bonjour, je m’appelle Ponchià (parte 1)

“Comincia il festival di Cannes!”, mi dice Michela, che non sapevo appassionata di alcunché tranne la spiaggia. “Ci sarà ospite la mia popstar preferita, Sabrina!”
“E chi minchia è?”
“Ma che razza di ignorante! È conosciuta in Cina e in Ucraina, non l’hai mai sentita Avacada?”
“Io sto a Ronco in mezzo ai grebani, non in Cina e in Ucraina. E l’unica radio che ascolto è radio3.”
“Sei un intellettualoide alternativo del cazzo.”

Se ne accorgono tutti, appena prima di scoprire che è solo una posa e in realtà sono un minorenne con la barba che cerca di darsi un tono.

Michela mi dice di avere già prenotato per quattro persone in un albergo a Cannes, appena dietro la Croisette. Saremo noi e i suoi amici Sara e Ponchià, che ho già incontrato in altre occasioni e trovo piuttosto gradevoli. L’unico problema è che la Costa Azzurra in quei giorni sarà impraticabile, dovremo lasciare la macchina a Nizza e proseguire in bici.
L’idea di farmi quaranta chilometri su una ciclabile più altri quaranta al ritorno, e tutto per vedere una tizia che non ho mai sentito nominare, nel paese dei mangiatori di rane, mi sembra così folle che accetto. E poi ho sempre desiderato incontrare una ragazza francese in una boulangerie e innamorarmi di lei davanti a una crêpe suzette aux escargots. Non so cos’abbiano le ragazze francesi per attirarmi così tanto, forse l’accento che le rende tutte leziose e un po’ ingenue, e io alle ragazze leziose e un po’ ingenue non so resistere neanche quando si rivelano dei vampiri implacabili: resto lì a farmi succhiare la linfa con l’espressione appagata di chi riceve attenzioni dentro le mutande, e mi dico che forse non ho capito bene, e lei mi ama davvero.
Dovrei fare qualcosa per questo problema, ma nel frattempo preparo lo zainetto. Leggero, che non puoi portare pesi inutili, l’ha scritto anche Ponchià sulla chat della gita. Ah, fra l’altro non avrò l’internet oltrefrontiera, bello scazzo.

Il giorno della partenza mi faccio trovare in perfetto orario al posteggio di Genova Est. Sono sceso in moto per evitare gli strali della municipale, e ho scoperto che le strade sono deserte e i posteggi tutti liberi. Bravo. Vabbè, però il giorno dopo ci sarà il derby, metti che scoppiano tafferugli e la mia macchina viene ribaltata e data alle fiamme. Con lo scooter invece non succede perché di solito te lo rubano prima.

Le mie compagne di viaggio arrivano insieme: Michela ha un bagaglio abbondante, ma non avevo dubbi, lei non esce di casa se non ha almeno venti centimetri di tacco e il set di trucchi della Industrial Light & Magic, ma rispetto a quello di Sara sembra una pochette. È la casa della lumaca, un mostro di sessanta chili contenente lo stretto indispensabile, che per lei comprende tre cambi d’abito compreso quello da cerimonia metti che mi fanno sfilare in passerella scambiandomi per Julianne Moore, le scarpe da ballo di sei balli diversi compresi i doposci per fare quella roba russa, il phon perché in Francia non ce l’hanno e la moka da sei perché il caffè fa schifo lo sanno tutti.
Con quella roba sulle spalle la sua figura minuta rimpicciolisce ancora di più. La amo già, ma non glielo faccio notare, anche perché ci ordina di salire in macchina e parte alla bersagliera bruciando tutti i semafori e tagliando la strada a chiunque. Una così è capace di azzannarti alla gola se solo le rivolgi uno sguardo un po’ più ambiguo. Rimango sul progetto iniziale di conoscere la francese, che mi pare più facile.

Percorriamo la tratta Genova-Nizza senza problemi, l’autoradio propone una playlist fighissima che potrei avere composto io, ma la sadica pilota me la stoppa ogni volta che deve dire la sua sull’argomento del giorno: inviti al matrimonio di una loro conoscente antipatica.
Io sono l’imbucato su questa macchina, non posso intervenire se non dicendo minchiate a caso, così tiro fuori il quaderno e provo a lavorare sulle mie robe: devo scrivere il finale di un racconto e una lettera a una persona, ma non riesco ad andare avanti con nessuno dei due lavori, gli aneddoti dei miei compagni di viaggio sono una droga.

