La fidanzata malata

Quando la mia fidanzata è a casa malata mi aspetta dietro la porta e mi abbraccia appena entro perché si è sentita tanto sola per tutta la mattina, e mi devo preparare da mangiare con questa specie di zainetto sulla schiena. A niente serve ripetere “No touching!” No touching!”, lei non l’ha mai visto Arrested Development, e ne ignora i tormentoni. Mangio in fretta, che ieri sera mi ero tenuto qualcosa per il pranzo, e mi metto al computer per scrivere due righe di quella storia a cui sto lavorando da un po’ e che non riesco a finire perché mi sono bloccato a un punto morto, ma la sua richiesta di attenzione si fa sentire un’altra volta e, sebbene dieci minuti fa mi avesse detto che stava troppo male per mangiare, adesso mi si appioppa alle spalle lamentandosi che ha fame. Suggerirle di farsene è scortese, per i suoi standard orientali, e fingere di non avere sentito è ridicolo, visto che mi sta praticamente morendo in braccio. Così smetto di scrivere, tanto non riuscivo neanche a muovere le braccia, e mi offro di prepararle qualcosa di veloce, tipo una delle buste che abbiamo comprato dai cinesi, dove aggiungi l’acqua e la polverina si trasforma in Gordon Ramsey con gli occhi a mandorla che ti insulta in una lingua dagli accenti strani mentre ti prepara un brodino con un po’ di riso.

Ovviamente non vuole niente del genere, accampa una serie di giustificazioni puerili, tipo che sta seguendo una dieta cinese che vieta di mangiare alimenti conservati nelle buste di plastica perché il sottovuoto è privo di qi e questo danneggia un equilibrio che alla fine ti porta a volerti scofanare la pizza. Le faccio notare che la cocacola non è che sia meglio, ma lei dice che è zero, quindi con un salto logico che tre o quattro libri di filosofia greca hanno preso fuoco nello scaffale, mi spiega che il fatto di chiamarsi zero la rende una specie di simbolo della dieta, poi mi mostra una pagina della wikipedia cinese in cui si illustrano i benefici dell’aspartame sull’organismo. Le dico che secondo me non c’è da fidarsi, e il fatto nelle foto l’autore della pagina sia un ciccione con una barba posticcia seduto su una bici davanti al mercato delle truffe di Pechino, dovrebbe convincerla a tenersene lontana, ma il suo orgoglio nazionale si accende e lei si inalbera, e mi accusa di essere plagiato da una visione occidentalistica che fa di tutto per screditare il suo Paese. E si mette a insultare Trump, manco ne fossi un sostenitore.

Però è la mia fidanzata, sono innamorato di lei e non voglio ferirla, così cerco di assecondarla e vado a mettermi una parrucca arancione e una cravatta rossa, poi mi metto a cucinare i suoi spaghetti di riso preferiti mentre lei da dietro mi prende a calci sui talloni chiamandomi stronzone.

Con la pancia piena il suo temperamento si addolcisce, e posso tornare a indossare i panni del fidanzato amorevole, anche perché si è fatta l’ora di tornare al lavoro, e se mi presento vestito da presidente degli Stati Uniti i miei colleghi non la piantano più di prendermi per il culo. Già l’altra volta mi sono dimenticato di cambiarmi e da allora mi chiamano Kim Jong Pablo e mi controllano il collo per vedere se ho ancora i succhiotti.

Al mio ritorno la fidanzata è ancora malata, e si trascina per casa come una di quelle creature mezze decomposte a cui devi sparare in testa per farle smettere di agitarsi. No, non gli ospiti dei dibattiti tv, gli altri.
Sul fornello la pentola a pressione è coperta di una strana sostanza marrone che ha invaso tutto l’angolo cottura e sta colando sul pavimento. Provo a chiedere cos’è successo, ma la fidanzata malata si trascina a letto dicendo che è troppo malata per rispondere e ha urgente bisogno di riposare. I gatti mi fanno notare che la loro cassetta è piena di un’analoga sostanza, e che qualcuno dovrebbe pulirla prima che invada anche altre superfici, tipo il pavimento del salotto o quella pila di fumetti nel ripiano più basso della libreria.

