bonjour, je m’appelle Ponchià (parte 2)

L’anziano rudere che si dondola sulla poltrona in multistrato di faggio curvato acquistata presso il mobilificio massificante non ha più niente del fascino che lo contraddistingueva in gioventù: i denti se ne sono andati un po’ alla volta per le porte che si è visto chiudere in faccia, o per i dolci su cui ha cercato di sfogare la delusione; la testa è coperta ormai da pochi peli grigio topo, nessuna traccia dei riccioli neri che avevano fatto cadere ai suoi piedi frotte di ragazzine ingenue e sensibili al suo atteggiamento da intellettuale. E neanche l’aria sofisticata è riuscita a sopravvivere al disfacimento della memoria, al crollo della razionalità e con essa della speranza. Ormai tutto ciò che gli resta è il sonno in cui si rifugia appena può, dove non importa più se i ricordi che continuano a fargli visita sono reali, tanto nei sogni vale tutto.

“Ti ho mai raccontato di quella volta che siamo andati in bici in Costa Azzurra, io e la nonna?”, chiede al bambino che sta giocando alla playstation 24 sul megaschermo a ioni, dall’altra parte della stanza.
“Oggi sette volte”, risponde lui, senza smettere di guardare le sagome luminose che gli saettano davanti.
“Eeeh, come ci siamo divertiti quella volta..”, mormora il vecchio, poi comincia a raccontare con la sua vocina tremolante, mentre un filo di bava gli cola lungo il mento flaccido..

Ponchià riapre gli occhi e la prima cosa che vede è una tovaglia a quadri bianchi e rossi. Se la toglie dalla faccia e scopre di essere sdraiato su una panca, in una stradina di Cannes piena di locali. Intorno a lui i suoi compagni di viaggio, più una signora fricchettona sui sessanta, che domanda a Michela se il suo amico stia meglio.

“Ma cos’è, in Francia non li vendono gli orologi? Le nove e mezza!”, risponde lei.
“Ma che succede? Dove sono?”
“Sei svenuto nella hall, e la signorina alla reception voleva addebitarci un letto extra perché non era previsto che ti fermassi a dormire lì, così ti abbiamo trascinato fuori. E siccome avevamo fame ti abbiamo portato in trattoria, tanto lì o qui faceva poca differenza per te, ma almeno noi possiamo mangiare.”
“Hanno le coquillages?”
“No, mi spiace”
“Ma siete degli stronzi! Lo sapete che volevo mangiare le coquillages! Sono venuto in Francia apposta, sennò me ne andavo in bici a Sturla e finiva lì! Il ristorante più famoso dove mangiare le coquillages in città è Chez Le Zozzòn, dovevate portarmi lì!”

Fermo Sara un attimo prima che gli affondi la forchetta nel collo. “Era chiuso”, mento.
Placati gli animi più bellicosi ordiniamo una sfilza di ghiottonerie che vengono consegnate in un attimo al tavolo accanto al nostro, di proprietà di un altro ristorante. In cambio il cameriere di quel ristorante deposita sul nostro tavolo degli alimenti di aspetto discutibile e di sapore che l’aspetto è meglio, ma l’alternativa era saltare la cena o finire da Le Zozzòn a mangiare arselle crude pagandole come un attico in centro. Naturalmente Ponchià non è soddisfatto, lui voleva le coquillages.
Sara, che è appena tornata dalle ferie serie tira fuori dal suo zaino una confezione di Sigari Cubani Fatti Dal Vero Contadino Cubano e gliene fa dono. Lui si rabbonisce, e il mio cuore ha un sussulto, perché sta in alto e a sinistra. Mi prendo un gelato, lei mi dice “sono i miei gusti preferiti!”, io mi sciolgo. Il gelato no, e sarebbe stato meglio perché faceva cagare, invece così mi tocca pure mangiarlo.
Poi è l’ora di tornare in albergo. Faccio la faccia rapace, che francesi in boulangerie non ne ho conosciute, l’unica carina l’ho incontrata ad Antibes, aveva sessant’anni e ha ignorato i miei sorrisi languidi. Ma non mi do per vinto, è tutto il giorno che tramo intricate strategie per riuscire a concupire almeno una delle mie compagne di viaggio, è il momento di incassare ciò che mi spetta! Mi infilo in camera spavaldo, indosso il mio pigiama più sensuale (quindi non quello con Zio Paperone che dice “Il mattino ha l’oro in bocca”) e aspetto che l’apertura della porta riveli la mia preda. Dopo dieci minuti entra Ponchià. Mi giro dall’altra parte e fingo di dormire.
Fingere di dormire sarà peraltro l’attività di tutta la notte, perché il mio coinquilino russa che sembra l’attacco di chitarra di Zoo Station, roba da mettersi a ballare su un piede solo davanti alla tele. E lo faccio, tanto non c’è verso di chiudere occhio, e la mia prestazione è così buona che sarebbe un peccato non mostrarla a nessuno, così sveglio Ponchià perché mi stia a guardare, ma mi ritrovo senza accompagnamento musicale. Lui non capisce, dice qualcosa di poco carino su mia madre e torna a dormire. E a russare.

