[titolo di una canzone a caso che parli di Londra]


You left 
Your tired family grieving 
And you think they’re sad because you’re leaving 
But did you see Jealousy in the eyes 
Of the ones who had to stay behind? 
And do you think you’ve made 
The right decision this time?

Sono appena tornato da Londra, dove mi ero nascosto per sfuggire alle annuali polemiche sul festival di Sanremo, ma non sono riuscito a evitarle in toto, c’è rimasto quello strascico fetente di chi butta lo spettacolo in politica e la politica in caciara, e quest’anno mi sembra che sia andata peggio del solito, con questa moda recente del bullismo razzista a occupare ogni spazio pubblico disponibile. Sono francamente stupito che alle ultime regionali, in Abruzzo, Casa Pound abbia totalizzato solo lo 0.5%. Vuol dire che siamo ancora più ignoranti di quanto pensassi, e crediamo davvero che sia la camicia nera a fare il fascista, e non l’atteggiamento.

Vabbè, la storia ce l’ha già mostrato una volta come va a finire, basta avere pazienza e tenerseli lontani finché non li appenderanno di nuovo tutti quanti, e i loro simpatizzanti torneranno a nascondersi sotto i sassi e negare di avere mai votato quella roba lì.

Nel frattempo Londra si sta preparando ad affrontare la Brexit: c’è una grossa dogana all’aeroporto che ricorda tantissimo quella cinese, ma probabilmente c’era anche prima, non atterravo sul suolo britannico da diversi anni, che ne so se è una novità. E per strada non c’è altro segno che lasci presagire un cambiamento, gli stranieri sono sempre più numerosi dei locali, e se hai l’albergo a Earl’s Court sembra di stare in Italia, la tua lingua è parlata in ogni tavolo di ristorante, dentro qualsiasi negozio e pure dalla signorina che ti consegna le chiavi della stanza.

Insomma, non lo so se Londra si stia davvero preparando a uscire dall’Europa, ho provato a chiederlo al Primo Ministro, ma Downing Street è chiusa da un grosso cancello sorvegliato giorno e notte, non mi hanno lasciato avvicinare. Nè hanno acconsentito a lasciarmi aggiungere il numero di Theresa May al mio gruppo whatsapp “pizzata coi leader europei”. Peggio per lei, continuerà a farsi portare le alette piccanti da KFC.

A guardare bene i dettagli si intuisce che qualcosa stia cambiando: la Torre dell’Orologio, quello che chiamiamo Big Ben, è tutta fasciata. Pensavo a un restauro, ma su un lato le impalcature sono coperte di francobolli, e c’è un’etichetta con un indirizzo, ma non sono riuscito a leggerlo, era troppo in alto.

E domenica, al cambio della guardia, i militari smontanti sono usciti dal cancello con una valigia in mano e sono saliti sull’autobus per Victoria Station.

Non che la cosa mi abbia preoccupato, avevo una prenotazione per il monologo di Sir Ian McKellen al piccolo teatro di Hampstead per quel pomeriggio, di tutto il resto mi fregava pochissimo. “Fintanto che rimane un po’ di Londra ce la visitiamo!”, ho detto al mio amico dottor Hardla, che mi accompagnava in questa trasferta.

You shall not pass (away)!

Sono andato in viaggio con una compagnia differente perché la mia fidanzata non parla ancora bene l’italiano, e ciò la rende immune alle polemiche sanremesi, mentre io e il mio amico siamo particolarmente sensibili e quindi ci incazziamo, poi ci deprimiamo, poi ci mettiamo a bere pesante, e quando siamo ubriachi andiamo a molestare le diciottenni per strada. Di solito poi i loro fidanzati ci menano, e per un po’ abbiamo cercato di giustificare la palese incapacità nell’azzuffarci con l’alcool che ci mina i riflessi, ma oramai non ci crede più nessuno, e anche i nostri amici più sfigati si sono messi a farci le prepotenze.

Londra ci è sembrata abbastanza lontana da fugare ogni rischio. Oltretutto gli alcolici vengono centellinati col maledetto misurino, e ogni cocktail risulta carissimo e annacquato, rendendoti impossibile la ciucca.

Molte cose sono cambiate dall’ultima volta in cui sono venuto in città: Tottenham Court Road è molto più grande, hanno tirato giù diversi edifici e li stanno sostituendo con palazzi moderni, come è successo al quartiere della finanza, nella City (il mio preferito in assoluto è il Walkie-Talkie, al 20 di Fenchurch Street); il municipio sta dentro un grosso testicolo vicino al Tower Bridge (a dire il vero ci stava già tutte le altre volte che sono venuto a visitare Londra, ma l’ho scoperto solo stavolta), e Sauron si è trasferito dalle parti del London Bridge, dentro un palazzo che sarà pure stato costruito da Renzo Piano, ma non venite a dirmi che è bello.

Molte altre cose sono rimaste identiche, e sono proprio quelle che ci attirano in massa, a studiare, a lavorare o a passarci un weekend con gli amici. Sono quei particolari che non puoi trovare in nessun altro posto, perché ci saranno pure metropolitane più belle al mondo, ma questa è la più antica, e mantiene ancora la stessa atmosfera di quando è stata inaugurata, nel 1863. E il resto della città segue il passo. Si rinnova, si ripulisce, ma sotto la vedi ancora la sua struttura vittoriana, nelle facciate delle case, nell’arredamento dei pub, nel cibo che ti servono, che dev’essere stato cucinato allora e poi lasciato lì ad aspettare che qualcuno lo ordinasse.

Stavo guardando un manifesto appeso nel vagone della metro in cui viaggiavo: c’era una donna con l’espressione attonita e il messaggio diceva “questa è la faccia che fai quando scopri i vantaggi di vedere casa attraverso Sticazzimansion”. Da quel poco che veniva mostrato del vestito della donna si intuiva un tono dimesso, come se le avessero scattato una foto a casa dopo il lavoro, mentre si rilassava sul divano aspettando di andare a letto. L’ambiente alle sue spalle era ancora più squallido: una parete verde scuro, un quadro triste come solo la pittura inglese sa essere, un divano della nonna e due mobiletti marroni su cui stavano due abat-jours identici, che emanavano una luce tetra. Ora, magari il messaggio che voleva trasmettere era proprio di non farsi opprimere dal vecchio appartamento e sbrigarsi a cercare qualcosa di più allegro, ma la mia esperienza di appartamenti londinesi, e bed & breakfast londinesi, e anche alberghi londinesi, mi dice che non si trattava di una scelta di marketing, quello è lo stile delle case inglesi. L’hotel in cui alloggiavamo era un bell’edificio in mattoni rossi con un parco di fronte, e la camera era confortevole, ma alle pareti erano appesi due coppie di quadri identici raffiguranti un vaso, e tutto l’arredo era marrone scuro e beige.
Sul fatto che il pavimento scricchiolasse non c’è neanche bisogno di soffermarsi, se il pavimento della tua stanza non scricchiola o non sei davvero a Londra o sei un miliardario che si può permettere una camera in muratura.

Londra è questa cosa qui, anche più degli autobus a due piani e dell’accento bellissimo dei suoi cittadini: è una città che ha trasformato il proprio invecchiamento in uno stile.

Dello spettacolo di Ian McKellen posso solo parlare bene, io quell’uomo lo amo. Ha deciso di celebrare il suo ottantesimo compleanno con una tournèe che tocca tutti i teatri in cui si è esibito più alcuni inediti che perseguono campagne di promozione per i giovani e hanno bisogno di sostegno.

Per questa ragione, dopo un monologo di due ore e mezza in cui ha ripercorso la sua carriera di attore con brani recitati e un sacco di aneddoti, si è fatto trovare nel foyer con un secchio giallo in mano per raccogliere offerte e distribuire strette di mano.
Abbiamo scambiato giusto due battute mentre gli cacciavo una banconota nel secchio, ed è stato il momento migliore della gita londinese. Voglio dire, mica tutti i giorni ti capita di stringere la mano a Gandalf il Grigio in persona!

Quando siamo tornati in Italia, a parte rischiare di schiantarci sul monte di Portofino per il forte vento che impediva all’aereo di manovrare come si deve, abbiamo ritrovato qualche traccia della polemica da cui ci eravamo allontanati, ma oramai aveva perso brio, potevamo sopportarla.
In compenso sono nate un sacco di polemiche tutte nuove a cui non eravamo per niente preparati, e che mi hanno fatto venire subito un fegato così, tanto che stavo pensando di vendermelo a peso e pagarmi un biglietto per un posto da cui non sia possibile ricevere le notizie da casa, tipo Saturno. Solo che a giugno vado a vedere Eddie Vedder, non mi posso allontanare troppo. Restate in zona, avrò altro da raccontare.

Parigi, o cara

E insomma sono stato a Parigi, che è come Torino ma più grossa e molto più cara, e a differenza di Torino è strapiena di italiani. Ora qualche lettore di vecchia data si ricorderà del mio punto di vista riguardo i nostri connazionali all’estero, ma per i nuovi arrivati credo sia necessario fare un riassunto: li detesto con tutte le mie forze. Se li vedo mi allontano, se mi ci trovo in mezzo fingo di non capire la loro lingua, se li sento parlare mi parte subito il pregiudizio, e me ne vergogno un po’, perché sono sicuro che gli italiani all’estero non sono tutti uguali, ed essendo io stesso all’estero con loro significa che o sono uguale a loro o il mio pregiudizio è sbagliato, perciò dovrei tacere.

Tuttavia l’idea che l’italiano nel mondo sia una delle specie in natura più vicine alla scimmia urlatrice durante l’accoppiamento mi resta appiccicata addosso ogni volta che varco i confini nazionali.

La cosa brutta è che gli italiani all’estero non fanno che confermare questo mio pregiudizio, rendendomi difficile superarlo.

Ecco alcuni esempi di italiano all’estero durante la mia ultima visita a Parigi:

  • Signore over 40 sul treno che mostra alla sua compagna tutti i video della vacanza a un volume che se fossimo allo stadio quando la mia squadra segna probabilmente lo sentirei lo stesso;
  • Signora che sullo stesso treno decide di rendere l’aria più gradevole al suo naso e spruzza del profumo in tutta la carrozza;
  • Signora che racconta di essere entrata al Louvre solo per fotografare la Gioconda e di essere uscita subito perché c’era troppa gente;
  • Signora che la Gioconda l’ha fotografata ed è riuscita a entrare e uscire in meno di venti minuti. L’ho fatto anch’io la prima volta che sono stato a Parigi, ma facevo seconda media ed ero in vacanza con una persona che i musei non li frequenta e, spiace dirlo, appartiene a quella categoria di italiani all’estero da cui mi tengo alla larga;
  • Signore che, sempre sul tema Gioconda, ha espresso ad alta voce il desiderio di riportarla in Italia;
  • Signora al Musèe d’Orsay che spiega a un ragazzino quella sensazione di smarrimento che si prova davanti a un’opera d’arte, nota come Sindrome di Stoccolma.
  • E vorrei chiudere ricordando della signora incontrata qualche anno fa a Londra, in una cappelleria di Regent Street.

Poi io sono di quelli che i francesi non sanno fare il caffè, quindi cosa mi lamento a fare dei miei connazionali quando faccio le stesse cose, ma perlomeno cerco di non farmi notare e nei musei come nelle chiese tolgo la suoneria al telefono, non bercio e rispondo educatamente. E rispetto la fila, pezzi di merda.

E comunque questa cosa del caffè va approfondita. Per anni ho creduto che un caffè buono fuori dall’Italia fosse impossibile da ottenere, ma l’esperienza mi ha smentito più volte. Negli anni ho bevuto caffè dignitosi in tutto il Portogallo, a Barcellona, da un tizio con la motoretta per strada a Praga, a New York, a Londra e perfino a Guiyang, nel sudovest della Cina, ma qualunque locale francese, che sia Parigi o Marsiglia, ti riempie una tazzina di una bevanda che sa solo vagamente di caffè. Sono giunto alla conclusione che siano proprio loro a volerlo così, come gli americani amano il bicchierone di brodazza i francesi preferiscono questa specie di tè. E non lo fanno solo col caffè, in un locale di fronte al Palais du Luxembourg ho chiesto una cioccolata calda e mi hanno portato quella roba che la macchinetta al lavoro mi propina quando si rompe l’erogatore del latte: acqua, zucchero e una spruzzata di polvere di cacao.

A parte i miei connazionali, e il dramma del caffè, il viaggio a Parigi è andato molto bene, ho speso diverse migliaia di soldi in cose indispensabili tipo mangiare o comprarmi delle scarpe fighissime e ho scoperto nuovi angoli della città ancora sconosciuti nonostante fosse la quarta volta che ci andavo.

Non mi metterò a riportare il solito diario di bordo perché quello della Cina si è trascinato per undici episodi, e qui non credo neanche sia necessario, in fondo Parigi bene o male la conosciamo tutti, è una città europea più o meno uguale a quelle che abbiamo qui da noi e nessuno fa cose particolarmente strane o insolite, a parte incazzarsi col governo e fare casino finché non ottengono qualcosa.

Ecco quindi una lista di aneddoti e brevi recensioni che potrebbero tornare utili nel caso doveste recarvi nella capitale della Francia. Potete anche leggervi quella che ho scritto la volta scorsa, che si trova qui.

Il TGV
Puoi prenderlo da Milano Porta Garibaldi o, come noi, da Torino Porta Susa. Parte alle sette e qualcosa e in stazione la mattina del primo gennaio non c’è un cazzo di bar aperto che ti prepari un caffè. E fa un freddo cane.

Il treno in seconda classe è poco differente da una seconda classe di un qualunque interregionale, tranne che i sedili si inclinano un pochino senza disturbare chi sta dietro e hai un tavolino pieghevole come quelli degli aeroplani. E ci si dorme malissimo.

E infatti non si è dormito neanche un po’

Marais
Il Marais è quell’area cittadina che si estende fra il 3° e il 4° Arrondissement, dove Arrondissement è come l’amministrazione parigina chiama i suoi quartieri. Ce ne sono venti e vengono contati a spirale dal centro. Quindi quando trovate un airbnb che sta nel diciottesimo arrondissement lo scartate convinti che sia lontanissimo, e invece per 45 soldi a notte potevate dormire nel quartiere dei pittori a Montmartre, stolti!

Noi stavamo nel Marais, appunto, a cinquanta metri da Place des Vosges, in un monolocale grande come il mio bagno dove se uno doveva fare la cacca l’altro usciva per non sentirsi come quando porti il cane a fare i suoi bisogni, che si spreme e intanto ti guarda.

Place des Vosges ospitava gli aristocratici e i nobili prima della Rivoluzione, ancora adesso è possibile visitare la casa di Victor Hugo e diversi edifici di un certo pregio estetico. Dopo la Rivoluzione di nobili non se ne trovavano più, e in piazza si sono trasferite le gallerie d’arte. Ce n’è una ogni due metri, tutte specializzate in quello che va di più oggi, l’arte contemporanea. E la street art: quando le cerchi su internet tutte le gallerie ospitano opere dei nomi più famosi, come Banksy o Obey. Poi ci vai e trovi una statuetta di Minni fucsia. Però sono divertenti, me ne sono girate tipo mille in uno spazio di dieci metri quadri.

Place des Vosges

Il resto del quartiere è tutto negozietti, boutique hipster che dopo la quarta scopri che vendono tutte gli stessi articoli, gli stessi gioielli, lo stesso modello di cappotto. Come i negozi etnici si servono da un unico fornitore thailandese così le boutique hipster parigine riempiono i loro scaffali coi prodotti di un’azienda coreana, di proprietà di un signore che ha studiato arte moderna e ha i baffi.

Nel Marais si trovano anche il grosso della comunità LGBT e di quella ebraica, ma entrano in contatto solo quando nel privè del cruising bar si scopre che uno dei due è circonciso.

La Tour Eiffel
Ci sono stato sopra la prima volta, da bambino, e ammetto che mi piacerebbe tornarci, che ho una fissa per i palazzi alti, sarà che sono rimasto dodicenne, ma da allora ogni volta che ci capito sotto è un incubo di gente, e desisto.

Oltretutto sembra che con gli anni vada sempre peggio.
Per dire, a me piace arrivarci dal Trocadero, il palazzo che ci sta di fronte: esci dalla metro, giri l’angolo e te la trovi davanti, tutta insieme. L’ultima volta che sono stato a Parigi l’effetto è stato quello, di sorpresa.
Adesso appena sali le scale e sbuchi in strada devi scavalcare una marea di ambulanti che coprono la strada di piccole torri di plastica con le lucine o ti vendono l’ombrello, e di turisti che contrattano o cercano di passare.
E ti saluto effetto sorpresa. In più giri l’angolo e c’è un muro di gente lungo tutta la balaustra e sulle scale, tutti col telefono in mano a farsi selfie. Io così tanta gente al Trocadero non ce l’avevo mai vista, ci sono rimasto male.

A questo punto molto meglio regalarsi il primo incontro con la Torre dal finestrino della metro: se prendi la 6 da Montparnasse passi sul ponte di Bir-Hakeim, e te la trovi accanto, vicinissima e solitaria.
Sotto lo stesso ponte, se siete di quelli come me che amano visitare le locations dei film, ci hanno girato una scena di Inception.

L’altro ottimo sistema per godersi la vista senza prendersi a spallate è scendere al fiume prima di attraversare il ponte: non c’è praticamente nessuno, e quando cala il sole le luci della struttura si riflettono nell’acqua, regalandoti un’inarrivabile atmosfera da limoni.