A quel punto dovrei ammalarmi anch’io e telefonare a mia madre perché venga a risolvermi i casini, ma l’ultima volta che ci ho provato si è portata dietro i nipotini, che come ogni volta mi hanno smontato il Chewbacca di lego e hanno sparso i pezzi in giro per la casa. Tanto vale che trasloco, ho pensato, e mi sono messo a pulire da solo.

Stanco e depresso come dopo un lunedì di lavoro mi butto sul divano e scelgo un film da guardare, e dopo un po’ arriva la fidanzata malata, che mi si accoccola vicino e aspetta quei venti minuti che mi addormenti, accarezzandomi i capelli con dolcezza, poi cambia film.

Porto 2017-6

6.

Esiste una serie di videogiochi molto popolare che si chiama Grand Theft Auto, generalmente abbreviata in GTA, in cui controlli un piccolo criminale in un’area di gioco enorme e molto realistica, e gli fai fare tutto quello che fa di solito un criminale senza scrupoli, rubare macchine, investire i pedoni, scendere dalla macchina e derubarli, ammazzare indiscriminatamente chiunque gli capiti a tiro, frequentare locali di striptease e andare a zoccole. Hai anche delle missioni da compiere per far progredire la storia, ma la maggior parte del tempo la passi scappando alla polizia perché proprio non ce l’hai fatta a non stirare quel gruppetto che chiacchierava sul bordo del marciapiede.
Ho installato sul computer l’ultimo capitolo di questo gioco, e devo dire che mi piace parecchio. Sapete quando vi state domandando perché non scrivo più niente da settimane e anche la mia pagina facebook giace dimenticata? Adesso sapete perché.

Il casino di questo gioco è che quando ci passi tanto tempo sopra ti fa perdere un po’ il senso della realtà, ti viene facile immedesimarti. Dev’essere stato per quello che mentre camminavo lungo la strada che dal museo di Serralves scende al fiume ho guardato con avidità le auto parcheggiate, mi sono tenuto alla larga dai tizi che camminavano in senso opposto e mi sono aspettato che in un quartiere così degradato (sì, Marzia, di nuovo) ci fosse almeno un night club in cui entrare e fare amicizia con la spogliarellista o picchiare il buttafuori o entrambi.

Non ce n’erano, i passanti non mi hanno spinto via mugugnandomi contro minacce alle quali non puoi non reagire tirando fuori un fucile d’assalto e massacrando mezzo quartiere, e soprattutto non c’erano night clubs. C’era una scuola francese che doveva essere molto cara, ma non avevo figli da spedirci e ho tirato dritto.
In fondo alla via non c’era neanche il fiume, ma una fermata dell’autobus e un benzinaio. Se fosse stato GTA avrei avuto un’arma da scaricare contro le pompe di benzina provocando un’esplosione che avrebbe ammazzato le persone in attesa alla pensilina, mi avrebbe procurato una o due stelline di taglia (quando hai delle stelline accese la polizia inizia a cercarti, con tre arriva in elicottero, da quattro in su intervengono le forze speciali, poi l’FBI e infine Trump in persona che però prima dice di non volersi immischiare in scenari di guerra internazionali), ma a Porto in un sonnacchioso pomeriggio di gennaio posso solo avvicinare un anziano e chiedergli dov’è il Douro. Mi dice di girare dietro il benzinaio e per favore di non sparare a nessuno, e in dieci minuti arrivo su una strada che conosco. Il fiume è davanti a me, o almeno qualcosa dentro cui scorre dell’acqua, ma sembra più una palude, quindi anche dire che scorre è inesatto.
In pratica davanti a me c’è una distesa di melma e sassi su cui svolazzano decine di gabbiani. Un cartello definisce l’area Paradiso Ornitologico Del Douro, e per sottolineare l’interesse turistico che dovrebbe rappresentare una pozza melmosa accanto a una strada sotto il cartello è stata collocata una panchina.

