bonjour, je m’appelle Ponchià (parte 2)

L’anziano rudere che si dondola sulla poltrona in multistrato di faggio curvato acquistata presso il mobilificio massificante non ha più niente del fascino che lo contraddistingueva in gioventù: i denti se ne sono andati un po’ alla volta per le porte che si è visto chiudere in faccia, o per i dolci su cui ha cercato di sfogare la delusione; la testa è coperta ormai da pochi peli grigio topo, nessuna traccia dei riccioli neri che avevano fatto cadere ai suoi piedi frotte di ragazzine ingenue e sensibili al suo atteggiamento da intellettuale. E neanche l’aria sofisticata è riuscita a sopravvivere al disfacimento della memoria, al crollo della razionalità e con essa della speranza. Ormai tutto ciò che gli resta è il sonno in cui si rifugia appena può, dove non importa più se i ricordi che continuano a fargli visita sono reali, tanto nei sogni vale tutto.

“Ti ho mai raccontato di quella volta che siamo andati in bici in Costa Azzurra, io e la nonna?”, chiede al bambino che sta giocando alla playstation 24 sul megaschermo a ioni, dall’altra parte della stanza.
“Oggi sette volte”, risponde lui, senza smettere di guardare le sagome luminose che gli saettano davanti.
“Eeeh, come ci siamo divertiti quella volta..”, mormora il vecchio, poi comincia a raccontare con la sua vocina tremolante, mentre un filo di bava gli cola lungo il mento flaccido..

Ponchià riapre gli occhi e la prima cosa che vede è una tovaglia a quadri bianchi e rossi. Se la toglie dalla faccia e scopre di essere sdraiato su una panca, in una stradina di Cannes piena di locali. Intorno a lui i suoi compagni di viaggio, più una signora fricchettona sui sessanta, che domanda a Michela se il suo amico stia meglio.

“Ma cos’è, in Francia non li vendono gli orologi? Le nove e mezza!”, risponde lei.
“Ma che succede? Dove sono?”
“Sei svenuto nella hall, e la signorina alla reception voleva addebitarci un letto extra perché non era previsto che ti fermassi a dormire lì, così ti abbiamo trascinato fuori. E siccome avevamo fame ti abbiamo portato in trattoria, tanto lì o qui faceva poca differenza per te, ma almeno noi possiamo mangiare.”
“Hanno le coquillages?”
“No, mi spiace”
“Ma siete degli stronzi! Lo sapete che volevo mangiare le coquillages! Sono venuto in Francia apposta, sennò me ne andavo in bici a Sturla e finiva lì! Il ristorante più famoso dove mangiare le coquillages in città è Chez Le Zozzòn, dovevate portarmi lì!”

Fermo Sara un attimo prima che gli affondi la forchetta nel collo. “Era chiuso”, mento.
Placati gli animi più bellicosi ordiniamo una sfilza di ghiottonerie che vengono consegnate in un attimo al tavolo accanto al nostro, di proprietà di un altro ristorante. In cambio il cameriere di quel ristorante deposita sul nostro tavolo degli alimenti di aspetto discutibile e di sapore che l’aspetto è meglio, ma l’alternativa era saltare la cena o finire da Le Zozzòn a mangiare arselle crude pagandole come un attico in centro. Naturalmente Ponchià non è soddisfatto, lui voleva le coquillages.
Sara, che è appena tornata dalle ferie serie tira fuori dal suo zaino una confezione di Sigari Cubani Fatti Dal Vero Contadino Cubano e gliene fa dono. Lui si rabbonisce, e il mio cuore ha un sussulto, perché sta in alto e a sinistra. Mi prendo un gelato, lei mi dice “sono i miei gusti preferiti!”, io mi sciolgo. Il gelato no, e sarebbe stato meglio perché faceva cagare, invece così mi tocca pure mangiarlo.
Poi è l’ora di tornare in albergo. Faccio la faccia rapace, che francesi in boulangerie non ne ho conosciute, l’unica carina l’ho incontrata ad Antibes, aveva sessant’anni e ha ignorato i miei sorrisi languidi. Ma non mi do per vinto, è tutto il giorno che tramo intricate strategie per riuscire a concupire almeno una delle mie compagne di viaggio, è il momento di incassare ciò che mi spetta! Mi infilo in camera spavaldo, indosso il mio pigiama più sensuale (quindi non quello con Zio Paperone che dice “Il mattino ha l’oro in bocca”) e aspetto che l’apertura della porta riveli la mia preda. Dopo dieci minuti entra Ponchià. Mi giro dall’altra parte e fingo di dormire.
Fingere di dormire sarà peraltro l’attività di tutta la notte, perché il mio coinquilino russa che sembra l’attacco di chitarra di Zoo Station, roba da mettersi a ballare su un piede solo davanti alla tele. E lo faccio, tanto non c’è verso di chiudere occhio, e la mia prestazione è così buona che sarebbe un peccato non mostrarla a nessuno, così sveglio Ponchià perché mi stia a guardare, ma mi ritrovo senza accompagnamento musicale. Lui non capisce, dice qualcosa di poco carino su mia madre e torna a dormire. E a russare.

