La puntata precedente la trovate cliccando qui.

Paradise Island, spiaggia di sabbia bianca, acqua così limpida che non la vedi, palme fin dove riesci a guardare. Stese ad asciugare al sole sui loro asciugamani, alcune donne in bikini dirigono a gesti una truppa di camerieri eleganti con vassoi carichi di bibite alla frutta.

In mezzo a questo paesaggio da cartolina, un uomo si aggira per la spiaggia: ha i capelli spettinati, indossa una camicia bianca e un paio di scarpe eleganti, che si toglie ogni tre o quattro passi per svuotarle dalla sabbia. Suda tantissimo.

Sono io, naturalmente.

Camminare per la spiaggia di Nassau mi ha fatto capire per l’ennesima volta come io e il mare non siamo davvero compatibili. Fa caldo, si suda, non so indossare le scarpe adatte, mi scotto subito e non so mai cosa fare. Ho fatto avanti e indietro tutta la superficie dei Bagni Miramare di Nassau, ma di tizi con la cicatrice sulla faccia non ce n’erano, solo una profusione di culi scolpiti che mi ha fatto sentire scomodo nelle mutande.

Sono andato al bar della spiaggia, e ho mostrato la foto del tizio con la cicatrice al barista. Non ha telefonato a nessuno né adottato comportamenti sospetti, si è limitato a scuotere la testa e mi ha allungato un bicchiere con dentro un ombrellino.

“Potevi almeno metterci dentro qualcosa di liquido”, gli ho detto, succhiando lo stecchino di legno, ma lui parlava solo Bahamense, che somiglia tantissimo all’inglese, se solo fossi in grado di capire almeno quella lingua.

Ochei, la mia ricerca del tizio sfregiato poteva dirsi terminata, non avevo altre tracce da seguire. Tanto valeva prendermi una vacanza. Ho chiesto al barista se aveva un telo da spiaggia da imprestarmi, e magari un paio di infradito e della crema solare, ma lui non ha capito e mi ha passato un altro bicchiere vuoto con dentro un ombrellino. “Potresti metterci almeno del ghiaccio?”

È arrivata una ragazza mora, coi capelli corti e gli occhi nerissimi. Era giovane, camminava col passo morbido ed elastico di un predatore nella savana. Il costume che portava addosso era piccolissimo, doveva averlo tolto a una delle sue Barbie, e le sue forme generose bramavano libertà. Tutti si sono voltati a guardarla, ma era così attraente che tutti si sarebbero girati a guardarla anche se avesse indossato un cappotto rosso, un paio di scarpe da clown, e un cappello a cilindro con un gatto aggrappato sopra.

Si è appoggiata al banco come se fosse stato il gesto per cui era venuta al mondo, e ha chiamato il barista Hubert. Lui le ha preparato un bicchiere pieno di ghiaccio, foglie di menta e un paio di liquori diversi, che ha infine guarnito con una fetta di arancia.

Non sapevo che il barista si chiamasse Hubert, forse era per quello che a me continuava a portare bicchieri vuoti. Ho provato a chiamarlo Hubert anch’io, e lui è arrivato a chiedermi cosa volessi.

“Ne vorrei uno uguale”, gli ho detto, indicando la ragazza.

Mi ha allungato un altro bicchiere vuoto con dentro un ombrellino. Ma cosa cazzo!

La ragazza ha riso, mi ha chiesto where I was from, le ho detto quello che stai bevendo tu, bellezza.

I don’t speak italian, mi ha detto lei, e io le ho risposto ah sei italiana pure tu? Hai un accento strano, di dove sei, di Foggia? E mi sono avvicinato, come farebbe qualunque uomo italiano che all’estero perde tutte le inibizioni e ci prova perfino con quelle a forma di deumidificatore Beghelli.

“Come faccio a ordinare un bicchiere come il tuo?”, le ho chiesto con la voce di Francesco Prando quando doppia Daniel Craig quando guarda una donna dritta negli occhi e sai che sta per cacciarle la lingua così profondamente in gola che speri che si sia fatta il bidè.

“Come ti chiami?”, mi ha faticosamente chiesto in una lingua a me comprensibile.

“Pablo”, le ha risposto il gabinetto di guerra riunitosi in fretta dentro le mie mutande. “E tu?”

“Baby”, mi ha risposto. “Baby Fuckmerightintheass”.

Per mostrare che avevo capito le ho detto “Nessuno mette Baby in un angolo”, ma forse era troppo giovane per avere visto Dirty Dancing. Ha fatto un cenno al barista, che mi ha finalmente allungato un bicchiere pieno. “Ci ho messo anche l’ombrellino”, mi ha detto mentre me lo porgeva.

Baby dal cognome impossibile da ricordare mi ha preso per mano e portato sotto il suo ombrellone, dove c’erano due sdraio libere.

Accanto al palo una borsa da spiaggia da cui spuntavano creme abbronzanti, spazzole, una pistola e tutto quell’armamentario che di solito una ragazza ama portarsi dietro in queste occasioni.

Ha fatto un cenno, e il barista Hubert si è palesato con un dizionario inglese-italiano. Lei ha iniziato a parlargli in inglese, e lui a tradurmelo.

“Cosa ci fa a Nassau un bell’uomo come te? Sei qui per affari?”, mi ha detto Hubert con la stessa voce languida della mia nuova amica.

“Sto cercando un uomo con una cicatrice sull’occhio”, gli ho risposto.

“Non avevo capito che ti interessavano gli uomini”, mi ha detto Hubert, e poi mi ha fatto l’occhiolino.

“Solo per lavoro. Sono un agente segreto, e lui è il mio obiettivo.”

Qui Hubert non deve aver tradotto proprio parola per parola, perchè Baby mi ha guardato schifata, poi si è alzata e se n’è andata via.

“Sei un coglione”, mi ha detto poi il barista, pescando con cura ogni parola dal vocabolario.

“No, tu sei un coglione! L’hai fatta andare via! Come barista fai schifo, con sta cazzo di ossessione per gli ombrellini, e non sei bravo neanche come interprete!”

“Gli ombrellini dovevi leggerli, non buttarli via: contenevano dei messaggi in codice. Sono un agente segreto anch’io, e quella ragazza lavora per Blofeld, ed è stata incaricata di ucciderti!”

Ancora questa parola, blofeld. Ho provato a cercarla su google, e mi è comparsa la faccia del tizio con la cicatrice sull’occhio. A quanto pareva blofeld non era una parola straniera, ma il suo nome: Hans Stavro Blofeld, capo di un’organizzazione malvagia chiamata Spectre snc che ha per obiettivo conquistare il mondo. Era iscritta al registro delle imprese di Dubai, dove godeva di importanti agevolazioni fiscali, quindi mi aspettava un altro viaggio dall’altra parte del mondo.

“Ti conviene andartene subito”, mi ha detto Hubert, “Per adesso sono riuscito ad allontanarla facendole credere che sei solo un innocuo idiota, ma se capisce che sei davvero un agente cercherà di eliminarti. Nessuno può avvicinarsi a Blof..” ed è stramazzato sulla sabbia, con la bocca piena di sangue.

La pistola nella mano dell’ombrellone fumava ancora. E adesso che si stava tirando fuori dalla sabbia potevo vedere chiaramente che aveva le gambe, e anche una faccia!

Non potevo essere così sfortunato! Chiunque si pizzica le dita col meccanismo dell’ombrellone, ma solo a me ne è capitato uno che cerca di uccidermi!

Sono corso via, ma devo avere preso la direzione sbagliata, perché la spiaggia è finita ed è cominciata l’acqua. Non potevo mica scappare a nuoto fino a Miami, non erano ancora passate tre ore da che avevo finito di mangiare.

Un gruppo di ragazzini stava spingendo in acqua un pedalò bianco e giallo, mi ci sono avventato contro e li ho spinti via, poi sono balzato sul potente mezzo di trasporto e ho pedalato verso la libertà, con una grinta che se non mi hanno fatto l’antidoping è solo perché a quell’ora faceva troppo caldo per mettersi ad assaggiare le urine di qualcuno. L’ombrellone assassino ha agguantato il pedalò accanto e si è gettato al mio inseguimento.

Il mio avversario non era un novellino, si vedeva da come prendeva le onde di punta e approfittava della fase discendente per garantirsi una maggiore propulsione, ma non mi aveva ancora preso. Anch’io conoscevo qualche trucchetto, ed era venuto il momento di tirarlo fuori.

“Aiutooo! Bagninooo!!”, mi sono messo a gridare.

Non ha funzionato, chiaramente gli ombrelloni assassini non rispondono alle stesse leggi degli esseri umani, e i bicipiti coperti di tatuaggi tribali degli omaccioni in maglietta non rappresentano alcun deterrente alla loro malvagità. Ha aumentato l’andatura e mi si è accostato, cercando di prendermi di mira con la sua pistola.

“Cos’è quello, uno squalo?”, gli ho gridato, indicando il mare alle sue spalle.

“Ma no, sarà un tonno”, mi ha risposto. “Ce ne sono un sacco da queste parti”.

Era scaltro, e stavo finendo i trucchi. Mi restava solo una cosa da fare, cercare di buttarlo fuoribordo con una manovra disperata. Ho puntato il pedalò verso una di quelle piattaforme dove gli adulti amano rilassarsi a prendere il sole, e i ragazzini fare i tuffi a bomba, ragione per cui sono quasi sempre piene di gente che litiga oppure vuote, e ho preso velocità. Il pedalò si è schiantato contro la piattaforma, e quello del mio inseguitore lo ha tamponato. Siamo stati catapultati entrambi fuori bordo, ma mentre io terminavo la mia corsa in mare, l’ombrellone è finito di testa sui sedili posteriori della mia barca. Ho nuotato agilmente verso la riva, mentre il proprietario dei pedalò sopraggiungeva a bordo di un motoscafo, pronto a consegnare alla giustizia il responsabile di quel macello.

Sono uscito dall’acqua asciutto, con l’abito stirato e i capelli pettinati, perché alla fine questa è pur sempre una storia di 007, e mi sono allontanato, alla ricerca di un barista meno stronzo e di un buon mojito.

