in spite of wishing and wanting

“Il teatrodanza non è un genere del balletto né una corrente vera e propria, ma si è contraddistinto come un fenomeno alquanto complesso della coreografia del Novecento affermatosi nella Germania occidentale ai principi degli anni settanta, specie ad opera dei cinque antesignani del Tanz Theater tedesco: Pina Bausch (la più nota esponente del gruppo), Reinhild Hoffmann, Susanne Linke, Gerhard Bohner e Hans Kresnik.

Con il termine Tanz Theater si intende principalmente una diramazione nell’ambito della danza moderna dell’espressionismo tedesco degli anni trenta, la cui poetica risale alle teorie di Rudolf Laban e alle danze della sua allieva Mary Wigman.

In esso vengono innestati elementi propri della danza non accademica d’inizio secolo, ovvero della danza moderna, della danza libera e talvolta del mimo e del cabaret. Il riferimento al teatro si rivolge perciò solo in apparenza alla “dimensione teatrale” della danzache è propria del balletto romantico. Si tratta, al contrario, del recupero di una dimensione primordiale del rapporto tra gesto e azione e tra gesto e parola. Il teatrodanza, perciò, è una forma di danza spesso allegorica, che fa uso di simboli, fortemente animata dalla fusione tra teatro e arti figurative, e dove l’elemento narrativo è trattato in modo particolare, antinaturalistico.

Il fenomeno si è subito caratterizzato come un movimento estremamente composito e libero sul piano linguistico, oltre che per un certo intrinseco eclettismo, diffondendosi sia in Europa che in America.

Tra gli altri maestri riconducibili alla poetica del teatrodanza, i nomi di particolare rilievo sono Alwin Nikolais negli Stati Uniti, Carolyn Carlson in Francia, Alain Platel in Belgio, Lindsay Kemp in Inghilterra e Constanza Macras in Germania.”
(Wikipedia)

“Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi e io sto buttato in un angolo, no? Ah no, se si balla non vengo.”
(Nanni Moretti, Ecce Bombo)

cristoni nudi che ballano

Il teatrodanza non mi piace. Uno spettacolo in cui il significato di quello che stai vedendo va decrittato dai gesti degli attori, dal modo in cui interagiscono, mi spaventa, mi mette di fronte alla mia incapacità di comprensione, mi fa sentire limitato. Sono uno che di fronte a testi più complessi di “Otello crede di avere le corna e uccide Desdemona” va in crisi, e anche così mi faccio un sacco di domande su Jago.
Devo dare una forma alle cose, spesso una mia forma personale che non è proprio quella vera, ma sufficiente a sbloccarmi da quella catatonia che mi lascia come il pesce rosso nella boccia. Poi per capire davvero c’è sempre tempo, intanto andiamo avanti.

Ieri sera mi sono lasciato convincere a vedere In Spite Of Wishing And Wanting, uno spettacolo di Wim Vandekeybus, regista/attore/coreografo/ballerino, che al suo debutto nel 1999 ebbe un grande successo, e oggi viene riproposto con altri attori, un po’ come fa Jesus Christ Superstar, per dire.

Se devo spiegare di cosa parla lo spettacolo non scrivo più niente, perciò mi affido alla recensione del Teatro della Tosse di Genova, che lo ospita in questi giorni.

Nel  1999 “In Spite of wishing and wanting” scatenò enorme scalpore.
Per la prima volta, Vandekeybus aveva creato uno spettacolo in cui non si parlava dell’attrazione tra uomini e donne ma della pulsione del desiderio in un modo di soli uomini –impetuoso, selvaggio, ingenuo e giocoso.

Filmati surreali  e sequenze danzate, accompagnate dalle note sensuali della musica di David Byrne, scorrono dando vita a monologhi sulla paura, sul desiderio di sicurezza e sulla magia del sonno.

Nel 2016 un cast tutto nuovo ha raccolto la sfida di riproporre questo grande successo internazionale.

La paura di essere posseduto da qualcosa o da qualcuno ha anche un’altra faccia: il desiderio di cambiare qualcosa o diventare qualcun altro.  La paura e il desiderio sono due lati della stessa medaglia.
Questo desiderio di trasformazione è il tema centrale di “In Spite of wishing and wanting”.

