che cosa avremo da dirci quando potremo parlare?

Riassunto delle puntate precedenti:
Vado allo stadio con Beonio e scoppia una rissa: la morale è sempre quella, le scelte sbagliate provocano disastri. O almeno è così che me la racconto, la verità è che sono uno stronzo.

6.
30/09/20.., 14:09 – Beonio: Quindi vi siete lasciati
30/09/20.., 14:10 – Pablo: No, ci siamo presi del tempo per capire cosa vogliamo.
30/09/20.., 14:10 – Beonio: Quindi vi siete lasciati
30/09/20.., 14:10 – Beonio: La pausa di riflessione è sempre il modo più gentile che trovano per piantarci. Ti ha piantato, stattene
30/09/20.., 14:12 – Pablo: Ma no, ci siamo sentiti ancora stamattina, mi ha chiamato lei.
30/09/20.., 14:13 – Beonio: [odiosa faccina con gli occhi sbarrati]
30/09/20.., 14:13 – Beonio: E cosa voleva?
30/09/20.., 14:14 – Pablo: Saranno un po’ cazzi nostri, no?
30/09/20.., 14:15 – Beonio: [faccina altrettanto odiosa coi lacrimoni dal ridere] Stronzo
30/09/20.., 14:16 – Pablo: Ma niente, voleva sapere come sto, si è scusata per la scenata di ieri, dice che è colpa sua, che non sa bene quello che vuole, che anche lei ha delle cose che le pesano addosso, che magari è meglio se ci parliamo di persona.
30/09/20.., 14:19 – Beonio: Ahia
30/09/20.., 14:19 – Beonio: Ti vuole piantare
30/09/20.., 14:20 – Beonio: Preferisce dirtelo di persona
30/09/20.., 14:21 – Pablo: Qui se c’è uno che la deve piantare quello sei tu, gufo di merda.
30/09/20.., 14:22 – Beonio: [stessa faccina di prima che abbiamo già appurato quanto sia odiosa]
30/09/20.., 14:22 – Pablo: Adesso ci parliamo e vedrai che va tutto a posto.
30/09/20.., 14:23 – Beonio: E tu ci vorresti tornare insieme?
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Nel caso decidesse di non lasciarti
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Tutti i tuoi dubbi che avevi?
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Li hai risolti?
30/09/20.., 14:23 – Pablo: Credo che valga la pena provarci.
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Perché è inutile se poi anche tu non sai quello che vuoi
30/09/20.., 14:24 – Beonio: Non durerebbe
30/09/20.., 14:24 – Beonio: Fra due settimane sarete da capo
30/09/20.., 14:25 – Pablo: Anch’io sono stato affrettato. Abbiamo guardato tutti e due altrove invece di dedicarci a quello che stavamo vivendo insieme.
30/09/20.., 14:25 – Pablo: Due cretini, insomma.
30/09/20.., 14:26 – Beonio: [sempre quella cazzo di faccina, ma che problemi avete con la comunicazione verbale?]

Il giorno in cui ci vediamo è una sera, e una sera di pioggia, e vado a prenderla in macchina, e lei scende i tre gradini del portone senza sorridere, e mi chiedo cosa stia pensando, se è stata una cazzata accettare di vedermi, se sarò arrabbiato, ma non lo so, neanche riesco a capire cosa sto pensando io, mi guardo dentro in cerca di una risposta chiara, un sentimento che emerga su tutti gli altri e mi dia una direzione da seguire, e invece lei apre la portiera, si siede e mi guarda, e io la guardo, e non provo niente.

Non andiamo lontano, piove e nessuno dei due ha voglia di camminare. Siamo lì perché abbiamo da dirci delle cose, non c’è neanche bisogno di scendere dalla macchina. Cerco un posto in centro dove posteggiare, e restiamo lì, senza musica, il ticchettio della pioggia sul tetto. Ci sono state sere indimenticabili iniziate nello stesso modo, ma temo che questa lo diventerà per ragioni diverse.
Stiamo in silenzio, cominciare a parlare è un po’ un’ammissione di colpa, e a nessuno va di assumersi delle responsabilità. Perlomeno a me no, in fondo cos’ho fatto a parte ascoltare i consigli di quello scemo del mio amico? Insomma, non mi va di puntare il dito contro qualcuno, ma in questa macchina se c’è una persona che ha sbagliato atteggiamento non è certo quella che sta al volante.
Anna sembra leggermi nel pensiero, rompe il silenzio e dice “Scusami”.

“Ma no, dai, di cosa”, rispondo, mentre in testa si sgrana un rosario di accuse.
“Ti ho fatto una scenata per niente”.
“Vabbé, sarai stata..”
“.. è che mi sono sentita incastrata in qualcosa che non ero sicura di volere, capisci? Mi hai chiesto di prendere una posizione quando neanche sapevo dov’ero. Ho reagito male.”
“Ma non è che ti ho chiesto..”
“.. ma devi anche considerare la mia situazione, lo sai da dove arrivo. Ho alle spalle una storia pesante che mi ha segnato, non me la sono sentita di lasciarmi andare con questa leggerezza, mi ha preso il panico, ho pensato di non essere pronta.”
“Beh, certo, tutti abbiamo..”
“.. ma è sbagliato comportarsi così, perché se stai con una persona devi fidarti di lei, la fiducia è la base di tutto, se manca quella è inutile stare insieme, no?”
“…”
“.. e stare insieme significa quello, stare insieme, non passare del tempo insieme ma rimanere chiusi ognuno sulle proprie posizioni, significa aprirsi, e io questo non l’ho fatto, non mi sono fidata, ho avuto paura di farmi male, e così ho finito per farne a te, scusa.”
“Va bene, non..”
“.. e quando non ci sei stato più, perché io ti ho chiesto di andartene, io, non tu, colpa mia, lì ho capito che per te provavo qualcosa di più forte delle mie paure, che il passato è passato e tu rappresenti il futuro e voglio stare con te, fidarmi di te, ed è stato terribile che tu non ci fossi, e adesso che l’ho capito non ti voglio perdere di nuovo, voglio darti tutto quello che ho, che non sarà molto, ma è tuo, se lo vuoi ancora. Allora? Non rispondi?”