La mattina a colazione abbiamo tutti delle facce che sembriamo usciti dalla visione di Vincitore Del Premio Della Critica al festival locale: Ponchià è irritato per la sveglia notturna, Michela e Sara risentono dei danni della pedalata, e soprattutto la seconda non ha trovato un fornello su cui prepararsi il caffè, le è toccato bere la sbobbazza dell’hotel, e nessuno da azzannare come parziale risarcimento, poteva mica prendersela con la sua amica, poveretta, guarda già com’è conciata. Io vabbè, chevvelodicoaffare, mi siedo direttamente davanti al carrello del buffet e genero un deficit fra gli incassi dell’hotel e le previsioni di spesa per la colazione. Va detto che i mini croissant sono buonissimi.

Più tardi, appoggiato alla balaustra del terrazzo, mi godo la distesa di tegole che arriva al mare, e un po’ sospiro. Perché quando sei lontano da casa un minimo di malinconia è d’obbligo anche se ti stai divertendo, e perché mi divertirei di più se le mie compagne di viaggio non fossero una misandr.. misandri.. una che le stanno sul cazzo i cazzi, insomma.. e un sicario del Mossad.
Che in questo momento sta strangolando la signorina della caffetteria, rea di averle domandato il numero della stanza.

“Sara, dai! Lasciala in pace, sta lavorando!”

La osservo mentre cerca di infilare un cucchiaino nell’orbita della malcapitata, e penso che in fondo ce le abbiamo tutti le nostre forme di difesa. Sono sicuro che sotto gli aculei e l’armatura e il fossato coi coccodrilli e il campo minato sia anche lei una persona capace di grande affetto. E poi è così tenera con la faccia sporca di marmellata alla fragola..
No, non è marmellata.

“Saraa! Ma la lasci in pace?”

Per entrare nelle sue grazie mi offro di scambiare gli zaini, anche perché Ponchià è ormai un disabile, non ci arriverebbe a Nizza sotto tutto quel peso. Sara accetta, e mi regala un bellissimo sorriso quando scopre che il mio bagaglio peserà sì e no due chili. Poi capisce che tutte le mie lamentele del giorno prima erano finte e lo usa per picchiarmi, ma intanto su Cannes è uscito un po’ di sole e parto contento.

A Genova è la domenica del derby, tutti i miei compagni di viaggio sono tifosi della seconda squadra cittadina, e io ho commesso la leggerezza di rivelare a Ponchià la mia fede opposta. Adesso lui indossa i suoi colori del cuore e si bulla di volerci arrivare fino a Nizza, alla facciazza mia. Per la verità non ci vedo niente di sbagliato, mi sembra una divisa più che adeguata al mezzo di trasporto, gli manca solo il caschetto multicolore, ma quasi quasi gli buco una gomma, giusto per rinverdire antiche rivalità.