Seguendo la stessa logica basterebbe piazzare tre o quattro panchine davanti alla discarica di Genova per rivalutare l’area e tirare su i prezzi delle case sfitte.

volavo sopra le nostre case
non c’era nulla di eccezionale

No, esagero, la discarica puzza di cose che qui non ci sono, e poi il profilo di Gaia dall’altra parte è bello da guardare, e meno male, perché tutti gli uccelli strani indicati sul cartellone devono essere in vacanza, qui ci sono solo i soliti gabbiani prepotenti che ti zampettano intorno chiedendo cibo, come se uno a Porto uscisse sempre di casa con le tasche piene di mangime per gabbiani, siete su un fiume, avete l’oceano davanti, procuratevelo da soli il cibo, razza di fannulloni!

Questa panchina mi sta risvegliando istinti reazionari, meglio andarsene prima di diventare un piccolo borghese con simpatie leghiste. E sta giusto arrivando O Elétrico, il piccolo tram dall’aspetto ottocentesco, comodo come viaggiare seduti su un sasso, dove comunque non ti siedi mai perché è sempre pieno di turisti, e per il quale devi pagare un biglietto che costa il triplo di quello di un comune autobus di linea. E infatti ci salgo e sto in piedi, scomodo, in mezzo a turisti romani che aòeggiano meravigliati in direzione di tutto quello che vedono al finestrino, come se la nuova giunta Raggi avesse cancellato auto, pedoni, battelli fluviali e una fetta consistente di panorama.
Ad un certo punto mi siedo, ma siamo quasi arrivati, e neanche me la godo, che comunque le panche di legno vibrano come sedersi su una lavatrice durante la centrifuga.

Scendo alla Ribeira, affollata di turisti sbragati al sole come otarie. Provo disagio. Gira e rigira sono sempre qui e non ne ho voglia, vorrei essere altrove, vorrei essere sulla spiaggia in fondo ad Afurada, a guardare il mare senza turisti romani che aò er mare, to o ricordi quanno ce stava pure da noi, prima che a Raggi ce levasse pure quello, st’impunita. Mi sta di nuovo montando la solita insofferenza verso il genere umano, devo allontanarmi alla svelta da lì.
Ideona! Una bici! Con una bici posso raggiungere la spiaggia dall’altra parte del fiume mettendoci molto meno di tutta la vita! Ci vuole un ciclonoleggio!
C’è un ufficio informazioni, una signorina coi baffi mi indirizza verso un negozio che sta davanti al ponte, che per 10 euri mi affitta una bici da passeggio per quattro ore. E che ci faccio in quattro ore, ci vado a Lisbona? La mia insofferenza verso il genere umano non è così forte da spingermi verso l’eremitaggio definitivo! Ma non ci sono tariffe intermedie, piglio la mia bici e pedalo oltre il ponte di ferro, ridendomela delle macchine in coda di quelli che andiamo a fare un giretto in centro in questa bella giornata ma andiamoci in macchina che a piedi poi ci sono i romani che aò anvedi delle persone te ricordi quanno ce stavano pure da noartri.