Dovrei dire qualcosa, e invece me ne sto fermo ad appoggiare lo sguardo sulla forma rassicurante della leva del cambio, del freno a mano, del bordo del sedile. Frugo con la mano nel buio della mia anima alla ricerca di un sentimento credibile con cui replicare. Non dico amore o passione, che sarebbero eccessivi, ma qualcosa vicino all’affetto, alla fiducia, andrebbe bene anche un po’ di stima. E invece niente. Il Molise.
Allora la bacio, col trasporto di chi cerca di sfuggire all’imbarazzo di non avere niente da dire, il classico bacio che in una coppia in crisi fa nascere un figlio. E lei ci crede, e mi infila in bocca una lingua avida. Cominciamo a toccarci, a infilare mani, a sbottonare, sganciare, strizzare dimentichi di essere posteggiati in una strada trafficata. Perlomeno dimentico io, lei si riprende quasi subito e mi sfila delicatamente la mano dalle sue mutandine.

“Se dobbiamo farlo qui almeno facciamoci pagare il biglietto”, mi sussurra all’orecchio col fiato grosso. Non mi faccio pregare, e prendo la via dei monti. Casa sua sarebbe più comoda, ma non me la sento di tornare a immergermi così in fretta nella sua vita.

03/10/20.., 10:12 – Beonio: E avete fatto bene, il divano era occupato [faccina che strizza l’occhio]
03/10/20.., 10:12 – Beonio: Come due ragazzini, eh?
03/10/20.., 10:13 – Beonio: Quindi adesso siete di nuovo fidanzati?
03/10/20.., 10:13 – Pablo: Vabbè, fidanzati.. ci vediamo.
03/10/20.., 10:14 – Beonio: Si, certo, fai il duro. Senza Anna sei perso
03/10/20.., 10:18 – Beonio: Sabato io e Francesca andiamo a cena. Venite?
03/10/20.., 10:20 – Pablo: Una bella uscita a quattro per metterci una pietra sopra e andare avanti.
03/10/20.., 10:21 – Beonio: [faccina che guarda su e immagino voglia dire che ci vuole tanta pazienza a sopportarmi]
03/10/20.., 10:21 – Beonio: Che rompicazzo che sei
03/10/20.., 10:21 – Beonio: Se ci fai pace vai avanti, sennò la lasci e basta!
03/10/20.., 10:22 – Pablo: Hai ragione, scusa. Va bene, dai, glielo chiedo. Ma immagino di sì, non avevamo impegni.
03/10/20.., 10:22 – Beonio: Volevate approfittare della casa libera [faccina che ma chi è che ride così, dai]
03/10/20.., 10:22 – Pablo: Hahaha.
03/10/20.., 10:23 – Beonio: [doppia faccina uguale a quella di prima, con queste grosse gocce di umore blu che le escono dagli occhi, secondo me indica una grave congiuntivite]

Due ore e quindici minuti prima dell’incidente.
Sono in macchina sotto casa di Anna, aspetto che scenda. La sua coinquilina ha passato la giornata con Beonio, ci incontreremo al ristorante. Un messaggio mi invita a salire, rispondo che dovrei cercare posteggio e che l’aspetto qui. Ascolto una canzone degli Smiths che dice di incontrarci nel vicolo presso la stazione ferroviaria. Guardo nello specchietto se arriva qualcuno, e quando sono certo di non essere visto mi abbandono a una smorfia difficile da spiegare. Beonio la tradurrebbe con una faccina in cui tutti i segni dell’espressione puntano verso il basso. Il portone si apre, è Anna. Passo alla canzone successiva.

Un’ora e quarantuno minuti prima dell’incidente.
Fuori dal ristorante La Buga non si vedono né Beonio né Francesca. E non rispondono al telefono. Entriamo, la cameriera vorrebbe sapere a che nome abbiamo prenotato, e vorremmo saperlo anche noi: Corradi, il cognome di Beonio, non risulta da nessuna parte, ma non significa niente, il mio amico lascia sempre cognomi diversi; potrei chiedere se le risultano prenotazioni a nome di politici o calciatori, o se stanno aspettando qualche ospite straniero, probabilmente cinese. Faccio prima a guardare se i nostri amici sono nella saletta sul retro. Non ci sono, tranne un tizio seduto da solo la saletta è vuota. Quando torno di là arrivano Beonio e Francesca. Lui dice alla cameriera che la prenotazione è a nome Rosolini. Ma perché?

Più tardi la forchetta di Anna plana inattesa sul mio piatto e pesca due acciughe. “Ehi!”, rispondo. Lei mi mostra la lingua. Sento qualcosa muoversi laggiù, nel buio. La guardo, ha i capelli raccolti sulla nuca, gli occhiali le sono scivolati sulla punta del naso. Racconta agli amici di un episodio accaduto al lavoro, si sta divertendo. La guardo ridere, le osservo la bocca, i denti piccoli, ho voglia di baciarla. Mancano trentasette minuti all’incidente.

Otto minuti. La cameriera viene a chiederci se desideriamo il dolce. Lo desideriamo. Siamo un po’ ubriachi, lo desideriamo rumorosamente. Anna mi si appende al braccio e mi soffia qualche parola nell’orecchio. Non capisco, le do un bacio leggero e sembra soddisfatta. Chissà cos’avrà voluto dire.
Faccio dei segni a Beonio per capire se si fermerà a dormire da Francesca o se avremo la casa per noi. Avrei ottenuto di più se gliel’avessi chiesto in cinese, mi dice cazzo vuoi a voce molto alta.

Mancano due minuti all’incidente. Attiro l’attenzione del mio amico e stavolta il messaggio arriva. Mi fa un sorrisetto malizioso, si volta a dire qualcosa a Francesca e anche lei mostra lo stesso sorriso. Dice “Anna, mi sa che qualcuno ha dei piani per il dopo cena”. Anna dice “Mi sa che li abbiamo tutti e due”, mi bacia il collo. Rido, un po’ imbarazzato.

Dalla sala sul retro compare il tizio di prima, quello che credevo a cena da solo. Non è da solo, sta parlando con qualcuno alle sue spalle. Il qualcuno alle sue spalle viene fuori dalla stanza, e non è qualcuno. È Drusilla.

Smetto di ridere.

le pablog au cinéma: La La Land

Attenzione, questo post contiene degli spoiler grossi così!

