I capitoli precedenti li potete leggere qui.

Il pendio innevato offriva diversi gradi di pendenza, per impegnare gli sciatori di ogni livello, e in ogni pista c’erano tute colorate che scendevano a zig zag fra le bandierine, risalivano con la funivia, scendevano lanciate dritte come siluri, risalivano con la seggiovia, scendevano pancia a terra perdendo pezzi di attrezzatura lungo la pista e non risalivano più.

Il cielo sopra le loro teste era azzurro, illuminato da lunghe file di lampade. Certo, con un cielo vero sarebbe sembrato tutto più autentico, ma a Dubai l’unica neve disponibile è quella dello Ski Center, un impianto sportivo in cui è stato ricostruito un pendio innevato, con tanto di baita e sistemi di risalita. Una roba tristissima, ma se puoi permetterti di vivere in una città cara come Dubai e decidi di vivere lì piuttosto che altrove, tristissimo è un po’ il tuo stile di vita.

Ero arrivato in città da poche ore, dopo avere sbrigato tutte le formalità del viaggiatore tipo registrarsi in hotel, fare la doccia, la cacca, mangiare, fare di nuovo la cacca, mi ero fatto portare alla Camera di Commercio per trovare l’indirizzo della Spectre, ma l’ufficio era ancora chiuso e il tassista diceva che in città non esisteva nessun’azienda con quel nome lì.

“Ma sei sicuro? Ha filiali in tutto il mondo, si occupa di estorsioni, omicidi e colpi di stato. È famosa.”
“Anche mia suocera fa lo stesso lavoro, ma non la conosce nessuno fuori dal suo condominio.”

Dovevo aspettarmelo, la Spectre stava tenendo un basso profilo. È una cosa che le associazioni criminali segrete fanno, sebbene ci sia ancora qualche supercattivo con manie egocentriche che piazza il proprio nome in bella vista, tipo Jeff Bezos.

Non sapendo dove andare per passare il tempo mi ero fatto consigliare dal tassista, ed ero finito alla pista da sci. Non ho mai saputo sciare, non saprei neanche come allacciarli, gli sci. Ho provato una volta con una gassa semplice, ma sono troppo rigidi e il nodo non tiene. Ma poi se li leghi insieme come fai a non inciampare? Sarà per quello che ho sempre preferito il bob, con la sua pratica zip.

Ho ciondolato un po’ a fondo pista, ma l’addetto mi ha preso a parole, a fondo pista non ci si può stare, devi andare su o andare fuori. Fuori faceva troppo caldo, mi sono fatto dare un paio di sci e sono andato su. In coda davanti a me c’era una tipica famiglia degli Emirati, marito moglie moglie moglie moglie e moglie; sembravano eccitati di trovarsi lì, specialmente le mogli, agitavano le braccia e parlavano a voce molto alta. Dal tono sembravano felici, ma avevano la faccia nascosta dal velo e gli occhiali da sci, non spuntava neanche il naso, era difficile capire se fossero allegre o veramente incazzate. Nel dubbio ho smesso di tenere gli sci sulla spalla e sbatterglieli in testa. In attesa del mio turno mi arrovellavo sui dubbi che in quel particolare periodo della mia vita mi tenevano sveglio di notte: come si allacciano gli sci? E se arriva il mio turno di scendere e non li ho ancora allacciati? E una volta arrivato in fondo cosa faccio, torno su o mi faccio riportare alla Camera di Commercio? E che ne sarà di Kim Wexler alla fine di Better Call Saul?

La moglie del tizio davanti mi ha detto una cosa piena di consonanti aspirate, io le ho allungato una caramella al miele, che in questi casi fa bene, e per mettersela in bocca si è tolta il velo. Oh, non era Baby Fuckmerightintheass, la ragazza della spiaggia di Nassau? Guarda che l’islam è ben strano, le donne in spiaggia possono girare mezze nude ma sulle piste da sci devono indossare il velo. Un’altra moglie si è scoperta la faccia e sotto era mascherata da ombrellone, e questa era una stranezza peggio ancora di quella del costume da bagno! La terza moglie si è tolta il velo, ed era la signorina carina ma non come quell’altra dell’hotel di Macao, e la quarta moglie si è rivelata essere il tassista. Ho fatto la cosa più logica in questi frangenti, sono andato dal marito e ho provato a tirargli la barba, per vedere chi sarebbe venuto fuori. È venuta fuori una pistola. Ho capito che non era aria, e mi sono buttato giù per la pista da sci, senza gli sci.

Se affronti una pista senza gli sci va sempre chiamata pista da sci o bisogna darle un altro nome più appropriato? Tipo pista da mocassini di pelle, o più precisamente da un mocassino di pelle, visto che l’altro l’ho perso appena sono saltato giù dalla pedana di partenza.

La famiglia moderna mediorientale mi si è gettata all’inseguimento brandendo ognuno una pistola, proprio come avrebbe fatto una famiglia tradizionale statunitense, solo che loro avevano gli sci e ci sapevano andare. Io ho fatto del mio meglio per arrivare in fondo in posizione eretta, ma non c’era paragone fra la mia discesa e la loro: quando i giudici mi hanno assegnato il settimo posto non è stata una sorpresa per nessuno.

Baby Fuckmerightintheass si è offerta alle telecamere con gli occhi lucidi per l’emozione.

“Sinceramente non credevo che ci sarei riuscita, tutti davamo per favorito il tassista di Macao, è un atleta incredibile, ma ho fatto la mia gara senza voler dimostrare niente, e quando sono arrivata in fondo e ho visto i tempi non riuscivo a crederci. Gareggiare senza pressioni mi ha aiutato molto, di sicuro.”

“Non certo la tua gara migliore”, mi ha detto il commentatore sportivo della Rai, “Cos’hai sbagliato? Oltre a non avere indossato gli sci, intendo.”
“Guarda, Max, non lo so di preciso. Col mio allenatore avevamo preparato questa discesa al meglio, ma appena ho perso un mocassino ho capito che non sarei riuscito a ottenere un buon tempo. Aggiungici che i miei avversari mi hanno sparato lungo tutta la discesa.. Sì, e poi era previsto che per sfuggire ai miei inseguitori saltassi nel vuoto da un burrone e volassi via col paracadute, ma dopo la nevicata artificiale di ieri le condizioni della pista non erano favorevoli, il burrone si è riempito di polistirolo, mi è toccato fare il giro più lungo e passare attraverso il boschetto. La prestazione ne ha sicuramente risentito.”
“Il tuo prossimo impegno è il supergigante di domani. Pensi di riuscire a guadagnare il podio?”
“Non lo so, domani ho la parrucchiera alle dieci, poi devo passare alla camera di commercio per cercare l’indirizzo della Spectre, perché qui fra una cosa e l’altra si è fatto tardi, oramai per oggi non ce la faccio mica. Come diceva sempre Rocco Siffredi, vediamo come si mette.”

Qualcuno mi ha messo una mano sulla spalla, da dietro. Ho sentito un brivido gelato lungo la spina dorsale, ho capito che per me era finita. Mi sono voltato, l’uomo con la barba e il turbante che mi aveva puntato la pistola addosso una discesa fa me la stava puntando ancora, da molto più vicino, e stavolta non c’erano piste su cui tentare la fuga.
Meno male, credevo fosse Rocco Siffredi!

Mi hanno messo un sacco in testa e mi hanno caricato su un’auto dai vetri oscurati. Dopo un po’ di strada siamo arrivati all’aeroporto, e la macchina è stata agganciata a un cavo che l’ha sollevata all’interno di un grosso velivolo dai vetri oscurati. Abbiamo volato per qualche minuto, fino ad atterrare all’interno di una barca di grosse dimensioni dai vetri oscurati, che ci ha portati al largo, dove una gigantesca balena dai vetri oscurati ci ha inghiottiti e portati alla super base segreta su un’isola artificiale però vulcanica, il covo della Spectre!!

Prima che mi facessero uscire da tutti i mezzi di trasporto c’è voluto un po’, che una volta non si trovavano le chiavi della stiva della barca, poi quelle del bagagliaio della macchina, e chi ha preso le chiavi delle manette di questo tizio, ma soprattutto abbiamo dovuto aspettare un bel po’ prima che la grossa balena ci espellesse attraverso un metodo che non sto qui a spiegarvelo perché ho appena mangiato.

Mi hanno portato attraverso una serie di porte metalliche fino a una stanza arredata con un gusto moderno, in cui spiccava come una macchia su un foglio bianco un caminetto all’antica, in cui ardeva un grosso ceppo scoppiettante. La base, come ho detto, era scavata nel sottosuolo di un’isola vulcanica: la temperatura media si aggirava sui 40 gradi, sudavano tutti come bestie, ma in quella stanza c’era il caminetto acceso. E davanti al caminetto, su una poltrona dall’ampio schienale che ne copriva il volto, stava seduta una figura misteriosa. Teneva in braccio un grosso gatto persiano dal manto candido, e lo accarezzava lentamente.

“Signor Blofeld, il prigioniero è qui”, ha detto una delle guardie che mi avevano scortato.

La figura in poltrona ha fatto scendere il gatto e si è alzata lentamente.

Una lunga cicatrice gli attraversava l’occhio destro.
Il maglione dolcevita che indossava era pieno di peli di gatto.

“Signor Delbruck, finalmente ci conosciamo”
“Mi chiamo Pablo. Renzi Pablo”
“Ah, siete parenti?”, mi ha chiesto anche lui, come tutti.
“No”, ho risposto, come tutte le volte.

Il mio ospite si è accorto che stavo sudando, e si è scusato per la temperatura troppo alta, ma soffriva di una rara malattia chiamata anzianite, che lo obbligava a girare sempre col maglioncino. Per farsi perdonare mi ha offerto un bicchiere di polenta.

Mi sembrava venuto il momento dello spiegone, quando il cattivo di turno racconta all’eroe in cosa consiste il suo piano malvagio, ma Blofeld non era un gran chiacchierone, dopo avermi allungato il bicchiere di polenta è tornato alla poltrona e ha cercato di far scendere il gatto, che l’aveva occupata. Quello di scendere non ci pensava neanche, e ci si è aggrappato con tutte le unghie.

Blofeld si è messo a tirare, il gatto a soffiare, poi si è girato di scatto e gli ha aperto una mano con una zampata.

“Ecco lì, un’altra cicatrice”, si è lamentato lui. E ha chiamato un assistente per farsi medicare.

Me ne stavo in piedi in un salotto caldissimo sotto un vulcano a guardare un agente del male che si faceva ricucire una mano, e da bere c’era solo della polenta scondita. Non certo il quadro affascinante che mi ero immaginato al momento di spedire la mia domanda di assunzione.

“Senta, dottor Blofeld, se ha da fare magari torno dopo”, ho provato a dire.

“No no, stia stia, ci metto un attimo”, ha risposto. Quando il medico se n’è andato è andato alla scrivania, ha aperto il cassetto e ne ha estratto una pistola. Ma ancora?

“Se voleva uccidermi perché non ha incaricato i miei aggressori?”
“Non è per lei, stia tranquillo”, ha risposto, poi è tornato alla poltrona.

Lo sparo ha fatto accorrere un paio di inservienti con un sacchetto di plastica, che si sono sbarazzati del cadavere del gatto e hanno sostituito la poltrona con una nuova, identica.

Si sono fermati sulla porta, in attesa di un ordine. A un cenno di Blofeld sono usciti, e rientrati subito dopo con un sacco, da cui hanno estratto un altro gatto bianco a pelo lungo.

Da come sembrava incazzato non avrei scommesso granché sulla sua sopravvivenza, né su quella dell’altro occhio di Blofeld.

“Lei ama i gatti, signor Renzi?”, mi ha chiesto.
“Ne ho due, ma i miei sono più mansueti”, gli ho risposto.
“Immagino. Sa a che razza appartiene questo?”
“Non è un persiano?”
“Lo sa che è maleducazione rispondere a una domanda con un’altra domanda?”
“Non l’ha appena fatto anche lei?”
“Sta cercando di farmi innervosire?”
“No, ho visto cosa succede a chi la fa innervosire”

Il sorrisetto di Blofeld voleva avere qualcosa di diabolico, ma non riuscivo proprio a sentirmi minacciato da uno col maglione pieno di peli di gatto.

“Questi gatti non sono persiani, appartengono a una razza selezionata con cura da centinaia di anni, una razza mantenuta segreta e acquistata solo dai pochissimi che se lo possono permettere. Il loro valore sul mercato è incalcolabile. E io ne ho appena ammazzato uno. Ha idea di quanto mi costano ogni mese, questi piccoli bastardi? Capisce adesso perché uno si trova costretto a conquistare il mondo?”
“Perché non prova al gattile?”
“Ci ho provato, ma non facevano consegne a domicilio. Quando avrò conquistato il mondo potrò mandare i miei sgherri in qualunque angolo del mondo a raccogliere i gatti più belli, senza dover spendere un centesimo. Buahahahahaha!”
“Mi sta dicendo che vorrebbe conquistare il mondo per non dover pagare la spedizione di un gatto?”
“No, anche perché Netflix mi propone solo film di merda e mi annoio a stare tutto il tempo chiuso in questa base. E poi ho un sacco di testate nucleari, sarebbe un peccato non usarle, no?”

“Glielo impedirò!”, ho esclamato, più perché mi sembrava la cosa giusta da dire che per reale convinzione. Blofeld ha riso. “E come?”, mi ha chiesto.
“Non lo so!”, ho risposto, con un tono un po’ meno enfatico ma sempre abbastanza su di giri.

“Ce la giochiamo a morra cinese? Chi perde muore.”
“Mi sembra un’idea del cazzo.”
“Anche a me, non sono bravo a morra cinese.”

Blofeld è tornato alla scrivania e ha aperto il cassetto.

“Ho un’idea migliore. Lei mi ha causato parecchi problemi, signor Renzi. Ha eliminato Leslie Chow, il mio uomo migliore. E ha fatto arrestare il mio agente a Nassau dalla guardia costiera. Credo che per lei adesso sia venuto il momento di morire.”
“Non così in fretta, Blofeld!”, gli ho risposto, puntandogli addosso il mio dito indice.
“Crede davvero che un agente del servizio segreto inglese non abbia con sé un qualche gadget pazzesco in grado di tirarlo fuori dai pasticci?”
“Non ce l’ha, l’ho fatta perquisire. In tasca aveva solo uno scontrino del panificio.”
“E che mi dice di questo dito che le sto puntando addosso?”
“Non è un dito?”
“Non sa che è maleducazione rispondere a una domanda con un’altra domanda?”
“Mi sta prendendo in giro?”
“È disposto a correre il rischio?”

