pronomi possessivi

Riassunto delle puntate precedenti:
Ci sono due che parlano un sacco e non succede niente, poi uno dei due conosce un’altra e succede subito di tutto. Si vede che quando le cose non funzionano è proprio perché non possono funzionare.

Una domenica pomeriggio sono allo stadio ad assistere a un Genoa – Lazio che si annuncia difficile.
Sto al centro della Gradinata Nord, il cuore della tifoseria, proprio dietro due tizi con uno stendardo grande come un letto a due piazze su cui leggo È’C ILGEP. Mi fa piacere per loro, anche se spero che ripongano questa dichiarazione di stato prima dell’inizio della gara, o non vedrò niente.
A pochi passi dalla mia posizione i militi della Frangia Parrucchieri dirigono i cori. Poco sotto il gruppo più estremo del tifo locale, la Brigata Fiorellini, gesticola verso i sostenitori avversari, cercando di spiegare cosa stanno facendo le loro mogli mentre questi sono in trasferta.

Insieme a me c’è Beonio. Da quando frequentiamo due ragazze che vivono insieme anche i nostri incontri si sono intensificati. È stato lui a convincermi ad accompagnarlo allo stadio, fosse per me avrei ignorato per sempre ciò che succede fra quelle mura.
Voleva parlarmi. Dice che le cose fra lui e Francesca stanno andando benissimo, si vedono continuamente, anche se il più delle volte è tutto buio, e mi pianta nel fianco una gomitata allusiva. Ma che ci sta molto bene e fanno anche molte altre cose, tipo andare al cinema. Dove comunque ogni tanto, e mi molla un’altra gomitata allusiva. O arriva al dunque o faccio cambio di posto con qualcuno.
Dice che Anna e Francesca parlano di noi, e che la mia frequentatrice non è altrettanto soddisfatta, mi definisce evasivo. Gli domando spiegazioni, e Beonio scrolla le spalle.

“Non lo so, si lamenta, dice che sei distante. Ma vi vedete?”
“Boh, sì.”
“Ma spesso?”
“Eh.”
“Ma..”, e giù gomitata.
“Ma sì, che ti devo dire?”
“E allora non lo so.”

Per lui una relazione è qualcosa di semplice, stai con una, le togli i vestiti, aspetti il momento di rifarlo facendo altre cose, punto. Quelle sensazioni indefinite che stanno sotto, l’incertezza, il vuoto che non riesci a riempire, lui non le conosce. Io sono fatto di quelle, se potessi eliminare la parte di me che genera questi dubbi probabilmente sparirei, non resterebbe più niente.

Ci sto bene con Anna, perlomeno meglio che con altre ragazze, ma erano anni che non frequentavo altre ragazze al di fuori di Drusilla, con la quale esiste un’amicizia consolidata e priva di malintesi, quindi che ne so davvero se ci sto bene? Questo è stare bene?
La prendo come si prende lo sciroppo per la tosse: anche se ha un buon sapore non è qualcosa che ti cacceresti in bocca se non ci fossi costretto. E a quanto pare lei se n’è resa conto.

“Mi piace, la trovo divertente. Sì, anche eccitante, tieni a posto quel gomito o te lo strappo e lo tiro nel parterre!”
“E allora cosa c’è che non va?”
“È che forse non è abbastanza.”
“Tu sei malato. E la mia ragazza mi rompe il cazzo per colpa tua. Quando ci vediamo mi chiede se ti ho parlato e non scopiamo più, perciò vedi di risolvere questa situazione, chiaro?”
“Non sono malato, sono confuso.”
“Sei un coglione immaturo. Ci uscirei io con lei, se a Francesca andasse di fare una cosa a tre.”
“Ti sei mai chiesto se esiste un mondo fuori dalla figa?”
“Eh?”
“E poi l’immaturo sono io”

Le mie parole sono coperte da un coro potente: la squadra è entrata in campo per il riscaldamento, e la curva si è messa subito al lavoro.

“..noi saremo sempre qua
con le spranghe a caricar
romperemo il culo
a tutti gli ultrà!”

Novemila persone gridano in una sola voce. Novemila persone tranne me. Io non voglio caricare nessuno, neanche ce l’ho una spranga.
Appena la canzone termina faccio le mie rimostranze.