Dieci minuti dopo ero di nuovo lo stesso uomo a pezzi dell’inizio di questa storia. Era ora di andarsene.

(continua)

Riassunto delle puntate precedenti

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
Ili Ili Tulong Anay – Mvibe
Mahani Teave & Viviana Guzman – Flight Of The Bumblebee


E siamo arrivati a 20. Quanta nostalgia per quelle prime puntate, quando facevo i link a una playlist di Grooveshark dove si poteva sentire musica tutto il giorno senza la vocina fastidiosa che ti chiede di sottoscrivere un abbonamento a premium a soli 9,99 soldi per tre mesi.

Era il 31 ottobre 2012, il Papa era ancora Ratzinger Z, e quel giorno nei cinema usciva Skyfall, di cui potete leggere un’appassionata recensione qui. Se fosse stato ancora vivo, Cristoforo Colombo avrebbe compiuto 561 anni, e per celebrare il suo compleanno avrei fatto partire la mia playlist da lui, invece che da Bruno Lauzi. Non sarebbe stato facile, avrei iniziato con una canzone a lui dedicata di una boyband anglo-norvegese chiamata A1, poi avrei usato il titolo di una loro canzone chiamata Ready Or Not per proporre l’omonimo brano di Bridgit Mendler, un prodotto Disney Channel che somiglia un po’ alla sua ex collega Britney Spears, ma magari stavolta la chiave del bar la nascondono meglio. Questa giovane cantante ha dato la voce a un personaggio dei Muppets in un film intitolato Muppets Most Wanted, e i personaggi di Jim Henson si sono esibiti in televisione praticamente con chiunque, di lì in poi sarebbe stata una passeggiata. Chissà che non sarei finito qui in ogni caso, a parlarvi della Repubblica Ceca. La conoscete la Repubblica Ceca?

Il 28 ottobre 1918, a Praga, successe qualcosa di insolito per l’Europa: due nazioni vicine, invece di cercare di occuparsi militarmente l’un l’altra, decisero di fondersi insieme, ispirate da comuni ideali e dalla voglia di liberarsi degli invasori asburgici, del cui impero facevano entrambi parte.

In uno dei diversi accordi fra le nazioni che ridisegnarono l’Europa dopo la Prima Guerra Mondiale, venne riconosciuto il nuovo stato, a dispetto delle proteste di Polonia e Germania, che si sentivano defraudate di parte del loro territorio.

Fu un periodo di grande festa, i Cecoslovacchi si buttarono in massa per le strade a pigliarsi a boccalate di birra, e per prima cosa si misero a cacciare dal Paese gli appartenenti alla minoranza magiara. Perché nell’Europa immediatamente successiva alla Prima Guerra Mondiale un po’ di sano nazionalismo non poteva mancare. E gli ungheresi stavano sulle palle a tutti, sempre con quei cazzo di violini.
Restavano i tedeschi, ma come fai a cacciare una minoranza che conta più del 23% della tua popolazione? Nelle regioni in cui abitavano, la Boemia e la Moravia, arrivavano al 30%. A momenti erano più dei Cechi. I Cecoslovacchi decisero di chiudere un occhio e si limitarono a far girare barzellette razziste nei confronti dei loro ospiti. I tedeschi, dal canto loro, non si sentivano parenti dei padroni di casa, e presero a chiamarsi fra di loro Sudeti, dal nome della catena montuosa in cui abitavano. Südtirol ist nicht Italien, anche qui.

Il 12 marzo 1938 Hitler invade l’Austria, e i Sudeti sfoggiano la stessa faccia che vedi nei tifosi della squadra capolista un paio di giornate prima della fine del campionato.
Arriva settembre e la Germania, con la minaccia della guerra, riesce a farsi regalare i territori Sudeti. Tempo novembre e la Cecoslovacchia in pratica non esiste più, smembrata dai vicini, alleati della Germania nazista.

Nel settembre 1944 la Cecoslovacchia venne liberata dall’esercito sovietico, e negli anni successivi, con la nascita della Terza Repubblica, il Paese abbracciò il comunismo.
D’altronde, se mezza Europa ti porta via la casa e l’altra mezza te la restituisce, alla fine di chi vuoi essere amico?

Sotto la guida di Mosca, la Cecoslovacchia si liberò delle minoranze tedesche, obbligò gli ungheresi che non se ne volevano andare a prendere la nazionalità slovacca e a posare quei cazzo di violini, e diede inizio a un piano di radicalizzazione che quando senti i nostri politici di destra demonizzare il comunismo non riesci a dar loro torto. Però quello che descrivono loro non è comunismo, è il regime totalitario immaginato da Stalin; accentrare il potere nelle mani di pochi individui, eliminare i dissidenti, imporre una censura su ogni forma di espressione compresa l’arte, è un metodo che darebbe gli stessi risultati a ogni latitudine. E i nostri politici di destra sono un branco di scimmie che hanno imparato a mettersi le scarpe.

Nel 1968 venne eletto Alexander Dubček a segretario di partito, la figura che di fatto governava il Paese. A differenza dei suoi predecessori, Dubček spinse la Cecoslovacchia verso la democrazia: restituì la libertà di stampa, permise la nascita di circoli non allineati con l’Unione Sovietica, e cercò alleati in Occidente. È il periodo conosciuto come Primavera di Praga. E finì coi carri armati: l’Unione Sovietica occupò militarmente la Cecoslovacchia, riprese le purghe, e fino al 1989 la situazione tornò a essere la stessa di prima. Ci volle la caduta dell’Unione Sovietica per permettere ai Cecoslovacchi di tornare a respirare aria pulita. Si indissero elezioni, cominciò un periodo di riforme per riportare il Paese alla democrazia, e il 1 gennaio 1993 i due stati che avevano costituito la Cecoslovacchia decisero pacificamente di divorziare, diventando Repubblica Ceca e Slovacchia.

Se avessi saputo tutte queste cose quando sono stato a Praga, nel 2016, forse me la sarei goduta di più. Però avrei bevuto lo stesso quantitativo di birra, e di certo sarei andato a sentire Martina Trchová.

Nata il 14 febbraio 1983, come la sua collega che vive dall’altra parte del mondo di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, Martina Trchová (si pronuncia Tercovà) suona la chitarra in un trio jazz folk. Ha inciso tre album, qualche demo, per un po’ ha suonato da sola. Adesso ha raccolto i soldi per un nuovo album, grazie a una piattaforma di crowdfunding chiamata hithit.com.

In città fa un sacco di concerti, perlopiù in piccoli locali, e li riempie regolarmente. Se doveste andare a Praga nel prossimo futuro, provate a chiedere al proprietario dell’Airbnb dove state se la conosce.

E perdio, andate a mangiare al Vinohradsky Parlament!

(continua)

La puntata precedente la potete leggere qui.

2.
Sei sette ore solo per trovare la porta del bagno in una stanza così grande che ti sembra di stare in terrazza, dico, l’appartamento dove vivo è più piccolo; poi un paio d’ore di doccia mi pare il minimo se ti mettono a disposizione l’idromassaggio, la sauna, le cremine purificanti a base di essenza di lacrime di panda, un foro nella parete ad altezza lombare che non ho capito bene a cosa servisse e la tazza autoriscaldante per rilassarti l’intestino con calma mentre giochi a Tetris (incluso in un tablet di ultima generazione lì accanto).

Quando sono sceso nella hall era praticamente ora di cena, le incombenze da agente segreto avrebbero dovuto aspettare.

La signorina alla reception non era la stessa di quando sono arrivato, questa era un po’ meno attraente, ma sempre nei termini della bellezza sfacciata che se mi prometti di venire a rimboccarmi le coperte dormo anche sul pavimento di fronte all’ascensore, e difatti quando, alla mia domanda su un ristorante nei paraggi, lei mi ha sorriso e ha indagato quali fossero le mie preferenze, invece di cucina locale ho risposto etero.

Senza smettere di sorridere, mi ha allungato un appunto, redatto a penna dalle sue dita eleganti. Non si capiva un cazzo. Senza smettere di sorridere mi ha spiegato che qualcuno aveva lasciato un messaggio per me, non riuscendo a raggiungermi al telefono in camera.

Ecco perché stava squillando il telefono! Credevo di avere di nuovo attivato l’allarme quando ho tirato la cordicella accanto al gabinetto.

Era un certo Leslie Chow, che mi invitava a raggiungerlo presso il casinò The Venetian, dove mi avrebbe passato certe informazioni interessanti.

Boh, vabbè, tanto non avevo nient’altro da fare. Ho chiesto a Ritz Carlton di chiamarmi un taxi e sono andato.

Il Venetian Casino è una pacchianata pazzesca di edifici che ricostruiscono un pezzo di Venezia, compreso il canale con le gondole, il ponte di Rialto e il campanile di San Marco. Enorme.

Un cameriere tiratissimo mi ha accompagnato al tavolo del poker, e mi ha indicato il mio ospite.

Era un asiatico bassetto, sulla quarantina, in pantaloni bianchi e giubbotto di pelle giallo, da cui spuntava una maglietta bianca. Nonostante fossimo al chiuso, sfoggiava un paio di grandi occhiali da sole. Ma chi sono io per giudicare una persona da come si veste, forse aveva appena smontato dal suo lavoro presso il Grissinificio Macao, e più tardi doveva raggiungere la cumpa a una festa a tema anni ’90. Di sicuro doveva farsi un sacco di lampade, perché aveva la stessa abbronzatura di mia sorella quando torna dalle vacanze.

“Mr.Delbruck, o forse dovrei chiamarla agente Pablon? La prego, si unisca a noi, sto giocando la mia partita fortunata, sarebbe un delitto interrompere, non crede?”

Con eleganza mi sono accomodato al tavolo e ho allungato i cinque euri al cameriere perché andasse a cambiarmeli in gettoni.