Sfreccio per il viale di Gaia come un ciclista vero, mi fermo solo davanti alle cantine Sandeman a fotografare l’ingresso e postare la foto scrivendoci sotto Enter Sandeman, che l’ha fatto una volta una mia amica e mi ha fatto un casino ridere e volevo farlo anch’io, oh, mica posso essere sempre originale, cazzo vuoi, vienici tu a Porto a fare foto con le didascalie spiritose.
Sfreccio oltre un’orchestrina che suona pezzi tradizionali napoletani (???) con grande entusiasmo dei locali e dei turisti che vabbè lo sapete già.
Sfreccio lungo le curve umide e inospitali che ieri mattina mi avevano quasi ammuffito le ossa.
Sfreccio attraverso l’odore di pesce grigliato dei vicoli di Afurada, oltre il lavatoio delle signore curve sotto gerle di panni sporchi, oltre il nuovo porticciolo turistico da cui spuntano giovani fighetti abbronzati, oltre la nuova passeggiata a sette corsie che costeggia l’ultimo tratto di fiume e che l’ultima volta che sono stato qui mica c’era, e neanche le famiglie col passeggino e i bambini col monopattino e stai un po’ attento a dove pedali cazzo!

ho pedalato tanto che sono arrivato in Normandia

Arrivo vivo. Evviva. Stanco come uno che ha appena valicato lo Stelvio, con la capacità polmonare del mio gatto dopo un pomeriggio speso a miagolarmi davanti alla porta che vuole uscire, accaldato come quella volta che seduto al tavolino di Berto ho baciato a tradimento la mia compagna di banco mentre mangiava la pizza, ma vivo.

La Praia do Cabedelo do Douro, come la chiamano qui, è lunga e ventosa, ed essendo a ridosso di una riserva ornitologica, una vera, non la melmaia di prima, è come trovarsi su una pista di atterraggio per aironi: se non stai attento è un attimo che ti ritrovi infiocinato dal becco appuntito di qualche trampoliere di passaggio.

È una bella giornata limpida, cosa che mi spinge a fare quello che ogni genovese in riva al mare tenta di fare in condizioni simili: aguzzare la vista e provare a vedere la Corsica. Dopo un po’ che mi faccio venire la congiuntivite mi sembra di scorgere qualcosa all’orizzonte, e non è una nave di passaggio. Un banco di pesci? Squali? Squelli! Rido da solo della mia battuta salace, che avevo tirato fuori una sera di trent’anni fa, curiosamente proprio l’ultima volta in cui ho avuto degli amici. No no, c’è proprio qualcosa laggiù, e si sta avvicinando.

È un mostro marino! Emerge dall’oceano in un abito di alghe. Ha la testa a forma di uovo sdraiato, il corpo a forma di uovo spaccato, le gambe corte, una peluria sul mento, gli occhiali spessi, i capelli crespi e l’espressione di qualcuno che vorrebbe tanto trovarsi altrove.
Se non fossimo lontanissimi da casa giurerei di conoscerlo. Provo a parlargli, ma mi ignora, attraversa la spiaggia e sprofonda nuovamente nell’acqua torbida alle mie spalle, in una delle pozze che costellano la riserva di cui sopra.
Poi magari non era un mostro marino, ma il guardiano della riserva, che ne so, chi l’ha mai visto un guardiano di riserva portoghese?

Recupero la bici e torno indietro perplesso.

qui è dove scopro di aver perso il cappello

Ho ancora più di tre ore di bici pagata, così vado a rapinare una banca del centro, progettando di far perdere le mie tracce fra le auto in coda, ma le banche in centro sono tutte nella zona alta della città, e dopo venti minuti che ansimo su per una parete che gli autoctoni si ostinano a definire strada, rinuncio e me ne vado in ostello a fare la doccia, poi con calma torno alla Ribeira in mezzo alle otarie. Ce ne sono due vestite in modo buffo, sono Marzia e Vivienne Westwood. Arrivo in volata con un gran darci di campanello, che Marzia è sorda e se non faccio così l’unico modo per attirare la sua attenzione è investirla.
Che fate? Prendiamo il sole. Andiamo a fare aperitivo? No. Dai. Ma dobbiamo tornare in albergo e l’ultimo aereo è fra mezz’ora. Ci andate a piedi, cazzo te ne frega, oppure non ci andate proprio, tanto stasera dovete tornare giù per la cena. Va bene dai, aperitivo. Circolo dei velisti? Che domande, certo!