“Scusate, ma se uno non volesse romperlo, il culo agli ultrà?”, grido.
“Vattene nei Distinti, coglione!”, replica una voce più in basso.
“Cazzo ci vieni a fare qua?”, sento alle mie spalle.
“A guardare la partita”, rispondo. “Non sapevo che fosse obbligatorio partecipare ai tafferugli.”

Uno dei capi della curva, appollaiato sulla ringhiera da cui smanaccia ai compagni, mi individua e si porta il megafono alla bocca:
“Oh! Sia chiaro! Se vieni in gradinata canti quando c’è da cantare e alzi le mani quando c’è da alzare le mani, sennò te ne vai! Qui il calcio lo prendiamo sul serio, non stiamo mica a fare tanti discorsi!”
Si accende un dibattito. Sento una voce femminile lamentarsi che lei è venuta a vedere la partita, e se l’obbligo di picchiare qualcuno vale anche per le donne. Il capo coro ci pensa un momento, poi annuncia al megafono che donne, anziani e bambini sotto i sedici anni sono esentati dai tafferugli.
Qualcuno chiede se non sarebbe più pratico spostare le categorie protette più indietro, e lasciare il parterre e i settori immediatamente adiacenti ai facinorosi. Anche per velocizzare le operazioni, si sa che in caso di scontri farsi trovare pronti è fondamentale, lo dice anche Lao Tze.
“È Sun Tzu, coglione!”, grida qualcuno.
“A chi coglione?”

Si comincia a stare stretti, c’è gente che spinge, cresce il volume delle proteste. Quelli sotto che non vogliono botte chiedono di fare cambio con quelli più in alto, i quali rifiutano di cedere la loro posizione vantaggiosa sostenendo che se volevi stare in alto arrivavi prima.
Una donna dice che lei vuole partecipare lo stesso ai tafferugli e chiede dove si deve mettere.
Il capo della Frangia Parrucchieri è in difficoltà, quelli della Brigata Fiorellini vogliono alzare le mani su qualcuno, e si mettono a menare i vicini per non perdere tempo.
Un gruppo di tifosi si intromette, sostenendo che le botte sono cominciate prima che si decidesse dove dovevano collocarsi, e se cominciamo così poi i cugini ci passano davanti in classifica. Qualcuno a quelle parole attacca a inveire contro la società, colpevole di non aver provveduto in tempo agli acquisti necessari a garantire il primato cittadino.
Quelli della Brigata Fiorellini sentono nominare la squadra rivale e non capiscono più niente, si tolgono la cinghia e ci vanno giù pesanti su quelli che stavano menando già da prima, i quali chiedono almeno una rotazione a quelli della gradinata superiore.
Il livello superiore stacca gli striscioni appesi alla ringhiera in segno di protesta, e li fa cadere addosso a quelli di sotto, che fino a quel momento assistevano basiti agli scontri nel parterre, ma adesso si offendono perché staccare gli striscioni è una mancanza di rispetto verso la squadra. Il capo della Frangia Parrucchieri glieli aizza contro e questi abbandonano il posto per correre al piano di sopra e punire i ribelli.
Vedendo dei posti liberi i non belligeranti del parterre corrono a rifugiarvisi, ma da sopra se ne accorgono e volano prima insulti, poi direttamente tifosi, chi cacciato giù in mancanza di altri oggetti, chi di propria iniziativa per tornare in fretta al proprio posto.
Quelli sotto vedono il lancio di tifosi su di loro come un attacco personale e s’incazzano, altri cercano di schivarli, ma allora sono i caduti che vedono il mancato soccorso come un attacco personale, e si incazzano pure loro.

Quando l’arbitro fischia l’inizio dell’incontro non si muove nessuno. Entrambe le squadre stanno ferme in mezzo al campo a osservare quella bolgia bicolore che si sta facendo a pezzi nel settore nord dello stadio. Novemila persone coinvolte in quella che verrà definita dai giornali “la rissa più grande del mondo”.
Novemila persone tranne Beonio e me, che appena abbiamo sentito puzza di legnate ci siamo sbrigati a uscire.

