pronomi possessivi

Riassunto delle puntate precedenti:
Ci sono due che parlano un sacco e non succede niente, poi uno dei due conosce un’altra e succede subito di tutto. Si vede che quando le cose non funzionano è proprio perché non possono funzionare.

Una domenica pomeriggio sono allo stadio ad assistere a un Genoa – Lazio che si annuncia difficile.
Sto al centro della Gradinata Nord, il cuore della tifoseria, proprio dietro due tizi con uno stendardo grande come un letto a due piazze su cui leggo È’C ILGEP. Mi fa piacere per loro, anche se spero che ripongano questa dichiarazione di stato prima dell’inizio della gara, o non vedrò niente.
A pochi passi dalla mia posizione i militi della Frangia Parrucchieri dirigono i cori. Poco sotto il gruppo più estremo del tifo locale, la Brigata Fiorellini, gesticola verso i sostenitori avversari, cercando di spiegare cosa stanno facendo le loro mogli mentre questi sono in trasferta.

Insieme a me c’è Beonio. Da quando frequentiamo due ragazze che vivono insieme anche i nostri incontri si sono intensificati. È stato lui a convincermi ad accompagnarlo allo stadio, fosse per me avrei ignorato per sempre ciò che succede fra quelle mura.
Voleva parlarmi. Dice che le cose fra lui e Francesca stanno andando benissimo, si vedono continuamente, anche se il più delle volte è tutto buio, e mi pianta nel fianco una gomitata allusiva. Ma che ci sta molto bene e fanno anche molte altre cose, tipo andare al cinema. Dove comunque ogni tanto, e mi molla un’altra gomitata allusiva. O arriva al dunque o faccio cambio di posto con qualcuno.
Dice che Anna e Francesca parlano di noi, e che la mia frequentatrice non è altrettanto soddisfatta, mi definisce evasivo. Gli domando spiegazioni, e Beonio scrolla le spalle.

“Non lo so, si lamenta, dice che sei distante. Ma vi vedete?”
“Boh, sì.”
“Ma spesso?”
“Eh.”
“Ma..”, e giù gomitata.
“Ma sì, che ti devo dire?”
“E allora non lo so.”

Per lui una relazione è qualcosa di semplice, stai con una, le togli i vestiti, aspetti il momento di rifarlo facendo altre cose, punto. Quelle sensazioni indefinite che stanno sotto, l’incertezza, il vuoto che non riesci a riempire, lui non le conosce. Io sono fatto di quelle, se potessi eliminare la parte di me che genera questi dubbi probabilmente sparirei, non resterebbe più niente.

Ci sto bene con Anna, perlomeno meglio che con altre ragazze, ma erano anni che non frequentavo altre ragazze al di fuori di Drusilla, con la quale esiste un’amicizia consolidata e priva di malintesi, quindi che ne so davvero se ci sto bene? Questo è stare bene?
La prendo come si prende lo sciroppo per la tosse: anche se ha un buon sapore non è qualcosa che ti cacceresti in bocca se non ci fossi costretto. E a quanto pare lei se n’è resa conto.

“Mi piace, la trovo divertente. Sì, anche eccitante, tieni a posto quel gomito o te lo strappo e lo tiro nel parterre!”
“E allora cosa c’è che non va?”
“È che forse non è abbastanza.”
“Tu sei malato. E la mia ragazza mi rompe il cazzo per colpa tua. Quando ci vediamo mi chiede se ti ho parlato e non scopiamo più, perciò vedi di risolvere questa situazione, chiaro?”
“Non sono malato, sono confuso.”
“Sei un coglione immaturo. Ci uscirei io con lei, se a Francesca andasse di fare una cosa a tre.”
“Ti sei mai chiesto se esiste un mondo fuori dalla figa?”
“Eh?”
“E poi l’immaturo sono io”

Le mie parole sono coperte da un coro potente: la squadra è entrata in campo per il riscaldamento, e la curva si è messa subito al lavoro.

“..noi saremo sempre qua
con le spranghe a caricar
romperemo il culo
a tutti gli ultrà!”

Novemila persone gridano in una sola voce. Novemila persone tranne me. Io non voglio caricare nessuno, neanche ce l’ho una spranga.
Appena la canzone termina faccio le mie rimostranze.

“Scusate, ma se uno non volesse romperlo, il culo agli ultrà?”, grido.
“Vattene nei Distinti, coglione!”, replica una voce più in basso.
“Cazzo ci vieni a fare qua?”, sento alle mie spalle.
“A guardare la partita”, rispondo. “Non sapevo che fosse obbligatorio partecipare ai tafferugli.”

Uno dei capi della curva, appollaiato sulla ringhiera da cui smanaccia ai compagni, mi individua e si porta il megafono alla bocca:
“Oh! Sia chiaro! Se vieni in gradinata canti quando c’è da cantare e alzi le mani quando c’è da alzare le mani, sennò te ne vai! Qui il calcio lo prendiamo sul serio, non stiamo mica a fare tanti discorsi!”
Si accende un dibattito. Sento una voce femminile lamentarsi che lei è venuta a vedere la partita, e se l’obbligo di picchiare qualcuno vale anche per le donne. Il capo coro ci pensa un momento, poi annuncia al megafono che donne, anziani e bambini sotto i sedici anni sono esentati dai tafferugli.
Qualcuno chiede se non sarebbe più pratico spostare le categorie protette più indietro, e lasciare il parterre e i settori immediatamente adiacenti ai facinorosi. Anche per velocizzare le operazioni, si sa che in caso di scontri farsi trovare pronti è fondamentale, lo dice anche Lao Tze.
“È Sun Tzu, coglione!”, grida qualcuno.
“A chi coglione?”

Si comincia a stare stretti, c’è gente che spinge, cresce il volume delle proteste. Quelli sotto che non vogliono botte chiedono di fare cambio con quelli più in alto, i quali rifiutano di cedere la loro posizione vantaggiosa sostenendo che se volevi stare in alto arrivavi prima.
Una donna dice che lei vuole partecipare lo stesso ai tafferugli e chiede dove si deve mettere.
Il capo della Frangia Parrucchieri è in difficoltà, quelli della Brigata Fiorellini vogliono alzare le mani su qualcuno, e si mettono a menare i vicini per non perdere tempo.
Un gruppo di tifosi si intromette, sostenendo che le botte sono cominciate prima che si decidesse dove dovevano collocarsi, e se cominciamo così poi i cugini ci passano davanti in classifica. Qualcuno a quelle parole attacca a inveire contro la società, colpevole di non aver provveduto in tempo agli acquisti necessari a garantire il primato cittadino.
Quelli della Brigata Fiorellini sentono nominare la squadra rivale e non capiscono più niente, si tolgono la cinghia e ci vanno giù pesanti su quelli che stavano menando già da prima, i quali chiedono almeno una rotazione a quelli della gradinata superiore.
Il livello superiore stacca gli striscioni appesi alla ringhiera in segno di protesta, e li fa cadere addosso a quelli di sotto, che fino a quel momento assistevano basiti agli scontri nel parterre, ma adesso si offendono perché staccare gli striscioni è una mancanza di rispetto verso la squadra. Il capo della Frangia Parrucchieri glieli aizza contro e questi abbandonano il posto per correre al piano di sopra e punire i ribelli.
Vedendo dei posti liberi i non belligeranti del parterre corrono a rifugiarvisi, ma da sopra se ne accorgono e volano prima insulti, poi direttamente tifosi, chi cacciato giù in mancanza di altri oggetti, chi di propria iniziativa per tornare in fretta al proprio posto.
Quelli sotto vedono il lancio di tifosi su di loro come un attacco personale e s’incazzano, altri cercano di schivarli, ma allora sono i caduti che vedono il mancato soccorso come un attacco personale, e si incazzano pure loro.

Quando l’arbitro fischia l’inizio dell’incontro non si muove nessuno. Entrambe le squadre stanno ferme in mezzo al campo a osservare quella bolgia bicolore che si sta facendo a pezzi nel settore nord dello stadio. Novemila persone coinvolte in quella che verrà definita dai giornali “la rissa più grande del mondo”.
Novemila persone tranne Beonio e me, che appena abbiamo sentito puzza di legnate ci siamo sbrigati a uscire.

Il mio senso di colpa mi dice “lo vedi cosa succede quando ti metti con la persona sbagliata? La guerra civile! Lasciala! Lasciala!”
Beonio mi dice “Se non ti piace cosa ci stai insieme a fare? Lasciala e basta, tanto non durerà comunque ed eviti di prenderla in giro.”

Nel suo caso sospetto che sia intrigato dalla fantasia di un incontro a tre più di quanto voglia ammettere.

Nel frattempo l’oggetto dei miei crucci mi si concede su ogni suppellettile del suo appartamento per un intero fine settimana.
Francesca e Beonio sono in montagna, mi trasferisco da lei e su ogni dubbio butto chili di carne cruda. Non sarà onesto, ma sarei cretino a rinunciarvi. E poi Anna sembra del tutto a proprio agio, non mi mostra alcun segno di insoddisfazione.
Funziona, più o meno. Non sono proprio felice, ma non c’è niente ad alimentare la mia negatività, quando attivo l’interruttore della depressione si sente un clic e non succede altro.
Sono sicuro che se avessi le mani libere ricomincerei a darmele in faccia, sono solo troppo occupato per deprimermi.