Il circolo dei velisti lo abbiamo soprannominato così la prima volta che ci siamo stati, perché di sicuro appartiene a una qualche associazione cittadina, ma di velistico non ha proprio niente, e neanche di vagamente sofisticato. È un baretto pieno di anziani gestito dallo stereotipo del portoghese antipatico, e ai tavoli c’è un uomo preistorico che quando ti prende l’ordinazione non parla nessuna lingua che non si sia estinta da almeno un milione di anni: tu gli dici che vuoi una birra, lui grugnisce e ti mostra le zanne. Ha davvero le zanne, gialle e appuntite. Ci siamo sempre trovati bene lì, nessun turista scassacazzi e tanti tavolini liberi, o quasi liberi, basta spostare l’anziano che ci è morto sopra.

aperibeira

(continua)

1/45

Vabbè, a quarantacinque ci sono arrivato, pensavo, mentre le mani si rattrappivano sulla corteccia gelata e i rami più sottili cercavano di levarmi gli occhiali. Sotto di me, parecchi metri più in basso, un amico illuminava con la pila l’oggetto che stavo cercando di raggiungere. Il fascio di luce spariva da qualche parte più su di dove mi trovavo, e più lontano dal tronco a cui cercavo di restare appollaiato. Ma chi cazzo me l’aveva fatto fare?

Il mio fine settimana di celebrazioni scatenate era coinciso con l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, e forse per questo tutti i miei amici avevano il telefono staccato quando li avevo chiamati per uscire. Gli unici che ero riuscito a recuperare erano Lorenzo, un maniaco depresso con la vita sociale azzerata da decenni di benzodiazepine, e Pino, la sola amicizia rimasta nel buco di paese in cui mi ostinavo a vivere, ma con cui non mi capitava mai di uscire perché faceva il benzinaio notturno all’autogrill, e nei pochi venerdì sera liberi che si concedeva non volevi averlo seduto vicino perché i suoi capelli odoravano di gasolio.

Ma era una serata particolare, quarantacinque anni meritano di essere celebrati nel migliore dei modi, e quale modo migliore di sfondarsi di alcool fino a perdere i freni inibitori e poi buttarsi in qualche locale a caccia di femmine?

“Eh per esempio alla birreria tedesca di Clavarezza. Hanno la Dunkel Draften che mi piace.”
“Io in discoteca non ci voglio venire, c’è troppa gente.”

Cinque minuti che era iniziata e la mia serata di festa grande mi aveva già rotto i coglioni.

“Ragazzi, dai, alla birreria ci potete andare quando volete, stasera andiamo a spaccarci in un locale con della gente! Conosciamo delle donne, cazzo!”
“Alla birreria ci sono le donne, la cameriera è carina”, puntualizzò Pino.
“Ha diciassette anni! E le altre femmine presenti sono la moglie del barista e la sua mucca che tiene nel cortile dietro il bar. E se le scambiasse di posto non se ne accorgerebbe nessuno!”
“Io torno a casa, non mi sento bene”, disse Lorenzo, e me la vedevo già la mia serata immerso nei miasmi oleosi di un tavolino isolato, scartato dagli sguardi del mondo, a far venire l’ora in cui puoi andare a dormire senza sentirti troppo sconfitto.
Mi arresi, e dopo mezz’ora di tornanti al buio su un passo alpino ci ritrovammo seduti al Dumme Esel, l’unico locale della valle che tenesse aperto oltre le diciannove, contando anche la stazione ferroviaria e le cabine telefoniche.