Dopo un po’ finisce per piacerti

Montmartre
Anche qui i turisti si sprecano, e anche in questo caso per delle attrazioni vabbè.
Vai a Pigalle, che è appena sotto la collina, e non c’è nessuno fino al tramonto, anche perché ci sono soltanto sexy shop e locali di striptease, finché non aprono cosa ci vai a fare? C’è qualcuno che fa le foto al Moulin Rouge, ma a quell’ora c’è sempre il camion davanti che scarica le bottiglie.
Sali un attimo per Rue Lepic, che sta proprio accanto al mulino, e sei in mezzo al set di Amélie, c’è il cafè Deux Moulins con una decina di fotografi davanti, perlopiù cinesi, e diversi negozi di chincaglierie. Sali ancora fino a Rue des Abbesses e turisti non ce n’è più, e neanche negozi di magneti da frigo. In fondo alla via c’è la stazione della metro più bella della città, ma questo ve l’ho già detto l’altra volta.
Saliamo ancora in Rue Tholozé, una stradina ripida che non offre nessuna attrattiva e infatti cosa ci saliamo a fare. Ci saliamo perché lì davanti, sulla collina, ben visibile dalla strada, si trova l’unico mulino che vale la pena ricordare, quello che si chiama Radet, ma che tutti conoscono come Le Moulin de la Galette. Quello dei quadri di Renoir e Van Gogh.
A quel punto puoi continuare a salire o tornare indietro e prendere un’altra strada, ma tanto lo sappiamo che arriverai in cima, alla piazzetta dei pittori. È lì che vanno tutti i turisti, non ci si scappa. E loro, i fetenti, lo sanno. Tutti lì li trovi, quelli bravi e originali che vorrebbero vivere del proprio talento e gli altri, che sono la maggior parte, che ti propinano le solite caricature, i ritratti, i paesaggi coi colori sparati che fanno un casino alternativo, e le stesse crostone tutte uguali che ritrovo ogni volta che scendo giù per Via San Lorenzo, a Genova.

L’altra grossa attrazione del quartiere è la chiesa, le Sacré-Coeur, con le sue cupole bianche e la pianta a croce greca, nonostante non sia niente di speciale. Ma ha una forma particolare, da chiesetta disneyana, e sta in cima a un monte da cui si gode di una bella vista di Parigi, e poi non sottovalutiamo che ha la parola “cuore” nel nome, c’è ben più del necessario per farla diventare oggetto di interesse per i turisti di tutto il mondo. Per questo oggi ci sono anche truppe di ambulanti che ti vendono i lucchetti a forma di cuore da appiccicare alla ringhiera, come se non ce ne fossero già abbastanza di cazzate e di coglioni che le seguono, puttana la loro mamma.

Altro set, ma del tutto ignorato dai turisti nonostante i richiami al film siano ovunque

Green Tea House
Un piccolo ristorante vietnamita in una delle mille traverse di Champs Élisées, ma se vuoi sapere dov’è di preciso puoi cercarlo su google.
Gestito da una coppia dove lui cucina e lei sta al banco e serve i tavoli, che sono quattro, è il posto migliore che ho trovato in città per mangiare il pho, la zuppa con gli spaghetti e la verdura che cucinano in ogni Paese dell’estremo oriente, ognuno a modo suo. Per esempio i cinesi fanno il tanmian, che per un vietnamita è una roba completamente diversa, ma per me è un’altra zuppa con gli spaghetti e la verdura. Capire le culture diverse dalla nostra è più difficile di quanto si creda.
Non che questo vi autorizzi a sputarci sopra, teste di cazzo.
Comunque i prezzi sono contenuti, che per Parigi è raro, e la qualità notevole. Due giorni dopo abbiamo provato un altro vietnamita vicino a casa, scrauso nell’aspetto e tremendo nel sapore. Non vi dico come si chiama, ma sta vicino a una pasticceria ebraica.

Louvre
Il biglietto costa 17 euri, e ci sta, che ti permette di entrare nel museo più grande del mondo, però sarebbe meglio farlo online, perché la coda alla biglietteria è la più lunga del mondo, e già visitare tutto il museo richiede qualche ora, perché perderne altrettante fuori al freddo?
E già che ci siamo, quando dovete entrare non è necessario farlo attraverso la piramide di vetro che sta al centro, potete usare una qualunque delle entrate laterali. Quella meno affollata si dice essere la Porte des Lions, che se vi trovate con la piramide davanti e il giardino dietro si trova alla vostra destra, in fondo alla lunga ala dell’edificio. Ci sono due leoni all’ingresso, dai, non è difficile.
Quando ci siamo entrati noi erano le cinque, e non c’era nessuno. Nel vero senso della parola, nessuno, né gente che entrava né impiegati del museo a controllarti il biglietto. Solo un addetto al metal detector, che ti mette lo zaino sul nastro e ti passa la paletta addosso. Superato quello ci siamo trovati dentro il museo, coi visitatori che andavano in bagno e quelli fermi sulle scale a capire dove sta Monnalisa (sta lì vicino, peraltro). Vabbè, ce lo controlleranno più avanti. No, quello è un quadro, i quadri stanno dentro il museo, quindi noi stiamo dentro il museo coi quadri, nessuno ci ha controllato i biglietti, abbiamo speso 34 soldi per niente. Abbiamo aiutato il museo, mettila così.

Le opere all’interno non c’è bisogno che ve le descriva, uno entra al Louvre anche solo per godersi i corridoi con le tele gigantesche appese.

Bonvivant
Un café nel Quartiere Latino, incontrato per caso e scelto senza fare troppa attenzione. Ci è andata bene, l’arredo è moderno, in legno chiaro, accogliente, e il personale è giovane e sorride a tutti. Le porzioni sono proporzionate al prezzo, che è proporzionato alla città. Insomma, costa un botto, ma almeno mangi. E mangi bene, devo dire. All’uscita abbiamo scoperto che il locale è consigliato dalla guida Michelin. Ah ecco perché.

Institut du Monde Arabe
Sta vicino al locale di cui sopra, in fondo alla via, e nel mezzo ci sono un casino di fumetterie, quindi per arrivarci ti ci vuole mezza giornata. Non so molto di questo posto, ci sono entrato perché avevo appuntamento lì fuori con una coppia di amici e faceva freddissimo. Ha una terrazza panoramica all’ultimo piano da cui vedi Notre-Dame, e una libreria che non ho avuto tempo di esplorare, ma sembrava ricca. C’è anche uno spazio in cui si organizzano mostre multimediali, mentre eravamo lì ce n’era una che presentava una ricostruzione virtuale di Palmira.

Musèe d’Orsay
Credo di avere già detto tutto altre volte, prima la coda eterna la evitavi comprando il biglietto online, adesso ti becchi la coda eterna di chi ha comprato il biglietto online. C’è sempre il chiosco di fronte all’entrata dove puoi comprarlo sul momento allo stesso prezzo, e senza aspettare, ma poi l’ingresso è comunque soggetto ad attese che ci sta dentro comodo un paio di episodi della vostra serie TV preferita.
Una delle guardie, molto scortese, ha attaccato a gridare a un signore che chiedeva informazioni, e non si sono menati perché è arrivato il suo capo e l’ha allontanato, ma se il tuo lavoro è avere a che fare con la folla e la tua attitudine è quella di menare chi ti fa domande con insistenza forse dovresti cercarti un altro lavoro. Tipo l’ultras allo stadio.
Che altro posso dirvi di uno dei musei più visitati al mondo? Che il guardaroba è veloce e gratuito, lasciateci la giacca, ne vale la pena.

Centre Pompidou
Un altro museo enorme, una struttura di tubi colorati che giace in mezzo alle case con l’armonia di un gatto sdraiato nel presepe. Qui la coda per entrare è lunghissima, ma solo se vai a vedere la mostra dei Cubisti al primo piano, o se non hai già comprato il biglietto. Noi figli del digitale, come al solito, ce lo siamo fatto online, così entriamo subito e ci troviamo a condividere lo stesso atrio con quelli dell’altro ingresso. E alla biglietteria non c’è nessuno. Io davvero boh.

L’esposizione permanente del Centro Pompidou copre tutto il periodo dal Fauvismo all’arte contemporanea, perciò andrebbe visitato subito dopo quello degli Impressionisti di cui ho parlato prima. Sia la permanente che la mostra sui Cubisti sono esaustive, con grossi pannelli informativi a spiegarti i chi e i perché, e qualche opera apparentemente scollegata a fornire le note a piè di pagina. Tipo una grossa vetrina piena di maschere africane per introdurre una sezione dedicata a Picasso, cose così.

All’ultimo piano c’è un ristorante in cui mio padre mi ha portato durante la mia prima visita in città. Era un buffet, costava poco e ti davano un casino da mangiare, e ci andavamo tutti i giorni, a farci delle piattate di qualcosa che non ricordo ma aveva le salsine sopra e a guardare la città, che da lassù se ne vede un sacco. Oggi c’è ancora un ristorante, ma decisamente più raffinato, e sulla terrazza a guardare la città non ci siamo stati perché faceva un freddo che ti gelavano anche le bestemmie.

Fuori dal Centro Pompidou ho da segnalare due cose interessanti: una è un piccolo negozio di falafel, Falafel du Liban, sta alla fine di Rue Rambuteau, a cinquanta metri dal museo. È piccolo, con due tavoli se vuoi stare dentro, e prepara la shawarma più buona che ho mai mangiato.
L’altra nota a margine è Banksy. Il più famoso street artist al mondo ogni tanto compare con qualche opera nuova, in giro per il pianeta, e inizia la caccia: i giornali ne parlano, la gente va a vederlo, il proprietario del muro su cui è comparsa lo rimuove per rivenderselo a cifre paurose o gli altri artisti lo vandalizzano. L’anno scorso, alla fine di giugno, nove suoi disegni sono comparsi in città. Fosse stato per me li avrei scovati tutti e nove, ma non viaggiavo da solo, e la mia fidanzata aveva altre priorità, essendo la sua prima volta nella capitale francese. Mi sono accontentato di quello appena fuori dal Centro Pompidou, su un pannello nella stessa Rue Rambuteau di prima.

sì, quello che tiene in mezzo alle gambe è il suo grosso arnese

Cimitero di Père Lachaise
Ogni volta che vado a Parigi faccio un giro dei cimiteri, ma se sono stato tre volte in questo non mi è mai capitato di entrare in quello di Montparnasse. Stavolta la mia visita è breve, assecondo i desideri confusi di Shasha, convinta chissà perché che i cimiteri debbano essere tutti pianeggianti, e che in dieci minuti ti giri tombe dove chissà, magari la celebrità che la occupa ti fa pure un autografo. Quando scopre che non ci sono cartelli e grosse frecce luminose a indicare il sepolcro che ti interessa perde rapidamente interesse nel luogo e decide di avere visto abbastanza. Il vantaggio di stare con una ragazza cinese è che difficilmente vorrà farsi un selfie sulla tomba di Jim Morrison. A me va benissimo, che la meta successiva è un posto dove non sono mai stato, Belleville.

Belleville
Premetto che, da lettore di Pennac, ho un sacco di ottime ragioni per visitare questo quartiere ed emozionarmi davanti allo Zèbre, e che il tempo a disposizione è stato poco e non sono riuscito a godermi tutto quello che il quartiere offriva, e quindi ahimè dovrò tornarci.
Belleville appare come un quartiere periferico, ha poco in comune con le aree del centro, coi palazzi eleganti e i lampioni art-déco; sembra più uno di quei posti dove loschi personaggi stazionano sul marciapiede e ti fanno venire voglia di attraversare la strada. È abitato praticamente solo da cinesi e da arabi, che si dividono le strade in modo deciso, come si può capire dalle insegne dei negozi.

Ma allora uno cosa ci dovrebbe andare a fare?
Beh, intanto ci sono parecchi graffiti sui muri, un po’ ovunque, se hai tempo e voglia puoi metterti a cercare il tuo artista preferito, capace che lo trovi. Banksy non credo che ci sia, comunque. Invader sì, ma lui è dappertutto in città.
Poi potresti andarci proprio per respirare questa commistione di etnie, che in Francia è abbastanza comune, ma a Belleville è piuttosto intensa; e poi c’è sempre la questione Pennac, se hai letto la saga della famiglia Malaussène non c’è bisogno che ti convinca, probabilmente Belleville era già nella tua lista.

In ogni caso, dovesse capitarti di trovarti lì all’ora di pranzo (credo valga anche per la cena), ti consiglio caldamente di fermarti al Le Tais, un ristorante marocchino dalla sala piccola e dai piatti giganti. È sempre affollatissimo, ma a quanto pare l’attesa per un tavolo non è lunga, e in poco tempo ti siedi in braccio a qualche altro avventore e ti godi un pranzo più che dignitoso. Io a Belleville ci tornerei solo per quel ristorante lì, anche se poi dovrei tenermi la voglia di provare quel cinese sulla strada per il parco, che sembrava interessante, e allora dovrei tornarci una terza volta, e insomma, andare a mangiare con regolarità a Belleville potrebbe risultare dispendioso, meglio trovare qualcosa di analogo a Genova, anche se è più difficile.

Gilets Jaunes
Li ho incontrati sotto l’Arc de Triomphe, di cui non vi dico niente perché cosa vuoi dire di un arco gigante in mezzo a una piazza rotonda da cui si dipanano diversi viali pieni di centri commerciali e negozi costosi? Chiaro che se vi dicessi qualcosa vi parlerei dei centri commerciali, tipo le Galeries Lafayettes dove varrebbe la pena entrare più per la grande cupola colorata che per il negozio in sé, o il Printemps, che ti permette di salire alla terrazza panoramica, o il fatto che a natale entrambi espongono una serie di vetrine meccanizzate piene di buffi animali che fanno cose, non come quelle scrause del presepe sotto casa che al massimo c’è il bue che fa girare la macina del mulino, e alla fine non vi racconterei niente dell’Arco in sé, perché alla fine cosa vuoi dire di un aggeggio così ingombrante costruito solo per celebrare una vittoria militare? Che ci puoi andare sopra, e dicono che ne valga la pena, e che ad avvicinarsi ci sono dei bassorilievi che uno potrebbe mettersi lì e raccontarti, ma mi viene già sonno così, quindi vi parlo dei tizi che ci stavano sotto, all’Arco, sul marciapiede da cui sono sbucato arrivando con la metropolitana.

Erano una decina, e indossavano la casacca gialla che tieni in macchina in caso ti capiti di scendere in autostrada per cambiare una gomma e non ti vada granché a genio di farti investire da qualche camion. C’era anche un muletto, uno di quei carrelli elevatori che si usano nelle aziende, parcheggiato lì vicino. Era quello, ho scoperto dopo, con cui alcuni manifestanti avevano sfondato un portone di qualche ufficio ministeriale quello stesso giorno. Non mi è chiaro come fosse arrivato lì senza che il guidatore venisse arrestato, considerato che a fronteggiare la decina di manifestanti c’era qualcosa come cinquanta poliziotti in antisommossa.
Non sembrava una situazione pericolosa, c’erano più turisti che manifestanti, e uno dei poliziotti che teneva un cannone a tracolla si faceva le foto con delle ragazze orientali. Sono andato a chiedergli se era previsto l’arrivo della grossa manifestazione di quel giorno, e mi ha risposto di sì.
Era sabato, e tutti i sabati a Parigi c’è una grossa manifestazione di Gilets Jaunes che va a finire sotto l’Arc de Triomphe. All’inizio raccoglieva moltissimi francesi incazzati, ma col tempo (siamo già intorno alla decima manifestazione) il numero si è ridotto, anche grazie ad alcune concessioni del governo che hanno accontentato una parte delle richieste, e oramai a scendere in strada sono rimasti gli irriducibili che chiedono le dimissioni del presidente Macron.
Sono arrivati dopo poco, saranno stati due-trecento. Non ci ho capito molto, ho visto cartelli con slogan contro l’Europa, cazzate populiste che vanno tantissimo anche qui, e a girarci in mezzo mi sono sembrati gli stessi irriducibili che incontravo la domenica allo stadio, con le stesse armi di fortuna e le facce coperte, e gli stessi riti di sfida agli agenti che stanno dall’altra parte. Tre tizi vicino a dove stavo si spronavano l’un l’altro ad andare a fare casino. “On va à casser?”, si dicevano. I poliziotti, per non deludere i tanti turisti arrivati fin lì, hanno fatto due manovre avanti-indietro-avanti, fai la giravolta-falla un’altra volta e hanno lanciato due lacrimogeni sui facinorosi, che nel frattempo avevano dato fuoco a qualcosa là davanti. Teatro, niente di più. Non ci sono state cariche, incidenti, situazioni pericolose, dopo un po’ i turisti si sono dispersi e con essi anche la ragione principale di tutto quel trambusto. Ciao, grazie a tutti, ci ritroviamo qui la settimana prossima alla stessa ora.

meh

La mattina dopo, sotto casa, ci siamo imbattuti in un altro corteo, stavolta erano studenti, e si sono limitati a cantare le loro canzoni senza troppo disturbo.

Non ho ben chiaro cosa sia questo movimento, ma credo di aver capito che in Italia non abbiamo capito niente e cerchiamo tutti quanti di appiccicargli un’etichetta e tirarli dalla nostra parte, qualunque essa sia. In realtà sono semplicemente francesi, gente abituata a scendere in strada e fare casino quando vogliono qualcosa, e quest’abitudine non sta a destra o a sinistra, è trasversale. La cosa più vicina che abbiamo qui è il tifo per la Nazionale di calcio, per forza non li capiamo.

Poi non voglio andare oltre perché sono abbastanza sicuro di avere detto delle idiozie e non mi sembra il caso di peggiorare la mia già scarsa immagine pubblica. Non parlo di quello che non conosco, se posso evitarlo. Se volete aggiungere qualcosa voi i commenti sono qui sotto, sarò felice di leggerli.

Cina, agosto 2018 (11/12) – Truffa, fuffa e polizia

Lunedì 20

Mi alzo quando lo decido io, e mezza giornata è già andata. Vado a piedi fino all’hotel di Shasha, così da arrivarci intorno all’ora di pranzo, che trascorriamo in uno dei ristoranti giapponesi del mall, seduti a una grossa tavolata di impiegati. Mangiamo anche piuttosto bene, per essere un locale da pausa pranzo.

Per digerire la mappazza mi faccio prestare la bici e cerco di raggiungere il quartiere di Chaoyang, dove si trova la sede della televisione, il famoso Palazzo Mutandoni. Proprio di fronte si sta costruendo una torre nuova, che dovrebbe diventare la più alta della città, e secondo il francese che viveva nell’altra stanza dovrebbe già essere visitabile, lui c’è stato e racconta di viste memorabili dalla terrazza panoramica.

Faccio un bel giro, passo davanti a un edificio senza finestre che ospita un ministero, supero la via delle residenze diplomatiche, dove ogni villetta è protetta dalla polizia e da cancelli antisfondamento, e se sei il fattorino che consegna la pizza ogni volta è un dramma.

Mi fermo per una bibita ristoratrice al Galaxy Soho, che fra tutti i mall di Pechino è il più figo, anche se i suoi addetti alla sicurezza non sanno scrivere “security” e sfoggiano grossi errori di ortografia sul giubbotto.