Anna non sembra farci caso, si occupa di me con entusiasmo finché siamo nudi, poi diventa distante, mi tratta con noncuranza, come un passatempo ozioso. Mi scrive ogni giorno un paio di messaggi asettici per farmi sapere che c’è. Tranne le volte in cui dobbiamo organizzarci per uscire non c’è un gran dialogo. E quando siamo insieme è un po’ la stessa cosa, parliamo molto senza dirci granché, ognuno racconta la propria giornata, io la faccio ridere, lei no, poi mangiamo, comincia il film o ci togliamo i vestiti. È un rapporto basato perlopiù sulle comunicazioni di servizio.

Non mi lamento, è comodo. Mi permette di entrare un po’ alla volta in questa storia senza sentirmi obbligato, senza dover dimostrare.
Come se ci fosse bisogno di dimostrare qualcosa, poi.
Come se il successo di una relazione fosse determinato da esami periodici.
Come se le attenzioni, poi, significassero davvero che va tutto bene: ti chiamo tutti i giorni, ti tengo ore a guardarti negli occhi e cantare di quanto sono belli, ti faccio sentire desiderata, importante, sicura. Ma sono quarant’anni che non ho altra compagna che la mia mano destra, prima di trovare te passavo le giornate sui siti di incontri, dove mi conoscono tutti come Cucciolone 79, e nella cronologia del mio browser quelle sono le uniche voci che non farebbero vergognare mia madre.
Che valore assumono le mie attenzioni per te? Sono davvero innamorato o sto sfogando le frustrazioni accumulate in anni di solitudine? Se al posto tuo ci fosse un’altra, chiunque altra, mi comporterei diversamente?

Finora in Anna mi sembrava di aver trovato rispetto per i miei tempi e spazi, ma a quanto dice Beonio anche lei sta sopportando in silenzio una situazione che le pesa.

Il mio amico suggerisce di non affrontare l’argomento direttamente per non farla sentire sotto processo. Dice di mostrarle che tengo a lei senza dichiararlo, con gesti inequivocabili che la tranquillizzino.

“Ma più di così? Cosa devo fare, saltarle addosso per strada?”
“Dille che ti infastidiscono le attenzioni che le rivolgono gli altri uomini”
“Ma io che ne so se le rivolgono attenzioni!”
“Tutti gli uomini guardano le altre donne, soprattutto quelle belle”
“Non io.”
“Tu sei un caso particolare, non guardi neanche la tua. Lei non te lo dice, ma ci sarà qualcuno che le gira intorno. Fai il geloso.”
“Ma non sono geloso!”
“Fallo e basta, chi se ne frega se non lo sei. Se ti pianta e si mette col primo stronzo che le passa davanti sono sicuro che lo sei eccome.”
“Ma no, non credo.”
“A nessuno piace farsi sostituire, specie dal primo che passa. Dammi retta, è meglio se ogni tanto le tocchi il tempo. Tu magari non sai perché, ma lei sì.”

La sera, al telefono, metto in pratica i saggi consigli dell’esperto di coppia.
Le chiedo com’è andata al lavoro e cerco di scoprire se in quel posto c’è qualcuno di cui dovrei preoccuparmi, facendo larghi giri per non insospettirla.

“Bah, la solita roba”, mi risponde. “La mia collega stronza ha fatto la stronza e il capo mi è stato addosso perché siamo in ritardo con le consegne.”
“Eh che bastardo.”
“Ma no, bisogna capirlo, siamo a fine mese. Di solito è gentile, dai.”
“Ah sì? Gentile come?”
“Boh, gentile. Che ne so come? Gentile.”
“Gentile che ti invita a cena?”
“Non mi ha mai invitato a cena, perché me lo chiedi?”
“I capi a volte lo fanno, di provarci con le dipendenti carine.”
“Non lui. Ma anche se ci provasse non mi interesserebbe, ha sessantacinque anni.”
“E se fosse più giovane ti interesserebbe? Voglio dire, ci sono dei colleghi giovani da cui accetteresti un invito a cena?”

Anna resta un momento in silenzio, poi mi chiede “Dove stai cercando di arrivare?”

Bene, dì la tua battuta da geloso e togliti da questo spinaio.

“Da nessuna parte”, dico. “Sono solo un po’ seccato delle attenzioni che ti rivolgono gli altri uomini”

No, cazzo, non seccato! Preoccupato! Dovevo dire preoccupato!

“Seccato di cosa, scusa? Che ne sai se mi rivolgono delle attenzioni?”
“Sei una bella ragazza, ci sarà di sicuro qualcuno che ti rivolge delle attenzioni, dai.”
“E adesso questa gelosia immotivata da dove salta fuori?”
“Ma da nessuna parte, ho solo espresso un pensiero.. non volevo tirare fuori un dibattito.”
“Non credo di dovermi giustificare con te di qualcosa che neanche esiste, e che comunque se esistesse sarebbe comunque qualcosa che non ti riguarda.”
“Come sarebbe che non mi riguarda? Sei la mia ragazza.”
“Cos’è che sono?”
“Beh.. credevo.. insomma..”
“Ma cosa significa? Ho firmato senza saperlo un contratto di vendita? Hai bisogno di dare un nome a questa cosa? Vuoi appiccicarmi un’etichetta sulla fronte?”
“Anna, non c’è bisogno di fare questa scena..”
“No? Mi hai appena detto che sei geloso dei miei colleghi e adesso non c’è bisogno che ti dica cosa ne penso? Eh no caro, mi hai accusato, adesso devo difendermi.”
“Ma non ti ho affatto acc..”
“Io non sono la tua ragazza, qualunque cosa significhi per te. Stiamo insieme, ci vediamo, ma questo non mi rende una tua proprietà, è chiaro? Se sto con te, e solo con te, è perché decido io che meriti tutta la mia attenzione, non perché ti devo qualcosa. Io non ti devo proprio niente.”

Segue un lungo silenzio dove lei non ritiene necessario aggiungere altro, o forse aspetta che io replichi con delle scuse, ma non mi viene da dire niente, non ho neanche capito cos’è successo.
Provo a cambiare discorso, dico vabbè, e lei esplode.
Il tono diventa arrabbiato, mi accusa di essere indifferente, di essere ripiegato su me stesso, di non tenerci abbastanza, poi mi suggerisce di prendermi del tempo per capire cosa voglio e chiude la conversazione.

Beonio è proprio uno stronzo.

(continua)

bonjour, je m’appelle Ponchià (parte 2)

L’anziano rudere che si dondola sulla poltrona in multistrato di faggio curvato acquistata presso il mobilificio massificante non ha più niente del fascino che lo contraddistingueva in gioventù: i denti se ne sono andati un po’ alla volta per le porte che si è visto chiudere in faccia, o per i dolci su cui ha cercato di sfogare la delusione; la testa è coperta ormai da pochi peli grigio topo, nessuna traccia dei riccioli neri che avevano fatto cadere ai suoi piedi frotte di ragazzine ingenue e sensibili al suo atteggiamento da intellettuale. E neanche l’aria sofisticata è riuscita a sopravvivere al disfacimento della memoria, al crollo della razionalità e con essa della speranza. Ormai tutto ciò che gli resta è il sonno in cui si rifugia appena può, dove non importa più se i ricordi che continuano a fargli visita sono reali, tanto nei sogni vale tutto.

“Ti ho mai raccontato di quella volta che siamo andati in bici in Costa Azzurra, io e la nonna?”, chiede al bambino che sta giocando alla playstation 24 sul megaschermo a ioni, dall’altra parte della stanza.
“Oggi sette volte”, risponde lui, senza smettere di guardare le sagome luminose che gli saettano davanti.
“Eeeh, come ci siamo divertiti quella volta..”, mormora il vecchio, poi comincia a raccontare con la sua vocina tremolante, mentre un filo di bava gli cola lungo il mento flaccido..

Ponchià riapre gli occhi e la prima cosa che vede è una tovaglia a quadri bianchi e rossi. Se la toglie dalla faccia e scopre di essere sdraiato su una panca, in una stradina di Cannes piena di locali. Intorno a lui i suoi compagni di viaggio, più una signora fricchettona sui sessanta, che domanda a Michela se il suo amico stia meglio.

“Ma cos’è, in Francia non li vendono gli orologi? Le nove e mezza!”, risponde lei.
“Ma che succede? Dove sono?”
“Sei svenuto nella hall, e la signorina alla reception voleva addebitarci un letto extra perché non era previsto che ti fermassi a dormire lì, così ti abbiamo trascinato fuori. E siccome avevamo fame ti abbiamo portato in trattoria, tanto lì o qui faceva poca differenza per te, ma almeno noi possiamo mangiare.”
“Hanno le coquillages?”
“No, mi spiace”
“Ma siete degli stronzi! Lo sapete che volevo mangiare le coquillages! Sono venuto in Francia apposta, sennò me ne andavo in bici a Sturla e finiva lì! Il ristorante più famoso dove mangiare le coquillages in città è Chez Le Zozzòn, dovevate portarmi lì!”