L’arredamento ricordava una tipica birreria bavarese rilevata da un nostalgico degli anni ’70 e che avesse subito un pignoramento in tempi recenti: c’erano quattro tavoli di legno, due tavolini di formica verde malattia e un bancone impiallacciato faggio con ripiano in finto marmo; alle pareti alcuni tappetini che i fornitori di birra ti regalano per farsi pubblicità, di marche prodotte in paesi dove certamente non si parlava tedesco, e un quadretto della Guinness comprato durante il viaggio di nozze a Dublino. Dietro il banco, fra le bottiglie di Biancosarti e di grappa Nardini, campeggiava l’unico cimelio che giustificasse l’ispirazione teutonica: una foto di Rummenigge con la maglia dell’Inter, autografata.

Era l’unico locale aperto di venerdì sera nel raggio di venti chilometri, e consisteva di quaranta posti a sedere compresi gli sgabelli al banco: quella che ci accolse oltre la porta non era la folla in un locale di successo, era l’ultima curva prima del suicidio di massa.
Ciondolammo un po’ in attesa che si liberasse un posto, e arrivò la cameriera, sgusciando fra una mandria di manzi postadolescenti che le rivolsero muggiti di approvazione. Bisognava capirli, il corpo di una ragazza che ti si struscia contro era qualcosa di sconosciuto, facile che si spingessero fin lassù apposta per quell’esperienza, per alcuni di loro la cosa più vicina al sesso che sarebbero riusciti a ottenere.

Pino la salutò con un entusiasmo fuori luogo, lei ci condusse a un tavolino vicino ai cessi da cui si stavano alzando tre bimbi in bomber, appagati dal boccale di birra che doveva aver danneggiato in modo serio il loro equilibrio, perché ci franarono addosso in uno scroscio sguaiato di risate e porchidii. Lorenzo mostrò la sua faccia insofferente n.21, con gli occhi stretti che scappano a destra e le labbra che stentano a contenere un insulto. Pino lo mise a sedere con una spinta decisa.

Dal cicaleccio degli avventori saliva la risata acuta della moglie del barista, e la linea di basso di un classico dei Guns’n’Roses. Era il momento in cui avremmo dovuto parlare di qualcosa. Pino guardò il suo bicchiere, poi Lorenzo che guardava il proprio e poi me, e decise che dei tre ero quello che offriva maggiori spunti di conversazione.

“Allora, come ci si sente ad avere quarantacinque anni?”
“Hai presente quando ne hai compiuti quarantatre lo scorso novembre? Uguale.”
“Beh cazzo, quarantacinque sono un traguardo importante, sei..”
“Vecchio?”
“Adulto!”
“Lo ero anche prima, credo.”
“Ma a quarantacinque è certificato, quando dici quarantacinque la gente ti immagina sistemato, con una posizione, una famiglia, dei figli che vanno a scuola. Tu invece sei ancora lì a cazzeggiare. Come ti senti? Fortunato?”
“Mi sento un alieno. E credo di dare quest’impressione anche all’esterno, perché quando conosco qualcuno e gli racconto come vivo mi guardano come se ad un certo punto dovesse aprirmisi la faccia e uscire Lady Gandal.”

Pino rispose con la faccia di quello che gli hanno raccontato una barzelletta difficile, e Lorenzo alzò gli occhi dal bicchiere:
“Il generale di Goldrake, quello che gli si apriva la faccia e sotto c’era una donna cattiva che lo dominava. Bellissima metafora del rapporto di coppia, se volete il mio parere. È un esempio che però calza più a me che a te, scusa.”
Lorenzo cercava sempre di spostare la conversazione sui suoi drammi sentimentali, che da un paio d’anni erano uno solo, sempre lo stesso, una storia finita malissimo da cui non era riuscito a riprendersi e aveva scoperto il magico mondo degli antidepressivi. Lo ignorai, sennò in dieci minuti ci saremmo aperti i polsi con gli stuzzicadenti.

