[titolo di una canzone a caso che parli di Londra]


You left 
Your tired family grieving 
And you think they’re sad because you’re leaving 
But did you see Jealousy in the eyes 
Of the ones who had to stay behind? 
And do you think you’ve made 
The right decision this time?

Sono appena tornato da Londra, dove mi ero nascosto per sfuggire alle annuali polemiche sul festival di Sanremo, ma non sono riuscito a evitarle in toto, c’è rimasto quello strascico fetente di chi butta lo spettacolo in politica e la politica in caciara, e quest’anno mi sembra che sia andata peggio del solito, con questa moda recente del bullismo razzista a occupare ogni spazio pubblico disponibile. Sono francamente stupito che alle ultime regionali, in Abruzzo, Casa Pound abbia totalizzato solo lo 0.5%. Vuol dire che siamo ancora più ignoranti di quanto pensassi, e crediamo davvero che sia la camicia nera a fare il fascista, e non l’atteggiamento.

Vabbè, la storia ce l’ha già mostrato una volta come va a finire, basta avere pazienza e tenerseli lontani finché non li appenderanno di nuovo tutti quanti, e i loro simpatizzanti torneranno a nascondersi sotto i sassi e negare di avere mai votato quella roba lì.

Nel frattempo Londra si sta preparando ad affrontare la Brexit: c’è una grossa dogana all’aeroporto che ricorda tantissimo quella cinese, ma probabilmente c’era anche prima, non atterravo sul suolo britannico da diversi anni, che ne so se è una novità. E per strada non c’è altro segno che lasci presagire un cambiamento, gli stranieri sono sempre più numerosi dei locali, e se hai l’albergo a Earl’s Court sembra di stare in Italia, la tua lingua è parlata in ogni tavolo di ristorante, dentro qualsiasi negozio e pure dalla signorina che ti consegna le chiavi della stanza.

Insomma, non lo so se Londra si stia davvero preparando a uscire dall’Europa, ho provato a chiederlo al Primo Ministro, ma Downing Street è chiusa da un grosso cancello sorvegliato giorno e notte, non mi hanno lasciato avvicinare. Nè hanno acconsentito a lasciarmi aggiungere il numero di Theresa May al mio gruppo whatsapp “pizzata coi leader europei”. Peggio per lei, continuerà a farsi portare le alette piccanti da KFC.

A guardare bene i dettagli si intuisce che qualcosa stia cambiando: la Torre dell’Orologio, quello che chiamiamo Big Ben, è tutta fasciata. Pensavo a un restauro, ma su un lato le impalcature sono coperte di francobolli, e c’è un’etichetta con un indirizzo, ma non sono riuscito a leggerlo, era troppo in alto.

E domenica, al cambio della guardia, i militari smontanti sono usciti dal cancello con una valigia in mano e sono saliti sull’autobus per Victoria Station.

Non che la cosa mi abbia preoccupato, avevo una prenotazione per il monologo di Sir Ian McKellen al piccolo teatro di Hampstead per quel pomeriggio, di tutto il resto mi fregava pochissimo. “Fintanto che rimane un po’ di Londra ce la visitiamo!”, ho detto al mio amico dottor Hardla, che mi accompagnava in questa trasferta.

You shall not pass (away)!

Sono andato in viaggio con una compagnia differente perché la mia fidanzata non parla ancora bene l’italiano, e ciò la rende immune alle polemiche sanremesi, mentre io e il mio amico siamo particolarmente sensibili e quindi ci incazziamo, poi ci deprimiamo, poi ci mettiamo a bere pesante, e quando siamo ubriachi andiamo a molestare le diciottenni per strada. Di solito poi i loro fidanzati ci menano, e per un po’ abbiamo cercato di giustificare la palese incapacità nell’azzuffarci con l’alcool che ci mina i riflessi, ma oramai non ci crede più nessuno, e anche i nostri amici più sfigati si sono messi a farci le prepotenze.

Londra ci è sembrata abbastanza lontana da fugare ogni rischio. Oltretutto gli alcolici vengono centellinati col maledetto misurino, e ogni cocktail risulta carissimo e annacquato, rendendoti impossibile la ciucca.