Due racconti, uno di Julio Cortazar e uno di Paul Bowles, hanno tormentato Wim Vandekeybus  per un po’ di tempo  e lo hanno ispirato mentre girava il cortometraggio che fa parte dello spettacolo. Il centro di entrambi è il flusso che muove ciò che è ci  familiare e ciò’ che ci è estraneo, un movimento che non può trovare pace.

Capito?
Allora me lo potete spiegare?
Perché quello che ho visto io è proprio un’altra cosa, e quando si sono accese le luci e tutti sono saltati in piedi ad applaudire e gridare bravih! ho avuto la netta sensazione di essermi perso qualcosa. Mi sono sentito limitato, ignorante, povero di spirito e di intuito, ho avuto di fronte tutte le mie maestre, da quella delle elementari a quella che ha cercato di spiegarmi la vita, e tutte mi bacchettavano le mani.

Cioè, bello, eh? Attori bellissimi, fisici scolpiti e culi di marmo che ti fanno mettere in discussione la tua eterosessualità, capaci di gesti atletici pazzeschi. Li vedi compiere con naturalezza movimenti che solo ad accennarli finiresti in ortopedia, e quando li fanno tutti insieme capisci la forza di questa forma d’arte: la danza è bellissima, forse adesso l’ho capito.
C’è un momento in cui sono sdraiati sul palco in mezzo alle piume, le braccia spalancate, tengono in mano dei fogli e li sbattono come se fossero ali. Poi si alzano in volo, per davvero. Cioè, sono salti, se li guardi uno per uno li vedi accucciarsi e darsi la spinta, ma la visione d’insieme è quella di uomini uccello che si librano in mezzo al palco, ed è grandioso.

roba da restare così, con la bocca spalancata e gli occhi fuori, e non perché sei la tizia allupata di fianco a me

E quando si spengono tutte le luci e questi cominciano a fare una cosa con delle lampade, e vedi questi fasci di carne poco illuminati che si muovono per il palco, ti viene in mente un presepe molto poco cristiano.
E quelle musiche di David Byrne sono proprio il genere di roba che mi va di ascoltare in questi giorni, e a dirla tutta anche i due cortometraggi che interrompono lo spettacolo sono interessanti e girati molto bene.

È che non ci ho capito niente. Se prendo le singole scene e le inserisco in un contesto diverso, come soluzioni narrative di una storia, funzionano alla grande. Voglio dire, se andassi a vedere uno spettacolo in cui ad un certo punto, per raccontare uno sviluppo della storia, gli attori inscenano uno dei balletti che ho visto ieri, uscirei dal teatro convinto di avere assistito a qualcosa di grandioso.
Così non riesco a dargli una logica, ho visto un sacco di cose molto belle in una lingua che non conosco. Ci sarà stato un nesso fra la storia del venditore di parole del cortometraggio e gli attori che fanno i cavalli, il monologo sui sogni e quello che cerca Annamaria fra il pubblico, solo che non l’ho capito.
Una sessione di ginnastica ritmica a squadre inframezzata da una recita in cinese mi avrebbe trasmesso le stesse sensazioni.

Il resto del pubblico evidentemente era più ricettivo di me, perché sembrava entusiasta. Io e i miei quattro compagni di serata eravamo perplessi. Le donne più allupate che perplesse, ma abbastanza perplesse pure loro.
Ho incontrato un’amica all’uscita, una che ha fatto di questo tipo di spettacoli la sua ragione di vita, e le ho chiesto cosa ne pensava.
“Mi ha fatto cagare”, ha risposto. “Se usi il linguaggio per esprimere un concetto, e addirittura giri un film, questo concetto mi deve arrivare, in qualche modo. Se non mi arriva niente o sono io stupida o hai prodotto una roba pretenziosa che non sta dicendo niente. È piaciuto solo ai ballerini e alle donne in fregola.”
“Fregola è un’espressione antiquata che ti si addice.”
“Mi stai dando della vecchia?”

Adesso mi trovo in quella posizione difficilissima in cui vorrei vedere un altro spettacolo simile per capire se sono io che non apprezzo il genere o era proprio lui che non si lasciava decifrare, col rischio di ritrovarmi qui a scrivere altri mugugni, e aver perso una serata in cui potevo starmene a casa a mangiare biscotti al cioccolato davanti a una serie nuova di cui peraltro dovrò parlarvi, prima o poi.