di spiegarmi la storia dell’edificio, arricchendolo dei particolari più macabri affinché mi risultasse interessante, ma non volevo proprio sentire ragioni:

“Ma non ci sono bastati tutti i castelli del Portogallo? Dovevamo vedere anche questo?”

Ci vuole una bella pazienza a starmi accanto ogni giorno, me ne rendo conto. Marzia ormai ci ha fatto l’abitudine, è una persona intelligente e sa come prendermi.

“Piantala di rompere il cazzo!”, esclamò. “Se non ti va bene puoi tornare all’Old Bailey a dire stronzate alla Signora Giustizia, io entro!”

Cinque minuti più tardi eravamo tutti e due sul pontile sottostante ad aspettare il traghetto.

“Venti sterline a testa? Ma questi sono fuori!”, ribadivamo in coro, agitandoci le mani davanti alla faccia nel gesto internazionale del disturbo mentale. “Per vedere due corvi senza le ali e dei tizi col pigiama rosso! Andiamo alla Tate Britain, che è più interessante e pure gratis!”

Tower Bridge
Senza bisogno di attraversarlo, che è lontano e ci passano le macchine, dal lungofiume dietro la Tower Of London si gode di un’ottima vista di questo spettacolare ponte levatoio. All’interno c’è il museo del ponte, in cui viene conservata la prima tavoletta di gomma da masticare Brooklyn, una sceneggiatura originale del Ponte Sul Fiume Kwai e il giorno compreso fra la domenica e una qualunque festività nazionale. Si può anche salire al ponte superiore e attraversarlo, ma solo se non vi accompagna una persona che soffre di vertigini anche quando cammina sui tappeti troppo spessi.

Traghetto
Con 5 paunz ci si può evitare lo sbattone immenso di riattraversare la città a piedi o coi mezzi per raggiungere una meta che sta dall’altra parte, proprio dietro il parlamento e che a saperlo uno poteva andarci quel giorno lì, ma invece niente. Basta prendere il traghetto sul Tamigi alla fermata di Tower Of London e cambiare a Embankment, e ci si gode anche una gradevole vista del fiume e dei ponti dal di sotto, che l’unica alternativa conosciuta per vederli è fare come Calvi, ma poi diventa difficile raccontarlo.

Embankment
Intanto che aspetti il traghetto ed è quasi ora di pranzo il Pablog ti suggerisce di farti due passi nei paraggi. Il lungofiume, te lo dico già, offre poco. L’unica nota di un certo interesse è rappresentata dall’obelisco egizio vigilato da un paio di sfingi in bronzo. Il suo arrivo a Londra è stato abbastanza travagliato, con un naufragio in mezzo, ma l’arrivo è stato una vera festa. Per quella bruttura. Vabbè.
L’unico dettaglio che ho trovato interessante sono i fori lasciati sulle statue dall’esplosione di una bomba sulla strada accanto, durante l’attacco nazista.

Comunque, dovesse scoppiare una guerra nucleare e la nostra civiltà andare distrutta sappiate che sotto l’obelisco è celata una capsula del tempo contenente, fra le altre cose, un ritratto della regina Vittoria e diverse copie della Bibbia. Ehi, bombardieri atomici! Mirate lì!

Princess Of Wales Pub
27 Villiers Street, Charing Cross
Villiers Street è una viuzza in salita che da Embankment ti porta alla stazione di Charing Cross, ed è molto affollata, soprattutto all’ora di pranzo, data l’elevata presenza di ristoranti. Essendo ora di pranzo decidiamo di fermarci e prendere il traghetto dopo, e ci infiliamo nel Princess Of Wales Pub, sperando di cancellare il ricordo di quell’altro pub infame davanti a Downing Street.

Il locale fa parte della catena dei Nicholson’s, e visti i precedenti ci fidiamo.

In effetti la cucina è buona e la signora che gestisce il piano superiore, dove si mangia, è molto gentile. Quando può consulta una gigantesca Lonely Planet dedicata all’Australia, ma per la maggior parte del tempo spilla birre e urla cose in cucina.

Cos’abbiamo mangiato non me lo ricordo, ma non ho maledetto il cuoco e tutta la sua famiglia, quindi immagino fosse buono.

Tate Britain
Millbank
A differenza della sorella più giovane, che ha un piglio più internazionale, la Tate Britain offre uno sguardo approfondito sull’arte britannica dal 1500 in avanti. Custodisce opere celebri, come l’Ofelia di Millais e qualche Turner, ma se non siete degli esperti di arte inglese il rischio di aggirarvi per le sale con lo sguardo assente è piuttosto elevato. Ora mi attirerò gli insulti di qualunque appassionato fra i tre quattro lettori che mi seguono, ma secondo me l’arte britannica è come la sua cucina: deprimente.

Ci facciamo il giro completo del museo in un’ora e mezza e quando usciamo avrei voglia di tuffarmi nel Tamigi. Per fortuna sull’altra sponda si vede la sede dei servizi segreti inglesi, un edificio a forma di alieno di Space Invaders, che mi riporta alla memoria alcune scene di 007 e il fumetto che sto leggendo in quel momento, Queen & Country, e il voler sapere come va a finire la storia mi restituisce sufficienti motivazioni per continuare a vivere.

Minamoto Kichoan
44 Piccadilly
Con la Tate Britain si chiude la nostra visita a Londra. Abbiamo ancora un giorno e mezzo prima della partenza e vogliamo dedicarla allo shopping spudorato. Perlomeno la mia fidanzata, io piuttosto che infilarmi in un altro grande magazzino di Oxford Street andrei a vedere anche il museo dei calzini usati dai sovrani di tutte le epoche, ma magari torniamo in quelle stradine piene di ristoranti intorno a Covent Garden, e accetto con entusiasmo.

Ormai è tardi per le esplorazioni approfondite, torniamo a Piccadilly a cercare Minamoto Kichoan, una pasticceria giapponese di cui abbiamo letto da qualche parte, probabilmente sulla Santa.

L’idea sarebbe di comprarsi delle caramelle, che dopo l’esperienza negativa di Candyjapan (un sito che ti dovrebbe spedire caramelle dal Giappone due volte al mese a un prezzo interessante, ma che invece col cazzo) mi è rimasta la voglia di sapere come si avvelenano quei matti dall’altra parte del mondo, ma il negozio in questione non ne ha. La sua offerta è diversa, quel tipo di diversità che ti fa sbavare per ore davanti al banco incapace di decidere come spendere i tuoi soldi. I pasticcini sono dei capolavori architettonici, perfetti da sembrare finti, e me li comprerei tutti se solo avessi un rene in più da impegnarmi. Eh già, il prezzo dei prodotti è un po’ alto, non puoi uscire con una carrettata di pacchettini colmi di delizie, ma non è per quello che alla fine me ne vengo via senza aver comprato niente. E non è neanche perché è l’ora di cena, e il mio bisogno di carne prende a calci quello di pasticcini fino in strada. E a dirla tutta non è neanche per il fatto che la commessa non ci ha degnato di uno sguardo da quando siamo entrati. No, se devo essere proprio sincero la ragione per cui alla fine decidiamo di uscire senza acquisti è la massiccia comitiva di italiani schiamazzanti che entra all’improvviso e si mette a commentare ogni articolo con strepiti sguaiati. Non li sopporto gli italiani all’estero, ma come vedremo nella prossima puntata dovrò assistere a ben altro.