briciole

Lasci briciole come Pollicino sperando che vengano trovate, ma temi di doverle spiegare a chi le trova, quindi mangi il tuo panino come se al posto dei denti avessi una motosega, anche se non hai davvero fame, solo per poter lasciare la tua scia e sgravarti delle responsabilità.

“Io? E io che ne so! Stai farneticando!”, mi sembra di vederti scuotere la testa di fronte a una richiesta di spiegazioni che sapevo benissimo non sarebbero mai arrivate, perché la prima regola è negare, la seconda non tornare mai indietro neanche se lo vorresti, la terza è che tu non hai regole, così ti metti la coscienza a posto anche con le prime due.

E intanto io ho le briciole nel letto e non dormo più.

Anche Jon Snow aveva detto seh figurati non ci casco in questi trucchetti di merda, poi gli hanno infiocinato il fratellino e non ci ha più visto ed è caduto nel trappolone con tutti e due i piedi, perché se sei emotivo hai poco da fingere, quello che senti ti scappa dalle mani anche se ti giri di là e vai a letto presto.

Che poi non serve a niente andare a letto presto se stai fino alle tre a fissare il deserto e sognare Medina e ripeterti che non stai facendo niente di male. E allora perché non dormi? Perché non te ne vai? Le porte chiuse non sono fatte per starci davanti e appoggiarci l’orecchio, per quello esistono le maniglie: funzionano, basta metterci una mano e premere. Basta volerlo.

Una caratteristica delle briciole è quella di saltar fuori dove avevi già passato l’aspirapolvere, come i coriandoli, a tradimento.
Ma qui non c’era più niente! E invece no, sei tu che non ci hai guardato bene, c’era ancora questo. E quest’altro. E ore dopo ne trovi un’altra. Sono bastarde, le briciole.

bonjour, je m’appelle Ponchià (parte 1)

“Comincia il festival di Cannes!”, mi dice Michela, che non sapevo appassionata di alcunché tranne la spiaggia. “Ci sarà ospite la mia popstar preferita, Sabrina!”
“E chi minchia è?”
“Ma che razza di ignorante! È conosciuta in Cina e in Ucraina, non l’hai mai sentita Avacada?”
“Io sto a Ronco in mezzo ai grebani, non in Cina e in Ucraina. E l’unica radio che ascolto è radio3.”
“Sei un intellettualoide alternativo del cazzo.”

Se ne accorgono tutti, appena prima di scoprire che è solo una posa e in realtà sono un minorenne con la barba che cerca di darsi un tono.

Michela mi dice di avere già prenotato per quattro persone in un albergo a Cannes, appena dietro la Croisette. Saremo noi e i suoi amici Sara e Ponchià, che ho già incontrato in altre occasioni e trovo piuttosto gradevoli. L’unico problema è che la Costa Azzurra in quei giorni sarà impraticabile, dovremo lasciare la macchina a Nizza e proseguire in bici.
L’idea di farmi quaranta chilometri su una ciclabile più altri quaranta al ritorno, e tutto per vedere una tizia che non ho mai sentito nominare, nel paese dei mangiatori di rane, mi sembra così folle che accetto. E poi ho sempre desiderato incontrare una ragazza francese in una boulangerie e innamorarmi di lei davanti a una crêpe suzette aux escargots. Non so cos’abbiano le ragazze francesi per attirarmi così tanto, forse l’accento che le rende tutte leziose e un po’ ingenue, e io alle ragazze leziose e un po’ ingenue non so resistere neanche quando si rivelano dei vampiri implacabili: resto lì a farmi succhiare la linfa con l’espressione appagata di chi riceve attenzioni dentro le mutande, e mi dico che forse non ho capito bene, e lei mi ama davvero.
Dovrei fare qualcosa per questo problema, ma nel frattempo preparo lo zainetto. Leggero, che non puoi portare pesi inutili, l’ha scritto anche Ponchià sulla chat della gita. Ah, fra l’altro non avrò l’internet oltrefrontiera, bello scazzo.