Il sorrisetto beffardo si è trasferito dalla faccia di Blofeld alla mia. Sulla sua adesso era visibile un certo nervosismo.

“Tenga le mani bene in alto sopra la testa. E non provi a chiamare aiuto, o le faccio un buco nelle costole.”

Mi sono avvicinato, ma il gatto mi si è messo davanti e mi ha fatto lo sgambetto. Blofeld ne ha approfittato per saltarmi addosso, ha cercato di strapparmi il dito di mano.

“Ne ho altri nove!”, gli ho detto, e gli ho piantato l’indice dell’altra mano fra le costole.

Ghiri ghiri ghiri ghiri! Blofeld soffriva il solletico, si è buttato per terra e ha cercato di divincolarsi, ma gli anni di esperienza da fratello maggiore hanno reso le mie mani un sofisticato strumento di tortura, gli sono balzato a cavallo e l’ho immobilizzato fra le cosce, mentre le mie dita continuavano a tormentargli i fianchi.

“Basta, la prego, basta!”, mi implorava, con le lacrime agli occhi.
“Come si fa a distruggere la base?”, gli ho chiesto, senza smettere di solleticarlo.
“Nella sala di controllo dei missili atomici c’è un bottone rosso. Sta proprio accanto al bottone rosso che lancia i missili su tutte le principali capitali mondiali, ma questo attiva l’autodistruzione. Per non confonderci ci abbiamo attaccato un pezzetto di scotch.”
“Come arrivo alla sala di controllo dei missili?”
“Deve uscire da quella porta e girare a destra. Quando è in fondo al corridoio prende la porta accanto alla macchinetta del caffè e scende le scale fino al terzo piano. Da lì e meglio se chiede perché è un po’ complicato.”

L’ho lasciato andare e sono corso fuori. Ho raggiunto la sala di controllo e il pannello coi due bottoni. Uno dei due aveva un pezzetto di scotch attaccato sopra. Non mi ricordavo più se quello con lo scotch lanciava i missili o faceva esplodere la base, così li ho schiacciati tutti e due.

Ha cominciato a tremare tutto, una voce si è diffusa dagli altoparlanti: “Lancio previsto in trenta secondi. Ventinove. Ventotto.”

Un’altra voce ha cominciato a scandire un conto alla rovescia diverso: “Autodistruzione attivata. Questa base esploderà in cinquantanove.. cinquantotto.. cinquantasette..”

le due voci si sono sovrapposte, mentre una contava ventiquattro ventitrè l’altra diceva cinquantasei cinquantacinque. Chiaramente hanno perso il conto. Una ha cominciato a chiedere all’altra a che numero fosse arrivata, l’altra l’ha accusata di non essere abbastanza professionale, hanno iniziato a litigare. Mentre raggiungevo la superficie e recuperavo un battello, dagli altoparlanti hanno cominciato a volare gli insulti.

“Ah si?”, ha detto una delle due voci mentre prendevo il largo, “Allora l’autodistruzione l’attivo io, così impari!”.

La fiammata del vulcano che eruttava lava e pezzi di base ha colorato di porpora l’orizzonte, come se fosse stato il tramonto. Di lì a poco sono stato raccolto da una nave che stava accorrendo in cerca di soccorsi. Mi hanno dato dei vestiti asciutti, perché i miei puzzavano di sudore. Poi mentre stavo sul ponte a godermi il vento il capitano è venuto a portarmi il telefono di bordo, c’era una chiamata per me.

Era il mio capo, M, che si congratulava per il successo della missione, e mi chiedeva di rientrare alla base di Londra per il prossimo incarico.

Ho detto “prima il piacere, poi il dovere”, e ho lanciato il telefono in mare. Il capitano si è messo a gridare e mi ha dato uno scappellotto.

FINE

La puntata precedente la trovate cliccando qui.

Paradise Island, spiaggia di sabbia bianca, acqua così limpida che non la vedi, palme fin dove riesci a guardare. Stese ad asciugare al sole sui loro asciugamani, alcune donne in bikini dirigono a gesti una truppa di camerieri eleganti con vassoi carichi di bibite alla frutta.

In mezzo a questo paesaggio da cartolina, un uomo si aggira per la spiaggia: ha i capelli spettinati, indossa una camicia bianca e un paio di scarpe eleganti, che si toglie ogni tre o quattro passi per svuotarle dalla sabbia. Suda tantissimo.

Sono io, naturalmente.

Camminare per la spiaggia di Nassau mi ha fatto capire per l’ennesima volta come io e il mare non siamo davvero compatibili. Fa caldo, si suda, non so indossare le scarpe adatte, mi scotto subito e non so mai cosa fare. Ho fatto avanti e indietro tutta la superficie dei Bagni Miramare di Nassau, ma di tizi con la cicatrice sulla faccia non ce n’erano, solo una profusione di culi scolpiti che mi ha fatto sentire scomodo nelle mutande.

Sono andato al bar della spiaggia, e ho mostrato la foto del tizio con la cicatrice al barista. Non ha telefonato a nessuno né adottato comportamenti sospetti, si è limitato a scuotere la testa e mi ha allungato un bicchiere con dentro un ombrellino.

“Potevi almeno metterci dentro qualcosa di liquido”, gli ho detto, succhiando lo stecchino di legno, ma lui parlava solo Bahamense, che somiglia tantissimo all’inglese, se solo fossi in grado di capire almeno quella lingua.

Ochei, la mia ricerca del tizio sfregiato poteva dirsi terminata, non avevo altre tracce da seguire. Tanto valeva prendermi una vacanza. Ho chiesto al barista se aveva un telo da spiaggia da imprestarmi, e magari un paio di infradito e della crema solare, ma lui non ha capito e mi ha passato un altro bicchiere vuoto con dentro un ombrellino. “Potresti metterci almeno del ghiaccio?”

È arrivata una ragazza mora, coi capelli corti e gli occhi nerissimi. Era giovane, camminava col passo morbido ed elastico di un predatore nella savana. Il costume che portava addosso era piccolissimo, doveva averlo tolto a una delle sue Barbie, e le sue forme generose bramavano libertà. Tutti si sono voltati a guardarla, ma era così attraente che tutti si sarebbero girati a guardarla anche se avesse indossato un cappotto rosso, un paio di scarpe da clown, e un cappello a cilindro con un gatto aggrappato sopra.

Si è appoggiata al banco come se fosse stato il gesto per cui era venuta al mondo, e ha chiamato il barista Hubert. Lui le ha preparato un bicchiere pieno di ghiaccio, foglie di menta e un paio di liquori diversi, che ha infine guarnito con una fetta di arancia.

Non sapevo che il barista si chiamasse Hubert, forse era per quello che a me continuava a portare bicchieri vuoti. Ho provato a chiamarlo Hubert anch’io, e lui è arrivato a chiedermi cosa volessi.

“Ne vorrei uno uguale”, gli ho detto, indicando la ragazza.

Mi ha allungato un altro bicchiere vuoto con dentro un ombrellino. Ma cosa cazzo!

La ragazza ha riso, mi ha chiesto where I was from, le ho detto quello che stai bevendo tu, bellezza.

I don’t speak italian, mi ha detto lei, e io le ho risposto ah sei italiana pure tu? Hai un accento strano, di dove sei, di Foggia? E mi sono avvicinato, come farebbe qualunque uomo italiano che all’estero perde tutte le inibizioni e ci prova perfino con quelle a forma di deumidificatore Beghelli.

“Come faccio a ordinare un bicchiere come il tuo?”, le ho chiesto con la voce di Francesco Prando quando doppia Daniel Craig quando guarda una donna dritta negli occhi e sai che sta per cacciarle la lingua così profondamente in gola che speri che si sia fatta il bidè.

“Come ti chiami?”, mi ha faticosamente chiesto in una lingua a me comprensibile.

“Pablo”, le ha risposto il gabinetto di guerra riunitosi in fretta dentro le mie mutande. “E tu?”

“Baby”, mi ha risposto. “Baby Fuckmerightintheass”.

Per mostrare che avevo capito le ho detto “Nessuno mette Baby in un angolo”, ma forse era troppo giovane per avere visto Dirty Dancing. Ha fatto un cenno al barista, che mi ha finalmente allungato un bicchiere pieno. “Ci ho messo anche l’ombrellino”, mi ha detto mentre me lo porgeva.

Baby dal cognome impossibile da ricordare mi ha preso per mano e portato sotto il suo ombrellone, dove c’erano due sdraio libere.

Accanto al palo una borsa da spiaggia da cui spuntavano creme abbronzanti, spazzole, una pistola e tutto quell’armamentario che di solito una ragazza ama portarsi dietro in queste occasioni.

Ha fatto un cenno, e il barista Hubert si è palesato con un dizionario inglese-italiano. Lei ha iniziato a parlargli in inglese, e lui a tradurmelo.

“Cosa ci fa a Nassau un bell’uomo come te? Sei qui per affari?”, mi ha detto Hubert con la stessa voce languida della mia nuova amica.

“Sto cercando un uomo con una cicatrice sull’occhio”, gli ho risposto.

“Non avevo capito che ti interessavano gli uomini”, mi ha detto Hubert, e poi mi ha fatto l’occhiolino.

“Solo per lavoro. Sono un agente segreto, e lui è il mio obiettivo.”

Qui Hubert non deve aver tradotto proprio parola per parola, perchè Baby mi ha guardato schifata, poi si è alzata e se n’è andata via.

“Sei un coglione”, mi ha detto poi il barista, pescando con cura ogni parola dal vocabolario.

“No, tu sei un coglione! L’hai fatta andare via! Come barista fai schifo, con sta cazzo di ossessione per gli ombrellini, e non sei bravo neanche come interprete!”

“Gli ombrellini dovevi leggerli, non buttarli via: contenevano dei messaggi in codice. Sono un agente segreto anch’io, e quella ragazza lavora per Blofeld, ed è stata incaricata di ucciderti!”

Ancora questa parola, blofeld. Ho provato a cercarla su google, e mi è comparsa la faccia del tizio con la cicatrice sull’occhio. A quanto pareva blofeld non era una parola straniera, ma il suo nome: Hans Stavro Blofeld, capo di un’organizzazione malvagia chiamata Spectre snc che ha per obiettivo conquistare il mondo. Era iscritta al registro delle imprese di Dubai, dove godeva di importanti agevolazioni fiscali, quindi mi aspettava un altro viaggio dall’altra parte del mondo.

“Ti conviene andartene subito”, mi ha detto Hubert, “Per adesso sono riuscito ad allontanarla facendole credere che sei solo un innocuo idiota, ma se capisce che sei davvero un agente cercherà di eliminarti. Nessuno può avvicinarsi a Blof..” ed è stramazzato sulla sabbia, con la bocca piena di sangue.

La pistola nella mano dell’ombrellone fumava ancora. E adesso che si stava tirando fuori dalla sabbia potevo vedere chiaramente che aveva le gambe, e anche una faccia!

Non potevo essere così sfortunato! Chiunque si pizzica le dita col meccanismo dell’ombrellone, ma solo a me ne è capitato uno che cerca di uccidermi!

Sono corso via, ma devo avere preso la direzione sbagliata, perché la spiaggia è finita ed è cominciata l’acqua. Non potevo mica scappare a nuoto fino a Miami, non erano ancora passate tre ore da che avevo finito di mangiare.

Un gruppo di ragazzini stava spingendo in acqua un pedalò bianco e giallo, mi ci sono avventato contro e li ho spinti via, poi sono balzato sul potente mezzo di trasporto e ho pedalato verso la libertà, con una grinta che se non mi hanno fatto l’antidoping è solo perché a quell’ora faceva troppo caldo per mettersi ad assaggiare le urine di qualcuno. L’ombrellone assassino ha agguantato il pedalò accanto e si è gettato al mio inseguimento.

Il mio avversario non era un novellino, si vedeva da come prendeva le onde di punta e approfittava della fase discendente per garantirsi una maggiore propulsione, ma non mi aveva ancora preso. Anch’io conoscevo qualche trucchetto, ed era venuto il momento di tirarlo fuori.

“Aiutooo! Bagninooo!!”, mi sono messo a gridare.

Non ha funzionato, chiaramente gli ombrelloni assassini non rispondono alle stesse leggi degli esseri umani, e i bicipiti coperti di tatuaggi tribali degli omaccioni in maglietta non rappresentano alcun deterrente alla loro malvagità. Ha aumentato l’andatura e mi si è accostato, cercando di prendermi di mira con la sua pistola.

“Cos’è quello, uno squalo?”, gli ho gridato, indicando il mare alle sue spalle.

“Ma no, sarà un tonno”, mi ha risposto. “Ce ne sono un sacco da queste parti”.

Era scaltro, e stavo finendo i trucchi. Mi restava solo una cosa da fare, cercare di buttarlo fuoribordo con una manovra disperata. Ho puntato il pedalò verso una di quelle piattaforme dove gli adulti amano rilassarsi a prendere il sole, e i ragazzini fare i tuffi a bomba, ragione per cui sono quasi sempre piene di gente che litiga oppure vuote, e ho preso velocità. Il pedalò si è schiantato contro la piattaforma, e quello del mio inseguitore lo ha tamponato. Siamo stati catapultati entrambi fuori bordo, ma mentre io terminavo la mia corsa in mare, l’ombrellone è finito di testa sui sedili posteriori della mia barca. Ho nuotato agilmente verso la riva, mentre il proprietario dei pedalò sopraggiungeva a bordo di un motoscafo, pronto a consegnare alla giustizia il responsabile di quel macello.

Sono uscito dall’acqua asciutto, con l’abito stirato e i capelli pettinati, perché alla fine questa è pur sempre una storia di 007, e mi sono allontanato, alla ricerca di un barista meno stronzo e di un buon mojito.

Dieci minuti dopo ero di nuovo lo stesso uomo a pezzi dell’inizio di questa storia. Era ora di andarsene.

(continua)

La puntata precedente la potete leggere qui.

