“Impossibile, qui condile tutto con soia”, “E li mortacci soia!”

Titolo scarso, eh? Pensate che la prima idea è stata “la Cina in cucina”, poi mi sono vergognato.

I cinesi quando si incontrano non si dicono ciao, si chiedono “Nǐ chī le ma?”, che vuol dire “Hai già mangiato?”, e io a un popolo che prima ancora di chiederti come stai ti offre da mangiare non posso che volere un sacco di bene.

A Pechino trovi da mangiare dappertutto più o meno a qualunque ora, i baretti e i ristoranti chiudono tardi, ovunque ti giri c’è un chiosco che cucina roba.

A Wangfujing c’è una strada chiamata Dashamao Hutong che sulle guide viene chiamata “The snack street”. Ci trovi solo bancarelle che vendono spiedini di qualsiasi cosa. I cinesi infilzano ogni specie animale o vegetale, puoi comprare fragole caramellate, calamari grigliati, pezzi di carne la cui origine resterebbe ignota anche alla polizia scientifica, e gli scorpioni.

In effetti tutti parlano di questo vicolo perché è l’unico posto in tutta Pechino in cui puoi trovare gli scorpioni grigliati. Perlomeno l’unico di cui si parla.

L’entomofagia è la pratica di mangiare gli insetti, ma i ragni non sono insetti, quindi si dovrebbe parlare di entomo- e aracnofagia, ma è anche vero che non ha senso cercare un pelo in un piatto pieno di zampette. Questo regime alimentare è diffuso in gran parte del mondo, ma non da noi, che pertanto ci prendiamo la briga di schifarci se a un pranzo di lavoro ci mettono davanti un piatto pieno di larve grosse come mandarini. È successo a una mia amica in una città della Cina in cui si trovava ospite, ed è la sola ragione per cui accetto che i cinesi, davvero, si mangino i bagoni.

Nei dieci giorni di permanenza in Cina non ho mai trovato nessun altro posto al di fuori del vicoletto di Wangfujing, e anche lì i due banchi presenti erano del tutto snobbati dalla seppur numerosa clientela. Inoltre i cinesi che conosco io si farebbero investire da un’auto piuttosto che infilarsi in bocca un millepiedi.

Ma com’è il cibo cinese? È buono? Ero partito prevenuto, abituato al cibo meno che mediocre servito nei ristoranti genovesi, dove fra un all you can eat e un sushi bar (che è come se un ristorante francese facesse la pasta al pesto) ti tocca accontentarti di una quindicina di piatti ibridi, sempre gli stessi ovunque, cucinati peraltro in maniera dozzinale.

Ecco, la cucina cinese originale non è molto diversa, nella sostanza: un sacco di zuppe, con o senza spaghetti dentro (spaghetti di riso o di soia, quelli di grano che mangiamo noi non li usano), diversi tipi di stufato e padellate di verdura, o carne, o entrambe. La cucina al forno non la considerano, non usano la farina di granturco né i derivati del latte come burro e formaggio. Il pane è diffuso, ma come un alimento occidentale, la stessa cosa che succede qui con l’hamburger.

Però, se a cucinarla sono dei cuochi e non dei facchini, la cucina cinese è proprio buona, e il mio primo impatto vero è stato la sera di Natale, quando mi sono seduto al tavolo del prestigioso Made In China.

Che già me lo chiami Made In China e penso che adesso la sedia si rompe e la forchetta è di plastica e il cameriere ha i baffi finti e se guardo dietro la parete di bottiglie preziose scopro che c’è solo una trave a tenerla in piedi e separarla dall’officina allestita dietro, tipo set cinematografico. Made in China, ma dai!

Il tavolo è in un angolo appartato, le luci sono soffuse e il cameriere non ha i baffi. Provo a spingere una parete e non si muove niente, tiro i capelli al tizio seduto al tavolo accanto e sembrano veri anche quelli. Guardo sotto al tavolo, sopra gli scaffali, tiro giù sei o sette bottiglie per cercare telecamere nascoste, non trovo niente. Mi sa che è un ristorante vero.

Allora ordiniamo. Cioè, Shasha ordina, io non so neanche dire buonasera.

Spinaci con crema di senape e semi di sesamo e melanzane al vapore. E io sarei a posto così, ma in quel ristorante sono famosi per l’anatra alla pechinese, il cui nome lascia intuire che non sia il caso di mangiarla in un’altra città.

l’anatra alla pechinese è quella nel piatto

L’anatra alla pechinese è un piatto che risale all’impero Yuan, che sono quelli venuti prima dei Ming, che erano interpretati da Max Von Sydow e amavano to play with things a while before annihilation. Stiamo parlando della fine del 13° secolo, metà del 14°, anche se la sua vera fortuna risale al tardo impero Ming, grossomodo quando Colombo stava in mezzo all’Atlantico cercando di convincere il suo equipaggio che una volta arrivati nel Catai ci sarebbe stato papero arrosto per tutti. Poi è andata a finire come sappiamo, ma intanto a Pechino la corte si godeva questo piatto raffinato, diventato così celebre che neanche trent’anni più tardi apriva il primo ristorante specializzato, Bianyifang. C’è un ristorante in città che porta lo stesso nome: non è proprio lo stesso ristorante, ma è parente, risale alla metà dell’800, ed è comunque il più antico ristorante cittadino.

Noi però avevamo lo sconto al Made In China.

Come si mangia l’anatra alla pechinese?

I cinesi a tavola stanno molto attenti all’igiene, al punto di bere acqua calda perché quella fredda fa male, perciò non vedono di buon occhio infilarsi il cibo in bocca con le mani. Se a casa ognuno è libero di fare come gli pare l’etichetta richiede che qualsiasi pietanza venga consumata aiutandosi con le bacchette o il cucchiaio. Sì, anche gli involtini primavera, e se li mangiate con le mani sappiate che dalla cucina vi stanno guardando come degli zozzoni. È per questo che ogni pietanza nella cucina cinese viene servita già tagliata in bocconcini, compreso il pesce e il pollame.

Scordatevi la coscetta strappata via e rosicchiata con gusto tenendola per l’osso, il piatto tipico di Pechino viene servito a fette in tre piattini: in uno trovate la carne magra, in uno la pelle arrostita e nell’ultimo la carne più grassa. Insieme alla portata principale il cameriere porta delle piccole sfoglie di pane, tipo crèpes, in cui vanno arrotolati i bocconi di carne. A piacere si può aggiungere della cipolla fresca tagliata a bastoncino e della salsa, che sui tavoli non manca mai.

Come viene preparata non ve lo spiego, e neanche lo voglio sapere: una cosa che ho capito della cucina cinese è che dietro quella porta succedono cose che mi farebbero passare l’appetito, a prescindere da quanto sia buono il risultato.

La cena di Natale è stata il momento più elegante dei miei pasti cinesi, ma se devo dire la verità non la più soddisfacente. Non tanto per la qualità del cibo, credo che il Made In China sia il posto migliore in cui mi sono seduto (di sicuro il più caro), quanto per il menu. Perché l’anatra è buona, ma preferisco il pollo. Forse è una questione psicologica, se invece che con Carl Barks fossi cresciuto con Doug Savage i miei sentimenti verso i pennuti sarebbero ripartiti diversamente. A parte che sarei molto molto più giovane.

A Pechino comunque non c’è solo l’anatra, neanche impegnandosi si corre il rischio di morire di fame, neanche se sei vegano, fruttariano, pisquano o adepto di qualche altra aberrazione alimentare. Per dire, volendo potresti nutrirti di cibo italiano ogni giorno senza sederti mai due volte nello stesso ristorante. Per dire, eh? Io per esempio non ci ho neanche mai provato, non mi piace la cucina cinese in Italia, figurati se provo quella italiana in Cina. Metti che mi portano la pasta col cappuccino e non sanno fare bene né la prima né il secondo.

Però ho mangiato in un giapponese straordinario, impraticabile qui a casa, come ho già spiegato più sopra, e in un coreano, novità assoluta per un provinciale come me. Il pollo fritto gangnam style è entrato di prepotenza fra i miei piatti preferiti.

You House, il giapponese spettacolare nell’hutong Wudaoying

Ho fatto anche una colazione vietnamita, ma sulle colazioni gli asiatici hanno tutti qualche problema. D’altronde se non usi burro e zucchero che colazione puoi preparare? Per fortuna, a volersene servire, la capitale è piena di bar in stile occidentale che ti preparano caffè e brioche. Il caffè espresso ormai si trova dappertutto ed è generalmente bevibile, tranne da Starbucks, ma loro sono malvagi e ci odiano, e lo fanno cattivo per dispetto. In un bar di Shanghai ne ho bevuto uno buono, ma così forte che non ho dormito tre giorni. E per prepararlo ci hanno messo un quarto d’ora, giuro, un quarto d’ora per una tazzina di espresso lavorandoci in due. Sembrava che stessero maneggiando una bomba. Il cliente cinese non ha fretta, si prende la tazzina, se la porta al tavolino e la sorseggia come faremmo noi con un bicchiere di vino rosso.

Io e le colazioni non ci siamo trovati in sintonia, devo ammetterlo. La mia testardaggine a non voler mangiare italiano mi ha tenuto lontano dalle sponde sicure; la tipica colazione pechinese a base di jianbing, una frittella arrotolata in un’altra frittella più unta, mi ha reso facile passare direttamente al pranzo senza allontanarmi troppo dai canoni. La cosa più simile alla nostra è la colazione del sud, di cui la mia ragazza è portabandiera, e che comprende gli youtiao: delle frittellone a bastoncino da inzuppare nel latte di soia. Molto vicino alla focaccia nel latte dei nostri nonni (vabbè, nonni..).

Sennò, se siete coraggiosi potete provare il douzhi, succo di fagioli fermentati. Chi l’ha provato dice che odora un po’ di uovo, quindi immagino sia come bere peti.

È passato un po’ di tempo dal mio viaggio in Cina, e buona parte di esso l’ho trascorsa a cercare nella mia città ristoranti che mi offrissero la stessa qualità trovata a Pechino. Che non vuol dire che a Pechino si mangia sempre e solo bene, fuori dal Tempio del Cielo ho mangiato in una bettola infame, e ho mangiato malissimo. L’unica ragione per cui ne conservo un ricordo positivo è che l’ho trovata da solo, sono entrato, ho ordinato e pagato. Non era difficile, parlavano inglese, e come gli inglesi facevano da mangiare: il peggior pasto in dieci giorni di permanenza.

mangiar male a Pechino si può eccome

Ma il resto è stato squisito, e nei tre giorni passati a Shanghai ho scoperto che la cucina del Sud è anche meglio. Ma di quella preferisco parlare in un altro capitolo, se mi venisse voglia di scriverlo.

(magari continua)

ci vediamo in piazzetta

Piazza Tien An Men, che poi sarebbe Tiān’ānmén, che poi non sarebbe neanche il nome della piazza, ma dell’edificio che su di essa si affaccia e costituisce l’ingresso principale alla Città Proibita, è stata la piazza più grande del mondo finché non ho scoperto che ne esistono altre sei molto più grandi di cui cui ignoravo l’esistenza, ma resta una piazza molto più importante di quelle sei piazze puzzone capaci solo di allargarsi a dismisura per due ragioni storiche.