Il giorno della partenza mi faccio trovare in perfetto orario al posteggio di Genova Est. Sono sceso in moto per evitare gli strali della municipale, e ho scoperto che le strade sono deserte e i posteggi tutti liberi. Bravo. Vabbè, però il giorno dopo ci sarà il derby, metti che scoppiano tafferugli e la mia macchina viene ribaltata e data alle fiamme. Con lo scooter invece non succede perché di solito te lo rubano prima.

Le mie compagne di viaggio arrivano insieme: Michela ha un bagaglio abbondante, ma non avevo dubbi, lei non esce di casa se non ha almeno venti centimetri di tacco e il set di trucchi della Industrial Light & Magic, ma rispetto a quello di Sara sembra una pochette. È la casa della lumaca, un mostro di sessanta chili contenente lo stretto indispensabile, che per lei comprende tre cambi d’abito compreso quello da cerimonia metti che mi fanno sfilare in passerella scambiandomi per Julianne Moore, le scarpe da ballo di sei balli diversi compresi i doposci per fare quella roba russa, il phon perché in Francia non ce l’hanno e la moka da sei perché il caffè fa schifo lo sanno tutti.
Con quella roba sulle spalle la sua figura minuta rimpicciolisce ancora di più. La amo già, ma non glielo faccio notare, anche perché ci ordina di salire in macchina e parte alla bersagliera bruciando tutti i semafori e tagliando la strada a chiunque. Una così è capace di azzannarti alla gola se solo le rivolgi uno sguardo un po’ più ambiguo. Rimango sul progetto iniziale di conoscere la francese, che mi pare più facile.

Percorriamo la tratta Genova-Nizza senza problemi, l’autoradio propone una playlist fighissima che potrei avere composto io, ma la sadica pilota me la stoppa ogni volta che deve dire la sua sull’argomento del giorno: inviti al matrimonio di una loro conoscente antipatica.
Io sono l’imbucato su questa macchina, non posso intervenire se non dicendo minchiate a caso, così tiro fuori il quaderno e provo a lavorare sulle mie robe: devo scrivere il finale di un racconto e una lettera a una persona, ma non riesco ad andare avanti con nessuno dei due lavori, gli aneddoti dei miei compagni di viaggio sono una droga.

C’è questa tizia che ha invitato al matrimonio tutti i suoi acerrimi nemici, forte del detto “Si fa pace coi nemici, non con gli amici” (ebbene sì, anch’io guardo Game Of Thrones), e non ha invitato gli amici perché non c’era più posto. Questi si sono offesi e l’hanno costretta a divorziare e sposarsi di nuovo con un altro per invitare gli ex amici, nel frattempo diventati nemici. I vecchi nemici non l’hanno presa bene, si attendono sviluppi.

..

A Nizza ero stato una volta con la scuola, ma avevo visto pochissimo; un’altra volta con Francesillo, e avevamo visto solo negozi di cidi usati. Stavolta la prima cosa che vedo appena siamo in centro è un francese in motorino vicinissimo alla mia portiera, e Sara che gli mostra un campionario di gesti che non ho mai visto. Conosce anche il linguaggio dei sordomuti, ma che donna straordinaria!
No, aspetta, il dito medio è inequivocabile. E quelle sono corna. Come non detto, lo sta insultando.
Quello ovviamente si ferma al semaforo e si toglie il casco. Lei gli si ferma addosso e si toglie la felpa. Ponchià scende con aria bellicosa e si toglie i pantaloni.
Io sono vestito leggero, resto in macchina e li lascio a sbrigarsela da soli, tanto è una cosa veloce, devono solo sbarazzarsi del cadavere e bruciare il motorino per mostrare al resto del branco chi è che comanda in città, poi ripartiamo.