Alla terza birra Lorenzo ci stava parlando della sua ex. Eravamo riusciti a deviare il discorso raccontandoci serie tv di cui a nessuno fregava davvero qualcosa e cercando di immaginare entro quanti mesi Trump avrebbe scatenato una guerra atomica con la Cina, ma quella vecchia volpe ci aveva presi in contropiede raccontandoci una storia innocua su un articolo che aveva letto, e non si sa come era finito a sputare veleno su quella stronza di merda e a riproporci i soliti discorsi che oramai conoscevamo a memoria. Una volta Pino mi aveva suggerito di scrivere le frasi che sentivamo ripetere più spesso e tenerle in tasca, e mostrarle al nostro amico appena ne recitava una.

Cercammo di ricondurlo su un terreno meno sassoso, ma sapevamo che era inutile, quando partiva si fermava soltanto per sfinimento, suo o nostro. Allora andai in bagno.
Ma c’era la coda.
Come se servisse un bagno in una birreria in mezzo al nulla, pensai, e guadagnai l’uscita senza neanche indossare la giacca.
Lo sbalzo termico mi incrinò gli occhiali, e quando riuscii a trovare ciò che stavo cercando in mezzo alle gambe faceva troppo freddo per rilassare la vescica, contrattasi alle dimensioni di una biglia. Tentai di riattivare l’impianto con alcuni massaggi, ma l’immagine che davo di me stesso all’esterno mi fece desistere, e tornai sui miei passi.
Sulla porta incrociai Lorenzo, che si allontanava con la faccia da cospiratore.

“Dove vai?”, gli chiesi.
“A pisciare”, rispose lui, e si allontanò svelto.

(continua)

vabbè ciao

Così è finito anche il 2016 e, salvo sorprese dell’ultimo minuto non dovrebbe morire più nessuno di memorabile. L’ultima vittima è arrivata ieri sera, mentre ero al cinema a vedere Passengers: sono morti i miei coglioni.
Lo sapevo, quando la recensione dice “Un romance che va preso col sorriso sulle labbra, raccomandando occhi e cervello alla leggerezza “ è perché non possono scrivere che fa schifo, significa che devi starci lontano.
Ma il mio amico Cinemillo ha un fiuto particolare per i film di merda, e poi a Genova il 30 dicembre c’è il coprifuoco, sono tutti barricati in casa ad aspettare domani per sfogarsi, i locali sono chiusi, e quei pochi che trovi aperti dentro hanno solo il barista appoggiato al bancone che gioca col cellulare. Se non vai al cinema giri come uno scemo al freddo e torni a casa con la mascella slogata dagli sbadigli. E poi Rogue One l’ho già visto, e i Pooh te li vai a vedere tu.
Così la carta cinema me la sono già giocata ieri sera, e adesso mi resta solo da scrivere il lungo, noioso riepilogo di questo infame 2016.

Che però non scrivo, perché le cose belle che mi sono capitate quest’anno interessano solo a me, e quelle brutte proprio a nessuno, così come i buoni propositi per l’anno che verrà, che sarà anche peggiore di questo per quel che riguarda morti famose e incidenti di percorso, dicono che dobbiamo rassegnarci al tempo che passa e che è tutta colpa dell’internet, meno male che c’è Trump che nel 2017 scatenerà una guerra atomica con la Cina e diventeremo tutti fosforescenti, tranne Chris Pratt che nel film di ieri sera si è preso in faccia lo scarico di un reattore nucleare e non si è fatto niente, neanche strinato le sopracciglia, niente di niente, la scena dopo aveva di nuovo il culo per aria e tutte le donne in sala dicevano aawww. Gli uomini dicevano yaaawn, e se non cogliete la differenza è perché avete letto pochi fumetti nella vostra vita e se sopravviverete all’olocausto del 2017 vi consiglio di approfittare di tutte quelle librerie rimaste abbandonate e di farvi una cultura. Tanto che dopo il fallout vi resterà un sacco di tempo libero.

Per me ho solo una raccomandazione da fare, e sta tutta in questa striscia di Calvin & Hobbes:
basta mostri sotto il letto.

al mondo non ci sono abbastanza fumetti di Calvin & Hobbes