Fermo Sara un attimo prima che gli affondi la forchetta nel collo. “Era chiuso”, mento.
Placati gli animi più bellicosi ordiniamo una sfilza di ghiottonerie che vengono consegnate in un attimo al tavolo accanto al nostro, di proprietà di un altro ristorante. In cambio il cameriere di quel ristorante deposita sul nostro tavolo degli alimenti di aspetto discutibile e di sapore che l’aspetto è meglio, ma l’alternativa era saltare la cena o finire da Le Zozzòn a mangiare arselle crude pagandole come un attico in centro. Naturalmente Ponchià non è soddisfatto, lui voleva le coquillages.
Sara, che è appena tornata dalle ferie serie tira fuori dal suo zaino una confezione di Sigari Cubani Fatti Dal Vero Contadino Cubano e gliene fa dono. Lui si rabbonisce, e il mio cuore ha un sussulto, perché sta in alto e a sinistra. Mi prendo un gelato, lei mi dice “sono i miei gusti preferiti!”, io mi sciolgo. Il gelato no, e sarebbe stato meglio perché faceva cagare, invece così mi tocca pure mangiarlo.
Poi è l’ora di tornare in albergo. Faccio la faccia rapace, che francesi in boulangerie non ne ho conosciute, l’unica carina l’ho incontrata ad Antibes, aveva sessant’anni e ha ignorato i miei sorrisi languidi. Ma non mi do per vinto, è tutto il giorno che tramo intricate strategie per riuscire a concupire almeno una delle mie compagne di viaggio, è il momento di incassare ciò che mi spetta! Mi infilo in camera spavaldo, indosso il mio pigiama più sensuale (quindi non quello con Zio Paperone che dice “Il mattino ha l’oro in bocca”) e aspetto che l’apertura della porta riveli la mia preda. Dopo dieci minuti entra Ponchià. Mi giro dall’altra parte e fingo di dormire.
Fingere di dormire sarà peraltro l’attività di tutta la notte, perché il mio coinquilino russa che sembra l’attacco di chitarra di Zoo Station, roba da mettersi a ballare su un piede solo davanti alla tele. E lo faccio, tanto non c’è verso di chiudere occhio, e la mia prestazione è così buona che sarebbe un peccato non mostrarla a nessuno, così sveglio Ponchià perché mi stia a guardare, ma mi ritrovo senza accompagnamento musicale. Lui non capisce, dice qualcosa di poco carino su mia madre e torna a dormire. E a russare.

La mattina a colazione abbiamo tutti delle facce che sembriamo usciti dalla visione di Vincitore Del Premio Della Critica al festival locale: Ponchià è irritato per la sveglia notturna, Michela e Sara risentono dei danni della pedalata, e soprattutto la seconda non ha trovato un fornello su cui prepararsi il caffè, le è toccato bere la sbobbazza dell’hotel, e nessuno da azzannare come parziale risarcimento, poteva mica prendersela con la sua amica, poveretta, guarda già com’è conciata. Io vabbè, chevvelodicoaffare, mi siedo direttamente davanti al carrello del buffet e genero un deficit fra gli incassi dell’hotel e le previsioni di spesa per la colazione. Va detto che i mini croissant sono buonissimi.

Più tardi, appoggiato alla balaustra del terrazzo, mi godo la distesa di tegole che arriva al mare, e un po’ sospiro. Perché quando sei lontano da casa un minimo di malinconia è d’obbligo anche se ti stai divertendo, e perché mi divertirei di più se le mie compagne di viaggio non fossero una misandr.. misandri.. una che le stanno sul cazzo i cazzi, insomma.. e un sicario del Mossad.
Che in questo momento sta strangolando la signorina della caffetteria, rea di averle domandato il numero della stanza.

“Sara, dai! Lasciala in pace, sta lavorando!”

La osservo mentre cerca di infilare un cucchiaino nell’orbita della malcapitata, e penso che in fondo ce le abbiamo tutti le nostre forme di difesa. Sono sicuro che sotto gli aculei e l’armatura e il fossato coi coccodrilli e il campo minato sia anche lei una persona capace di grande affetto. E poi è così tenera con la faccia sporca di marmellata alla fragola..
No, non è marmellata.

“Saraa! Ma la lasci in pace?”

Per entrare nelle sue grazie mi offro di scambiare gli zaini, anche perché Ponchià è ormai un disabile, non ci arriverebbe a Nizza sotto tutto quel peso. Sara accetta, e mi regala un bellissimo sorriso quando scopre che il mio bagaglio peserà sì e no due chili. Poi capisce che tutte le mie lamentele del giorno prima erano finte e lo usa per picchiarmi, ma intanto su Cannes è uscito un po’ di sole e parto contento.

A Genova è la domenica del derby, tutti i miei compagni di viaggio sono tifosi della seconda squadra cittadina, e io ho commesso la leggerezza di rivelare a Ponchià la mia fede opposta. Adesso lui indossa i suoi colori del cuore e si bulla di volerci arrivare fino a Nizza, alla facciazza mia. Per la verità non ci vedo niente di sbagliato, mi sembra una divisa più che adeguata al mezzo di trasporto, gli manca solo il caschetto multicolore, ma quasi quasi gli buco una gomma, giusto per rinverdire antiche rivalità.

Nelle retrovie Michela soffre come San Simeone lo Stilita, ha le allucinazioni e ci chiama tutti quanti per mostrarci Padre Pio che la rimbrotta da un sasso.

“Mi ha detto che devo lasciarvi qui e tornare a casa in treno!”
“Ma smettila, lo sanno tutti che Padre Pio non esiste!”
“Ma come no! E quello lì sul sasso chi sarebbe?”
“Obi Wan Kenobi”
“Chi?”
“Mi sembra evidente che io e te non abbiamo proprio niente in comune. Sara, tu lo sai, vero, chi è Obi Wan Kenobi?”
“Guerre Stellari mi ha sempre fatto cagare”
“Vabbè, tanto avevo deciso di morire solo e incompreso”

Serpeggia l’inquietudine, Ponchià vuole arrivare ad Antibes per mangiare le coquillages, Sara vuole un caffè, Michela resta indietro di chilometri e mi obbliga a fare la staffetta fra lei e il gruppo per recapitare dispacci, che solitamente si riducono a “Sbrigati piaga” e “Morite stronzi”.

Ci fermiamo in un chioschetto a Juan-Les-Pins dove un anziano signore con grosso cane ci racconta di quando è stato lui a Genova, che l’hanno portato a mangiare in un ristorante buonissimo che però non ti nascondeva le fette di cetriolo sotto ogni pietanza compreso il caffè, e a lui che è francese questa cosa l’ha fatto sentire fuori posto. Michela ci raggiunge in tempo per fare la sua solita figura di merda e chiedere “ma chi è sto stronzo?” prima che qualcuno possa avvertirla del buon italiano parlato dal soggetto. Paghiamo il caffè e ce ne andiamo quatti quatti.
L’unico che se ne va sgommando è Ponchià che mi frega la bici, lasciandomi a trascinare il suo cancello a pedali più zaino di Sara più abbuttamento generalizzato. Non lo do a vedere, nessuno può mettere Pably in un angolo! Mi lancio all’inseguimento del ladro come l’attacchino del film di De Sica, e contro ogni pronostico riesco a raggiungerlo alle porte di Antibes. Non è merito mio, si è fermato davanti a un ristorante che espone la qualunque in termini di conchiglie e varia crostaceità.

“Mangiamo qui!”
“Ma sei fuori? Costa più dell’albergo di Cannes!”
“Ma ha un assortimento faraonico!”
“Se è per quello ha pure il faraone, l’età media dei clienti supera l’ottantina!”
“Voglio le coquillages!”

Arrivano le altre due che si dicono entusiaste di fermarsi a pranzo ad Antibes, ma piuttosto che infilarsi lì dentro si fanno una rustichellà all’autogrill.

“Eh no cazzo! Mi avevate promesso che avrei mangiato le coquillages! Adesso me le dovete dare, cazzo!”
“Vuoi le coquillages?”, replica Sara con un tono di voce che non le avevo mai sentito finora. “E andiamo a mangiare le coquillages”. Poi lo prende per il collo e lo trascina in spiaggia, entrano insieme in acqua e proprio quando penso che lo voglia affogare si fermano. Lei infila un braccio fra le onde, raspa un po’ e poi tira su qualcosa, che offre a Ponchià.
Lui sembra contento, se lo infila in bocca intero, quindi tornano a riva sorridenti.
Io e Michela siamo basiti.

“Credevo che lo avresti ucciso”, le fa.
“Ma figurati, e perché?”, risponde lei, innocente come il mio gatto quando mi piscia nella libreria.

Ponchià comunica che quella conchiglia cruda gli ha aperto lo stomaco, e che adesso non potrà più esimersi dal fiondarsi in un ristorante adeguato, e che se non vogliamo seguirlo poco importa, siamo noi che ci perdiamo. Quindi salta sul suo cancello a pedali e sparisce fra le case.

Per noi tre si tratta di un pranzo qualunque, non dell’ultima possibilità nella vita di assaggiare qualcosa di pazzesco, perciò decidiamo di non essere ricchi abbastanza per andare al ristorante chic e ci facciamo bastare una più che dignitosa crêperie che si chiama Passeulementcrêpes ma fa seulement crêpes. Michela dimostra la solita incompatibilità col mondo bevendoci dietro un bicchiere di sidro, che è un po’ il google+ delle bevande, ma solo perché in Europa non abbiamo la Dr.Pepper.

Al metà pranzo ci passa davanti un’ambulanza, che sta andando a prelevare un rene a Ponchià per pagare il conto. Noi invece ce la caviamo con pochi spicci, e abbiamo mangiato bene. A parte il sidro, dai, non siamo mica druidi, sarebbe ora di finirla con queste malinconie.

Del resto del viaggio ho poco da segnalare, la tarte aux pommes è più bella che buona, la costa prima di Nizza è ventosa e cupa, ma permette belle foto drammatiche, dove l’aspetto drammatico è interpretato da Michela che non riesce più a stare su una bici, ma anche da me che accetto di fermarmi a tenerle la manina finché non si riprende, e se non siete mai stati da soli su una panchina ventosa a guardare il mare insieme a Michela non credo che possiate cogliere tutta la drammaticità.