Cetamente

Il palazzo che voglio visitare è circondato da un cantiere, l’ampio ingresso è sbarrato da una palizzata. Non solo è chiuso, non ne è prevista l’apertura prima del 2019. Mi pento di non avergli mangiato tutta la marmellata, a quel fanfarone coi baffi.

Neanche Mutandoni è visitabile, a quanto capisco dai gesti della guardia che ci sta davanti. Ma non parliamo la stessa lingua, chissà cosa ci siamo detti.

Vabbè, torno indietro, tanto la bici è divertente da usare, e mi faccio tutto il viale, lo stesso che poi arriva a Tiānānmén, con uno scatto da rapinatore in fuga.

A sorpresa e mettendo a repentaglio la mia stessa incolumità scarto a sinistra, giù per Chongwenmen, fino al Glory Mall: il demone dello sport mi ha ormai posseduto, e la bici non mi basta più. Compro un paio di scarpe da corsa di una marca cinese che va per la maggiore.

Nei miei sogni perversi mi alzo un’ora prima tutte le mattine per correre, e in breve ritrovo la tonicità dei miei vent’anni.

Le proverei appena arrivato a casa, ma ho da preparare la cena, e mandare via Gordon Ramsey, che si aggira ancora per la cucina in attesa degli avanzi.

Mutandoni ha un fascino che voi che non avete mai giocato a Tetris non potete capire

Martedì 21

Prima ancora di fare colazione indosso le scarpe nuove e scendo in strada, carico come l’orsetto delle duracell. Per essere la prima volta che corro in dieci anni non me la cavo male, percorro l’intero isolato (un chilometro, più o meno) in meno di due ore, e quando rientro in casa sono ancora vivo e cosciente. Alive and kickin’, direbbero i Simple Minds, ma riferendosi alla mia milza.

Mi butto sul letto aspettando di morire, e mi rialzo solo per raggiungere a pranzo l’altra metà della coppia. Nonostante ogni muscolo del mio corpo sembri yogurt sono soddisfatto dell’impresa eroica appena compiuta, e per premiarmi faccio una cosa che non avevo ancora fatto prima, ma che desideravo da un po’: mi fermo a comprare da un negozietto che si affaccia sulla strada, dietro la stazione della metro. È un buco composto da una cucina in cui lavora un tizio e una finestrella da cui una signora vende i suoi prodotti. Fanno ravioli, baozi, e delle focaccette ripiene di carne che sembrano invitanti, i xiàn bǐng (馅饼)

Ne chiedo una, mi dice quattro. Faccio per darle quaranta, e lei ripete “no no, quattro”. Questa vende focaccette di carne per cinquanta centesimi l’una. Non sono enormi, sono più o meno della dimensione di una pizzetta, ma cinquanta centesimi? Voglio venire a vivere qui.

Naturalmente il negozietto della signora diventerà una meta obbligata ogni mattina dopo la corsa e la colazione.

Superato il pranzo in uno dei ristoranti del mall andiamo a Chaoyang, perché Shasha ne ha per le balle di stare in ufficio e decide di inventarsi una missione in città. Che la mia ragazza marini il lavoro per stare con me mi fa una tenerezza che mi lascia disarmato, ma proprio Chaoyang che non c’è un cazzo? Non potevamo andare a Sanlitun? Vabbè.

Finiamo a girare per l’ennesimo mall, figo quanto vuoi, ma praticamente deserto. Mi chiedo, ma in tutti questi enormi centri commerciali la gente ci va? Ci compra? Quelli che si affacciano su Wangfujing sono sempre affollati, ma quella è un’area molto turistica, ci sta. Qui non c’è anima viva. Poi penso che è martedì, durante l’orario di lavoro, e che i negozi sono di fascia piuttosto alta: si vede che in un quartiere di uffici come questo quando i dipendenti staccano preferiscono andarsi a spendere i lauti stipendi piuttosto che tornare a casa. Oppure non ho capito come funziona l’economia cinese, e mi sembra più probabile.

Prima di andare via ci prendiamo un gelato grattugiato da IceMonster, pubblicizzato come uno dei migliori dieci gelati al mondo. Avessero detto della Cina avrei potuto crederci, ma così si guadagnano un enorme SEH!

Ice Monster’s monster

Si tratta di una montagna (letteralmente) di ghiaccio tritato e cosparso di succo, adornato con pezzi di frutta sciroppata e accompagnato da una bevanda, magari non avessi ingurgitato abbastanza liquidi così. Non è male, specie se lo mangi in una città dove il pavimento si scioglie per il caldo e l’umidità non ti lascia respirare, ma il gelato du caruggiu non ha rivali.

Mercoledì 22 agosto

La bici di Shasha ha un pedale rotto. Ne compriamo un paio online pagandoli cifre ridicole e quando arrivano mi attrezzo per sostituirlo.

Per prima cosa vado dal ferramenta sotto casa e provo a spiegargli che mi serve una chiave inglese del 10. Non avendo idea di come spiegarglielo senza imparare a memoria una frase lunga e complicata (che poi credo che “chiave inglese del 10” si dica Shí hào bānshǒu , 十号扳手, ma non sono sicuro) mi esibisco nel gesto internazionale della chiave inglese, facendo una c con pollice e indice e muovendola come se stringessi un dado. Si vede che in cinese questo gesto significa “sono alla ricerca di qualcuno che mi dilati l’orifizio posteriore”, perché il ferramenta mi guarda schifato, mi tira la chiave e si allontana.

Aggiusto la bici e torno ad avventurarmi per le vie della città.

Ora vorrei aprire una parentesi e dedicarmi a un problema che ritengo angosciante per me e per tutti quelli che si trovano in vacanza lontano da casa: i regali.

Perché dobbiamo fare i regali a tutti quando torniamo da un viaggio? Cos’è, Natale? Da un po’ di tempo se non porto indietro qualcosa dalle vacanze mi sento in colpa, come se dovessi dimostrare a delle persone che anche se mi trovavo lontano stavo pensando a loro. E invece no, non è vero che ci ho pensato, uno va in vacanza proprio per pensare ad altro, sennò venivo a stare tre settimane a casa vostra, no?

Se fosse per me mi comporterei come a natale, che non regalo un cazzo a nessuno, ma quegli stronzi dei miei amici mi portano sempre qualcosa dai loro viaggi, e mi fanno sentire una merda.

Non si tratta di una questione economica, figurati se sto a micragnare per un amico con tutto quello che butto via in cazzate, il mio problema grosso è che il più delle volte non so proprio cosa cazzo comprare.

Quest’anno sono stato via tre settimane, durante le quali il mio gatto è stato accudito da mia madre e mia sorella. Tutti i giorni gli davano da mangiare, gli pulivano la cassetta e giocavano con lui. Sdebitarmi mi pareva il minimo, e se con mia sorella è abbastanza facile, dato che ha due bambini e trovare qualcosa che piaccia a loro è indubbiamente più semplice, fare il regalo giusto a mia madre è stato un casino. Anche perché applicare la stessa proprietà transitiva che adotto con mia sorella e comprare qualcosa a suo figlio sarebbe da stronzi egoisti.

E aggiungi anche i miei amici, che oltretutto non hanno figli e spesso neanche una moglie. E mio padre che, bontà sua, mi ha chiesto una cosa specifica, ma mi ha chiesto un colbacco, e io dove cazzo lo trovo un colbacco ad agosto?

A me fare i regali mette ansia, sempre. E quando sono in vacanza mi obbliga a pensarci per giorni, e soprattutto ad avventurarmi in posti da cui normalmente mi terrei alla larga.

È con questo spirito che quel mercoledì ho varcato l’ingresso di Inculopoli, il mercato dei falsoni di Silk Street, dove l’unico modo per concludere un buon affare è andarsene senza comprare niente.

Luoghi da cui tenersi lontanissimi

Quando si affrontano certi rischi è fondamentale avere un piano a cui attenersi con precisione maniacale, ogni gesto improvvisato può portare a risultati catastrofici. E io ce l’avevo un piano: andare diretto al reparto giocattoli e comprare un orrendo pupazzetto che mi era stato commissionato da mia nipote. Cosa mai poteva andare storto?

Quindi entro, attraverso abbigliamento con la cera nelle orecchie per non farmi irretire dal canto suadente delle commesse e dei loro “hey sir!”; camicie da uomo mi tenta tre volte, mostrandomi un sasso che dovrebbe diventare uno splendido modello a righe, poi mostrandomi feste eleganti in cui farei un figurone con la mia nuova camicia senza colletto, e infine pregandomi di comprare qualcosa sennò non sa come dar da mangiare ai suoi figli; e quando calzature mi offre le mie sneakers preferite a un prezzo da elemosina sento come una perturbazione nella Forza, come se milioni di voci gridassero terrorizzate e a un tratto si fossero zittite, ma è solo un attimo, e riesco a superare incolume anche questa prova.

Giungo ancora integro nell’animo e nel portafogli al cospetto di Giocattoli, e affronto il suo guardiano, la Commessa di Lerna dalle nove teste, ognuna fa un prezzo diverso, e quando ne zittisci una ne nasce subito un’altra che prende il suo posto e ti applica un ulteriore 10%.

Vuole duecentocinquanta soldi, ma la mia fermezza è inattaccabile, e per il corrispettivo di dodici euri mi porto a casa un orrore di plasticaccia che mio padre al mercato lo pigliava in omaggio insieme a un topolino da due soldi.

Nonostante la palese fregatura mi sento vittorioso, e nella mia testa parte un film bellissimo in cui torno a casa con due borse piene di ogni genere di preziosità, Shasha mi chiede dove le ho comprate, io dico Silk Street e lei fa la faccia della bionda nella doccia in Psycho, e io per rassicurarla poso le borse e le vado vicino col dito sotto il suo mento, e dico “un tizio apre la porta e gli sparano e tu pensi che quello sia io? No cara, io sono quello che bussa!”, ma neanche nel mio bellissimo film mentale Shasha coglie la citazione, c’è poco da fare, se ti metti con una cinese che ha la metà dei tuoi anni certe affinità culturali te le puoi scordare.

Mi sento così sicuro di me stesso che devio dal piano originale e vado a comprarmi un portafogli nuovo.

“Monblòn?”, mi chiede la signora.

“Wallet”, ripeto, pensando che non parli inglese.

Con aria cospiratrice, guardandosi intorno per accertarsi che nessuno ci stia spiando, apre un cassetto chiuso a chiave. È pieno di portafogli allineati uno contro l’altro, senza una scatola, pelle contro pelle come in un porno. Ne tira fuori due, me li mostra. Dentro c’è scritto Mont Blanc. Per dimostrarmi che sono fatti di pelle vera passa sotto il primo la fiamma dell’accendino. “Originale, pelle vera! Alta qualità!”.

Non m’interessa un prodotto costoso, voglio solo un portafogli intero, e per farle capire come sono abituato ad andare in giro le mostro quello che ho in tasca. È così malridotto che se avesse le gambe reciterebbe in The Walking Dead.

“Investire nella qualità!”, insiste lei, citando le parole del filosofo cinese ChāoShì (超市).

“Vabbè, quanto vuoi?”, chiedo, più per parlare che per reale interesse, ma ormai il demone dell’acquisto ha arrotolato le sue spire intorno alle mie caviglie, e si sta arrampicando su per le cosce restituendomi fremiti di gelida aspettativa. Non posso più sfuggire, me la devo giocare meglio che posso.

“880 soldi”, spara. Che sono 110 euri.

“Ma tu sei fuori! È lo stesso prezzo che mi hanno chiesto ieri al negozio della Camper all’Oriental Plaza! Ciao!”

Mi acchiappa veloce per un braccio, e sottovoce, perché non ci sentano le spie del governo che chiaramente stanno acquattate dietro gli scaffali, mi chiede quanto sono disposto a spendere.

Vi risparmio tutta la contrattazione, perché è stata lunga ed estenuante, ad un certo punto io ho offerto “Dodici euro e ti insegno un trucco per finire GTA5”, e lei ha rilanciato con “Quaranta euro e il contatto WeChat di mia figlia”. In conclusione mi sono portato a casa un Mont Blanc “originale ma senza custodia né garanzia” per venticinque euri, più i complimenti della signora per avere condotto la trattativa in modo esemplare.

Quindi mi hanno fregato due volte, e la cosa peggiore è che mi sento anche un mago della finanza. Un po’ come se il tuo governo ti trascinasse in bancarotta facendoti credere che ti sta liberando da tutti i lacci in cui eri stato incastrato dalle legislature precedenti, sono così convinto delle mie abilità che immagino di tornare in Italia e aprire una società per vendere in borsa titoli spazzatura, poi distruggo una lamborghini strafatto di quaalude.

Se me ne andassi ora chiuderei con un danno contenuto e qualche soddisfazione, ma il destino ha in serbo un’ultima amara sorpresa.

Accanto all’uscita c’è un negozio che vende tè. Conosco il marchio, è Wu Yu Tai, ci abbiamo comprato a natale, è affidabile, e in questo punto vendita di sicuro parlano inglese.

Non guardo neanche i prezzi, mi faccio consigliare, non calcolo i cambi. Prendo cinque bustine da 50 grammi, e la commessa mi regala una zolletta di un’altra qualità.

Il dubbio mi viene solo dopo, mentre sono in bici sulla via di casa. Mi fermo, prendo il telefono e calcolo la spesa nella mia valuta.

57 euro. Ho speso 57 euro per due etti e mezzo di tè. Non sono un coglione, quando i coglioni mi incontrano si inchinano e mi chiamano sua maestà.

Mi prende la carogna, vorrei tornare indietro e farmi ridare i soldi, ma non credo che otterrei granché, non so se esiste il diritto di recesso in un paese dove i diritti sono barzellette raccontate a cena dai funzionari di partito. Ancora oggi, quando lo racconto, lo sento bruciare come se mi avessero marchiato a fuoco sulla spalla la A di Astronzo.

Torno a casa, posteggio la bici e vado a comprare qualcosa al supermercato, almeno lì non devo contrattare e non mi fregano, poi salgo e chiamo Shasha.

“Sei stato a Silk Street? Quanto ti sei fatto fregare stavolta?”

“Aspetta, ti mostro. Dov’è il sacchetto? Oh cazzo, l’ho lasciato appeso alla bici! Ti richiamo!”

Con tutto quello che ho speso ci manca solo che me lo faccia pure fregare. Corro giù per le scale come una slavina e tracimo nel piazzale. Il sacchetto è ancora lì.

C’è anche un uomo con la maglietta nera e la scritta police che mi chiede chi sono.

Non so come capisco subito che non si tratta di un fan della band di Sting, e che non parla inglese.

Col sacchetto della spesa in mano gli spiego a gesti che non ho il portafogli con me, cioè, ce l’ho, e l’ho pure strapagato per essere un falso, cosa per la quale dovrebbe essere a Silk Street ad arrestare commercianti truffaldini invece che qui a verificare le mie generalità, ma anche se ho il portafogli non ho i documenti, quelli sono in casa, per cui se mi lascia salire un momento poso la spesa che dentro ci sono anche due gelati e vorrei riuscire a mangiarli senza doverli leccare dal fondo della borsa, e recupero sia il passaporto che il telefono, col quale posso chiamare la mia fidanzata , che lei sì, parla cinese, e gli spiegherà chi sono e cosa ci faccio qui.

Non capisce, e ferma una signora con un bambino di sei anni che stanno tornando a casa. Si vede che li conosce, perché chiede al bambino di tradurre quello che sto dicendo. Il bambino va in crisi quasi immediatamente.

Nel frattempo io salgo e recupero passaporto e telefono, con cui chiamo la mia interprete. Il poliziotto esamina il mio passaporto e non capisce cosa voglia dire APR. Gli dico aprile, glielo dico in cinese, quello so dirlo, ma ancora non sembra capire. Passa il documento al bambino, che chiaramente non sa che farsene, essendo scritto in italiano, e lo dà alla madre.

In questo momento il mio futuro è nelle mani di una casalinga di Pechino, che sfoglia il mio passaporto con la determinazione di chi sogna di ricevere un encomio dal Presidente Xi per avere smascherato una spia occidentale.

Che una sconosciuta vicina di casa spulci nel mio passaporto mi fa girare parecchio i coglioni, e vorrei strapparglielo di mano, ma cerco di essere accomodante finché non capisco cosa succede. È il problema di dover dipendere da un visto per entrare nel Paese, ti rende prono ad abusi a cui non puoi permetterti di reagire. Pensateci la prossima volta che vi viene voglia di maltrattare l’ambulante in spiaggia, o fuori dal supermercato: non siete dei machos che fanno rispettare l’ordine, siete piuttosto dei codardi che se la prendono con qualcuno che, in una situazione di pari opportunità, vi piglierebbe legittimamente a calci in culo.

Vengo scortato in caserma, che per fortuna è proprio di fronte e, grazie alle spiegazioni di Shasha, arriviamo a chiarire la situazione: al mio arrivo avrei dovuto presentarmi in quest’ufficio per dichiarare la mia presenza e farmi rilasciare un modulo. Quello che ho compilato sull’aereo e consegnato alla dogana, e il visto che mi ha aperto la porta alla frontiera cinese non contano, serve anche questo foglietto bianco e azzurro.

Un po’ perché l’indomani partirò comunque, un po’ perché sono tre settimane che mi vedono gironzolare senza che abbia fatto niente per nascondermi, un po’ perché capiscono la situazione, decidono che non sono una spia, ma solo uno sprovveduto turista. Vedermi indossare ridicole magliette dei Monty Python facilita loro la decisione.

Mi lasciano andare promettendomi che se decidessi di tornare a Pechino non avrò problemi a farmi accettare il visto, a patto che vada subito a registrarmi a un ufficio di polizia.

Superato anche questo piccolo intoppo resta da affrontare il dramma vero, la mia ultima cena a Pechino.

Fosse per me inviterei Shasha e altri undici persone, sceglieremmo un ristorante con veranda dotato di un tavolo abbastanza lungo da poterci sedere tutti sullo stesso lato, e poi accuserei un commensale a caso di essere un traditore, ma non ce l’ho neanche in Italia undici amici.

Andiamo al barbecue coreano, un posto dove ti danno tanta carne che per ogni persona che si siede a tavola muore un vegano. È così porco che a confronto l’hotpot è la minestrina dell’ospedale.