La mattina a colazione abbiamo tutti delle facce che sembriamo usciti dalla visione di Vincitore Del Premio Della Critica al festival locale: Ponchià è irritato per la sveglia notturna, Michela e Sara risentono dei danni della pedalata, e soprattutto la seconda non ha trovato un fornello su cui prepararsi il caffè, le è toccato bere la sbobbazza dell’hotel, e nessuno da azzannare come parziale risarcimento, poteva mica prendersela con la sua amica, poveretta, guarda già com’è conciata. Io vabbè, chevvelodicoaffare, mi siedo direttamente davanti al carrello del buffet e genero un deficit fra gli incassi dell’hotel e le previsioni di spesa per la colazione. Va detto che i mini croissant sono buonissimi.

Più tardi, appoggiato alla balaustra del terrazzo, mi godo la distesa di tegole che arriva al mare, e un po’ sospiro. Perché quando sei lontano da casa un minimo di malinconia è d’obbligo anche se ti stai divertendo, e perché mi divertirei di più se le mie compagne di viaggio non fossero una misandr.. misandri.. una che le stanno sul cazzo i cazzi, insomma.. e un sicario del Mossad.
Che in questo momento sta strangolando la signorina della caffetteria, rea di averle domandato il numero della stanza.

“Sara, dai! Lasciala in pace, sta lavorando!”

La osservo mentre cerca di infilare un cucchiaino nell’orbita della malcapitata, e penso che in fondo ce le abbiamo tutti le nostre forme di difesa. Sono sicuro che sotto gli aculei e l’armatura e il fossato coi coccodrilli e il campo minato sia anche lei una persona capace di grande affetto. E poi è così tenera con la faccia sporca di marmellata alla fragola..
No, non è marmellata.

“Saraa! Ma la lasci in pace?”

Per entrare nelle sue grazie mi offro di scambiare gli zaini, anche perché Ponchià è ormai un disabile, non ci arriverebbe a Nizza sotto tutto quel peso. Sara accetta, e mi regala un bellissimo sorriso quando scopre che il mio bagaglio peserà sì e no due chili. Poi capisce che tutte le mie lamentele del giorno prima erano finte e lo usa per picchiarmi, ma intanto su Cannes è uscito un po’ di sole e parto contento.

A Genova è la domenica del derby, tutti i miei compagni di viaggio sono tifosi della seconda squadra cittadina, e io ho commesso la leggerezza di rivelare a Ponchià la mia fede opposta. Adesso lui indossa i suoi colori del cuore e si bulla di volerci arrivare fino a Nizza, alla facciazza mia. Per la verità non ci vedo niente di sbagliato, mi sembra una divisa più che adeguata al mezzo di trasporto, gli manca solo il caschetto multicolore, ma quasi quasi gli buco una gomma, giusto per rinverdire antiche rivalità.