Il noleggio delle bici è poco più avanti, ancora udiamo in lontananza il vociare della piazza nella quale i miei compagni di viaggio hanno dato prova di capobranchismo. Forti del nuovo ruolo che hanno saputo ritagliarsi se ne vanno a cercare un posteggio gratuito nei paraggi. Nessuno dei due parla francese, ma si è capito come ciò non rappresenti un ostacolo. Io e Michela entriamo nel negozio e trattiamo l’affare con un giovane piuttosto simpatico che ascolta Charles Trenet.
Ci prova lei a stabilire una comunicazione, io ormai sono entrato nel loop della chanson, solo che lo fa in un inglese che sembra me quando parlo tedesco, e quello ci propina quattro bici da passeggio col cestino davanti, le famigerate Graziellà.

“Ma con queste mica ci arriviamo a Cannes!”, obietta in esperanto.
“Je suis Brigitte Bardot!”, risponde quello.

“Oh, ma mi aiuti o no, invece di fare la faccia da cretino? Questo non capisce un cazzo!”

Scosso dall’autorità ritorno sul vostro pianeta e provo a spiegare al giovane impiegato del ciclonoleggio che avremmo bisogno di mezzi più performanti. Il mio francese è un po’ arrugginito, ma è pur sempre la sua lingua madre, e in qualche modo riusciamo ad accordarci per tre mountain bikes e una bici da corsa supertecnica.
Arrivano Sara e Ponchià, e tutti e due osservano il manubrio ripiegato con scetticismo. Lui prova a suggerire un timido “casomai facciamo un po’ per uno per.. quella”, ma decido di accollarmelo io l’intero viaggio sul trespolone. I tre mi ringraziano per il sacrificio, ma è perché non conoscono la differenza fra il condurre un mezzo di cinque chili e uno di venticinque, poveri stolti!

Il viaggio è lento ma piacevole, Ponchià suda come un cane masai sotto il peso dello zaino di Sara, che ci si stava schiantando sotto già fuori Nizza e gliel’ha affidato; io e Michela ci facciamo prendere dalla febbre da selfì e ci scattiamo foto ogni due pedalate.

Al Marché du Ciarpàm di Antibes Ponchià trova un indispensabile schiaccialimoni in granito, che aumenta il peso del suo zaino di trentacinque chili. Sara ringrazia, che lo zaino di Ponchià lo sta portando lei.
Sulle mura cittadine un algerino romantico ascolta hip hop in arabo-francese, ma appena ci sente parlare cambia playlist e condivide con noi un pezzo dello stesso artista, ma in italiano. Lo canta con trasporto e molta malinconia: parla di immigrati che si sentono soli lontano da casa e non riescono ad integrarsi. Dice anche banalità sulla mamma, ma almeno ci risparmia la pizza, dai. Vorrei abbracciarlo e dirgli coraggio fratello, non tutto il male viene per nuovere. Pensa che il nostro rapper più famoso è Fedez.

Durante la seconda parte del viaggio facciamo conoscenza con un ciclista francese in preda all’arrunchio, che ignora me e Ponchià e si butta secco sulle ragazze. Michela gli fa capire che non ce n’è, che a lei quelli che ci provano stanno sul cazzo e il suo uomo ideale non la caga, la tratta male e non la cerca mai: “Non mi metterei mai con uno che cercasse di mettersi con una come me”.
Lo sventurato va a provarci con Sara, che gli infila un bastone nei raggi della bici e lo fa cappottare.

Promemoria: se vuoi provarci con Sara aspetta che sia a piedi e disarmata.

Ci fermiamo dieci minuti in una caletta che invita al riposo, e il ciclista riesce a raggiungerci, si avvicina alla donna meno pericolosa per un approccio più blando:

“Parli francese?”, le chiede in francese.
“Le due e mezza”, risponde Michela.
“Sei molto carina”, dice lui un po’ confuso.
“Ich habe eine schöne Bratwurst in meine Lederhose”, replica lei, convinta di dire tutt’altro.
Lui svolta al primo bivio e non lo vediamo più.