Molte cose sono cambiate dall’ultima volta in cui sono venuto in città: Tottenham Court Road è molto più grande, hanno tirato giù diversi edifici e li stanno sostituendo con palazzi moderni, come è successo al quartiere della finanza, nella City (il mio preferito in assoluto è il Walkie-Talkie, al 20 di Fenchurch Street); il municipio sta dentro un grosso testicolo vicino al Tower Bridge (a dire il vero ci stava già tutte le altre volte che sono venuto a visitare Londra, ma l’ho scoperto solo stavolta), e Sauron si è trasferito dalle parti del London Bridge, dentro un palazzo che sarà pure stato costruito da Renzo Piano, ma non venite a dirmi che è bello.

Molte altre cose sono rimaste identiche, e sono proprio quelle che ci attirano in massa, a studiare, a lavorare o a passarci un weekend con gli amici. Sono quei particolari che non puoi trovare in nessun altro posto, perché ci saranno pure metropolitane più belle al mondo, ma questa è la più antica, e mantiene ancora la stessa atmosfera di quando è stata inaugurata, nel 1863. E il resto della città segue il passo. Si rinnova, si ripulisce, ma sotto la vedi ancora la sua struttura vittoriana, nelle facciate delle case, nell’arredamento dei pub, nel cibo che ti servono, che dev’essere stato cucinato allora e poi lasciato lì ad aspettare che qualcuno lo ordinasse.

Stavo guardando un manifesto appeso nel vagone della metro in cui viaggiavo: c’era una donna con l’espressione attonita e il messaggio diceva “questa è la faccia che fai quando scopri i vantaggi di vedere casa attraverso Sticazzimansion”. Da quel poco che veniva mostrato del vestito della donna si intuiva un tono dimesso, come se le avessero scattato una foto a casa dopo il lavoro, mentre si rilassava sul divano aspettando di andare a letto. L’ambiente alle sue spalle era ancora più squallido: una parete verde scuro, un quadro triste come solo la pittura inglese sa essere, un divano della nonna e due mobiletti marroni su cui stavano due abat-jours identici, che emanavano una luce tetra. Ora, magari il messaggio che voleva trasmettere era proprio di non farsi opprimere dal vecchio appartamento e sbrigarsi a cercare qualcosa di più allegro, ma la mia esperienza di appartamenti londinesi, e bed & breakfast londinesi, e anche alberghi londinesi, mi dice che non si trattava di una scelta di marketing, quello è lo stile delle case inglesi. L’hotel in cui alloggiavamo era un bell’edificio in mattoni rossi con un parco di fronte, e la camera era confortevole, ma alle pareti erano appesi due coppie di quadri identici raffiguranti un vaso, e tutto l’arredo era marrone scuro e beige.
Sul fatto che il pavimento scricchiolasse non c’è neanche bisogno di soffermarsi, se il pavimento della tua stanza non scricchiola o non sei davvero a Londra o sei un miliardario che si può permettere una camera in muratura.

Londra è questa cosa qui, anche più degli autobus a due piani e dell’accento bellissimo dei suoi cittadini: è una città che ha trasformato il proprio invecchiamento in uno stile.

Dello spettacolo di Ian McKellen posso solo parlare bene, io quell’uomo lo amo. Ha deciso di celebrare il suo ottantesimo compleanno con una tournèe che tocca tutti i teatri in cui si è esibito più alcuni inediti che perseguono campagne di promozione per i giovani e hanno bisogno di sostegno.

Per questa ragione, dopo un monologo di due ore e mezza in cui ha ripercorso la sua carriera di attore con brani recitati e un sacco di aneddoti, si è fatto trovare nel foyer con un secchio giallo in mano per raccogliere offerte e distribuire strette di mano.
Abbiamo scambiato giusto due battute mentre gli cacciavo una banconota nel secchio, ed è stato il momento migliore della gita londinese. Voglio dire, mica tutti i giorni ti capita di stringere la mano a Gandalf il Grigio in persona!

Quando siamo tornati in Italia, a parte rischiare di schiantarci sul monte di Portofino per il forte vento che impediva all’aereo di manovrare come si deve, abbiamo ritrovato qualche traccia della polemica da cui ci eravamo allontanati, ma oramai aveva perso brio, potevamo sopportarla.
In compenso sono nate un sacco di polemiche tutte nuove a cui non eravamo per niente preparati, e che mi hanno fatto venire subito un fegato così, tanto che stavo pensando di vendermelo a peso e pagarmi un biglietto per un posto da cui non sia possibile ricevere le notizie da casa, tipo Saturno. Solo che a giugno vado a vedere Eddie Vedder, non mi posso allontanare troppo. Restate in zona, avrò altro da raccontare.