A Nizza ognuno rende quel che ha, chi le biciclette al legittimo proprietario, chi il pranzo a base di coquillages costosissime (ma è colpa sua, se non avesse voluto sapere com’era finito il derby il suo stomaco non ne avrebbe risentito), chi storpio il guardiano del posteggio (“Mi aveva detto che era gratis!”, “Ma tu non parli francese, sei sicura di avere capito bene?”, “Mi aveva detto che era gratis!”, “Ochei, ci credo, lasciami il braccio!”).

Resta il tempo per un giretto in centro storico, un aperitivo servitoci da una cameriera che per risultare più antipatica avrebbe dovuto uscire dalla tele coi capelli sulla faccia, ed è ora di tornare per davvero, a casa quella vera.

L’anziano bavoso smette di parlare, e la stanza si riempie dei suoni emessi dalla consolle.
“Nonna!”, chiama il ragazzino, “Il nonno si è addormentato!”
La porta si apre e un decrepito Ponchià viene a ripulire la carcassa buttata sul dondolo.
“Guarda qua, ti sei tutto sbausciato”, mormora con voce affettuosa. Poi gli deposita un bacio leggero sulla fronte ed esce dalla stanza.

bonjour, je m’appelle Ponchià (parte 1)

“Comincia il festival di Cannes!”, mi dice Michela, che non sapevo appassionata di alcunché tranne la spiaggia. “Ci sarà ospite la mia popstar preferita, Sabrina!”
“E chi minchia è?”
“Ma che razza di ignorante! È conosciuta in Cina e in Ucraina, non l’hai mai sentita Avacada?”
“Io sto a Ronco in mezzo ai grebani, non in Cina e in Ucraina. E l’unica radio che ascolto è radio3.”
“Sei un intellettualoide alternativo del cazzo.”

Se ne accorgono tutti, appena prima di scoprire che è solo una posa e in realtà sono un minorenne con la barba che cerca di darsi un tono.

Michela mi dice di avere già prenotato per quattro persone in un albergo a Cannes, appena dietro la Croisette. Saremo noi e i suoi amici Sara e Ponchià, che ho già incontrato in altre occasioni e trovo piuttosto gradevoli. L’unico problema è che la Costa Azzurra in quei giorni sarà impraticabile, dovremo lasciare la macchina a Nizza e proseguire in bici.
L’idea di farmi quaranta chilometri su una ciclabile più altri quaranta al ritorno, e tutto per vedere una tizia che non ho mai sentito nominare, nel paese dei mangiatori di rane, mi sembra così folle che accetto. E poi ho sempre desiderato incontrare una ragazza francese in una boulangerie e innamorarmi di lei davanti a una crêpe suzette aux escargots. Non so cos’abbiano le ragazze francesi per attirarmi così tanto, forse l’accento che le rende tutte leziose e un po’ ingenue, e io alle ragazze leziose e un po’ ingenue non so resistere neanche quando si rivelano dei vampiri implacabili: resto lì a farmi succhiare la linfa con l’espressione appagata di chi riceve attenzioni dentro le mutande, e mi dico che forse non ho capito bene, e lei mi ama davvero.
Dovrei fare qualcosa per questo problema, ma nel frattempo preparo lo zainetto. Leggero, che non puoi portare pesi inutili, l’ha scritto anche Ponchià sulla chat della gita. Ah, fra l’altro non avrò l’internet oltrefrontiera, bello scazzo.

Il giorno della partenza mi faccio trovare in perfetto orario al posteggio di Genova Est. Sono sceso in moto per evitare gli strali della municipale, e ho scoperto che le strade sono deserte e i posteggi tutti liberi. Bravo. Vabbè, però il giorno dopo ci sarà il derby, metti che scoppiano tafferugli e la mia macchina viene ribaltata e data alle fiamme. Con lo scooter invece non succede perché di solito te lo rubano prima.

Le mie compagne di viaggio arrivano insieme: Michela ha un bagaglio abbondante, ma non avevo dubbi, lei non esce di casa se non ha almeno venti centimetri di tacco e il set di trucchi della Industrial Light & Magic, ma rispetto a quello di Sara sembra una pochette. È la casa della lumaca, un mostro di sessanta chili contenente lo stretto indispensabile, che per lei comprende tre cambi d’abito compreso quello da cerimonia metti che mi fanno sfilare in passerella scambiandomi per Julianne Moore, le scarpe da ballo di sei balli diversi compresi i doposci per fare quella roba russa, il phon perché in Francia non ce l’hanno e la moka da sei perché il caffè fa schifo lo sanno tutti.
Con quella roba sulle spalle la sua figura minuta rimpicciolisce ancora di più. La amo già, ma non glielo faccio notare, anche perché ci ordina di salire in macchina e parte alla bersagliera bruciando tutti i semafori e tagliando la strada a chiunque. Una così è capace di azzannarti alla gola se solo le rivolgi uno sguardo un po’ più ambiguo. Rimango sul progetto iniziale di conoscere la francese, che mi pare più facile.

Percorriamo la tratta Genova-Nizza senza problemi, l’autoradio propone una playlist fighissima che potrei avere composto io, ma la sadica pilota me la stoppa ogni volta che deve dire la sua sull’argomento del giorno: inviti al matrimonio di una loro conoscente antipatica.
Io sono l’imbucato su questa macchina, non posso intervenire se non dicendo minchiate a caso, così tiro fuori il quaderno e provo a lavorare sulle mie robe: devo scrivere il finale di un racconto e una lettera a una persona, ma non riesco ad andare avanti con nessuno dei due lavori, gli aneddoti dei miei compagni di viaggio sono una droga.

C’è questa tizia che ha invitato al matrimonio tutti i suoi acerrimi nemici, forte del detto “Si fa pace coi nemici, non con gli amici” (ebbene sì, anch’io guardo Game Of Thrones), e non ha invitato gli amici perché non c’era più posto. Questi si sono offesi e l’hanno costretta a divorziare e sposarsi di nuovo con un altro per invitare gli ex amici, nel frattempo diventati nemici. I vecchi nemici non l’hanno presa bene, si attendono sviluppi.

..

A Nizza ero stato una volta con la scuola, ma avevo visto pochissimo; un’altra volta con Francesillo, e avevamo visto solo negozi di cidi usati. Stavolta la prima cosa che vedo appena siamo in centro è un francese in motorino vicinissimo alla mia portiera, e Sara che gli mostra un campionario di gesti che non ho mai visto. Conosce anche il linguaggio dei sordomuti, ma che donna straordinaria!
No, aspetta, il dito medio è inequivocabile. E quelle sono corna. Come non detto, lo sta insultando.
Quello ovviamente si ferma al semaforo e si toglie il casco. Lei gli si ferma addosso e si toglie la felpa. Ponchià scende con aria bellicosa e si toglie i pantaloni.
Io sono vestito leggero, resto in macchina e li lascio a sbrigarsela da soli, tanto è una cosa veloce, devono solo sbarazzarsi del cadavere e bruciare il motorino per mostrare al resto del branco chi è che comanda in città, poi ripartiamo.

Il noleggio delle bici è poco più avanti, ancora udiamo in lontananza il vociare della piazza nella quale i miei compagni di viaggio hanno dato prova di capobranchismo. Forti del nuovo ruolo che hanno saputo ritagliarsi se ne vanno a cercare un posteggio gratuito nei paraggi. Nessuno dei due parla francese, ma si è capito come ciò non rappresenti un ostacolo. Io e Michela entriamo nel negozio e trattiamo l’affare con un giovane piuttosto simpatico che ascolta Charles Trenet.
Ci prova lei a stabilire una comunicazione, io ormai sono entrato nel loop della chanson, solo che lo fa in un inglese che sembra me quando parlo tedesco, e quello ci propina quattro bici da passeggio col cestino davanti, le famigerate Graziellà.

“Ma con queste mica ci arriviamo a Cannes!”, obietta in esperanto.
“Je suis Brigitte Bardot!”, risponde quello.

“Oh, ma mi aiuti o no, invece di fare la faccia da cretino? Questo non capisce un cazzo!”

Scosso dall’autorità ritorno sul vostro pianeta e provo a spiegare al giovane impiegato del ciclonoleggio che avremmo bisogno di mezzi più performanti. Il mio francese è un po’ arrugginito, ma è pur sempre la sua lingua madre, e in qualche modo riusciamo ad accordarci per tre mountain bikes e una bici da corsa supertecnica.
Arrivano Sara e Ponchià, e tutti e due osservano il manubrio ripiegato con scetticismo. Lui prova a suggerire un timido “casomai facciamo un po’ per uno per.. quella”, ma decido di accollarmelo io l’intero viaggio sul trespolone. I tre mi ringraziano per il sacrificio, ma è perché non conoscono la differenza fra il condurre un mezzo di cinque chili e uno di venticinque, poveri stolti!

Il viaggio è lento ma piacevole, Ponchià suda come un cane masai sotto il peso dello zaino di Sara, che ci si stava schiantando sotto già fuori Nizza e gliel’ha affidato; io e Michela ci facciamo prendere dalla febbre da selfì e ci scattiamo foto ogni due pedalate.

Al Marché du Ciarpàm di Antibes Ponchià trova un indispensabile schiaccialimoni in granito, che aumenta il peso del suo zaino di trentacinque chili. Sara ringrazia, che lo zaino di Ponchià lo sta portando lei.
Sulle mura cittadine un algerino romantico ascolta hip hop in arabo-francese, ma appena ci sente parlare cambia playlist e condivide con noi un pezzo dello stesso artista, ma in italiano. Lo canta con trasporto e molta malinconia: parla di immigrati che si sentono soli lontano da casa e non riescono ad integrarsi. Dice anche banalità sulla mamma, ma almeno ci risparmia la pizza, dai. Vorrei abbracciarlo e dirgli coraggio fratello, non tutto il male viene per nuovere. Pensa che il nostro rapper più famoso è Fedez.