Fu qui, infatti, che il 1° ottobre 1949, Máo Zédōng si affacciò alla terrazza, e come tutti i leader che si affacciano alla terrazza diede il via a un radicale cambio di gestione: via il Guómíndǎng e la sua cricca, che si rifugiò a Taiwan da dove proclamò la Vera Repubblica Cinese Di Cui Non Frega Un Cazzo A Nessuno, dentro il Partito Comunista Cinese e la sua cricca, che da allora trattano il Paese come una cosa loro esattamente quanto quelli di prima e di prima ancora e su e su fino all’Imperatore Giallo, padre di tutto il popolo cinese.

i parrucchieri cinesi sono persone davvero bizzarre (foto wikipedia)

Mao in cinese vuol dire gatto, e quando mai si è visto un gatto fare qualcosa per gli altri?

Poi non è vero, gatto si scrive , mentre il padre della rivoluzione si scrive , che vuol dire capelli, ma il discorso vale lo stesso: avete mai visto dei capelli fare qualcosa per gli altri?

La sua salma mummificata è esposta in un edificio al centro della piazza dove non mi hanno lasciato entrare perché, in quanto blogstar internazionale, sapevano delle mie posizioni critiche verso il governo cinese, e se credete alla versione ufficiale per cui ho tentato di entrare con lo zaino, proibito dal regolamento, siete dei gonzi.

Comunque ho visto le foto, non è niente che trent’anni di chirurgia estetica sulla faccia di Berlusconi non ci abbiano già mostrato.

Del secondo episodio importante avvenuto in piazza Tiān’ānmén ho già accennato: nell’aprile del 1989, in seguito alla morte del segretario generale di partito Hu Yaobang, considerato un riformatore, gli studenti accusarono l’ex leader Deng Xiaoping di averlo deposto perché contrario alla sua politica dittatoriale, e scesero in piazza per chiedere più libertà di informazione. Nello stesso periodo, in Unione Sovietica, Gorbaciov stava dando il via a quel processo che di lì a pochissimo avrebbe fatto svanire la Cortina di Ferro. Anche gli studenti di Pechino volevano essere parte di quella rivoluzione, e con loro anche alcuni membri del Partito. Hu Yaobang era stato uno di quelli, e da Segretario Generale aveva avviato un processo di modernizzazione del Paese che comprendeva più diritti per i suoi cittadini. Nel 1987 Deng Xiaoping, che pur non ricoprendo cariche centrali restava di fatto il padrone di casa, lo destituì fra molte polemiche, lasciando chiaramente intendere che lui con le riforme tutte le mattine dopo colazione, specie se stampate su carta non troppo spessa. Alla morte dell’ex Segretario Generale non si ebbe alcuna riabilitazione da parte del Partito, e questo, oltre a un generale malcontento, suscitò la protesta degli studenti, che presero a radunarsi in piazza Tien An Men davanti al palazzo governativo, pretendendo democrazia. Le proteste si estesero in tutta la Cina, si ebbero degli scontri, che aizzarono ancora di più i manifestanti e ne fecero aumentare il numero. Durante la visita del premier sovietico la piazza era assediata al punto che la delegazione dovette entrare nel palazzo del governo da un ingresso laterale. Il 19 maggio il vertice del Partito Comunista Cinese si riunì per imporre la legge marziale in città. Prima di allora una sospensione delle garanzie costituzionali e il divieto di raduni pubblici erano stati imposti un mese prima a Lhasa, in Tibet, in seguito a disordini che provocarono la morte di numerosi manifestanti.

qui è dove a Deng ha iniziato a stringere il culo (foto Getty)

Una misura estrema non viene mai praticata nella storia di uno Stato e poi due volte di fila in un mese, di cui una nel centro della capitale. Qualcosa stava decisamente scappando di mano.

L’allora segretario generale Zhao Ziyang, appartenente all’ala riformista del Partito, tentò di evitare che la situazione degenerasse, arrivando a incontrarsi con gli studenti e chiedendo loro di andarsene per la loro sicurezza, ma non venne ascoltato.

Era in corso una spaccatura ai vertici, e questa indecisione si rifletteva all’esterno: l’esercito era stato mobilitato, ma non sembrava intenzionato ad agire; stava in periferia, bloccato da più di un milione di cittadini che erano scesi in strada per manifestare il loro sostegno agli studenti in piazza. Pechino, in quei dodici giorni che seguirono la proclamazione della legge marziale, non sembrava più avere un leader.

Alla fine vinsero i falchi. Zhao Ziyang venne condannato agli arresti domiciliari a vita, e con lui tutti i riformisti del partito. Il 3 giugno l’esercito si fece strada con la forza e si presentò in piazza Tien An Men. Il resto lo sapete, ma se dovesse servire un ripasso questa è la testimonianza di uno studente la sera che i carri armati entrarono in piazza.

Per scrivere questo paragrafo mi sono letto un bel po’ di articoli dall’archivio di Repubblica di quei giorni. È un po’ triste notare come tutti i giornalisti di allora vedessero come inevitabile la vittoria della democrazia, magari a lungo termine. A trent’anni da quegli eventi, all’ultimo congresso del Partito, il “pensiero di Xi Jinping”, l’attuale presidente, entra di fatto nella Costituzione. Le sue teorie e i suoi progetti per il futuro sviluppo del Paese sono state inserite nella carta costituzionale come già avvenne per Mao e per Deng Xiaoping (ma per lui l’inserimento avvenne dopo la sua morte). Questo significa, fra le altre cose, che la sua posizione al governo si fa ancora più potente, che opporsi al suo pensiero significa andare contro la Costituzione e quindi contro il Paese, e che nessuno crede davvero che se ne andrà alla fine del suo mandato, come fecero i suoi predecessori, quando questo avverrà nel 2022.

Intanto l’anno scorso l’ultimo cinese a ricevere il Nobel per la Pace è morto in carcere, cosa che non succedeva dai tempi del nazismo.

cambio della guardia

Per entrare in piazza Tien An Men bisogna superare un controllo: c’è un gabbiotto in cui si entra a due per volta, ti controllano i documenti, ti fanno mettere lo zaino sul nastro e ti fanno passare. Quando ci sono arrivato io il giorno di Natale era pomeriggio, faceva molto freddo e iniziava a fare buio. Saremo stati quattro o cinque a superare il controllo, e a me è toccato un tizio giovane con la faccia simpatica che non indossava neanche la divisa. Mi ha chiesto qualcosa in cinese, gli ho risposto in inglese che non capivo, si è messo a ridere e mi ha lasciato passare. Ho notato spesso questa tendenza a liberarsi del problema facendo finta di non vedere, ma anche quando entri in metropolitana e c’è un funzionario con la paletta che dovrebbe perquisirti lo fa in maniera estremamente sommaria, e il suo collega allo scanner dei bagagli spesso dorme.

Verrebbe da chiedersi che senso ha mettere su un sistema di controllo così capillare se poi è solo di facciata, ma anche da noi la sicurezza viene sbandierata soprattutto a destra, e ormai la Cina di comunista ha solo il nome.

Peraltro il gabbiotto in cui avvengono i controlli si trova alla medesima altezza del punto in cui il rivoltoso misterioso fermò la colonna di carri armati, quel giorno là. Fa un casino contrappasso dantesco.

Essendo un luogo molto vicino a dove lavora la mia ragazza, e di conseguenza a quel regno del cibo di cui ho parlato la volta scorsa, la piazza è diventata una meta abituale. Ci sono tornato per visitare il Museo Nazionale, per entrare nella Città Proibita, e sopratutto per farmi i selfie stufi: in pratica mi metto davanti a un punto riconoscibile e mi faccio una foto mentre sbuffo o mi caccio due dita in gola. Manifestare il proprio disappunto in vacanza è sempre un momento di grasse soddisfazioni.

viva la revolución,
più o meno

In piazza Tien An Men c’è poco da scegliere, il punto più interessante è l’oleografia di Mao appesa alla Porta.

Quello che non mi aspettavo era che il mio gesto mi avrebbe fatto diventare una celebrità. I cinesi si fermavano a guardarmi, qualcuno mi indicava agli amici, qualcuno rideva. Diversi mi hanno fatto la foto. Se fra questi ci fosse qualche agente in borghese lo scoprirò quando andrò a richiedere il visto per tornare a Pechino, il prossimo agosto.

Lo so, avrei dovuto aspettarmelo, d’altronde sono una blogstar internazionale che ha preso posizioni durissime contro il governo cinese, e vedermi lì a sbuffare in faccia al simbolo stesso del Partito non poteva che essere interpretato come un gesto di sfida all’ordine costituito.

Li ho sentiti borbottare frasi di stima, chi elogiava la mia audacia, chi l’irriverenza.

“Oh, l’intrepido!”, dicevano. “Oh, il monello!”, “Oh, lanciostory!”. Questi ultimi non ho capito bene a cosa si riferissero, forse è un termine cinese per i dissidenti che hanno un blog su cui ogni tanto postano anche racconti di fantasia.

Il mio gesto di sfida avrebbe avuto un seguito? Sarei stato io la miccia che avrebbe fatto esplodere la nuova Primavera Cinese?

Dopo dieci minuti che non era ancora scoppiato niente mi ha pigliato freddo e me ne sono andato.

Passando nuovamente davanti al gabbiotto del controllo ho ritrovato il tizio di prima, che stava fumando una sigaretta. Mi ha salutato con un cenno della mano.

 

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(continua)

di cosa parliamo quando parliamo di Cina

Prima di partire mi sono documentato un minimo, ho comprato una Lonely Planet e fatto una lista delle cose che avrei voluto vedere, ma devo ammettere che non ci ho trovato niente di irrinunciabile, l’arte orientale non mi ha mai preso più di tanto. Quello che mi affascinava era la gente, come vive in una città che da sola è grande quasi come il Lazio (16.808 km² contro 17.232), governato da quella che di fatto è una dittatura. Ho letto un po’ di articoli per niente rassicuranti su quartieri demoliti dall’oggi al domani, persone arrestate, inquinamento feroce, temperature polari.

Quando sono arrivato alla fila per il controllo passaporti avevo in mente tutte queste cose, mi sono sentito indifeso, come se fosse bastato uno scazzo dell’addetto alla dogana per farmi chiudere in uno stanzino in attesa del volo di ritorno. E poi avevo mal di testa, il telefono inutilizzabile, un panino mangiato a bordo così cattivo che capisco quando la Russia cerca di abbatterli, gli aerei ucraini.

Dopo quella che mi è sembrata un’eternità la signora che mi ha controllato il passaporto è stata gentile, mi ha sorriso e liquidato in un attimo. Sotto la sua postazione cinque bottoni con le faccine mi permettevano di assegnare un giudizio al servizio ricevuto. Mi sono chiesto cosa sarebbe successo a pigiare la faccia triste, forse mi avrebbero deportato? O avrebbero deportato lei? Nel dubbio ho scelto quella sorridente, e sono entrato in Cina.