progetti

Aveva ragione il dottore. Lui me l’aveva detto di installare wordpress e di farmi un blog fighissimo che ti vien voglia di passarci le giornate solo per l’aspetto anche se poi non c’è scritto niente, perché è quello il segreto del successo, non il contenuto. A chi verrebbe in mente di andare a parlare con la bruttina laureata seduta sul divano a leggere, quando di là c’è una modella brasiliana ubriaca che fa pole-dancing? E io invece niente, il blog ha ancora quell’aspetto provvisorio di appartamento senza lampadari né prese della corrente, scatoloni dappertutto e nessuna voglia di svuotarli, giusto il tavolo libero a metà per farci stare un cartone della pizza quando mi viene fame, e tanto letto a disposizione da potermi sdraiare e buttarmi una copertina addosso.
Ma non è che non ci abbia provato, davvero, mi sono messo lì un sacco di volte ad armeggiare col programma che mi ha fatto installare, easyqualcosa, ma è easy solo ad installarlo, poi lo lanci e compaiono due semafori, un sacco di spiegazioni complicate e mi viene voglia di andare a vedere cosa fa la brasiliana nella stanza accanto.

Però devo mettermi sul serio a fare qualcosa con queste pagine. Fra poco il mio romanzo verrà pubblicato e orde di lettori si precipiteranno qui affamati di notizie, devo dar loro informazioni, una grafica accattivante, al limite un’anteprima succosa di quello che sarà il mio nuovo bestseller, sennò finisce come con Katia, che non mi ha aggiunto ai link della sua pagina perché credeva che fossi morto, e per il dolore della perdita si è comprata una reflex.

Adesso oltre al senso di colpa verso i lettori privati di buona letteratura si aggiungerà quello verso gli amanti della buona fotografia. Speriamo almeno che ne pubblichi poche..

Certo che se mi mettessi a lavorare su un progetto concreto potrei compensare alla carenza visiva con qualche riga di qualità e la consapevolezza che presto o tardi.. Però non ne ho voglia, le due tre cose su cui sto lavorando non mi convincono ad impegnarmi più di una decina di righe la mattina se mi avanza il tempo fra un tumblr e una partita a elements.

In realtà mi piacerebbe scrivere una cosa con poca punteggiatura, di quelle difficili da leggere, in barba ai lettori faciloni e anche a quelli più scafati, puntare direttamente all’eccellenza, che nel mio caso rappresentano quelli coi neuroni fritti dalle droghe, e dare alla luce un tomo massiccio fatto esclusivamente di pensieri liberi, slegati, con un minimo di filo conduttore che serva solo nel caso uno il libro se lo fotocopi fronte e retro ed esca dalla copisteria senza aver rilegato la sua bella risma stampata fitta fitta e sia una giornata di vento e venga scontrato da una bambina in bicicletta che corre per il marciapiede perché la mamma non vuole che vada in strada, che ci sono le macchine, e i fogli volino dappertutto e lui riesca a raccoglierne solo una parte e non sappia più in che ordine andavano. Ecco, io vorrei scrivere una cosa che in quel caso lì uno possa comunque arrivare in fondo senza perdere il filo del racconto. E poi se non lo legge nessuno pazienza, vorrà dire che non mi sentirò commentare che non fa ridere, che non è scritto bene, che non scorre o che scorre troppo. Mi piacerebbe, è tanto che ci penso e non comincio mai, per pigrizia, si, ma anche perché se devo dargli un minimo di storia devo anche sapere che storia dargli, non posso raccontare una storia qualsiasi, ce ne vuole una che si adatti a un libro così, e bisogna pianificarla a fondo, è una roba difficilissima, da non dormirci quasi.
Oppure si va a muzzo, che è l’altro metodo infallibile in casi come questi, si comincia senza sapere dove si andrà a parare e si prende a ditate la tastiera correggendo giusto quando vengono fuori delle cose tipo egsdfgdv, che non puoi spacciarlo per un personaggio norvegese, è troppo sfacciato anche per una storia così, e soprattutto devi giustificarne l’esistenza nella storia, anche in una storia con la trama esile e scomponibile. Ne sarei capace di scrivere una storia senza storia, fogli e fogli di ragionamenti aperti e subordinate infinite e liste di cose che potrebbe anche non finire mai?

Credo sarebbe ora di provarci.