2.
Sei sette ore solo per trovare la porta del bagno in una stanza così grande che ti sembra di stare in terrazza, dico, l’appartamento dove vivo è più piccolo; poi un paio d’ore di doccia mi pare il minimo se ti mettono a disposizione l’idromassaggio, la sauna, le cremine purificanti a base di essenza di lacrime di panda, un foro nella parete ad altezza lombare che non ho capito bene a cosa servisse e la tazza autoriscaldante per rilassarti l’intestino con calma mentre giochi a Tetris (incluso in un tablet di ultima generazione lì accanto).

Quando sono sceso nella hall era praticamente ora di cena, le incombenze da agente segreto avrebbero dovuto aspettare.

La signorina alla reception non era la stessa di quando sono arrivato, questa era un po’ meno attraente, ma sempre nei termini della bellezza sfacciata che se mi prometti di venire a rimboccarmi le coperte dormo anche sul pavimento di fronte all’ascensore, e difatti quando, alla mia domanda su un ristorante nei paraggi, lei mi ha sorriso e ha indagato quali fossero le mie preferenze, invece di cucina locale ho risposto etero.

Senza smettere di sorridere, mi ha allungato un appunto, redatto a penna dalle sue dita eleganti. Non si capiva un cazzo. Senza smettere di sorridere mi ha spiegato che qualcuno aveva lasciato un messaggio per me, non riuscendo a raggiungermi al telefono in camera.

Ecco perché stava squillando il telefono! Credevo di avere di nuovo attivato l’allarme quando ho tirato la cordicella accanto al gabinetto.

Era un certo Leslie Chow, che mi invitava a raggiungerlo presso il casinò The Venetian, dove mi avrebbe passato certe informazioni interessanti.

Boh, vabbè, tanto non avevo nient’altro da fare. Ho chiesto a Ritz Carlton di chiamarmi un taxi e sono andato.

Il Venetian Casino è una pacchianata pazzesca di edifici che ricostruiscono un pezzo di Venezia, compreso il canale con le gondole, il ponte di Rialto e il campanile di San Marco. Enorme.

Un cameriere tiratissimo mi ha accompagnato al tavolo del poker, e mi ha indicato il mio ospite.

Era un asiatico bassetto, sulla quarantina, in pantaloni bianchi e giubbotto di pelle giallo, da cui spuntava una maglietta bianca. Nonostante fossimo al chiuso, sfoggiava un paio di grandi occhiali da sole. Ma chi sono io per giudicare una persona da come si veste, forse aveva appena smontato dal suo lavoro presso il Grissinificio Macao, e più tardi doveva raggiungere la cumpa a una festa a tema anni ’90. Di sicuro doveva farsi un sacco di lampade, perché aveva la stessa abbronzatura di mia sorella quando torna dalle vacanze.

“Mr.Delbruck, o forse dovrei chiamarla agente Pablon? La prego, si unisca a noi, sto giocando la mia partita fortunata, sarebbe un delitto interrompere, non crede?”

Con eleganza mi sono accomodato al tavolo e ho allungato i cinque euri al cameriere perché andasse a cambiarmeli in gettoni.

“Conosce già le regole?”, mi ha chiesto la croupiera. O si dice croupieressa? Croupier donna mi pare un po’ troppo rigido, poi qualcuno si offende ed è un attimo che finisco a fare compagnia a Harvey Weinstein nella lista dei cattivi di qualche organizzazione neofemminista, che di questi tempi il politicamente corretto ha preso il controllo dei centri di comunicazione e devi stare attento anche a dove metti le virgole. Siccome non avevo ancora cenato e mi stava venendo fame ho optato per croupiera, che mi ricorda il formaggio.

“Conosce già le regole?”, mi ha chiesto la croupiera.
“Certo, mi sono allenato per anni giocando a strip poker contro il computer, nella solitudine della mia cameretta”.

“Hahahaha!”, ha riso sonoramente un signore dalla pelle scura che aveva addosso più drappi colorati di un negozio di tendaggi.

“Hahahahahaha!”, ha riso ancora più sonoramente una signora magrissima e bellissima con degli occhi azzurro ghiaccio che l’hanno identificata immediatamente con lo stereotipo della miliardaria russa senz’anima con cui sarei dovuto finire a letto per poi rischiare di essere pugnalato col coltello da caviale durante l’amplesso ma che all’ultimo momento si innamora di me e mi rivela il nome del suo mandante per poi piantarsi il coltello nel cuore, sopraffatta dal dolore della propria gelida esistenza.

“Hahahahahahahaha!”, ha riso più sonoramente di tutti Mr.Chow, come si poteva capire dalla sequenza di haha. “Lei è un tipo simpatico, Mr.Pablon! Vediamo se è altrettanto bravo!”

La croupiera ci ha passato due carte ciascuno, e ne ha stese tre sul tavolo. “Principe T’Challa, è il suo turno”, ha detto al cosplayer di una tappezzeria. Lui ha allungato una manciata di gettoni davanti a sé, senza dire niente. Mr.Chow ha detto “call”, e ha allungato i suoi gettoni. La modella senza cuore ha detto “raise” e ha messo i suoi gettoni. Io visto che tutti mi guardavano ho ritenuto doveroso dire qualcosa, ma non sapevo bene cosa, così ho chiesto se si poteva avere qualcosa da sgranocchiare, e il cameriere che evidentemente stava in agguato alle mie spalle mi ha allungato una ciotola di arachidi. Vabbè, ma che barbonata, neanche due olive mi date? Forse avrei dovuto ordinare anche da mangiare, nei bar di Genova funziona così, se vuoi mangiare ordini da bere e dici “vorrei fare aperitivo”, e il cameriere torna sei sette volte al tavolo e ti porta qualunque cosa, da una cesta di focaccia a un piatto di pastasciutta. Tranne al Bar Fico Frontemare, dove la cameriera ti guarda e non capisce e poi ti porta lo stesso piattino di arachidi che mi sono trovato davanti quella sera. Solo che lei lo toglie dal tavolino di fianco, e devi scegliere solo le arachidi ancora asciutte, perché quelle umidine sono senza sale.

“Quindi?”, mi ha chiesto la croupiera.

“Si può avere un mojito?”, ho chiesto, e il cameriere appollaiato allo schienale della mia sedia mi ha detto che la menta era finita, spiacente. Ma se volevo poteva portarmi un vodka martini agitato e non mescolato, ne avevano appena ordinato uno al tavolo vicino, ma il cliente era appena stato freddato da un colpo di pistola col silenziatore.

“No vabbè, un succo di frutta all’ananas, per favore”.

Il resto del tavolo stava mostrando segni di impazienza, ho messo sul tavolo l’unico gettone che avevo e ho detto “all in”, come si dice in questi casi. Allora anche gli altri giocatori hanno messo i loro gettoni, e il centro del tavolo si è riempito con un gran mucchio di gettoni colorati che facevano allegria, ed erano così tanti che la croupiera ha dovuto spostare da una parte il centrino di pizzo della nonna e il vaso di fiori.

A turno abbiamo scoperto le carte, ed è venuto fuori che la combinazione migliore ce l’avevo io, anche se a me sembrava di no, perché che combinazione vuoi che ci esca con un re e una donna di cuori? Oltretutto nove, dieci e jack dello stesso seme le aveva la croupiera, avrebbe dovuto vincere lei, no?

Mi hanno dato un mucchio di pezzi di plastica, non ho detto niente per non metterli in imbarazzo, e me ne sono andato alla cassa a cambiarli.

“Solo un momento”, mi ha detto Mr.Chow, seguendomi.

Ah già, dovevo parlare con questo tizio. Se voleva offrirmi di comprare dei bitcoin gli avrei lasciato la mia email e gli avrei detto di parlare col mio filtro antispam, non avevo voglia di pipponi su investimenti sicuri prima di cena.

“Immagino che avrà fame”, mi ha detto, leggendomi nel pensiero. “Ho la macchina qui fuori, venga, l’accompagno nel migliore ristorante di Macao”.

Siamo entrati in una macchina sportiva così bassa che per raggiungere il sedile del passeggero ho sceso un paio di scalini, e siamo scappati via rombando.

“Carina, ne ho anch’io una simile”, ho mentito, per tirarmela.

Il ristorante doveva essere davvero esclusivo, perché siamo usciti dalla città e abbiamo preso uno sterrato.

“Ah è un agriturismo?”, ho chiesto.

“Hahahahahahahahahaha”, ha riso il signor Chow, poi ha fermato la macchina e mi ha puntato addosso una pistola.

“Perché la polizia inglese vuole Blofeld?”, mi ha chiesto.

“Scusa, non parlo cinese. Cos’è un blofeld? Dovrò cercarlo su google.”

“Muori, dannata spia!”, ha detto il signor Chow, ma l’ha detto in cinese e non l’ho capito, e poi proprio in quel momento mi sono ricordato di avere lasciato il cellulare in camera, e mi sono portato la mano alla fronte per far capire al mio ospite quanto sono distratto, nel linguaggio universale dei gesti che ha reso gli italiani così popolari nel mondo.

Gli ho urtato la mano che reggeva la pistola, e il parabrezza è esploso all’improvviso, entrambi gli airbag si sono gonfiati, il signor Chow ha perso la presa della pistola, e nel tentativo di riacchiapparla al volo se l’è fatta saltare fra le dita, finendo col premere il grilletto mentre la canna era rivolta verso la sua faccia.

Per fortuna l’airbag mi stava schiacciando contro il sedile, sennò mi sarei tutto impiastrato di sangue di signor Chow. C’era anche della roba nera che non voglio sapere cosa fosse perché mi viene già da vomitare così. Mi sono arrampicato fuori dalla macchina, ma dove vuoi andare, stavo in Cina in mezzo a una strada sterrata fuori dal centro abitato insieme a un morto seduto senza faccia dentro una macchina sportiva che prima di essere guidata di nuovo avrebbe avuto bisogno di una bella ripulita. E non avevo il cellulare.

Aspetta, lui magari ce l’aveva, mi sono detto. Ho girato intorno alla macchina e ho aperto la portiera del guidatore. Il corpo incastrato fra il sedile e l’airbag era così pieno di sangue e roba nera (non pensare al cervello sennò vomiti) che se anche avessi avuto il coraggio di tirarlo fuori (ma scherzi è tutto sporco di sangue cervello cervello oddio è cervello quello) mi sarebbe sgusciato dalle dita (cervello sulle maniii!!).

Mi sono appoggiato alla portiera aperta e mi sono vomitato le noccioline sulle scarpe. Per fortuna me ne avevano portate poche, magari sarebbe bastato sciacquarle.

Dopo mi sentivo meglio, ho tirato il giubbotto del signor Chow, che per fortuna era aperto, e ho infilato una mano nel taschino interno. C’era il suo cellulare, che per fortuna era dotato di sblocco tramite impronta, perché il riconoscimento facciale era da escludere.

Ho aperto il motore di ricerca Baidu e ho digitato “Salvatore Aranzulla come impostare lingua italiana su un telefono cinese”, poi ho chiamato un taxi e mi sono fatto recuperare un centinaio di metri più indietro dalla macchina.

Risolve davvero qualsiasi problema!

Già che mi trovavo in un Paese dove si paga tutto col cellulare ne ho approfittato e mi sono fatto portare al miglior ristorante della città, poi sono andato in un negozio di abbigliamento e mi sono rifatto il guardaroba, scegliendo solo gli abiti che costavano di più. Le scarpe le hanno buttate via, pare che non sarebbe bastato sciacquarle.

Più tardi sono tornato in hotel, e c’era ancora la signorina un po’ meno bellissima dell’altra, e stava ancora sorridendo. Ho cominciato a pensare che avesse una paresi.

Si è stupita di vedermi arrivare, ed è corsa al telefono, ma anch’io mi sarei stupito a vedere uno che qualche ora prima è uscito dal mio hotel vestito con la maglietta degli Snorky e adesso ritorna tirato come il più figo degli attori di Hollywood, sprizzando testosterone come la fontana di De Ferrari. Di certo si è precipitata a chiamare la sua migliore amica per dirle che nell’albergo dove lavora è appena entrato George Clooney, e quella le ha chiesto chi? E lei ha detto Qiáozhì Kèlǔní, e l’altra ha detto aah, George Clooney, che è il motivo per cui quando mia moglie mi nomina qualche attore americano io non ho mai idea di chi stia parlando.

In camera mi sono messo a studiare il telefono del fu signor Chow, per vedere se trovavo qualche giochino per passare la serata, dato che la tele trasmetteva solo canali cinesi e il mio telefono in Cina non aveva l’accesso a internet.

Non c’era niente, e nelle foto neanche qualche immagine di ragazze nude. Però ce n’era una del signor Chow insieme al tizio con la cicatrice sull’occhio. Erano su una spiaggia e si facevano un selfie davanti alle palme. Il signor Chow indossava una maglietta con scritto My super evil boss went to Nassau and all I got was this lousy t-shirt. Si vedeva sullo sfondo la prua di una barca che aveva scritto sulla chiglia Bagni Miramare – Salvataggio.

Ho telefonato alla signorina della reception e le ho chiesto di chiamarmi un taxi, dovevo prendere il primo volo per Nassau. Mi ha risposto sorridendo.

(continua)

Mentre il mondo si è fermato e ci sembra di stare vivendo tutti in una grossa bolla immobile in cui le giornate si susseguono identiche le une alle altre, le vite di ciascuno di noi, ognuna nel proprio piccolo spazio, vanno avanti lo stesso, ogni giorno, sempre alla stessa velocità, e magari proprio a causa di questa grossa bolla cambiano improvvisamente direzione e magari si schiantano, e bisogna essere fortunati per poter uscire vivi dai resti dell’incidente.

È successo a me, non più tardi di un mese fa: mentre il mondo si prendeva una lunga pausa di riflessione, la mia vita ha subito una svolta radicale, e sono stato licenziato.

Non entro nel merito della questione, troppo lunga e complicata, e se non fai parte di quel piccolo spazio che la mia vita occupa all’interno della grossa bolla, neanche interessante.

Non mi sono perso d’animo, quando dicono che per ogni porta che si chiude c’è un portone che si apre da qualche parte, devono avere ragione. Basta sapere dove trovare il portone.

Ci sono un sacco di opportunità da cogliere, se non hai l’obbligo di presentarti al lavoro tutte le mattine cinque giorni su sette, e mi è sembrato il momento giusto per coglierle.