“Conosce già le regole?”, mi ha chiesto la croupiera. O si dice croupieressa? Croupier donna mi pare un po’ troppo rigido, poi qualcuno si offende ed è un attimo che finisco a fare compagnia a Harvey Weinstein nella lista dei cattivi di qualche organizzazione neofemminista, che di questi tempi il politicamente corretto ha preso il controllo dei centri di comunicazione e devi stare attento anche a dove metti le virgole. Siccome non avevo ancora cenato e mi stava venendo fame ho optato per croupiera, che mi ricorda il formaggio.

“Conosce già le regole?”, mi ha chiesto la croupiera.
“Certo, mi sono allenato per anni giocando a strip poker contro il computer, nella solitudine della mia cameretta”.

“Hahahaha!”, ha riso sonoramente un signore dalla pelle scura che aveva addosso più drappi colorati di un negozio di tendaggi.

“Hahahahahaha!”, ha riso ancora più sonoramente una signora magrissima e bellissima con degli occhi azzurro ghiaccio che l’hanno identificata immediatamente con lo stereotipo della miliardaria russa senz’anima con cui sarei dovuto finire a letto per poi rischiare di essere pugnalato col coltello da caviale durante l’amplesso ma che all’ultimo momento si innamora di me e mi rivela il nome del suo mandante per poi piantarsi il coltello nel cuore, sopraffatta dal dolore della propria gelida esistenza.

“Hahahahahahahaha!”, ha riso più sonoramente di tutti Mr.Chow, come si poteva capire dalla sequenza di haha. “Lei è un tipo simpatico, Mr.Pablon! Vediamo se è altrettanto bravo!”

La croupiera ci ha passato due carte ciascuno, e ne ha stese tre sul tavolo. “Principe T’Challa, è il suo turno”, ha detto al cosplayer di una tappezzeria. Lui ha allungato una manciata di gettoni davanti a sé, senza dire niente. Mr.Chow ha detto “call”, e ha allungato i suoi gettoni. La modella senza cuore ha detto “raise” e ha messo i suoi gettoni. Io visto che tutti mi guardavano ho ritenuto doveroso dire qualcosa, ma non sapevo bene cosa, così ho chiesto se si poteva avere qualcosa da sgranocchiare, e il cameriere che evidentemente stava in agguato alle mie spalle mi ha allungato una ciotola di arachidi. Vabbè, ma che barbonata, neanche due olive mi date? Forse avrei dovuto ordinare anche da mangiare, nei bar di Genova funziona così, se vuoi mangiare ordini da bere e dici “vorrei fare aperitivo”, e il cameriere torna sei sette volte al tavolo e ti porta qualunque cosa, da una cesta di focaccia a un piatto di pastasciutta. Tranne al Bar Fico Frontemare, dove la cameriera ti guarda e non capisce e poi ti porta lo stesso piattino di arachidi che mi sono trovato davanti quella sera. Solo che lei lo toglie dal tavolino di fianco, e devi scegliere solo le arachidi ancora asciutte, perché quelle umidine sono senza sale.

“Quindi?”, mi ha chiesto la croupiera.

“Si può avere un mojito?”, ho chiesto, e il cameriere appollaiato allo schienale della mia sedia mi ha detto che la menta era finita, spiacente. Ma se volevo poteva portarmi un vodka martini agitato e non mescolato, ne avevano appena ordinato uno al tavolo vicino, ma il cliente era appena stato freddato da un colpo di pistola col silenziatore.

“No vabbè, un succo di frutta all’ananas, per favore”.

Il resto del tavolo stava mostrando segni di impazienza, ho messo sul tavolo l’unico gettone che avevo e ho detto “all in”, come si dice in questi casi. Allora anche gli altri giocatori hanno messo i loro gettoni, e il centro del tavolo si è riempito con un gran mucchio di gettoni colorati che facevano allegria, ed erano così tanti che la croupiera ha dovuto spostare da una parte il centrino di pizzo della nonna e il vaso di fiori.

A turno abbiamo scoperto le carte, ed è venuto fuori che la combinazione migliore ce l’avevo io, anche se a me sembrava di no, perché che combinazione vuoi che ci esca con un re e una donna di cuori? Oltretutto nove, dieci e jack dello stesso seme le aveva la croupiera, avrebbe dovuto vincere lei, no?

Mi hanno dato un mucchio di pezzi di plastica, non ho detto niente per non metterli in imbarazzo, e me ne sono andato alla cassa a cambiarli.

“Solo un momento”, mi ha detto Mr.Chow, seguendomi.

Ah già, dovevo parlare con questo tizio. Se voleva offrirmi di comprare dei bitcoin gli avrei lasciato la mia email e gli avrei detto di parlare col mio filtro antispam, non avevo voglia di pipponi su investimenti sicuri prima di cena.

“Immagino che avrà fame”, mi ha detto, leggendomi nel pensiero. “Ho la macchina qui fuori, venga, l’accompagno nel migliore ristorante di Macao”.

Siamo entrati in una macchina sportiva così bassa che per raggiungere il sedile del passeggero ho sceso un paio di scalini, e siamo scappati via rombando.

“Carina, ne ho anch’io una simile”, ho mentito, per tirarmela.

Il ristorante doveva essere davvero esclusivo, perché siamo usciti dalla città e abbiamo preso uno sterrato.

“Ah è un agriturismo?”, ho chiesto.

“Hahahahahahahahahaha”, ha riso il signor Chow, poi ha fermato la macchina e mi ha puntato addosso una pistola.

“Perché la polizia inglese vuole Blofeld?”, mi ha chiesto.

“Scusa, non parlo cinese. Cos’è un blofeld? Dovrò cercarlo su google.”

“Muori, dannata spia!”, ha detto il signor Chow, ma l’ha detto in cinese e non l’ho capito, e poi proprio in quel momento mi sono ricordato di avere lasciato il cellulare in camera, e mi sono portato la mano alla fronte per far capire al mio ospite quanto sono distratto, nel linguaggio universale dei gesti che ha reso gli italiani così popolari nel mondo.

Gli ho urtato la mano che reggeva la pistola, e il parabrezza è esploso all’improvviso, entrambi gli airbag si sono gonfiati, il signor Chow ha perso la presa della pistola, e nel tentativo di riacchiapparla al volo se l’è fatta saltare fra le dita, finendo col premere il grilletto mentre la canna era rivolta verso la sua faccia.

Per fortuna l’airbag mi stava schiacciando contro il sedile, sennò mi sarei tutto impiastrato di sangue di signor Chow. C’era anche della roba nera che non voglio sapere cosa fosse perché mi viene già da vomitare così. Mi sono arrampicato fuori dalla macchina, ma dove vuoi andare, stavo in Cina in mezzo a una strada sterrata fuori dal centro abitato insieme a un morto seduto senza faccia dentro una macchina sportiva che prima di essere guidata di nuovo avrebbe avuto bisogno di una bella ripulita. E non avevo il cellulare.

Aspetta, lui magari ce l’aveva, mi sono detto. Ho girato intorno alla macchina e ho aperto la portiera del guidatore. Il corpo incastrato fra il sedile e l’airbag era così pieno di sangue e roba nera (non pensare al cervello sennò vomiti) che se anche avessi avuto il coraggio di tirarlo fuori (ma scherzi è tutto sporco di sangue cervello cervello oddio è cervello quello) mi sarebbe sgusciato dalle dita (cervello sulle maniii!!).

Mi sono appoggiato alla portiera aperta e mi sono vomitato le noccioline sulle scarpe. Per fortuna me ne avevano portate poche, magari sarebbe bastato sciacquarle.

Dopo mi sentivo meglio, ho tirato il giubbotto del signor Chow, che per fortuna era aperto, e ho infilato una mano nel taschino interno. C’era il suo cellulare, che per fortuna era dotato di sblocco tramite impronta, perché il riconoscimento facciale era da escludere.

Ho aperto il motore di ricerca Baidu e ho digitato “Salvatore Aranzulla come impostare lingua italiana su un telefono cinese”, poi ho chiamato un taxi e mi sono fatto recuperare un centinaio di metri più indietro dalla macchina.

Risolve davvero qualsiasi problema!

Già che mi trovavo in un Paese dove si paga tutto col cellulare ne ho approfittato e mi sono fatto portare al miglior ristorante della città, poi sono andato in un negozio di abbigliamento e mi sono rifatto il guardaroba, scegliendo solo gli abiti che costavano di più. Le scarpe le hanno buttate via, pare che non sarebbe bastato sciacquarle.

Più tardi sono tornato in hotel, e c’era ancora la signorina un po’ meno bellissima dell’altra, e stava ancora sorridendo. Ho cominciato a pensare che avesse una paresi.

Si è stupita di vedermi arrivare, ed è corsa al telefono, ma anch’io mi sarei stupito a vedere uno che qualche ora prima è uscito dal mio hotel vestito con la maglietta degli Snorky e adesso ritorna tirato come il più figo degli attori di Hollywood, sprizzando testosterone come la fontana di De Ferrari. Di certo si è precipitata a chiamare la sua migliore amica per dirle che nell’albergo dove lavora è appena entrato George Clooney, e quella le ha chiesto chi? E lei ha detto Qiáozhì Kèlǔní, e l’altra ha detto aah, George Clooney, che è il motivo per cui quando mia moglie mi nomina qualche attore americano io non ho mai idea di chi stia parlando.

In camera mi sono messo a studiare il telefono del fu signor Chow, per vedere se trovavo qualche giochino per passare la serata, dato che la tele trasmetteva solo canali cinesi e il mio telefono in Cina non aveva l’accesso a internet.

Non c’era niente, e nelle foto neanche qualche immagine di ragazze nude. Però ce n’era una del signor Chow insieme al tizio con la cicatrice sull’occhio. Erano su una spiaggia e si facevano un selfie davanti alle palme. Il signor Chow indossava una maglietta con scritto My super evil boss went to Nassau and all I got was this lousy t-shirt. Si vedeva sullo sfondo la prua di una barca che aveva scritto sulla chiglia Bagni Miramare – Salvataggio.

Ho telefonato alla signorina della reception e le ho chiesto di chiamarmi un taxi, dovevo prendere il primo volo per Nassau. Mi ha risposto sorridendo.

