centotre-e-tre n.2

Zuccannella mi suggerisce di lasciar perdere l’America, che ci vanno tutti, e prendere come collegamento la figura di Garibaldi e quella di sua moglie, Anita. Da lì ci si attacca per omonimia ad Anita Lane, un’artista australiana degli anni ’80.

Vabbè, potreste obiettare, quante Anite ci si possono attaccare allora? Anche Anita Baker canta, e lo faceva anche Anita Harris prima di finire per strada.

Ochei, non avrà la camicia rossa, ma è un gran figo.

Si, ma nessuna delle altre due Anite ha a che fare col dio personale di Zuccannella, Nick Cave, né col gruppo dal nome impronunciabile con cui Anita Lane ha collaborato, gli Einstürzende Neubauten, che dall’Australia ci trasporterebbero in Germania. Lì, grazie al bassista del gruppo faremmo conoscenza con la sua prima fidanzata, Christiane F., proprio quella dello zoo di Berlino dall’adolescenza così travagliata, e nonostante anche lei abbia inciso delle canzoni potremmo fingere che ciò non sia mai avvenuto (Gott sei dank!) e affidarci al semisconosciuto musicista che curò la colonna sonora del film sulla vita della giovane scapestrata: forse ne avete sentito parlare, si chiama David Bowie.

Eccoci quindi in Inghilterra, dove la carriera del White Duke mi obbligherebbe a fermarmi per almeno tre o quattro puntate (e non vi dico la fatica che farei a riascoltare per la miliardesima volta la sua discografia) prima di ripartire per praticamente ogni posto del mondo.

Invece di pescare dalla biografia di Bowie sceglierei una frase di Watch That Man, un pezzo di Aladdin Sane, che dice “A Benny Goodman fan painted holes in his hands”, e tornerei sulla strada che ho lasciato qualche riga fa per infilarmi in questa deviazione.

Perché Benny Goodman è un elemento importante nella carriera dell’artista di cui volevo parlarvi in questa puntata, ma è meglio se ricominciamo da capo.

 

Il pezzo che abbiamo ascoltato la settimana scorsa, Garibaldi Blues di Bruno Lauzi, è la cover di un pezzo del 1956 rifatto praticamente da chiunque, compresa Madonna, che si intitola Fever.

Ne esiste una bella versione, molto jazzata, firmata da Ella Fitzgerald, una dei Cramps, calda e umida come una cantina in Florida, e anche Elvis Presley ci si è dedicato, trattenendosi, quasi in punta di piedi. Per esempio Nina Hagen non si è fatta grossi problemi, e potrei andare avanti per ore, che gli interpreti sono davvero tanti e diversi, ma quella di cui voglio parlarvi è la prima, quella che ne ha fatto una canzone di successo: si chiama Peggy Lee, e ha attraversato il panorama musicale dagli anni ’40 alla fine del secolo.

Se avesse mantenuto il nome Norma Deloris Egstrom sarebbe diventata famosa lo stesso?

È grazie a lei che arriviamo negli Stati Uniti, su una nave, come fecero i suoi nonni diversi anni prima. Suo padre era svedese, sua madre norvegese, entrambi discendevano dai primi colonizzatori americani, giunti su quelle terre ancora disabitate a bordo di vascelli con la testa di drago intagliata sulla prua. Certo, i coloni scandinavi approdarono sul territorio americano nel decimo secolo, ma gli antenati di Peggy Lee furono costretti a partire molto più tardi perché la nonna aveva preso appuntamento dalla parrucchiera e non c’era verso di convincerla a partire senza essersi fatta acconciare i capelli secondo quella che per lei era la moda di New York.

“Ma guarda che non ci andiamo a New York, andiamo in Groenlandia!”, le ripeteva il marito per convincerla a lasciar perdere, ma lei niente, testarda come una renna si rifiutava di imbarcarsi sul drakkar senza una pettinatura adeguata.

“Vuoi farmi passare per una selvaggia? Cosa penseranno gli americani vedendomi?”