Michela ci resta un po’ male, che sotto sotto coltivava il sogno di incontrare in una boulangerie un francese che le offre la baguette, ma liquida l’episodio con superiorità: “I francesi mi stanno tutti sul cazzo. Sarà l’accento che li rende tutti degli stronzi spocchiosi.”

Arriviamo a Juan-Les-Pins all’ora dell’aperitivo e ci buttiamo in spiaggia come quattro sciuri, dove ordiniamo delle bibite di gran classe, tipo la sciuèps e la morettì. Da quelle parti non usa portare mangerie, oppure il cameriere ci ha inquadrati come quattro pezzenti che meritano giusto quattro olive condite con un sacco d’aglio. Ce le spazzoliamo io e Michela, imponendo automaticamente una selezione sugli eventuali limoni. Vabbè, tanto Sara brandisce uno stuzzicadenti con cui potrebbe uccidermi in almeno dieci modi diversi, non è cosa.

“Ragazzi, c’è una cosa che non capisco”, dice Ponchià, “Avevano detto che arrivare a Cannes sarebbe stato un casino, col traffico e tutto, ma qui non c’è un’anima. Potevamo venire tranquillamente in macchina.”
“Dici così solo perché sei stanco di portare lo zaino!”, replica Michela che non ama venire contraddetta.
“No, ma figurati! Cioè, non potrò mai più camminare eretto, ma non lo dicevo per quello.”
“È vero”, si aggiunge Sara che cerca di spostare la conversazione su argomenti meno personali, “Siamo sicuri che Sabrina attiri così tante persone?”
“Ma state scherzando?? Sabrina è conosciutissima! Ha riempito la piazza centrale di Kudrivka la settimana scorsa! È andata a vederla gente perfino da Volynka!”
“Ma che posti sono?”
“Se non conoscete la geografia non è mica colpa mia! Adesso muoviamoci che stasera c’è il concerto e non voglio perdermi la prima fila per colpa di grezzoni ignoranti come voi!”

Ci rimettiamo in marcia su una strada che più deserta non si può, e meno di due ore dopo siamo a Cannes. Che è vuota.

“Sono già tutti al concerto! Siamo in ritardo!”
“Dove lo fanno? Posiamo i bagagli in albergo e andiamo, dai!”
“Sulla Croisette. C’è un palco in spiaggia dove suoneranno tutte le grandi star internazionali. Non è lontano dall’albergo, ma dobbiamo sbrigarci!”

Ci buttiamo in strada come dei pazzi, percorriamo l’ultimo tratto di strada senza curarci dei pedoni e delle auto, infrangiamo ogni possibile legge compresa quella del menga, e tre minuti prima di quando siamo partiti entriamo nella hall dell’albergo, che sta fra la zona chic del lungomare e quella pulciosa della stazione ferroviaria. Indovinate il nostro albergo in quale delle due si colloca.

La signorina alla reception mugugna per farci tenere le bici, ma Sara le chiede se le piace il cinema, lei risponde sì certo, a tutti piace il cinema qui, siamo a Cannes, e Sara le chiede se ha visto il Batman con Heath Ledger, lei risponde di nuovo sì certo, tutti hanno visto il Batman con Heath Ledger, siamo a Cannes, allora Sara mette una matita in piedi sul banco, con la punta rivolta verso l’alto, e la signorina non risponde più, ma si vede che ha capito, perché ci mostra dove mettere le bici.

“Scusi, dov’è il concerto di Sabrina?”, chiede Michela.
“Di chi?”
“Non ci posso credere! Il concerto che apre il festival del cinema di stocazzo! Dov’è che suonano gli artisti? Eh?”
“Ma il festival comincia la settimana prossima.”

Ponchià sviene.

(continua, ma intanto qui potete vedere le foto)

 

suggestioni balcaniche -3: di retro al sol, del mondo sanza gente.