(continua)

Mentre il mondo si è fermato e ci sembra di stare vivendo tutti in una grossa bolla immobile in cui le giornate si susseguono identiche le une alle altre, le vite di ciascuno di noi, ognuna nel proprio piccolo spazio, vanno avanti lo stesso, ogni giorno, sempre alla stessa velocità, e magari proprio a causa di questa grossa bolla cambiano improvvisamente direzione e magari si schiantano, e bisogna essere fortunati per poter uscire vivi dai resti dell’incidente.

È successo a me, non più tardi di un mese fa: mentre il mondo si prendeva una lunga pausa di riflessione, la mia vita ha subito una svolta radicale, e sono stato licenziato.

Non entro nel merito della questione, troppo lunga e complicata, e se non fai parte di quel piccolo spazio che la mia vita occupa all’interno della grossa bolla, neanche interessante.

Non mi sono perso d’animo, quando dicono che per ogni porta che si chiude c’è un portone che si apre da qualche parte, devono avere ragione. Basta sapere dove trovare il portone.

Ci sono un sacco di opportunità da cogliere, se non hai l’obbligo di presentarti al lavoro tutte le mattine cinque giorni su sette, e mi è sembrato il momento giusto per coglierle.

Il mio primo gesto per approfittare di questo cambiamento e cadere in piedi, è stato di cercarmi un altro lavoro. Certo, mica sono stronzo: va bene gli obblighi, ma se voglio continuare a mangiare ho bisogno di uno stipendio.

Stavolta, per cambiare, mi sono dato delle regole: il nuovo lavoro avrebbe dovuto garantirmi molto tempo libero, mi avrebbe permesso di viaggiare e di sfruttare la mia buona conoscenza delle lingue.

E avrebbe dovuto essere eccitante, e farmi sentire un figo.

Ho elencato le mie richieste alla signorina dell’agenzia di collocamento, che le ha inserite in un computer, poi ha pigiato un tasto e sullo schermo è apparsa un’inserzione interessante: agente segreto presso il servizio segreto britannico.

Cioè, io non l’ho vista di persona che pigiava sui tasti e compariva la scritta, non so se vi ricordate che c’è il coronavirus e se ti vedono uscire di casa ti tirano le madonne dal terrazzo, ma sono sicuro che ha eseguito queste operazioni perché la sentivo battere sui tasti.

Doveva avere una tastiera meccanica come la mia, che quando pigi sui tasti viene su la vicina a chiederti di piantarla di fare casino, perché la sentivo da casa mia e lei stava pigiando a Genova. E la telefonata era già terminata da dieci minuti.

Dopo mezz’ora che ho spedito il curriculum, mi ha telefonato una donna con un forte accento britannico e la voce da anziana attrice di teatro. Mi ha detto di chiamarsi M, e che doveva farmi alcune domande. Ho risposto che ero disponibile ad andare a Londra non appena la pandemia mi avrebbe permesso di uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, ma che se voleva potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Mi ha detto che non c’era tempo di aspettare che la pandemia mi lasciasse uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, e che se volevo potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Ho capito che era meglio se di lì in poi avessimo smesso di parlare ognuno nella lingua dell’altro, perché va bene la cortesia, ma non stavamo capendo un cazzo.

Il mio colloquio per entrare nel MI5 si è svolto per telefono in due lingue, ed è stato difficilissimo: M mi faceva le domande in inglese e io rispondevo in italiano su quello che capivo, poi lei valutava le mie risposte in base alla sua scarsa conoscenza dell’italiano e mi assegnava un punteggio.

“Nell’ultimo film di James Bond chi interpretava il ruolo del cattivo?”
“Devo riferire nome, grado e numero di matricola.”

“Qual è il vero nome della Regina Elisabetta?”
“Il Nordamerica, l’Oceania più un terzo continente a scelta.”

“A che ora passa l’ultimo autobus per Earl’s Court e come si chiama l’autista?”

“Uovo, guanciale e pecorino romano. Sale e pepe.”

“Che busta vuole, la uno, la due o la tre?”

“Il colonnello Mustard, nella sala da biliardo, con un cacciavite nell’occhio.”

“Va bene, è assunto. Comincia domani.”
“Accidenti, mi spiace. Ma grazie lo stesso per la bellissima opportunità. E se doveste ripensarci vi prego di contattarmi in qualunque momento.”

L’indomani ho ricevuto un pacco via corriere Bartolini. Sulla confezione c’era scritto Provenienza: London UK, e sotto in piccolo “Mi piaci, vuoi essere la mia ragazza?”. Ho detto al corriere Bartolini di piantarla di scrivermi sconcerie sui pacchi, o lo avrei segnalato ai suoi superiori.

Il pacco conteneva una valigetta, dentro una valigetta una busta con scritto sopra un grosso 3, una pistola Walther PPK e un manuale di istruzioni col mio nome sopra. Siccome lo so già come funziono non mi sono preso la briga di leggerlo, ho preso la pistola e sono andato alla finestra a vedere se quel rompicazzo del cane della vicina era sul terrazzo.

Non c’era, sono rientrato e ho aperto la busta. C’era la foto di un tizio con una grossa cicatrice sull’occhio destro, un passaporto inglese intestato a Hans Delbruck e un biglietto aereo per Macao.

“Ammazza se mi somiglia, questo tizio!”, ho pensato. Poi ho portato il passaporto ai carabinieri, spiegando loro che il signor Hans Delbruck ne avrà certamente denunciato la scomparsa, e ho chiamato un taxi che mi portasse di corsa all’aeroporto.

L’aeroporto di partenza era Heathrow, e la corsa in taxi mi è costata così tanto che non mi sarebbero bastati i soldi che avevo sul conto.

Per fortuna mi sono ricordato di avere una pistola. L’ho data all’autista come pagamento, e lui ha indossato un passamontagna ed è corso dentro l’aeroporto a rapinare il duty free.

Ci siamo incrociati sulla porta, io portavo la mia valigetta, lui aveva le mani piene di tobleroni.

Fuori dall’aeroporto di Macao faceva un caldo maiale, in un attimo mi sono ritrovato fradicio di sudore. C’era un uomo molto grosso in divisa da autista, che reggeva un cartello con scritto Mr. Delbruck. Sono andato da lui e gli ho detto di stare tranquillo, che il suo passaporto era già stato consegnato alle forze dell’ordine italiane, e comunque di cambiare la foto, che non gli somigliava per niente. Questo ha fatto una faccia strana, ha detto “Police?”. Io gli ho detto “Certo che li conosco, li ho visti dal vivo a Londra, qualche anno fa! Piacciono anche a te?”. Lui ha detto “London?”, io ho detto sì sì. Ha chiamato qualcuno al telefono, ma non so cosa si sono detti perché a Macao parlano cinese e portoghese, e siccome non parlo il cinese, ma un po’ di portoghese lo capisco, ho notato subito che la lingua in cui il mio misterioso interlocutore si esprimeva non era quella che parlano a Fatima. Fatima è in Portogallo, no? Vabbè, non ho voglia di controllare, quella che parlano a Lisbona, così non ci sbagliamo.

Quando ha finito di telefonare ha rimesso il cellulare nella tasca interna della giacca, e già che c’era ha tirato fuori una pistola dalla fondina ascellare e me l’ha puntata contro.

Mi sono sempre fatto un mucchio di domande sulle fondine ascellari, tipo se uno suda un casino poi sulla pistola resta la puzza? Metti che uno fa il poliziotto e a fine turno deve restituirla, e tutti sanno che è la sua per via dell’odore, e gli affibbiano il nomignolo di Ispettore Neutro Roberts, e lui ci soffre un casino e per vendicarsi si mette a fare la talpa per la malavita e passa informazioni importanti a un capomafia che ammazza il capo della polizia, e a quel punto l’ispettore Neutro Roberts ma il cui vero nome è Al Itosi si pente e torna dalla parte dei buoni e affronta il capomafia e lo arresta e lo porta in caserma e tutti lo applaudono e gli dicono bravo sei un eroe ma non lo abbraccia nessuno e c’è anche uno che corre ad aprire le finestre.

“Oh, ti sto puntando la pistola da un’ora! Mi caghi o no?”
“Scusa, mi sono distratto, la possiamo rifare?”

Ha smesso di puntarmi la pistola addosso e l’ha messa nel taschino interno della giacca, ma c’era già il cellulare, che ha provato a infilare nella fondina ascellare, ma gli è scappato dall’apertura inferiore ed è finito per terra. L’ha raccolto ed è rimasto lì a guardarmi, col cellulare in una mano e la pistola nell’altra.

“Se vuoi te lo tengo”, gli ho detto, indicando il cellulare.

“Grazie!”, ha risposto, e finalmente ha potuto infilarsi la pistola nella fondina, poi mi ha minacciato puntandomi addosso il dito indice.

Ho pensato che mi stesse chiedendo chi ero, e per cercare di superare le difficoltà linguistiche gli sono andato incontro e gli ho stretto il dito indice come fosse una mano. “Molto piacere, mi chiamo Pablo Renzi. E tu sei?”

Col suo dito indice intrappolato nella mia mano destra, l’uomo grosso in divisa da autista ha perso tutta la sua aggressività e si è messo a piangere. Mi ha detto che i suoi capi l’avevano mandato a prendere un cliente importante che si chiamava Hans Delbruck, e che non si aspettava certo di venire arrestato dalla polizia di Londra. Ma se lo lasciavo andare era pronto a rivelarmi il nome del suo capo, e dove potevo trovarlo.

Come ho detto prima, io il cinese non lo parlo, quando ha attaccato a piagnucolare ho smesso di ascoltarlo, e ho continuato a scuotergli il dito per paura che si offendesse, però non è che a stare lì con quel caldo ad agitare il dito di un omone in lacrime mi facesse sentire a mio agio, poi la gente chissà cosa va a pensare. Intanto che quello mi diceva chissà cosa ho agitato la mano libera e ho fatto fermare un taxi.