“E cosa vuoi che pensino?”, le ripeteva lui, “Che siamo venuti a prenderci la loro terra, e ci tireranno le frecce, come al solito. Sono ottocento anni che ci tirano le frecce, e si che oramai dovrebbero conoscerci! Mio cugino dice che un’indigena sua vicina di casa gli ha bussato alla porta per chiedergli un po’ di latte, che l’aveva finito, e quando gliel’ha dato questa ha tirato fuori l’arco e gli ha piantato una freccia in un ginocchio.”

Alla fine riuscirono a prendere al volo l’ultimo imbarco per il Nuovo Mondo, ma oramai in Groenlandia non c’era più posto, e la coppia finì a vivere più a sud, a Jamestown nel North Dakota, dove il 26 maggio 1920 nacque Peggy.

Prima di tre fratelli, Peggy Lee crebbe in una famiglia piena di talenti: suo fratello Stan, di due anni più giovane, tentò di seguirla nella carriera musicale, ma non era portato per il canto, e cercò consolazione nei suoi amati fumetti, inventando i Fantastici Quattro e tutto quel che ne seguì; il terzo fratello, Christopher, si capiva fin da subito che era un personaggio particolare. Per esempio era il terzogenito nonostante fosse nato prima del secondo, e poi aveva questa passione per i vecchi film di vampiri, diceva che i suoi preferiti erano quelli della Hammer, e a chi gli faceva notare che non esisteva nessuna casa di produzione con quel nome rispondeva “Impossibile, ci dev’essere per forza!”. Non c’era davvero, ma alla fine ebbe comunque ragione lui.

Anche le generazioni seguenti sfornarono personaggi di valore, basti pensare al nipote di Peggy, Bruce, che seppe sfondare nel cinema di Hong Kong, o a Spike, il più giovane della famiglia, che è diventato un regista di successo.

Tutti i parenti di Peggy Lee

Nonostante il talento inciso nel dna Peggy Lee non riuscì mai ad avere successo nel nostro paese, e probabilmente la causa fu il suo cognome: la gente si riferiva a lei chiamandola Quella Lee, e non le prestava l’attenzione che avrebbe meritato.

Peccato, perché oltre ad essere una cantante straordinaria, Peggy Lee recitò in alcuni film, e si esibì come doppiatrice nel film Lady And The Tramp (conosciuto da noi come Lilli E Il Vagabondo), dove prestava la sua voce alla coppia di gatti siamesi e alla padrona di Lady, Darling.

Anche il brano che ho scelto ci riporta in qualche modo ai cartoni animati Disney, visto che una sua versione è stata cantata nientemeno che da Jessica Rabbit, nel lungometraggio in cui recita suo marito Roger, ma non divaghiamo e manteniamoci su Lady And The Tramp, per favore.

Perché il collegamento è immediato, no?

centotre-e-tre

Ragazzi, cominciamo male. Il post che segue è stato il primo che ho scritto, circa tre settimane fa, e dovrebbe essere il primo di una serie potenzialmente infinita che andrei preparando con pazienza certosina e tempo sufficiente grazie alla cadenza settimanale. Dopo questo ne ho già pronto almeno un altro, e un quarto già abbozzato, ma in questa settimana avrei dovuto lavorare al quinto episodio, o perlomeno completare il quarto, e invece lo sapete cos’ho fatto? Ho ammazzato mummie, vampiri e banditi sulle alture di Skyrim, e stamattina ero già bello pronto a saltare l’appuntamento con la rubrica musicale per vedere se riesco a installare xp su un portatile che gira sotto linux utilizzando l’unico ingresso disponibile, una chiavetta usb. Vabbè, vedremo come va, nel frattempo cuccatevi la prima puntata (cristo quanto sono anni ’80 stamattina!).