Nelle retrovie Michela soffre come San Simeone lo Stilita, ha le allucinazioni e ci chiama tutti quanti per mostrarci Padre Pio che la rimbrotta da un sasso.

“Mi ha detto che devo lasciarvi qui e tornare a casa in treno!”
“Ma smettila, lo sanno tutti che Padre Pio non esiste!”
“Ma come no! E quello lì sul sasso chi sarebbe?”
“Obi Wan Kenobi”
“Chi?”
“Mi sembra evidente che io e te non abbiamo proprio niente in comune. Sara, tu lo sai, vero, chi è Obi Wan Kenobi?”
“Guerre Stellari mi ha sempre fatto cagare”
“Vabbè, tanto avevo deciso di morire solo e incompreso”

Serpeggia l’inquietudine, Ponchià vuole arrivare ad Antibes per mangiare le coquillages, Sara vuole un caffè, Michela resta indietro di chilometri e mi obbliga a fare la staffetta fra lei e il gruppo per recapitare dispacci, che solitamente si riducono a “Sbrigati piaga” e “Morite stronzi”.

Ci fermiamo in un chioschetto a Juan-Les-Pins dove un anziano signore con grosso cane ci racconta di quando è stato lui a Genova, che l’hanno portato a mangiare in un ristorante buonissimo che però non ti nascondeva le fette di cetriolo sotto ogni pietanza compreso il caffè, e a lui che è francese questa cosa l’ha fatto sentire fuori posto. Michela ci raggiunge in tempo per fare la sua solita figura di merda e chiedere “ma chi è sto stronzo?” prima che qualcuno possa avvertirla del buon italiano parlato dal soggetto. Paghiamo il caffè e ce ne andiamo quatti quatti.
L’unico che se ne va sgommando è Ponchià che mi frega la bici, lasciandomi a trascinare il suo cancello a pedali più zaino di Sara più abbuttamento generalizzato. Non lo do a vedere, nessuno può mettere Pably in un angolo! Mi lancio all’inseguimento del ladro come l’attacchino del film di De Sica, e contro ogni pronostico riesco a raggiungerlo alle porte di Antibes. Non è merito mio, si è fermato davanti a un ristorante che espone la qualunque in termini di conchiglie e varia crostaceità.

“Mangiamo qui!”
“Ma sei fuori? Costa più dell’albergo di Cannes!”
“Ma ha un assortimento faraonico!”
“Se è per quello ha pure il faraone, l’età media dei clienti supera l’ottantina!”
“Voglio le coquillages!”

Arrivano le altre due che si dicono entusiaste di fermarsi a pranzo ad Antibes, ma piuttosto che infilarsi lì dentro si fanno una rustichellà all’autogrill.

“Eh no cazzo! Mi avevate promesso che avrei mangiato le coquillages! Adesso me le dovete dare, cazzo!”
“Vuoi le coquillages?”, replica Sara con un tono di voce che non le avevo mai sentito finora. “E andiamo a mangiare le coquillages”. Poi lo prende per il collo e lo trascina in spiaggia, entrano insieme in acqua e proprio quando penso che lo voglia affogare si fermano. Lei infila un braccio fra le onde, raspa un po’ e poi tira su qualcosa, che offre a Ponchià.
Lui sembra contento, se lo infila in bocca intero, quindi tornano a riva sorridenti.
Io e Michela siamo basiti.

“Credevo che lo avresti ucciso”, le fa.
“Ma figurati, e perché?”, risponde lei, innocente come il mio gatto quando mi piscia nella libreria.

Ponchià comunica che quella conchiglia cruda gli ha aperto lo stomaco, e che adesso non potrà più esimersi dal fiondarsi in un ristorante adeguato, e che se non vogliamo seguirlo poco importa, siamo noi che ci perdiamo. Quindi salta sul suo cancello a pedali e sparisce fra le case.