“Per favore, puoi dire a questo tassista che voglio andare in hotel? Ho una camera prenotata a quest’indirizzo, aspetta.”

Ho tirato fuori dalla tasca la foto del tizio con la cicatrice, sul cui retro era stato scritto a penna l’indirizzo dell’hotel. Non è stato facile, la tasca stava sullo stesso lato della mano che stringeva il dito dell’omone, ho dovuto usare la sinistra e contorcermi come quando devo aprire il portone di casa e ho il sacchetto della spesa che non posso posare perché in fondo ci sono le uova e sopra i mattoni.

L’omone frignone ha visto la foto ed è sbiancato, o almeno credo sia sbiancato, non so bene gli asiatici che colore si dice che prendano quando impallidiscono. Ha sgranato gli occhi e spalancato la bocca, come fa uno quando si spaventa, e mi ha detto Blofeld, che dev’essere una parola cinese perché in portoghese non vuol dire niente.

Ha detto al tassista delle cose e quello gli ha risposto delle altre cose, e mi hanno di nuovo fatto sentire escluso, ma insomma, si fa mica così con delle persone che hai appena conosciuto. Per la stizza mi sono rimesso le mani in tasca.

L’autista mi ha aperto la portiera e mi ha fatto segno di salire, e siccome non capivo l’omone mi si è messo dietro e mi ha spinto in macchina, poi ha tirato fuori un fazzoletto e si è asciugato i lacrimoni.

L’ho guardato dal lunotto posteriore, fermo sul bordo della strada a massaggiarsi il dito. Mi ha fatto pena, poverino, chissà cosa mi voleva dire.

Il taxi mi ha scaricato davanti a un edificio che non ho capito se era un hotel, ma ho sperato di no, perché dall’aspetto non me lo potevo permettere. Era composto da due edifici parecchio alti a forma di calorifero, ma non un calorifero normale, uno che potresti trovare nel bagno di un miliardario con la fissa dell’oriente, bianco e dorato, sovrastato da tettoie a forma di campana. A unire i due palazzi un edificio basso, a forma di arco, che culminava in una gigantesca tettoia ondulata tenuta su da quattro colonne. Sotto la tettoia dei vasi di fiori così grossi che dentro ognuno poteva starci non dico il giardino di mia madre, ma mia madre di sicuro.

A impedire che mia madre si infilasse di soppiatto in uno dei vasi, stava un tizio vestito di rosso, con un buffo cappello. Mi è venuto subito incontro e mi ha detto “Benvenuto al Ritz Carlton, signore”.

Ah ecco.

Quindi non c’era solo Babbo Natale a vestirsi di rosso e indossare buffi cappelli.

Avrei dovuto capirlo dal fatto che non aveva la barba.

“Salve, Ritz Carlton, mi chiamo Renz Pablon”, gli ho detto, mentendo. Speravo che se l’avessi colpito con l’assonanza mi avrebbe fatto lo sconto sulla camera.

Il tassista è sceso dalla macchina e gli ha detto qualcosa nella loro lingua piena di mistero. E allora! Ma che razza di cafoni!

Ritz Carlton mi ha fatto un sorrisone e mi ha accompagnato alla reception, dove una signorina che io quando lavoravo in hotel se avessi avuto delle colleghe così belle mi sarei perlomeno stirato la divisa mi ha messo in mano una tessera di plastica e mi ha detto che ci potevo aprire la porta e anche usarla al casinò per ritirare le fiches.

Per fortuna me l’ha detto nella mia lingua e ho capito, perché se invece che dirmelo me l’avesse scritto avrei travisato completamente e mi sarei fiondato al casinò a pretendere quella parte dell’equipaggiamento da agente segreto che non sono le macchine sportive.

Invece così sono prima salito in camera, tenendomi la visita al casinò per il momento in cui avrei dovuto saldare il conto. Avevo in mente di giocarmi alle slot i cinque euri che avevo nel portafoglio, vincere una carrettata di gettoni e raddoppiarli al tavolo del poker, dove modestamente sono una potenza: su quello di Windows vinco almeno una partita su venti, non so se mi spiego.

(continua)

Riassunto delle puntate precedenti

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain
VIXX – Error
MVibe – Ili Ili Tulong Anay


Eccoci di nuovo qui, e chi l’avrebbe mai detto che saremmo arrivati al diciannovesimo episodio. Si vede che questa quarantena mi lascia un sacco di tempo libero, eh?
Mi domando se dall’altra parte ci sia lo stesso entusiasmo, quando aprite il blog e trovate il titolo centotre-e-tre. Cosa fate, cambiate subito pagina e andate ad approfittare dell’abbonamento premium che Pornhub sta regalando a tutti gli italiani, e vi guardate Legend of Zildo?

“Ehi, this sword is shaped like a dick!”
“Of course, this is a porn, everything here is shaped like a dick!”

No, sul serio, dovreste approfittare dell’abbonamento premium. Quando vi ricapita di guardare una parodia di un film Marvel che si chiama Assvenger?

Per quelli che nonostante le tentazioni preferiscono rimanere qui con me ad ascoltare musica sconosciuta proveniente da ogni parte del mondo, e scoprire nel frattempo qualche interessante aneddoto, avete tutta la mia gratitudine.
Però un po’ vi compatisco.

Ma andiamo avanti, che oggi ce ne andiamo in un posto lontanissimo.

La canzone della settimana scorsa è cantata, come detto, in lingua ilongo, una delle oltre 170 che si parlano nelle Filippine, e che appartiene a uno dei grossi ceppi linguistici del mondo, quello delle lingue austronesiane.

Eh?

Funziona così: la maggior parte delle lingue del mondo viene catalogata in famiglie linguistiche, aventi in comune un antenato. Chiaramente non stiamo parlando di un nonno poliglotta, ma di una lingua, antica e probabilmente scomparsa, da cui si sono evoluti gli idiomi di quella particolare famiglia. La ramificazione delle linee di discendenza viene chiamata filogenesi. La filogenesi dell’italiano, ad esempio, ci fa risalire alle lingue romanze, come quella del francese, del rumeno, dello spagnolo e del creolo-haitiano. E tutte derivano dal latino, ma fin qui lo sapevamo già.

Risalendo ancora l’albero arriviamo alla famiglia delle lingue indo-europee, una delle branche diffuse in Europa, ma ce ne sono veramente un quantità notevole.

Fra le lingue parlate in quella parte di pianeta che per facilità chiameremo Oceania, troviamo le lingue maleo-polinesiache, cui appartiene quella da cui siamo partiti, l’ilongo.
Scendendo lungo questo ramo incontriamo le lingue oceaniche, da cui si distinguono le lingue polinesiane, a cui appartiene, finalmente, la lingua rapanui, parlata esclusivamente sull’Isola di Pasqua.

Quand’ero bambino avevo un libro chiamato Atlante dei Misteri, su cui spendevo la maggior parte del mio tempo. Solo oggi, a distanza di anni, scopro che il suo autore, Francis Hitching, è un riconosciuto ciarlatano, ma allora tutte quelle storie di alieni e forze oscure che percorrono il mondo, e chi ha costruito davvero le piramidi, mi appassionarono al punto da avere influenzato molte delle mie decisioni nella vita adulta.

Senza le leggende su Palenque mi sarei mai appassionato alla cucina messicana?

Per esempio, se non avessi letto qualche teoria stramba sull’architettura esoterica, non so se mi sarebbe mai venuta voglia di visitare Castel del Monte; e se non avessi letto la storia dei disegni di Nazca non avrei passato gli anni da studente a leggere fumetti invece di prepararmi per le interrogazioni.

No, ochei, forse quello è perché sono un pelandrone. Ma comunque, uno dei grandi misteri del pianeta riguarda quell’angolo sperduto di oceano di cui parliamo oggi, con le sue teste di pietra che guardano l’orizzonte e forse aspettano qualcuno? Gli alieni? Il capitano Schettino?

Se avete voglia di saperne di più sull’Isola di Pasqua vi rimando alla lettura di Buoni Presagi, che c’è stato di recente, si è documentato a dovere ed è bravo a raccontare le storie.
E sarà felicissimo di essere taggato come alternativa a Pornhub.

Se invece volete restare qui e ascoltare la canzone di oggi, vi segnalo una pianista, Mahani Teave, l’unica musicista classica dell’isola. In realtà è nata alle Hawaii, e originario dell’Isola di Pasqua era suo padre, ma le informazioni che ho recuperato su di lei sono scarse. Avrei potuto cercare di più, ma se non avevo voglia di studiare quando andavo a scuola vi pare che mi metto a leggere la biografia di una pianista dell’Isola di Pasqua solo per appagare la curiosità di quattro lettori che hanno preferito stare sul mio blog invece che su un account premium di Pornhub?

Diciamo che è nata alle Hawaii perché sull’isola non esistono ostetrici per una precisa scelta semantica: l’Isola di Pasqua non dà i natali a nessuno.

Non so che vita abbia avuto Mahani Teave su un’isoletta in mezzo al Pacifico famosa solo per i testoni, ma non dev’essere stata terribile, se adesso vive ancora sull’isola e ha fondato una scuola di musica dove si insegnano diversi strumenti, fra cui l’ukulele.

L’edificio in cui sorge la scuola, peraltro, è costruito in gran parte con materiale di recupero: 1.500 pneumatici, 30.000 lattine, 10.000 bottiglie di vetro e 12 tonnellate di cartone. Non dev’essere stato facile, ma c’è da tenere in considerazione che sull’Isola di Pasqua non vivono lupi che possono soffiarti giù tutto.

Buoni propositi per il futuro: passare tutta la vita in ciabatte

In un’intervista all’Huffington Post racconta come ha cominciato a suonare: quando aveva 18 anni una signora tedesca si trasferì sull’isola, e lei andò a romperle le palle tutti i giorni perché le insegnasse a suonare il pianoforte. Se abitassi in una città normale chiameresti la polizia, ma sull’Isola di Pasqua il capo della polizia è Benjamin Linus, e la gente preferisce arrangiarsi da sola.