Tutti i tavoli hanno un braciere nel mezzo, con una cappa appesa sopra, e la tua dotazione comprende, oltre alle abituali bacchette, un forchettone per muovere la carne, una paletta e un paio di grosse forbici.

tipo il cenone di capodanno ma con meno lenticchie

Il cibo viene consegnato a fette in grandi piatti, da cui lo metti a grigliare secondo il tuo gusto. Ogni tanto il cameriere torna e ti cambia la griglia, per evitare che annerisca. Se lo fa per una questione di igiene o perché il nero della brace cambierebbe il sapore alla pietanza non lo so, ma alla lunga mi rompe le balle che questo arriva, mi prende la fettina che sto arrostendo con tanto amore e me la sbatte su un mucchio di altra carne senza la minima cura.

Quando Shasha ordina al ristorante non ha affatto il senso della misura, e in quest’occasione non si smentisce: il cameriere prova per quattro volte a trovare un posto sul nostro tavolo, poi ci rinuncia e va a prendere un carrello.

Al momento di pagare il conto siamo finiti entrambi in cima alla lista dei ricercati della polizia vegana

Giovedì 23 agosto

Cosa c’è da dire dell’ultimo giorno? È il giorno della separazione, dell’attesa infinita, di tornare a parlarsi attraverso uno schermo, di non potersi toccare, di uscire vedere fare cose andare a cena sempre con qualcun altro, di fare progetti e non sapere se si realizzeranno, non sapere neanche se e quando ci rivedremo. Non si parla granché l’ultimo giorno, si guarda l’orologio e si aspetta l’ora di chiamare una macchina che mi porti all’aeroporto, sapendo che potrebbe essere l’ultima volta che ci vediamo, perché se ti negano il visto per venire qui abbiamo esaurito le opzioni, e non lo so se potremmo reggere un altro anno così.

Non c’è molto altro da raccontare, ci metto un’ora e mezza a consegnare il bagaglio perché tutti quelli davanti a me hanno la valigia troppo pesante, e la aprono e ne dividono il contenuto in altre borse più piccole lì davanti all’impiegata, fermando tutta la fila. E questo succede praticamente per ogni gruppo di cinesi che mi precede, probabilmente gente di ritorno al paesello in cui le regole per l’imbarco non le hanno mai lette.

Quando arriva il mio turno metto la valigia sul nastro, l’impiegata mi rilascia un foglio insieme al passaporto e me ne vado a cercare un wifi da cui iniziare il nuovo ciclo di conversazione a distanza con la ragazza che amo.

Ed è tutto.

Avrei delle considerazioni da fare in coda, su quel che ho capito dei cinesi, sul libro che sto leggendo a proposito della Rivoluzione Culturale, sui racconti di famiglia della mia fidanzata che si sposano con quelli dell’autore del libro, e su come tutto questo abbia una grossa influenza sulla Cina di oggi, tanto che senza tenerne conto si rischia di prendere grossi abbagli; avrei anche da raccontare a che punto siamo io e Shasha, come procede la nostra relazione a distanza (spoiler: mentre scrivo queste righe lei sta dormendo nella stanza accanto), ma credo che per il momento vada bene così. Mi riservo di concludere questo lungo racconto prima o poi, e lascio aperto il conto dei capitoli per alimentare i miei sensi di colpa, ma per il momento è tutto.

Fine.

Cina, agosto 2018 (10/12) – dentisti e vermoni

Venerdì 17 agosto

Non ho mai capito perché il venerdì 17 debba essere considerato un giorno sfortunato per qualcuno, mentre per altri è il 13. È pur sempre un venerdì, cosa ci può essere di brutto in un venerdì?
A meno che tu non sia il comandante della Costa Concordia, ovvio.

Il mio venerdì lo passo da solo, Shasha è tornata a lavorare, e sono senza idee su come spenderlo. Pechino offre ancora parecchie attrazioni, per esempio non ho ancora visitato il parco Beihai, o le due torri in mezzo all’hutong, ma devo ammettere che neanche me ne frega. Ho voglia di girare la città e guardare come vive, i miei interessi da turista li ho già soddisfatti tutti. E poi dopo ferragosto c’è pieno di comitive di italiani, e preferisco rimandare il più possibile il momento in cui dovrò vergognarmi di nuovo dei miei connazionali.

Sulla guida ho letto di un negozio di aquiloni in Shichahai, vicino al laghetto su cui si affacciano diversi ristoranti e locali parecchio turistici. È la stessa area del parco Beihai, fra l’altro, magari ci faccio un passo.

Per arrivare in zona la prendo larga e mi fermo a una libreria enorme non lontano daTiānānmén. Quella di Wangfujing è ben fornita, soprattutto di roba che non devi sfogliare, tipo giocattoli, miniature e strumenti musicali, ma in questo periodo ci stanno facendo dei lavori dentro, e alcuni piani sono chiusi; questa è ancora più grande, e vende veramente qualunque cosa, comprese le racchette da ping pong e le scarpe. Alla fine i libri sono la parte minore, e se sei interessato proprio in quell’articolo mi sa che è meglio se vai da PageOne.

Dopo avere ciondolato per un po’ nell’edificio raggiungo l’area del parco, e decido che fa un caldo fotonico, che il negozio non c’è (c’è, ma non lo trovo anche se ci passo davanti) e soprattutto che è già passato mezzogiorno e ho fame.

Passo davanti a un ristorante thailandese e butto un occhio al menu, piuttosto accattivante. C’è una pagina in particolare che mi attira, e non capisco come mai, visto che mostra un piatto di larve del bambù saltate in padella col peperoncino. Faccio un giro dalle parti del lago lì dietro per vedere se trovo qualcosa di meglio, ma devo essere passato dal lato dove non c’è niente, e dopo alcuni minuti sono di nuovo davanti alla pagina delle larve, e ho ancora più fame di prima.

Entro.

Ordino una padellata di larve, un’insalata di ananas e uno degli innumerevoli piatti con spaghetti e verdura che mi rendono la cucina asiatica tutta uguale.

L’ambiente è raffinato, ci sono due ragazze a un tavolo impegnate in una conversazione molto intensa, e un bambino al tavolo accanto che strilla mentre i genitori cercano di dargli da mangiare. Una delle due ragazze si gira spesso a fissare i vicini con quello che dovrebbe essere un eloquente sguardo d’odio, ma loro non lo considerano abbastanza eloquente e non si scusano né cambiano tavolo. Ci sono altre famiglie sedute qua e là, e ci sono due cameriere con la faccia antipatica, ma che in realtà si rivelano piuttosto cortesi e veloci nel servizio.

Le larve mi arrivano in un grazioso cestino di vimini, e per fortuna non si muovono, sennò non le avrei mica mangiate. Così invece non ne lascio neanche una. Sono poco saporite, sanno un po’ di nocciola, e hanno la consistenza del peperoncino quando lo togli dal forno e sembra fatto solo di buccia.

Me ne vado soddisfatto, anche se il conto è un po’ più elevato di quello a cui sono abituato.

È ancora presto per interpretare il perfetto uomo di casa che passa al supermercato e poi va a preparare la cena, e troppo tardi per andare a cercare altri negozi strani che poi tanto non troverei lo stesso.

Allungo la strada del ritorno fino a Chongwenmen e mi infilo nel Glory Mall, il grosso centro commerciale dove sono entrato una volta per cenare da un Genki, la scorsa vacanza.

Magari ci trovo qualcosa di interessante. L’idea è quella di cazzeggiare e magari trovare qualcosa di economico e abbastanza scemo da regalare agli amici. In realtà il posto perfetto per quel genere di acquisti sarebbe un mercato tipo Silk Street o Pearl Market, ma sono anche posti dove dei trattare sul prezzo, abilità del tutto assente dal mio curriculum. Di solito ci prendo delle fregature colossali, perciò mi ci tengo lontano.

Il Glory Mall è il classico centro commerciale con diversi livelli che si affacciano al centro, nel quale è stato allestito un palco. Il giorno in cui ci capito io si sta tenendo una specie di celebrazione del Giappone promossa da uno dei negozi del complesso, e sul palco due bamboccioni bianchi con la testa tonda cantano in playback quella che sembra la sigla di un cartone animato per adolescenti problematici. Il pubblico partecipa, scatta foto, sono quasi tutti adulti. A un piccolo stand accanto al palco due donne distribuiscono depliants per promuovere vacanze in Giappone.

Cercando informazioni per scrivere questo post ho scoperto che il 17 agosto 2018 in Giappone ricorreva il Tanabata, una festa tradizionale derivata da un’analoga celebrazione cinese, detta Qīxī. In pratica ci sono queste due stelle, Orihime e Hikoboshi (per noi Vega e Altair, due vertici del cosiddetto Triangolo Estivo), che si possono ritrovare solo il settimo giorno del settimo mese lunare, che non è quello solare che usiamo noi, e se sto a spiegarvi come funziona finiamo fra sei episodi invece che due, perciò vi rimando a questa pagina dove la signora Wiki sa essere molto più eloquente di me, e vado avanti.
Insomma, il Tanabata in Giappone va fortissimo, ed essendo considerata la Festa del Doppio Sette, anche in Cina ha un sacco di fans. Le date coi numeri uguali hanno un effetto particolare sui cinesi, mentre noi importiamo il Black Friday loro si spendono il patrimonio l’11 novembre per festeggiare i single, dato che Alibaba, il principale negozio online del Paese (il loro Amazon, per capirci), istituisce in quel giorno una massiccia campagna di promozione su moltissimi articoli.

Qīxī in Cina è come il nostro San Valentino, e chiaramente i negozi ci vanno giù pesante. Non ho capito chi siano i due faccioni, né perché sul cartellone accanto al palco ci sia scritto una cosa che potremmo tradurre con “Riguardo Huixi Tanabata”. Suppongo che in quel centro commerciale, all’interno delle celebrazioni per Qīxī, l’agenzia di viaggi giapponese abbia organizzato un evento per festeggiare l’analoga festa e invitare i pechinesi a comprarsi un pacchetto volo+hotel, ma vorrei saperne di più sui due pupazzoni bianchi. Se avete delle informazioni a riguardo fatemelo sapere, io intanto ignoro la festa e proseguo nella mia esplorazione.

Mi infilo in un’area dedicata allo sport e ai videogiochi. Ci sono postazioni dedicate alla realtà virtuale, sulle quali investirei volentieri un po’ di soldi, ma se la scazzatissima addetta mi spiega come indossare gli occhiali e i guanti, e soprattutto mi fa delle domande, io non so cosa rispondere.

Proseguo un po’ deluso, e finisco nel paradiso dello sportivo di città. Un ring su cui picchiare i tuoi amici secondo lo stile che più ti aggrada, una piattaforma dove tirare di scherma e una selezione di armi che sembra tirata fuori da Assassin’s Creed Black Flag, una saletta per il tiro con l’arco, e poi la figata: un tapis roulant inclinato per imparare a sciare.

A ogni postazione un insegnante è disponibile a impartire lezioni. Un sacco di bambini si stanno dedicando a diverse attività, o sono in coda in attesa del proprio turno di lezione.

E dai videogiochi nessuno, neanche qualche bulletto brufoloso. Che decadenza, madonna! Questa società è allo sfascio!

Sabato 18 agosto

La mattina di sabato accompagno Shasha dal dentista. Dovrebbe farsi togliere il dente del giudizio e ne è terrorizzata, e devo accompagnarla per evitare che salti l’appuntamento e si nasconda per un’ora nello studio del tizio lì vicino che insegna pianoforte: c’è un tizio che ha una vetrina e quando ci passi davanti lo trovi seduto a leggere il giornale da solo, o a leggerlo mentre un bambino si esercita al pianoforte contro la parete. Il cartello mostra anche altri strumenti, quindi immagino che sia in grado di leggere il giornale anche con un sottofondo di chitarra o di batteria.

A sentire la mia fidanzata non è certo che il medico la opererà, conta di impietosirlo con una scena madre che sta provando da giorni, e che prevede un lungo monologo molto intenso accompagnato da un violoncellista. Se non dovesse bastare giocherà la carta estrema: far togliere il dente del giudizio al violoncellista.

È interessante come lo studio presenti un’anticamera e un’area di lavoro separate solo da un vetro. Tranne per una banda opaca posta più o meno all’altezza di dove si trova la faccia del paziente sulla poltroncina, tutto il resto è visibile, perciò uno può starsene seduto in poltrona a godere degli spasmi di dolore del malcapitato di turno. O a farsi prendere dall’ansia se la visita successiva è la sua.

Per lenire la tensione e la noia il tavolino in sala d’attesa offre una discreta varietà di caramelle e barrette di cioccolata, che hanno il duplice scopo di mettere il paziente a proprio agio e procacciarsi nuovi clienti. Un po’ come se il parcheggio del gommista fosse disseminato di chiodi.

Appena arriviamo una delle assistenti accompagna Shasha nella stanza di vetro, mentre l’altra mi offre un tè caldo. Guardo la mia fidanzata giocarsi tutte le carte, dal buttarsi in ginocchio allo scagliare il violoncello contro la parete, con grande disappunto del musicista. È tutto inutile, bisogna estrarre il dente. Shasha viene accompagnata fuori dalla stanza e sparisce in una sala sul retro di cui ignoravo l’esistenza. Si vede che è lì dove si praticano le operazioni più serie. Lo capisco, in caso di incidenti è più facile occultare il cadavere se non ci sono testimoni.

Dopo un quarto d’ora riappaiono tutti, dentista, fidanzata e assistenti. Tranne la fidanzata sono tutti allegri e si sbracciano in saluti. Shasha no, lei sfoggia il muso delle grandi occasioni e si tiene una mano sulla bocca. Bene, se non altro non dovrò sentirla lamentarsi.

Torniamo a casa e niente, passiamo così il resto della giornata, con lei a letto a lanciare lunghi sordi muggiti di dolore e io a dispensarle tè freddo e parole di conforto.

Domenica 19

Shasha sta meglio, nel senso che non è morta durante la notte e il dente ha smesso di farle un male fottuto, passando a semplice dolore che ti tiene sveglia per ore. Per festeggiare propongo di andare a comprare del torrone, ma in Cina non si trova così facilmente, e in alternativa decidiamo di festeggiare andando a fare i matti al Museo Nazionale. C’è sempre quella mostra là, sull’arte degli aborigeni, che le interessa. Io appena sento aborigeni attacco a ripetere “Ma aboriggeno, ma io ettè, checcazzo se dovemo dì!” e giù a ridere. Shasha si domanda per l’ennesima volta cosa l’abbia fatta innamorare di me.

Quando esci dalla metropolitana di Tiānānmén hai sempre da affrontare una coda spaventosa per accedere alla piazza, non importa quale uscita prendi; anche quella davanti al palazzo del governo, la più lontana dal museo e dalla Città Proibita, è inavvicinabile senza sorbirsi ore di attesa per i documenti.

L’idea di andare al museo diventa subito pochissimo allettante, e mettiamo in pratica il piano B, andare da Page One.

Ci sono capitato spesso in questa libreria, molto più che nelle altre ben più grandi e vicine, perché ha un aspetto moderno e una selezione di titoli piuttosto recenti, oltre a un’ottima sezione dedicata all’arte e all’architettura, dovesse interessarvi quel genere di articoli. E ci si trovano anche dei fumetti, sebbene relegati in “letteratura per bambini”. Molte delle persone che la visitano lo fanno proprio perché attratti dall’aspetto, e passano il tempo a farsi i selfie davanti agli scaffali, o a tirarsela da grandi pensatori con un libro in mano, contro una delle vetrate ai piani superiori.

Chiaramente è stato un attimo abbandonare la ricerca dei libri che tanto non c’erano e dedicarci al photobombing. Credo di essere finito in almeno una decina di scatti di giovani cinesi sofisticate, e in questo aspetto devo dire che la sintonia con la mia fidanzata è stata totale: trovarci a fare facce annoiate dietro ragazze con la bocca a culo di cane ci ha svoltato la giornata.

Non è durata molto, dopo la libreria abbiamo tentato di pranzare in un posto che si chiamava Snack qualcosa, un postaccio dove abbiamo aspettato un’ora e ricevuto un piatto sbagliato prima di ricevere quello giusto e scoprire che faceva schifo.

Per raddrizzare la giornata siamo dovuti tornare a casa e ho preparato un risotto che hanno suonato alla porta e c’era Gordon Ramsey che mi pregava di fargli almeno lavare i piatti.

Sul Netflix coreano troviamo la trilogia del Signore degli Anelli, che incredibilmente Shasha non ha mai visto. La cosa figa di uscire con una ragazzina è che puoi sfoderare tutti i pilastri della tua gioventù e fare dei figuroni ogni volta.

Se nella frase qui sopra vedete dei riferimenti sessuali avete dei problemi.

Il problema è che la mia fidanzata si innamora perdutamente di questi film e tutte le sere mi obbliga a guardarne uno, con effetti disastrosi sulla nostra vita sessuale.

Se vedete dei riferimenti sessuali anche nella frase qui sopra siete delle brutte persone e dovreste stare lontani dagli asili. Vergogna!

Cina, agosto 2018 (9/12) – memorie di Shanghai

Giovedì 16 agosto

C’è sempre un giorno, durante una lunga vacanza, in cui non fai assolutamente niente. Giovedì non stavo mica tanto bene, dovevo aver mangiato qualcosa di cattivo, forse per strada a Guiyang, forse sono state tutte le bibite gelate a disturbarmi, ed è stato quel giorno lì per me, in cui ti svegli tardi e ciondoli per l’appartamento fino al ritorno della tua fidanzata, mangiucchiando roba pescata dal frigo e facendo frequenti visite al gabinetto spingendoti tuttalpiù al supermercato in fondo alle scale.

Non avendo nulla da raccontare su questo giorno, tranne una dettagliata descrizione delle mie deiezioni, allitterata in d perché mi fa sentire più un figo, ne approfitto per pubblicare le mie impressioni su una delle mete della mia vacanza invernale: quindi oggi non siamo a Pechino il 16 agosto 2018, ma a Shanghai, nei giorni di fine 2017.