C’è questa tizia che ha invitato al matrimonio tutti i suoi acerrimi nemici, forte del detto “Si fa pace coi nemici, non con gli amici” (ebbene sì, anch’io guardo Game Of Thrones), e non ha invitato gli amici perché non c’era più posto. Questi si sono offesi e l’hanno costretta a divorziare e sposarsi di nuovo con un altro per invitare gli ex amici, nel frattempo diventati nemici. I vecchi nemici non l’hanno presa bene, si attendono sviluppi.

..

A Nizza ero stato una volta con la scuola, ma avevo visto pochissimo; un’altra volta con Francesillo, e avevamo visto solo negozi di cidi usati. Stavolta la prima cosa che vedo appena siamo in centro è un francese in motorino vicinissimo alla mia portiera, e Sara che gli mostra un campionario di gesti che non ho mai visto. Conosce anche il linguaggio dei sordomuti, ma che donna straordinaria!
No, aspetta, il dito medio è inequivocabile. E quelle sono corna. Come non detto, lo sta insultando.
Quello ovviamente si ferma al semaforo e si toglie il casco. Lei gli si ferma addosso e si toglie la felpa. Ponchià scende con aria bellicosa e si toglie i pantaloni.
Io sono vestito leggero, resto in macchina e li lascio a sbrigarsela da soli, tanto è una cosa veloce, devono solo sbarazzarsi del cadavere e bruciare il motorino per mostrare al resto del branco chi è che comanda in città, poi ripartiamo.

Il noleggio delle bici è poco più avanti, ancora udiamo in lontananza il vociare della piazza nella quale i miei compagni di viaggio hanno dato prova di capobranchismo. Forti del nuovo ruolo che hanno saputo ritagliarsi se ne vanno a cercare un posteggio gratuito nei paraggi. Nessuno dei due parla francese, ma si è capito come ciò non rappresenti un ostacolo. Io e Michela entriamo nel negozio e trattiamo l’affare con un giovane piuttosto simpatico che ascolta Charles Trenet.
Ci prova lei a stabilire una comunicazione, io ormai sono entrato nel loop della chanson, solo che lo fa in un inglese che sembra me quando parlo tedesco, e quello ci propina quattro bici da passeggio col cestino davanti, le famigerate Graziellà.

“Ma con queste mica ci arriviamo a Cannes!”, obietta in esperanto.
“Je suis Brigitte Bardot!”, risponde quello.

“Oh, ma mi aiuti o no, invece di fare la faccia da cretino? Questo non capisce un cazzo!”

Scosso dall’autorità ritorno sul vostro pianeta e provo a spiegare al giovane impiegato del ciclonoleggio che avremmo bisogno di mezzi più performanti. Il mio francese è un po’ arrugginito, ma è pur sempre la sua lingua madre, e in qualche modo riusciamo ad accordarci per tre mountain bikes e una bici da corsa supertecnica.
Arrivano Sara e Ponchià, e tutti e due osservano il manubrio ripiegato con scetticismo. Lui prova a suggerire un timido “casomai facciamo un po’ per uno per.. quella”, ma decido di accollarmelo io l’intero viaggio sul trespolone. I tre mi ringraziano per il sacrificio, ma è perché non conoscono la differenza fra il condurre un mezzo di cinque chili e uno di venticinque, poveri stolti!

Il viaggio è lento ma piacevole, Ponchià suda come un cane masai sotto il peso dello zaino di Sara, che ci si stava schiantando sotto già fuori Nizza e gliel’ha affidato; io e Michela ci facciamo prendere dalla febbre da selfì e ci scattiamo foto ogni due pedalate.

Al Marché du Ciarpàm di Antibes Ponchià trova un indispensabile schiaccialimoni in granito, che aumenta il peso del suo zaino di trentacinque chili. Sara ringrazia, che lo zaino di Ponchià lo sta portando lei.
Sulle mura cittadine un algerino romantico ascolta hip hop in arabo-francese, ma appena ci sente parlare cambia playlist e condivide con noi un pezzo dello stesso artista, ma in italiano. Lo canta con trasporto e molta malinconia: parla di immigrati che si sentono soli lontano da casa e non riescono ad integrarsi. Dice anche banalità sulla mamma, ma almeno ci risparmia la pizza, dai. Vorrei abbracciarlo e dirgli coraggio fratello, non tutto il male viene per nuovere. Pensa che il nostro rapper più famoso è Fedez.

Durante la seconda parte del viaggio facciamo conoscenza con un ciclista francese in preda all’arrunchio, che ignora me e Ponchià e si butta secco sulle ragazze. Michela gli fa capire che non ce n’è, che a lei quelli che ci provano stanno sul cazzo e il suo uomo ideale non la caga, la tratta male e non la cerca mai: “Non mi metterei mai con uno che cercasse di mettersi con una come me”.
Lo sventurato va a provarci con Sara, che gli infila un bastone nei raggi della bici e lo fa cappottare.