Dopo pochissimo sapeva già suonare Mozart, e una volta che era lì che suonava è arrivato uno dei più celebri pianisti cileni, che l’ha mandata da un insegnante sulla terraferma, e ha dato il via alla sua carriera. Un po’ come successe a me una volta, avrò avuto sette anni, ero al campetto da solo e per passare il tempo stavo in piedi sullo scivolo a declamare il monologo di Lady Macbeth, quando è arrivato Vittorio Gassman che pisciava il cane, e mi ha mandato a scuola di teatro da uno dei migliori insegnanti del Paese. Solo che quel giorno non era in casa, così sono tornato al campetto e la mia vita ha preso una svolta diversa. Vedi a volte il culo?

Chiudo con una breve esibizione di Mahani Teave e Viviana Guzman, una flautista cilena che sono sicuro avrete già sentito nominare, al Conservatorio di Pechino, nel 2013.

(continua)


Ieri sera io e Shasha siamo stati fermati dalla Guardia di Finanza mentre tornavamo dalla nostra riunione sediziosa. Per celare le nostre vere intenzioni indossavamo una tuta da ginnastica e procedevamo a passo sostenuto, tipo uno che deve sbrigarsi per non perdere il treno, niente di eccessivo insomma.

“Dove state andando?”, ci ha chiesto l’agente Smith.
“Facciamo una corsa”, ho risposto.
“Alle undici di notte?”
“Eh, di giorno c’è gente, è pericoloso”

Ci ha invitati a tornare a casa, che oltretutto “quella povera ragazza pare che sta morendo”. Si riferiva a Shasha, ovviamente, che stava mostrando segni di affaticamento livello Ho-fatto-lo-Stelvio-in-Graziella-e-non-me-ne-pento, e sbuffava e sudava e si appendeva al mio braccio come se le gambe le dovessero cedere da un momento all’altro.

Che grande attrice mia moglie! Quando le guardie ci hanno lasciati soli mi sono congratulato con lei, poi le ho passato un respiratore perché sennò moriva davvero.

A casa abbiamo discusso di quanto era venuto fuori alla riunione. Shasha aveva qualche dubbio, ma lei di come funzionano le cose in Italia non è pratica, se n’è stata zitta mentre la piccola Giorgia distribuiva i compiti ai partecipanti, e adesso guardava il suo nuovo quaderno di matematica con la copertina di Peppa Pig come un alchimista guarda il manuale di istruzioni della pietra filosofale.

“Cosa significa tutto questo?”, mi ha chiesto.

Non sapevo cosa risponderle, ero confuso anch’io. Il tema che mi era stato assegnato si intitolava ” Sono trascorsi solo alcuni mesi dall’inizio della seconda media. I miei compagni di classe sono sostanzialmente gli stessi, eppure qualcosa è cambiato. Che cosa sta accadendo in me e tra di noi?”, e se non riempivo almeno due pagine di protocollo sarebbero stati cazzi acidi.

“Ti avevano promesso il ruolo di capitano nella squadra di calcetto, cosa ci facciamo con questa roba?”
“Cerca di capire, Giorgia ha bisogno di dimostrare ai suoi genitori che è in grado di assumersi le sue responsabilità. Stiamo cercando tutti di darle una mano a fare una bella figura. Appena suo padre le lascerà l’azienda potremo dedicarci a sgominare i piani malvagi del sindaco.”
“Ma non me ne frega niente del sindaco! Ho già raccontato ai miei amici in Cina che mio marito è un famoso calciatore, cosa gli dico adesso? Mia madre era così felice!”

Cosa non farebbe un uomo per soddisfare la donna che ama?
Ho spedito il curriculum al Genoa: se dovevo mettermi a giocare a calcio almeno lo avrei fatto nella squadra che amo. E poi non avrei fatto più danno di qualunque dei suoi attuali titolari.

Ci ho scritto che ho iniziato la carriera nel Guizhou, una squadra cinese del.. beh, del Guizhou, poi mi hanno assunto nell’Universidad Catolica, in Cile, dove ho militato per due anni arrivando a vincere il campionato, e adesso sono titolare nel Boca Juniors.

“E a parte PES 2019 hai mai giocato a calcio?”, mi ha chiesto il presidente del Genoa al telefono, venti minuti dopo avergli spedito il mio CV.
“Non sono mai riuscito a convincere un pallone a finire dove volevo io”
“Va bene, sei assunto. Ce la fai a venire al campo di allenamento a Pegli questo pomeriggio? Ti faccio fare una partitella con la squadra così vi conoscete”
“Certo, se mi fermano dico che stavo andando a correre. Ormai sono pratico”

Non mi hanno fermato, e meno male. Sarebbe stato difficile spiegare alla polizia perché la mia macchina scendeva giù per la A7 con nessuno al volante, mentre io correvo da un finestrino all’altro sul sedile posteriore.

Al campo sono stato presentato a tutto l’organico compresi i magazzinieri, ma senza stringerci la mano e rispettando la distanza di sicurezza di un metro. Quando l’arbitro ha fischiato l’inizio della partita il mio compagno mi ha passato la palla, e nessuno si è avvicinato per portarmela via, per paura del contagio. Ho arrancato a calcetti verso la porta avversaria, badando di non spedire la palla troppo vicino a un altro giocatore, e in un paio di minuti mi sono trovato solo davanti al portiere. Tutti i miei compagni mi dicevano tira tira, ma sapevo che il portiere l’avrebbe parata senza problemi. In pratica le partite ai tempi del coronavirus si svolgevano tutte così, fischio dell’arbitro, passaggio iniziale, giocatore che arriva indisturbato davanti alla porta, tiro, parata, rimessa del portiere, chi la piglia la piglia e via dall’inizio.

Mi sono chinato sulla palla e ci ho sputato sopra, poi ho guardato il portiere negli occhi. Ho tirato, lui si è buttato dall’altra parte, gol. Era il primo gol da settimane, i miei compagni erano in visibilio. Il presidente è venuto a congratularsi, mi ha detto che un fuoriclasse come me non lo vedeva da decenni. Poi siamo tornati tutti a casa, tanto il pallone non lo voleva toccare più nessuno.

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
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VIXX – Error


Nell’episodio precedente siamo diventati ufficialmente anziani, e abbiamo affrontato lo scottante tema della “musica che ascoltano i ragazzini”, mettendoci dalla parte del genitore che ai suoi tempi quella roba lì non esisteva e si ascoltavano i Pu. Ho cercato di darvi una visione distaccata e priva di giudizi, anche perché da quando vivo con una che di pop ci vive, il mio senso critico la mia spocchia si è ammorbidita parecchio.

Comunque il gruppo coreano si chiamava VIXX, che si pronuncia come un famoso marchio statunitense di prodotti per stappare il naso. Ed è proprio a quel marchio che ci rivolgiamo per introdurre il prossimo passaggio, andando a toccare un Paese finora rimasto fuori dalle nostre frequentazioni.

Procter & Gamble è una multinazionale americana, fondata nel 1837 da un candelaio inglese di nome Procter e un saponiere irlandese che si chiamava, come avrete intuito, Gamble. I due si conoscevano per avere sposato le sorelle Norris, e fondarono una società sotto il consiglio del suocero, il signor Chuck. Per 40 anni, P&G si limitarono a produrre quello che sapevano fare, candele e saponi, diventando i fornitori ufficiali dell’Esercito Unionista durante la Guerra Civile Americana, finché negli anni ’80 il nipote di Procter, William Arnett, iniziò ad espandere l’azienda e a introdurre nuovi prodotti.

Ad oggi P&G possiede aziende in tutto il mondo, tranne a Cuba e in Corea del Nord, e produce un’infinità di articoli, come appunto nel caso dello spray contro il raffreddore.
Probabilmente nel vostro bagno, o sotto il lavandino della cucina, ci sono diversi prodotti Procter & Gamble, anche se non lo sapete. La politica aziendale, è infatti quella di utilizzare altri marchi per differenziare le diverse linee di produzione. Perché? Le ragioni sono molteplici, e qui qualcuno ha provato a spiegarle.

Quasi tutte le grandi aziende adottano questo sistema, procurando grossi mal di testa ai consumatori etici, che vorrebbero boicottare l’Unilever per la lista di crimini ambientali che la riguarda, ma vorrebbe dire liberarsi di metà dei prodotti per la casa e l’igiene personale, o sostenere aziende più equo-solidali, che però si trovano solo in una piccola bottega in centro arredata in legno grezzo, che vende prodotti selezionati a prezzi da boutique.

Per qualche anno ci ho provato anch’io, ma essere coerenti fino in fondo con le proprie scelte etiche significa stravolgere il proprio stile di vita a un punto tale che vivere come atto in sé diventa un gesto contro natura, e francamente non ne ho voglia. Ammiro chi ci si dedica con costanza, e non possiede un cellulare, un computer, le scarpe di pelle né quelle che contengono plastica, non mangia carne né derivati animali, non si sposta se non con mezzi pubblici eco-sostenibili, non utilizza prodotti testati sugli animali, quindi niente cosmetici, e quando si ammala si lascia morire perché anche i medicinali richiedono lo stesso tipo di sperimentazione. Davvero, quelli coerenti fino in fondo li ammiro, ma non posso essere come loro.

Ma torniamo alla multinazionale da cui siamo partiti.

Nel 2017 la Vick’s lanciò una campagna pubblicitaria che aveva per tema la famiglia nella società contemporanea: storie toccanti di persone che dovevano affrontare sfide difficili per il bene dei propri cari. La prima storia di “touch of care”, così si chiamava la campagna, era ambientata in India, e raccontava la storia di Gauri, una donna transgender, che adottava una bambina, scontrandosi con la società indiana. Fu un successo enorme in tutto il mondo, il video divenne presto virale, in ogni Paese si volevano adottare bambine, diventare transessuali, vennero venduti un sacco di sari, e l’economia indiana ricevette un impulso così forte che poté permettersi di comprare all’Italia una decina di marò e piantarla di rompere il cazzo coi due che teneva in custodia.