Pablo Polo raggiunse il Catai dopo un viaggio assai avventuroso attraverso l’Ucraina e un sacco di paesi che finiscono in -stan.
Appena giunto chiese udienza all’Imperatore, che viveva a Pechino nella Città Proibita, ma la lista di attesa era lunga, e venne alloggiato presso la dimora di uno degli uomini più influenti del Paese, il Mandarino Yu.
Costui era un funzionario di grande potere e capacità, tanto che l’Imperatore gli aveva assegnato l’amministrazione di Shanghai, il porto più importante del regno, e lì si era trasferito.
Nella dimora pechinese stava sua nipote, la Clementina Yu, che si prese in carico l’ospite.

Il giorno di Natale mi sono svegliato da solo. Fuori, in cucina, stazionava il Coinquilino, una creatura mezza umana e mezza turca trasformata in statua di cera mentre cazzeggiava su youtube. È così da allora, occupa mezzo tavolo col suo portatile e fuma una sigaretta dietro l’altra per fedeltà al detto “fumare come un turco”. Quando ti serve il tavolo devi solo spostarlo un po’ più in là, lui non si oppone.
Comunicare non è stato facile, quando mi sono presentato mi ha risposto Yup, come Pippo. Ho pensato che fosse il suo modo di dire “sì vabbè, mollami che ho da fare” e non ho insistito. Inoltre Shasha mi aveva disegnato una piantina con le indicazioni per raggiungere la metropolitana, e in tasca avevo la mappa e la guida. Stavo in una botte di ferro.
Avevo anche solo venti euri nel portafoglio e ignoravo se il mio bancomat potesse funzionare in quella parte di mondo, ma avevo anche la carta di credito, e quella sono sempre tutti felici di prendertela e clonarla con comodo nel retrobottega.
Insomma, sono uscito, intrepido come Saturnino Farandola.

Alla luce del giorno il quartiere non sembrava male: vecchi palazzi, qualche edificio basso, un po’ di verde. Una scuola, una stazione della polizia, un supermercato, tutti collegati fra loro da un intrico di cavi rivestiti di gomma nera che un po’ seguivano la strada e un po’ la scavalcavano, raggomitolandosi contro le pareti come bisce. Non sapevo cosa ci passasse dentro, se elettricità o fili del telefono, ma facevano un bel po’ impressione.

Il palazzo dove abita Shasha è in centro, ma parlare di centro in una città così grande è un po’ vago.
Pechino si è estesa in cerchi concentrici intorno alla Città Proibita, che di fatto è il centro della città, la Zona 1. Tutto quello che ci sta intorno è diviso in aree più o meno circolari, delimitate da strade a scorrimento veloce del tutto simili ai raccordi anulari che circondano Roma.
La mia ospite vive nei paraggi di uno di questi stradoni, a ridosso della Zona 2. Da casa sua a Piazza Tien An Men ci vogliono 40 minuti a piedi, ma buona parte del percorso la impieghi per passare sotto lo svincolo e girare intorno alla “Torretta d’angolo sudorientale della città di Pechino” (北京城东南角楼), traduzione offertami da Google Traduttore quando ho cercato di capire cosa fosse quell’edificio che mi si stagliava davanti e mi ostruiva il passaggio.

tipo la casetta giocattolo che tuo nipote tiene in giardino, ma grande come il palazzo dove abita tuo cugino, ma non quello scemo, l’altro

Torretta, me la chiama. Ho visto caserme più piccole. Ma Pechino è un po’ tutta così, le dimensioni delle strade ti fanno sempre pensare a parate militari, le parate militari mi riportano sempre a Tank Man, lo sconosciuto in camicia bianca che il 5 giugno del 1989 fermò una colonna di carri armati lungo il Viale della Pace Eterna, come venne tradotto dai giornalisti. Il nome vero non so quale sia, ma era dove stavo cercando di arrivare quel pomeriggio di sole, ci lavorava la mia ragazza e avevamo una cena prenotata nel suo hotel.

Superata la Torretta mi si è aperta una strada piena di negozietti che vendevano cibo, fra cui uno con la stessa insegna bianca e rossa di KFC, ma al posto del colonnello Sanders c’era il Signor Lee, che vendeva noodles. Sul lato dove camminavo io, invece, due grossi alberghi internazionali.

Non era facile camminare così fuori dalla mia comfort zone: fermare sconosciuti, comunicare a gesti era qualcosa di cui avrei fatto volentieri a meno, ma c’ero costretto, non ero sicuro di trovarmi sulla strada giusta, e quando sei povero e impossibilitato a chiedere aiuto approcciare un passante e mostrargli la cartina diventa di colpo facilissimo. Mi stava anche venendo fame, ma non abbastanza da entrare in un ristorante e violentarmi così a fondo da dover gesticolare frasi come “cosa posso mangiare?”, “accettate il mio bancomat?”, “non so come altro pagare”, “la prego non chiami la polizia!”, “non è colpa mia, ho mangiato a mia insaputa”.

Fuori dalla stazione ho incontrato tre ragazze che parlavano italiano. Sembravano più perse di me, così mi sono avvicinato. Una viveva lì, stava accompagnando le sue amiche all’hotel, e quando le ho raccontato cosa stavo facendo mi ha offerto il suo telefono per chiamare Shasha. Ho rifiutato, volevo cavarmela da solo, dopotutto si trattava soltanto di camminare nella giusta direzione per mezz’ora, ma la verità è che mi faceva sentire come entrare in un ristorante e tentare una conversazione di cui sopra. Qualcosa di troppo difficile, o troppo esposto, o non lo so. Se lo sapessi non me lo porterei dietro da quando sono nato, credo.

Ho ripreso a camminare, e dopo poco ho trovato un bancomat, ci ho infilato la tessera dentro e quello me l’ha restituita dicendo sorry. E lì mi sono un po’ preoccupato.

mi spiace,
il pollo flitto è finito

Ma la cartina parlava chiaro, dalla stazione vai dritto fino a incontrare il grosso viale che ti porta a piazza Tien An Men, non puoi sbagliare. Dovevo solo fermarmi prima.
Ho ripreso la marcia, e dopo poco sono arrivato all’incrocio. C’era un vigile, gli ho mostrato la mappa, gli ho indicato il punto in cui pensavo di trovarmi, gli ho indicato me e lui. Ha capito e fatto di sì con la testa. Gli ho indicato dove dovevo andare, ha alzato un braccio e borbottato qualcosa mentre lo puntava di là. Perfetto.

Mentre camminavo sotto dei palazzi che per forma e dimensioni somigliavano a castelli futuristi osservavo le macchine che mi sfilavano accanto, lungo il viale a venticinque corsie che arriva in piazza Tien An Men e che onestamente non ho voglia di vedere come si chiama. A Pechino hanno tutti auto di grosse dimensioni, tre volumi, nessuna utilitaria, nessun fuoristrada. Non sono tutte berline lussuose, la maggior parte sembrano avere già una decina d’anni e appartenere a una fascia economica, ma a quanto pare non ci sono problemi di posteggio in questa città.
Oltre alle macchine un casino di scooter elettrici che ti arrivano dietro e non li senti, e vabbè, le bici. Le bici sono ovunque, le raccogli da terra o appoggiate ai muri, ci sblocchi il lucchetto col codice che ottieni via telefono e te la usi finché ti serve, poi la riblocchi e la molli dove capita; se c’è posto in uno dei portabici che trovi ovunque, o in un posteggio apposito, sennò contro un muro o in un’aiuola.
Lungo il mio avvicinamento alla stazione ne ho scavalcate diverse, mollate sotto la superstrada che ho dovuto aggirare, vicino a casa.

Alla metro di Dongdan ho trovato un’altra banca, e stavolta mi sono avvicinato alla macchinetta con fare meno smargiasso, per non intimorirla. Ha funzionato, sono riuscito a ritirare 1000 yuan, pagando per commissione solo un rene. 1000 yuan sono 128 euri, grossomodo.
Col cuore leggero di chi apre il bigliettino sotto il tergicristalli e scopre che è la pubblicità di un’immobiliare, mi sono arrampicato su per le scale dell’hotel dove lavora Shasha, un edificio gigante in vetro e acciaio con una grossa fontana davanti all’ingresso.

Lei era sulla porta, preoccupata come una mamma il primo giorno di scuola di suo figlio. Di più, come se la scuola fosse a dieci chilometri di distanza, raggiungibile solo a piedi attraverso un territorio soggetto a bufere di neve e abitato solo da lupi. Lupi stupratori, oltretutto. E malati di aids.

Quando mi ha visto ha detto “Ah, eccoti, ho telefonato a Eyup e mi ha detto che eri già uscito”.
Ah, quindi è il suo nome, non stava facendo dei versi.
Ci sono rimasto anche un po’ male, ma poi mi ha fatto cenno di seguirla nella food court.

L’hotel si trova in un edificio molto molto grande in cui è situato anche un centro commerciale lussuoso, suddiviso in tre piani. A quello inferiore, sotto il livello stradale, si trova la food court: un intero piano dedicato esclusivamente a ristoranti e take away. Considerato che l’edificio è 100.000 metri quadrati è come entrare in un ristorante grande un quarto della Città del Vaticano.

“Cosa vuoi mangiare?”, mi ha chiesto mentre entravamo in un recinto di banchetti fumanti.
“Qualsiasi cosa”, le ho risposto. Nel senso che volevo mangiare ogni piatto, assaggiare ogni pietanza, riempirmi ogni centimetro quadrato di stomaco con alimenti il più lontani possibile da quelli con cui mi nutro di solito. Mi sono guardato intorno con avidità, cercando una rivendita di esotismo, ma la mia ospite aveva già deciso dove portarmi, e mi ha fatto sedere a un tavolino appartato. Mi sono trovato davanti una zuppa con gli spaghetti, (汤面- tāngmiàn) in Oriente esistono migliaia di ricette per fare la zuppa con gli spaghetti, se non parli la lingua capisci di quale zuppa si tratta solo quando ci infili le bacchette dentro e tiri su qualcosa di solido. Può essere un pezzo di carne, una rana, un piede umano, la figurina di Bistazzoni che ti mancava per finire l’album. Insieme alle bacchette ti danno anche un cucchiaio, per il brodo e per aiutarti a tirare su meglio gli spaghetti, nel caso non fossi un mago con le bacchette.
“Scusate, ma io e le bacchette ci frequentiamo da anni, potrei eseguire un’operazione chirurgica a cuore aperto usando solo un paio di bacchette, la serie tv McGyver si è ispirata a me per la mia eccellente manualità, grazie”, ho sogghignato allontanando il cucchiaio, e mi sono lanciato sugli spaghetti come uno che ha appena fatto Milano-Pechino però a piedi e digiuno.

“Ehi guarda, c’è anche il mio bar preferito!”

Quando ho finito la cameriera ci ha sostituito il tavolo perché il nostro era da strizzare.

Anche la mia ragazza era fradicia, e puzzava di brodo. Oltretutto era in pausa pranzo, avrebbe dovuto tornare a lavorare e incontrare un ospite importante tipo il presidente dell’associazione Nemici Di Quelli Che Mangiano Il Brodo, e per questo era così incazzata che mi ha lasciato.