 

Se La La Land fosse ambientato nel mondo della scrittura il protagonista maschile, Sebastian, sarebbe un blogger pedante che scrive recensioni e caga il cazzo perché non si fanno più i film di una volta, e questa sarebbe una delle sue tipiche recensioni.
Lo leggerebbero in quattro per il suo rifiuto di uniformarsi a una scrittura vendibile, ma lui se ne sbatterebbe le balle perché è anche un narcisista e pensa che gli altri siano solo un mucchio di stronzi incompetenti. Un giorno diventerà uno scrittore famoso e gliela farà vedere a tutti.
E per tutto il film avrebbe problemi a trovare un parrucchiere decente che gli tolga quel cazzo di pendalocco dalla faccia, ma cos’è, ti sei appiccicato alla fronte la bustina usata di tè?
Al cinema invece vedrete una storia in cui lui fa il musicista e tira a campare suonando quello che gli pare a lui invece dei pezzi richiesti, e infatti campa malissimo, tanto che sua sorella immaginaria che compare in una scena e poi basta lo va a trovare preoccupata per la sua salute e lui le rompe il cazzo perché si è seduta su uno sgabello dove una volta si era seduto blah blah blah blah.

ma come ce le hanno portate tutte quelle macchine sullo svincolo? guidando, credo

Lei, Mia, è la classica bellezza bionda che però quando la osservi meglio ti accorgi che non è per niente classica e cerchi di codificare questa bellezza, e alla fine l’hai guardata così a lungo che te ne innamori. Nel film originale l’hanno tinta di rosso per evitare questa chiave di lettura, ma se avete visto Birdman sapete a cosa mi riferisco.
Sta cercando di diventare un’attrice, e nel frattempo fa la cameriera. Una sera, di ritorno da una festa dove l’hanno trascinata le sue tre coinquiline immaginarie che compaiono solo in quella scena, si fa attirare dalla musica nel locale dove lui sta suonando un pezzo particolarmente ispirato che le apre il cuore. Glielo va a dire, ma lui quella sera ha le palle girate più del solito e le risponde “sì vabbè, e sticazzi?”

Si incontrano di persona a un’altra festa, a Los Angeles funziona così, si passa da una festa all’altra aspettando il terremoto che li ucciderà tutti: lui è vestito come uno dei Devo e suona in un gruppetto di cover. Lei gli chiede una canzone e questo si offende, perché per un musicista serio è offensivo suonare quella roba lì. La volta prima facevi canzoncine di natale, non ti va mai bene un cazzo, vai a fare il benzinaio e piantala di menarla.
Non glielo dice, trova una scusa per farsi accompagnare alla macchina e parte un balletto di tip tap che secondo me è il momento migliore del film, anche perché si capisce che nonostante le dichiarazioni di con te neanche morto, e oltretutto stai pure con un altro, lui se la filerebbe parecchio. Ciononostante la lascia salire in macchina e andarsene senza averle chiesto il numero di telefono. C’è più realismo in questa scena che in tutto Rossellini.

fanculo il teatro, voglio imparare il tip tap!

Poi vabbè, si mettono insieme, sennò il film durava un quarto d’ora: lei nel mezzo di una cena a coppie molla il fidanzato immaginario che compare solo in quella scena e corre dall’altro, e inizia la parte di film a tema madonna quanto siamo felici che perfezione ma chi l’ha mai vista una coppia felice come noi uh quanto ci amiamo. Dieci minuti di loro che camminano per mano ovunque, si vede che gli hanno fregato la macchina, ma chi se ne frega della macchina quando c’è l’amore.

Vivono a casa di lui, che ci piove dentro, ma sono felici. Lei lo convince ad accettare un lavoro nel gruppo di John Legend, che qui fa il traditore del Sacro Ideale Del Jazz, suona una specie di fusion tipo Galliano, Buckshot LeFonque, quella roba da aperitivi in spiaggia, lui accetta ma caga il cazzo. Meno, perché guadagna un botto, ma un po’ lo caga.

E poi litigano, e lei se ne va. Lui però va a cercarla perché la ama, la convince a fare l’ennesimo provino, lei lo passa, diventa famosa, e va a Parigi. La ritroviamo cinque anni dopo con un marito elegante, una bella casa e la macchinona. Una sera escono e capitano per caso in un locale, attratti dalla musica. È il locale di Sebastian, ovviamente, se fosse stato un Hard Rock Cafè dove si stava esibendo una cover band degli Aerosmith si sarebbero divertiti di più, ma il film ne avrebbe risentito. Invece al piano c’è proprio lui, Sebastian, che vede Mia fra il pubblico. Hanno per tutto il film questa cosa di trovarsi subito in mezzo a una folla al buio. Io quando sono su un palco e viene a vedermi qualche amico non me ne accorgo neanche se sta in prima fila. Ma loro hanno l’amore che li guida, eh già.
Si vedono, lui attacca un pippone lentissimo che lei riconosce e le fa fare tutto un viaggio mentale col magone, alla fine del quale speri che si rimettano insieme, e invece lei dice al marito “vabbè, andiamo?”.

mi fai quella della pasta barilla?

E qui succede una cosa di fantascienza che non ti aspetti, perché mentre lei esce si guardano un momento, e lui scioglie quest’espressione corrucciata per farle un sorriso e un cenno che sembra dire va bene così, amici come prima.
E no, non può andare così.

Nella mia versione lui la blocca e le chiede chi è quello stronzo.

– E tutte le promesse che ci siamo fatti quando sei partita per Parigi? Io ti ho aspettato!
– Tu non ci sei voluto venire a Parigi, cosa dovevo fare? Dovevo chiudermi in casa a fare la monaca di clausura?
– Ma ti aspettavi che avrei mollato il lavoro per seguirti, scusa?
– Avresti mollato il lavoro che non ti piaceva per inseguire un sogno! Quello mi aspettavo!
– Quel lavoro che non mi piaceva dava da mangiare a tutti e due, mi pare. Perché tu hai lasciato il posto da cameriera per scrivere una cazzo di opera teatrale che hanno visto in tre, e intanto abitavi a casa mia, Mia. Se ora sei un’attrice famosa è anche grazie a quel lavoro là, ingrata di merda!
– E perché tu non hai fatto la stessa cosa? Quand’è stato il tuo turno di buttarti e affidarti a me non l’hai fatto. Avresti potuto suonare nei bistrot, saremmo rimasti insieme. Se ci avessi tenuto davvero a me l’avresti fatto!
– Ma ti senti? Potrei dirti la stessa cosa, te ne rendi conto? Anch’io ti ho proposto di seguirmi in tournèe, sarebbe stato più facile, dopotutto il tuo lavoro era stare a casa a scrivere. Cosa conta se la casa è a New York o a Frittole? Ma non hai voluto, avevi le tue cose lì, dicevi. L’ho accettato, ho rispettato il tuo spazio. Ma quando tu hai dovuto accettare il mio no, niente da fare. La signora non accetta compromessi. La signora non aspetta. La signora se ne va e sposa lo stronzo con la bella macchina, e tanti saluti alle promesse.
– Ma quali promesse? Quali? Le hai lette o no le didascalie del film? Primavera, estate, stop! Siamo stati insieme sei mesi! Ti pare che mi impegno per tutta la vita con uno con cui sto da sei mesi? Non abbiamo neanche fatto sesso, nel film non si vede mai!
– E allora? Non si vede neanche che lo fai con coso qui, l’onorevole di stocazzo.
– Ma abbiamo una figlia! Come pensi che l’abbiamo avuta, coi punti del detersivo?
– Hai detto che mi amavi, cristo!
– Ecco, tu invece non l’hai detto mai.
– Ma mica la scrivo io la sceneggiatura! E poi cosa vuol dire? È evidente che sono uno di quelli che non lo dicono ma lo dimostrano. Non te l’ho dimostrato?
– No. Non sei neanche venuto alla prima del mio spettacolo.
– Stavo lavorando!
– Era più importante il lavoro che odiavi della donna che amavi? Hai fatto una scelta, mi hai costretta a fare altrettanto.
– Eh no, tu hai fatto quella scelta prima di me!