Il mio senso di colpa mi dice “lo vedi cosa succede quando ti metti con la persona sbagliata? La guerra civile! Lasciala! Lasciala!”
Beonio mi dice “Se non ti piace cosa ci stai insieme a fare? Lasciala e basta, tanto non durerà comunque ed eviti di prenderla in giro.”

Nel suo caso sospetto che sia intrigato dalla fantasia di un incontro a tre più di quanto voglia ammettere.

Nel frattempo l’oggetto dei miei crucci mi si concede su ogni suppellettile del suo appartamento per un intero fine settimana.
Francesca e Beonio sono in montagna, mi trasferisco da lei e su ogni dubbio butto chili di carne cruda. Non sarà onesto, ma sarei cretino a rinunciarvi. E poi Anna sembra del tutto a proprio agio, non mi mostra alcun segno di insoddisfazione.
Funziona, più o meno. Non sono proprio felice, ma non c’è niente ad alimentare la mia negatività, quando attivo l’interruttore della depressione si sente un clic e non succede altro.
Sono sicuro che se avessi le mani libere ricomincerei a darmele in faccia, sono solo troppo occupato per deprimermi.

Anna non sembra farci caso, si occupa di me con entusiasmo finché siamo nudi, poi diventa distante, mi tratta con noncuranza, come un passatempo ozioso. Mi scrive ogni giorno un paio di messaggi asettici per farmi sapere che c’è. Tranne le volte in cui dobbiamo organizzarci per uscire non c’è un gran dialogo. E quando siamo insieme è un po’ la stessa cosa, parliamo molto senza dirci granché, ognuno racconta la propria giornata, io la faccio ridere, lei no, poi mangiamo, comincia il film o ci togliamo i vestiti. È un rapporto basato perlopiù sulle comunicazioni di servizio.

Non mi lamento, è comodo. Mi permette di entrare un po’ alla volta in questa storia senza sentirmi obbligato, senza dover dimostrare.
Come se ci fosse bisogno di dimostrare qualcosa, poi.
Come se il successo di una relazione fosse determinato da esami periodici.
Come se le attenzioni, poi, significassero davvero che va tutto bene: ti chiamo tutti i giorni, ti tengo ore a guardarti negli occhi e cantare di quanto sono belli, ti faccio sentire desiderata, importante, sicura. Ma sono quarant’anni che non ho altra compagna che la mia mano destra, prima di trovare te passavo le giornate sui siti di incontri, dove mi conoscono tutti come Cucciolone 79, e nella cronologia del mio browser quelle sono le uniche voci che non farebbero vergognare mia madre.
Che valore assumono le mie attenzioni per te? Sono davvero innamorato o sto sfogando le frustrazioni accumulate in anni di solitudine? Se al posto tuo ci fosse un’altra, chiunque altra, mi comporterei diversamente?

Finora in Anna mi sembrava di aver trovato rispetto per i miei tempi e spazi, ma a quanto dice Beonio anche lei sta sopportando in silenzio una situazione che le pesa.

Il mio amico suggerisce di non affrontare l’argomento direttamente per non farla sentire sotto processo. Dice di mostrarle che tengo a lei senza dichiararlo, con gesti inequivocabili che la tranquillizzino.

“Ma più di così? Cosa devo fare, saltarle addosso per strada?”
“Dille che ti infastidiscono le attenzioni che le rivolgono gli altri uomini”
“Ma io che ne so se le rivolgono attenzioni!”
“Tutti gli uomini guardano le altre donne, soprattutto quelle belle”
“Non io.”
“Tu sei un caso particolare, non guardi neanche la tua. Lei non te lo dice, ma ci sarà qualcuno che le gira intorno. Fai il geloso.”
“Ma non sono geloso!”
“Fallo e basta, chi se ne frega se non lo sei. Se ti pianta e si mette col primo stronzo che le passa davanti sono sicuro che lo sei eccome.”
“Ma no, non credo.”
“A nessuno piace farsi sostituire, specie dal primo che passa. Dammi retta, è meglio se ogni tanto le tocchi il tempo. Tu magari non sai perché, ma lei sì.”