Per noi tre si tratta di un pranzo qualunque, non dell’ultima possibilità nella vita di assaggiare qualcosa di pazzesco, perciò decidiamo di non essere ricchi abbastanza per andare al ristorante chic e ci facciamo bastare una più che dignitosa crêperie che si chiama Passeulementcrêpes ma fa seulement crêpes. Michela dimostra la solita incompatibilità col mondo bevendoci dietro un bicchiere di sidro, che è un po’ il google+ delle bevande, ma solo perché in Europa non abbiamo la Dr.Pepper.

Al metà pranzo ci passa davanti un’ambulanza, che sta andando a prelevare un rene a Ponchià per pagare il conto. Noi invece ce la caviamo con pochi spicci, e abbiamo mangiato bene. A parte il sidro, dai, non siamo mica druidi, sarebbe ora di finirla con queste malinconie.

Del resto del viaggio ho poco da segnalare, la tarte aux pommes è più bella che buona, la costa prima di Nizza è ventosa e cupa, ma permette belle foto drammatiche, dove l’aspetto drammatico è interpretato da Michela che non riesce più a stare su una bici, ma anche da me che accetto di fermarmi a tenerle la manina finché non si riprende, e se non siete mai stati da soli su una panchina ventosa a guardare il mare insieme a Michela non credo che possiate cogliere tutta la drammaticità.

A Nizza ognuno rende quel che ha, chi le biciclette al legittimo proprietario, chi il pranzo a base di coquillages costosissime (ma è colpa sua, se non avesse voluto sapere com’era finito il derby il suo stomaco non ne avrebbe risentito), chi storpio il guardiano del posteggio (“Mi aveva detto che era gratis!”, “Ma tu non parli francese, sei sicura di avere capito bene?”, “Mi aveva detto che era gratis!”, “Ochei, ci credo, lasciami il braccio!”).

Resta il tempo per un giretto in centro storico, un aperitivo servitoci da una cameriera che per risultare più antipatica avrebbe dovuto uscire dalla tele coi capelli sulla faccia, ed è ora di tornare per davvero, a casa quella vera.

L’anziano bavoso smette di parlare, e la stanza si riempie dei suoni emessi dalla consolle.
“Nonna!”, chiama il ragazzino, “Il nonno si è addormentato!”
La porta si apre e un decrepito Ponchià viene a ripulire la carcassa buttata sul dondolo.
“Guarda qua, ti sei tutto sbausciato”, mormora con voce affettuosa. Poi gli deposita un bacio leggero sulla fronte ed esce dalla stanza.

Diario americano – Chinatown, palazzi e stazioni

Com’è come non è mi trovo a scrivere il diario della mia vacanza newyorkese a cavallo del decennale dell’attacco alle Torri Gemelle. Che faccio, racconto di nuovo che ci sono stato e c’era il cantiere? Racconto che poi ci sono tornato per infilarmi da Century 21, che è un negozio di abbigliamento che ci sta di fronte e che è così affollato che se gli aerei si fossero piantati lì contro avrebbero fatto il doppio dei morti? Oppure mi prendo una pausa dalla narrazione e mi incolonno dietro il lungo serpentone di giaculanti col mio bel cero in mano e do il mio contributo non richiesto?

Facciamo che invece vi parlo di quando sono tornato da Washington e ci siamo infilati a Chinatown.

La fermata della metro a Canal Street dà su uno stradone piuttosto anonimo e molto trafficato, pieno di negozietti di abbigliamento, elettronica o cianfrusaglie che ricorda molto da vicino Via Gramsci a Genova. Se non siete pratici del capoluogo ligure metteteci pure una via analoga della vostra città piena di cineserie tutto a cinque euri. Se non avete neanche quella non so cosa dirvi, provate a sostituire una decina di negozi della via più periferica che avete con altrettante cineserie, ma se il risultato non è lo stesso non prendetevela con me, io miracoli non ne so fare.