Nelle retrovie Michela soffre come San Simeone lo Stilita, ha le allucinazioni e ci chiama tutti quanti per mostrarci Padre Pio che la rimbrotta da un sasso.

“Mi ha detto che devo lasciarvi qui e tornare a casa in treno!”
“Ma smettila, lo sanno tutti che Padre Pio non esiste!”
“Ma come no! E quello lì sul sasso chi sarebbe?”
“Obi Wan Kenobi”
“Chi?”
“Mi sembra evidente che io e te non abbiamo proprio niente in comune. Sara, tu lo sai, vero, chi è Obi Wan Kenobi?”
“Guerre Stellari mi ha sempre fatto cagare”
“Vabbè, tanto avevo deciso di morire solo e incompreso”

Serpeggia l’inquietudine, Ponchià vuole arrivare ad Antibes per mangiare le coquillages, Sara vuole un caffè, Michela resta indietro di chilometri e mi obbliga a fare la staffetta fra lei e il gruppo per recapitare dispacci, che solitamente si riducono a “Sbrigati piaga” e “Morite stronzi”.

Ci fermiamo in un chioschetto a Juan-Les-Pins dove un anziano signore con grosso cane ci racconta di quando è stato lui a Genova, che l’hanno portato a mangiare in un ristorante buonissimo che però non ti nascondeva le fette di cetriolo sotto ogni pietanza compreso il caffè, e a lui che è francese questa cosa l’ha fatto sentire fuori posto. Michela ci raggiunge in tempo per fare la sua solita figura di merda e chiedere “ma chi è sto stronzo?” prima che qualcuno possa avvertirla del buon italiano parlato dal soggetto. Paghiamo il caffè e ce ne andiamo quatti quatti.
L’unico che se ne va sgommando è Ponchià che mi frega la bici, lasciandomi a trascinare il suo cancello a pedali più zaino di Sara più abbuttamento generalizzato. Non lo do a vedere, nessuno può mettere Pably in un angolo! Mi lancio all’inseguimento del ladro come l’attacchino del film di De Sica, e contro ogni pronostico riesco a raggiungerlo alle porte di Antibes. Non è merito mio, si è fermato davanti a un ristorante che espone la qualunque in termini di conchiglie e varia crostaceità.

“Mangiamo qui!”
“Ma sei fuori? Costa più dell’albergo di Cannes!”
“Ma ha un assortimento faraonico!”
“Se è per quello ha pure il faraone, l’età media dei clienti supera l’ottantina!”
“Voglio le coquillages!”

Arrivano le altre due che si dicono entusiaste di fermarsi a pranzo ad Antibes, ma piuttosto che infilarsi lì dentro si fanno una rustichellà all’autogrill.

“Eh no cazzo! Mi avevate promesso che avrei mangiato le coquillages! Adesso me le dovete dare, cazzo!”
“Vuoi le coquillages?”, replica Sara con un tono di voce che non le avevo mai sentito finora. “E andiamo a mangiare le coquillages”. Poi lo prende per il collo e lo trascina in spiaggia, entrano insieme in acqua e proprio quando penso che lo voglia affogare si fermano. Lei infila un braccio fra le onde, raspa un po’ e poi tira su qualcosa, che offre a Ponchià.
Lui sembra contento, se lo infila in bocca intero, quindi tornano a riva sorridenti.
Io e Michela siamo basiti.

“Credevo che lo avresti ucciso”, le fa.
“Ma figurati, e perché?”, risponde lei, innocente come il mio gatto quando mi piscia nella libreria.

Ponchià comunica che quella conchiglia cruda gli ha aperto lo stomaco, e che adesso non potrà più esimersi dal fiondarsi in un ristorante adeguato, e che se non vogliamo seguirlo poco importa, siamo noi che ci perdiamo. Quindi salta sul suo cancello a pedali e sparisce fra le case.