Potrebbe andare avanti all’infinito, e nessuno la spunterebbe.
Il fatto è che La La Land, questa deliziosa storia d’amore e di ambizione, sotto le canzoni orecchiabili e i colori sgargianti ci mostra due egoisti incapaci di riconoscere le necessità di un’altra persona e venirle incontro.
Quello che sembra suggerirci la storia, senza esprimere giudizi a riguardo, è che non importa quanto ti senti felice, la vera gioia sta nel raggiungere il successo. Quando i due si incontrano, alla fine, lo hanno raggiunto entrambi. Rivedersi provoca qualche sguardo incupito, due lacrime, ma nessuno dei due mostra la minima incertezza, è andata così, stammi bene, adesso vi suono un’altra canzone.

Lo so, non dite niente. Va bene così.

È la metafora del sogno americano: prima viene la carriera, poi casomai la famiglia. E poi, quasi sempre, l’analista.

Le pablog au cinèma: The Book Of Eli hits The Road

bannerAttenzione, questa recensione contiene degli spoiler, che non sono le robe che i tamarri si attaccano alla fiatpunto per farla sembrare più aerodinamica, ma delle rivelazioni sulla trama del film che quando le hai lette non te le dimentichi più e ti rovinano la sorpresa del film, a meno che non te le fai rimuovere chirurgicamente tramite una delicata operazione che consiste nel farsi tirare via il cervello, metterlo in candeggina per mezza giornata e poi reinserirlo nell'apposito scomparto stando attenti a ricollegare bene tutti i fili sennò succede un casino e ti ritrovi a non sapere più che film volevi vedere e finisci col trovarti seduto in un multisala davanti a Massimo Boldi che ripete “Me la ciula me la ciula!”. Giuro, a un mio amico è successo.
Un futuro imprecisato. L'umanità è stata decimata da una guerra che ha lasciato solo macerie, desolazione e polvere. I pochi superstiti che non sono regrediti a barbari cercano di sopravvivere in un mondo in cui vige la legge della violenza. Il cannibalismo è una pratica diffusa, non esiste più l'istruzione, non esiste il denaro, e il commercio è regolato dal baratto. I film sono girati con un largo uso di filtri grigi.
Un uomo con gli occhiali da sole e lo zaino in spalla cammina su quella che doveva essere una strada, intorno a lui pochi edifici a pezzi, qualche cadavere su cui si avventano uccelli scheletrici.
Non conosciamo il suo nome, né la sua storia. Combatte come un ninja, ascolta musica da una specie di ipod e legge la bibbia, ma a parte questo.. Lo vediamo mangiare gatti randagi, quindi forse è vicentino.
Arriva in una cittadina e scopriamo che è per strada da trent'anni, sta andando a ovest ed è in missione per conto di Dio: forse per quello indossa sempre gli occhiali da sole. Non deve rifondare la band per salvare l'orfanotrofio, deve portare una Bibbia in un posto, ma la difficoltà è uguale, perché per ovest non ci sono più treni.
L'altra difficoltà è che il sindaco della cittadina è Dracula, e sta cercando la Bibbia perché così potrà comandare le persone, perché se hai la Bibbia la gente ti ascolta.
Eh?
A parte che la gente ti ascolta già, che se non ti ascolta la spari senza tante storie, ma che razza di sceneggiatura è?
Proprio a quel punto arriva Aragorn, che sta andando a sud perché gliel'ha detto sua moglie che è anche la moglie dell'astronauta, e si porta dietro suo figlio al quale continua a ripetere che presto moriranno per farlo smettere di fare i capricci.
“Non voglio mangiare la minestra!”
“Non è minestra, sono frattaglie di topo in acqua torbida, ma non importa se le mangi o no, perché tanto fra poco moriremo.”
“Vabbè, magari le assaggio.”
Dracula gli chiede perché ha quella faccia così triste, e Aragorn risponde che il suo film è drammatico in un modo angosciante, altro che questi preconfezionati hollywoodiani che alla fine sono western, ma senza cavalli.
“Si, vabbè, ma ce l'hai una Bibbia?”
“No, l'ultima se l'è presa Malcolm X senza spiegare dove né come”
“Dice che l'ha guidato una voce nella testa”
“See, una voce.. L'ha guidato una bottiglia!”
“Hahaha! 'Piombare qui con queste storie di maghi e indovini!' Che gran film!”
“E quando gli dice 'Di che segno è?' e i re magi rispondono 'Capricorno' e allora gli chiede 'E che tipi sono?' e loro..”
“..e loro rispondono 'Ma lui è il re dei giudei!' e lei fa 'Lo sono tutti i capricorni?'”
“Hahahaha! Stupendo!”
“Eeh non ne fanno più film così..”
“Più che altro non ne fanno più film, è sparita la civiltà e le persone si mangiano fra di loro”
“Eh già..”
“…”
“…”
“Beh, io andrei, che fino a sud è un sacco di strada..”
“Si, giusto, scusa.. Senti, non è che ce l'hai la Bibbia, vero?”
“Ma ti dico di no!”
“Scusa eh, ma qui nessuno ti racconta la verità, ti dicono di no poi gli spari in faccia e quando frughi nel cadavere scopri che ce l'avevano nascosta sotto la giacca. Mi fanno venire un nervoso, guarda..”
“A chi lo dici. Come quando ti invitano a casa loro e poi cercano di mangiarti!”
“Uh, non me ne parlare!”
“Vabbè, allora ciao eh?”
“Ciao, salutami tuo figlio.”
“Non mancherò”
Poi Aragorn se ne va verso sud e gli succedono delle robe tipo uno che gli spara dalla finestra, ma intanto Malcolm X è andato a farsi ricaricare l'ipod da Tom Waits, poi ha sbudellato un sacco di gente e ha conosciuto una che vorrebbe essere Lara Croft, ma non ha le sue tette.
Dracula fa arrestare Malcolm X, ma quello scappa, poi lo fa sparare da un sacco di persone, ma quello non si ferisce neanche, poi lo insegue nella prateria desolata e c'è una sparatoria pazzesca con la telecamera che fa avanti e indietro in una specie di piano sequenza che passa attraverso i muri come i proiettili, poi c'è il colpo di scena finale e alla fine c'è anche Lara Croft.
Lo spoiler è che Aragorn muore.