Per fortuna i camerieri cinesi, a differenza dei loro pari portoghesi, sono estremamente servizievoli, e appena la mia ormai ex ragazza ha lasciato il locale si sono presentati in due con una nuova ragazza sottobraccio e me l’hanno fatta sedere davanti.
“Questa è la sua nuova ragazza, signore”, mi ha spiegato la cameriera. “Per evitarle correzioni ai post precedenti gliene abbiamo trovata una con lo stesso nome, solo scritto diverso. Quella di prima si scriveva 沙沙, e indicava il suono che fa la pioggia quando cade, questo si scrive 杀杀 e vuol dire uccidi uccidi”.
Avrei dovuto stare più attento.

(continua)

沙沙

24 agosto 2016.
Entro in casa e c’è una ragazza orientale che svuota la lavatrice. Non mi preoccupo, non è mia né la casa né la lavatrice, sono in vacanza a Praga, e lei dev’essere la ragazza che occupa la stanza accanto alla mia, dove prima stava la coppia di americani stronzi.

Penso subito “Ragazza orientale carina”, e mi parte il film che mi ha accompagnato lungo tutta l’adolescenza, a base di avventure esotiche, principesse asiatiche e robottoni. A dire la verità lei somiglia più a Boss Robot che alla Principessa Aurora, ma quando sono diventato troppo grande per i robottoni ho iniziato a farmi un altro film che aveva per protagonista Winnie The Pooh, e da allora ho mantenuto un debole per le ragazze bassine.

La biancheria che sta tirando fuori dalla lavatrice è la mia, e non amo che una ragazza armeggi con le mie mutande se non ci sono io dentro, così le do una mano, e mentre stendo i panni iniziamo a chiacchierare.

la Cina è uno stato mentale

Si chiama Shasha, e questa storia l’ho raccontata qui.

25 dicembre 2017.
Scendo dall’aereo ed è come tutte le altre volte, il tizio all’imbocco del tunnel indossa il giaccone con le bande rifrangenti, la hostess mi augura un buon soggiorno, mi incammino per un corridoio anonimo, ma stavolta non è come tutte le altre, sono a Pechino, e fuori ad aspettarmi c’è la ragazza di cui sono innamorato.

Rido per l’assurdità di questa situazione, di tutte le cose pazzesche che ho fatto mettermi con una che sta a mezzo mondo di distanza è di sicuro la più strampalata. E di sicuro la più eccitante: non credo di essere mai stato così lontano da casa, in un posto più diverso.

Non so neanche come raccontarla questa storia che cambia continuamente e non mi lascia il tempo di misurarla. Adesso che ne parlo è già diversa da quella di cui sto raccontando, e forse è giusto che abbia come sfondo una terra che sta cambiando in fretta e una lingua fatta di segni che non so leggere.
Magari quando mi troverò a raccontare quel che sto vivendo oggi lo farò dall’esterno di una vicenda già conclusa, e tutti questi discorsi mi sembreranno ingenui, ma adesso, se ripercorro quella poca strada che abbiamo fatto insieme, se penso all’insieme di coincidenze che mi hanno portato al qui e ora, non posso fare a meno di trovarci una sorta di predestinazione.E in quella notte di natale, in quel brevissimo momento scollegato da tutta la burocrazia e l’attesa dei bagagli e il caos e gli episodi che seguono, in quei tre passi fra quando scendi dall’aereo e quando entri nel cordone ombelicale che lo collega al terminal, in quella manciata di secondi che è l’essenza del viaggio, io mi sento il padrone del mondo.

il vostro viaggio comincia qui

Ho anche importato illegalmente del formaggio e c’è un poliziotto che mi fa cenno di passare la valigia nello scanner. Ochei, l’amore mi rende invincibile, ma dubito che mi ponga al di sopra della legge. Chiudo gli occhi e mi stringo nelle spalle mentre il nastro nero si mangia i miei bagagli.
Li riapro, non è successo niente. L’amore vince ancora, oppure è lo scazzo del poliziotto che alle tre del mattino ne ha per le balle di radiografare valigie e interrogare tizi che neanche parlano la sua lingua.

 

Esco dal cancello, c’è Shasha che mi aspetta. Mi ha visto prima lei, io sono ancora col naso per aria a immagazzinare sensazioni nuove. Mi bacia attraverso la transenna, mi prende la mano, la valigia, mi porta fuori, saliamo in macchina e qualcuno ci porta via. Insieme, finalmente.
Non presto molta attenzione alla città fuori dal finestrino, ho delle mani da riempire per tutto il tempo in cui me le sono guardate senza sapere cosa metterci dentro.

Arriviamo a casa sua facendo un casino di svolte e infilandoci in stradine. Lei mi dice che domani dovrò fare quella strada lì per arrivare al suo hotel, me la ricordo? Certo, come no, giro tre volte su me stesso, batto due volte i tacchi e dico che la mia casa è il Kansas, nessun problema.

Quando finalmente vado a dormire è quasi mattina. Al risveglio lei non ci sarà, lavora ancora per qualche giorno. Sarò da solo in una città nuova, dove le persone non parlano inglese e le scritte sono incomprensibili, dove non esiste neanche Google Maps e il mio telefono è inutile. Aiuto.

(continua)

orio

Aeroporto di Orio Al Serio.

No, campo profughi di Orio Al Serio. Nella bolgia di persone in attesa del volo delle quattro per Kiev si trovano tutti gli espatriati dell’ex Unione Sovietica, famiglie scappate dal disastro di Chernobyl o dal disfacimento del sogno comunista, ex ragazzini in cerca di un futuro migliore, coppie mezze italiane e mezze ucraine, una massa di persone che ha deciso di tornare in patria per le feste di Natale, da quest’anno ufficializzato tra le feste nazionali anche lì. Insieme a loro parecchi turisti che vogliono sfruttare il cambio favorevole per andare a fare scorta di vodka e rimorchiare le belle ragazze dell’est. E io, che a Kiev mi fermerò solo un paio d’ore prima di imbarcarmi di nuovo, con destinazione l’altra metà del mondo: Pechino. Non sono il solo, a pochi metri dal quadrato di pavimento su cui mi sono accampato in mancanza di una sedia posso vedere due ragazze cinesi che probabilmente ritroverò all’imbarco successivo.

Robert De Niro is not amused

Ho più di un’ora prima che aprano i cancelli, e l’unico bar aperto è gestito da una signora annoiata e poco comunicativa. Non che i prodotti al banco ispirino un qualsivoglia dialogo al di là di “scusi, ma questo panino è vero?”.
Ci sono quattro tavolini al bar dell’aeroporto. Tre sono occupati da un nutrito gruppo di ultraquarantenni assonnati che mugugnano in una lingua dell’Est. La più anziana è una signora che tiene la testa infilata in un colbacco di pelliccia nera alto un palmo. Dev’essere la nonna di Davy Crockett o il nuovo proprietario di qualche squadra di calcio di serie B.

Due uomini fanno avanti e indietro lungo il corridoio strapieno, scavalcando gambe e bagagli. Anche loro indossano un copricapo simile, ma la borsa di pelle frangiata che portano a tracolla, e il grosso pugnale appeso alla cintura, li identificano come appartenenti a una diversa categoria: sono due trappers.
Gli acquitrini intorno alla pista di decollo sono ricchi di castori, e molti cacciatori si spingono fin qui per piazzare le loro trappole. Quando gli dice bene catturano vecchie ucraine proprietarie di squadre di calcio e si arricchiscono vendendone la pelliccia, oppure finiscono sposati a una hostess portoghese coi baffi.

Fuori, nel piazzale, è un viavai incessante di pulmini guidati da africani. Sono gli autisti che fanno il turno di notte ai parcheggi intorno all’aeroporto. Tutti i capannoni da queste parti sono adibiti a posteggio sorvegliato, per una cifra ragionevole hai qualcuno che si prende cura della tua macchina mentre sei a farti i selfie dall’altra parte del mondo, ti porta all’ingresso dell’aeroporto e ti viene a prendere quando torni. E se vuoi te la lava anche.

È il posto ideale dove cercare rifugio in caso di apocalisse zombi: densità di popolazione prossima allo zero tranne all’interno dell’aeroporto, che comunque è cintato, perciò i morti non possono uscire, e una scelta sconfinata di automobili con cui fuggire, tutte posteggiate bene, col pieno e la chiave appesa in guardiola.
Certo, se decidi di scappare non ti conviene recarti al terminal, l’autista che mi ci ha accompagnato mi ha detto che sono stato fortunato a trovare così poco traffico, durante tutto il giorno la corsia d’ingresso è rimasta intasata da chi portava i passeggeri alla partenza, chi li andava a riprendere e chi si fermava a salutarli. Dal parcheggio ci vogliono dieci minuti, ma potevi perderci anche un’ora, bloccato in coda. Me lo tengo a mente per la prossima volta, quando dovrò decidere a che ora mettermi in viaggio.

C’è un grosso centro commerciale di fronte all’aeroporto, comprende diversi negozi, ristoranti, c’è anche un cinema multisala. A partire prima uno potrebbe spendere il suo tempo lì dentro, penso, ma poi mi ricordo che di solito quando vai all’aeroporto ti trascini dietro delle valigie troppo grosse per poterle portare in un cinema, e mi passa la voglia.
Vedi? Un altro punto a favore dell’apocalisse zombi: in quei casi viaggi leggero, ma se anche ti portassi le valigie in sala non si lamenterebbe nessuno.

Smetto di pensare alle cose belle e torno ad affrontare la triste realtà in cui mi trovo: sono nell’atrio dell’aeroporto di Orio, seduto sul pavimento sotto il busto in bronzo di un signore coi baffoni a cui immagino l’intera struttura sia stata dedicata. C’è un gran mucchio di gente ovunque, sento due cani abbaiare e un bambino piangere. Penso che saprei trovare una soluzione a entrambi i problemi, e che ho sonno, odio le persone e voglio andarmene. E non lo so se il busto alle mie spalle è davvero di bronzo, se ha i baffoni, se è il fondatore dell’aeroporto o il sindaco di questo paese, se esiste poi un paese che si chiama Orio Al Serio o se ne sono andati tutti, infastiditi dal rumore degli aerei e dall’avanzare dei capannoni. Se ne saranno andati in aereo? E da dove saranno partiti?

Natali che avercene, al parcheggio

È in questo momento di vuoto mentale che scopro il wi-fi gratuito dell’aeroporto, e la mia percezione del tempo cambia di colpo. Perché ho Netflix sul tablet, e con la lista di roba che ho da vedere potrei fare il giro del mondo tre volte senza scalo.
Sono così preso che quando finalmente aprono l’accesso all’area check-in un po’ mi scazza.

Chi ha costruito l’aeroporto di Orio Al Serio deve aver cercato di imprimere nell’edificio qualche elemento decorativo, perché mentre correvo verso la signorina che avrebbe dovuto imbarcare la mia valigia ho notato delle piante, una colonna, qualche arredo meno anonimo del solito. Ho notato anche dei sarcofagi in cui puoi trascorrere l’attesa del volo dormendo, che non è affatto una cazzata, ma la mia attenzione in quel momento era tutta rivolta verso il nastro dei bagagli, i pensieri tutti al momento in cui avrei superato il controllo dei documenti e sarei stato libero di trotterellare nell’immensa area duty free, così ricca di attrazioni a buon mercato.