Il mio primo gesto per approfittare di questo cambiamento e cadere in piedi, è stato di cercarmi un altro lavoro. Certo, mica sono stronzo: va bene gli obblighi, ma se voglio continuare a mangiare ho bisogno di uno stipendio.

Stavolta, per cambiare, mi sono dato delle regole: il nuovo lavoro avrebbe dovuto garantirmi molto tempo libero, mi avrebbe permesso di viaggiare e di sfruttare la mia buona conoscenza delle lingue.

E avrebbe dovuto essere eccitante, e farmi sentire un figo.

Ho elencato le mie richieste alla signorina dell’agenzia di collocamento, che le ha inserite in un computer, poi ha pigiato un tasto e sullo schermo è apparsa un’inserzione interessante: agente segreto presso il servizio segreto britannico.

Cioè, io non l’ho vista di persona che pigiava sui tasti e compariva la scritta, non so se vi ricordate che c’è il coronavirus e se ti vedono uscire di casa ti tirano le madonne dal terrazzo, ma sono sicuro che ha eseguito queste operazioni perché la sentivo battere sui tasti.

Doveva avere una tastiera meccanica come la mia, che quando pigi sui tasti viene su la vicina a chiederti di piantarla di fare casino, perché la sentivo da casa mia e lei stava pigiando a Genova. E la telefonata era già terminata da dieci minuti.

Dopo mezz’ora che ho spedito il curriculum, mi ha telefonato una donna con un forte accento britannico e la voce da anziana attrice di teatro. Mi ha detto di chiamarsi M, e che doveva farmi alcune domande. Ho risposto che ero disponibile ad andare a Londra non appena la pandemia mi avrebbe permesso di uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, ma che se voleva potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Mi ha detto che non c’era tempo di aspettare che la pandemia mi lasciasse uscire di casa senza farmi insultare dai vicini, e che se volevo potevamo guadagnare tempo con un colloquio telefonico.

Ho capito che era meglio se di lì in poi avessimo smesso di parlare ognuno nella lingua dell’altro, perché va bene la cortesia, ma non stavamo capendo un cazzo.

Il mio colloquio per entrare nel MI5 si è svolto per telefono in due lingue, ed è stato difficilissimo: M mi faceva le domande in inglese e io rispondevo in italiano su quello che capivo, poi lei valutava le mie risposte in base alla sua scarsa conoscenza dell’italiano e mi assegnava un punteggio.

“Nell’ultimo film di James Bond chi interpretava il ruolo del cattivo?”
“Devo riferire nome, grado e numero di matricola.”

“Qual è il vero nome della Regina Elisabetta?”
“Il Nordamerica, l’Oceania più un terzo continente a scelta.”

“A che ora passa l’ultimo autobus per Earl’s Court e come si chiama l’autista?”

“Uovo, guanciale e pecorino romano. Sale e pepe.”

“Che busta vuole, la uno, la due o la tre?”

“Il colonnello Mustard, nella sala da biliardo, con un cacciavite nell’occhio.”

“Va bene, è assunto. Comincia domani.”
“Accidenti, mi spiace. Ma grazie lo stesso per la bellissima opportunità. E se doveste ripensarci vi prego di contattarmi in qualunque momento.”

L’indomani ho ricevuto un pacco via corriere Bartolini. Sulla confezione c’era scritto Provenienza: London UK, e sotto in piccolo “Mi piaci, vuoi essere la mia ragazza?”. Ho detto al corriere Bartolini di piantarla di scrivermi sconcerie sui pacchi, o lo avrei segnalato ai suoi superiori.

Il pacco conteneva una valigetta, dentro una valigetta una busta con scritto sopra un grosso 3, una pistola Walther PPK e un manuale di istruzioni col mio nome sopra. Siccome lo so già come funziono non mi sono preso la briga di leggerlo, ho preso la pistola e sono andato alla finestra a vedere se quel rompicazzo del cane della vicina era sul terrazzo.

Non c’era, sono rientrato e ho aperto la busta. C’era la foto di un tizio con una grossa cicatrice sull’occhio destro, un passaporto inglese intestato a Hans Delbruck e un biglietto aereo per Macao.

“Ammazza se mi somiglia, questo tizio!”, ho pensato. Poi ho portato il passaporto ai carabinieri, spiegando loro che il signor Hans Delbruck ne avrà certamente denunciato la scomparsa, e ho chiamato un taxi che mi portasse di corsa all’aeroporto.

L’aeroporto di partenza era Heathrow, e la corsa in taxi mi è costata così tanto che non mi sarebbero bastati i soldi che avevo sul conto.

Per fortuna mi sono ricordato di avere una pistola. L’ho data all’autista come pagamento, e lui ha indossato un passamontagna ed è corso dentro l’aeroporto a rapinare il duty free.

Ci siamo incrociati sulla porta, io portavo la mia valigetta, lui aveva le mani piene di tobleroni.

Fuori dall’aeroporto di Macao faceva un caldo maiale, in un attimo mi sono ritrovato fradicio di sudore. C’era un uomo molto grosso in divisa da autista, che reggeva un cartello con scritto Mr. Delbruck. Sono andato da lui e gli ho detto di stare tranquillo, che il suo passaporto era già stato consegnato alle forze dell’ordine italiane, e comunque di cambiare la foto, che non gli somigliava per niente. Questo ha fatto una faccia strana, ha detto “Police?”. Io gli ho detto “Certo che li conosco, li ho visti dal vivo a Londra, qualche anno fa! Piacciono anche a te?”. Lui ha detto “London?”, io ho detto sì sì. Ha chiamato qualcuno al telefono, ma non so cosa si sono detti perché a Macao parlano cinese e portoghese, e siccome non parlo il cinese, ma un po’ di portoghese lo capisco, ho notato subito che la lingua in cui il mio misterioso interlocutore si esprimeva non era quella che parlano a Fatima. Fatima è in Portogallo, no? Vabbè, non ho voglia di controllare, quella che parlano a Lisbona, così non ci sbagliamo.

Quando ha finito di telefonare ha rimesso il cellulare nella tasca interna della giacca, e già che c’era ha tirato fuori una pistola dalla fondina ascellare e me l’ha puntata contro.

Mi sono sempre fatto un mucchio di domande sulle fondine ascellari, tipo se uno suda un casino poi sulla pistola resta la puzza? Metti che uno fa il poliziotto e a fine turno deve restituirla, e tutti sanno che è la sua per via dell’odore, e gli affibbiano il nomignolo di Ispettore Neutro Roberts, e lui ci soffre un casino e per vendicarsi si mette a fare la talpa per la malavita e passa informazioni importanti a un capomafia che ammazza il capo della polizia, e a quel punto l’ispettore Neutro Roberts ma il cui vero nome è Al Itosi si pente e torna dalla parte dei buoni e affronta il capomafia e lo arresta e lo porta in caserma e tutti lo applaudono e gli dicono bravo sei un eroe ma non lo abbraccia nessuno e c’è anche uno che corre ad aprire le finestre.

“Oh, ti sto puntando la pistola da un’ora! Mi caghi o no?”
“Scusa, mi sono distratto, la possiamo rifare?”

Ha smesso di puntarmi la pistola addosso e l’ha messa nel taschino interno della giacca, ma c’era già il cellulare, che ha provato a infilare nella fondina ascellare, ma gli è scappato dall’apertura inferiore ed è finito per terra. L’ha raccolto ed è rimasto lì a guardarmi, col cellulare in una mano e la pistola nell’altra.

“Se vuoi te lo tengo”, gli ho detto, indicando il cellulare.

“Grazie!”, ha risposto, e finalmente ha potuto infilarsi la pistola nella fondina, poi mi ha minacciato puntandomi addosso il dito indice.

Ho pensato che mi stesse chiedendo chi ero, e per cercare di superare le difficoltà linguistiche gli sono andato incontro e gli ho stretto il dito indice come fosse una mano. “Molto piacere, mi chiamo Pablo Renzi. E tu sei?”

Col suo dito indice intrappolato nella mia mano destra, l’uomo grosso in divisa da autista ha perso tutta la sua aggressività e si è messo a piangere. Mi ha detto che i suoi capi l’avevano mandato a prendere un cliente importante che si chiamava Hans Delbruck, e che non si aspettava certo di venire arrestato dalla polizia di Londra. Ma se lo lasciavo andare era pronto a rivelarmi il nome del suo capo, e dove potevo trovarlo.

Come ho detto prima, io il cinese non lo parlo, quando ha attaccato a piagnucolare ho smesso di ascoltarlo, e ho continuato a scuotergli il dito per paura che si offendesse, però non è che a stare lì con quel caldo ad agitare il dito di un omone in lacrime mi facesse sentire a mio agio, poi la gente chissà cosa va a pensare. Intanto che quello mi diceva chissà cosa ho agitato la mano libera e ho fatto fermare un taxi.

“Per favore, puoi dire a questo tassista che voglio andare in hotel? Ho una camera prenotata a quest’indirizzo, aspetta.”

Ho tirato fuori dalla tasca la foto del tizio con la cicatrice, sul cui retro era stato scritto a penna l’indirizzo dell’hotel. Non è stato facile, la tasca stava sullo stesso lato della mano che stringeva il dito dell’omone, ho dovuto usare la sinistra e contorcermi come quando devo aprire il portone di casa e ho il sacchetto della spesa che non posso posare perché in fondo ci sono le uova e sopra i mattoni.

L’omone frignone ha visto la foto ed è sbiancato, o almeno credo sia sbiancato, non so bene gli asiatici che colore si dice che prendano quando impallidiscono. Ha sgranato gli occhi e spalancato la bocca, come fa uno quando si spaventa, e mi ha detto Blofeld, che dev’essere una parola cinese perché in portoghese non vuol dire niente.

Ha detto al tassista delle cose e quello gli ha risposto delle altre cose, e mi hanno di nuovo fatto sentire escluso, ma insomma, si fa mica così con delle persone che hai appena conosciuto. Per la stizza mi sono rimesso le mani in tasca.

L’autista mi ha aperto la portiera e mi ha fatto segno di salire, e siccome non capivo l’omone mi si è messo dietro e mi ha spinto in macchina, poi ha tirato fuori un fazzoletto e si è asciugato i lacrimoni.

L’ho guardato dal lunotto posteriore, fermo sul bordo della strada a massaggiarsi il dito. Mi ha fatto pena, poverino, chissà cosa mi voleva dire.

Il taxi mi ha scaricato davanti a un edificio che non ho capito se era un hotel, ma ho sperato di no, perché dall’aspetto non me lo potevo permettere. Era composto da due edifici parecchio alti a forma di calorifero, ma non un calorifero normale, uno che potresti trovare nel bagno di un miliardario con la fissa dell’oriente, bianco e dorato, sovrastato da tettoie a forma di campana. A unire i due palazzi un edificio basso, a forma di arco, che culminava in una gigantesca tettoia ondulata tenuta su da quattro colonne. Sotto la tettoia dei vasi di fiori così grossi che dentro ognuno poteva starci non dico il giardino di mia madre, ma mia madre di sicuro.

A impedire che mia madre si infilasse di soppiatto in uno dei vasi, stava un tizio vestito di rosso, con un buffo cappello. Mi è venuto subito incontro e mi ha detto “Benvenuto al Ritz Carlton, signore”.

Ah ecco.

Quindi non c’era solo Babbo Natale a vestirsi di rosso e indossare buffi cappelli.

Avrei dovuto capirlo dal fatto che non aveva la barba.

“Salve, Ritz Carlton, mi chiamo Renz Pablon”, gli ho detto, mentendo. Speravo che se l’avessi colpito con l’assonanza mi avrebbe fatto lo sconto sulla camera.

Il tassista è sceso dalla macchina e gli ha detto qualcosa nella loro lingua piena di mistero. E allora! Ma che razza di cafoni!

Ritz Carlton mi ha fatto un sorrisone e mi ha accompagnato alla reception, dove una signorina che io quando lavoravo in hotel se avessi avuto delle colleghe così belle mi sarei perlomeno stirato la divisa mi ha messo in mano una tessera di plastica e mi ha detto che ci potevo aprire la porta e anche usarla al casinò per ritirare le fiches.

Per fortuna me l’ha detto nella mia lingua e ho capito, perché se invece che dirmelo me l’avesse scritto avrei travisato completamente e mi sarei fiondato al casinò a pretendere quella parte dell’equipaggiamento da agente segreto che non sono le macchine sportive.

Invece così sono prima salito in camera, tenendomi la visita al casinò per il momento in cui avrei dovuto saldare il conto. Avevo in mente di giocarmi alle slot i cinque euri che avevo nel portafoglio, vincere una carrettata di gettoni e raddoppiarli al tavolo del poker, dove modestamente sono una potenza: su quello di Windows vinco almeno una partita su venti, non so se mi spiego.

(continua)

Oggi, per vincere il tedio da coronavirus, ci eravamo ripromessi di andare alla casa nuova a pulire la cantina, per fare posto alla montagna di roba che non stiamo usando e dovremo trasferire di là. Purtroppo le nuove disposizioni da una parte, e il controllo serrato della vicina del terzo piano dall’altra, ci hanno obbligato a chiuderci in casa.

Il casino è che avevo già un appuntamento con quella signora di cui vi ho parlato la volta scorsa, per organizzare una rivolta, o un torneo di calcetto, vediamo cosa viene meglio, e se non posso uscire per lavorare non posso neanche per diventare un rivoluzionario. Peccato perché avevo già ordinato un bel basco rosso su Amazon.

Io però di sottomettermi alle nevrastenìe della vicina non ci sto. Specie di una che quando ti incontrava per strada, nei bei tempi andati di quando si poteva ancora uscire, si fermava a fissarti dall’altra parte della strada e borbottava cose. Sempre. Con chiunque. Si fermava e ti fissava e borbottava. Sembrava una 126 ingolfata.
E adesso una così deve decidere come passo il mio tempo libero? Nossignora!

Sono sceso sul pianerottolo delle scale, e da lì mi sono calato sul terrazzo della vicina di sotto, che si affaccia sulla parete opposta a quella dove guarda la spiona borbottona, poi ho scavalcato in quello del palazzo accanto. È un appartamento molto grande, in cui vive un’anziana vedova, bloccata sulla sedia a rotelle. Ogni giorno sua sorella le porta la spesa, le fa da mangiare e si prende cura di lei, ma in questi giorni la sua presenza è annunciata dagli strepiti di quella del terzo piano, che la scambia per una che fa le passeggiate e la minaccia di denuncia. Se non sento nessuno gridare significa che sono al sicuro. Così ho spaccato un vetro e sono entrato.