Durante la seconda parte del viaggio facciamo conoscenza con un ciclista francese in preda all’arrunchio, che ignora me e Ponchià e si butta secco sulle ragazze. Michela gli fa capire che non ce n’è, che a lei quelli che ci provano stanno sul cazzo e il suo uomo ideale non la caga, la tratta male e non la cerca mai: “Non mi metterei mai con uno che cercasse di mettersi con una come me”.
Lo sventurato va a provarci con Sara, che gli infila un bastone nei raggi della bici e lo fa cappottare.

Promemoria: se vuoi provarci con Sara aspetta che sia a piedi e disarmata.

Ci fermiamo dieci minuti in una caletta che invita al riposo, e il ciclista riesce a raggiungerci, si avvicina alla donna meno pericolosa per un approccio più blando:

“Parli francese?”, le chiede in francese.
“Le due e mezza”, risponde Michela.
“Sei molto carina”, dice lui un po’ confuso.
“Ich habe eine schöne Bratwurst in meine Lederhose”, replica lei, convinta di dire tutt’altro.
Lui svolta al primo bivio e non lo vediamo più.

Michela ci resta un po’ male, che sotto sotto coltivava il sogno di incontrare in una boulangerie un francese che le offre la baguette, ma liquida l’episodio con superiorità: “I francesi mi stanno tutti sul cazzo. Sarà l’accento che li rende tutti degli stronzi spocchiosi.”

Arriviamo a Juan-Les-Pins all’ora dell’aperitivo e ci buttiamo in spiaggia come quattro sciuri, dove ordiniamo delle bibite di gran classe, tipo la sciuèps e la morettì. Da quelle parti non usa portare mangerie, oppure il cameriere ci ha inquadrati come quattro pezzenti che meritano giusto quattro olive condite con un sacco d’aglio. Ce le spazzoliamo io e Michela, imponendo automaticamente una selezione sugli eventuali limoni. Vabbè, tanto Sara brandisce uno stuzzicadenti con cui potrebbe uccidermi in almeno dieci modi diversi, non è cosa.

“Ragazzi, c’è una cosa che non capisco”, dice Ponchià, “Avevano detto che arrivare a Cannes sarebbe stato un casino, col traffico e tutto, ma qui non c’è un’anima. Potevamo venire tranquillamente in macchina.”
“Dici così solo perché sei stanco di portare lo zaino!”, replica Michela che non ama venire contraddetta.
“No, ma figurati! Cioè, non potrò mai più camminare eretto, ma non lo dicevo per quello.”
“È vero”, si aggiunge Sara che cerca di spostare la conversazione su argomenti meno personali, “Siamo sicuri che Sabrina attiri così tante persone?”
“Ma state scherzando?? Sabrina è conosciutissima! Ha riempito la piazza centrale di Kudrivka la settimana scorsa! È andata a vederla gente perfino da Volynka!”
“Ma che posti sono?”
“Se non conoscete la geografia non è mica colpa mia! Adesso muoviamoci che stasera c’è il concerto e non voglio perdermi la prima fila per colpa di grezzoni ignoranti come voi!”

Ci rimettiamo in marcia su una strada che più deserta non si può, e meno di due ore dopo siamo a Cannes. Che è vuota.

“Sono già tutti al concerto! Siamo in ritardo!”
“Dove lo fanno? Posiamo i bagagli in albergo e andiamo, dai!”
“Sulla Croisette. C’è un palco in spiaggia dove suoneranno tutte le grandi star internazionali. Non è lontano dall’albergo, ma dobbiamo sbrigarci!”

Ci buttiamo in strada come dei pazzi, percorriamo l’ultimo tratto di strada senza curarci dei pedoni e delle auto, infrangiamo ogni possibile legge compresa quella del menga, e tre minuti prima di quando siamo partiti entriamo nella hall dell’albergo, che sta fra la zona chic del lungomare e quella pulciosa della stazione ferroviaria. Indovinate il nostro albergo in quale delle due si colloca.

La signorina alla reception mugugna per farci tenere le bici, ma Sara le chiede se le piace il cinema, lei risponde sì certo, a tutti piace il cinema qui, siamo a Cannes, e Sara le chiede se ha visto il Batman con Heath Ledger, lei risponde di nuovo sì certo, tutti hanno visto il Batman con Heath Ledger, siamo a Cannes, allora Sara mette una matita in piedi sul banco, con la punta rivolta verso l’alto, e la signorina non risponde più, ma si vede che ha capito, perché ci mostra dove mettere le bici.

“Scusi, dov’è il concerto di Sabrina?”, chiede Michela.
“Di chi?”
“Non ci posso credere! Il concerto che apre il festival del cinema di stocazzo! Dov’è che suonano gli artisti? Eh?”
“Ma il festival comincia la settimana prossima.”

Ponchià sviene.

(continua, ma intanto qui potete vedere le foto)

 

agosto blog mio non ti conosco

cellulinoTempo di acquisti avventati, mi sono comprato un cellulare nuovo quando il vecchio ho deciso che non se ne poteva più di vederlo ignorare le conversazioni e chiudermele in faccia. Già che c'ero l'ho scelto fico, schermo tattile, applicazioni da scaricarci dentro, navigatore se mi venisse voglia di diventare marinaio, radio, che nel vecchio mi è mancata un casino, specie ai matrimoni di amici combacianti con le partite del Genoa. Non è l'aifon, non ce li spendo tutti quei soldi per un telefono, e non è il suo rivale di google, che peraltro mi sarebbe molto più simpatico, è un cugino povero che assolve comunque molto bene le sue funzioni, e pazienza se per scrivere un messaggio devo riempire lo schermo di ditate.

san lorenzo

Ho parlato di acquisti al plurale, giusto? E infatti non è stato solo il mio lato nerd ad aver ricevuto soddisfazione, ieri sera ho recuperato dai cinesi di Sottoripa un comodo cavalletto per la macchina fotografica, che mi tornerà utilissimo nelle imminenti ferie vista Atlantico.

Il terzo acquisto soddisfa invece il Pablo più istintivo, quello legato a doppio filo con le passioni sanguigne e plebee, e me lo userò stasera per entrare a Marassi. Forza vecchio Grifo!

nord
 

Parlando d'altro, il mio fan club su facebook ha raggiunto quota 51 fra amici, simpatizzanti e molestatori, a cui devo aggiungere la ventina che mi segue su tumblr. Non siamo ai livelli degli iscritti ad ARTErnativa, ma per qualcosa che aggiorno di rado non c'è male, fa venir voglia di rimettersi a lavorare con costanza. A proposito, il mio romanzo è di nuovo fermo, ma stavolta non è per mancanza di ispirazione, sono le vacanze estive a tenerlo inchiodato.

che palle

E’ un po’ che mi astengo dal commentare il corso degli eventi, ma è a causa di un’irrefrenabile spinta a non fare una minchia che mi ha incollato al mouse a giocare a qualunque videogioco possibile. Si vede che ultimamente avevo bisogno di uscire un momento dalla realtà per andare a comprare le sigarette e magari sparire e rifarmi una vita in un altro universo, dove certe cose non succedono, la politica è seria, le persone ragionano e le partite di calcio sono solo un corollario divertente di una domenica pomeriggio in cui non c’è proprio altro da fare.

Domenica pomeriggio non avevo proprio altro da fare e mi sono visto la mia prima partita del mondiale sudafricano, Italia – Nuova Zelanda. Il Paese del calcio contro quello del rugby, doveva essere come vedere Superman battersi col Grande Puffo, una formalità, e invece è finita unoauno, ma solo perché da noi abbiamo una maggiore esperienza nel tuffarci in area, se quello su De Rossi davanti alla porta era un fallo da rigore io sono Gargamella.

Le considerazioni sulla partita sono poche, abbiamo una Nazionale rinnovata parecchio, ma i soliti senatori resistono e il più delle volte sanno di stantìo, Camoranesi e Cannavaro sono inguardabili da un po’, ma non si può dare la colpa ai soliti se il gioco non c’è; per esempio quello che sembra uno spartano senza scudo, come si chiama, Zambrotta, ha fatto un partitone. Il problema è che manca il gioco di squadra, se lo stanno a menare a centrocampo e nessuno che provi a buttarla dentro. Quelli a cui l’Italia getterà addosso la croce della mancata qualificazione quest’anno sono Gilardino e Iaquinta, due figure leggendarie nel senso che tutti hanno letto i loro nomi nella formazione, ma nessuno li ha ancora visti in campo. Il Mondiale scorso era stato Toni a beccarsi la coppa di peggior attaccante, e oggi se l’è comprato il Genoa. Se di fronte alla manifesta incapacità di quest’ultimo ci metteremo di nuovo sul mercato per una punta “ancora in grado di stupire” so già a chi ci rivolgeremo.

E vabbè, la prossima sarà di giovedì pomeriggio, se qualcuno viene a chiedermi di fare continuato per uscire alle quattro gli faccio un levone.

tributo ai vecchi tempi (un reblog)

Considerate la vostra scemenza

Davvero lascereste casa e lavoro per correre dietro alle sottane di quella scopa di Olivia? E per lei fareste a botte con Bracciodiferro, accettereste di avere per mamma la Stregadelmare, vi fareste crescere barba e pancia? Ma dai, fatti non foste a viver come Bruto!

