Il Pensiero di Renzi Jinping sul Socialismo con caratteristiche toscane per una Nuova Era

Una mattina Renzi si sveglia e scopre di non essere più il segretario del PD. Gli ci era voluto del tempo per accettare di non essere più Presidente del Consiglio, ma col passare dei mesi se n’era fatto una ragione. In fondo, si diceva, sono sempre il segretario del PD, lasciami vincere un’elezione ed è un attimo che torno a governare il Paese.

Quella mattina lì, un lunedì, quindi già brutto di suo, Renzi scopre che le elezioni ci sono state, e non le ha vinte lui. Le ha vinte la destra, e il prossimo Presidente del Consiglio sarà probabilmente Salvini, o Di Maio.

E come se la notizia non fosse già abbastanza grottesca, viene fuori che il suo partito, il PD, ha subìto la sconfitta più disastrosa della storia repubblicana, e adesso gli iscritti vogliono la sua testa su una picca.

Renzi non ci sta, è un combattente, non si arrenderà mai senza lottare, e dichiara guerra al sistema!

Tornerà più forte di prima, si riprenderà il partito e il governo, si farà eleggere anche Papa, se gli gira! Oltretutto Papa Renzi fa sicuramente più simpatia di Paparesta.

Per prima cosa ci vuole un piano. Bisogna capire dove sta andando l’Italia, e proporsi come la soluzione migliore ai problemi del Paese. Sì, ma quali sono? Analizzando i risultati delle elezioni Renzi elabora una risposta.

Intanto per cominciare sembra finalmente fuori tempo la secolare lotta fra fascisti e antifascisti: le due fazioni agli estremi dell’emiciclo parlamentare si sono presentate con diverse liste, ma tutte insieme hanno raccolto meno del 3% necessario a superare lo sbarramento. È evidente che l’Italia, tranne i soliti quattro stronzi, non si considera fascista, e anche i partigiani salvatori della Patria preferiscono stare a casa a guardare Netflix che andare sulle montagne a combattere per la libertà.

Renzi tira un sospiro di sollievo e si toglie gli scarponcini. E anche il fez, che fra l’altro lo fa sembrare un cretino.

ognuno ha il Che che gli pare
(Getty)

Che l’Italia non si senta fascista non esclude che possa..

No, fermo, qui c’è una doppia negazione. Una cosa che Renzi ha capito dai risultati del 4 marzo è che la maggioranza degli Italiani conosce la grammatica per sentito dire, e la sua capacità di concentrazione non supera i 160 caratteri, quindi Renzi dovrà esprimere i suoi concetti in un linguaggio più semplice, o non verrà capito.

Diceva, dunque, che pur non sentendosi fascista, quest’Italia si comporta come tale con una frequenza allarmante: tizi che scendono in strada a sparare ai negri in nome dell’amor patrio, altri tizi che scendono in strada a sparare ai negri perché volevano suicidarsi ma hanno una pessima mira, sindaci che si incazzano perché ad un certo punto i negri scendono anche loro in strada per chiedere di essere tutelati, e rompono due vasi.

Renzi si gingilla per un po’ con l’idea di assecondare questa deriva razzista: in fondo se è questo che vuole il Paese dovrebbe essere un dovere dello Stato assecondare i desideri dei suoi cittadini. Senza contare che un elettore spaventato è molto più facile da convincere di uno che si prende il tempo di riflettere, e oggi come oggi la paura degli immigrati vale il 30% dei voti.

No, non degli immigrati, diciamo le cose come stanno. Dei negri. Perché degli immigrati albanesi, sudamericani o cinesi non frega un cazzo a nessuno, sebbene siano molti di più. L’”Emergenza Albanesi” ormai ha ventisette anni e non se la ricorda più nessuno, l’”Emergenza Rumeni” è più recente, ma è durata da novembre a gennaio, quando è caduto il governo. Siamo andati a votare, ha vinto Berlusconi e i rumeni hanno smesso di essere una minaccia, come già gli albanesi prima di loro.

Renzi decide che non vale la pena assecondare una moda passeggera per raccattare voti, e sparare alla gente non è degno di un Paese civile, non siamo mica la Germania nazista. Se una fetta dell’elettorato aspira a diventarlo non è un elettorato da inseguire, ma casomai da educare. Il populismo paga solo sulla breve distanza, poi ti taglia le gambe.