Cinque minuti più tardi mi aggiro come un tossico in astinenza lungo una distesa, invero piuttosto limitata, di serrande abbassate. È tutto chiuso, anche il negozio che vende i profumi e il Toblerone.

Che poi perché il Toblerone e non, che ne so, gli ovetti Kinder? Perché questo grosso prisma di cioccolata lo trovi in tutti gli aeroporti del mondo da Orio a New York? Voi conoscete qualcuno che lo mangia, il Toblerone? Lo avete mai comprato, magari al supermercato vicino a casa? Io neanche lo vedo mai, nei supermercati. Lo trovo sempre e solo al duty free dell’aeroporto. Si vede che ne sono ghiotti gli assistenti di volo.

L’unico bar è assaltato dai passeggeri, tenuti a bada da una piccola ragazza dall’aspetto fin troppo rilassato per affrontare il marasma che ha di fronte. Non si affretta neanche, ti fa lo scontrino dell’acqua, mette un panino nella piastra, va a preparare un cappuccino, batte un’altra ricevuta, toglie il panino, mette su un caffè. Non sorride, ma non ha neanche la faccia scazzata che avrebbe un qualunque essere umano nella medesima situazione. È cordiale e asettica. Forse si droga. Provo a guardarle le pupille mentre pago la bottiglietta d’acqua, ma non riesco a trovarle.

Scavalco due nonne ucraine intabarrate in un intero branco di ermellini e torno a sedermi.
Mentre aspetto che il personale di terra inizi le operazioni di imbarco mi godo la tradizionale processione degli ansiosi, un rito di cui si sono perse le origini, ma che è comune in ogni area d’imbarco di ogni aeroporto mondiale, un po’ come i tobleroni.
Si tratta di un’aggregazione spontanea di persone che rifiutano di aspettare sedute il momento dell’imbarco, e preferiscono mettersi in fila anche mezz’ora prima, quando non è neanche arrivato il personale di terra, con la borsa davanti ai piedi e il passaporto in mano.
Forse sperano di velocizzare le operazioni e anticipare la partenza, oppure temono che qualcuno più lesto di loro si freghi il posto nella cappelliera e li obblighi a imbarcare l’enorme bagaglio a mano nella stiva.

Gli ansiosi dell’imbarco sono inizialmente pochi, quattro o cinque, ma la loro presenza in mezzo all’area è come un richiamo per gli altri passeggeri ad agire, ad abbandonare la loro dissolutezza e alzarsi in piedi, sentinelle silenziose di una vita più virtuosa, ma senza le menate sui valori cattolici.
In breve qualcuno si lascia contagiare dal loro magnetismo e si unisce alla causa, e più la fila si allunga più il suo richiamo si rafforza, e l’ansia si diffonde più densa; diventa difficile ignorarla, è come la puzza delle ascelle. Se rimani seduto vedi la fila lambirti i piedi, ti senti addosso lo sguardo accusatore di chi ha già sacrificato il proprio posto per una causa più alta, e il tuo sedile diventa duro, spigoloso, comincia a pruderti dappertutto.
Pochi minuti, e dove prima c’era una folla di persone sedute ad aspettare ora un lungo biscione si snoda fra i sedili deserti. Solo alcuni impavidi resistono, chiaramente dei provocatori, schifati dalla massa compatta delle fiere sentinelle. Nessuno viola il tacito accordo che è stato sancito unendosi al gruppo: non ci si siede se non a bordo, quei sedili vuoti che sfioriamo con la valigia non devono indurre in tentazione; se ti arrendi e ti siedi perdi il posto e dovrai ricominciare dal fondo.

Io sto seduto per un po’ a farmi gli affari miei, poi quando finisce l’episodio che stavo guardando mi caccio un po’ di musica nelle orecchie e mi alzo, entro nella coda da dove mi trovo in quel momento, passando davanti ad almeno una ventina di persone. Non ci penso neanche ad andarmi a mettere in fondo, non ho stipulato nessun tacito accordo, quando gli altri passeggeri si scambiavano lo sguardo d’intesa segreto stavo guardando Mindhunter. Forse quello dietro di me s’incazza e mugugna, non lo so, sto ascoltando un pezzo divertente, ballo anche un po’. Perché sto andando dall’altra parte del mondo e sono felice.

(continua)

Porto 2017-7

7.
Dopo i botti e i tricchetracche delle puntate precedenti la cronaca del viaggio a Porto si conclude con una nota mesta. Perché è finito il viaggio e quando finisce un viaggio siamo tutti un po’ tristi, e poi perché alla grigliata di pasquetta ho bevuto come un dromedario e anche se fuori ostento allegria dentro provo un forte sentimento di morte che mio malgrado si riflette in questo post, e soprattutto perché l’ultima sera a Porto sono andato a cena con gli amici di Marzia.

Non erano tutti presenti, facevano a turno la guardia alla camera della stamberga in cui alloggiavano per paura che se l’avessero lasciata incustodita gli albergatori si sarebbero venduti la loro roba per scappare alle Azzorre, ma quelli presenti valevano il prezzo del biglietto.
Li vedo arrivare da dietro la stazione di Trindade, scendono per la strada poco illuminata con la caciara tipica dell’italiano in gita, e anche nella penombra sembrano l’orchestra di Prince.

Dove si va a cena? Andiamo dal tristone! E se andassimo da Antunes? Antunes è chiuso, ma c’è una polleria qui dietro che. La polleria è piena e troppo cara. Andiamo dal tristone! Allora c’è un altro posto che ho visto ieri che. Andiamo dal tristone! Ma il tristone fa cagarone! Andiamo dal tristone! Ma neanche sono sicuro che esista ancora!

Insomma, sotto le insistenze di Marzia cerchiamo di raggiungere un ristorante visitato mille anni fa in cui ci eravamo trovati ad essere gli unici avventori di sabato sera, col cameriere che palesemente aspettava solo che ce ne andassimo per infilare la testa in un cappio, e dove non ricordo neanche che avessimo mangiato così bene o speso così poco o entrambe.
E ovviamente non lo troviamo, ci fermiamo davanti a un posto appena dietro il mio ostello, altrettanto deserto che lei insiste a definire “Quello quello”, e io “guarda che no”, e lei “quello quello”, e mentre io cerco di spiegarle che no tutti i suoi amici ci si impecorano dentro e finiamo per andare a cena nel ristorante peggiore del Portogallo, farci fare un discreto culo al momento del conto e rimandare indietro metà delle portate perché ma cos’è sta roba io sta roba non la mangio. Io invece la mangio e in silenzio, perché dentro mi sento come dopo la grigliata di pasquetta. Domani parto e non sono riuscito a mangiare neanche un polpo grigliato, e il totale dei pasteis a colazione ammonta a uno in tre mattine. Un fallimento.

Fuori dal ristorante ci segue anche la fame, e dove andiamo, un altro ristorante è troppo, tornare a casa senza è poco, ci vorrebbe uno di quei posti che stanno aperti tutta la notte, untissimi, dove mangi porcherie e bevi senza vergognarti, tanto se anche uscissi orizzontale saresti osservato solo da persone che hanno perduto la dignità molto prima di te. Esiste un posto così? I miei compagni di sventura sostengono di sì, ci sono andati a bere già diverse volte, è appena dietro il municipio, davanti alla chiesa di Trindade, andiamo lì.

Qui è dove ometto ogni possibile commento sulle frequentazioni dei miei discutibili compagni di viaggio, perché parte di loro è la prima volta che li vedo, e quella che ho visto più spesso l’ho vista due volte, e magari mi sbaglio. Quella che conosco meglio se n’è tornata in albergo insieme a parte del gruppo, siamo rimasti io, la versione viola di Ozzy Osbourne, un’altra che soffre di daltonismo, l’uomo più depresso del mondo e due personaggi che non parlano granché e difatti potrebbe essere solo uno, non mi ricordo, è passato tanto tempo, sto male.

Qualcuno butta là che si potrebbe destituire l’attuale governo portoghese e instaurare un soviet, ma trovandoci in Portogallo bisognerebbe chiamarlo con un nome portoghese, e sovietinho non incute sufficiente rispetto. Insomma, beviamo senza concludere niente, e a una certa il padrone di casa ci fa capire che sta chiudendo e ce ne andiamo con gli abituali frequentatori del locale, chi in ostello, chi sotto un ponte, chi a svaligiare appartamenti.

come si dice disagio in portoghese?

E poi niente, si torna a casa. Arrivo bello presto alla metro di Trindade e c’è un gruppo di scappati di casa che sta attirando l’attenzione di tutto il binario. Provo a nascondermi dietro un signore con la valigetta, ma mi sgamano subito “Pabloo Pabloo vieni con noiii”. Sai quando ne La Casa 2 ci sono i mostri che spuntano dalla botola sul pavimento e cantano nooi tii avreemoo nooi tii avreemoo? Uguale.
No, scherzo. Forse era Poltergeist.

L’ultima nota è personale, e racconta di quando in aeroporto io e Marzia abbiamo mollato il gruppo e siamo andati a fare colazione al bar, e mi sono trovato da solo con questa tizia in una città straniera, la stessa dell’ultimo viaggio che abbiamo fatto insieme, ed è stato.. boh. Siamo diventati amici, poi abbiamo vissuto insieme per un sacco di anni, ci siamo lasciati malissimo, abbiamo fatto pace e siamo tornati amici. Nessuno mi ha fatto mai attraversare l’intera gamma dei sentimenti come ha fatto lei, forse prenderci questo momento è un modo per fare il punto. Forse sono troppo sentimentale, e conoscendola sono sicuro che è quello che sta pensando adesso. No, quello che sta pensando adesso è madonna che palle sto qua con le sue pippe! Però poi ride, perché se c’è una cosa che io e quella lì sappiamo fare insieme è ridere, e forse è per quello che sarà sempre la miglior compagna di viaggio che si possa trovare.

Porto 2017-6

6.

Esiste una serie di videogiochi molto popolare che si chiama Grand Theft Auto, generalmente abbreviata in GTA, in cui controlli un piccolo criminale in un’area di gioco enorme e molto realistica, e gli fai fare tutto quello che fa di solito un criminale senza scrupoli, rubare macchine, investire i pedoni, scendere dalla macchina e derubarli, ammazzare indiscriminatamente chiunque gli capiti a tiro, frequentare locali di striptease e andare a zoccole. Hai anche delle missioni da compiere per far progredire la storia, ma la maggior parte del tempo la passi scappando alla polizia perché proprio non ce l’hai fatta a non stirare quel gruppetto che chiacchierava sul bordo del marciapiede.
Ho installato sul computer l’ultimo capitolo di questo gioco, e devo dire che mi piace parecchio. Sapete quando vi state domandando perché non scrivo più niente da settimane e anche la mia pagina facebook giace dimenticata? Adesso sapete perché.