La partenza è prevista per le quattro, sono le due e mezza, sul piazzale ci siamo io e le mosche. Cielo coperto, temperatura secondo WeatherPro 24°C, secondo me lebestemmie, che c’è umido e le mosche sono nervose e mi ronzano sulla faccia e non mi lasciano leggere.
Alle tre e un quarto arriva una signora con due grosse borse della spesa: a parte il foulard e la gonna potrebbe benissimo essere Giampiero Galeazzi, ma anche così non è detto, la mia conoscenza di Bisteccone si limita a un paio di telecronache di canottaggio, che ne so cosa fa nella vita privata? Nel dubbio azzardo un “buongiorno” in italiano, per cercare di sgamarla, ma non ci casca, mi studia un momento e mi chiede qualcosa che suona come “‘ndo cojo cojo golasso”.

“Mi spiace, non capisco”, le rispondo in italiano, sperando in una botta di culo.
“Ci sta il cacao?”
“I’m sorry, I don’t understand”
“Con lo Jesi, che partita!”
“Si, vabbè”

Poco alla volta il piazzale si riempie di persone in attesa del pullman: c’è una coppia sulla cinquantina in tenuta escursionistica, zaino e scarponcini tecnici, che rispetto a come sto messo io, con le All Star e la maglietta di Batman, sembra organizzata molto meglio; c’è un ragazzino col baffo di primo pelo, in mimetica e borsone, che ha la tipica faccia da licenza; una coppia cerca di capire come abbassare il volume a quegli aggeggi alti ottanta centimetri che si muovono sempre e piangono fortissimo se non fai subito quel che ti chiedono, tipo comprargli il gelato o scendere dall’aereo perché sono stufi, e mi chiedo perché non accontentarli, specie nel caso dell’aereo; c’è una bella ragazza mora, indossa un vestito leggero che le lascia le gambe scoperte, e non sembra accompagnata da nessuno, e ho trovato la mia compagna di viaggio, le chiederò come si chiama e la affascinerò coi miei modi gentili, e siccome starà sicuramente andando anche lei a Sarajevo ci vedremo anche nei prossimi giorni e insomma una cosa tira l’altra, quando torno devo pensare seriamente a trasferirmi in una casa più grande.

Arriva la corriera, un bel mezzo moderno dai sedili confortevoli. Ci disponiamo a salire e cerco di mettermi dietro la ragazza, ma non troppo attaccato, lascio che qualcuno si frapponga fra noi, così da darle il tempo di sistemare la borsa nella cappelliera e sedersi, e capitare lì per caso e chiederle se il posto accanto al suo è libero e donarle il sorriso accattivante che mi ha reso celebre nelle balere da Cesenatico a Foggia, e insomma una cosa tira l’altra, chissà se limoneremo duro già prima del capolinea.
Si ferma a metà, sceglie il posto accanto al finestrino e mi accingo a fare la mossa del giaguaro, ma la coppia di escursionisti che ci separa si separa, e la moglie va ad occupare il mio sedile. Perché? Che è successo? Non stavate bene insieme? Cosa siete, una coppia in crisi che va in vacanza per dare un’ultima possibilità alla relazione, ma nel piazzale della stazione di Banja Luka, attorniata dalle mosche, capisce che ogni tentativo sarebbe inutile e decide di terminare il viaggio mantenendo una dignitosa ma eloquente distanza? Macheccazzo.

I posti intorno sono tutti presi, mi piglio il primo finestrino che trovo, molte file più indietro, e tiro fuori il telefono, che fra i vari comfort del mezzo c’è anche la presa elettrica. Perlomeno ho da leggere, penso.

“Sono Cita”
“Oh no!”
“Se dimmi ovvie, paciugo Previti busto”
“Sarà un viaggio lunghissimo..”

Come provocare un infarto al segretario della Lega Nord in Alto Adige

Il paesaggio è collinare a tratti, alpino a sprazzi, non capisci mai se stai vedendo il Sudtirolo o le colline toscane. I minareti al posto dei campanili aggiungono irrealtà, che sono abituato ad associarli a panorami più aridi, così mi aspetto Heidi che porta a pascolare i cammelli su alla baita, sono confuso.