E poi lo diceva anche Giulio Cesare, “Tu quoque Bruto!”, e voi pure, Quiquoqua! Ma nopn vi siete ancora accorti che Paperinik, il vostro idolo mascherato, non è altri che vostro zio? Hanno addirittura lo stesso nome! E si che ve la tirate anche da Giovani Marmotte.

Ma non preoccupatevi, c’è chi sta peggio di voi, gli abitanti di Metropolis per esempio. Il loro paladino non fa alcuna fatica a celare la propria identità dietro un comunissimo paio di occhiali. Si vede che a Metropolis sono più scemi che a Savignone..

Questa storia del travestimento mi ha sempre lasciato perplesso. Anche i supereroi mascherati, Batman, l’Uomoragno, come fanno a truccare la voce? Il commissario di Gotham City è amico di Bruce Wayne e del suo alter ego da molti anni, eppure non si è mai accorto di avere di fronte la stessa persona, ma com’è possibile? forse Bruce Wayne quando indossa il suo costume fa l’accento abruzzese?

Secondo me la verità è un’altra..

Dal diario del Commissario Gordon

..l’agente Smith si affacciò alla porta del mio ufficio: “Commissario, il Joker ha colpito ancora!”

Ci risiamo. Il Joker. Mai una rapina in banca, un marito geloso che spara alla moglie, gli unici casi di cui ci occupavamo a Gotham riguardavano persone che si vestivano da pagliacci e cercavano di avvelenare tutta la città col gas esilarante, o da pinguini, e allora la minacciavano con un ombrello esplosivo, o da gatti, e perdevano i peli.

Niente di strano quindi che il difensore della città fosse un uomo che si faceva chiamare Pipistrello.

Il suo vero nome era Bruce Wayne, uno schizzato miliardario che viveva col suo maggiordomo nella villa in collina. Quando hai troppi soldi c’è il rischio che perdi il senso della realtà, e lui l’aveva perso veramente bene, si vestiva da pipistrello e andava in giro a picchiare i criminali.

Ci dava una grossa mano eh, i piccoli malfattori lo temevano, e quegli altri matti della sua risma finivano continuamente rinchiusi al manicomio Arkham.

Per questa sua collaborazione, giù alla stazione di polizia si cercava di dargli una mano, e facevamo finta di non sapere chi fosse in realtà, lo chiamavamo Batman, e non Bruce Wayne, e anche quel suo piccolo vizietto dei ragazzini si cercava di tenerlo una cosa nascosta.

Wayne adottava orfanelli, li tirava via dalla strada e se li prendeva in casa. Sbandati, potenziali delinquenti, andavano a vivere da lui e godevano di tutti i benefici della sua posizione.

Un benefattore, secondo le beghine della città, ma loro non conoscevano tutta la storia, non sapevano che sotto la villa si celava una caverna, e che nell’oscurità i bambini venivano abbigliati con una calzamaglia verde e iniziati a chissà quali nuove esperienze.

La polizia ne era al corrente, come lo era il sindaco e tutte le associazioni che contavano in città, ma tutti si voltavano dall’altra parte, nessuno aveva interesse a mettersi contro Wayne. Era un filantropo, aveva costruito ospedali, case di riposo, aveva finanziato la campagna elettorale del primo cittadino e si era schierato al suo fianco nelle battaglie importanti. Il museo d’arte era il più ricco del Paese, ogni mese i suoi saloni si arricchivano di opere inestimabili, venivano allestite mostre che portavano a Gotham i capolavori di ogni parte del mondo.

Ovvio che quando vi fu quel fattaccio di Jason Todd si fece il possibile per insabbiare la responsabilità del miliardario.

Todd era il suo attuale pupillo, un ragazzino che aveva tirato via da una vita di orfanotrofi e riformatori. Lo aveva introdotto nell’alta società e sgrossato dei suoi modi grezzi. Sarebbe morto comunque, diciamolo, Wayne non fece che rimandare l’inevitabile, gli regalò qualche anno in più.

Lo ritrovarono in una discarica, vestito con la solita calzamaglia attillata che tutti conoscevano molto bene. Bruce Wayne non ebbe neanche bisogno di costruirsi un alibi, se ne trovò subito pronti una decina, garantiti dalle massime autorità cittadine, tutti giuravano di avere trascorso con lui la sera incriminata, si inventarono una doppia vita del giovane, un presunto amico tossico che non venne mai ritrovato e la cosa finì lì.

Attivai il Batsegnale, un faro che proiettava in cielo il simbolo del pipistrello.

Ce lo aveva procurato lui, Batman. Per costruirlo si era chiuso una settimana nella Batcaverna, con la registrazione di tutte le puntate di Art Attack.

I preziosi consigli di Giovanni Mucciaccia avevano sortito un buon risultato, ma con tutta quella colla vinilica il Batsegnale puzzava più di una fabbrica di solventi, tanto che avevamo dovuto sistemarlo sul tetto del palazzo.

Il simbolo del pipistrello si dipinse sulle nuvole. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se avessimo voluto contattare Batman in una notte stellata, per fortuna non successe mai.

Si, nel caso avrei avuto il suo numero di cellulare, ma mi spiaceva usarlo, non volevo urtare la sua sensibilità.

Udii un rumore alle mie spalle, e quando mi voltai l’uomo mascherato mi stava di fronte.

“Phantom, che cazzo ci fai tu a Gotham City? Dovresti essere nella giungla coi pigmei!”

“Hai parlato dell’Uomo Mascherato, no? Ed eccomi qui!”

“No, io ho parlato dell’uomo mascherato, minuscolo. Mi riferivo a Batman!”

“Aah scuusa! Cosa vuoi, con tutti questi nomignoli è un attimo confondersi.. Senti, ti ho già mostrato il mio anello col teschio?”

“Si, e anche la foto dei gemellini. Adesso per favore vattene, che il tuo lupo mi sta pisciando sul batsegnale.”

Nel frattempo era arrivato anche l’uomo pipistrello, la sua batmobile andava davvero forte, dalla collina alla centrale di polizia ci metteva meno di cinque minuti. Vero che non rispettava neanche un semaforo, ma tanto sapeva che poi le multe gliele toglievamo sempre.

“Batman, il Joker è di nuovo in circolazione!”

“Che ha fatto stavolta?”

“Ha rubato al museo la Monnalisa di Leonardo. Dice che se non gli paghiamo il riscatto le dipingerà un sorriso a trentasette denti e le farà tutti i capelli verdi. L’ambasciatore francese mi ha minacciato di morte se non la recuperiamo, e il sindaco minaccia di farmi sostituire!”

“Maledetto criminale!”

“Chi, il sindaco?”

“No, Joker! Ho capito il suo piano, vuole trasformare Monnalisa nella Jokonda! Ma glielo impedirò!”

“Come farai a trovarlo?”

“Facile, stasera gioca il Genoa, sarà sicuramente allo stadio in tribuna d’onore”

“Ma non quel Joker, deficiente! Sto parlando del supercriminale!”

“Ah ecco, mi pareva.. vabbe, non lo troverò certo stanotte, ormai siamo all’ultima pagina. Dovremo aspettare il prossimo numero.”

“Ach! Dannati fumetti mensili!”

la sconfitta del Pablog

E’ inutile, ormai devo ammetterlo anche con me stesso, e non solo coi giornalisti che affollano il mio vialetto: il Pablog non ha più senso di esistere, tanto vale chiuderlo.

Perché il blog è un mezzo di comunicazione ormai superato, ci sono i tumblr, c’è feisbucc, c’è twitter, strumenti con cui puoi dire quel che ti pare in una riga, senza doverti sbattere a comporre frasi, mettere la punteggiatura, addirittura andare a capo!

E poi non c’è questo cazzo di impaginatore automatico di splinder che ti fa saltare una riga ogni volta che schiacci invio, poi no, poi si di nuovo, in base a come si svegliano la mattina i gestori del sito.

E basta, via, non c’è più speranza per i blog, oramai viviamo in un mondo frenetico in cui nessuno ha più voglia di andare a capo, si usano le k al posto delle ch, per essere amico di qualcuno ti basta sapere cosa sta facendo in quel momento in tre parole, e dei blog non frega più niente a nessuno.
E’ naturale che anche il Pablog subisca la crisi in corso, e accetti il suo declino come un inevitabile segno dei tempi.

Peccato, perché mi sarebbe piaciuto continuare a scrivere le mie cazzate e magari diventare uno scrittore famoso, magari essere interpellato un giorno sul treno da una fanciulla fascinosa che passa, mi vede, si ferma e mi fa:

– Ma tu sei Alessandro Baricco!
– Veramente no – faccio io, un po’ scazzato. Che non mi va di spacciarmi per un altro e rifulgere dell’altrui gloria. E poi proprio Baricco, dai, con tutti gli scrittori simpatici che ci sono!

Solo che lei insiste – Ma si che sei Baricco! Hai i riccioli! – come se gli scrittori si dividessero in due categorie, quelli pelati e Alessandro Baricco. In un mondo così gli scrittori dai capelli a caschetto non sarebbero considerati tali, e ci sarebbero frotte di malintenzionati parrucchieri appostati davanti a casa di Federico Moccia, armati di pettine e phon.

– E stai anche scrivendo su un quadernino!

Non mi va di spiegarle che sto andando allo stadio, e sul quadernino appunto magari la probabile formazione, o faccio il sudoku, e lei si siede. E cosa può fare un povero scrittore sconosciuto seduto su un treno con una bella ragazza che non chiede altro che di conoscerlo e poi magari giacere con lui, anche se probabilmente non lì, che i sedili sono tutti sporchi e chissà che malattie si possono prendere due che ci giacessero insieme sopra?