Il casino di questo gioco è che quando ci passi tanto tempo sopra ti fa perdere un po’ il senso della realtà, ti viene facile immedesimarti. Dev’essere stato per quello che mentre camminavo lungo la strada che dal museo di Serralves scende al fiume ho guardato con avidità le auto parcheggiate, mi sono tenuto alla larga dai tizi che camminavano in senso opposto e mi sono aspettato che in un quartiere così degradato (sì, Marzia, di nuovo) ci fosse almeno un night club in cui entrare e fare amicizia con la spogliarellista o picchiare il buttafuori o entrambi.

Non ce n’erano, i passanti non mi hanno spinto via mugugnandomi contro minacce alle quali non puoi non reagire tirando fuori un fucile d’assalto e massacrando mezzo quartiere, e soprattutto non c’erano night clubs. C’era una scuola francese che doveva essere molto cara, ma non avevo figli da spedirci e ho tirato dritto.
In fondo alla via non c’era neanche il fiume, ma una fermata dell’autobus e un benzinaio. Se fosse stato GTA avrei avuto un’arma da scaricare contro le pompe di benzina provocando un’esplosione che avrebbe ammazzato le persone in attesa alla pensilina, mi avrebbe procurato una o due stelline di taglia (quando hai delle stelline accese la polizia inizia a cercarti, con tre arriva in elicottero, da quattro in su intervengono le forze speciali, poi l’FBI e infine Trump in persona che però prima dice di non volersi immischiare in scenari di guerra internazionali), ma a Porto in un sonnacchioso pomeriggio di gennaio posso solo avvicinare un anziano e chiedergli dov’è il Douro. Mi dice di girare dietro il benzinaio e per favore di non sparare a nessuno, e in dieci minuti arrivo su una strada che conosco. Il fiume è davanti a me, o almeno qualcosa dentro cui scorre dell’acqua, ma sembra più una palude, quindi anche dire che scorre è inesatto.
In pratica davanti a me c’è una distesa di melma e sassi su cui svolazzano decine di gabbiani. Un cartello definisce l’area Paradiso Ornitologico Del Douro, e per sottolineare l’interesse turistico che dovrebbe rappresentare una pozza melmosa accanto a una strada sotto il cartello è stata collocata una panchina.

Seguendo la stessa logica basterebbe piazzare tre o quattro panchine davanti alla discarica di Genova per rivalutare l’area e tirare su i prezzi delle case sfitte.

volavo sopra le nostre case
non c’era nulla di eccezionale

No, esagero, la discarica puzza di cose che qui non ci sono, e poi il profilo di Gaia dall’altra parte è bello da guardare, e meno male, perché tutti gli uccelli strani indicati sul cartellone devono essere in vacanza, qui ci sono solo i soliti gabbiani prepotenti che ti zampettano intorno chiedendo cibo, come se uno a Porto uscisse sempre di casa con le tasche piene di mangime per gabbiani, siete su un fiume, avete l’oceano davanti, procuratevelo da soli il cibo, razza di fannulloni!

Questa panchina mi sta risvegliando istinti reazionari, meglio andarsene prima di diventare un piccolo borghese con simpatie leghiste. E sta giusto arrivando O Elétrico, il piccolo tram dall’aspetto ottocentesco, comodo come viaggiare seduti su un sasso, dove comunque non ti siedi mai perché è sempre pieno di turisti, e per il quale devi pagare un biglietto che costa il triplo di quello di un comune autobus di linea. E infatti ci salgo e sto in piedi, scomodo, in mezzo a turisti romani che aòeggiano meravigliati in direzione di tutto quello che vedono al finestrino, come se la nuova giunta Raggi avesse cancellato auto, pedoni, battelli fluviali e una fetta consistente di panorama.
Ad un certo punto mi siedo, ma siamo quasi arrivati, e neanche me la godo, che comunque le panche di legno vibrano come sedersi su una lavatrice durante la centrifuga.

Scendo alla Ribeira, affollata di turisti sbragati al sole come otarie. Provo disagio. Gira e rigira sono sempre qui e non ne ho voglia, vorrei essere altrove, vorrei essere sulla spiaggia in fondo ad Afurada, a guardare il mare senza turisti romani che aò er mare, to o ricordi quanno ce stava pure da noi, prima che a Raggi ce levasse pure quello, st’impunita. Mi sta di nuovo montando la solita insofferenza verso il genere umano, devo allontanarmi alla svelta da lì.
Ideona! Una bici! Con una bici posso raggiungere la spiaggia dall’altra parte del fiume mettendoci molto meno di tutta la vita! Ci vuole un ciclonoleggio!
C’è un ufficio informazioni, una signorina coi baffi mi indirizza verso un negozio che sta davanti al ponte, che per 10 euri mi affitta una bici da passeggio per quattro ore. E che ci faccio in quattro ore, ci vado a Lisbona? La mia insofferenza verso il genere umano non è così forte da spingermi verso l’eremitaggio definitivo! Ma non ci sono tariffe intermedie, piglio la mia bici e pedalo oltre il ponte di ferro, ridendomela delle macchine in coda di quelli che andiamo a fare un giretto in centro in questa bella giornata ma andiamoci in macchina che a piedi poi ci sono i romani che aò anvedi delle persone te ricordi quanno ce stavano pure da noartri.

Sfreccio per il viale di Gaia come un ciclista vero, mi fermo solo davanti alle cantine Sandeman a fotografare l’ingresso e postare la foto scrivendoci sotto Enter Sandeman, che l’ha fatto una volta una mia amica e mi ha fatto un casino ridere e volevo farlo anch’io, oh, mica posso essere sempre originale, cazzo vuoi, vienici tu a Porto a fare foto con le didascalie spiritose.
Sfreccio oltre un’orchestrina che suona pezzi tradizionali napoletani (???) con grande entusiasmo dei locali e dei turisti che vabbè lo sapete già.
Sfreccio lungo le curve umide e inospitali che ieri mattina mi avevano quasi ammuffito le ossa.
Sfreccio attraverso l’odore di pesce grigliato dei vicoli di Afurada, oltre il lavatoio delle signore curve sotto gerle di panni sporchi, oltre il nuovo porticciolo turistico da cui spuntano giovani fighetti abbronzati, oltre la nuova passeggiata a sette corsie che costeggia l’ultimo tratto di fiume e che l’ultima volta che sono stato qui mica c’era, e neanche le famiglie col passeggino e i bambini col monopattino e stai un po’ attento a dove pedali cazzo!

ho pedalato tanto che sono arrivato in Normandia

Arrivo vivo. Evviva. Stanco come uno che ha appena valicato lo Stelvio, con la capacità polmonare del mio gatto dopo un pomeriggio speso a miagolarmi davanti alla porta che vuole uscire, accaldato come quella volta che seduto al tavolino di Berto ho baciato a tradimento la mia compagna di banco mentre mangiava la pizza, ma vivo.

La Praia do Cabedelo do Douro, come la chiamano qui, è lunga e ventosa, ed essendo a ridosso di una riserva ornitologica, una vera, non la melmaia di prima, è come trovarsi su una pista di atterraggio per aironi: se non stai attento è un attimo che ti ritrovi infiocinato dal becco appuntito di qualche trampoliere di passaggio.

È una bella giornata limpida, cosa che mi spinge a fare quello che ogni genovese in riva al mare tenta di fare in condizioni simili: aguzzare la vista e provare a vedere la Corsica. Dopo un po’ che mi faccio venire la congiuntivite mi sembra di scorgere qualcosa all’orizzonte, e non è una nave di passaggio. Un banco di pesci? Squali? Squelli! Rido da solo della mia battuta salace, che avevo tirato fuori una sera di trent’anni fa, curiosamente proprio l’ultima volta in cui ho avuto degli amici. No no, c’è proprio qualcosa laggiù, e si sta avvicinando.

È un mostro marino! Emerge dall’oceano in un abito di alghe. Ha la testa a forma di uovo sdraiato, il corpo a forma di uovo spaccato, le gambe corte, una peluria sul mento, gli occhiali spessi, i capelli crespi e l’espressione di qualcuno che vorrebbe tanto trovarsi altrove.
Se non fossimo lontanissimi da casa giurerei di conoscerlo. Provo a parlargli, ma mi ignora, attraversa la spiaggia e sprofonda nuovamente nell’acqua torbida alle mie spalle, in una delle pozze che costellano la riserva di cui sopra.
Poi magari non era un mostro marino, ma il guardiano della riserva, che ne so, chi l’ha mai visto un guardiano di riserva portoghese?

Recupero la bici e torno indietro perplesso.

qui è dove scopro di aver perso il cappello

Ho ancora più di tre ore di bici pagata, così vado a rapinare una banca del centro, progettando di far perdere le mie tracce fra le auto in coda, ma le banche in centro sono tutte nella zona alta della città, e dopo venti minuti che ansimo su per una parete che gli autoctoni si ostinano a definire strada, rinuncio e me ne vado in ostello a fare la doccia, poi con calma torno alla Ribeira in mezzo alle otarie. Ce ne sono due vestite in modo buffo, sono Marzia e Vivienne Westwood. Arrivo in volata con un gran darci di campanello, che Marzia è sorda e se non faccio così l’unico modo per attirare la sua attenzione è investirla.
Che fate? Prendiamo il sole. Andiamo a fare aperitivo? No. Dai. Ma dobbiamo tornare in albergo e l’ultimo aereo è fra mezz’ora. Ci andate a piedi, cazzo te ne frega, oppure non ci andate proprio, tanto stasera dovete tornare giù per la cena. Va bene dai, aperitivo. Circolo dei velisti? Che domande, certo!

Il circolo dei velisti lo abbiamo soprannominato così la prima volta che ci siamo stati, perché di sicuro appartiene a una qualche associazione cittadina, ma di velistico non ha proprio niente, e neanche di vagamente sofisticato. È un baretto pieno di anziani gestito dallo stereotipo del portoghese antipatico, e ai tavoli c’è un uomo preistorico che quando ti prende l’ordinazione non parla nessuna lingua che non si sia estinta da almeno un milione di anni: tu gli dici che vuoi una birra, lui grugnisce e ti mostra le zanne. Ha davvero le zanne, gialle e appuntite. Ci siamo sempre trovati bene lì, nessun turista scassacazzi e tanti tavolini liberi, o quasi liberi, basta spostare l’anziano che ci è morto sopra.

aperibeira

(continua)

Porto 2017-5

5.

Qui è dove mi alzo la mattina carico di ottime intenzioni e decido di smetterla con questa vita priva di stimoli e amici ignoranti e sopravvivere trascinandomi nella mediocrità e musicadimerda e teatro come se il teatro fosse l’unica cosa che mi salverà dalla buzzurra in cui ciabatto da anni, con le crocs.
Qui è dove vado a visitare il museo di arte contemporanea di Porto.