1.
Il mio viaggio parte da Genova, e non potrebbe essere altrimenti, visto che è la città cui, almeno culturalmente, appartengo. E poi buona parte dei miei viaggi reali partono da Genova, ed è stato così per tantissime persone, quando si viaggiava per nave verso paesi che non si sapevano neanche pronunciare e non ci si andava per fare i turisti. Insomma, Genova è una partenza perfetta per un viaggio, anche per uno musicale, che qui il difficile è trovare qualcuno che non ha mai suonato uno strumento.

Uno pensa a Genova e subito dice De Andrè, e verrebbe anche bene, che poi ci si può attaccare idealmente la Francia di Brassens, ma se partissi da lui dove starebbe la ricerca?

Ho deciso quindi di partire da Bruno Lauzi, che sebbene fosse nato in Eritrea è giustamente considerato uno dei fondatori della scuola genovese dei cantautori.

cover

Una raccolta di grandi successi che non comprende quello che andremo ad ascoltare.

Una sera, saranno otto anni fa, mi trovavo alla festa di compleanno di Gino Paoli. Questo farebbe di me un vip, se non fosse che ero solo uno fra le migliaia di invitati, e che il genetliaco si teneva su un palco alla Festa dell’Unità, molto fuori l’area della festa, lontanissimo dall’area della festa, su una spianata di cemento che dovemmo camminare tutti per mezz’ora.

Una volta lì c’era una bella spiaggia, ci raccontò dal palco Gino Paoli, dove lui e i suoi amici andavano ad abbronzarsi e a rimorchiare. Probabilmente doveva essere quando Paoli e i suoi amici partecipavano al Festival di Sanremo, avevo pensato, che la distanza percorsa per raggiungere quel luogo mi faceva sentire più vicino alla città dei fiori che non a quella della Lanterna.

Poi aveva introdotto i suoi amici, venuti fin lì (in macchina, loro) per celebrare i settant’anni del cantautore, e ognuno aveva cantato uno o due pezzi.

C’era stato Baccini, quel noioso di Vittorio De Scalzi, ma su tutti mi ricordo di Bruno Lauzi.

Aveva questa voce potente, che non ti aspetteresti da un malato di parkinson, e infatti lo disse anche lui; poi fece un’altra battuta sulla sua malattia, non me la ricordo, ma ridemmo tutti, e pensai che sarà stato anche basso, ma piccolo proprio no, quello lì era un gigante.

Era un uomo divertente, esordì spacciandosi per cantante brasiliano, con un singolo in dialetto genovese, “U frigideiru”, si esibì al Derby di Milano come cabarettista, e me lo ricordo negli anni ’80 a fare da spalla a Francesco Salvi in un noir a puntate ambientato al Festival di Sanremo, all’interno di Megasalvishow.

Non era solo un cantante ironico, altrimenti sarebbe stato relegato nella categoria dei “cantanti demenziali” (definizione di per sé demenziale, visto che accomuna artisti diversissimi come Elio e le storie tese, Gigi Sabani e Checco Zalone): è stato interprete dei classici della canzone italiana, come Ritornerai, Amore Caro Amore Bello, ha scritto L’Appuntamento alla Vanoni, Piccolo Uomo a Mia Martini, Johnny Bassotto a Lino Toffolo, che poi è quella che conosco meglio, e la sua La Tartaruga mi ha accompagnato per tutta l’infanzia.

Quella che ho scelto come brano di partenza per il mio viaggio è una cover, che mi permetterà di uscire dall’Italia, imbarcarmi su una nave e attraversare l’oceano. La versione cantata da Lauzi non segue granché il testo originale, e fa parte di quel repertorio ironico che meglio rappresenta il personaggio in questione.

Ochei, la prima è andata. La prossima settimana saremo negli Stati Uniti, su ci sarebbe da scrivere per mesi, ma non mi voglio fossilizzare su un paese soltanto, quindi li affronteremo in maniera trasversale e ce ne andremo altrove, tanto al limite ci sarà tempo per tornarci. Se volete, intanto che aspettate, potete cercare di indovinare di chi parleremo mercoledì prossimo.