Si è messa a urlare la padrona di casa, e ha cercato di investirmi con la sedia a rotelle. siamo andati avanti a urli e colpi contro i mobili per qualche minuto, poi dalla parete si è sentita la voce stridula della mia vicina di sotto, la cui camera da letto confina con l’appartamento della vedova.

“Allora la piantiamo o no? Voglio dormire, io ho fatto la notte, non sono mica come voi che state a casa!”

“Ma vaffanculo, cretina!”, le ho urlato dall’altro lato del muro. Mi sta veramente sul cazzo la mia vicina di sotto.
“Ma che cazzo vuoi, idiota!”, ha aggiunto la vedova. Poi ci siamo guardati stupiti e la tensione fra noi si è sciolta in una bella risata. Prima di lasciarmi andare via mi ha anche offerto il caffè.

Dall’appartamento della vedova sono sceso al giardino dietro il palazzo, e da lì ho scavalcato su un sentiero che porta al fiume. A quel punto potevo andare dove volevo!

Per prima cosa sono corso sotto la finestra di quella del terzo piano e le ho gridato fortissimo “Suucaaa!!”.

Sono andato a fare i miei lavori nella casa nuova, e alle undici di sera mi sono recato in tutta libertà all’appuntamento con la banda dei ribelli, nella cantina della signora che per ragioni di privacy chiameremo signora Longari. Non si tratta ovviamente della signora Longari che abita sopra la farmacia, questa signora Longari sta due portoni dopo il fruttivendolo, secondo piano scala B, interno 5 e suo marito lavora in un supermercato della zona.

La cantina era asciutta e pulita, dalle pareti non si staccava l’intonaco e dal soffitto non pendevano ragnatele. C’erano scaffali colmi di bottiglie di vino e salsa di pomodoro, e altri che custodivano scatole ben chiuse ed etichettate. Ho pensato alla mia cantina e mi sono vergognato. Poi ho pensato alla mia cucina, e non ho saputo trovare nessuna differenza con la mia cantina.

Non ero il primo ad arrivare, c’era ovviamente suo marito, che per ragioni di privacy dovrei chiamare con un altro nome, ma che continuerò a chiamare Piero perché mi sta sul cazzo, tutte le volte che vado al suo supermercato scopro che ha cambiato posto ai preservativi: si diverte a vedere le facce imbarazzate dei clienti costretti a chiedere.

Oltre alla coppia dei padroni di casa spiccava la presenza della vigilessa Ippopotama. Non aveva senso, era la più agguerrita agente della Municipale, il braccio armato del Comune, era assurdo che proprio lei volesse destituire il sindaco!
La sorpresa mi si leggeva in faccia, e la signora Longari si è affrettata a darmi una spiegazione:

“Ippopotama è qui perché non ne può più dell’atteggiamento dispotico della giunta comunale. Il sindaco ha emanato dei provvedimenti assurdi con la scusa dell’emergenza sanitaria, lo abbiamo visto tutti. Ma quello che non sapevamo ancora, o perlomeno non ne eravamo certi fino a oggi, era che questi provvedimenti facevano parte di un piano per staccare Lento dal territorio italiano e farne uno stato indipendente.”

“Fico!”, ho esclamato. “Potremo anche stamparci la nostra moneta?”

“Cerca di capire”, mi ha detto il professor Hans Delbruck, un pensionato che incontravo sempre la domenica mattina dal panettiere, vestito molto elegante come se fosse appena tornato dalla messa; adesso stava seduto su una sedia pieghevole da giardino, con la schiena appoggiata a uno scaffale di conserve, e indossava una tuta da ginnastica azzurrina. “Un comune piccolo come il nostro non avrebbe nessuna possibilità di mantenere l’indipendenza, non ha un esercito, non ha una propria sussistenza economica. Il piano del sindaco è un altro, vuole affamarci tutti, portarci via ogni ricchezza e poi scappare col malloppo.”

Maledizione, perché non ci avevo pensato io? Avrei dovuto candidarmi alle elezioni comunali quand’era il momento.

Il proprietario di un’impresa edile, Mario Frattazzo, è intervenuto coi suoi modi spicci, e ha chiesto cosa volevamo fare. Gli ho dato un’occhiata, se ci fosse stato da sparare non potevamo contare su di lui: la sua pancia ne avrebbe fatto un pessimo soldato, e un ottimo bersaglio.

Ippopotama ha tirato fuori dal borsello di ordinanza un pacco di fogli, protetti da una sovracopertina trasparente, e li ha distribuiti ai presenti.
Erano delle email, una corrispondenza fra Pepito Sbazzeguti, il sindaco di Lento, e Vladimir Putin. Sbazzeguti aveva ottenuto l’appoggio della Russia per rovesciare la giunta comunale e prendere il potere!

In realtà non era chiarissimo chi stesse chiedendo aiuto a chi, le email erano scritte in un inglese fetente, ma sembrava improbabile che fosse Putin il soggetto in difficoltà.

“Ho scoperto per caso questa corrispondenza: stavo lavorando al computer dell’ufficio dei vigili e sono finita per caso nella rete locale, poi per caso nel computer del sindaco e poi, sempre per caso, nella sua posta elettronica personale protetta da una password che per caso era il nome di sua figlia. A quel punto ho capito cosa stava succedendo e ho chiamato la mia amica signora Longari per chiederle consiglio.”

“Ma quindi adesso cosa facciamo?”, ha chiesto di nuovo Mario Frattazzo, che da costruttore di case si trovava in difficoltà con gli spiegoni, e se fosse stato per lui questa storia avrebbe avuto un capitolo solo, sarebbe iniziata già in piena battaglia per le strade e verso il terzo paragrafo il sindaco sarebbe stato sconfitto, e come ringraziamento la nuova giunta comunale gli avrebbe concesso di costruire una palazzina su un terreno del demanio.

Un personaggio che fino a quel momento stava nascosto nell’ombra è venuto fuori, e tutti abbiamo capito che quello era il personaggio preposto alle scene di azione, l’eroe.
“Adesso passiamo all’attacco”, ha detto la piccola Giorgia, una bambina bionda di dodici anni con l’apparecchio ai denti e la maglietta di Pippo. “Però non proprio adesso, perché è tardi e mia mamma mi ha detto di tornare a casa prima di mezzanotte, sennò la prossima volta non mi fa più uscire”.

Io lo sapevo che era una cazzata, e poi manco ci so giocare a calcetto.

Le bevande delle macchinette automatiche hanno tutte lo stesso sapore. Quella al gusto di caffè, quella al cioccolato, il tè, il cappuccino, ti lasciano sempre lo stesso gusto in bocca, di qualcosa di finto, di messo insieme alla svelta per rassicurarti che la broda calda che ti sta scendendo nell’esofago non ti ucciderà. Quel sapore è la Bevanda™.

Leggiamo sull’etichetta “Bevanda al gusto di” e associamo al termine Bevanda il significato imparato a scuola: un liquido compatibile col nostro organismo. Ma è qui che i produttori di macchinette ci fregano, perché la loro Bevanda™ è un marchio registrato, un prodotto creato apposta come base per ogni bevanda (questo sì, minuscolo) messa in commercio.

Ma di cos’è fatta questa Bevanda™?

Di zucchero, prima di tutto. Lo zucchero è la droga che il tuo organismo ti chiede con forza appena varchi la soglia del posto di lavoro, e loro lo sanno, e te ne danno in quantità. Vuoi una prova? Schiaccia il bottone “senza zucchero” quando ordini il tuo caffè, ce ne troverai comunque un cucchiaino abbondante. Poi acqua, per forza, sennò la macchinetta si fonderebbe cercando di erogare marmellata. Tu non ci faresti neanche caso, il tuo cervello la vedrebbe come una sostanza ancora più zuccherosa e ti prenderebbe a gomitate per fartela assumere più in fretta.

Acqua e zucchero insieme richiamano gli abitanti più numerosi del pianeta, che di questi elementi sono ghiotti: le formiche.

Le formiche costituiscono un buon 30% di un bicchiere di Bevanda™. Si arrampicano lungo la parete, penetrano all’interno e intasano il tubo finendo nel bicchiere. Sai quando prendi la cioccolata e senti sulla lingua i pezzettini di cacao che non si è sciolto? Ecco. La stessa cosa succede nell’azienda che produce la Bevanda™, quelle formiche finiscono nei vasconi e danno al prodotto quel retrogusto mandorlato che ci troviamo in bocca dopo un bicchiere ogni mattina, di tè o cioccolata, e che non sappiamo definire.

È così che inizia la mia giornata, e sono sicuro che anche la vostra varia pochissimo. Ma cosa succederebbe se domani decidessimo di bere un prodotto migliore, più genuino? Esistono delle alternative?

Certo che esistono, ma non in Italia.

In Germania la Getränke, azienda leader nel settore dei palliativi da lavoro, utilizza per le sue macchinette automatiche un liquido fermentato a base di luppolo e succo di ribes, a cui viene aggiunto il sapore richiesto dall’utente. Nelle loro fabbriche e negli uffici nessuno beve caffè o cappuccino, quindi i gusti disponibili sono diversi dai nostri. Quelli che riscuotono il maggior successo sono il Müller-Thurgau e il purè di patate.

Anche la Francia ha una sua ricetta per la bevanda base, con cui rifornisce i distributori automatici. È composta principalmente di bordeaux, ma va detto che nel Sud del Paese alcune aziende prediligono l’uso del pastis. È per questo che la classe lavoratrice francese è sempre così frizzantina quando scende per strada a protestare.

In Italia come siamo messi?

Nel nostro Paese il monopolio del prodotto base per i distributori automatici è detenuto da un’azienda di Torino, la Delbrucchi, che rifornisce tutto il territorio nazionale grazie a una licenza rilasciata in esclusiva nel 1954 dall’allora governo Scelba. L’anno prima il fondatore dell’azienda, Ansio Delbrucchi, era tornato da un viaggio negli Stati Uniti con un’idea che avrebbe rivoluzionato le giornate lavorative degli italiani. Allora le fabbriche erano dotate di un piccolo spazio in cui gli operai trascorrevano la pausa pranzo, dotato di cucina a gas e, naturalmente, di caffettiera. Delbrucchi fu il primo a vedere le possibilità di crescita in un mercato ancora da creare, e gli fu facile ottenere una licenza dall’allora ministro dell’industria e del commercio Bruno Villabruna.

Come gli riuscì di trasformare la licenza in un contratto di esclusiva non si sa. Qualcuno sostiene che i due, Delbrucchi e Villabruna, avessero stretto amicizia a Torino quando il secondo ne divenne podestà nel 1943.

Quel che è certo è che da allora la Delbrucchi si è enormemente avvantaggiata, moltiplicando i propri guadagni in linea con l’aumento del settore manifatturiero e dei servizi: per ogni ufficio, fabbrica, officina o sala d’aspetto che viene aperta l’azienda ottiene un nuovo punto vendita in cui piazzare la Bevanda™.

Con l’ingresso dell’Italia nell’Unione Europea l’apertura dei mercati ha però causato alla Delbrucchi un grosso problema: il contratto in esclusiva firmato nel ’43 non garantisce all’azienda alcuna posizione privilegiata nei confronti di società estere, che possono così penetrare il mercato con prodotti di qualità decisamente superiore.

La prima a farsi avanti è stata la Bonjour Boissons, un’azienda di Lione che produce una bevanda base di alto livello, al sapore di menta e camomilla.

Nel tentativo di salvare l’azienda, il suo attuale proprietario Stefano Delbrucchi, si è iscritto nelle fila del M5S, e sta facendo pressioni sui suoi amici al governo affinché estendano i diritti di esclusiva anche al territorio europeo.

Il problema è che questo è vietato dallo statuto dell’Unione, e il governo lo sa bene. Che fare allora?

E qui veniamo alle notizie odierne, agli attacchi frontali al governo d’oltralpe, alle dichiarazioni dei nostri ministri che danneggiano anni di buoni rapporti commerciali con la Francia senza alcun guadagni apparente. Non è un caso che Toninelli abbia dichiarato che di andare a Lione “non ce ne frega niente”, né che Di Maio abbia incontrato i rappresentanti dei Gilets Jaunes invisi all’Eliseo. Fa tutto parte di una strategia precisa, e a farne le spese saranno, ancora una volta, i lavoratori italiani. Gli stessi che questo governo, peraltro, l’hanno votato.

Una mattina Renzi si sveglia e scopre di non essere più il segretario del PD. Gli ci era voluto del tempo per accettare di non essere più Presidente del Consiglio, ma col passare dei mesi se n’era fatto una ragione. In fondo, si diceva, sono sempre il segretario del PD, lasciami vincere un’elezione ed è un attimo che torno a governare il Paese.

Quella mattina lì, un lunedì, quindi già brutto di suo, Renzi scopre che le elezioni ci sono state, e non le ha vinte lui. Le ha vinte la destra, e il prossimo Presidente del Consiglio sarà probabilmente Salvini, o Di Maio.

E come se la notizia non fosse già abbastanza grottesca, viene fuori che il suo partito, il PD, ha subìto la sconfitta più disastrosa della storia repubblicana, e adesso gli iscritti vogliono la sua testa su una picca.

Renzi non ci sta, è un combattente, non si arrenderà mai senza lottare, e dichiara guerra al sistema!

Tornerà più forte di prima, si riprenderà il partito e il governo, si farà eleggere anche Papa, se gli gira! Oltretutto Papa Renzi fa sicuramente più simpatia di Paparesta.

Per prima cosa ci vuole un piano. Bisogna capire dove sta andando l’Italia, e proporsi come la soluzione migliore ai problemi del Paese. Sì, ma quali sono? Analizzando i risultati delle elezioni Renzi elabora una risposta.

Intanto per cominciare sembra finalmente fuori tempo la secolare lotta fra fascisti e antifascisti: le due fazioni agli estremi dell’emiciclo parlamentare si sono presentate con diverse liste, ma tutte insieme hanno raccolto meno del 3% necessario a superare lo sbarramento. È evidente che l’Italia, tranne i soliti quattro stronzi, non si considera fascista, e anche i partigiani salvatori della Patria preferiscono stare a casa a guardare Netflix che andare sulle montagne a combattere per la libertà.