– Vabbè dai, sono Alessandro Baricco.
– Lo sapevo! – esulta lei, battendo le mani tutta eccitata – Vai a Genova per lavoro?

Evidentemente una sciarpa rossoblù, un berretto con un grosso grifone sopra e un maglione con scritto a caratteri cubitali Gradinata Nord non le fanno venire in mente altro che uno che sta andando a lavorare. Non sarebbe neanche sbagliato, se fosse la società calcistica a pagare me e non il contrario.

– Più o meno. Sai, vado a girare un po’, in cerca di ispirazione.. Qua e là..
– Per il tuo nuovo romanzo! Di cosa parla? E’ ambientato a Genova? Quando esce? Che personaggi assurdi ci sono? Un conte che ha perduto la memoria delle scarpe? Una donna incinta di un quadro? Un bambino che gioca col suo babau? E come si intitola? E sarà più fantastico di Oceanomare? Più sognante di Seta? Più arrabbiato di Castelli Di Rabbia? Più noioso di City?

Si, ma io mi aspettavo una bella ragazza compiacente e più che altro silenziosa, che si limitasse ai fondamentali: “Sei Alessandro Baricco! Scopami!”, non uno spruzzatore fonetico! Per farla smettere di parlare dovrei spararle, e ho soltanto una penna. Forse potrei piantargliela in un occhio..

E’ un fiume ininterrotto di sillabe quello che mi sta riversando addosso, cerco di infilare un piede, piano piano, per passare di là, ma la corrente è impetuosa e finirebbe per trascinarmi via.

– Il.. il titolo.. il..

Niente da fare, non si ferma mai, e dove vai a Genova, e conosci qualcuno, e io ho lavorato in una libreria, e hai mai letto questo, e hai mai visto quest’altro, e checcazzo! Le mollo un calcione su uno stinco, e prima che possa riprendere attacco a parlare io.

– Il titolo non ce l’ho ancora, di solito lo decido alla fine. E anche la trama, per adesso è più che altro un’idea. Per questo sto andando a Genova, per..
– Assorbire l’atmosfera! E’ così! E poi la trasformerai, la plasmerai in quel modo così unico che hai tu di raccontare le cose, fatto di sensazioni così solide da poterle toccare, e quei personaggi così incredibili, che non li troveresti mai in nessun altro libro, perché solo nei tuoi trovano una loro ragione di essere, con quelle atmosfere rarefatte che solo tu sai descrivere così bene, con quei colori tenui come un quadro ad acquerello..

Ma chi ho incontrato, una bella ragazza incredibilmente logorroica o la versione letteraria della Cancellieri? Riattacca a parlare e ancora una volta quello che dall’esterno potrebbe sembrare una conversazione amichevole si trasforma in un monologo ossessivo. Sta cominciando a rompermi il cazzo questa qui, bella o no, preferivo come stavo prima, con la sola compagnia del mio quaderno con l’elastico e la penna che scrive male.

– La conosci bene Genova?
– Si, certo – rispondo meccanicamente, prima ancora di rendermi conto che ha smesso di parlare.
– E perché la conosci bene, se sei di Torino? Ci hai abitato?
– Ci ho abitato? Ah si, certo, ci ho abitato. Da studente, sai..
– Ah, e dove abitavi?

Non è che voglia proprio inventarmi una balla gigantesca; certo, la propensione innata a raccontare fesserie mi spinge sempre a portare ogni dialogo sulla supercazzola, ma stavolta ci sono trascinato di peso. Un disegno sempre più preciso si delinea in me, per ogni parola che aggiungo. Non devo fare altro che raccogliere i pezzi che la mia mente mi offre, e legarli insieme.

– Stavo con una persona che abitava alla Foce.
– Ah si? – fa lei – Con una persona?
– Si, è stato il mio amore più grande, sai, una di quelle passioni travolgenti che ti avvolgono come una slavina su una pista da sci, e ti fanno sentire freddo, bagnato e senz’aria, ma che sono così belle che non puoi farne a meno.

Mi guarda con la bocca spalancata, già partita per vivere il nuovo romanzo di Baricco confezionato solo per lei. A quanto pare le storie d’amore tormentate esercitano sempre una forte attrazione sulle menti deboli. Come un novello Obi Wan Kenobi piloto i suoi pensieri verso una direzione che io ho stabilito..

– Sai, era una persona veramente speciale, così piena di passione, di stimoli, forse è a lei che devo il mio mestiere di scrittore. Forse ho cominciato a riportare i miei pensieri perché ne producevo così tanti da non riuscire più a contenerli.
– E come si chiamava questa persona? – mi chiede con voce sognante.
– Luigi.

Il ritorno alla realtà è così violento che le fa sbattere la schiena contro il sedile. Mi guarda come se l’avessi schiaffeggiata, il suo scrittore preferito, colui che cucina i cuori delle donne nella fricassea dell’amore ha avuto un’esperienza omosessuale!
Continuo a parlare, bene attento a non cambiare tono di voce, cerco di trasmetterle quella carica di sentimento che anela di ricevere, e pian piano la vedo che si lascia andare, si abbandona ancora una volta alla fantasia.

– La cosa incredibile era che la differenza di età fra di noi sembrava sparire. Era così intelligente, e dolce, e premuroso, e aveva delle mani talmente leggere, mioddìo..

La ragazza torna a dondolarsi nel cuore del racconto, una fantastica storia d’amore più forte di ogni pregiudizio; si abbandona un’altra volta, socchiude gli occhi, e capisco che è arrivato il momento della spallata finale:

– Non avrei mai creduto che un ragazzino di dodici anni possedesse tanto amore. Credo che la mia passione per i minorenni sia nata allora.

Si alza di scatto, prende la borsa e la giacca e fa – Devo scendere alla prossima, arrivederla! – e io posso tornare a scrivere le mie cazzate in santa pace.

In fondo mi spiacerebbe non diventare uno scrittore famoso, quasi quasi il blog lo tengo aperto ancora un po’.

da Godfadder

Mi chiama mia sorella, immagino voglia sapere com’è andata la mia prima pizza, e non le rispondo. E’ andata male, come vuoi che sia andata? Mai impastato niente in tutta la vita, mi mancano i rudimenti basilari per cucinare anche una pastasciutta, sarebbe come prendere uno studente di terza media e chiedergli “Hai mai riparato il tuo motorino? No? Allora vieni, che ti faccio montare lo shuttle”.

Mi richiama. Stavolta rispondo, non posso nascondermi per sempre alla sua ironia, ma a sorpresa non vuole chiedermi come mi è venuta la pizza, mi dice che il 28 settembre sono invitato al battesimo di suo figlio Alessandro. “Alle tre. Devi esserci, sei il padrino”.

Le mie rimostranze hanno ben poco a vedere col fatto che a quell’ora ci sarà Fiorentina-Genoa, io non l’ho mai fatto il padrino, non so neanche da che parte si cominci..

“Beh, documentati”, mi dice mia sorella prima di riagganciare.

Per prima cosa mi scarico tutta la discografia di Nino Rota, tanto per entrare in tema, quindi mi sparo la trilogia in un giorno, dalla mattina al tardo pomeriggio. Non contento inizio a giocare al videogioco ispirato al film, giusto per completezza.

La notte ovviamente ho gli incubi a tema:

sogno di essere in chiesa, vestito di gessato scuro. Accanto a me Marzia sfoggia una coppola calata sugli occhi e un paio di baffetti laccati, porta una lupara a tracolla e tiene uno stecchino fra i denti.

Il parroco mi chiede se sono cresimato, e subito Marzia gli mostra la lupara, commentando che certe domande sugnu dilicate, e che farebbe meglio a farsi liccazzisua.

Il parroco non si dà per vinto, e piantandomi il suo dito nodoso nella pancia mi spiega che essere un padrino è una grossa responsabilità, che dovrò essere la guida spirituale di questo bambino, e lo ripete, guida spirituale, guida spirituale, guida spirituale..

“..Guida spirituale! Guida spirituale!”nipoterie

Mi sveglio in un bagno di sudore, sono le undici e mezza, Marzia è andata a lavorare, non l’ho neanche sentita alzarsi. Sento un dolore sordo dove il parroco ha piantato il suo dito, e mi sollevo la maglietta temendo di trovarci un livido.

Non ci sono segni, ma la pancia è gonfia e mi fa male; non avrei dovuto mangiarla quella pizza, non era abbastanza lievitata.

Le parole del prete risuonano ancora nelle orecchie, e mi fanno male alla coscienza: mi rendo conto di non essere la persona più indicata a fare da guida spirituale a un bimbo, io che alla cresima sono stato preso a scopaccioni dal parroco perché giocavo coi giochini dell’orologio digitale, io che l’ultima volta che sono stato a messa è stato per il funerale di mia nonna, io che il prete non viene neanche a benedirmi la casa.. vabbè, quello è colpa di Marzia.. comunque no, non sono adatto a questa responsabilità, è meglio che chiedano a qualcun altro!

Chiamo mia sorella, ma il telefono è occupato. Decido di andare a dirglielo di persona, mi metto le scarpe, la coppola, infilo la testa di cavallo in un sacco ed esco. Per la strada riscuoto il pizzo da un paio di negozianti, mi sento un po’ meglio, ma giunto sul sagrato della chiesa vengo assalito nuovamente dai sensi di colpa, maledetta educazione cattolica!

Non so cosa mi prenda, forse il panico, forse i peperoni, varco il portone in ferro battuto e mi presento al parroco:

“Buongiorno padre”, gli sussurro.

“Buongiorno figliolo, non c’è bisogno che parli a voce così bassa”, mi risponde.