La sera, al telefono, metto in pratica i saggi consigli dell’esperto di coppia.
Le chiedo com’è andata al lavoro e cerco di scoprire se in quel posto c’è qualcuno di cui dovrei preoccuparmi, facendo larghi giri per non insospettirla.

“Bah, la solita roba”, mi risponde. “La mia collega stronza ha fatto la stronza e il capo mi è stato addosso perché siamo in ritardo con le consegne.”
“Eh che bastardo.”
“Ma no, bisogna capirlo, siamo a fine mese. Di solito è gentile, dai.”
“Ah sì? Gentile come?”
“Boh, gentile. Che ne so come? Gentile.”
“Gentile che ti invita a cena?”
“Non mi ha mai invitato a cena, perché me lo chiedi?”
“I capi a volte lo fanno, di provarci con le dipendenti carine.”
“Non lui. Ma anche se ci provasse non mi interesserebbe, ha sessantacinque anni.”
“E se fosse più giovane ti interesserebbe? Voglio dire, ci sono dei colleghi giovani da cui accetteresti un invito a cena?”

Anna resta un momento in silenzio, poi mi chiede “Dove stai cercando di arrivare?”

Bene, dì la tua battuta da geloso e togliti da questo spinaio.

“Da nessuna parte”, dico. “Sono solo un po’ seccato delle attenzioni che ti rivolgono gli altri uomini”

No, cazzo, non seccato! Preoccupato! Dovevo dire preoccupato!

“Seccato di cosa, scusa? Che ne sai se mi rivolgono delle attenzioni?”
“Sei una bella ragazza, ci sarà di sicuro qualcuno che ti rivolge delle attenzioni, dai.”
“E adesso questa gelosia immotivata da dove salta fuori?”
“Ma da nessuna parte, ho solo espresso un pensiero.. non volevo tirare fuori un dibattito.”
“Non credo di dovermi giustificare con te di qualcosa che neanche esiste, e che comunque se esistesse sarebbe comunque qualcosa che non ti riguarda.”
“Come sarebbe che non mi riguarda? Sei la mia ragazza.”
“Cos’è che sono?”
“Beh.. credevo.. insomma..”
“Ma cosa significa? Ho firmato senza saperlo un contratto di vendita? Hai bisogno di dare un nome a questa cosa? Vuoi appiccicarmi un’etichetta sulla fronte?”
“Anna, non c’è bisogno di fare questa scena..”
“No? Mi hai appena detto che sei geloso dei miei colleghi e adesso non c’è bisogno che ti dica cosa ne penso? Eh no caro, mi hai accusato, adesso devo difendermi.”
“Ma non ti ho affatto acc..”
“Io non sono la tua ragazza, qualunque cosa significhi per te. Stiamo insieme, ci vediamo, ma questo non mi rende una tua proprietà, è chiaro? Se sto con te, e solo con te, è perché decido io che meriti tutta la mia attenzione, non perché ti devo qualcosa. Io non ti devo proprio niente.”

Segue un lungo silenzio dove lei non ritiene necessario aggiungere altro, o forse aspetta che io replichi con delle scuse, ma non mi viene da dire niente, non ho neanche capito cos’è successo.
Provo a cambiare discorso, dico vabbè, e lei esplode.
Il tono diventa arrabbiato, mi accusa di essere indifferente, di essere ripiegato su me stesso, di non tenerci abbastanza, poi mi suggerisce di prendermi del tempo per capire cosa voglio e chiude la conversazione.

Beonio è proprio uno stronzo.

(continua)

è meali!

Un’associazione di arbitri di calcio vorrebbe pubblicare una raccolta di racconti su di loro, e mi ha chiesto di partecipare.

Ho raccolto tutto quello che so di questa categoria per vedere se riuscivo a tirar fuori un racconto decente, ma ho scoperto che sugli arbitri di calcio so pochissimo, tranne che corrono parecchio e si vestono male.

Anni di frequentazione della Gradinata Nord mi hano reso molto più esperto sul mestiere delle loro mogli.

Che cosa mangia un arbitro? Quante ore dorme ogni notte? Perché, nonostante l’assenza di difese naturali, preferisce gli ampi spazi erbosi alle più sicure tribune, e così si espone alla ferocia dei predatori?