Ma dicevamo di Canal Street, che se uno pensa che Chinatown sia tutta lì potrebbe rimanere deluso, risalire sulla metro e filare via verso nuove e più eccitanti destinazioni, però sbaglierebbe, perché la Lonely Planet, o come la chiamiamo fra noi turisti scammurriati “La Santa”, te lo dice chiaro di avventurarti nelle strade laterali, che sono più interessanti. Ochei, ti dice anche di non andare in giro da solo a Porto o rischi di morire malissimo, e poi la cosa più pericolosa che ti può capitare è di scivolare giù per un marciapiede verticale e fermarti dentro un tram sotto lo sguardo assonnato dei fantomatici “loschi figuri” (li chiama proprio così, loschi figuri, si vede che l’edizione italiana l’ha tradotta Cecco Angiolieri).

Ma stavamo sempre dicendo di Canal Street e delle sue vie laterali, che abbiamo percorso dopo, perché prima c’era da assaggiare la tipica colazione americana: pancakes con lo sciroppo d’acero.

In un deli cinese.

Il deli è quel tipico locale americano che puzza di linoleum unto dove puoi mangiare qualunque tipo di cibo in grado di schiantarti il fegato, dall’hamburger che cola grasso sulle patatine rifritte al riso colloso su cui sono stati avvitati alla meglio dei pezzetti di verdura per dargli un aspetto più invitante. Ci sono stati anche dei deli che sono entrati nella storia per ragioni diverse dal record di infrazioni presso l’ufficio di igiene, e ce ne sono parecchi in cui l’aspetto ricorda da vicino quello di un luogo salubre, ma sono eccezioni alla regola, il deli è sporco e ci si mangia male, punto.

Quello di Canal Street in cui ci sediamo a prendere la seconda colazione è il classico locale fetente con la saliera appiccicosa sul tavolino coperto dalla tovaglia di plastica unta, a venti centimetri dal cuoco messicano che frigge patatine e arrostisce salsiccia.

Per mostrarmi coraggioso con la mia fidanzata ordino anche del bacon come condimento, e quello che mi arriva insieme ai tre frittelloni ne ha tutto l’aspetto, un nastro di carne bianca e rossa fatta saltare in padella proprio come la farei io in casa.

Esattamente come la farei io in casa, facendomi i cazzi miei per un’ora davanti al computer e scordandomela sul fuoco finché il fumo non mi facesse lacrimare gli occhi.

È un po’ come mangiare le pringles ingoiandole intere, o dei vetri, tipo. Però magari all’esofago una scartavetrata ogni tanto fa bene, vai a sapere.

Lo sciroppo d’acero è una di quelle cose di cui senti sempre raccontare, così buono, lo trovi solo lì, da provare per forza, come la Dr. Pepper e le cupcakes, sono in America mi tolgo la soddisfazione, no?

La Dr. Pepper in realtà l’ho assaggiata a Washington, e ho capito come mai in Italia l’hanno messa sul mercato tipo per venti minuti e poi l’hanno ritirata di corsa. Lo sciroppo d’acero è una roba densa che sembra miele mescolato col propoli, forse fa bene per il mal di gola, ma io lo venderei negli stessi negozi della Dr. Pepper.

La via in cui ci infiliamo subito non ha l’aspetto molto cinese, ci sono un sacco di ristoranti italiani e un tizio sulla porta di un negozio indossa una maglietta che dice “cannoli eating competition”. Siamo a Mulberry Street, tutto ciò che rimane del quartiere mammapizzamandolino della città. Non è grande, non è neanche brutta, è un concentrato di stereotipi italiani su una superficie di qualche centinaia di metri, una specie di parco tematico dell’italianità più becera, e neanche tanto aggiornato, se devo dire, per esempio non c’è il tamarro con gli occhiali da sole che sbraita nel telefonino ultra sofisticato bevendosi una ceres coi piedi in un paio di ciabatte di prada appoggiato al suv in doppia fila.

La strada accanto a Mulberry Street si chiama Mott Street, ed è talmente cinese che i cinesi che vengono a visitarla quando tornano a casa loro si sentono spaesati. Non c’è un’insegna in inglese, un negozio occidentale, un banchetto di hot dogs, ovunque ti giri cassette di litchis, quei frutti con la buccia borchiata da non confondere coi leeches, altrettanto commestibili, ma dall’aspetto meno invitante, e poi secchi di rane vive e bianchetti secchi, laboratori di massaggi e agopuntura, soia da appagare qualunque mortaccio, riproduzioni a basso costo di qualunque cosa ti venga in mente compresa tua madre.