“Noo, lei non capisce, è il personaggio che lo impone”, e lui chissà cosa capisce, perché mi risponde “Nostro Signore ci sente benissimo!”

“Vede Padre”, gli dico per cambiare discorso, “sono venuto qui perché ho dei problemi”

“Tutti quelli che entrano qui hanno dei problemi, e cercano di risolverli scaricandoli su qualcuno che non si lamenta mai, e se ne sta lì in croce in silenzio”

“No, ma i miei sono causati proprio da lui, vede, sono stato scelto per fare il padrino a un bimbo, ma la mia fede.. insomma..”

“Mi stai dicendo che non credi?”

“Beh ecco..”

“Non hai fede?”

“Eh dipende cosa intende..”

“La fede, fratello mio, è quella cosa che ti dà speranza quando non ce n’è, quando le difficoltà ti soverchiano, e tutto ti dice che non è il caso di andare avanti, ma tu credi che migliorerà, perché qualcuno più in alto di te ha posto la sua mano su di te..”

Il suo discorso mi ha fatto venire Genoa-Juve, come credevamo che il gol di Nedved avrebbe aperto le danze, e invece all’ultimo momento Juric è entrato in area e ha scavalcato il portiere con un siluro insidioso sotto la traversa. Sorrido.

“Vedi? Lo capisci anche tu cosa vuol dire avere fede, speranza. Io non credo che la fede ti abbia abbandonato del tutto, si è solo ritirata in un angolo, e aspetta che tu la riporti alla luce.”

In effetti quando si parla di guida spirituale non si specifica di quale religione, e io mio nipote ho tutta l’intenzione di portarlo sulla via della stessa perdizione che ha rapito la mia anima: il calcio e la musica.

“Vai a messa, figliolo?”

“Si, padre, tutte le domeniche”, gli rispondo, e non mento neanche, che per quelli come me la partita è un momento di comunione spirituale.

“E allora qual è il problema? Sii pure il padrino di tuo nipote, sei perfetto per quel ruolo!”

“lo credo anch’io padre, grazie mille!”

Me ne vado più sereno, e poi dicono che la risposta ai tuoi problemi non la troverai mai in chiesa!

e il treno io l’ho preso e ho fatto bene

Come sempre la mia vita è un’altalena continua fra la più depressa routine e un’attività tanto frenetica da sfiorare il disturbo psichico. Trascorro settimane senza scrivere una riga, perché non c’è una sola riga da riempire col racconto delle mie giornate, e di colpo ne devo dire tante che non so da dove cominciare.

Parlo di quel calcio che col calcio ha sempre meno a che vedere? Ne avrei da raccontare, dai tre punti che ci hanno finalmente tolto, alla vittoria straordinaria col Monza, all’altrettanto straordinaria sconfitta con la Sambenedettese che ci porta diretti a giocarci la promozione nei play off. Potrei infierire sulla dignità di certi giocatori, che qui non si parla di condizione fisica o di qualità tecniche, ma solo della dignità richiesta per indossare una maglia così importante, e di come sia triste, per non dire meschino, centellinare il proprio impegno in campo a seconda dei casi. Ma non vado oltre, che davvero non ne vale la pena. Spero di vederli tutti indagati, prima o poi.

O racconto delle vacanze di Pasqua, dei pranzi sui monti, delle abbuffate con gli amici, delle foto propagandistiche dell’Ejercito Cadigattista, della mia personale Marcia Su Roma?

Facciamo così, vi racconto una storia che parla di treni. Comincia un venerdì pomeriggio, dalla stazione di Genova Brignole, quando due ragazzi con una borsa trovano il loro posto in uno scompartimento dell’intercity Torino-Salerno. Inutile descrivere i due ragazzi, siamo naturalmente il Subcomandante Marzia ed io, ma posso parlare degli altri personaggi che popolano lo scompartimento: tre di essi sono avvocati, lo deduco dai loro discorsi. Stanno andando all’Isola D’Elba per una vacanza, ma non riescono a sganciarsi del tutto dalla propria occupazione, e fino a Livorno li sentiamo parlare di giurie, procedure, cavilli che alzano polvere solo a parlarne. Poi c’è una signora silenziosa, di cui non si può dire nulla, tanto è stata accurata nel non lasciare ricordi di sé. Sta seduta nel suo angolo, con un giornale anonimo davanti, non guarda nessuno, non parla a nessuno, aspetta la sua fermata con muta rassegnazione.

(Muta rassegnazione è un termine un po’ abusato, lo so, ma non sono uno scrittore, mi limito a pigiare sui tasti, e la differenza si vede. La prossima volta scriverò gelido inverno, e potrete insultarmi)

Lo scompartimento è freddo, o così sembra a noi, che siamo seduti davanti alle bocchette dell’aria condizionata, e indossiamo il minimo indispensabile per non essere denunciati per oltraggio al pudore. Come già raccontato la scorsa estate esiste una bizzarra regolamentazione riguardo all’aria condizionata sugli intercity, che ci obbliga a congelare. Potrei chedere delucidazione ai tre legulei, ma non si curano né di noi né della temperatura, sono tutti presi da “La Settimana Giuristica”, il giornale di giochi ed enigmi per laureati in giurisprudenza che uno di essi ha estratto dalla valigia. Stanno discutendo sul 13 orizzontale, “Lo dice chi rifiuta di rispondere all’interrogatorio”. La signora all’angolo non parla, non respira, forse è impagliata, forse già in avanzato stato di ibernazione, chissà.

Quando siamo dalle parti della Zona Tumultuosa, un luogo non meglio identificato fra Livorno e il Burkina Faso, decido che il supplemento intercity non è abbastanza economico per farmi accettare una bronchite senza lottare, e vado a spegnere l’aria condizionata.

Le mie straordinarie doti narrative avranno a questo punto acceso un grosso punto interrogativo nella testa di ognuno di voi cari lettori, e sono certo che vi starete domandando come fa un riconosciuto incapace come me a saper disattivare l’aria condizionata su un intercity, azione che richiede straordinaria abilità scassinatoria per aprire la serratura a brugola del pannello degli interruttori, eccezionale capacità mimetica per non farsi beccare dal controllore, elevata concentrazione per non scambiare il simbolo del refrigeratore con quello dell’autodistruzione. Io non so neanche vincere a bimbumbà perché mi do regolarmente dei pugni in faccia, non riesco a coordinarmi neanche per mettermi le dita nel naso, e cosa ne posso sapere di disattivare l’aria condizionata di un intercity, materia d’esame delle spie GLG-20, quelle impiegate per recuperare le testate nucleari sulla strada per Duschambe.

Ricordate quello che vi avevo raccontato lo scorso agosto, delle mie vacanze in Sicilia? Se siete di quelli che capitano qui cercando Brigata Speloncia, sicuramente no, ma gli altri forse rammentano delle mie disavventure con l’aria condizionata sui treni. Ebbene, nel viaggio di ritorno si presentò lo stesso problema, e già stavamo accendendo un falò nello scompartimento, quando un intraprendente professore palermitano, uno che sembrava più un rapinatore di diligenze che un insegnante di storia dell’arte, mi introdusse ai segreti del chiavistello.

(“Mi introdusse ai segreti del chiavistello” starebbe benissimo in un racconto erotico, se qualcuno volesse scriverne uno sarò lieto di cedergli il copyright)

Mi raccontò della scuola della strada che ebbe a imparare nel suo quartiere malfamato, di quando un giorno si e uno anche gli entravano i ladri in casa, e dopo aver rubato tutto il rubabile presero a sfotterlo cambiandogli la serratura mentre era fuori. Venni a sapere delle difficoltà a farsi allacciare abusivamente acqua, gas, elettricità e tv via cavo, tanto che fu costretto a farlo da sé, e di come tutte queste esperienze l’avessero reso un Arsenio Lupin de noatri.
Ascoltavo il mio mentore e assorbivo tutte quelle nozioni che sapevo un giorno mi sarebbero tornate utili. Lo accompagnai al pannello elettrico e studiai minuziosamente i rapidi movimenti con cui vinse la resistenza della diabolica brugola, imparai la sottile differenza fra il simbolo dell’aria condizionata e quello della dispersione di sostanze tossiche all’interno del vagone, compresi i movimenti ciclici dei controllori di tutta la rete trenitalia, sempre gli stessi, e di come sia possibile rivolgerli a proprio vantaggio per tutta una serie di portogheserie.

Ecco perché venerdì pomeriggio non sono schiattato di freddo, e ho potuto raggiungere la stazione di Roma Termini in tenuta estiva e non vestito come un inuit, acclamato dai miei compagni di viaggio come si conviene a un salvatore, braccato dalle forze dell’ordine su rotaia come il più accanito dei rivoluzionari, osservato con sospetto dall’ambigua categoria dei cuccettisti, che non si sa bene da che parte stiano.

Nel viaggio di ritorno non c’è stato bisogno di ricorrere all’antica arte della manomissione, i nostri posti erano verso il corridoio, non risentivamo del nefasto effetto del condizionatore.
In compenso siamo stati torturati per cinque ore da un altoparlante da concerto rock, che ci ricordava a ogni fermata che stavamo arrivando a destinazione con cinque minuti di ritardo, che la coincidenza con Trondidio arriverà e partirà dal binario 47 anziché 2, che l’intercity per Milano sta messo peggio di noi perché è dietro e non lo facciamo passare così impara haha.
Purtroppo il mio insegnante di illecitudini mi spiegò solo come disattivare l’aria condizionata, per preservarmi i timpani non ho potuto fare altro che infilarmi un giornale arrotolato nelle orecchie.