Sull’aereo il comandante ci comunica che farà il possibile per portarci a destinazione. Come inizio è rassicurante, niente da dire. Poi ci elenca la lista dei divieti a bordo, e ci ricorda che non rispettarli può portare a multe o all’arresto. E io stamattina ho letto un articolo che parlava delle epurazioni messe in atto da questo governo verso gli oppositori o chi si mette in generale contro i suoi interessi. Nel dubbio spengo il telefono e raddrizzo il sedile.

Shasha, accanto a me, dorme senza ritegno con la testa appoggiata alla mia spalla. A lei delle violazioni dei diritti umani praticate dal suo governo interessa poco, stiamo andando a Shanghai a trascorrere l’ultimo dell’anno in una delle poche città del Paese in cui questa tradizione occidentale viene festeggiata, ed è molto eccitata. Cioè, lo sarebbe se fosse sveglia.

Sul volo China Eastern, che è parecchio più bello di quello ucraino che mi ha portato qui, passano a darti da bere quattro hostess secche secche. Shasha le trova carine, a me sembrano dei portaombrelli.

Atterriamo vivi e interi, nonostante lo scetticismo del pilota, ma nessuno gli fa l’applauso; siamo solo noi italiani a mantenere vivi questi riti idioti. E già che ci siamo vi pregherei di smetterla, ovunque stiate volando, o perlomeno di limitarne la pratica a quella volta in cui l’aereo starà precipitando ma riuscirete a salvarvi all’ultimo momento grazie al sangue freddo dell’equipaggio e a una prodezza miracolosa di chi sta in cabina di comando. 

Ritiriamo lo scarno bagaglio, prendiamo la metro e cerchiamo di non perderci fino all’hotel.

In giro per la città si vedono un sacco di macchinoni, e la gente è vestita meglio che a Pechino. In generale si respira un’aria più rilassata, perfino nella metro i controlli sono meno accurati, le persone neanche si tolgono lo zaino nel passare il controllo. È una città più ricca, molto più vicina all’occidente della sua collega a nord, e non deve sostenere l’immagine seriosa di una capitale.

E poi il clima più caldo aiuta, è chiaro.

Il 30 dicembre la città è immersa nella nebbia, piove, fa freddo. Esattamente il tempo che abbiamo lasciato a Pechino. Ce ne andiamo a Pudong, il quartiere degli affari, a visitare uno dei grattacieli. Shasha ha comprato due biglietti per quello più alto, a forma di apribottiglie, lo Shanghai World Financial Center, solo che quando arriviamo lì realizziamo di essere in ritardo di almeno dieci anni, e nel frattempo il grattacielo più alto del mondo è diventato il settimo. Il suo vicino, la Shanghai Tower, lo sovrasta di 140 metri, posizionandosi al secondo posto fra gli edifici più alti del mondo dietro il Burj Khalifa. Mi viene una gran voglia di tornarmene a casa. Insomma, una cosa dovevi fare, una, e non ne sei stata in grado. E adesso me lo spieghi cosa ci salgo a fare sul settimo palazzo più alto del mondo? Che vista ci potrà essere da lassù sapendo che non sei neanche nel punto più elevato della città? Ma che poveracciata, dai!

Gli ultimi due piani del palazzo, che fanno da cornice al grosso buco rettangolare cui l’edificio deve il proprio nome, costituiscono un percorso panoramico che inizia e finisce in un atrio molto ampio appena sotto. Cosa ci sia di panoramico in una giornata del genere non lo so, le ampie vetrate mostrano tutte la stessa cappa lattiginosa impenetrabile perfino dalle luci elettriche.

Sono sicuro che l’attico della Shanghai Tower è così alto da superare la coltre di nuvole, e sta regalando ai visitatori più avveduti di noialtri una vista incantevole.

Saliamo all’ultimo piano e lo troviamo invaso di turisti che provano a guardare fuori, o camminano sul pavimento di vetro sperando di sbirciare un pezzetto di mondo esterno. Non c’è niente da fare, non si riesce neanche a vedere il soffitto del corridoio sottostante. Allora scendiamo, più con l’idea di andarcene che di aspettare una schiarita, ma passando davanti a una vetrata ci accorgiamo che laggiù in fondo si intravedono delle luci fioche. La finestra ce l’abbiamo tutta per noi, in cinque minuti le nuvole si alzano e il tetto della Jin Mao Tower circondato dall’illuminazione cittadina mi fa sentire in una scena di Blade Runner.

Abbiamo una guida in città, un ex compagno di università di Shasha di cui non ho mai capito il nome, J-qualcosa.

Lo raggiungiamo in un ristorante all’ultimo piano di un mall. Come scoprirò in seguito ha una vera passione per i centri commerciali, in un fine settimana ce li fa vedere tutti. Non che per me faccia qualche differenza, i centri commerciali cinesi sono tutti uguali, tranne l’Oriental Plaza di Pechino, che conosco solo grazie alla mia fidanzata, e quello giapponese visitato a Shanghai, più che altro perché prima di allora non ero mai stato su scale mobili a chiocciola.

J-Qualcosa è coetaneo di Shasha, ma sembra molto più giovane. Considerato che io ho 20 anni più di loro mi sento vecchissimo per la maggior parte del tempo. Per fortuna non capisco i loro discorsi, gossip universitario o così mi dicono, sennò mi sentirei ancora di più fuori dal loro mondo.

Così invece posso dare la colpa alle barriere linguistiche e guardarmi intorno con la faccia di chi si è perso.

È un ragazzo molto gentile, non parla una parola di inglese, ma anche così fa il possibile per mettermi a mio agio.

È anche un appassionato di buona cucina, e ci porta in tutti i ristoranti migliori. Per non trasformare questo post nell’ennesima lista di piatti cinesi mi limiterò a segnalare il ristorante fusion, che non so cosa voglia dire, ma ci ho mangiato la carne con lo zucchero filato e le caramelle, mentre su uno scaffale faceva bella mostra di sé una biografia di Bob Marley.

Ricordo anche un altro posto, ma per la ragione opposta: ci ho mangiato il pesce col ketchup, povera bestia!

Ma non è ketchup, lo facciamo con l’aceto di riso!”

È rosso, sa di ketchup, è ketchup. Vergognatevi!”

Il tempo trascorso a Shanghai non si rivela solo un tour di ristoranti e negozi e centri commerciali, J-Qualcosa ci porta a visitare anche edifici di interesse storico,come un ex mattatoio risalente al 1933: un edificio molto bizzarro, pieno di scale e passerelle che lo fanno somigliare a un quadro di Escher. Adesso è stato trasformato in una specie di centro commerciale stiloso, ospita negozi, bar e gallerie d’arte, ma l’aspetto surreale dell’edificio è ancora evidente, e i richiami art-deco sono una gioia.

Il pomeriggio del 31, al calare dell’oscurità, facciamo in modo di trovarci in prima fila sul lungofiume, a scattare le stesse foto che fanno tutti in questa città, e a cercare di non morire di freddo.

Vicino a noi una sposa mezza nuda indossa un bellissimo abito rosso, col quale immagino che verrà inumata fra qualche ora, se non si sbriga a mettersi qualcosa di più pesante.

Ma morire sul Bund è un po’ una tradizione qui in città, nel 2014 una ressa di 300.000 persone causò 36 vittime. Per questo da allora la città ha bandito i fuochi artificiali, e per la stessa ragione noi, un po’ prima delle otto, schiodiamo verso la metro, che poi la chiudono.

La polizia ha già cominciato a chiudere le strade e intruppare la folla; proviamo a tagliare attraverso un mall e finiamo in un viale, imbottigliati in una folla tipo film apocalittico quando un meteorite sta per distruggere Philadelphia e ti fanno vedere che evacuano la città, con queste lunghe colonne di persone che sciamano sulla pianura coi palazzi alle spalle.

I meteoriti cadono anche su NewYork, ma i suoi cittadini non vengono mai mostrati mentre se ne vanno, perché Manhattan è un’isola, e per abbandonarla devi attraversare i ponti e i tunnel, soluzione molto meno spettacolare quanto a impatto visivo.

Per questo di solito i newyorkesi muoiono tutti, mentre nelle altre città della costa est risultano pochissime vittime.

Se doveste trovarvi a comprare casa da quelle parti ricordatevi di questo post, in caso di apocalisse potrebbe salvarvi la vita.

Riusciamo a saltare al volo sull’ultimo treno e torniamo in albergo, dove ci scoliamo una bottiglia di spumante come tre rockstar maledette. Non scassiamo tutto perché sennò ce lo fanno pagare, ma diciamo un casino di parolacce.

C’è una festa in terrazza, e ci presentiamo in perfetto orario per la ciucca di fine anno.

Avete presente un veglione di capodanno in Cina? No? Beh, neanche loro.

L’atmosfera è quella di una cena aziendale dove tutti i colleghi si stanno sul cazzo, e in più il capo fa il simpatico al microfono.

Mucchi di cinesi buttati sui divanetti a giocare col cellulare, camerieri impassibili che servono ciotole di manzo piccante con le arachidi, imbonitori da fiera che provano a coinvolgere un pubblico che palesemente ne ha per i coglioni, e in mezzo io e Shasha che ci scassiamo di negroni e pomiciamo come due ragazzini. J-Qualcosa non festeggia il capodanno, si siede su un divano e guarda fuori, chiedendosi fra quanto potrà andarsene senza risultare scortese.

Alla festa c’è una collega della mia fidanzata, che per fortuna parla inglese e beve in abbondanza, fornendoci un’alternativa ai limoni: ehi, posso anche parlare con qualcuno! Che festa fantastica!

Torniamo in camera a un’ora decente, in condizioni indecenti. Buon anno a tutti!

Il giorno dopo J-Qualcosa viene a salutarci in stazione e ci regala un sacco di provviste per il lungo viaggio in treno che dovremo affrontare: sono quasi tutte merendine.

Ci si abbraccia, ci si promette di rivedersi e ci si saluta dal finestrino, e poi sono cinque ore di pianura monotona inframezzata da assurdi complessi residenziali di palazzoni da venti piani, tirati su in mezzo al niente, dieci alla volta. Ho letto in un articolo che costruire palazzi in Cina è una delle rendite più sicure, e siccome lo spazio è enorme e le regole non sembrano rappresentare un problema parecchi imprenditori si sono buttati nel mercato. Poi in giro per Pechino capita di imbattersi in quartieri del genere, di cinque sei edifici identici; vista l’espansione rapida delle città potrebbe essere conveniente costruire in questo modo, a grossi complessi residenziali senza niente intorno, e poi lasciare che l’urbanizzazione li inglobi. Dal treno sembra uno sfondo di qualche vecchio videogioco da bar degli anni ’80.
Poi cala il buio e non si vede più niente.

Cina, agosto 2018 (8/12) – Guiyang e Pechino, via Genova

Martedì 14

Shasha deve andare a fare i documenti, perché pare che ora funzioni tutto, e io l’aspetto in hotel, dove consumo una ricca colazione trinazionale. Poi torna a prendermi e andiamo in centro a sbrigare tutte le pratiche.

Non ho capito bene questo passaggio, che senso ha andare a fare i documenti e poi tornare e andare di nuovo a fare i documenti? Quando le ho chiesto delucidazioni in merito, mesi dopo, mi ha risposto che non ho capito niente e in realtà alla stazione di polizia ci è tornata il primo giorno, alcune ore più tardi, perché il sistema aveva ripreso a funzionare. Quella mattina era andata con sua madre a fare delle robe che però a noi non interessano, sono robe di donne che un uomo è bene che non conosca. E poi mi piace di più la mia versione in cui sono finito in un paradosso temporale cinese in cui le ore scorrono in maniera circolare e dopo un po’ ti ritrovi al punto di partenza, perché questo significa che è di nuovo ora di colazione!

là dietro volavano aquiloni, qui saliva l’invidia, che io non sono capace

Non dovendo più tornare alla stazione di polizia perché l’abbiamo già fatto ieri, e non dovendo fare di nuovo colazione perché ne ho già fatte tre, ma facendo comunque il solito caldo fotonico, pensiamo di andare a bere una bibita nel centro commerciale di fronte a casa dei nonni.
Shasha vorrebbe convincermi a provare il bubble tea, la sua bibita preferita. Non ci penso neanche, l’ho bevuta la prima volta che sono stato in cina, l’anno scorso, e ne conservo ancora un ricordo drammatico.

In pratica si tratta di un tè freddo a cui vengono aggiunti diversi ingredienti, dal ghiaccio tritato per renderlo più cremoso a svariati tipi di guarnizioni, come panna, cioccolata, robe colorate o dadi di acciaio zincato chiave sei. Già così mi risulterebbe insopportabile, per me il tè è tè e basta, caccerei gli inglesi dall’Europa solo per la loro mania di aggiungere il latte.
Questo, per aggiungere fastidio, contiene delle palline (da cui il nome bubble) che aspiri mediante una grossa cannuccia. Di solito sono fatte di tapioca, ma se ne trovano anche di gelatina, che ti scoppiano in bocca e rilasciano succo di frutta. Ma non potete bervi il tè come tutte le persone civili e poi farvi un caffè e poi una spremuta e poi un succo di frutta e poi una cioccolata? Ma che fretta avete per dover mischiare tutto insieme, eh, cinesi?

Troviamo un compromesso e andiamo a prenderci una bibita da Happy Lemon, ma il servizio in una città di secondo/terzo livello non è lo stesso che nella capitale, e nel tempo che le due commesse impiegano a riempire i nostri bicchieri mi sono fatto un giro e ho trovato un posto che fa i pasteis de nata, i tipici dolcetti portoghesi con lo stesso peso specifico della ghisa.

la nostalgia di Porto, signora mia!

Non è strano trovarli da queste parti, Macao è stata una colonia portoghese, e da lì i dolci si sono diffusi in tutta la Cina.

Per 10 soldi me ne danno 5, un affarone, e non sono neanche pesanti come quelli portoghesi.

Neanche così buoni, a dire la verità, senza la cannella e la scorza di limone sanno di budino al latte.

Ne mangio uno, gli altri li lascio sul tavolo in casa dei nonni, dove ritengo siano tuttora, dato che nessun altro condivide il mio entusiasmo verso la cucina lusitana.
Per quanto riguarda la famiglia della mia fidanzata questo scetticismo si estende a quasi tutta la cucina occidentale: dall’Italia ho portato un salame di ottima fattura, ed è arrivato a Guiyang invece di restare con noi a Pechino, dove ne avrei celebrato il sapore ogni sera come aperitivo; i suoi nonni lo hanno cucinato. 

Anche i cinesi rompono gli schermi dei cellulari, proprio come faccio io ♥, ma la differenza è che loro li portano a riparare in un laboratorio in città, e non dove li hanno acquistati.

Ed è proprio qui che ci rechiamo per sostituire lo schermo del cellulare di Shasha, in un sottopasso pieno di banchi dove comprare vecchi e nuovi modelli, riparare e sostituire pezzi e farsi riprogrammare le schede.

seduto al banco un classico cinese con la panza fuori, in procinto di farsi crescere la panza

Il tizio da cui ci fermiamo si chiama Liú Máng – Lo stilista del telefonino. Lo scegliamo fra gli altri per il suo taglio di capelli audace, alla bella marinara.

Si mette subito al lavoro, assistito da una donna che gli lancia i componenti quando occorre.

Il nome di lei non l’ho capito, Miba, Miva..

Una volta mio padre aveva una televisione marca Mivar, ma i componenti non li lanciava, quando si rompevano dovevi chiamare il tecnico che li cambiava.

Belli Capelli termina il lavoro in mezz’ora, per un costo di 150 soldi che comprende anche il guscio e il vetro protettivo, più un vetro per il mio telefono, che a stare lì mi è venuta voglia di partecipare.

Se penso che in euro sarebbero meno di 18, quando in Italia per sostituire il mio schermo ne ho spesi 210 e ho aspettato oltre un mese mi viene una gran voglia di iscrivermi ai terroristi.

le bellissime traduzioni cinesi

Sulla via del ritorno ci dedichiamo alla mia attività preferita, quella a cui ho dedicato lo spazio più ampio nei miei resoconti di viaggio.

C’è una specie di mercato coperto dietro casa dei nonni, dove compri la pietanza che preferisci a una delle numerose cucine presenti, e te la vai a mangiare a uno dei tavoli comuni. Shasha non ha molta fiducia nell’igiene di questi posti, per me è come la festa dell’unità, ma senza il porchettaro. Li proverei tutti, se non avessimo un invito a cena di lì a poco.

Sarà la nostra ultima cena a Guiyang, subito dopo dovremo prendere l’aereo per tornare a Pechino, e per questo è stata anticipata a un’orario che neanche all’ospedale.

Il tavolino del salotto, un grosso cubo rosso, viene liberato dalla solita tovaglia e rivela un piano cottura a induzione. Si accende e vi si deposita sopra il pentolone di brodo in cui tutti andremo a intingere i nostri pezzi di carne. Eh sì, stasera hot pot casalingo.

Non ho ancora cominciato a mangiare quando ricevo un messaggio da mia sorella con una foto che impiego qualche secondo a riconoscere: in Italia è appena passato mezzogiorno, e quello è il ponte di Campi, diviso a metà.

La consapevolezza mi colpisce come una martellata in faccia, poi si fa strada un terrore lucido, controllato, che mi mangia lo stomaco un pezzetto alla volta, con metodicità. Un pezzetto per ogni persona che conosco e che potrebbe essere rimasta coinvolta.

Perché il primo pensiero è alla coda che di solito si forma su quel tratto di strada, è alle case di sotto, è a tutta la città che sopra e sotto quel ponte fa avanti e indietro più volte al giorno. Il primo pensiero è una strage.

Mostro la foto a Shasha, le spiego cos’è successo e le chiedo di scusarmi con la sua famiglia, ma non posso stare lì con loro, devo tornare a casa, almeno con la testa.

Passo il resto della serata a cercare di mettermi in contatto con chiunque mi venga in mente, scorro i social per cercare segni di vita, spunto una lista mentale di nomi, aggiorno le pagine dei quotidiani per capire meglio.

Quando saliamo sul taxi per l’aeroporto quasi non saluto nessuno, mi limito ad abbracciare la nonna.

Poche ore dopo, quando atterriamo a Pechino, la situazione appare meno catastrofica: i miei amici stanno tutti bene, il pezzo di ponte crollato è quello che passava sopra il torrente e la ferrovia.