In mezz’ora vediamo tanta Cina da toglierci la voglia di oriente per parecchi anni, portiamo via le stanche membra e ci dirigiamo verso la meta successiva della giornata, l’Impero Stato Palazzo.

Avevamo già provato a salirci il primo giorno, ma si avvicinava il tramonto e c’era una coda che faceva il giro dell’edificio. Stavolta entriamo subito, l’atrio è vuoto, saliamo le scale mobili per la biglietteria e finalmente ci troviamo in coda. Per fare il biglietto ci vuole poco, dieci minuti e via, ma subito al di là comincia la coda per gli ascensori, e sono cazzi, perché l’attesa minima parte da 45 minuti, durante i quali ti puoi leggere tutti i pannelli informativi su come l’edificio sia stato modificato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, puoi leggerti un po’ di storia di come l’abbiano tirato su ‘sto gigante, in un’epoca in cui la prevenzione degli infortuni si faceva stando a casa, e puoi scoprire che nonostante i ritmi serrati (è stato costruito in tredici mesi, dico tredici mesi, cinque piani alla settimana) alla fine ci siano stati solo cinque morti, di cui uno investito da un camion e un altro coinvolto in un’esplosione. Puoi scoprire anche che il World Trade Center non si è inventato niente, l’Impero Stato Palazzo è arrivato prima anche lì.

Da settembre 2001 è tornato ad essere il palazzo più alto della città, e quando sei sulla terrazza te lo fa pesare parecchio:

“Ma guarda la gente per strada com’è piccola!”

“Si, è il raduno dei nani, ne ha parlato il telegiornale stamattina. Guarda là invece, le persone normali”

“Uh si, sono molto più alte. Che delusione.”

Dal lato sud, proprio accanto al Flatiron Building, che da lassù è ancora più bello, tutto schiacciato sul suo fazzoletto di terra, si eleva una sontuosa loggia massonica con un compasso disegnato sulla facciata grosso come casa mia. Hai capito Liciogelli?

Vabbè, poi non è che puoi stare tutto il giorno appollaiato lassù a fare le fote, dopo due tre giri di terrazza ce ne veniamo via.

 

Sulla strada per Grand Central Station sbattiamo dentro Sniffen Court, un vicoletto privato diventato famoso per essere sulla copertina di Strange Days dei Doors. Mi faccio una foto a memoria, ma senza i baffoni e un mimo accanto ho un bel cantare pippol ar streing, non ci somigliamo neanche un po’.

 

 

La stazione principale di New York è la più grande del mondo per numero di banchine, significa che quando sei sul binario 11 e l’unica obliteratrice funzionante è al binario 126 fai prima a prendere il treno dopo. L’atrio principale lo conoscono tutti, è quello grande con l’orologio in mezzo che abbiamo visto in un mucchio di film. Ci sono due terrazzini da cui si fa la classica foto con la gente, e quando ci siamo stati noi c’era un signore sudamericano con una grossa canon, prestatagli dal figlio, e non la sapeva usare. Ma tipo niente, né messa a fuoco né tempi di scatto, era solo in grado di schiacciare lì, però voleva fare una foto con l’orologio a fuoco e le persone intorno mosse. E indovina a chi ha chiesto aiuto.

Io non parlo spagnolo, ma la mia fidanzata si, però non era in grado di spiegargli il meccanismo, così io lo spiegavo a lei in italiano, lei lo traduceva alla buona in spagnolo, questo continuava a non capire e io ci mettevo del mio in inglese. Alla fine gli ho preso la macchina, gli ho fatto la foto e l’ho mandato a cagare.

La prossima volta vi racconto dei musei niuiorchesi, che ce la passiamo veloci, che lo so che non siete gente che ci piacciono i quadri, ma due righe ci vogliono.

(continua)