Perché va bene leggere, suonare, tutta l’arte è importante, ma signori miei, è solo nell’arte contemporanea che l’uomo trova le sue risposte. Quando ti trovi in una stanza tutta bianca, con delle vetrate che si affacciano su un parco stupendo, e la luce di una calda mattina invernale inonda le pareti spoglie, e tu sei lì, unico testimone di quell’incontro fra l’umano e il divino, e osservi una tavola da surf segata in quattro, che incombe su quel vuoto come il monolite di 2001 Odissea Nello Spazio, in quel momento lo capisci: l’arte non è appesa ai muri, l’arte sei tu. È tutto quello che ti attraversa e viene metabolizzato e rimesso in circolo, il messaggio, il significato, l’ispirazione sono tutte chiacchiere, sei tu quello che rende quel pezzo di poliuretano l’espressione di una sensibilità artistica, tu che sei lì e lo osservi. L’ha capito benissimo Christo quando ha intruppato migliaia di buoi con lo zainetto e il cellulare su una piattaforma galleggiante in mezzo a un lago. Se ti fa prendere il treno apposta per farti ore di coda e ti fa tornare a casa felice di essere stato partecipe di una passeggiata scomoda e umida e lentissima che se fossi andato a camminare ai giardinetti spendevi meno e ti restava anche il tempo di guardarti un film e pulire casa, non ci sono cazzi, quella è arte. Se domani vai a Venezia a fotografare l’autografo di Melina Riccio sul muro della stazione in fondo al ponte di Calatrava rendi arte anche Melina Riccio, e non solo una sciroccata che imbratta i muri di Genova. Che poi che differenza ci sarebbe fra lei e Banksy, a parte che uno disegna e l’altra scrive in un italiano discutibile?

E la forma più paracula di tutte le arti è proprio l’arte contemporanea. Quattro cerchietti disegnati a biro su un foglio a quadretti incorniciato in una cornice ikea di quelle più economiche fanno bella mostra di sé in un percorso dedicato a un artista scarno, Michael Krebber. Devi vedere la visione d’insieme, è un provocatore, è una tappa di un percorso, c’è un significato. Sticazzi. Lo decido io il significato, se me lo spiega lui mi addormento dopo due minuti, anche perché me lo spiega in tedesco. E la spiegazione che mi do io mi appaga, e mi godo tutta la sua opera con calma, senza sentirmi come se mi fossi perso un passaggio. Per quello è arte paracula, perché se non capisci qualcosa viene subito a batterti sulla spalla e a dirti va bene così, rilassati, non sei tu, tranquillo.
Giotto è molto più pretenzioso, per dire. Con lui fatichi a identificarti nel processo, ti dice delle cose e pretende che le capisci, che ti studi la storia della prospettiva, la simbologia, il contesto storico. I contemporanei montano una passerella gialla sul lago e ti chiedono solo di camminarci sopra e farti due foto, segano una tavola da surf, tagliano una tela. A posto così, il resto metticelo tu.

famo a capisse

Li adoro i contemporanei, appartengono a una generazione che si esprime secondo un linguaggio che pesca nello stesso calderone da cui raccogliamo tutti. Abbiamo un retroterra comune, e questo facilita il dialogo. Ogni volta che esco da Genova vado a cercare il museo e mi ci perdo. A Praga, a Milano. Oltretutto l’edificio è sempre interessante quanto il suo contenuto, e Serralves non fa eccezione: art deco e modernismo, qualunque cosa significhi, io il massimo che capisco è questo è il pavimento e quello no, devi camminare qui. Ma che bello lo stesso camminare per il parco e infilarsi nella palazzina a curiosare la mostra di Mirò e non capirci un cazzo e sentirsi in pace col mondo. C’era una scopa con gli occhi! Mirò usava dei colori carichi che ti fanno venire voglia di indossarli, ma di più, di averceli dentro sempre, anche i neri sono neri carichi, neri neri. Poco tempo fa uno scienziato ha inventato un colore nero capace di assorbire il 99.965% della luce, che ne fa il nero più nero esistente al mondo, almeno finché a qualcuno non verrà in mente di estrarre il cuore della mia ex. Mirò non lo sapeva e ha usato un nero molto meno nero e più lucido, ma è così ricco il nero di Mirò che il vantablack non lo paragono neanche.

Marzia dovrebbe farsi i capelli blu

Di meno bello c’è solo arrivarci, al museo di Serralves. La guida ti dice di scendere con la metro a Casa da Musica, un altro edificio figo che non ci crederesti, e prima o poi lo vado a visitare anche dentro, e poi di andare in quella direzione. Quello che non ti dice è che in quella direzione ci devi andare finché non superi la frontiera col Belgio, poi giri a sinistra. Ho camminato lungo un viale dritto e lungo che mi ha fatto finire in mezzo a palazzoni così tetri che sembrava la pagina del modernismo socialista, e ho pensato a Marzia che leggerà queste righe e mi prenderà per il culo per il mio solito superpotere, ma che se fosse stata con me mi avrebbe ringraziato per averla portata davanti alla sede del partito comunista portoghese ad ammirare il murale molto comunista, ma poi mi avrebbe insultato senza neanche prendere fiato da lì fino al museo. Quindi vedi che bello è viaggiare da soli? Niente insulti, ti fermi a fotografare i palazzoni tetri e ti godi il fascino della banlieue, che anche in portoghese avrà il suo nome ma che secondo me non è evocativo come banlieue e soprattutto non richiama alla mente film memorabili.

superbloc

Già che sono al museo e non ho idea di come tornare in centro e piuttosto che farmela a piedi chiedo se posso restare a vivere lì che oltretutto in una sala ho fatto amicizia con una custode così carina che restare a vivere lì non mi sembra neanche un’idea tanto assurda, vado a mangiare al ristorante del museo. Perché c’è anche un ristorante, ed è contemporaneo pure lui, pensa che figata. Se vai al museo degli impressionisti non sperare di mangiare un’insalata dell’800 perché è finita nella spazzatura da un paio di secoli. Al Dox di Praga c’è un baretto che fa anche da mangiare, ma è un baretto. Qui c’è il baretto da scappati di casa al piano interrato, e al primo piano c’è il ristorantone buffet con vista sul parco e camerieri che ti vengono a servire il vino e ti chiedono come stai e tu non capisci perché dei camerieri portoghesi dovrebbero essere gentili con te, visto che storicamente i camerieri portoghesi non sono gentili mai ma mai (qui la storia dei camerieri portoghesi raccontata dal mio amico Alessandro), e considerata la strada lunghissima che hai fatto per arrivare ti sembra plausibile che da qualche parte lungo Avenida da Boavista ci fosse un posto di frontiera e nessuno ti abbia chiesto i documenti perché Schengen o perché erano in pausa colazione, che da queste parti è serissima, visto che come abbiamo già visto i dolci portoghesi sono una roba che ti ci vuole una settimana a finirli.

Dopo pranzo mi affaccio alla balaustra nell’atrio per capire seriamente se dovrò rifarmi la strada a piedi, rubare una macchina, chiedere ospitalità, chiamare un taxi o buttarmi di sotto, e in quel momento esce dalla sala di Klebber la custode carina di cui sopra, che mi vede e mi fa un cenno di saluto. Allora scendo e le chiedo come tornare in città. Le chiederei anche come si chiama e se è fidanzata e cosa fa stasera, ma sono pur sempre Pablo il Sociopatico, e dopo che mi ha spiegato come scendere al fiume in cinque minuti e prendere il tram non riesco a reggere l’idea di me che la sto fissando con la faccia ebete e mi ricompongo e scappo lontanissimo. Poi dici che non conosci mai nessuno.

(continua)

Porto 2017-4

4.

Il Palácio Da Bolsa, dove si ritrovano le associazioni dei commercianti della città per discutere di quelle cose di cui discutono i commercianti, che se non sei un commerciante ti riesce difficile immaginarle, tipo quanto le facciamo pagare le margarine da un etto e venticinque, si trova in una piazza in discesa. Quasi tutte le piazze del centro storico sono in discesa, e infatti a Porto ogni ragazzino ha giocato a calcio in piazza una volta nella sua vita, poi basta. E alla foce del Douro c’è un’insenatura dove ogni lunedì gli addetti alla pulizia costiera raccolgono centinaia di palloni.
Che vengono raccolti dall’associazione dei commercianti di Porto, che col ricavato si sono costruiti il sontuoso Palácio Da Bolsa.

Appena entri ti mostrano uno spazio enorme, chiuso su tutti i lati compreso il soffitto da pareti di vetro. La guida ci spiega a cosa serviva, ci mostra i vari stemmi che adornano le pareti, ognuno raffigurante una città, ci mostra un bellissimo orologio liberty e diverse altre cose, ma in quel momento sto cercando un bagno e mi sto domandando se mi noterà qualcuno, appartato in un angolo mentre fingo di guardare una cosa sul cellulare. In una stanza di vetro? Ma figurati, chi vuoi che se ne accorga.

Dopo la visita al salone di vetro saliamo a visitare le diverse stanze in cui le associazioni fanno le cose, tipo il Salone Dove Si Decide Quando Cominciare I Saldi, il Salone Dove Si Infliggono Punizioni Corporali A Quelli Che Ti Si Infilano Nella Vetrina, il Salone Dove Ci Si Ritrova Dopo La Riunione A Bere Porto Fino A Perdere Conoscenza e il piccolissimo Ufficio Palloni Smarriti, che contiene un quadernino ormai pieno di denunce e basta. Si sta deliberando per comprarne un altro, ma c’è sempre da risolvere qualcosa di più urgente, e fino ad allora il servizio di denuncia palloni smarriti è stato sospeso, con grande disappunto dei bimbi portuensi.

C’è anche un’incredibile sala decorata in stile moresco, che dalla quantità di stucco utilizzata per creare tutti quei ghirigori dovrebbe chiamarsi Sala Barbatrucco.

Niente, volevo lasciar depositare la bruttezza di quest’ultima battuta. Andiamo avanti.

memento mori

Intanto si è fatta quell’ora in cui i miei antenati che vivevano nelle caverne uscivano dal rifugio e combattevano la natura selvaggia per strapparle qualcosa di che nutrirsi. Ho ereditato qualcosa da loro, e se a casa posso recarmi comodamente al supermercato, cosa che loro non facevano perché la caverna dove abitavano i miei nonni dopo lo sfratto era troppo lontana dal centro, qui non so orientarmi fra le decine di proposte alimentari che la città mi butta addosso a ogni metro: Ristoranti tipici portoghesi a base di carne, ristoranti altrettanto tipici a base di pesce, il paradiso del bacalhau, il nirvana dell’alheira, formaggerie che emanano un odore di piedi da stordirti, trattorie vegetariane dove provare il vero caldo verde. La scelta è difficile, l’unica cosa che so per certo è che non mangerò mai più la francesinha, piuttosto mi infilo in un cantiere e succhio un paio di mattoni, tanto più o meno il sapore è lo stesso.

In Rua da Alegria, una strada che si arrampica sulla collina dove un tempo dovevano aver girato un film post-apocalittico e poi si sono dimenticati di smantellare le scenografie, trovo un piccolo ristorante che abbina aspetto accogliente, menu gustoso e prezzi popolari. Il gestore è un ragazzone molto gentile, mi mostra un tavolino e mi chiede se è di mio gradimento. Poi aggiunge: “Allora prova a passare domani, perché stasera siamo pieni”, e mi allunga un biglietto da visita. Lo ringrazio con un sorriso, poi raccolgo una forchetta dal tavolo più vicino e gliela pianto in un braccio, così impara a fare lo spiritoso con la fame degli altri.