L’unica che non guadagnò granché da questa storia fu proprio la Vick’s. Il suo prodotto si vedeva pochissimo nel video, e neanche in primo piano, e nessuno sembrava fare caso allo sponsor di quella storia.

Si decise di girarne un altro, ambientato nelle Filippine, dove un bulletto di una baraccopoli adotta un bambino e trova la spinta per cambiare vita. Stavolta il prodotto venne inquadrato bene, in primo piano, e a contribuire al successo di video e azienda fu anche il fatto che a nessuno fregava davvero di volersi trasferire in uno slum filippino, e ci si concentrò a dovere sul marchio pubblicizzato.

Ad un certo punto il bulletto redento canta una ninnananna al bambino, mentre lo spalma di crema. Si tratta di Ili Ili Tulog Anay, una canzoncina appartenente alla tradizione degli Hiligaynon, una delle etnie presenti nelle Filippine. Nell’arcipelago che compone questa nazione si parlano 175 lingue diverse, quindi, per offrirvi un panorama completo del Paese che siamo venuti a esplorare, parlerò delle Filippine anche nelle prossime 174 puntate, mostrandovi un video per ognuno dei gruppi etnici riconosciuti.

No, scherzo, dai. La prossima volta andiamo da un’altra parte, anche se non so ancora dove, che a me quest’atmosfera rilassata da dopobomba fa venire voglia di oziare sul divano.

(continua)

Oggi, per vincere il tedio da coronavirus, ci eravamo ripromessi di andare alla casa nuova a pulire la cantina, per fare posto alla montagna di roba che non stiamo usando e dovremo trasferire di là. Purtroppo le nuove disposizioni da una parte, e il controllo serrato della vicina del terzo piano dall’altra, ci hanno obbligato a chiuderci in casa.

Il casino è che avevo già un appuntamento con quella signora di cui vi ho parlato la volta scorsa, per organizzare una rivolta, o un torneo di calcetto, vediamo cosa viene meglio, e se non posso uscire per lavorare non posso neanche per diventare un rivoluzionario. Peccato perché avevo già ordinato un bel basco rosso su Amazon.

Io però di sottomettermi alle nevrastenìe della vicina non ci sto. Specie di una che quando ti incontrava per strada, nei bei tempi andati di quando si poteva ancora uscire, si fermava a fissarti dall’altra parte della strada e borbottava cose. Sempre. Con chiunque. Si fermava e ti fissava e borbottava. Sembrava una 126 ingolfata.
E adesso una così deve decidere come passo il mio tempo libero? Nossignora!

Sono sceso sul pianerottolo delle scale, e da lì mi sono calato sul terrazzo della vicina di sotto, che si affaccia sulla parete opposta a quella dove guarda la spiona borbottona, poi ho scavalcato in quello del palazzo accanto. È un appartamento molto grande, in cui vive un’anziana vedova, bloccata sulla sedia a rotelle. Ogni giorno sua sorella le porta la spesa, le fa da mangiare e si prende cura di lei, ma in questi giorni la sua presenza è annunciata dagli strepiti di quella del terzo piano, che la scambia per una che fa le passeggiate e la minaccia di denuncia. Se non sento nessuno gridare significa che sono al sicuro. Così ho spaccato un vetro e sono entrato.

Si è messa a urlare la padrona di casa, e ha cercato di investirmi con la sedia a rotelle. siamo andati avanti a urli e colpi contro i mobili per qualche minuto, poi dalla parete si è sentita la voce stridula della mia vicina di sotto, la cui camera da letto confina con l’appartamento della vedova.

“Allora la piantiamo o no? Voglio dormire, io ho fatto la notte, non sono mica come voi che state a casa!”

“Ma vaffanculo, cretina!”, le ho urlato dall’altro lato del muro. Mi sta veramente sul cazzo la mia vicina di sotto.
“Ma che cazzo vuoi, idiota!”, ha aggiunto la vedova. Poi ci siamo guardati stupiti e la tensione fra noi si è sciolta in una bella risata. Prima di lasciarmi andare via mi ha anche offerto il caffè.

Dall’appartamento della vedova sono sceso al giardino dietro il palazzo, e da lì ho scavalcato su un sentiero che porta al fiume. A quel punto potevo andare dove volevo!

Per prima cosa sono corso sotto la finestra di quella del terzo piano e le ho gridato fortissimo “Suucaaa!!”.

Sono andato a fare i miei lavori nella casa nuova, e alle undici di sera mi sono recato in tutta libertà all’appuntamento con la banda dei ribelli, nella cantina della signora che per ragioni di privacy chiameremo signora Longari. Non si tratta ovviamente della signora Longari che abita sopra la farmacia, questa signora Longari sta due portoni dopo il fruttivendolo, secondo piano scala B, interno 5 e suo marito lavora in un supermercato della zona.

La cantina era asciutta e pulita, dalle pareti non si staccava l’intonaco e dal soffitto non pendevano ragnatele. C’erano scaffali colmi di bottiglie di vino e salsa di pomodoro, e altri che custodivano scatole ben chiuse ed etichettate. Ho pensato alla mia cantina e mi sono vergognato. Poi ho pensato alla mia cucina, e non ho saputo trovare nessuna differenza con la mia cantina.

Non ero il primo ad arrivare, c’era ovviamente suo marito, che per ragioni di privacy dovrei chiamare con un altro nome, ma che continuerò a chiamare Piero perché mi sta sul cazzo, tutte le volte che vado al suo supermercato scopro che ha cambiato posto ai preservativi: si diverte a vedere le facce imbarazzate dei clienti costretti a chiedere.

Oltre alla coppia dei padroni di casa spiccava la presenza della vigilessa Ippopotama. Non aveva senso, era la più agguerrita agente della Municipale, il braccio armato del Comune, era assurdo che proprio lei volesse destituire il sindaco!
La sorpresa mi si leggeva in faccia, e la signora Longari si è affrettata a darmi una spiegazione:

“Ippopotama è qui perché non ne può più dell’atteggiamento dispotico della giunta comunale. Il sindaco ha emanato dei provvedimenti assurdi con la scusa dell’emergenza sanitaria, lo abbiamo visto tutti. Ma quello che non sapevamo ancora, o perlomeno non ne eravamo certi fino a oggi, era che questi provvedimenti facevano parte di un piano per staccare Lento dal territorio italiano e farne uno stato indipendente.”

“Fico!”, ho esclamato. “Potremo anche stamparci la nostra moneta?”

“Cerca di capire”, mi ha detto il professor Hans Delbruck, un pensionato che incontravo sempre la domenica mattina dal panettiere, vestito molto elegante come se fosse appena tornato dalla messa; adesso stava seduto su una sedia pieghevole da giardino, con la schiena appoggiata a uno scaffale di conserve, e indossava una tuta da ginnastica azzurrina. “Un comune piccolo come il nostro non avrebbe nessuna possibilità di mantenere l’indipendenza, non ha un esercito, non ha una propria sussistenza economica. Il piano del sindaco è un altro, vuole affamarci tutti, portarci via ogni ricchezza e poi scappare col malloppo.”

Maledizione, perché non ci avevo pensato io? Avrei dovuto candidarmi alle elezioni comunali quand’era il momento.

Il proprietario di un’impresa edile, Mario Frattazzo, è intervenuto coi suoi modi spicci, e ha chiesto cosa volevamo fare. Gli ho dato un’occhiata, se ci fosse stato da sparare non potevamo contare su di lui: la sua pancia ne avrebbe fatto un pessimo soldato, e un ottimo bersaglio.

Ippopotama ha tirato fuori dal borsello di ordinanza un pacco di fogli, protetti da una sovracopertina trasparente, e li ha distribuiti ai presenti.
Erano delle email, una corrispondenza fra Pepito Sbazzeguti, il sindaco di Lento, e Vladimir Putin. Sbazzeguti aveva ottenuto l’appoggio della Russia per rovesciare la giunta comunale e prendere il potere!

In realtà non era chiarissimo chi stesse chiedendo aiuto a chi, le email erano scritte in un inglese fetente, ma sembrava improbabile che fosse Putin il soggetto in difficoltà.

“Ho scoperto per caso questa corrispondenza: stavo lavorando al computer dell’ufficio dei vigili e sono finita per caso nella rete locale, poi per caso nel computer del sindaco e poi, sempre per caso, nella sua posta elettronica personale protetta da una password che per caso era il nome di sua figlia. A quel punto ho capito cosa stava succedendo e ho chiamato la mia amica signora Longari per chiederle consiglio.”

“Ma quindi adesso cosa facciamo?”, ha chiesto di nuovo Mario Frattazzo, che da costruttore di case si trovava in difficoltà con gli spiegoni, e se fosse stato per lui questa storia avrebbe avuto un capitolo solo, sarebbe iniziata già in piena battaglia per le strade e verso il terzo paragrafo il sindaco sarebbe stato sconfitto, e come ringraziamento la nuova giunta comunale gli avrebbe concesso di costruire una palazzina su un terreno del demanio.

Un personaggio che fino a quel momento stava nascosto nell’ombra è venuto fuori, e tutti abbiamo capito che quello era il personaggio preposto alle scene di azione, l’eroe.
“Adesso passiamo all’attacco”, ha detto la piccola Giorgia, una bambina bionda di dodici anni con l’apparecchio ai denti e la maglietta di Pippo. “Però non proprio adesso, perché è tardi e mia mamma mi ha detto di tornare a casa prima di mezzanotte, sennò la prossima volta non mi fa più uscire”.

Io lo sapevo che era una cazzata, e poi manco ci so giocare a calcetto.

Ieri sono uscito con mia moglie per andare dal fruttivendolo e una signora, che dal terrazzo ci ha visti camminare tenendoci a braccetto, ci ha fatto una foto e l’ha postata su Facebook con la didascalia “Guardate qua che roba!”. Abitiamo in un paese piccolo, e ci conoscono tutti, e com’era prevedibile le reazioni non si sono fatte attendere:

“Ma chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe sposato”, “Certo che lei è proprio carina”, “Da quando stanno insieme lui sembra quasi una persona normale”

Non erano le risposte che la signora si aspettava, ma a Ronco esiste una percentuale molto alta di persone tolleranti, e in genere si cerca di badare ai fatti propri. Qui gli immigrati non rubano, gli arabi hanno il loro centro di preghiera e i cinesi su fermano a chiacchierare con le signore anziane.