direttamente da Cannes

bannerANSA – Il pensiero di Juliette Binoche al regista iraniano incarcerato dal regime di Teheran Jafar Panahi, la vittoria di Elio Germano, migliore attore ex aequo con Javier Bardem, dedicata con polemica «agli italiani che fanno di tutto per rendere il paese migliore nonostante la loro classe dirigente» e le colorate formose strabordanti spogliarelliste di Tourneè di Mathieu Amalric. Questi i momenti da ricordare della cerimonia di chiusura del festival di Cannes che ha laureato il fantasioso film del regista thailandese di culto Apichatpong Weerasethakul, Oncle Boonmee who can recall his past lives (lo zio Boonmee che può richiamare le sue passate vite), appena acquistato per l’Italia dalla Bim.

– Can you really recall your past lives?
– Sure! With the recall button of my mobile phone!
– And what do they tell you when you recall them?
– Well, nothing. They’re.. you know.. dead.

sono le ventitrè e trentasette

E trentotto, che un minuto è passato a correggere il font e la dimensione, che tutte le volte che esci dalla finestra o cancelli ti si azzera e butta tutto all’arial. Non che abbia qualcosa contro l’arial, sia chiaro, che poi mi telefonano quei fanatici, le SSS, Sostenitori Sans Serif, una specie di talebani grafici che lottano per eliminare le grazie dai caratteri, “uno stupido orpello chiaro manifesto della decadenza occidentale”, e mi minacciano di eliminarmi le mie di grazie, che la prima volta non ho capito e me lo son dovuto fare spiegare, e loro mi hanno raggelato spiegandomi quali fossero le cose che mi sporgono dal corpo come le grazie nei caratteri.
L’ho subito raccontato alla mia fidanzata, e lei mi ha consolato dicendomi che parlavano di grazie, non di disgrazie, perciò al limite mi avrebbero tagliato solo il naso. Non l’ho capita subito, ma poi ci son rimasto più male di prima.
Sono le ventitrè e quarantotto, ci ho messo dieci minuti a scrivere il paragrafo di cui sopra, così suddiviso: cinque minuti a scriverlo e cinque a rileggerlo e sfrondarlo delle parole in eccesso, che quando scrivi una cosa, fosse anche solo la lista della spesa, devi stare attento al ritmo e alle ripetizioni: il tuo lavoro è come un bonsai, perché duri mille anni devi potare le foglie inutili con estrema attenzione.
Seguendo queste rigide indicazioni sono andato a comprare e ho portato a casa un peperone, un pomdoro, un fusillo (non pagato, che per non comprare tutta la scatola l’ho aperta di nascosto e me lo sono infilato in tasca), una mutanda (per fortuna quella la vendono con due buchi, sennò pensa le risate a infilarsela) e una forma di parmigiano. Marzia mi ha detto che è l’ultima volta che mi manda a far la spesa da solo, che lei il parmigiano non lo può mangiare, poi mi ha preparato la pasta al sugo con quello che avevo comprato: il risultato era una broda infame su cui galleggiava tristissimo il povero fusillo. Ho dato tutto al cane e sono uscito a comprarmi una pizza, solo che l’unica pizzeria a Ronco è gestita da un tizio che somiglia un po’ a calderoli e che ci mette due ore a prepararti una margherita. Buona eh? E non so neanche se il tizio in questione sia effettivamente leghista, però due ore sono troppe, oggettivamente. Credo dipenda dal fatto che il pizzaiolo ha un braccio solo, e ogni volta che deve infilare la sfoglia nel forno non riesce a maneggiare la paletta e fa cadere tutto per terra, poi ricomincia dall’inizio e al terzo fallimento telefona alla pizzeria di Busalla e si fa portare quello che hai ordinato.
Insomma che sono andato in pizzeria, ma dopo due ore non c’era ancora niente, così ho proposto al pizzaiolo di mandare me a ritirarla, che magari a Busalla avevano il locale pieno e non riuscivano a mandare nessuno, e lui ha accettato con gioia, mi ha anche dato cinque euri di mancia, ha insistito, ha detto “per la benzina!”. A Busalla non ho trovato parcheggio vicino alla pizzeria, perché quella sera c’era la festa di leva dei ragazzi del novantuno, tutti neomaggiorenni e neopatentati, che volevano provare l’ebbrezza di farsi prestare la macchina dai genitori. Erano venuti tutti da soli in auto, anche quelli che abitavano dietro la pizzeria, che per non sfigurare con gli amici avevano raccontato in casa che sarebbero andati a cena a Cuneo.

PAPA’ – Ma come a Cuneo?
FIGLIO – Eh si, la pizza di Cuneo è troppo più buona.
PAPA’ – Belin ma fino a Cuneo? Possibile che non ci sia una pizzeria decente prima di Cuneo? Questa qui sotto fa schifo? Ma proprio a Cuneo?
FIGLIO – Mamma, diglielo tu!
MAMMA – Lascia stare Mario, son ragazzi.

Non trovando posteggio ho cominciato anche un po’ a incazzarmi, che quando non mangio divento nervoso, non so perché, Alessandra dice che sono gastropatico, perché una volta gliel’ho raccontato io convinto che fosse un po’ come metereopatico, una cosa che riguarda l’umore; ora che ho scoperto che è più una cosa tipo tumore allo stomaco quando glielo sento dire mi tocco con discrezione.
Un quarto d’ora più tardi giravo ancora per Busalla borbottando parolacce e augurando gastropatie a pioggia, avevo ancora fame e mi sarei mangiato qualunque cosa avessi ritenuto commestibile, anche uno spinterogeno col ketchup, così mi sono deciso ad estendere la mia ricerca ad altri generi alimentari, compresi quelli non originari del territorio. Era solo un complicato giro di parole per dire che con i cinque euri del pizzaiolo monco ci usciva un kebab dal kebabbaro di Busalla, che tiene aperto fino a mezzanotte, poi chiude, fa un giro di straccio e riapre dopo mezz’ora col locale tirato a lucido e un nuovo pezzo di carne a girare sullo spiedo. Nessuno sa come faccia, qualcuno parla sottovoce di magia nera marocchina, ma secondo me lui è egiziano e c’è di mezzo la maledizione di Tutankhamon.