Qualche giorno più tardi scoprirò che sotto quel ponte è rimasto Cico, un collega della mia ex compagna che incontravo alle fiere. Ha passato la vita a viaggiare avanti e indietro per l’Italia per dare una vita dignitosa a sé e alla sua famiglia, ed è morto in un giorno di festa mentre andava a un matrimonio, della morte più assurda che si potesse immaginare.

Sono passate solo poche ore, e già Genova ha fatto il pieno di ignoranza, proclami roboanti, caccia alle streghe, sciacallaggio politico e teorie complottiste. Provo una vergogna così intensa per i miei connazionali che se potessi chiedere asilo in Cina non esiterei a farlo, nonostante i limiti alla libertà di questo governo ho ancora l’illusione che le persone qui siano migliori. Probabilmente perché non so leggere i loro social.

Mercoledì 15 agosto

Shasha ha il giorno libero, ci alziamo con calma e facciamo colazione coi prodotti del supermercato, come in Italia. Ce n’è uno sotto casa che offre grossomodo le stesse cose, seppure di marche differenti. Sennò se vuoi sentirti al sicuro vai al Carrefour un po’ più avanti, ma vuoi mettere l’avventura?

Sulla verdura per esempio ci sono le etichette in cinese, così non sai cosa stai comprando e potrebbe capitarti di prendere le patate dolci invece di quelle comuni. Per dire, eh, figurati se uno non le sa distinguere, chi vuoi che sia così scemo.

Per me il gioco è comprare prodotti familiari in versioni sconosciute, e scoprire solo dopo di cosa sanno: essendo un agosto orrendamente caldo (anche se dopo la prima pioggia le temperature non sono più risalite a quel livello offensivo dei primi giorni) mi specializzo sui gelati.

1 uovo

All’inizio mi limito a infilare la mano nel frigo e tirarne fuori uno a caso, ma col passare dei giorni ci prendo gusto, e alla fine ne prendo due alla volta e li mangio mentre torno a casa.

Il più buono è quello all’uovo, ma è facile, sa di crema pasticcera; fra i gusti inaspettati si piazza molto bene quello ai fagioli rossi, che in Cina sono normalmente utilizzati per preparare i dolci, mentre ottiene un punteggio basso il gelato all’uva ghiacciata, che sarebbe uva normale vendemmiata tardissimo nei paesi nordici, quando il grappolo è ormai coperto di neve. Sa di tautologia e contiene pezzi di roba ghiacciata che potrebbe essere benissimo quell’uva lì.

Devo dire che sono rimasto deluso, dalla confezione avevo capito che fosse una specie di gelato alla frutta candita, e volevo tirarmi fuori dalla mia comfort zone mangiando qualcosa per me disgustoso.
No, la dico vera, quando ho visto la foto sulla confezione ho sperato di poter degustare un gelato alla cima genovese, con tanto di filo da cucito.

Ci sono comunque andato vicino col gusto successivo, il campione di questa mia personale competizione: il gelato ai piselli.

Che non è cattivo, non si può definire cattivo per niente. È che sa di piselli. È come mangiare una crema di piselli congelata, fa strano tirarla fuori da una confezione di gelato e tenerla col bastoncino.

Un’altra differenza fra il supermercato sotto casa e quelli italiani è che qui non vendono l’insalata. Ci sono diversi tipi di verdura simile, ma è tutta roba che dovresti passare in padella, la lattuga non c’è, il radicchio neanche. E le zucchine sono così grosse che le vendono singolarmente avvolte in retine di plastica come i meloni, ma quando le apri non sono andate in semenza come ti aspetteresti, sono zucchine normali, grandi come una coscia di cane. E se compri per sbaglio le patate dolci poi non sai come cucinarle e ti restano nel frigo tipo per sempre. Ma non sto dicendo che sia successo a me.

Mi piace andare a fare la spesa lì, le commesse mi conoscono e mi sorridono. Quella del reparto frutta e verdura mi dice anche delle cose che però non capisco e sorrido e me ne vado alla svelta.

La mattina di ferragosto siamo a casa a fare colazione con la frutta che ho eroicamente acquistato due giorni prima, da solo, e che tengo in un sacchetto vicino a quell’altro che contiene tuberi di cui non mi va di parlare.

Faccio anche il caffè con una Bialetti che ho portato lo scorso natale, a cui purtroppo manca il manico perché qualche scemo l’ha fuso al primo utilizzo, e quella volta Shasha si è incazzata più che per le patate.

Poi andiamo a Sanlitun, dove sono passato solo una volta in bici e non ho visto niente.

È un quartiere moderno, pieno di palazzi e negozi fighi e centri commerciali e un negozio di fumetti assolutamente stiloso, dove certi giorni suonano complessi jazz e puoi sederti al tavolino a sorseggiare un caffè di marca (qui il bicchiere di caffè lo degustano al tavolino per un’ora, non esiste la tazzina di espresso che tracanni e via, perciò sarà anche Illy, ma è comunque una brodazza), ma se vuoi un fumetto la scelta è fra un centinaio di albi spillati e altrettanti brossurati. Però, con mia sorpresa, hanno anche V for Vendetta. Non credevo che un testo contro il totalitarismo che sembra essere stato scritto apposta per raccontare la situazione in Cina superasse le maglie della censura, ma ammetto di essere troppo prevenuto nei confronti del governo locale. In un’altra libreria ho trovato anche 1984 e La Fattoria Degli Animali, di Orwell. Diciamo che la critica al potere è ammessa, basta che non sia espressamente citato il potere cinese.

Mi compro una scatolina di action figures Titans ispirata a Breaking Bad, una di quelle in cui non sai quale personaggio ci troverai dentro. Sono venti, e di alcuni non viene mostrata neanche l’anteprima sulla confezione. Mi aspetto la fregatura, tipo le sorelle scassacazzi o il ragazzino con le stampelle, ma la possibilità di trovare qualcosa di valido è alta, sarei felice di portarmi a casa Mike o Saul Goodman, o magari il camper. Mi va di straculo e dalla scatoletta spunta il porky pie nero di Heisenberg!

Usciamo dal negozio felici come due ragazzini, col mio personaggio preferito e un volume di V for Vendetta in inglese per la mia fidanzata, che certe letture sono imprescindibili anche se non vivessi sotto una dittatura, e andiamo a mangiare un hamburger ciclopico in un posto lì vicino.

Dopo pranzo Lama Temple, una delle ultime attrazioni cittadine che non ho ancora visitato.

Niente di nuovo da raccontare, è il classico tempio cinese composto da diversi cortili su cui si affacciano gli edifici, dentro ai quali puoi trovare niente oppure una statua alta ventisei metri intagliata in un unico tronco di legno di sandalo. La cosa curiosa è che ti danno questi bastoncini di incenso all’ingresso, e un cartello ti spiega che dovresti bruciarne tre in ogni braciere lungo il percorso fino all’ultimo tempio, ed elevare le tue preghiere. Né io né Shasha siamo particolarmente religiosi, e molliamo tutto l’incenso al primo braciere dicendo byebye, che suona come 拜拜, e a Taiwan significa rendere omaggio alla divinità. Non so se in Cina venga usato, ma immagino di sì, visto che a me lo ha raccontato una ragazza cinese. Di lì in poi è tutto un ironizzare sul doppio senso, che ci rende la visita un unico cazzeggio irrispettoso.

In giro la città si è riempita di italiani, ne incontriamo gruppi numerosi al tempio e nell’hutong, dove ci spostiamo per continuare il nostro pomeriggio da coppietta innamorata. Insegno a Shasha un paio di frasi maleducate da usare in presenza dei miei connazionali più molesti e andiamo in un locale che conosce lei, a fare merenda, e poi a cena in un vietnamita. Entrambi i locali si trovano nell’hutong, hanno un giardino interno e ti fanno scordare di trovarti in mezzo a una città enorme.

C’è anche il tempo per un bicchiere in un baretto imboscato dietro una falsa libreria, come uno speakeasy americano: sposti la falsa parete ed entri nel locale, piccolo e poco illuminato. Bella scelta di marketing, ce n’è uno simile anche a Genova, solo che non ho mai capito dove sia, è nascosto troppo bene.

Cina, agosto 2018 (7/12) – orsi gatto e locali ambigui

Domenica 12 agosto

Dall’hotel ci facciamo portare al parco Qianlingshan (黔灵山公园),dove i macachi girano liberi e infastidiscono le persone, ma a differenza di qui non hanno diritto di voto.

In realtà sono le persone a infastidire i macachi, urlando e tirando loro bottiglie di plastica per attirare l’attenzione. Perché, al di là della palese maleducazione, è evidente che se tiro la spazzatura addosso a un animale questo si fida di me e si lascia avvicinare. Sapete quando dicevo che dell’idiozia diffusa dei cinesi dovrei scrivere un capitolo apposta?

Alcuni macachi, costretti ad attraversare la strada su cui transitiamo, si arrampicano sugli alberi e saltano di ramo in ramo fino ad arrivare dall’altra parte: è uno spettacolo cui non mi era mai capitato di assistere, se non nei documentari; ciononostante io e la mia fidanzata siamo gli unici a guardare per aria, tutti gli altri strillano in direzione di un paio di esemplari fermi sul terreno a qualche metro di distanza, con l’espressione di chi davvero vorrebbe essere altrove.

Shasha è infastidita dalla ressa, e vorrebbe andarsene alla svelta, ma accetta di accompagnarmi all’interno di una specie di zoo che si trova lungo il percorso. Le gabbie le evitiamo, un po’ per la folla e un po’ per la tristezza, ma soprattutto perché appena scopro che ci sono anche i panda parto alla bersagliera verso l’edificio indicato dalle frecce.

Ci sarebbero da dire diverse cose sugli zoo, e specialmente sugli zoo che ospitano animali rari come i panda. La Cina mantiene la proprietà su questi animali, compresi quelli ospitati all’estero, e se da una parte ha costruito santuari e aree protette, come quella di Chengdu, nel Sichuan (sulla cui eticità ho letto un articolo piuttosto interessante), dall’altra tiene esemplari in pessime condizioni negli altri zoo cittadini, primo fra tutti quello di Pechino. Non l’ho visitato di persona, ma dalle foto e dai racconti di chi c’è stato nei giorni in cui mi trovavo in città mi sono fatto un’idea abbastanza realistica di animali sporchi e segregati in piccole gabbie dalle pareti in plexiglass.

D’altra parte il panda è seriamente in pericolo, l’ultimo censimento del2014, secondo il WWF, parla di poco meno di duemila esemplari ancora liberi. Forse ci sono modi più efficaci di proteggerli, sono sicuro che qualche animalista sarebbe in grado di elencarmene diversi, ma ho paura che alcuni di essi non sarebbero realizzabili in un mondo reale. Tipo abbandonare le città e lasciare che la natura si riprenda i propri spazi non è un’idea su cui avrei voglia di discutere.

I panda di Guiyang mi sembrano piuttosto soddisfatti di stare lì: quello che ho visto era da solo in un capannone con l’aria condizionata, i giochi e un sacco di bambù da rosicchiare. Prima che iniziassi a fargli il video si stava rotolando su una specie di scivolo di legno, e non dava affatto l’idea di essere depresso.

Il complesso di Qianlingshan comprende anche una grotta e un lago, e sulla cima del monte è situato un tempio ma, come ho detto, alla mia fidanzata scottano i piedi, e anch’io dopo aver fatto il pieno di scimmie e ricevuto il dono inaspettato dell’orso gatto (il nome cinese del panda è xiongmao, 熊猫, che significa, appunto, orso-gatto), non ho più niente da fare e voglio allontanarmi alla svelta dalla cagnara.

Torniamo a casa dei nonni, e più tardi, ma non troppo tardi, perché i nonni di tutto il mondo sentono lo stimolo di cenare a orari impensabili per i più giovani, raduniamo tutta la famiglia per andare al centro commerciale a mangiare una cosa che non ho capito, un piatto tipico di Guiyang.

Panda lo escluderei, forse macaco.

Ci sediamo in un recinto in mezzo a due ristoranti, dove aspettiamo un tempo interminabile che chiamino il nostro tavolo. Nel mentre due solerti cameriere ci offrono bicchieri di tè, e facciamo quattro chiacchiere col resto della famiglia. Cioè, immagino che sia quello che stanno facendo i miei vicini di tavolo, io sto seduto accanto al nonno sperando fortissimo che Shasha torni dal suo giro per salvarmi dalla noia. E sì che suo nonno è una persona con cui mi piacerebbe parlare, ha visto più cose lui di questo Paese che Licia Colò in un anno di trasmissione, ma le barriere linguistiche sono insormontabili. Per fortuna Shasha torna alla svelta, mi recupera e mi porta a fare un giro per i negozi.
Quando ci riuniamo col resto del gruppo viene fuori che il quarto d’ora che resta è un quarto d’ora di Plutone, corrispondente a 542.500 ore terrestri.

Ripieghiamo così su un altro posto lì intorno che fa hotpot. Sembra che in Cina si mangi solo hotpot. Ogni regione prepara il suo tipico zuppone in cui pucciare cose: qualcuno ci mette le rane, qualcuno il manzo, qualcun altro il pesce. In questo ti servi da solo con degli spiedini di roba e salse varie. Rispetto ai precedenti che ho visitato ha un aspetto più informale, ma la qualità resta alta.

Finita la cena qualcuno ha la brillante idea di andare al Ktv, un locale dove ti conducono per un corridoio pieno di porte chiuse con una lampadina sopra, che ricorda tantissimo una casa di appuntamenti. Dietro ogni porta c’è un salottino con dei divani molto invitanti, ma invece di fare del sesso digiti su uno schermo il titolo della canzone che ti interessa e poi ti metti a cantarla. È un karaoke, cristiddio.

I divanetti di pelle e la luce bassa conferiscono alla stanza un aspetto lascivo. Mi domando cosa succederebbe se non ci fosse una grossa telecamera appesa in bella vista al soffitto, e anche così mi prendo il tempo per controllare se non mi sto sedendo sopra qualche macchia sospetta.
Quest’articolo mi dice che non sono stato l’unico a pensarla così.

Restiamo abbastanza per realizzare che le mie doti canore fanno di me la parte meno talentuosa della coppia, e che anche allargando la competizione alla sua famiglia otterrei comunque un ultimo posto. Provo a difendermi sostenendo che il repertorio mi ha penalizzato, ma la verità è che il catalogo del locale comprende decine di pezzi dei miei gruppi preferiti, sono proprio io che faccio anguscia.

Mentre Shasha si esibisce in pezzi famosi in occidente, sua madre e sua zia, che non parlano inglese, si buttano decise sul pop melodico cinese anni ’80. ne ascolto così tanto che quando finalmente andiamo a dormire ho i capelli cotonati e indosso un giubbotto di pelle con le borchie.

Lunedì 13 agosto

Ci alziamo presto, che il nonno ci aspetta alla stazione di polizia per rifare la carta d’identità. Non ho capito perché sia necessaria la presenza del nonno, ma la burocrazia cinese segue logiche troppo contorte per la mia mente di italiano arrangista.

Intanto l’ufficio anagrafe è alla stazione di polizia. E fin qui non ci sarebbe niente di strano, anche in Italia vai in questura a rinnovare il passaporto.

Ma è necessario essere accompagnati da un familiare?

Ho scoperto che se devi richiedere uno stato di famiglia rischi di sfiorare la tragedia: per quello non basta andare in ufficio e farsene stampare una copia, devi anche presentare un documento di identità di entrambi i genitori.

Non è difficile immaginare gli scenari che una richiesta del genere può aprire in una famiglia con una situazione delicata, magari dopo un brutto divorzio. Per non parlare di casi più gravi, con delle storie di abusi domestici: non ce la vedo una ragazza andare a cercare il padre violento perché le serve una fotocopia della sua carta d’identità. Ma i cinesi cos’hanno nella testa?

Poi immagino che sia tutto dovuto alla disastrosa campagna promossa da Deng Xiao Ping, sempre lui, per contrastare il boom demografico degli anni ’60 e ’70. Per quasi trent’anni chi contravveniva a questa legge era soggetto a una pena piuttosto severa, cosa che ha spinto moltissime famiglie a non registrare i figli in esubero. Oggi si sta cercando di riparare i danni: fra il 2013 e il 2017 qualcosa come 14 milioni di persone fantasma sono state registrate nel sistema anagrafico cinese, ma si stima che il numero di cittadini ancora sconosciuti allo stato si aggiri intorno ai 60 milioni.
L’intera popolazione italiana, per capirci.

Mentre mi perdo in queste considerazioni Shasha sta discutendo con un poliziotto, che le spiega come il documento oggi non si possa fare: ci sono stati dei lavori in strada che hanno interrotto la connessione internet, perciò non sono riusciti a scaricare le foto spedite dal fotografo.

Non posso fare a meno di pensare alle macchinette delle stazioni, che con 5 euro ti fanno quattro foto, le porti in comune e il giorno dopo hai la tua carta nuova. Ma sono fazioso, è evidente che in una situazione normale questo sistema funzionerebbe meglio.

Torniamo a casa, dove la nonna hapreparato il ripieno, e ci mettiamo a fare i jiaozi (che, ricordo a chi dovesse trovarsi in Cina e avesse a disposizione solo carta e penna, si scrive 饺子), di cui ormai sono un esperto, li chiudo con la stessa facilità con cui chiudo una cerniera. E quelli che non riesco a chiudere li occulto in bocca.

Cosa che fa inorridire la mia fidanzata.

“Guarda che la carne cruda qui è meglio non mangiarla”, mi rimprovera. Per “qui” intende la Cina, prima ancora che Guiyang, ma non sono sicuro che sia un consiglio sanitario e non un suo pregiudizio su certo cibo: nonostante i cinesi mangino praticamente tutto quello che si muove riesce a trovare disgustose certe mie abitudini, come fare colazione col pane e marmellata pucciato nel tè o mangiare il fegato (non contemporaneamente, è chiaro).

Vorrei passare il pomeriggio in giro a fotografare palazzi brutti, o andare a vedere il parco dei divertimenti, ma mi spiace privare Shasha del poco tempo che passerà con la sua famiglia per venire dietro ai miei affari, e comunque questa immersione nella vita di una famiglia cinese non mi dispiace, specie quando la nonna mi allunga un gelato.

Il problema sorge quando la mia fidanzata va a riposare un’ora e io non posso seguirla, devo stare sul divano a fingere di dormire con una coperta sulla pancia, a 40°,e sorbirmi una specie di sceneggiato cinese in costume su nobili del medioevo che si dicono cose e fanno la faccia sconvolta.