Per noi tre si tratta di un pranzo qualunque, non dell’ultima possibilità nella vita di assaggiare qualcosa di pazzesco, perciò decidiamo di non essere ricchi abbastanza per andare al ristorante chic e ci facciamo bastare una più che dignitosa crêperie che si chiama Passeulementcrêpes ma fa seulement crêpes. Michela dimostra la solita incompatibilità col mondo bevendoci dietro un bicchiere di sidro, che è un po’ il google+ delle bevande, ma solo perché in Europa non abbiamo la Dr.Pepper.

Al metà pranzo ci passa davanti un’ambulanza, che sta andando a prelevare un rene a Ponchià per pagare il conto. Noi invece ce la caviamo con pochi spicci, e abbiamo mangiato bene. A parte il sidro, dai, non siamo mica druidi, sarebbe ora di finirla con queste malinconie.

Del resto del viaggio ho poco da segnalare, la tarte aux pommes è più bella che buona, la costa prima di Nizza è ventosa e cupa, ma permette belle foto drammatiche, dove l’aspetto drammatico è interpretato da Michela che non riesce più a stare su una bici, ma anche da me che accetto di fermarmi a tenerle la manina finché non si riprende, e se non siete mai stati da soli su una panchina ventosa a guardare il mare insieme a Michela non credo che possiate cogliere tutta la drammaticità.

A Nizza ognuno rende quel che ha, chi le biciclette al legittimo proprietario, chi il pranzo a base di coquillages costosissime (ma è colpa sua, se non avesse voluto sapere com’era finito il derby il suo stomaco non ne avrebbe risentito), chi storpio il guardiano del posteggio (“Mi aveva detto che era gratis!”, “Ma tu non parli francese, sei sicura di avere capito bene?”, “Mi aveva detto che era gratis!”, “Ochei, ci credo, lasciami il braccio!”).

Resta il tempo per un giretto in centro storico, un aperitivo servitoci da una cameriera che per risultare più antipatica avrebbe dovuto uscire dalla tele coi capelli sulla faccia, ed è ora di tornare per davvero, a casa quella vera.

L’anziano bavoso smette di parlare, e la stanza si riempie dei suoni emessi dalla consolle.
“Nonna!”, chiama il ragazzino, “Il nonno si è addormentato!”
La porta si apre e un decrepito Ponchià viene a ripulire la carcassa buttata sul dondolo.
“Guarda qua, ti sei tutto sbausciato”, mormora con voce affettuosa. Poi gli deposita un bacio leggero sulla fronte ed esce dalla stanza.

bonjour, je m’appelle Ponchià (parte 1)

“Comincia il festival di Cannes!”, mi dice Michela, che non sapevo appassionata di alcunché tranne la spiaggia. “Ci sarà ospite la mia popstar preferita, Sabrina!”
“E chi minchia è?”
“Ma che razza di ignorante! È conosciuta in Cina e in Ucraina, non l’hai mai sentita Avacada?”
“Io sto a Ronco in mezzo ai grebani, non in Cina e in Ucraina. E l’unica radio che ascolto è radio3.”
“Sei un intellettualoide alternativo del cazzo.”

Se ne accorgono tutti, appena prima di scoprire che è solo una posa e in realtà sono un minorenne con la barba che cerca di darsi un tono.

Michela mi dice di avere già prenotato per quattro persone in un albergo a Cannes, appena dietro la Croisette. Saremo noi e i suoi amici Sara e Ponchià, che ho già incontrato in altre occasioni e trovo piuttosto gradevoli. L’unico problema è che la Costa Azzurra in quei giorni sarà impraticabile, dovremo lasciare la macchina a Nizza e proseguire in bici.
L’idea di farmi quaranta chilometri su una ciclabile più altri quaranta al ritorno, e tutto per vedere una tizia che non ho mai sentito nominare, nel paese dei mangiatori di rane, mi sembra così folle che accetto. E poi ho sempre desiderato incontrare una ragazza francese in una boulangerie e innamorarmi di lei davanti a una crêpe suzette aux escargots. Non so cos’abbiano le ragazze francesi per attirarmi così tanto, forse l’accento che le rende tutte leziose e un po’ ingenue, e io alle ragazze leziose e un po’ ingenue non so resistere neanche quando si rivelano dei vampiri implacabili: resto lì a farmi succhiare la linfa con l’espressione appagata di chi riceve attenzioni dentro le mutande, e mi dico che forse non ho capito bene, e lei mi ama davvero.
Dovrei fare qualcosa per questo problema, ma nel frattempo preparo lo zainetto. Leggero, che non puoi portare pesi inutili, l’ha scritto anche Ponchià sulla chat della gita. Ah, fra l’altro non avrò l’internet oltrefrontiera, bello scazzo.