Renzi tira un sospiro di sollievo e si toglie gli scarponcini. E anche il fez, che fra l’altro lo fa sembrare un cretino.

ognuno ha il Che che gli pare
(Getty)

Che l’Italia non si senta fascista non esclude che possa..

No, fermo, qui c’è una doppia negazione. Una cosa che Renzi ha capito dai risultati del 4 marzo è che la maggioranza degli Italiani conosce la grammatica per sentito dire, e la sua capacità di concentrazione non supera i 160 caratteri, quindi Renzi dovrà esprimere i suoi concetti in un linguaggio più semplice, o non verrà capito.

Diceva, dunque, che pur non sentendosi fascista, quest’Italia si comporta come tale con una frequenza allarmante: tizi che scendono in strada a sparare ai negri in nome dell’amor patrio, altri tizi che scendono in strada a sparare ai negri perché volevano suicidarsi ma hanno una pessima mira, sindaci che si incazzano perché ad un certo punto i negri scendono anche loro in strada per chiedere di essere tutelati, e rompono due vasi.

Renzi si gingilla per un po’ con l’idea di assecondare questa deriva razzista: in fondo se è questo che vuole il Paese dovrebbe essere un dovere dello Stato assecondare i desideri dei suoi cittadini. Senza contare che un elettore spaventato è molto più facile da convincere di uno che si prende il tempo di riflettere, e oggi come oggi la paura degli immigrati vale il 30% dei voti.

No, non degli immigrati, diciamo le cose come stanno. Dei negri. Perché degli immigrati albanesi, sudamericani o cinesi non frega un cazzo a nessuno, sebbene siano molti di più. L’”Emergenza Albanesi” ormai ha ventisette anni e non se la ricorda più nessuno, l’”Emergenza Rumeni” è più recente, ma è durata da novembre a gennaio, quando è caduto il governo. Siamo andati a votare, ha vinto Berlusconi e i rumeni hanno smesso di essere una minaccia, come già gli albanesi prima di loro.

Renzi decide che non vale la pena assecondare una moda passeggera per raccattare voti, e sparare alla gente non è degno di un Paese civile, non siamo mica la Germania nazista. Se una fetta dell’elettorato aspira a diventarlo non è un elettorato da inseguire, ma casomai da educare. Il populismo paga solo sulla breve distanza, poi ti taglia le gambe.

La prima decisione di Renzi come futuro premier è impopolare, ma necessaria: adottare una politica di sostegno verso gli immigrati.. verso i negri, che punti a favorire l’integrazione dei nuovi arrivati da una parte e a tranquillizzare gli autoctoni dall’altra.

Qui Renzi si ferma un attimo per spiegare ai leghisti che “autoctono” significa “originario del luogo”. Loro, in parole povere. Gli italiani.

Questa parola gli fa venire in mente un altro punto importante del suo programma: italiano è chi nasce in Italia, non importa la nazionalità dei suoi genitori. Punto.

Siamo un popolo di vecchi, se non troviamo un sistema per rilanciare la natalità fra sessant’anni ci saranno due milioni di puri italiani veri a contendersi chilometri quadrati di territorio abbandonato e improduttivo, gridandosi terrone a distanza.

“Ma così viene minacciata la nostra integrità razziale”, bercerà dalle pagine di qualche giornale un emulo di Himmler

Renzi telefona a Salvini per spiegargli che emulo vuol dire “seguace, imitatore” e che Himmler.. vabbè, quello lo sa di sicuro, sennò l’alleanza con Casapound finiva ancora prima di cominciare. Le basi, Matteo! Le basi!

Comunque Renzi non ne ha voglia di spiegare perché questa teoria della deitalianizzazione è una cazzata, è talmente assurda che se hai bisogno di fartela spiegare significa che non sarai mai in grado di capirla. Vota quegli altri, fai prima.

E già che ci sei portati dietro gli antivaccinisti.

A proposito: le due forze politiche di maggioranza hanno inseguito il consenso così in basso da mettere in pericolo la salute pubblica avallando le cazzate medievali professate dai no vax. Questo non è solo cinico, è criminale.

I diritti umani occupano una buona parte del programma di Renzi, ma d’altronde prima che cittadini siamo esseri umani, e il nostro benessere dovrebbe essere l’ambizione principale di ogni governo, sennò non fondi uno Stato, apri una sala scommesse.

“Ma non è di soli diritti umani che vive uno Stato!”, esclama Renzi. Poi si appunta la massima su un quadernetto dalla copertina rossa pieno di idee per rilanciare l’economia e il sistema giudiziario e la legge elettorale e la finisco qui che se ve le sto a spiegare tutte facciamo notte.

ognuno ha la first lady che gli pare
(sempre Getty)

Una volta coperti tutti i punti del programma, Renzi si presenta alla più vicina sede del PD per cercare di convincere il partito a riprenderlo con sé.

Non gli aprono neanche, ma è probabile che non abbiano sentito il campanello: da fuori si sentono schiamazzi e porte che sbattono. Ad un certo punto si alza chiara e tonante la voce di Casini che urla: “Compagni! Ordine!”. Subito dopo dal portone esce Berlinguer in lacrime.

Renzi capisce che ormai lui e il partito si trovano su due strade diverse, e che deve rifondare un nuovo movimento, partendo dalla strada.

Rifondare è una bella parola, pensa Renzi, starebbe bene nel nome del partito. Decide così di chiamarlo Partito della Rifondazione Renziana. La tomba di Cossutta esplode.

Dopo la fondazione arriva il momento di farsi conoscere dall’uomo della strada, Renzi si mette a fermare persone a caso per sottoporre al loro giudizio il suo programma.

La prima signora che ferma ha votato 5 Stelle e gli dice PDiota.

La seconda persona è un leghista che lo accusa di avere portato i negri.

La terza è un elettore del PDL che gli da del coglione a lui e a tutti quelli che votano a sinistra.

La quarta è uno di Casapound che lo mena.

La quinta è uno di Potere Al Popolo che gli sputa in faccia.

La sesta è uno del nuovo Partito Comunista che gli sputa in faccia.

La settima è Bersani che se non glielo levano da sotto lo disfa.

L’ottava è Casini che lo chiama compagno.

Renzi capisce che bisogna cambiare strategia. In questi anni il partito si è allontanato dalla gente, ha smesso di ascoltarla, e questa si è rivolta altrove. È una storia cominciata tempo fa, quando gli operai votavano Berlusconi, che è come se un cinghiale si facesse la licenza di caccia.

Per la sua nuova strategia Renzi si fa crescere la barba, indossa un parka e va ad aspettare gli operai che finiscono il turno di pomeriggio, fuori da una grossa acciaieria siciliana. Perché è soprattutto il Sud a essere stato trascurato da tutte le forze politiche, perciò sarà da lì che ricostruirà il suo feudo.

Va a chiedere udienza al primo gruppetto che esce dal cancello, coi fogli ciclostilati in mano da vero comunista old staila si avvicina e li interroga.

“Ragazzi, volete il programma di Rifondazione?”

Per uno strano imbarazzo non se la sente di rivelare il nome completo del partito.

Quelli lo riconoscono lo stesso, ma invece di sputargli strabuzzano gli occhi:

“Mii! Ancora campagna elettorale?? Ma siamo appena andati a votare, che è?”

“È che questi partiti non riusciranno mai a formare una coalizione e andare al governo senza di me, quindi si andrà per forza a nuove elezioni. Mi sto solo portando avanti.”

“Vabbè, ma se votiamo di nuovo mica vinci te”, gli dice uno.

“Capace che stavolta pigli il 2%”, aggiunge l’altro.

“Vedete? È per colpa di questo disfattismo che il partito continua a perdere consenso. Non volete capire! Certe volte mi viene voglia di andarmene davvero e lasciarvi da soli a risolvere i vostri casini. Ma sono troppo buono, è il mio problema.”

“Mi sa che il tuo problema è la democrazia”, gli dice un anziano con un po’ di panza.

“Ma figuriamoci! Ma se abbiamo fatto anche le primarie per decidere chi sarebbe stato il segretario! E primarie vere, mica come quelle dei gril..”

“Democrazia nel senso del termine”, lo interrompe quello. “Democrazia inteso come governo del popolo. E il popolo ti ha fatto capire chiaramente che non ti vuole. Ma tu non te ne vuoi andare.”

“Ma perché non volete capire! Non c’è futuro senza di me, io sono l’unico che può traghettare il partito e tutta la sinistra fuori dal baratro! Io..”

“Hai perso. E non lo vuoi ammettere, vuoi restare lì. Ma non è un problema tuo, eh? Sono anni ormai che il partito ha smesso di ascoltare gli elettori. E alla fine gli elettori si sono stancati di parlare al vento. Io sono sempre stato comunista, fin da ragazzino. Figurati che quando stavo a Palermo ascoltavo Radio Aut. Poi avete cominciato a cambiare, e per un po’ vi sono venuto dietro. Ma non si poteva più, tutte le volte era un po’ più difficile. Un paio di volte mi avete fregato col ricatto che se non vi votavo vinceva Berlusconi, ma sto trucchetto non può funzionare sempre, no? Ad un certo punto dovete anche proporre qualcosa. E se qualcuno provava a cambiare lo isolavate. Perfino tu all’inizio sembravi una novità positiva, e guarda come ti sei ridotto. Adesso mi sono scocciato, ho votato i 5 Stelle. Perché sono quello che era il mio partito all’inizio, e magari loro non finiranno per inseguire il potere e basta.”

A sentir paragonare i 5 Stelle al Partito Comunista Renzi si inalbera, anche se lui di comunista non ha mai avuto neanche i nonni, ma essere il segretario di partito ti obbliga a indossare certi abiti che poi diventa difficile togliere.

“Come fai a paragonare questi populisti ignoranti col Partito? E gli ideali? E il progresso? Noi abbiamo lottato per l’aborto, per il divorzio, per le pari opportunità, loro cos’hanno fatto?”

“Voi avete lottato?”, gli grida in faccia l’anziano con la panza, “Voi? Ma che cazzo di lotta hai fatto tu a parte quella per tenerti la poltrona? Dov’è che il tuo partito ha soltanto immaginato qualcosa di sinistra?”

“Vi abbiamo dato i matrimoni gay! Eravamo a tanto così da darvi anche lo ius soli!”

“Ma non l’avete fatto! E i matrimoni gay mi pare il minimo, eravamo rimasti solo noi! Perfino Spagna e Irlanda hanno ottenuto questi diritti! E non mi dirai che sono paesi dove la chiesa non ha nessun peso! La devi ascoltare la gente, Renzi! La gente vuole un partito comunista vero, non questa porcheria!”

“Ce l’avevano. A queste elezioni ne avevano anche più di uno, e non li hanno votati. Hanno votato tutti i 5 Stelle. Perché non li hai votati tu?”

“Perché erano quattro scappati da casa. Io voglio un partito che sappia stare nel suo tempo, se volevo i maoisti andavo a vivere in Cina.”

“Comunque ho capito i miei errori. Per questo ho deciso di uscire dal PD e fondare un nuovo partito a mia immagine e somiglianza. Volete leggere il programma?”

“E faccelo leggere, dai.”

Renzi allunga al gruppetto i suoi fogli ciclostilati e quelli si mettono in cerchio con la testa bassa a rimuginare fra loro.

“Oh ma questo è un programma di sinistra bello tosto, ma che è?”

“Ho capito che non possiamo essere un ibrido né carne né pesce, dobbiamo schierarci. E allora ho preso una posizione netta.”

Gli operai sembrano convinti, sorridono un sacco. L’anziano con la panza gli dà una pacca sulla spalla e gli dice che magari stavolta ci pensa. Intanto si sono avvicinati altri personaggi, che ricevono il programma e si mettono a leggere. In pochissimo tempo il partito di Renzi sembra essersi guadagnato un discreto numero di simpatizzanti.

Poi uno gli domanda:

“Sì, vabbè, ma non è che il governo te lo puoi fare tu da solo. Chi chiami a darti una mano?”

“Eh ci ho pensato a lungo. Ho capito che il Paese chiede facce nuove, non importa la loro esperienza, basta che non siano gli stessi che lo hanno ridotto in questo stato. È per questo che ha avuto tanto successo il partito populista, perché è fatto da sconosciuti, gente non ancora toccata da nessuno scandalo. La gente vuole un rinnovamento, e io ho intenzione di darglielo. Sono o non sono il Rottamatore?”

“Eh, e quindi chi ci metti?”

“Mia zia. Non è mai stata in politica ed è una bravissima persona. E anche suo marito, se avesse voglia di partecipare al progetto. Poi ci sarebbe il mio parroco, da sempre impegnato nel sociale. Al mio meccanico vorrei assegnare il ministero dell’economia, perché dovreste vedere come ha tirato su l’officina che ha rilevato tre anni fa..”

Il sole tramonta dietro le ciminiere, e sul piazzale le ombre si allungano. Mentre Renzi snocciola la sua lista di rappresentanti di specchiata probità e cieca appartenenza alla sua causa il gruppo di operai si disperde. Ai loro piedi tante palline di carta, bianche come lapidi. Ognuna la tomba di un ideale, l’incarnazione di un partito che è morto mille volte e non rinasce mai, ma non per questo smette di morire.

 

“Non possiamo pretendere che le cose cambino,
se continuiamo a fare le stesse cose.”
Albert Einstein

“La, languidi bri, brividi
Come il ghiaccio bruciano quando sto con te
Ba, ba, ba, baciami siamo due satelliti in orbita sul mar”
Righeira

Sono seduto fuori, nel gazebo, e c’è questo pakistano che mi regala un braccialetto portafortuna perché gli ho dato un euro, quindi alla fine non me l’ha regalato, me l’ha fatto pagare un euro, che è un prezzo veramente da bastardi per un braccialetto di nylon, e me l’ha ancora spacciato per un gesto di generosità inestimabile, che quell’amuleto mi cambierà la vita, dovrei tornare a cercarlo e tirarglielo.