Ritorniamo in albergo e ci buttiamo in piscina, dove facciamo conoscenza con due bambini vivacissimi che ci chiedono un sacco di cose in un perfetto inglese. I bambini cinesi sono dei fenomeni, parlano diverse lingue, fanno sport a livello agonistico, li vedi prendere lezioni di nuoto, sci, pianoforte e arti marziali un po’ ovunque. Uno degli ultimi giorni, a Pechino, ho assistito a un allenamento di una bambina che faceva pattinaggio su ghiaccio, impressionante.

In compenso i grandi non capiscono mediamente una minchia e vanno in giro con la maglietta tirata su e la panza fuori.

Per raggiungere la piscina attraversiamo la hall dell’hotel in accappatoio e ciabatte, sentendoci un po’ come Cersei Lannister durante la sua walk of shame.

Si avvicina l’ora di cena, e non abbiamo voglia di tornare giù in città, così chiediamo al concierge di indicarci un posto nei dintorni. L’idea sarebbe di andarci a piedi e fare due passi, ma il posto migliore è un centro commerciale un po’ troppo distante. Vabbè, taxi, tanto costano poco.

Sulla via passiamo abbastanza vicino al palazzo con la cascata da riconoscerne la sagoma, ma dal nostro punto di osservazione non si vede la facciata, e non c’è modo di sapere se è attiva o no. Spero fortissimo di no, visto che non potrò andarci sotto almeno non mi sarò perso niente.

Il centro commerciale è enorme, con un piazzale pieno di macchinine colorate, bocce trasparenti che vanno avanti e indietro come i mezzi di trasporto dell’ultimo Jurassic Park (gyrosphere, le chiamano nel film), trenini. Funziona che paghi, te ne prendi uno e lo carichi di bambini che lasci liberi di scorrazzare in mezzo alla gente. Dico bambini perché mi vergogno di chiedere alla mia fidanzata di noleggiarne uno per un’ora, ma l’invidia è tanta.

Gli spazi all’interno sono altrettanto ampi, in quei corridoi ci potresti posteggiare un autobus. In genere i centri commerciali cinesi sono costruiti intorno a un grande atrio su cui si affacciano tutti i piani, ma non è sempre così. Questo,ad esempio, è sviluppato in larghezza invece che in altezza, quindi lunghi corridoi distribuiti su tre soli livelli. A quello più alto, come sempre, ci sono i ristoranti.

La scelta, a sentire Shasha, è ampia. Per me sono tutti uguali, hanno dei tavoli all’interno e una scritta incomprensibile sulla porta. Riconosco solo i ristoranti di hotpot perché sul tavolo c’è una pentola. Qui l’hotpot è più diffuso che a Pechino, ce n’è di ogni tipo, ma l’abbiamo già mangiato ieri, andiamo a cercare qualcosa di diverso.

Su tutto il piano aleggia un forte odore di piedi. È un banco che cucina tofu invecchiato, l’alimento cinese più vicino al nostro formaggio. Ne prendiamo una porzione, non è male.

Scegliamo un ristorante che offre il piatto tipico locale, il si wawa, che se dovessi tradurre in italiano suonerebbe un po’ come “neonato di seta”.

Il concetto è lo stesso dell’anatra alla pechinese: piccole sfoglie sottili che farcisci con ingredienti a piacere e inzuppi nella salsa. La parte difficile è infilarseli in bocca senza versarsi niente addosso. Quelli bravi riescono anche a mangiarli a morsi, ma quando ci ho provato ho schizzato cibo perfino sui vetri del ristorante. C’erano i passanti, fuori, che si fermavano a guardarmi.

Cina, agosto 2018 (6/12) – Guiyang

La trafila è la solita per ogni volo: ti fai portare all’aeroporto, fai la fila per il gate, ti fanno salire su un cubotto per una perquisizione dove manca soltanto il guanto in lattice, e ti lasciano libero di vagare in un’area piena di ristoranti, negozi, giardinetti. La differenza con Orio Al Serio è perfino ridicola, ma anche la Malpensa qui avrebbe grosse difficoltà a mostrare i muscoli.

Scegliamo un coreano che offra il pollo fritto, dal mio viaggio precedente me ne è rimasta una voglia da donna incinta, e facciamo venire l’ora della partenza.

Sul viaggio non ho granché da raccontare, l’aereo ha i sedili e i finestrini, le hostess sono gentili e il volo da Pechino a Guiyang dura un tempo difficile da quantificare se ti addormenti subito dopo il decollo. Se sono qui a scrivere significa che è andato tutto bene.

All’arrivo l’aria è più fresca, il taxi che ci porta in hotel ha l’autista chiuso in una gabbia, cosa che mi fa pensare a elevati tassi di criminalità locale, ma Shasha si limita ad alzare le spalle. La città dal finestrino sembra più caotica della capitale, le strade sono decisamente più strette, e il traffico ne risente, sebbene sia già piuttosto tardi.

Ma dov’è, poi, Guiyang?
Partendo da Pechino e spostandosi verso sud bisogna percorrere 2.183 km prima di arrivare a Guiyang, o almeno è quanto sostiene Google Maps. La metà della distanza fra Los Angeles e New York, che corrisponde, dicono, a circa 150 milioni di aspirine messe in fila. 

Ora non so chi si sia preso la briga di comprare così tante aspirine e collocarle su una lunghezza simile, ma se lo dicono dev’essere vero.

Guiyang è la capitale del Guizhou, una provincia che ospita il 37% delle minoranze etniche del Paese, ma se non sei cinese non ne riconosci nessuna, e quando ti dicono “Vedi quello? È un Miao” ti volti e vedi un altro cinese. Boh.
Il Guizhou è considerato da wikipedia una regione povera e sottosviluppata, ma da quando è stata scritta quella pagina sono cambiate diverse cose, e Guiyang si sta trasformando in un polo tecnologico all’avanguardia.

Perlomeno la sua parte più moderna, se cammini nella città vecchia (che poi, vecchia, sarà degli anni ’60, toh) ti senti come a casa mia, solo con più palazzi e molti più cinesi. Più o meno quattro milioni e mezzo.

L’hotel si trova nella parte nuova della città, che è come dire un’altra città, con una terza città nel mezzo. Guiyang sta subendo un’espansione molto veloce, come molte altre località della Cina. Trovandosi in mezzo ai monti è riuscito difficile allargarsi in cerchi concentrici come Pechino, si è cercato di fare un po’ come si poteva. Adesso dal centro si prende una strada a tre corsie che sale verso la parte nuova, fatta di grossi palazzi e centri commerciali. A metà strada si passa in mezzo a un altro complesso, fatto di quei palazzoni tutti uguali tirati su in mezzo al niente.

Alloggiamo all’Hyatt Regency, un cinque stelle sobrio in cima a una collina, da cui si gode una buona vista del parco sottostante e della città nuova alle sue spalle.

È dotato di ogni tipo di comfort, secondo gli standard di questa categoria: due piscine di cui una con l’idromassaggio, una palestra aperta anche di notte, un ristorante di lusso, salotti e salette per ogni necessità. Le camere sono confortevoli e piene di bottoni da schiacciare, i letti enormi.

Purtroppo, a differenza dell’Hyatt Regency di Shanghai in cui ho alloggiato a capodanno, il coperchio del gabinetto nella mia camera non si alzava e abbassava da solo quando entravo nella stanza, e il copritazza non era riscaldato.

È chiaro che se continui a offrire un servizio così mediocre gli affari ne risentono. Ogni volta che mi sedevo sulla tazza dovevo resistere alla tentazione di scrivere una lettera indignata al direttore della struttura; mi calmava solo il pensiero che, essendo fidanzato con una dipendente Hyatt, avrei potuto alloggiare a babbomorto praticamente ovunque nel mondo, e l’immagine di me che esco da un hotel di lusso a New York e saluto il valletto all’ingresso come Crocodile Dundee mi rimetteva subito di ottimo umore.

Sabato 11 agosto

Faccio colazione all’italiana: cappuccino, brioche, pane e marmellata, succo di frutta, yogurt, latte e cereali, una mela. Poi, siccome sono in un hotel figo, ne approfitto per fare anche una colazione inglese, che comprende uovo fritto, salsiccia, bacon, formaggio, salame e fagioli.

Per finire, essendo ospite in un Paese che ha usanze proprie per la colazione, faccio il terzo giro con jiaozi, baozi, youtiao (delle trecce di pasta fritte, una specie di krapfen senza la crema e dalla forma allungata) pucciati nel latte di soia.

Ho bisogno di energie, oggi è una giornata importante: conoscerò la famiglia di Shasha.

(domani farò la stessa colazione con una scusa diversa)

Sono un po’ preoccupato, mi sono stati descritti come una famiglia molto tradizionale, e non so se devo considerarla una cosa buona. Cioè, per me la famiglia tradizionale cinese è composta da una madre che indossa il qipao, un burbero nonno con una lunga barba bianca che insegna il kung fu e una nonna impegnata a dipingere caratteri con un pennello e cucinare robe al vapore. E sono tutti ostili verso gli occidentali.

Ci facciamo portare in taxi fino a casa dei nonni, in centro, e di lì ci infiliamo in una stradina malmessa. In un campo da calcetto lì accanto vedo degli anziani che camminano agitando le mani e battendo i piedi in una specie di danza. Shasha mi spiega che stanno facendo ginnastica.

“I tuoi nonni partecipano a queste attività di gruppo?”

“No”

“Allora posso parteciparvi io?”

“Sei nervoso?”

“No”, rispondo, mentre mi fermo un momento ad allacciarmi le infradito.

Alla fine verrà fuori che la famiglia di Shasha è una normale famiglia, solo più cinese delle altre.

E non parla inglese, cosa che ha limitato le nostre conversazioni alla nonna che mi dice cose e ride, e tutti gli altri che mi agitano la mano per salutarmi e poi ci si ignora.

Non potendo comunicare diventa difficile relazionarsi anche a livello emotivo, capire se queste persone ti sono simpatiche e tu a loro. L’unica che non ha problemi in questo senso è la nonna, che comunica nel linguaggio universale delle nonne: mi dà da bere, mi porta un gelato, si assicura che non abbia troppo caldo e che faccia il pisolino dopo pranzo con la coperta sulla pancia.

Una premura che tutta la famiglia mi ha dimostrato durante la mia permanenza a Guiyang, è stata di sintonizzare la televisione sul canale CCTVNews, un canale di notizie esclusivamente in lingua inglese. Non che me ne fregasse qualcosa, oltretutto il pluralismo dell’informazione in Cina non esiste, avrei ottenuto notizie più credibili dal mio telefono, ma quando sei in una casa piena di persone che parlano fra loro in un idioma sconosciuto l’unica alternativa al fingersi morto è fissare lo schermo sperando che succeda qualcosa.

Il primo giorno incontro anche la famiglia dello zio. Lui è un tipo gioviale, cerca di fare amicizia, si prende confidenza. Sua figlia è una ragazzina con gli occhiali che parla inglese decentemente, proviamo a dirci qualcosa, ma è come la gag di Guzzanti sull’aborigeno.

Una delle ragioni per cui siamo venuti fino a Guiyang è che la mia fidanzata deve rifare la carta d’identità.

Andiamo subito dal fotografo, e intanto che lei posa nel retrobottega io vado a fare due passi senza allontanarmi troppo, che se mi perdo qui non so proprio come riuscirei a ritrovare la strada.

Il clima è migliore che a Pechino, l’aria sembra più fresca. Di certo è più pulita.

Vengo attirato da un uomo che trasporta due ceste cariche di roba appese a un bastone, come una bilancia. È la tipica immagine dell’Oriente che collego alla mia infanzia, quando sfogliavo enciclopedie e guardavo cartoni giapponesi. A Pechino questi ambulanti non si vedono di sicuro, ma qui ne incontri di continuo: vendono frutta, oggetti, noci, e sempre col loro bilanciere sulla spalla.

Entro in un negozio di scarpe e la commessa si avvicina come al solito, e come al solito le dico, in inglese, che sto solo dando un’occhiata.

Questa va nel panico, chiama la sua collega che stava nel retro, ridono isteriche e si nascondono dietro al banco da dove mi fissano come se fossi in mutande.

Mi sento, in effetti, come una strana attrazione da circo, e la cosa non mi garba affatto, per cui decido che ci sono un sacco di altri negozi meritevoli della mia attenzione, ringrazio ed esco. Alle mie spalle risate come a una stand-up comedy.

Dopo pranzo (del pollo avanzato dalla sera prima e della roba buonissima comprata in una delle bancarelle giù in strada) i nonni devono riposare, quindi schiodiamo.

Shasha mi porta avedere il Padiglione Jiaxiu e il giardino Cuiwei. Fa un po’ strano tradurre i nomi cinesi, ma sennò non si capisce di cosa sto parlando, se di un piatto o di un edificio.

In questo caso si tratta di un complesso di edifici storici, epoca Ming (1598), formato da un ponte sul fiume Nanming, un padiglione di ottima fattura e una serie di edifici più piccoli circondati dal tipico giardino cinese,con gli ingressi tondi e i leoni di pietra.

Nel 1998, una delle periodiche inondazioni che colpiscono la regione danneggiò la struttura, e nella squadra di architetti che la riportarono allo stato originale era presente suo nonno. Per questo ci teneva a mostrarmelo, e mentre percorriamo il vialetto che sale verso l’edificio più alto mi mostra dove, da bambina, veniva a giocare con gli amici.

Sorride mentre lo racconta, e io quando sorride perdo interesse in tutto il resto, quindi scusate, ma del padiglione Jiaxiu non mi ricordo altro.

La parte di città in cui ci troviamo è dominata dal Kempinski Hotel, l’edificio più alto della zona.

Ci lavora un amico di Shasha, e andiamo a convincerlo a lasciarci salire ai piani alti. Grazie alla sua intercessione otteniamo un passaggio in ascensore e raggiungiamo il salotto panoramico, dove dei distinti uomini d’affari in abiti eleganti stanno prendendo il caffè. Noi in ciabatte e pantaloncini siamo perfettamente a nostro agio e scivoliamo lungo le vetrate con la grazia di baiadere in libera uscita.

Speravo di vedere il parco giochi futuristico appena inaugurato, o perlomeno il palazzo con la cascata sulla facciata, ma devono essere entrambi nella parte nuova, a nord.

Il colpo d’occhio è comunque notevole.

Abbiamo tutto il pomeriggio per ciondolare prima di andare a cena a casa di sua madre (leggera tensione sottocutanea): torniamo al fiume a giocare con gli aquiloni nella piazza principale, che si chiama Renmin, piazza del Popolo. È ampia e brutta, circondata da coppie di colonne e panchine, include nel campionario di squallori anche delle teste di animale su piedistalli di cemento, raffiguranti i dodici segni dell’oroscopo cinese.

Sul fondo una specie di ufone dorato tenuto a mezz’aria dalle canne di un organo collassate per la vergogna. Dalla parte opposta un’alta statua di Mao Benedicente fa la guardia a un edificio che ricorda qualche hotel americano degli anni ’50, quando faceva moderno somigliare a pandori spaziali.

In mezzo alla piazza gente in bici, coi pattini, e diversi campioni indiscussi di aquilonerie.

“Sei capace a far volare l’aquilone?”

“Che ci vuole? Dammi qua!”

Per dieci soldi (un euro e venti) compriamo il modello economico a forma di triangolo. Io avrei voluto quello più figo ad aquila reale, ma la mia saggia fidanzata preferisce andare per gradi, metti che non siamo così bravi.

Spoiler: aveva ragione lei, far volare un aquilone è più difficile di quanto pensassi. Mentre tutto intorno i locali ci sbeffeggiano da altezze che dovrebbero essere proibite ai mezzi sprovvisti di turbine, il nostro farfallone arranca a due metri dal suolo con l’incedere pericolante di un ubriaco dopo il cenone di capodanno.

In compenso, ciabattando avanti e indietro per evitare atterraggi rovinosi, rischiamo di travolgere diverse persone. Shasha commette anche l’errore di srotolare completamente il rocchetto di filo, e cattura un incauto pattinatore che stava dieci metri più in là.

Le nostre prodezze ci rendono immediatamente popolarissimi, tutti si fermano a guardarci e commentano a voce alta. Ho l’impressione che non ci stiano lodando per la nostra irresistibile simpatia, perché ad un certo punto, quando finalmente sono riuscito a rimettere le mani sul giocattolo e sto cercando di farlo ripartire, Shasha decide che è l’ora dell’aperitivo e mi trascina via.

Mi porta in un bar che conosce bene, dove mi mette davanti a un birrone gelato senza niente da mangiare, neanche due noccioline.

La barista sta tagliando a pezzi un grosso cubo di ghiaccio, mentre sul fuoco una pentola piena d’acqua raggiunge l’ebollizione.

Chiedo se serve per il minestrone, e mi viene spiegato che con quella si fa il ghiaccio. Viene bollita prima per eliminare le bolle d’aria. Non lo so se è vero, a quel punto sono ubriaco, neanche ascolto più.

La cena a casa della mamma è sobria: ordinano una teglia con dentro un pescecane intero sprofondato in una salsa di qualunque cosa comprese le arachidi. In tutta la serata dico forse tre parole, di cui una è ciao e le altre due bye bye. Però non va male, dopo cena ci sediamo a prendere il tè e assisto a una complicata cerimonia di travasi in contenitori sempre più piccoli. Mi regalano anche un servizio di teiera e quattro tazzine che spero tanto di riportare in Italia intatto.

Cina, agosto 2018 (5/12) – maramao perché sei morto

Venerdì 10 agosto.

Stavolta ci riesco, mi alzo in tempo e vado diretto in piazza a vedere il morto. 

In realtà sono indeciso se visitare il mausoleo di Mao, la coda per l’accesso alla piazza sotto questo sole scoraggerebbe un cammello. In alternativa potrei infilarmi al Museo Nazionale: l’ho già visitato la volta scorsa, ma le esibizioni temporanee cambiano spesso, e al momento dovrebbe esserci qualcosa sull’arte primitiva australiana.
Una volta uscito dalla metropolitana realizzo che in ogni caso l’ingresso di entrambe le strutture è al di là della tonnara al posto di controllo, bisogna rassegnarsi.