“Signora, sono confuso”
“Ne riassume il governo”

Il resto del viaggio passa senza incidenti, la ragazza scende in un posto che si chiama Busovača, su cui non riesco a pensare niente di più eloquente, e alla fermata c’è il suo fidanzato che la aspetta e se la abbraccia contento, e mi viene in mente il video che mi ha spedito Andrea qualche giorno fa, ma il telefono che ho in mano è il mio, mi limito a ricordarlo e ghignare.

 Alle nove siamo a Sarajevo, ho l’indirizzo di un albergo in centro che dalle foto sembra molto interessante, e provo a farmici portare con un taxi: in fondo si deve pur morire di qualcosa, e peggio dei tassisti turchi credo sia impossibile. Mi siedo davanti, che dietro tutti quanti, e mostro la via all’autista grazie al fido telefono: 3 euri al giorno per navigare dall’estero mi stanno togliendo da un sacco di impicci, altro che storie. Inoltre ho imparato a Istanbul che se stai seduto davanti puoi tenere il volante mentre l’autista usa entrambe le mani per mandare sms a suo cugino.

L’albergo si trova alla Baščaršija, che potete pronunciare Bascarsia o Shambawambawè, non mi fa alcuna differenza, tanto non ho idea di come si dica; è la strada che porta al quartiere turco, quindi vedi che il mio commento sui tassisti di Istanbul non era a sproposito. Vengo scaricato nei paraggi, che l’area è pedonale, e l’autista mi indica la direzione giusta.
Ci metto un po’ per trovarlo, è in un vicolo laterale, nascosto fra il muro di cinta di un giardino e la facciata di un negozio, e ammetto di essermi fatto qualche scrupolo nell’avvicinarmi, ma erano timori scemi legati alla mia difficoltà nel comunicare: non conoscere la lingua del posto e sapere che pochi parlano inglese non mi fa sentire sicuro. Non ha senso, e quando ci rifletto mi passa alla svelta, ma mai del tutto a quanto pare.

Vengo ricevuto da una signora con gli occhiali e un sacco di riccioli rossi legati sopra la nuca. Dev’essere una discendente degli irlandesi che scoprirono la Bosnia prima dell’Impero Romano, ma le tracce della sua origine finiscono sulla targhetta che tiene appuntata alla camicia, dove c’è scritto Lamija, che si pronuncia Lamia, che è la figura alla base del mito dei vampiri, che è la ragione per cui adesso mi infilo in camera e sbarro la porta e la finestra e mi chiudo nell’armadio finché non sorge il sole, perché lo so che stanotte mi sveglio e c’è questa donna in piedi accanto al letto che si tiene gli occhi in mano e incombe su di me con le sue orbite vuote, e come lo mandi via un vampiro islamico, con la mezzaluna? Non ce l’ho neanche a casa io, la mezzaluna, il prezzemolo lo frullo, maledizione a me e alla mia disorganizzazione del cazzo! Finirò divorato nel cuore dell’Europa, e se non succede niente è pure peggio, perché mi resterà questa febbre dentro, l’assuefazione all’adrenalina, e dovrò buttarmi in attività sempre più pericolose per provare ancora quel brivido di cui ormai non posso più fare a meno, e finirò per prenotare le vacanze dell’anno prossimo in Transilvania o a Formentera con un gruppo di punzapunza.

Ma piantala! È una signora coi capelli rossi, cosa potrà farti di male? Sarà simpatica, chiedile una stanza!
Mmm, so mica. L’ultima mi ha trascinato in una tomba etrusca.
Ma che cazzo c’entra, piantala di vivere di suggestioni! Sei una persona reale, quando comincerai a comportarti come tale?

“Benvenuto in mia casa”, dice in un italiano stentato. “Entrate e lasciate un po’ della felicità che recate.”