Il giorno della partenza mi faccio trovare in perfetto orario al posteggio di Genova Est. Sono sceso in moto per evitare gli strali della municipale, e ho scoperto che le strade sono deserte e i posteggi tutti liberi. Bravo. Vabbè, però il giorno dopo ci sarà il derby, metti che scoppiano tafferugli e la mia macchina viene ribaltata e data alle fiamme. Con lo scooter invece non succede perché di solito te lo rubano prima.

Le mie compagne di viaggio arrivano insieme: Michela ha un bagaglio abbondante, ma non avevo dubbi, lei non esce di casa se non ha almeno venti centimetri di tacco e il set di trucchi della Industrial Light & Magic, ma rispetto a quello di Sara sembra una pochette. È la casa della lumaca, un mostro di sessanta chili contenente lo stretto indispensabile, che per lei comprende tre cambi d’abito compreso quello da cerimonia metti che mi fanno sfilare in passerella scambiandomi per Julianne Moore, le scarpe da ballo di sei balli diversi compresi i doposci per fare quella roba russa, il phon perché in Francia non ce l’hanno e la moka da sei perché il caffè fa schifo lo sanno tutti.
Con quella roba sulle spalle la sua figura minuta rimpicciolisce ancora di più. La amo già, ma non glielo faccio notare, anche perché ci ordina di salire in macchina e parte alla bersagliera bruciando tutti i semafori e tagliando la strada a chiunque. Una così è capace di azzannarti alla gola se solo le rivolgi uno sguardo un po’ più ambiguo. Rimango sul progetto iniziale di conoscere la francese, che mi pare più facile.

Percorriamo la tratta Genova-Nizza senza problemi, l’autoradio propone una playlist fighissima che potrei avere composto io, ma la sadica pilota me la stoppa ogni volta che deve dire la sua sull’argomento del giorno: inviti al matrimonio di una loro conoscente antipatica.
Io sono l’imbucato su questa macchina, non posso intervenire se non dicendo minchiate a caso, così tiro fuori il quaderno e provo a lavorare sulle mie robe: devo scrivere il finale di un racconto e una lettera a una persona, ma non riesco ad andare avanti con nessuno dei due lavori, gli aneddoti dei miei compagni di viaggio sono una droga.

C’è questa tizia che ha invitato al matrimonio tutti i suoi acerrimi nemici, forte del detto “Si fa pace coi nemici, non con gli amici” (ebbene sì, anch’io guardo Game Of Thrones), e non ha invitato gli amici perché non c’era più posto. Questi si sono offesi e l’hanno costretta a divorziare e sposarsi di nuovo con un altro per invitare gli ex amici, nel frattempo diventati nemici. I vecchi nemici non l’hanno presa bene, si attendono sviluppi.

..

A Nizza ero stato una volta con la scuola, ma avevo visto pochissimo; un’altra volta con Francesillo, e avevamo visto solo negozi di cidi usati. Stavolta la prima cosa che vedo appena siamo in centro è un francese in motorino vicinissimo alla mia portiera, e Sara che gli mostra un campionario di gesti che non ho mai visto. Conosce anche il linguaggio dei sordomuti, ma che donna straordinaria!
No, aspetta, il dito medio è inequivocabile. E quelle sono corna. Come non detto, lo sta insultando.
Quello ovviamente si ferma al semaforo e si toglie il casco. Lei gli si ferma addosso e si toglie la felpa. Ponchià scende con aria bellicosa e si toglie i pantaloni.
Io sono vestito leggero, resto in macchina e li lascio a sbrigarsela da soli, tanto è una cosa veloce, devono solo sbarazzarsi del cadavere e bruciare il motorino per mostrare al resto del branco chi è che comanda in città, poi ripartiamo.