Tranne che con la signora spiona di cui sopra, però! Non contenta della reazione locale ha ripostato la foto su un quotidiano nazionale, e finalmente una massa di nevrastenici si è precipitata ad augurarci le peggio cose. Chi ci voleva in galera per attentato alla salute pubblica, chi a fare volontariato in un ospedale nudi, chi lapidati crocifissi e pubblicati su Twitter dall’ex Ministro dell’Interno.

Una giornalista di una rivista musicale di costume piena di cazzate e con un pessimo social media manager vabbè musicale, ha pubblicato un articolo su di noi, paragonandoci agli attentatori dell’11 settembre. Ha detto che ognuno di noi deve fare il proprio dovere per aiutare la collettività a uscire da questa crisi, che nel nuovo Mondo che stiamo costruendo non può esserci spazio per gli egoisti, e che sarebbe ora di istituire la legge marziale e passare i trasgressori per le armi.

Sono uscito a comprare dei cetrioli e rischio la fucilazione. Per forza che poi la gente non mangia abbastanza verdura!

In seguito alla delazione di una rivista così popolare, il Governo italiano ha optato per una stretta nelle misure di contenimento del coronavirus, e da domani verranno introdotte nuove regole, la cui non ottemperanza sarà punita con la sedia elettrica.
Non si potrà più uscire di casa se non per andare a fare la spesa al supermercato, che rispetterà nuovi orari di apertura per disincentivare le uscite non necessarie. Il nuovo orario sarà il mercoledì, dalle 9.45 alle 9.52; si potranno comprare solo beni strettamente necessari, quali verdura, carne, acqua e penne lisce, che di quelle ce n’è una giacenza infinita e bisogna cercare di smaltirle. Le uscite per passeggiare non saranno più permesse, e se hai un cane lo fai pisciare dalla finestra, tanto se sotto non cammina più nessuno non c’è problema.
A garantire il rispetto della legge saranno chiamati i cittadini, incentivati alla delazione da un sistema di bonus: ogni dieci persone spedite alla forca una mascherina in omaggio, ogni cinquanta un controllo medico con tampone incluso per sé e per la famiglia (fino a un massimo di cinque persone), ogni cento persone mandate a farsi friggere decadono le limitazioni sull’uscita e viene attivato un servizio di consegna della spesa a domicilio.

Qualche voce autorevole nella stampa, alcuni giuristi, un paio di scienziati, hanno provato a spiegare che misure così severe sono anticostituzionali, inutili e controproducenti, ma non c’è stato niente da fare: l’articolo della rivista di costume musicale gestita da un branco di scimmie con una tastiera davanti vabbè musicale, pubblicato su facebook ha ricevuto più di un milione di likes, il Paese ha decretato che è necessario agire in quella direzione, non si torna indietro.

I miei vicini di casa sono già in agitazione, la signora spiona del terzo piano ha montato un teleobiettivo sul terrazzo, e quello che le sta di fronte si è presentato alla finestra con l’elmetto e una carabina, sostenendo che bisogna anche risparmiare sull’elettricità.

Per fortuna esiste ancora qualche spirito libero, o almeno spero: poco fa ho ricevuto un messaggio da una signora che abita poco lontano, che mi chiedeva di partecipare alla riunione sediziosa nella sua cantina, stasera alle undici. Dice di voler organizzare una squadra di rivoltosi, e andare tutti insieme a giocare a calcetto nei boschi, e per il mio ruolo chiave nell’evoluzione di questa vicenda ha deciso di assegnarmi il ruolo di capitano. Non so perché, ma mi sembra un’idea del cazzo. Comunque vi terrò aggiornati.

(continua)

Riassunto delle puntate precedenti:

Introduzione
Bruno Lauzi – Garibaldi Blues
Peggy Lee – Why Don’t You Do Right?
Tony Bennett & Lady Gaga – The Lady Is A Tramp
Joni Mitchell – Chelsea Morning
Neil Young – Cortez The Killer
Banda El Recodo – El Corrido De Matazlan
Los Cuates de Sinaloa – Negro Y Azul: The Ballad Of Heisenberg
Los Tucanes de Tijuana – El Chapo Guzman
Cholo Valderrama – Llanero si soy llanero
Celia Cruz – La Vida Es Un Carnaval
Duke Ellington – The Mooche
Renato Rascel – Romantica
Igor Stravinskij – Pulcinella Orchestral Suite – Part I/III
David Bowie – Pablo Picasso
Prince – Cream
Wu-Tang Clan – C.R.E.A.M.
Frances Yip – Green Is The Mountain

Per scrivere il prossimo capitolo voglio servirmi di un collegamento facile, e spostarmi di pochissimo, ispirato dal mio attuale stile di vita. Per essere coerente fino in fondo dovrei parlarvi di qualche artista che non si lava né si fa la barba, ma negli Stati Uniti ci siamo stati da poco, preferisco portarvi altrove.

Aspettate a gioire, perché oggi vi porto nel magico mondo del K-Pop!

Intanto che cos’è, il K-Pop?
La versione breve è che si tratta di musica pop che arriva dalla Corea del Sud, dove per musica pop intendiamo un genere musicale che pesca un po’ da tutti gli altri generi di successo per creare qualcosa di orecchiabile che ti rimanga in testa a lungo.
Rispetto a un brano da classifica di qualunque altra parte del mondo, il K-Pop ha poche differenze, anche perché spesso i suoi interpreti cantano in inglese. La grossa linea di demarcazione è tracciata dai video che accompagnano le canzoni, dove gruppi di ragazzini coreani in abiti molto colorati, si dimenano in coreografie anche piuttosto complesse.

Il fenomeno in Corea ha origini datate: durante gli anni della Guerra di Corea, la presenza massiccia di occidentali nel Paese aveva introdotto generi musicali nuovi, e qualcuno ne aveva tratto ispirazione per lanciare dei gruppi musicali composti di sole donne, sulla scia delle Ronettes, di Ronnie Spector.
Da lì alle band di ragazzini odierne il passo è breve, pianti un seme e lo lasci crescere; oggi la Corea del Sud produce qualcosa come 60 nuovi gruppi all’anno. La Corea del Nord invece produce disertori denutriti, che in video hanno una resa molto inferiore, ed è per questo che quando si parla di K-Pop non viene considerata.

Quello che contraddistingue il K-Pop più di ogni altra cosa, se vogliamo, è il suo legame coi media. Mentre una canzone, di solito, viene passata alla radio, esce in singolo, e se ne fa un video per distribuirla in tv e sulle varie piattaforme online, un nuovo singolo delle boyband coreane esce direttamente in televisione, accompagnato dall’immancabile balletto. Il K-Pop non esiste senza il suo supporto visivo.

L’impatto visivo di questo genere è enorme, e ne favorisce la popolarità ben oltre il territorio nazionale: in Giappone impazziscono per il K-Pop, in Cina lo copiano, in Corea del Nord non hanno la televisione.

Ma una caratterizzazione così forte si porta dietro anche dei limiti. Le popstar coreane sono delle icone, e se vuoi raggiungere il successo devi trasformarti in qualcosa di stereotipato che ha poco in comune con una persona vera. Tipo un cartone animato. Legata da un contratto decennale che spesso non garantisce neanche un guadagno adeguato, una popstar coreana viene creata a tavolino, deve mantenere standard rigidissimi per restare al passo con le esigenze del mercato, non invecchia, non ingrassa, non cambia mai. Viene usata finché funziona, e quando il suo successo cala la sostituiscono con un’altra popstar. La vita di una popstar coreana è breve e parecchio stressante, ed è per questo che parecchi non la reggono.

Ma perché vi sto raccontando del K-Pop?

Perché nel capitolo scorso avevamo visto che il 30 giugno 1997 si tenne la cerimonia con cui il Regno Unito riconsegnava alla Cina il territorio di Hong Kong, dopo un’occupazione che durava 150 anni; ma il 30 giugno è anche il giorno in cui compie gli anni la popstar sudcoreana chiamata N.

Il suo vero nome sarebbe Cha Hak-yeon, ma si fa chiamare N perché da bambino guardava i telefilm di Zorro, ma li guardava da sdraiato, e alla fine di ogni puntata, quando il giustiziere mascherato lasciava la sua firma sul petto del malcapitato di turno, quello che il bambino leggeva era una N.

Nel maggio 2012 la sua boyband, VIXX, debutta a M! Countdown, una trasmissione dove puoi votare il tuo artista preferito. La pagina web del programma ti permette di accedere alla biografia di ogni artista e sbirciare le foto provocanti di un sacco di ragazzine.
A luglio dello stesso anno, i VIXX sono a Baltimora, USA, all’Otakon Festival, una convention dedicata agli anime e alla cultura giovanile asiatica. Se siete mai stati a Lucca Comics avete una vaga idea di cosa si tratta.

I VIXX vanno avanti dal 2012 al 2018 inanellando singoli, album e apparizioni in tv e sui palchi di mezzo mondo. Sono venuti anche in Italia, nel 2013, in un locale dove l’anno dopo ci ho visto suonare Liam Gallagher.

Al momento la carriera dei VIXX è sospesa, alcuni membri stanno facendo il militare, qualcuno ha preso altre strade, altri si sono persi. Se volete c’è anche un video di un tizio che ha provato a scoprire dove sono andati a finire. Per una band nata nel 2012 sembra essere arrivato l’inevitabile momento in cui bisogna scendere dal palco.

N, a quanto pare, è stato assegnato alla banda dell’esercito, che non sembra essere quella cosa che potete immaginare, con soldati in divisa che marciano per le strade suonando gli ottoni, stando a quanto ci mostra questo video.

Dovrebbe finire presto, il periodo di leva in Corea del Sud dura un anno e mezzo, e per agosto potrebbe essere già fuori. Sempre che non metta un piede su una mina.

(continua)