Appena dopo il ristorantino spiritosone trovo il classico buco infame da disadattati, una trattoria unta con la puzza di fritto che scivola sotto la porta, le tovaglie di nylon e la tele appesa al soffitto sintonizzata sulla partita. Gli avventori hanno l’aria di aver perso da tempo la speranza di diventare ricchi e famosi, se ne stanno rassegnati ai margini della vita e osservano lo schermo con poco interesse, lo stesso che riservano alla roba che hanno nel piatto.
Chissà cosa si mangia in un posto così triste, mi domando. La risposta è appiccicata alla vetrina, in pratiche buste trasparenti uso ufficio, e mi viene fornita in diverse lingue, fra cui l’italiano.

il fascino pulp della cucina portoghese

Io non so proprio resistere a un cartello che mi traduce “tripas à moda do Porto” (trippa alla maniera di Porto) in  “elegante budella Porto”. Così entro e mi gusto un’altra cena discutibile in un luogo dove la cortesia distaccata del cameriere sembra essere l’unico aspetto positivo, ma solo perché in un posto così ti aspetti che tutti smettano di parlare e ti fissino, e che lui si avvicini brandendo un coltello da macellaio.

Sopravvivo, ma a differenza delle altre volte non ricorderò questo viaggio a Porto per le straordinarie cene che lo hanno contraddistinto.
Mi incammino con calma verso l’ostello e rifletto su un po’ di cose che mi sto portando dietro e delle quali non vi parlerò, perché i pipponi intimisti me li tengo per i racconti in terza persona, dove posso fingere che quello disadattato sia il protagonista della storia e non io.
Entro in camera e forse interrompo qualcosa, i miei due coinquilini sono seduti sulla stessa branda con fare colpevole. Vado a lavarmi i denti e ci metto molto più tempo del necessario, e quando torno sembra di nuovo tutto normale. Mugugno una buonanotte e mi apparto ai piani superiori.

(continua)

 

Porto 2017-3

3.
Sceso dalla Sé attraverso il ponte sul suo piano più elevato e mi perdo nella cittadina di Villa Nova De Gaia. Prima di tutto salgo a vedere quel grosso edificio che sovrasta il fiume, dove non sono mai stato. È una caserma, non mi ci fanno entrare e francamente bene così, ci ho già passato un anno di più di quanto fosse necessario, dentro una caserma come quella. Mi va benissimo guardare il panorama dalla spianata sottostante.

Villa Nova De Courmayeur

La ringhiera è piena di lucchetti, a casa prima di partire ho studiato dei tutorial su come aprire un lucchetto senza usare la chiave. Proverei, ma oltre ai lucchetti il piazzale è pieno di anziani militari col cappotto di cammello, e mettermi a scassinare cose davanti a gente che magari sotto Salazar portava i dissidenti a fare quei giri fuori città da cui poi non riesci più a tornare mi pare irrispettoso. Irrispettoso verso la mia salute, voglio dire. Così me ne vado e scendo verso il fiume prendendola lunga, che per chi mi conosce significa finire nel solito buco di quartiere di merda dove non c’è un cazzo di niente da vedere, solo case deserte e strade occupate da carcasse di auto.
È il mio superpotere, dovunque mi porti riesco sempre a trovare la strada più merdosa che ci sia. Fosse anche il quartiere più vivo della città, io riesco a svoltare due volte e finire in mezzo alla morte.

Quando arrivo sulla strada che costeggia il Douro ho addosso tutta la tristezza di una città di alcolisti abbandonati al proprio dolore sul bordo di una strada di periferia, e anche di un paio di tossici, però educati.

Il piccolo borgo di São Pedro Da Afurada dista da Gaia poco più di tre chilometri, percorribili in cinque minuti in auto, sulla strada che costeggia il Douro fino alla sua foce, o un’ora camminando tranquilli sulla passerella di legno accanto alla strada. Ci sono anche delle panchine ogni tanto, dove puoi prenderti la gelida ombra dei mesi invernali o il sole calcificante di quelli estivi, e intanto farti ghermire le articolazioni dalla perenne umidità che sale dal fiume.
Trovi sempre da sederti su quelle panchine, ma stranamente non lo fa mai nessuno.

basta poco

Quando finalmente arrivi è una festa, ti si apre davanti il molo coi pescatori che scaricano cassette di sarde e calamari sotto lo sguardo attento dei gabbiani. È sempre uguale il molo di Afurada, ci sono macchine mollate ovunque, gente che va e viene dai banchi del mercato che sta più avanti, odore di pesce alla griglia dalle trattorie che si affacciano sulla strada. Il traghetto scarica passeggeri che arrivano dall’altra sponda, quella della vecchia Porto e della sua area urbana più recente, ma la maggior parte abita qui, o ci arriva in autobus passando per l’abitato di Villa Nova De Gaia, che tutti conoscono solo per il lungofiume pieno di cantine, ma si estende parecchio all’interno, e fa abbastanza schifo.
Anche Afurada è poco appetibile da un punto di vista architettonico, un reticolato di casette basse tutte uguali, sembra un campo di roulottes rivestite di piastrelle giallo malattia. Però c’è sempre il sole quando ci arrivo io, e il profumo di cibo aiuta un sacco. Vado a cercare il mio ristorante preferito, e lo trovo chiuso. C’è un cartello davanti con esposto il menu del giorno e i prezzi, ma la porta è chiusa, la griglia per cucinare il pesce è spenta, le tende sono abbassate, insomma cazzo è chiuso. E ora?
Chiedo a un signore che fuma e mi guarda, fermo sull’uscio di casa. Mi dice che riaprirà a febbraio. E ora?
Mando un messaggio a Marzia che si potrebbe riassumere in “Il ristorante è chiuso, dove sei, ho fame”, e ne ricevo uno che dice “Come chiuso, ci siamo fermate in un capannone che vende antiquariato”, poi mi si spegne il telefono.

Che significa? Che ho la batteria scarica. No, intendo il messaggio di Marzia, che significa capannone antiquariato? Devo aspettarle per mangiare? Arriveranno? Non arriveranno? Io ho fame!

Vado a vedere se scende dal traghetto, ma non scende. Aspetto il successivo, ma non scende neanche da quello. Il mio cervello elabora sequenze di immagini catastrofiche, io che muoio di fame lungo la strada e vengo mangiato dai gabbiani, io che mi vedo chiudere davanti tutte le trattorie e finisco per mangiare al ristorante carissimo dove non ho soldi per pagare e mi arresta la polizia col punto dopo il nome, che fa un casino più cattivo della polizia e basta, io che mi scogliono e vado a mangiare da solo da un’altra parte.

Scelgo questa, e mi dirigo al Cafè Vapor, una piccola trattoria sulla strada con un tavolo di legno al sole collocato proprio vicino alla griglia del pesce. Mi piacerebbe prendermi una bronchite mentre i miei vestiti s’impregnano di umori ittici, ma i miei compagni di stanza sono già infastiditi dalla mia presenza così, senza bisogno che li obblighi a passare una notte con le finestre spalancate. Mi siedo a un tavolo all’interno, e ordino delle sarde.

Le sarde portoghesi non vengono pulite prima di cucinarle, te le servono con testa e interiora, e a qualcuno può dare fastidio. A me un po’ ne dà, più che altro la noia di pulirle. Il tavolo accanto al mio riceve una conca di calamari grigliati che se ci penso piango ancora adesso. Dev’essere stato lì che ho deciso di tornare a Porto prima possibile per fare tutto quello che non sono riuscito a fare neanche in questo viaggio, e metto i calamari grigliati in cima alla lista.

Intanto che mangio sento qualcuno chiedere “chegou o circo?” e so già cosa stanno guardando prima di voltarmi. Faccio un cenno e Marzia e la sua amica Iggy Superpop si fanno strada nel locale.

Non ci hai aspettato, che stronzo! Si è spento il telefono e non sapevo più se sareste arrivate. Avevo detto alle dodici e mezza, lo sono adesso. Eh ma io avevo fame da un’ora! Son venuto a piedi! Sei sempre il solito. E qui non c’è posto per sedersi. Potete mettervi sulle panche fuori, si sta bene, a parte l’odore. Sticazzi dell’odore, fra un po’ arrivano tutti gli altri, ci serve un tavolo grande! Se non vi disturba che poi tutti si volteranno a guard.. no, non credo che vi farete problemi.

Finisco di mangiare, prendo anche il caffè, e spendo pochissimo, ma tipo la metà di quello che avevo calcolato di spendere, che era già pochissimo.
Esco dal locale con un sorriso che le due compagne di viaggio di cui sopra interpretano subito male:

L’hai notato anche tu che hanno la Sagres invece della Super Bock, eh? Quante te ne sei bevute? No, sorrido per il prezzo. Vabbè, ti fermi con noi? Stanno arrivando i nostri amici, così li conosci. Arrivano con un pulmino Volkswagen tutto colorato? Saranno tantissimi! No, col traghetto, perché?

Me ne vado piccato, che quando faccio una battuta divertente e non la colgono ci rimango male. E poi sono in uno dei miei momenti sociopatici, mi sento venir su quel vuoto cosmico che mi fa stare come in mezzo alla piazza di Pechino senza un’idea di cosa stia dicendo la gente che mi cammina accanto, senza sapere come fermarli, cosa dirgli, dove andare e perché. Ho bisogno di stare da solo e mugugnare sottovoce, ho paura dell’ignoto, sono annoiato dai soliti schemi che si ripresentano e dalle mille paure diverse che bloccano ogni desiderio. Vorrei andare alla duna di sabbia giù alla foce, vorrei tornare a Gaia ma poi non so cosa fare una volta là, vorrei prendere il traghetto e andare di là, ma poi che me ne faccio, vorrei restare ma conoscere persone in questo momento sarebbe come chiedere a un pugile se sua madre è davvero così brava a fare pompini, e stare da solo non è il massimo quando mi piglia così.

Monto su un autobus guidato dal più famoso pilota di formula 1 portoghese che però non ha avuto il successo che meritava e si è dato al servizio pubblico, e ci vuole tutta che le sarde rimangano al loro posto nello stomaco.

Torno in centro e mi do alle spese folli, il poster della mia cantina preferita che appenderò in camera appena torno e che invece non ho neanche tirato fuori dal suo tubo di cartone e continuo a raccontarmi che è perché non ho tempo di andare a comprare una cornice, ma quando trovo il tempo non so le misure e intanto mi si accumulano i poster arrotolati, fra un po’ apro una cartoleria;
compro un giubbotto di jeans e una camicia colorata, cioè, io una camicia colorata, non so come farò a metterla nell’armadio senza che tutte le altre camicie grigine e nere saltino fuori inorridite.

E poi vado a vedere il fichissimo Palácio Da Bolsa, che per quelli che non sanno il portoghese sarebbe un ex giocatore del Genoa ceduto all’Inter, celebre per il codino e i gol, e lo si prende in considerazione nel periodo in cui è appartenuto a una signora dall’aspetto stanco ed evidenti problemi di respirazione.
Non so perché certe volte scrivo cose del genere.

(continua)