Ho girato le mie domande ad Alessandro, il mio contatto all’interno dell’associazione.

Non lo conosco personalmente, o almeno non credo: ha un gemello con cui facevo teatro, magari si sono scambiati il posto a mia insaputa.

È un uomo scrupoloso, Alessandro, e mi ha inviato subito una trentina di pagine sull’argomento che mi interessa, e per dimostrarmi di non essere suo fratello attore mi ha allegato i suoi baffi.

Ho così tanto materiale da esaminare che adesso che finisco di leggere tutto si è fatto natale, ma alla fine credo che ne saprò più io di wikipedia.

Ecco alcune delle curiosità che ho scoperto fin qui:

  • Solitamente in campo sono convocati quattro giudici di gara: l’arbitro, il guardalinee, il terzo uomo e Orson Welles nella parte di Harry Lime;
  • Le mutande degli arbitri sono slip bianchi con l’apertura davanti e l’elastico grosso. Hanno le cuciture rinforzate e sono così brutti da smorzare all’istante ogni appetito sessuale.
    Questo è necessario per impedire i tentativi di corruzione da parte di certi presidenti senza scrupoli, che prima della partita si introducono nello spogliatoio in guepière. Succede più spesso di quanto immaginate. Un presidente famoso per avere tentato più volte questo tipo di minaccia è stato Demetrio Torrepietra, patron della Dinamo Biroccio, ma lui vestito così ci andava pure al lavoro;
  • Esiste un’antica leggenda secondo la quale l’ombra di un arbitro posto a mezzogiorno sul dischetto di centrocampo indica con la testa il luogo in cui sarebbe sepolto il favoloso tesoro di capitan Barbaspaziata.
    Nessuno l’ha mai trovato perché la leggenda non specifica in quale campo e quanto dev’essere alto l’arbitro;
  • L’arbitro Collina è davvero pelato. Non ricorre a trucchi o computer grafica, i capelli che gli mancano sono proprio i suoi.

Per il momento è tutto, se volete saperne di più sugli arbitri di calcio dovrete comprarvi il libro.

Solo che non credo lo venderanno, mi sa che sarà una strenna natalizia ad uso interno.

Potreste iscrivervi a un corso di arbitri e diplomarvi entro gennaio, data di scadenza per la consegna del materiale, quindi entrare nell’associazione e ricevere il prezioso dono. Ne varrebbe la pena, mi hanno detto che gli autori contattati sono tutti di grande prestigio. Uno su tutti Renato Busone, giudice di gara romano, che ha inviato una sua autobiografia in tredici volumi. Il limite massimo è due pagine e mezza carattere dodici, ma gli hanno promesso che in fase di editing cercheranno di tagliare il meno possibile. Lui ha chiesto che per completezza venissero inseriti solo tutti i capoversi, credo che varrà la pena di leggerlo.

le tribolazioni di un Villavecchiese a Cadigatti

Sono le dieci e venti, il salotto è caldo e accogliente grazie all’aria tiepida che emana dalla stufa a pellet. I gatti sono tutti stravaccati in fila sul tappeto, a godersi il clima affatto invernale, il cane sta poco più in là, steso su un cuscino accanto al caminetto. Dorme, o forse finge. Probabilmente finge, che ogni volta che mi alzo dalla sedia spalanca gli occhi e drizza le orecchie, sperando di vedermi indossare la giacca e portarlo un po’ a spasso.
Tutto ciò di cui ho bisogno è a portata di mano, i fumetti, la musica, i videogiochi, tutto all’interno di quella scatola collegata alla tastiera su cui scrivo. Se ho fame la cioccolata è appena più in là del mio braccio, se ho sete non ho che da alzarmi e servirmi uno dei diversi alcolici a disposizione.
Ho lo stomaco pieno, il frigo è pieno di leccornie, e ho la fortuna di vivere con un’ottima cuoca.

Ma allora perché sono infelice?