Con la pancia finalmente piena sono tornato a casa. Marzia era già andata a dormire, così mi sono messo su un film, che dopo il kebab ci vuole un film, lo dice un antico proverbio giapponese che mi sono inventato ora, e ho scelto la seconda parte del film sul Che. La prima l’avevo vista al cinema un casino di tempo fa, ma mi ricordavo abbastanza bene come finiva, perciò non avevo problemi a cominciare questo anche dopo una lunga pausa. Oltretutto la seconda parte riprende proprio dove si interrompe la precedente: quella là finisce con dei titoli che scorrono e questa comincia con un titolo che sta fermo, sempre bianchi su sfondo nero, così è più facile.
Mi è piaciuto questo film, anche se il finale mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca: non mi aspettavo che morisse, alle elementari la maestra ci aveva spiegato che ad un certo punto il Che abbandona la lotta armata e diventa una congiunzione.

Sono le zero e trentadue, ho portato a spasso il cane dopo Tutankhamon e adesso concludo e vado a dormire soddisfatto.

 

la sconfitta del Pablog

E’ inutile, ormai devo ammetterlo anche con me stesso, e non solo coi giornalisti che affollano il mio vialetto: il Pablog non ha più senso di esistere, tanto vale chiuderlo.

Perché il blog è un mezzo di comunicazione ormai superato, ci sono i tumblr, c’è feisbucc, c’è twitter, strumenti con cui puoi dire quel che ti pare in una riga, senza doverti sbattere a comporre frasi, mettere la punteggiatura, addirittura andare a capo!

E poi non c’è questo cazzo di impaginatore automatico di splinder che ti fa saltare una riga ogni volta che schiacci invio, poi no, poi si di nuovo, in base a come si svegliano la mattina i gestori del sito.

E basta, via, non c’è più speranza per i blog, oramai viviamo in un mondo frenetico in cui nessuno ha più voglia di andare a capo, si usano le k al posto delle ch, per essere amico di qualcuno ti basta sapere cosa sta facendo in quel momento in tre parole, e dei blog non frega più niente a nessuno.
E’ naturale che anche il Pablog subisca la crisi in corso, e accetti il suo declino come un inevitabile segno dei tempi.

Peccato, perché mi sarebbe piaciuto continuare a scrivere le mie cazzate e magari diventare uno scrittore famoso, magari essere interpellato un giorno sul treno da una fanciulla fascinosa che passa, mi vede, si ferma e mi fa:

– Ma tu sei Alessandro Baricco!
– Veramente no – faccio io, un po’ scazzato. Che non mi va di spacciarmi per un altro e rifulgere dell’altrui gloria. E poi proprio Baricco, dai, con tutti gli scrittori simpatici che ci sono!

Solo che lei insiste – Ma si che sei Baricco! Hai i riccioli! – come se gli scrittori si dividessero in due categorie, quelli pelati e Alessandro Baricco. In un mondo così gli scrittori dai capelli a caschetto non sarebbero considerati tali, e ci sarebbero frotte di malintenzionati parrucchieri appostati davanti a casa di Federico Moccia, armati di pettine e phon.

– E stai anche scrivendo su un quadernino!

Non mi va di spiegarle che sto andando allo stadio, e sul quadernino appunto magari la probabile formazione, o faccio il sudoku, e lei si siede. E cosa può fare un povero scrittore sconosciuto seduto su un treno con una bella ragazza che non chiede altro che di conoscerlo e poi magari giacere con lui, anche se probabilmente non lì, che i sedili sono tutti sporchi e chissà che malattie si possono prendere due che ci giacessero insieme sopra?

– Vabbè dai, sono Alessandro Baricco.
– Lo sapevo! – esulta lei, battendo le mani tutta eccitata – Vai a Genova per lavoro?

Evidentemente una sciarpa rossoblù, un berretto con un grosso grifone sopra e un maglione con scritto a caratteri cubitali Gradinata Nord non le fanno venire in mente altro che uno che sta andando a lavorare. Non sarebbe neanche sbagliato, se fosse la società calcistica a pagare me e non il contrario.

– Più o meno. Sai, vado a girare un po’, in cerca di ispirazione.. Qua e là..
– Per il tuo nuovo romanzo! Di cosa parla? E’ ambientato a Genova? Quando esce? Che personaggi assurdi ci sono? Un conte che ha perduto la memoria delle scarpe? Una donna incinta di un quadro? Un bambino che gioca col suo babau? E come si intitola? E sarà più fantastico di Oceanomare? Più sognante di Seta? Più arrabbiato di Castelli Di Rabbia? Più noioso di City?

Si, ma io mi aspettavo una bella ragazza compiacente e più che altro silenziosa, che si limitasse ai fondamentali: “Sei Alessandro Baricco! Scopami!”, non uno spruzzatore fonetico! Per farla smettere di parlare dovrei spararle, e ho soltanto una penna. Forse potrei piantargliela in un occhio..

E’ un fiume ininterrotto di sillabe quello che mi sta riversando addosso, cerco di infilare un piede, piano piano, per passare di là, ma la corrente è impetuosa e finirebbe per trascinarmi via.

– Il.. il titolo.. il..

Niente da fare, non si ferma mai, e dove vai a Genova, e conosci qualcuno, e io ho lavorato in una libreria, e hai mai letto questo, e hai mai visto quest’altro, e checcazzo! Le mollo un calcione su uno stinco, e prima che possa riprendere attacco a parlare io.

– Il titolo non ce l’ho ancora, di solito lo decido alla fine. E anche la trama, per adesso è più che altro un’idea. Per questo sto andando a Genova, per..
– Assorbire l’atmosfera! E’ così! E poi la trasformerai, la plasmerai in quel modo così unico che hai tu di raccontare le cose, fatto di sensazioni così solide da poterle toccare, e quei personaggi così incredibili, che non li troveresti mai in nessun altro libro, perché solo nei tuoi trovano una loro ragione di essere, con quelle atmosfere rarefatte che solo tu sai descrivere così bene, con quei colori tenui come un quadro ad acquerello..