Il noleggio delle bici è poco più avanti, ancora udiamo in lontananza il vociare della piazza nella quale i miei compagni di viaggio hanno dato prova di capobranchismo. Forti del nuovo ruolo che hanno saputo ritagliarsi se ne vanno a cercare un posteggio gratuito nei paraggi. Nessuno dei due parla francese, ma si è capito come ciò non rappresenti un ostacolo. Io e Michela entriamo nel negozio e trattiamo l’affare con un giovane piuttosto simpatico che ascolta Charles Trenet.
Ci prova lei a stabilire una comunicazione, io ormai sono entrato nel loop della chanson, solo che lo fa in un inglese che sembra me quando parlo tedesco, e quello ci propina quattro bici da passeggio col cestino davanti, le famigerate Graziellà.

“Ma con queste mica ci arriviamo a Cannes!”, obietta in esperanto.
“Je suis Brigitte Bardot!”, risponde quello.

“Oh, ma mi aiuti o no, invece di fare la faccia da cretino? Questo non capisce un cazzo!”

Scosso dall’autorità ritorno sul vostro pianeta e provo a spiegare al giovane impiegato del ciclonoleggio che avremmo bisogno di mezzi più performanti. Il mio francese è un po’ arrugginito, ma è pur sempre la sua lingua madre, e in qualche modo riusciamo ad accordarci per tre mountain bikes e una bici da corsa supertecnica.
Arrivano Sara e Ponchià, e tutti e due osservano il manubrio ripiegato con scetticismo. Lui prova a suggerire un timido “casomai facciamo un po’ per uno per.. quella”, ma decido di accollarmelo io l’intero viaggio sul trespolone. I tre mi ringraziano per il sacrificio, ma è perché non conoscono la differenza fra il condurre un mezzo di cinque chili e uno di venticinque, poveri stolti!

Il viaggio è lento ma piacevole, Ponchià suda come un cane masai sotto il peso dello zaino di Sara, che ci si stava schiantando sotto già fuori Nizza e gliel’ha affidato; io e Michela ci facciamo prendere dalla febbre da selfì e ci scattiamo foto ogni due pedalate.

Al Marché du Ciarpàm di Antibes Ponchià trova un indispensabile schiaccialimoni in granito, che aumenta il peso del suo zaino di trentacinque chili. Sara ringrazia, che lo zaino di Ponchià lo sta portando lei.
Sulle mura cittadine un algerino romantico ascolta hip hop in arabo-francese, ma appena ci sente parlare cambia playlist e condivide con noi un pezzo dello stesso artista, ma in italiano. Lo canta con trasporto e molta malinconia: parla di immigrati che si sentono soli lontano da casa e non riescono ad integrarsi. Dice anche banalità sulla mamma, ma almeno ci risparmia la pizza, dai. Vorrei abbracciarlo e dirgli coraggio fratello, non tutto il male viene per nuovere. Pensa che il nostro rapper più famoso è Fedez.

Durante la seconda parte del viaggio facciamo conoscenza con un ciclista francese in preda all’arrunchio, che ignora me e Ponchià e si butta secco sulle ragazze. Michela gli fa capire che non ce n’è, che a lei quelli che ci provano stanno sul cazzo e il suo uomo ideale non la caga, la tratta male e non la cerca mai: “Non mi metterei mai con uno che cercasse di mettersi con una come me”.
Lo sventurato va a provarci con Sara, che gli infila un bastone nei raggi della bici e lo fa cappottare.

Promemoria: se vuoi provarci con Sara aspetta che sia a piedi e disarmata.