Promemoria: se vuoi provarci con Sara aspetta che sia a piedi e disarmata.

Ci fermiamo dieci minuti in una caletta che invita al riposo, e il ciclista riesce a raggiungerci, si avvicina alla donna meno pericolosa per un approccio più blando:

“Parli francese?”, le chiede in francese.
“Le due e mezza”, risponde Michela.
“Sei molto carina”, dice lui un po’ confuso.
“Ich habe eine schöne Bratwurst in meine Lederhose”, replica lei, convinta di dire tutt’altro.
Lui svolta al primo bivio e non lo vediamo più.

Michela ci resta un po’ male, che sotto sotto coltivava il sogno di incontrare in una boulangerie un francese che le offre la baguette, ma liquida l’episodio con superiorità: “I francesi mi stanno tutti sul cazzo. Sarà l’accento che li rende tutti degli stronzi spocchiosi.”

Arriviamo a Juan-Les-Pins all’ora dell’aperitivo e ci buttiamo in spiaggia come quattro sciuri, dove ordiniamo delle bibite di gran classe, tipo la sciuèps e la morettì. Da quelle parti non usa portare mangerie, oppure il cameriere ci ha inquadrati come quattro pezzenti che meritano giusto quattro olive condite con un sacco d’aglio. Ce le spazzoliamo io e Michela, imponendo automaticamente una selezione sugli eventuali limoni. Vabbè, tanto Sara brandisce uno stuzzicadenti con cui potrebbe uccidermi in almeno dieci modi diversi, non è cosa.

“Ragazzi, c’è una cosa che non capisco”, dice Ponchià, “Avevano detto che arrivare a Cannes sarebbe stato un casino, col traffico e tutto, ma qui non c’è un’anima. Potevamo venire tranquillamente in macchina.”
“Dici così solo perché sei stanco di portare lo zaino!”, replica Michela che non ama venire contraddetta.
“No, ma figurati! Cioè, non potrò mai più camminare eretto, ma non lo dicevo per quello.”
“È vero”, si aggiunge Sara che cerca di spostare la conversazione su argomenti meno personali, “Siamo sicuri che Sabrina attiri così tante persone?”
“Ma state scherzando?? Sabrina è conosciutissima! Ha riempito la piazza centrale di Kudrivka la settimana scorsa! È andata a vederla gente perfino da Volynka!”
“Ma che posti sono?”
“Se non conoscete la geografia non è mica colpa mia! Adesso muoviamoci che stasera c’è il concerto e non voglio perdermi la prima fila per colpa di grezzoni ignoranti come voi!”

Ci rimettiamo in marcia su una strada che più deserta non si può, e meno di due ore dopo siamo a Cannes. Che è vuota.

“Sono già tutti al concerto! Siamo in ritardo!”
“Dove lo fanno? Posiamo i bagagli in albergo e andiamo, dai!”
“Sulla Croisette. C’è un palco in spiaggia dove suoneranno tutte le grandi star internazionali. Non è lontano dall’albergo, ma dobbiamo sbrigarci!”

Ci buttiamo in strada come dei pazzi, percorriamo l’ultimo tratto di strada senza curarci dei pedoni e delle auto, infrangiamo ogni possibile legge compresa quella del menga, e tre minuti prima di quando siamo partiti entriamo nella hall dell’albergo, che sta fra la zona chic del lungomare e quella pulciosa della stazione ferroviaria. Indovinate il nostro albergo in quale delle due si colloca.

La signorina alla reception mugugna per farci tenere le bici, ma Sara le chiede se le piace il cinema, lei risponde sì certo, a tutti piace il cinema qui, siamo a Cannes, e Sara le chiede se ha visto il Batman con Heath Ledger, lei risponde di nuovo sì certo, tutti hanno visto il Batman con Heath Ledger, siamo a Cannes, allora Sara mette una matita in piedi sul banco, con la punta rivolta verso l’alto, e la signorina non risponde più, ma si vede che ha capito, perché ci mostra dove mettere le bici.

“Scusi, dov’è il concerto di Sabrina?”, chiede Michela.
“Di chi?”
“Non ci posso credere! Il concerto che apre il festival del cinema di stocazzo! Dov’è che suonano gli artisti? Eh?”
“Ma il festival comincia la settimana prossima.”

Ponchià sviene.

(continua, ma intanto qui potete vedere le foto)