Viavia! Scappiamo!
Ma come scappiamo? E il mondo reale?
Nel mondo reale una sospetta progenitrice di vampiri non si presenta citando il Dracula di Coppola!
Ma parla italiano. Dove la troviamo a quest’ora un’altra albergatrice che parli la nostra lingua?
Al Best Western!
Io al Best Western non ci vengo! Adesso taci e lascia parlare me!
Vaffanculo, se rinasco spero di essere la personalità multipla di qualcuno più saggio.

“Buonasera, non ho prenotato. C’è una stanza libera?”
“Certo. Per quante notti?”
“Tre”
“Perché ha citato Dracula?”
“Perché hai un pipistrello sulla maglietta.”
“E perché mi ha parlato in italiano?”
“Perché ti sei fermato fuori dalla porta a guardare quel manifesto, che è scritto in italiano.”

In effetti è vero, sono arrivato in città con la maglietta di Batman, e mi sono fermato a leggere il manifesto di un circo, appiccicato fuori dalla porta dell’albergo. Ci sono disegnati due zingari, uno suona i piatti e l’altro l’organetto a manovella, ed è scritto in italiano.

Still better than punzapunza.

Still better than punzapunza.

Se fossi in Francia o in Portogallo liquiderei il duo come i soliti italiani arrabattoni e me ne terrei a debita distanza, ma come ho già detto mi inquieta trovarmi in un paese che non sento per nulla familiare, e la presenza di due connazionali non mi irrita come al solito, anzi. Sono stranamente intrigato da queste due figure, soprattutto da quello con la pancia prominente e la barba rossa che mi ricorda Lothar, l’aiutante di Mandrake.
Vabbè, sticazzi, adesso ho fame e sonno, mi faccio tentare da uno dei vari ristoranti del quartiere e vado a dormire.

Il mercato è mezzo chiuso, cammino fra edifici bassi e butto un occhio alle vetrine ancora aperte, piene di oggetti in rame, teiere dal collo lungo e intarsiato, penne ricavate dai bossoli delle mitragliatrici e piatti con la scritta Sarajevo. In un baretto piglio due borek, che sono degli involtini col formaggio e le erbe, e li innaffio con una birra che si chiama come la città. Il minareto che domina il quartiere mi permette di orientarmi facilmente, e quando decido di rientrare mi basta fare due rapidi calcoli per trovarmi chissà dove, tornare indietro per una strada che però non ho percorso all’andata e attraversare un ponte (??) che mi porta sotto un altro minareto, che però non distinguo dal precedente perché quando a scuola spiegavano i minareti io avevo la varicella, e finisco davanti a una chiesa con un campanile. In questa città a prevalenza musulmana convivono tranquillamente entrambi i culti, o perlomeno convivevano: dopo la guerra sono cambiate diverse cose, il clima si è inasprito, diverse chiese sono state chiuse, le strade sono state invase da italiani che si fingono zingari e allestiscono circhi dove c’è uno che fa finta di essere una scimmia ammaestrata, e per le strade può capitare di imbatterti in questi buchi di mortaio tappati con della resina rossa che non puoi non vederli, e ti ricordano cos’ha passato questo paese, e ti si stringe il cuore, e a me stasera si stringe anche perché non ho idea di dove sono finito, c’è una chiesa rossa, sarà dedita al culto di R’hllor, magari, Melisandre mi fa discretamente sesso, ma no, non credo, sembra fatta di Lego come gli edifici del nord Europa, e poi c’è questa costruzione dietro, rossa pure lei, magari è dove vive Stannis, sono finito a Dragonstone, no aspetta, c’è scritto Brauerei. Cazzo, non è Dragonstone, è il birrificio della Sarajevska! Ho un intero birrificio dietro casa! Voglio venire a vivere qui.

Però domani, adesso guardiamo sulla mappa dove siamo finiti e andiamo a dormire, da bravi.