Ma chi ho incontrato, una bella ragazza incredibilmente logorroica o la versione letteraria della Cancellieri? Riattacca a parlare e ancora una volta quello che dall’esterno potrebbe sembrare una conversazione amichevole si trasforma in un monologo ossessivo. Sta cominciando a rompermi il cazzo questa qui, bella o no, preferivo come stavo prima, con la sola compagnia del mio quaderno con l’elastico e la penna che scrive male.

– La conosci bene Genova?
– Si, certo – rispondo meccanicamente, prima ancora di rendermi conto che ha smesso di parlare.
– E perché la conosci bene, se sei di Torino? Ci hai abitato?
– Ci ho abitato? Ah si, certo, ci ho abitato. Da studente, sai..
– Ah, e dove abitavi?

Non è che voglia proprio inventarmi una balla gigantesca; certo, la propensione innata a raccontare fesserie mi spinge sempre a portare ogni dialogo sulla supercazzola, ma stavolta ci sono trascinato di peso. Un disegno sempre più preciso si delinea in me, per ogni parola che aggiungo. Non devo fare altro che raccogliere i pezzi che la mia mente mi offre, e legarli insieme.

– Stavo con una persona che abitava alla Foce.
– Ah si? – fa lei – Con una persona?
– Si, è stato il mio amore più grande, sai, una di quelle passioni travolgenti che ti avvolgono come una slavina su una pista da sci, e ti fanno sentire freddo, bagnato e senz’aria, ma che sono così belle che non puoi farne a meno.

Mi guarda con la bocca spalancata, già partita per vivere il nuovo romanzo di Baricco confezionato solo per lei. A quanto pare le storie d’amore tormentate esercitano sempre una forte attrazione sulle menti deboli. Come un novello Obi Wan Kenobi piloto i suoi pensieri verso una direzione che io ho stabilito..

– Sai, era una persona veramente speciale, così piena di passione, di stimoli, forse è a lei che devo il mio mestiere di scrittore. Forse ho cominciato a riportare i miei pensieri perché ne producevo così tanti da non riuscire più a contenerli.
– E come si chiamava questa persona? – mi chiede con voce sognante.
– Luigi.

Il ritorno alla realtà è così violento che le fa sbattere la schiena contro il sedile. Mi guarda come se l’avessi schiaffeggiata, il suo scrittore preferito, colui che cucina i cuori delle donne nella fricassea dell’amore ha avuto un’esperienza omosessuale!
Continuo a parlare, bene attento a non cambiare tono di voce, cerco di trasmetterle quella carica di sentimento che anela di ricevere, e pian piano la vedo che si lascia andare, si abbandona ancora una volta alla fantasia.

– La cosa incredibile era che la differenza di età fra di noi sembrava sparire. Era così intelligente, e dolce, e premuroso, e aveva delle mani talmente leggere, mioddìo..

La ragazza torna a dondolarsi nel cuore del racconto, una fantastica storia d’amore più forte di ogni pregiudizio; si abbandona un’altra volta, socchiude gli occhi, e capisco che è arrivato il momento della spallata finale:

– Non avrei mai creduto che un ragazzino di dodici anni possedesse tanto amore. Credo che la mia passione per i minorenni sia nata allora.

Si alza di scatto, prende la borsa e la giacca e fa – Devo scendere alla prossima, arrivederla! – e io posso tornare a scrivere le mie cazzate in santa pace.

In fondo mi spiacerebbe non diventare uno scrittore famoso, quasi quasi il blog lo tengo aperto ancora un po’.

Mostrazzi

La prima cosa che perdi quando ti cancelli da facciabuco sono i giochi. Diciamocelo, da quel punto di vista il social network è imbattibile, ti fornisce una quantità di perditempo anche superiore a quelli che la tua attenzione potrebbe sostenere, anche se fossi un impiegato comunale non ce la faresti mai a star dietro a tutti. Poi c’è la possibilità di sfidare i tuoi amici, entrare in competizione e, quando annoveri fra i tuoi contatti gente come Dedee, Lara o Cinelli, perdere vergognosamente.
Si, quando cominci una partita ai giochi di facciabuco devi rassegnarti a non potere mai essere primo, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te, o con più tempo da perdere, o più frustrazioni da sfogare in giochini merdosi che alimentano la loro illusione di grandezza facendo dimenticare per un po’ di essere dei vermi senza una propria esistenza, dei reietti della società, degli scarti di persone con rapporti umani più solidi e una vita fuori delle mura di casa mille volte più appagante!

Personalmente non ci ho mai dato troppo peso a questa faccenda del non riuscire mai a prevalere, ma c’è gente che ne fa una malattia..

E’ per queste persone, ma anche per i campioni spocchiosi di cui sopra, che ho inventato un gioco che non si trova su facciabuco.

mostrazziSi chiama Mostrazzi e per giocarci non occorre perderci delle giornate sopra, perfezionando la mobilità del proprio dito indice e spremendosi fino all’ultimo neurone per ricordare la capitale di un misterioso stato asiatico, è sufficiente possedere un forte istinto di sopravvivenza.

Si, perché a Mostrazzi si rischia la pelle. Sul serio!

Mostrazzi è un mondo dominato da un malvagio signore che ha il potere di vita e di morte su tutte le creature che vi risiedono. Il suo nome ispira terrore, la sua ferocia è inarrestabile, le storie delle sue malefatte hanno oltrepassato i confini del tempo e dello spazio, e vengono raccontate ai bambini per farli stare buoni. E’ un sadico senza scrupoli che uccide per divertimento, non ha morale, non ha rimorsi, la sua sete di potere è illimitata, il suo odio inarrestabile.

Per divertirsi una sera che non c’era niente per televisione Egli ha rapito alcuni bloggers e li ha portati nel suo mondo, sottoponendoli a prove sempre più difficili e pericolose. L’unico modo che i malcapitati hanno per salvarsi è quello di affidarsi al proprio istinto di sopravvivenza e decidere come venir fuori dalla situazione in cui il Malvagio li getterà.
Ma attenzione!!! Ogni decisione che prenderanno influenzerà la partita, perciò potrebbe capitare che uno dice una cosa in un commento, tipo “ma che gioco di merda” e in un attimo entra un orco con un’ascia così grossa e gli fa la faccia tipo la Ventura ma senza silicone, quindi attenti a ciò che dite, poveri malcapitati, badate a ponderare bene le vostre scelte, o rischiate che la vostra avventura su Mostrazzi sia più breve della conversazione fra Hulk e Borghezio:

“Mgrrr!”
“Teròne!”
SMASH!

Tutto ciò che dovete fare è dare la vostra adesione nei commenti, il resto lo apprenderete strada facendo.

Allora? Siete pronti ad affrontare Mostrazzi??