Fa così caldo che dopo dieci minuti la mia camicia è passata dallo stato solido a quello liquido.
C’è una signora che si infila nella calca per vendere gelati, un’altra bottiglie d’acqua, la terza defibrillatori. Ma solo io sudo così tanto? I cinesi appaiono più rilassati, oppure smadonnano come me, ma nella loro lingua non li so capire.

Una volta superata l’estenuante trafila burocratica vado a vedere come si entra al mausoleo, che oramai sono qui e a dire la verità dell’arte aborigena mi frega pochino.

La coda è lunghissima, e si piega e ripiega su tutta la superficie della piazza. E stiamo parlando di una distesa ampia come la Città del Vaticano. Nonostante la lunghezza sembra scorrevole, le persone all’inizio della fila camminano abbastanza lentamente, ma camminano, e quelle all’estremità opposta vanno molto più veloci. Calcolo mezz’oretta al massimo di attesa. Dai, ce la faccio. Mi inserisco anch’io nel lungo serpentone di questo incredibile rito collettivo.
È pazzesco vedere persone arrivate da ogni angolo della Cina che si mettono in fila sotto il sole per rendere omaggio alla figura che incarna.. boh, il loro ideale? Il loro sogno di un Paese migliore? Lo stato sociale solido in cui vivono? Cos’è che rappresenta Mao per i cinesi, esattamente?

A leggere la sua biografia viene fuori una figura potente, capace di riforme che hanno aiutato la Cina a diventare quel colosso economico che è oggi. Ha combattuto e vinto le guerre interne contro i cospiratori che avrebbero infranto questo suo grande sogno, e per farlo ha compiuto imprese leggendarie, come attraversare a piedi 9600 km in testa alla sua armata, combattendo l’esercito del Kuomintang, per lanciare una controffensiva che si sarebbe rivelata vincente. Ha sconfitto l’analfabetismo, rilanciato l’economia, restituito la terra ai contadini.

Solo che la sua biografia l’ha scritta lo stesso partito che oggi governa il Paese senza elezioni né opposizione, e riduce a silenzio i dissidenti semplicemente facendoli sparire. Perseguendo la stessa politica cinica e violenta adottata dal Grande Timoniere Mao.

Il “Grande balzo in avanti”, la riforma epocale che avrebbe dovuto trasformare la Cina in una potenza economica, provocò la più grande carestia nella storia del Paese, lasciando sul terreno fra i 14 e i 43 milioni di morti, a seconda di chi te lo racconta. E quando, in seguito a questo fallimento, il partito decise di estrometterlo dalla carica, Mao lanciò la Grande rivoluzione culturale, un’insurrezione popolare che gli permise di liberarsi di tutti i suoi oppositori politici, e che ebbe, fra gli altri effetti, quello di distruggere gran parte della memoria storica dello stato.

Se oggi visiti una città qualunque della Cina sono pochi gli edifici più vecchi degli anni ’70, considerati in quel periodo che va dal 1966 al 1969 (ma pare che in realtà sia continuato fino alla morte del dittatore, dieci anni più tardi) un “retaggio della borghesia”.

A dirla tutta anche i grandi risultati ottenuti prima di sbarellare vengono considerati modesti, se paragonati a quelli, per esempio, di Taiwan, che è riuscita a ottenere gli stessi risultati senza ammazzare nessuno, o dell’India.

La Cina di Mao, dal 1949 al 1979, ha perso un numero di abitanti che a seconda delle stime varia da 20 a 80 milioni, fra carestie, epurazioni e guerre. I suoi successori hanno portato avanti le stesse politiche repressive, e ad oggi la Cina non può considerarsi un Paese libero né democratico, nelle sue prigioni si pratica ampiamente la tortura e gli attivisti per i diritti umani sono fra le vittime preferite della polizia.

Un centocinquantesimo della coda

Alla luce di queste considerazioni viene da chiedersi che cazzo abbiano i cinesi da riconoscere a questo tizio. Poi mi viene in mente un’altra cosa.

Il tasso di alfabetizzazione totale è di oltre il 96%, le città sono enormi monumenti al progresso, ma se esci dai grossi centri urbani la situazione cambia drasticamente, e non so quanto sia facile per l’abitante di un villaggio dello Xinjiang avere accesso a un’informazione diversa da quella ufficiale. Intendo un abitante di etnia Han, la più diffusa, perché se sei un uiguro non hai accesso a un cazzo di niente tranne giusto un campo di rieducazione.

Quindi tu sei un cinese che vive in qualche città di secondo piano, hai una discreta occupazione che ti permette di tenerti al riparo da sfratti improvvisi e un reddito sufficiente da permetterti qualche viaggio nella capitale. Dal tuo punto di vista la Cina post imperiale era una terra di briganti finché non è arrivato Mao a salvarla, ha cacciato i giapponesi, ha cacciato il kuomintang, ha dato il via a un processo di crescita che ti ha portato oggi a essere la più grande potenza economica al mondo.

E cosa fai, non lo vai a ringraziare uno così?

In effetti i Pechinesi non ci vanno a rendere omaggio a Mao, te ne rendi conto all’imbocco dei sottopassi e agli attraversamenti pedonali, dove stanno i tizi in divisa che gestiscono la fiumana di persone: ci sono sempre gruppetti di turisti che chiedono informazioni, qualcuno che si infila nel sottopasso contromano e fa smadonnare qualche centinaio di locali (sull’incapacità dei cinesi di stare al mondo dovrei aprire un capitolo a parte, ma non lo farò per gentilezza. Ci tornerò spesso,comunque), famiglie di sei sette individui che ciondolano con aria smarrita in mezzo alla piazza. Sono i cinesi di provincia, gli stessi che mi si avvicinano nei luoghi turistici e mi chiedono di fare una foto con loro perché non hanno mai visto un occidentale, perlomeno uno così peloso.

appena prima di entrare

Gli occidentali in coda non li ho visti, giusto una ragazza bionda piuttosto sgamata, che alla seconda curva aveva già superato tutti e si allontanava fendendo la folla. In compenso ogni genere di umanità dagli occhi a mandorla e i vestiti assurdi: durante l’ora e mezza di coda (la mia stima iniziale si è rivelata fin troppo ottimistica) mi sono transitati davanti come su una passerella alla Settimana della Moda Scrausa tizi vestiti da cowboy, magliette in un inglese improbabile, marche italiane taroccatissime, mamme con prole al guinzaglio e una nonna d’assalto che trainava il passeggino col nipote dentro.

A mano a mano che ci si avvicinava all’ingresso il passo si faceva più lento, fino a fermarsi del tutto in prossimità del cancello. Qui siamo stati divisi in due file e invitati a entrare in un piccolo edificio, dove vengono controllati i documenti e ritirate le bottiglie d’acqua. Di lì in avanti sarebbe vietato fare foto, ma almeno fino all’ingresso del mausoleo vero e proprio il massimo che ricevi è un richiamo verbale.

Al di là del recinto sei ancora in coda, e ci resterai fino all’uscita: il pellegrinaggio alla tomba di Mao non prevede soste, stai intruppato nella tua versione ridotta della Lunga Marcia fino alla fine. Lungo l’ultimo tratto del percorso alcuni venditori ti offrono un giglio con cui omaggiare la salma.Costa 3 RMB, 37 centesimi di euro. Molti lo prendono e una volta all’ingresso lo vanno a depositare nella prima sala, su un tavolo che ne è già pieno.

Considerato che sono stati comprati venti metri prima e sono ancora tutti confezionati intatti non mi stupirei se ogni tanto gli inservienti li facessero su e tornassero a venderli a quelli ancora in coda fuori.

Il resto della sala è composto da una statua di Mao benedicente circondata da vasi (quelli no, non li portano i fedeli). Qui fare le foto ti costa molto più di un richiamo: un tizio davanti a me è stato fermato, gli hanno controllato il telefono e cancellato lo scatto incriminato.

appena fuori

Poi si entra nella seconda sala, quella del sarcofago. Due lunghe file scivolano silenziose ai lati della teca di vetro che conserva la salma. La luce è bassa, ma il cadavere è illuminato a sufficienza. Ha la pelle di un colore che non è più quello dei vivi e non è mai diventato quello dei defunti, lucida come quella delle statue di cera. In effetti nessuno ti garantisce che la figura nel sarcofago di vetro sia mai stata viva, né hai modo di capirlo di persona, dato che ci passi parecchio distante e senza poterti neanche fermare. Ma tanto, per quel che mi riguarda, l’unico metodo che conosco per scoprire se un cadavere è vero o di cera è quello di aspettare l’apocalisse zombi e vedere se si risveglia. A quel punto gli spari in testa: se diventa uno zombi lo uccidi di nuovo, sennò gli metti uno stoppino nel buco in fronte e ci fai la candela più invidiata dai vicini.

Cinque minuti dopo sono fuori, sul retro del mausoleo. Davanti a me la porta di Qianmen e diverse bancarelle di souvenirs, che vendono gli stessi prodotti di quelle all’ingresso del santuario di Lourdes, solo con un personaggio diverso.

Per un paio di euri mi faccio una scorta di spillette con la bandiera cinese, la faccia di Mao e tante altre comunistezze su sfondo rosso.

Stanco ma appagato torno a casa, che c’è da chiudere la valigia. Stasera si parte per la Cina più profonda!

Cina, agosto 2018 (4/12) – palazzi estivi e ufi

Piove, uggia, trista. Il tempo migliore per andare a vedere Yíhé Yuán (頤和園),il Palazzo D’Estate dell’imperatore. Quello vero però, non la copia scrausa dell’altra volta.

Che poi sarebbe dell’imperatrice, visto che venne fatto costruire dalla vedova Cixi come residenza estiva, ma non mi metterò a raccontare la storia del sito, che è lunga e si trova su wikipedia.

Esco di casa e scopro con gioia che la temperatura si è abbassata notevolmente, ora invece di avere un phon che ti soffia in faccia ti sembra solo di stare nello spogliatoio della piscina.

Prendo la metro e scendo alla fermata giusta, da lì seguo la folla fino all’ingresso Nord, poco più avanti.

Il biglietto comprende diverse attrazioni, ma non ho capito quali siano; forse la mia Lonely Planet lo spiegherebbe anche, ma non ho voglia di leggere, le do solo qualche occhiata ogni tanto. Sarà perché ho comprato la versione inglese, l’unica approfondita su questa città; in italiano trovi solo una National Geographic striminzita su Pechino e Shanghai o un volume enorme che copre tutta la Cina. Mi sto impigrendo, leggo malvolentieri in inglese, non spiccico una parola di cinese e quando mi puntano una pistola in faccia gli do direttamente il portafogli senza sbattermi a contrattare. Di questo passo dove andremo a finire? È tutta colpa dei social, secondo me. Vabbè, faccio il biglietto e passo i cancelli.

La visita inizia subito in salita, perché c’è un bordello di gente e perché è, in effetti, in salita: superato il ponte sul fiume, che scavalca un porticciolo grazioso, inizia la scalata alla Collina della Longevità, il cui nome fa intuire che non sarà certo sui suoi tre milioni di scalini ripidissimi che ti schianterai, vai avanti impavido!

Come la maggior parte dei palazzi cinesi anche questo è composto da diversi edifici che fungono da porte. Salendo ne attraversi diverse, alcune sobrie in cima alle mura di una specie di fortezza, altre più decorate.

In cima alla collina c’è un tempio con le pareti ricoperte di piccoli Budda scolpiti, qualche bancarella di souvenirs e tre ragazzini che in un ottimo inglese mi hanno chiesto di fare una foto con loro.

Poi sono sceso dall’altra parte attraverso un bosco, giù per un sentiero reso scivolosissimo dagli aghi di pino e dall’umidità, e ho raggiunto il lago.

Come tutti i palazzi imperiali anche questo è pieno di colori, resi ancora più vividi dal contrasto con la vegetazione scura. I templi spuntano fra gli alberi, la collina restituisce un aspetto più vivace della monotonia pianeggiante offerta dalla Città Proibita. E il lago è enorme e pieno di barche. La maggior parte sono traghetti che fanno la spola da un lato all’altro, li riconosci dalla prua a forma di drago, ma ci sono anche tantissimi pedalò in affitto. Con questo caldo, madonna.

Prima di salire a vedere la torre, l’elemento più appariscente del complesso, prendo il traghetto per fare un giro del lago, ma non è un battello per giri panoramici, è un servizio di trasporto vero e proprio, e mi molla dall’altra parte di questa superficie enorme. Col cazzo che torno a piedi, vado a vedere un altro tempio su un isolotto al di là di un ponte parecchio imponente e poi rifaccio la fila per tornare da dove sono partito. Nel frattempo faccio la foto alla statua di un bue di bronzo: dopo il toro di New York la mia collezione di bovini metallici si va allargando.

Sul traghetto del ritorno una ragazza mi si siede accanto e mi domanda una foto insieme. Certo, rispondo, ma ne voglio una in cambio sennò i miei amici dicono che tutte questi ammiratori me li sono inventati.

Per quella sul suo telefono usa un filtro scemo che ci disegna le orecchie da coniglio. Ma perché le asiatiche si abbandonano tutte a questi atteggiamenti infantili? Non credo che potrei mai stare con una di loro.. oh wait…

Sbarcato nuovamente da dove ero partito mi sembra l’ora giusta per abbandonare il complesso, così risalgo a fatica la collina passando per la torre, vado a visitare il tempio coi budda scolpiti sulle pareti e ne trovo un altro gigantesco all’interno, quindi ridiscendo dall’altra parte più che soddisfatto della visita e me ne vado a prendere la metropolitana.

Mi fermo solo per visitare il porticciolo sotto il primo ponte, che non è niente di speciale, giusto una passeggiata senza protezioni su un molo strettissimo per vedere negozi di qualunque genere di pacchianeria turistica.

Scoprirò solo molto più tardi di avere saltato tutta la parte riservata alle stanze dell’imperatrice, con gli arredi, i mobili e quelle cose che ti fanno capire come vivevano in un posto del genere, e che fin dal mio primo viaggio in Cina mi sono domandato perché non ci fossero mai: di solito visiti una di queste strutture e passi da un tempio all’altro, da una sala del trono all’altra; i cartelli ti spiegano che lì dove adesso c’è un negozio di souvenirs prima stavano i sacerdoti di questo e quell’altro, e laggiù dove sono appesi tutti quei pannelli con la storia della ricostruzione del palazzo una volta si conservavano i fagioli. Vabbè, mi sono chiesto, ma i mobili? Tipo l’imperatore dove mangiava? La sua camera da letto si può vedere? All’interno della Città Proibita non lo so, nella metà che ho visitato non c’era niente, ma qui si può, sta tutto in quella parte di struttura a destra del lago, guardando il palazzo. Quella che non mi sono cagato.

La sera andiamo al Temple Bar, il locale di musica dal vivo che somiglia a quello che frequentavo a Genova quand’ero pischello. Ci avevamo fatto un salto la sera di Natale, ma non c’era nessuno. Stasera suona un gruppo italiano milanese, gli Octopuss, con due esse.

Non ho capito come abbia fatto un trio funk rock milanese a finire in una tournèe cinese, ma a quanto pare da queste parti hanno un discreto seguito, non è la loro prima volta, e leggendo in giro ho scoperto che partecipano a una sorta di scambio culturale fra Italia e Cina. La loro pagina su youtube è piena di esibizioni nelle principali città del Paese.

Sono bravi, meriterebbero più pubblico di questi quattro gatti, me e fidanzata compresi. Shasha mi chiede se voglio andare a salutarli, ma non mi va di farmi riconoscere come italiano, non saprei cos’altro dire tranne “ehi bravi, sapete, sono italiano anch’io”. Estigrancazzi. Poi penso che la maglietta di Emergency che sto indossando mi identifica fin troppo bene, rivelando oltre alla cittadinanza anche le simpatie politiche.

Giovedì 9 agosto

La regola, quando sei in vacanza, è che ti alzi un po’ quando ti pare. Questo diventa ancora più vero quando la tua fidanzata, che non è in vacanza, si alza alle sette per andare a lavorare e di colpo è l’ora di punta in metropolitana: accende tutte le luci di casa, sbatte tutti gli sportelli e ti parla a voce altissima come se invece che sotto le coperte con gli occhi chiusi e la bolla al naso fossi in cucina a prepararle la colazione. L’unica differenza fra la camera da letto e la fermata di Sanlitun è che sono ancora orizzontale e in mutande.

Chiaro che appena se ne va rispengo la luce e mi rimetto a dormire.

Il piano al risveglio sarebbe di andare a vedere la tomba di Mao. Shasha non capisce questo mio interesse per i morti imbalsamati, già a Natale ho tentato di visitare il mausoleo e ho trovato chiuso, mi chiede se ho un problema di necrofilia. Le dico che no, sono solo curioso di vedere un cadavere imbalsamato, specie se è quello di un leader mondiale. E poi mi affascina la venerazione che gli tributano i cinesi, come se fosse un santo laico.

Insomma mi preparo, esco e, come tutte le volte, finisco imbottigliato all’ingresso di piazza Tiān’ānmén, dove devi sempre esibire il documento e si creano delle code allucinanti.

Chiaro che al momento di entrare nel mausoleo è passato mezzogiorno e hanno già sbaraccato. Anche la salma di Mao rispetta degli orari, quando stacca se ne torna a casa o si ferma a un baretto lì dietro a farsi un bicchiere con gli amici. Dicono che sia più simpatico di quel che sembra sul lavoro.

Vabbè, vado a Qianmen, appena lì dietro, e provo a ordinare il lu zhu huo shao. Però non dal tizio ostile, magari vado da un altro. Ma magari provo a mangiare un’altra cosa.

se mangi qui e sopravvivi diventi immortale, pare

Insomma, sono finito nel solito buco infame, sporchissimo, gestito da due donne di cui una lavava i piatti e l’altra sputava per terra, a mangiare i mian tiao meno invitanti della mia vita.

Non sono stato male, quindi almeno la cucina era pulita, oppure la cuoca non soffriva di malattie trasmissibili con la saliva.

Sulla via del ritorno mi perdo intorno alla solita piazza, trovo un grosso ufo, che poi sarebbe il teatro dell’opera, e lentamente ritorno verso l’hotel di Shasha, che mi aspetta per cena.

Finiamo la serata con una zuppa senza infamia né lode.