Ci fermiamo dieci minuti in una caletta che invita al riposo, e il ciclista riesce a raggiungerci, si avvicina alla donna meno pericolosa per un approccio più blando:

“Parli francese?”, le chiede in francese.
“Le due e mezza”, risponde Michela.
“Sei molto carina”, dice lui un po’ confuso.
“Ich habe eine schöne Bratwurst in meine Lederhose”, replica lei, convinta di dire tutt’altro.
Lui svolta al primo bivio e non lo vediamo più.

Michela ci resta un po’ male, che sotto sotto coltivava il sogno di incontrare in una boulangerie un francese che le offre la baguette, ma liquida l’episodio con superiorità: “I francesi mi stanno tutti sul cazzo. Sarà l’accento che li rende tutti degli stronzi spocchiosi.”

Arriviamo a Juan-Les-Pins all’ora dell’aperitivo e ci buttiamo in spiaggia come quattro sciuri, dove ordiniamo delle bibite di gran classe, tipo la sciuèps e la morettì. Da quelle parti non usa portare mangerie, oppure il cameriere ci ha inquadrati come quattro pezzenti che meritano giusto quattro olive condite con un sacco d’aglio. Ce le spazzoliamo io e Michela, imponendo automaticamente una selezione sugli eventuali limoni. Vabbè, tanto Sara brandisce uno stuzzicadenti con cui potrebbe uccidermi in almeno dieci modi diversi, non è cosa.

“Ragazzi, c’è una cosa che non capisco”, dice Ponchià, “Avevano detto che arrivare a Cannes sarebbe stato un casino, col traffico e tutto, ma qui non c’è un’anima. Potevamo venire tranquillamente in macchina.”
“Dici così solo perché sei stanco di portare lo zaino!”, replica Michela che non ama venire contraddetta.
“No, ma figurati! Cioè, non potrò mai più camminare eretto, ma non lo dicevo per quello.”
“È vero”, si aggiunge Sara che cerca di spostare la conversazione su argomenti meno personali, “Siamo sicuri che Sabrina attiri così tante persone?”
“Ma state scherzando?? Sabrina è conosciutissima! Ha riempito la piazza centrale di Kudrivka la settimana scorsa! È andata a vederla gente perfino da Volynka!”
“Ma che posti sono?”
“Se non conoscete la geografia non è mica colpa mia! Adesso muoviamoci che stasera c’è il concerto e non voglio perdermi la prima fila per colpa di grezzoni ignoranti come voi!”

Ci rimettiamo in marcia su una strada che più deserta non si può, e meno di due ore dopo siamo a Cannes. Che è vuota.

“Sono già tutti al concerto! Siamo in ritardo!”
“Dove lo fanno? Posiamo i bagagli in albergo e andiamo, dai!”
“Sulla Croisette. C’è un palco in spiaggia dove suoneranno tutte le grandi star internazionali. Non è lontano dall’albergo, ma dobbiamo sbrigarci!”

Ci buttiamo in strada come dei pazzi, percorriamo l’ultimo tratto di strada senza curarci dei pedoni e delle auto, infrangiamo ogni possibile legge compresa quella del menga, e tre minuti prima di quando siamo partiti entriamo nella hall dell’albergo, che sta fra la zona chic del lungomare e quella pulciosa della stazione ferroviaria. Indovinate il nostro albergo in quale delle due si colloca.

La signorina alla reception mugugna per farci tenere le bici, ma Sara le chiede se le piace il cinema, lei risponde sì certo, a tutti piace il cinema qui, siamo a Cannes, e Sara le chiede se ha visto il Batman con Heath Ledger, lei risponde di nuovo sì certo, tutti hanno visto il Batman con Heath Ledger, siamo a Cannes, allora Sara mette una matita in piedi sul banco, con la punta rivolta verso l’alto, e la signorina non risponde più, ma si vede che ha capito, perché ci mostra dove mettere le bici.

“Scusi, dov’è il concerto di Sabrina?”, chiede Michela.
“Di chi?”
“Non ci posso credere! Il concerto che apre il festival del cinema di stocazzo! Dov’è che suonano gli artisti? Eh?”
“Ma il festival comincia la settimana prossima.”

Ponchià sviene.

(continua, ma intanto qui potete vedere le foto)