Però un attimo dopo, proprio mentre lo sto legando con una destrezza che se non mi garantisce l’accesso alla nazionale di legamento braccialetti dei pakistani truffaldini è solo perché al tavolino accanto non è seduto il commissario tecnico ma due tizie col cagnone di Up, arriva una che secondo me è fatta di un materiale che non è di questo pianeta, e parliamo di qualcosa che nella mia testa suona come un ronzio di api impegnate a secernere miele, dove la mia voce interpreta le api e la sua il miele, ed è tutto perfetto tranne che la persona che sta al tavolino con me non mi fa il favore di scomparire in un’altra dimensione e rumoreggia perché la presenti, così mi rivolgo alla creatura extraterrestre e in uno sforzo titanico imbriglio quei tre vocaboli necessari e le faccio conoscere la mia amica Santa Rosalia de Carrizal.

La conosceva già, di nome, un nome così te lo ricordi, anche se non è il suo vero nome, lo cambia a seconda del calendario liturgico per poter sfruttare al massimo gli onomastici, due mesi fa si chiamava Luciano. Gliel’avevo già nominata la settimana scorsa, quando mi ero trovato casualmente proprio davanti al suo bar ad aspettare questa stessa mia amica con cui avevo appuntamento tre ore più tardi dall’altra parte della città, e questa creatura composta di pulviscolo cosmico e nuclei di stelle mi aveva chiesto con una certa rudezza “chi cazzo è Santa Rosalia de Carrizal?”.
Mi ero anche fatto dei film su questa sua scena di gelosia, avevo ridacchiato con sicurezza e le avevo chiesto se per caso fosse gelosa delle mie amiche. Mi aveva guardato senza rispondere, ma nel suo sguardo c’erano tutte le risposte più sarcastiche e umilianti che un uomo potrebbe ricevere in tre vite, e la mia sicurezza aveva guaito ed era corsa a piangere sotto la doccia.

Stasera l’ha visto chi cazzo è, ha riso, le ha stretto la mano esclamando “Chi Cazzo è Santa Rosalia de Carrizal! Piacere di conoscerti!” e si è fermata a fare le due chiacchiere abituali, che fino a quel momento erano mancate. Già, per tutta la sera ha girato intorno al tavolino senza avvicinarsi, mi ha guardato mercanteggiare con un predone di Harappa senza intervenire neanche quando era ormai chiaro che sarei finito in trappola spogliato dei miei averi, ma soprattutto ha osservato da lontano il mio comportamento con la donna che mi stava accompagnando, assicurandosi che non ci scambiassimo limoni in pubblico o smanacciate sotto il tavolino.

La mia amica è un’ottima spalla, fa in modo che la conversazione cada spesso su di me e ne approfitta per lodare le mie qualità senza apparire forzata: quando la Risposta Alla Domanda Fondamentale Sulla Vita L’Universo E Tutto Quanto ci racconta del tizio che ieri sera l’ha seguita mentre tornava a casa dopo il lavoro, la mia amica risponde che se ci fossi stato io nei paraggi non avrebbe corso alcun rischio perché sono stato campione olimpico di dure nelle cosce e conosco a memoria tutte le canzoni di Memo Remigi. Che c’entra Memo Remigi? Niente, però le sa ed è giusto che glielo si riconosca.
La mia amica si fa prendere un po’ la mano, certe volte.

Quando andiamo via mi fermo a salutarla e la mia amica si piazza alle mie spalle e mi pianta il gomito in un rene e mi borbotta chiediglielo chiediglielo chiediglielo a un volume che nella discoteca in fondo alla strada uno si affaccia a vedere chi è che schiamazza, e allora le chiedo se dopo il lavoro le va di venire con noi, e a sorpresona risponde di sì e mi lascia il numero di telefono.
Muoio apposta per resuscitare, ma non lo do a vedere. Me ne vado via con Santa Rosalia de Carrizal e l’aria di chi il numero di telefono gli era dovuto,  ma arrivati davanti alla discoteca entriamo e accendiamo un cero alla Madonna Delle Occasioni Mancate per ringraziarla di essersi distratta. In discoteca non hanno ceri, ma tanto quella madonna lì ce la siamo inventata in quel momento. Per fortuna che non incontro il pakistano di prima perché sono così esaltato da credere alla storia del braccialetto portafortuna e finirei per regalargli le chiavi della macchina.

Andiamo a cena dall’indiano e ci troviamo il pakistano di prima, che lavora lì, fa il cameriere. Vedendomi al polso il suo braccialetto ci tratta come clienti vip e ci fa sedere al tavolo più importante, quello del padrone del locale. E sono così esaltato che potrei regalargli le chiavi della macchina, ma viene fuori che il tavolo del padrone sta fra la cucina e il cesso, perché il padrone fa avanti e indietro tutto il tempo, non può mica ogni volta attraversare tutta la sala e dar fastidio ai clienti.
Finita la cena siamo impregnati di un odore di cibo che non capisci se è di prima che venga mangiato o di molto dopo.

Scrivo un messaggio a quell’entità soprannaturale fatta di preghiere e sogni di bambini. Scelgo con cura le parole per non lasciar trapelare che ho lo stomaco stretto dalla voglia di vederla, oppure dalla cena, non lo so, preferisco credere alla prima. Dopo quaranta minuti Santa Rosalia de Carrizal mi chiede se mi ha risposto, ma devo ancora finire di scriverlo, per il momento ho digitato solo la lettera u. Perché la u? Perché mi sembrava una bella lettera.
La mia amica sbuffa e mi prende il telefono e scrive qualcosa di breve, oppure un poema epico in tre atti, ma allora digita velocissimo, e dopo un paio di minuti il telefono mi avverte che è arrivata la risposta.
Faccio un bel respiro, la leggo, ne faccio un altro più lungo. Dice che non sa se ci raggiunge. Sta ancora lavorando, è stanca, magari torna a casa.

La mia amica cerca di tirarmi su il morale e mi propone di accompagnarla in una piazza della città dove dei suoi amici stanno facendo la gara a chi sta vivendo l’esistenza più squallida. Accetto, l’idea di primeggiare in qualcosa mi fa sentire un po’ meglio.

Gli amici di Santa Rosalia de Carrizal sono tre, e si chiamano Gina, Michela e Quiquoqua. Quiquoqua è un uomo, o almeno così tiene a ribadire, indossa pantaloncini da uomo comprati nel reparto maschile di un negozio di abbigliamento per uomini, e sulla maglietta c’è scritto MAN a lettere maiuscole. I baffi non li porta perché non riesce a farseli crescere. E per ribadire che è un uomo con tutte le cose in regola ci prova tutto il tempo con Michela.
Che è un uomo pure lei. Oppure no, la mia amica dice di no, ma se è una donna è una donna molto brutta, non ha niente di quello che ti aspetteresti di trovare in una donna, tipo la femminilità. C’è più femminilità in un carro armato tedesco che dentro Michela. È secca secca, tiene le braccia piegate e si strofina le mani nervosamente. La mia amica dice che non ha un uomo da anni, ma che Quiquoqua non le piace.

Gina è la signora di ottantacinque anni a cui Michela fa da badante, se la portano dietro dappertutto, tanto lei non si lamenta. Dice eeh questi giovani. Le chiedi come sta, se vuole il golfino, ti guarda e non capisce. Allora Michela le dice la rebecca, e lei fa di sì con la testa. Perché a Genova gli anziani se non gli parli in anziano mica ti capiscono.

Mi suona il telefono e non capisco chi sia che mi chiama a quest’ora, tutte le persone che conosco sono già sedute al tavolino, le altre hanno smesso di cercarmi da dieci anni, compresa la mia famiglia che per essere sicura di far perdere le tracce ha cambiato cognome e ora si chiamano tutti Gonzales. Abitano sempre nella stessa casa, ma il nome sul campanello adesso è Gonzales, e quando ho provato a suonare mia sorella ha risposto que pasa hombre. Io faccio finta di non riconoscerli quando li incontro per strada perché ho l’impressione che preferiscano così.

Sto a guardare il telefono senza toccare niente, per paura che smetta di suonare, che si rompa qualcosa, che un intervento esterno possa spezzare quel momento di pura magia che di certo non si ripeterà mai più. Santa Rosalia de Carrizal capisce chi è e risponde al posto mio. Dice siamo in piazza e poi dice ti aspettiamo ciao. Le chiedo chi era, mi dice che coglione.

E dopo poco, davvero pochissimo, addirittura nella stessa settimana, la vedo arrivare. Mi accorgo che è lì perché l’aria si fa più fresca, come se spirasse un vento che arriva dalla cima di una catena montuosa di un paese remoto, dove la neve si sta sciogliendo e i prati sono pieni di fiori. Invece è la cameriera del bar che ha aperto la finestra del gabinetto quando è entrata per cambiare il wc net. A quanto pare hanno riparato il condizionatore.

Il Riassunto della Divinità si siede vicino a me e saluta tutti, si presenta col suo nome terrestre che non sono degno di rivelare né voi di conoscere; non lo sono neanche le persone al tavolo, ma se gli faccio una scenata Santa Rosalia de Carrizal poi mi tiene i musi. Ci incanta tutti con la sua voce incantevole, poi ci innamora coi suoi modi amorevoli, e infine ci stupisce dicendo un sacco di stupidaggini, e tutti ridiamo come bambini dopo una barzelletta sconcia.

Il più colpito di tutti è Quiquoqua, che non riesce a credere alla fortuna che gli è capitata e non vuole assolutamente perdere l’occasione di fare bella figura con la donna più bella che abbia mai incontrato. Le dice cose, le si siede vicino, più vicino, in braccio. Lei non si scompone, è di natura gentile, lo asseconda. Lui ci crede, si fa intrepido, mi esclude dalla conversazione. Michela coglie l’occasione e mi viene vicino, mi fa domande intellettuali, mi chiede che libri ho letto, mi chiede se conosco un regista afgano, mi chiede se ho letto libri che parlano di registi afgani, ma non ne ho voglia, rispondo vago, le taglio ogni tentativo di avvicinarsi.
Per carità, è una donna di profonda cultura e dall’intelligenza sopraffina, ma per le mantidi religiose in piena crisi sessuale ci sono i documentari su youtube.

Poi com’è cominciata finisce, e quando finisce è come mettere un miracolo in una scatola da scarpe in cima all’armadio. Un attimo prima era la festa del patrono con la chiesa illuminata che pare fatta di pizzo e quello dopo è gennaio, fa buio alle quattro e la roba stesa non asciuga più.
Ho passato la serata indimenticabile che desideravo? No.
Lei ha capito di voler passare il resto della sua vita con me? No.
Almeno ci ho parlato? No.
Vabbé, ma alla fine l’avrò accompagnata a casa? No. Ma neanche Quiquoqua.

Mi sento una barca in mezzo al mare, incapace di concludere qualsiasi cosa compreso il sudoku. Mi sento inutile, inadeguato. Mi sento addosso l’odore del cesso del ristorante indiano e di quello del bar in piazza.
In un gesto di rabbia prendo il braccialetto fra le dita e dò uno strattone. Non si strappa, però mi faccio un sacco male e il giorno dopo ho ancora il segno sul polso.

Oggi durante la pausa pranzo ho scoperto che su youtube esiste una categoria di video apposta per rilassare i gatti, e ti pare che non vado a vedere come funzionano? No, non ci sono andato, il mio gatto dorme diciotto ore al giorno e si sveglia solo quando vado a dormire per tendermi gli agguati a letto, ho un braccio che sembra la pubblicità degli hansaplast, ho così tanti graffi sull’avambraccio destro che una volta uno studente di dermatologia mi ha chiesto se poteva studiare il mio caso per la sua tesi di laurea. Il sinistro invece è intatto, ma sto pensando di dormire un po’ anche dall’altra parte del letto per tornare simmetrico.

Comunque esistono questi video per i gatti, e mi sono chiesto se esistessero anche per i cani, che lì sì che mi servirebbe, quando vado a lavorare Jack va in forte sbattimento, passa il tempo a chiedersi se tornerò vivo, abbaia a ogni rumore che proviene dalla strada, e considerato che abito sulla strada principale significa che abbaia per ogni macchina, persona, uccello, zanzara che sente passare.

Ci sono, di durata variabile. Li trovi da un’ora, due ore, dieci ore. Io mi assento per quattro ore la mattina e quattro il pomeriggio, un’ora è poco, dieci sono troppe. Anche perché dopo un’accurata ricerca non ho trovato una risposta adeguata dalla scienza che mi abbia rassicurato sull’effetto che un video rilassante per cani può avere su un gatto. E se metto su un video rilassante per cani e il gatto si fa le parangosce? Che ne so io se un video rilassante per cani emette delle onde sonore che mi fanno impazzire João? Se torno e quello corre per casa come un matto?

Magari, vorrebbe dire che stanotte è esausto e probabilmente mi lascia dormire. Ma se invece esce pazzo e mi apre il materasso tipo Dexter?
Meglio non rischiare, mi sono detto, e ho cercato un video di due ore da abbinare al video di due ore di musica rilassante per cani.

non credeteci, mentono benissimo

Niente da fare, quelli per gatti hanno tutti durate inferiori all’ora, si vede che i gatti dopo un po’ se la menano di ascoltare.. cosa? Precisamente, cosa gli fai ascoltare a un gatto per tenerlo tranquillo? Ho provato a metterne su uno, era un pezzo di pianoforte. Allora ne ho messo su uno per cani, era un altro pezzo di pianoforte, forse lo stesso di prima.

A quel punto ero più tranquillo, ho pensato che in fondo un video rilassante per cani e uno per gatti sono grossomodo la stessa cosa, e che se prediligo uno rispetto all’altro non dovrei fare danni. Però ancora non mi sentivo tranquillo, così ho cercato un video rilassante per mucche, convinto che sottoponendo i miei animali a una terapia studiata su animali di grossa taglia avrei ottenuto di stordirli entrambi fino al mio ritorno.

Quando sono tornato alle sei Jack dormiva sul divano, João non si vedeva.
L’ho cercato sotto le coperte in camera, ma non era neanche lì.
L’ho trovato nell’armadio, intento a ruminare un metro quadro di erba gatta. Mi ha salutato con un muggito.