Bisognerebbe che la telecamera che inquadra la mia vita indietreggiasse di un paio di metri, allargando il campo visivo oltre le mie spalle. Lo spettatore noterebbe allora un televisore acceso, appena dietro la mia sedia, e sul divano al lato opposto una ragazza coi capelli color arancia però marrone.
Lasciate perdere la ragazza, si irrita quando viene guardata, e quando si irrita le si forma del gas nella pancia e dopo un po’ bisogna aprire le finestre; concentratevi invece sul televisore:
se ci fosse anche l’audio, nel film della mia vita, e non vedo perché non dovrebbe esserci, che non è mica la vita di Buster Keaton, si sentirebbe una voce lagnosa, che parla con un forte accento del centroitalia, e canna ogni doppia.
Questa voce racconterebbe della scomparsa di una poveraccia che viveva per strada e mangiava quel che trovava nei cassonetti, e tutti i vicini la schifavano e la mandavano via a calci, ma quand’è sparita e sono arrivati i giornalisti a preparare il servizio si sono schierati tutti in strada a dire che poveretta era tanto brava e ci manca tanto e speriamo di trovarla, poi si parla di un’altra, che forse l’hanno ammazzata, trent’anni fa, e intervistano uno che dice che forse si, l’ha vista infilarsi in un portone, e la polizia è entrata nello stesso portone trent’anni dopo per vedere se trovava delle tracce, poi è uscita scuotendo la testa, e si è visto che trent’anni dopo quel portone è l’ingresso della Upim, e la conduttrice in studio chiede agli spettatori se qualcuno per caso ha visto qualcosa di utile per le indagini, per esempio un maglioncino a righe che era in saldo giovedì e sabato quando c’è andata lei era già finito, però magari ne è rimasto uno infilato fra le pashmina.
Ora la telecamera torna a inquadrare me e la mia faccia triste, e anche lo spettatore più ingenuo a questo punto capirà che il mio stato d’animo e la trasmissione televisiva sono strettamente collegati.

Ebbene si, sono infelice nonostante gli agi che mi circondano, perché la mia fidanzata mi impone di vedere Chilavisto.
Per carità, una trasmissione ben fatta quanto vuoi, utilissima e ci mancherebbe, e meno male che c’è, che tante persone sono state ritrovate grazie a questi giornalisti volenterosi, anche quello che ce l’aveva messa tutta per sparire perché doveva dei soldi a una nota famiglia mafiosa, finché centinaia di persone hanno telefonato in redazione per segnalare di averlo visto in sudamerica, in un night, insieme a quattro puttanoni, che lasciava mance pazzesche al cameriere, e a quel punto è sparito davvero, e dove sarà andato, e alla fine lo trovano, in un fosso di una qualche città sudamericana, con un buco in faccia dove di solito uno ha la fronte.

Ora, io non ho assolutamente niente contro questa trasmissione, solo vorrei che non la facessero di lunedì, che alla stessa ora su telecittà c’è Gradinata Nord, ma non è neanche quello, che tanto poi di vedere Gradinata Nord non me ne frega granché. Quello che vorrei è che la trasmettessero da un’altra parte, in un’altra casa, dentro un’altra televisione, perché al di là dell’utilità (indiscutibile, che scherziamo?) del servizio che offre, c’è tutto un bagaglio di sofferenza regalata come i punti della benzina che proprio non mi va giù.

Non lo so, forse se la notizia venisse data in un tono più essenziale e distaccato non avrebbe la stessa utilità, forse è proprio l’impatto emotivo col dolore di una scomparsa quello che ti spinge a ricordare dove hai già visto quella faccia, e a telefonare; forse sono io che sono prevenuto, però la maggior parte delle volte mi sembra che si indugi troppo sul pianto della madre, sui dettagli macabri del ritrovamento del cadavere, sugli approfondimenti inutili riguardanti casi ormai risolti da tempo, giusto per farci sapere che un paio di giorni prima che sparissero, i bambini avevano litigato col papà e avevano preso un sacco di botte.

E così, tutti i lunedì, puntuale come la pubblicità del’antidiarroico all’ora di cena, devo lasciare il comodo divano e la facciona rilassante di Giovanni Porcella per tuffarmi in un bicchiere colmo di ansia limpida e gelida.
Come si sfugge da una trappola così diabolica?

Voi non lo so, io ho deciso di ubriacarmi.