Mostrazzi

La prima cosa che perdi quando ti cancelli da facciabuco sono i giochi. Diciamocelo, da quel punto di vista il social network è imbattibile, ti fornisce una quantità di perditempo anche superiore a quelli che la tua attenzione potrebbe sostenere, anche se fossi un impiegato comunale non ce la faresti mai a star dietro a tutti. Poi c’è la possibilità di sfidare i tuoi amici, entrare in competizione e, quando annoveri fra i tuoi contatti gente come Dedee, Lara o Cinelli, perdere vergognosamente.
Si, quando cominci una partita ai giochi di facciabuco devi rassegnarti a non potere mai essere primo, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te, o con più tempo da perdere, o più frustrazioni da sfogare in giochini merdosi che alimentano la loro illusione di grandezza facendo dimenticare per un po’ di essere dei vermi senza una propria esistenza, dei reietti della società, degli scarti di persone con rapporti umani più solidi e una vita fuori delle mura di casa mille volte più appagante!

Personalmente non ci ho mai dato troppo peso a questa faccenda del non riuscire mai a prevalere, ma c’è gente che ne fa una malattia..

E’ per queste persone, ma anche per i campioni spocchiosi di cui sopra, che ho inventato un gioco che non si trova su facciabuco.

mostrazziSi chiama Mostrazzi e per giocarci non occorre perderci delle giornate sopra, perfezionando la mobilità del proprio dito indice e spremendosi fino all’ultimo neurone per ricordare la capitale di un misterioso stato asiatico, è sufficiente possedere un forte istinto di sopravvivenza.

Si, perché a Mostrazzi si rischia la pelle. Sul serio!

Mostrazzi è un mondo dominato da un malvagio signore che ha il potere di vita e di morte su tutte le creature che vi risiedono. Il suo nome ispira terrore, la sua ferocia è inarrestabile, le storie delle sue malefatte hanno oltrepassato i confini del tempo e dello spazio, e vengono raccontate ai bambini per farli stare buoni. E’ un sadico senza scrupoli che uccide per divertimento, non ha morale, non ha rimorsi, la sua sete di potere è illimitata, il suo odio inarrestabile.

Per divertirsi una sera che non c’era niente per televisione Egli ha rapito alcuni bloggers e li ha portati nel suo mondo, sottoponendoli a prove sempre più difficili e pericolose. L’unico modo che i malcapitati hanno per salvarsi è quello di affidarsi al proprio istinto di sopravvivenza e decidere come venir fuori dalla situazione in cui il Malvagio li getterà.
Ma attenzione!!! Ogni decisione che prenderanno influenzerà la partita, perciò potrebbe capitare che uno dice una cosa in un commento, tipo “ma che gioco di merda” e in un attimo entra un orco con un’ascia così grossa e gli fa la faccia tipo la Ventura ma senza silicone, quindi attenti a ciò che dite, poveri malcapitati, badate a ponderare bene le vostre scelte, o rischiate che la vostra avventura su Mostrazzi sia più breve della conversazione fra Hulk e Borghezio:

“Mgrrr!”
“Teròne!”
SMASH!

Tutto ciò che dovete fare è dare la vostra adesione nei commenti, il resto lo apprenderete strada facendo.

Allora? Siete pronti ad affrontare Mostrazzi??

compablanno

E’ venuto a trovarmi un angelo, mi ha detto che aspetto un bambino! Aspetti un bambino da Angelo? Lo ammazzo! Ma cos’hai capito? Un-Angelo! Sai quelli con le ali e l’aureola? Mi ha detto che darò alla luce un figlio che erediterà il trono di Davide e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe. E chi sono Davide e Giacobbe? Ti ammazzo! Ma cosa ne so! Me l’ha detto l’Angelo! Ha detto anche che lo Spirito Santo scenderà su di me, e stenderà su di me l’ombra dell’Altissimo. Quindi aspetti un figlio da uno che si chiama Davide ed è altissimo? E io cosa dovrei fare? Chi devo ammazzare? Ma nessuno, dai, avrà sbagliato persona. Lo sai che il figlio che aspetto è tuo. Però non regnerà sulla casa di Giacobbe! Beh, dipende, se Giacobbe glielo permette.. Ti ha detto come si chiamerà? Io pensavo Pablo. Basta che non lo chiami Davide..

Mi piace pensare che sia andata così..

buona Epifania a tutti!

Ahem.Aahh!! E voi chi siete? Siamo i tre Re Magi Chi? Siamo i tre Re Magi E che entrate a fare in una stalla come ladri alle due di notte? Non mi sembra tanto regale, veramente.. Siamo astrologi Veniamo dal lontano Oriente Cos’è, mi prendete in giro? Vogliamo glorificare l’Infante! Dobbiamo rendergli omaggio! Omaggio? Avete bevuto, eh? Fuori! Avanti, fuori! Piombare qui con queste storie di maghi e indovini! Fuori dai piedi! Ma noi dobbiamo vederlo! Andate a glorificare il moccioso di qualcun altro! Via! Ci ha guidato una tre re magistella! Vi ha guidato una bottiglia! Coraggio, fuori! Dobbiamo vederlo, abbiamo portato doni! Oro, incenso e mirra! Ah beh! Ma perché non l’avete detto subito, entrate! Scusate, c’è un po’ di disordine.. Ma la mirra che cosa sarebbe? E’ un prezioso balsamo. Un balsamo? Che glielo regalate a fare un balsamo? Potrebbe morderlo! Eh? E’ un animale pericoloso! Fa dei balzi terribili! Ma non è pericoloso! Sii! Altroché! E’ grande con le corna! No, no! E’ un unguento! Aah! Allora perché si chiama balsamo se non fa i balzi? ..E così siete astrologi, eh? ..Lui che cos’è? Hmm? Dico, di che segno è? Uh, capricorno. Ah, capricorno! E che tipi sono? Oh lui è il figlio di Dio, il nostro messia! Il re dei Giudei! Lo sono tutti i capricorni? No no! Solo lui! Ah, mi pareva! Sennò sarebbero in troppi! Qual è il nome che gli darete? Hmm, Brian! Noi ti adoriamo, Brian! Tu sei il signore di noi tutti! Lode a te, Brian, e al Signore nostro padre! Amen. Lo fate di mestiere? Cosa? I lodatori! No, siamo i Re Magi! Ah beh, se ripassate da queste parti fatevi vivi, eh? E grazie tante per l’oro e per l’incenso, ma per la mirra non dovete disturbarvi la prossima volta, d’accordo? Grazie, arrivederci!