È che io l’erba gatta non ce l’ho, dove ha trovato tutto quel vegetale?
La risposta è arrivata immediatamente nei panni della mia vicina, incazzata come una biscia perché un animale rosso a pelo lungo le è planato sul terrazzo e le ha potato tutti i gerani.
Ho provato a mentire, dicendo che io animali rossi a pelo lungo non ne ho e non me ne sono mai girati per casa neanche includendo le fidanzate ipertricotiche, ma mi ha puntato addosso il suo indice più affilato (ne ha una decina apposta per puntarli addosso a chi le fa degli sgarbi) e con una voce che sembrava uscita da un pentacolo dipinto sul pavimento di una cripta in una notte di luna piena mi ha risposto “Ma neanche fidanzate a pelo corto. Ti sento sai, quando ti chiudi in bagno con la scusa di lavarti i denti ma non apri neanche l’acqua. Sto parlando del tuo gatto, quello che mi ha mangiato i gerani.”

Ho cercato di difendermi dicendo che da qualche mese frequento una bellissima ragazza glabra, ma non mi ha creduto. Anche perché in quel momento è uscito dall’armadio João, con un campanaccio al collo e l’occhio molliccio del bovino al pascolo. Le ho promesso di ricomprarle i gerani. Ha detto che vuole anche il risarcimento danni, quindi i gerani non bastano più, vuole un ulivo centenario, lo vuole piantare in terrazzo. Le ho detto che gli ulivi richiedono molto terreno in cui far correre le loro radici, che sotto il suo terrazzo c’è il negozio della parrucchiera, e non so come la prenderebbe a trovarsi delle radici di ulivo che le pendono dal soffitto, una volta mi ha rimproverato che a una sua cliente che usciva dal negozio è caduta in testa una matassa di pelo di gatto (aveva ragione, l’ho raccolta e l’ho buttata dalla finestra senza tante cerimonie, era grossa come la provincia di Imperia), figurati se una dopo la permanente si trovasse decorata con pezzi di legno e qualche tipico parassita delle piante.
La mia vicina si è confusa, non conosce i parassiti delle piante, mi ha chiesto di farle degli esempi, io le ho detto che un tipico parassita delle piante è il canguro, lei si è spaventata e ha ritrattato, adesso le vanno bene anche solo i gerani.

La crisi per il momento è passata, domani quando vado a lavorare metto su una playlist degli AC/DC, tanto il gatto più aggressivo di così non ci diventa, e secondo me Jack con l’uniforme da scolaretto australiano come quella di Angus Young fa la sua figura.

Riassunto delle puntate precedenti:
Vado allo stadio con Beonio e scoppia una rissa: la morale è sempre quella, le scelte sbagliate provocano disastri. O almeno è così che me la racconto, la verità è che sono uno stronzo.

6.
30/09/20.., 14:09 – Beonio: Quindi vi siete lasciati
30/09/20.., 14:10 – Pablo: No, ci siamo presi del tempo per capire cosa vogliamo.
30/09/20.., 14:10 – Beonio: Quindi vi siete lasciati
30/09/20.., 14:10 – Beonio: La pausa di riflessione è sempre il modo più gentile che trovano per piantarci. Ti ha piantato, stattene
30/09/20.., 14:12 – Pablo: Ma no, ci siamo sentiti ancora stamattina, mi ha chiamato lei.
30/09/20.., 14:13 – Beonio: [odiosa faccina con gli occhi sbarrati]
30/09/20.., 14:13 – Beonio: E cosa voleva?
30/09/20.., 14:14 – Pablo: Saranno un po’ cazzi nostri, no?
30/09/20.., 14:15 – Beonio: [faccina altrettanto odiosa coi lacrimoni dal ridere] Stronzo
30/09/20.., 14:16 – Pablo: Ma niente, voleva sapere come sto, si è scusata per la scenata di ieri, dice che è colpa sua, che non sa bene quello che vuole, che anche lei ha delle cose che le pesano addosso, che magari è meglio se ci parliamo di persona.
30/09/20.., 14:19 – Beonio: Ahia
30/09/20.., 14:19 – Beonio: Ti vuole piantare
30/09/20.., 14:20 – Beonio: Preferisce dirtelo di persona
30/09/20.., 14:21 – Pablo: Qui se c’è uno che la deve piantare quello sei tu, gufo di merda.
30/09/20.., 14:22 – Beonio: [stessa faccina di prima che abbiamo già appurato quanto sia odiosa]
30/09/20.., 14:22 – Pablo: Adesso ci parliamo e vedrai che va tutto a posto.
30/09/20.., 14:23 – Beonio: E tu ci vorresti tornare insieme?
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Nel caso decidesse di non lasciarti
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Tutti i tuoi dubbi che avevi?
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Li hai risolti?
30/09/20.., 14:23 – Pablo: Credo che valga la pena provarci.
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Perché è inutile se poi anche tu non sai quello che vuoi
30/09/20.., 14:24 – Beonio: Non durerebbe
30/09/20.., 14:24 – Beonio: Fra due settimane sarete da capo
30/09/20.., 14:25 – Pablo: Anch’io sono stato affrettato. Abbiamo guardato tutti e due altrove invece di dedicarci a quello che stavamo vivendo insieme.
30/09/20.., 14:25 – Pablo: Due cretini, insomma.
30/09/20.., 14:26 – Beonio: [sempre quella cazzo di faccina, ma che problemi avete con la comunicazione verbale?]

Il giorno in cui ci vediamo è una sera, e una sera di pioggia, e vado a prenderla in macchina, e lei scende i tre gradini del portone senza sorridere, e mi chiedo cosa stia pensando, se è stata una cazzata accettare di vedermi, se sarò arrabbiato, ma non lo so, neanche riesco a capire cosa sto pensando io, mi guardo dentro in cerca di una risposta chiara, un sentimento che emerga su tutti gli altri e mi dia una direzione da seguire, e invece lei apre la portiera, si siede e mi guarda, e io la guardo, e non provo niente.

Non andiamo lontano, piove e nessuno dei due ha voglia di camminare. Siamo lì perché abbiamo da dirci delle cose, non c’è neanche bisogno di scendere dalla macchina. Cerco un posto in centro dove posteggiare, e restiamo lì, senza musica, il ticchettio della pioggia sul tetto. Ci sono state sere indimenticabili iniziate nello stesso modo, ma temo che questa lo diventerà per ragioni diverse.
Stiamo in silenzio, cominciare a parlare è un po’ un’ammissione di colpa, e a nessuno va di assumersi delle responsabilità. Perlomeno a me no, in fondo cos’ho fatto a parte ascoltare i consigli di quello scemo del mio amico? Insomma, non mi va di puntare il dito contro qualcuno, ma in questa macchina se c’è una persona che ha sbagliato atteggiamento non è certo quella che sta al volante.
Anna sembra leggermi nel pensiero, rompe il silenzio e dice “Scusami”.

“Ma no, dai, di cosa”, rispondo, mentre in testa si sgrana un rosario di accuse.
“Ti ho fatto una scenata per niente”.
“Vabbé, sarai stata..”
“.. è che mi sono sentita incastrata in qualcosa che non ero sicura di volere, capisci? Mi hai chiesto di prendere una posizione quando neanche sapevo dov’ero. Ho reagito male.”
“Ma non è che ti ho chiesto..”
“.. ma devi anche considerare la mia situazione, lo sai da dove arrivo. Ho alle spalle una storia pesante che mi ha segnato, non me la sono sentita di lasciarmi andare con questa leggerezza, mi ha preso il panico, ho pensato di non essere pronta.”
“Beh, certo, tutti abbiamo..”
“.. ma è sbagliato comportarsi così, perché se stai con una persona devi fidarti di lei, la fiducia è la base di tutto, se manca quella è inutile stare insieme, no?”
“…”
“.. e stare insieme significa quello, stare insieme, non passare del tempo insieme ma rimanere chiusi ognuno sulle proprie posizioni, significa aprirsi, e io questo non l’ho fatto, non mi sono fidata, ho avuto paura di farmi male, e così ho finito per farne a te, scusa.”
“Va bene, non..”
“.. e quando non ci sei stato più, perché io ti ho chiesto di andartene, io, non tu, colpa mia, lì ho capito che per te provavo qualcosa di più forte delle mie paure, che il passato è passato e tu rappresenti il futuro e voglio stare con te, fidarmi di te, ed è stato terribile che tu non ci fossi, e adesso che l’ho capito non ti voglio perdere di nuovo, voglio darti tutto quello che ho, che non sarà molto, ma è tuo, se lo vuoi ancora. Allora? Non rispondi?”

Dovrei dire qualcosa, e invece me ne sto fermo ad appoggiare lo sguardo sulla forma rassicurante della leva del cambio, del freno a mano, del bordo del sedile. Frugo con la mano nel buio della mia anima alla ricerca di un sentimento credibile con cui replicare. Non dico amore o passione, che sarebbero eccessivi, ma qualcosa vicino all’affetto, alla fiducia, andrebbe bene anche un po’ di stima. E invece niente. Il Molise.
Allora la bacio, col trasporto di chi cerca di sfuggire all’imbarazzo di non avere niente da dire, il classico bacio che in una coppia in crisi fa nascere un figlio. E lei ci crede, e mi infila in bocca una lingua avida. Cominciamo a toccarci, a infilare mani, a sbottonare, sganciare, strizzare dimentichi di essere posteggiati in una strada trafficata. Perlomeno dimentico io, lei si riprende quasi subito e mi sfila delicatamente la mano dalle sue mutandine.

“Se dobbiamo farlo qui almeno facciamoci pagare il biglietto”, mi sussurra all’orecchio col fiato grosso. Non mi faccio pregare, e prendo la via dei monti. Casa sua sarebbe più comoda, ma non me la sento di tornare a immergermi così in fretta nella sua vita.

03/10/20.., 10:12 – Beonio: E avete fatto bene, il divano era occupato [faccina che strizza l’occhio]
03/10/20.., 10:12 – Beonio: Come due ragazzini, eh?
03/10/20.., 10:13 – Beonio: Quindi adesso siete di nuovo fidanzati?
03/10/20.., 10:13 – Pablo: Vabbè, fidanzati.. ci vediamo.
03/10/20.., 10:14 – Beonio: Si, certo, fai il duro. Senza Anna sei perso
03/10/20.., 10:18 – Beonio: Sabato io e Francesca andiamo a cena. Venite?
03/10/20.., 10:20 – Pablo: Una bella uscita a quattro per metterci una pietra sopra e andare avanti.
03/10/20.., 10:21 – Beonio: [faccina che guarda su e immagino voglia dire che ci vuole tanta pazienza a sopportarmi]
03/10/20.., 10:21 – Beonio: Che rompicazzo che sei
03/10/20.., 10:21 – Beonio: Se ci fai pace vai avanti, sennò la lasci e basta!
03/10/20.., 10:22 – Pablo: Hai ragione, scusa. Va bene, dai, glielo chiedo. Ma immagino di sì, non avevamo impegni.
03/10/20.., 10:22 – Beonio: Volevate approfittare della casa libera [faccina che ma chi è che ride così, dai]
03/10/20.., 10:22 – Pablo: Hahaha.
03/10/20.., 10:23 – Beonio: [doppia faccina uguale a quella di prima, con queste grosse gocce di umore blu che le escono dagli occhi, secondo me indica una grave congiuntivite]

Due ore e quindici minuti prima dell’incidente.
Sono in macchina sotto casa di Anna, aspetto che scenda. La sua coinquilina ha passato la giornata con Beonio, ci incontreremo al ristorante. Un messaggio mi invita a salire, rispondo che dovrei cercare posteggio e che l’aspetto qui. Ascolto una canzone degli Smiths che dice di incontrarci nel vicolo presso la stazione ferroviaria. Guardo nello specchietto se arriva qualcuno, e quando sono certo di non essere visto mi abbandono a una smorfia difficile da spiegare. Beonio la tradurrebbe con una faccina in cui tutti i segni dell’espressione puntano verso il basso. Il portone si apre, è Anna. Passo alla canzone successiva.

Un’ora e quarantuno minuti prima dell’incidente.
Fuori dal ristorante La Buga non si vedono né Beonio né Francesca. E non rispondono al telefono. Entriamo, la cameriera vorrebbe sapere a che nome abbiamo prenotato, e vorremmo saperlo anche noi: Corradi, il cognome di Beonio, non risulta da nessuna parte, ma non significa niente, il mio amico lascia sempre cognomi diversi; potrei chiedere se le risultano prenotazioni a nome di politici o calciatori, o se stanno aspettando qualche ospite straniero, probabilmente cinese. Faccio prima a guardare se i nostri amici sono nella saletta sul retro. Non ci sono, tranne un tizio seduto da solo la saletta è vuota. Quando torno di là arrivano Beonio e Francesca. Lui dice alla cameriera che la prenotazione è a nome Rosolini. Ma perché?

Più tardi la forchetta di Anna plana inattesa sul mio piatto e pesca due acciughe. “Ehi!”, rispondo. Lei mi mostra la lingua. Sento qualcosa muoversi laggiù, nel buio. La guardo, ha i capelli raccolti sulla nuca, gli occhiali le sono scivolati sulla punta del naso. Racconta agli amici di un episodio accaduto al lavoro, si sta divertendo. La guardo ridere, le osservo la bocca, i denti piccoli, ho voglia di baciarla. Mancano trentasette minuti all’incidente.

Otto minuti. La cameriera viene a chiederci se desideriamo il dolce. Lo desideriamo. Siamo un po’ ubriachi, lo desideriamo rumorosamente. Anna mi si appende al braccio e mi soffia qualche parola nell’orecchio. Non capisco, le do un bacio leggero e sembra soddisfatta. Chissà cos’avrà voluto dire.
Faccio dei segni a Beonio per capire se si fermerà a dormire da Francesca o se avremo la casa per noi. Avrei ottenuto di più se gliel’avessi chiesto in cinese, mi dice cazzo vuoi a voce molto alta.

Mancano due minuti all’incidente. Attiro l’attenzione del mio amico e stavolta il messaggio arriva. Mi fa un sorrisetto malizioso, si volta a dire qualcosa a Francesca e anche lei mostra lo stesso sorriso. Dice “Anna, mi sa che qualcuno ha dei piani per il dopo cena”. Anna dice “Mi sa che li abbiamo tutti e due”, mi bacia il collo. Rido, un po’ imbarazzato.

Dalla sala sul retro compare il tizio di prima, quello che credevo a cena da solo. Non è da solo, sta parlando con qualcuno alle sue spalle. Il qualcuno alle sue spalle viene fuori dalla stanza, e non è qualcuno. È Drusilla.

Smetto di ridere.