La prima decisione di Renzi come futuro premier è impopolare, ma necessaria: adottare una politica di sostegno verso gli immigrati.. verso i negri, che punti a favorire l’integrazione dei nuovi arrivati da una parte e a tranquillizzare gli autoctoni dall’altra.

Qui Renzi si ferma un attimo per spiegare ai leghisti che “autoctono” significa “originario del luogo”. Loro, in parole povere. Gli italiani.

Questa parola gli fa venire in mente un altro punto importante del suo programma: italiano è chi nasce in Italia, non importa la nazionalità dei suoi genitori. Punto.

Siamo un popolo di vecchi, se non troviamo un sistema per rilanciare la natalità fra sessant’anni ci saranno due milioni di puri italiani veri a contendersi chilometri quadrati di territorio abbandonato e improduttivo, gridandosi terrone a distanza.

“Ma così viene minacciata la nostra integrità razziale”, bercerà dalle pagine di qualche giornale un emulo di Himmler

Renzi telefona a Salvini per spiegargli che emulo vuol dire “seguace, imitatore” e che Himmler.. vabbè, quello lo sa di sicuro, sennò l’alleanza con Casapound finiva ancora prima di cominciare. Le basi, Matteo! Le basi!

Comunque Renzi non ne ha voglia di spiegare perché questa teoria della deitalianizzazione è una cazzata, è talmente assurda che se hai bisogno di fartela spiegare significa che non sarai mai in grado di capirla. Vota quegli altri, fai prima.

E già che ci sei portati dietro gli antivaccinisti.

A proposito: le due forze politiche di maggioranza hanno inseguito il consenso così in basso da mettere in pericolo la salute pubblica avallando le cazzate medievali professate dai no vax. Questo non è solo cinico, è criminale.

I diritti umani occupano una buona parte del programma di Renzi, ma d’altronde prima che cittadini siamo esseri umani, e il nostro benessere dovrebbe essere l’ambizione principale di ogni governo, sennò non fondi uno Stato, apri una sala scommesse.

“Ma non è di soli diritti umani che vive uno Stato!”, esclama Renzi. Poi si appunta la massima su un quadernetto dalla copertina rossa pieno di idee per rilanciare l’economia e il sistema giudiziario e la legge elettorale e la finisco qui che se ve le sto a spiegare tutte facciamo notte.

ognuno ha la first lady che gli pare
(sempre Getty)

Una volta coperti tutti i punti del programma, Renzi si presenta alla più vicina sede del PD per cercare di convincere il partito a riprenderlo con sé.

Non gli aprono neanche, ma è probabile che non abbiano sentito il campanello: da fuori si sentono schiamazzi e porte che sbattono. Ad un certo punto si alza chiara e tonante la voce di Casini che urla: “Compagni! Ordine!”. Subito dopo dal portone esce Berlinguer in lacrime.

Renzi capisce che ormai lui e il partito si trovano su due strade diverse, e che deve rifondare un nuovo movimento, partendo dalla strada.

Rifondare è una bella parola, pensa Renzi, starebbe bene nel nome del partito. Decide così di chiamarlo Partito della Rifondazione Renziana. La tomba di Cossutta esplode.

Dopo la fondazione arriva il momento di farsi conoscere dall’uomo della strada, Renzi si mette a fermare persone a caso per sottoporre al loro giudizio il suo programma.

La prima signora che ferma ha votato 5 Stelle e gli dice PDiota.

La seconda persona è un leghista che lo accusa di avere portato i negri.

La terza è un elettore del PDL che gli da del coglione a lui e a tutti quelli che votano a sinistra.

La quarta è uno di Casapound che lo mena.

La quinta è uno di Potere Al Popolo che gli sputa in faccia.

La sesta è uno del nuovo Partito Comunista che gli sputa in faccia.

La settima è Bersani che se non glielo levano da sotto lo disfa.

L’ottava è Casini che lo chiama compagno.

Renzi capisce che bisogna cambiare strategia. In questi anni il partito si è allontanato dalla gente, ha smesso di ascoltarla, e questa si è rivolta altrove. È una storia cominciata tempo fa, quando gli operai votavano Berlusconi, che è come se un cinghiale si facesse la licenza di caccia.

Per la sua nuova strategia Renzi si fa crescere la barba, indossa un parka e va ad aspettare gli operai che finiscono il turno di pomeriggio, fuori da una grossa acciaieria siciliana. Perché è soprattutto il Sud a essere stato trascurato da tutte le forze politiche, perciò sarà da lì che ricostruirà il suo feudo.

Va a chiedere udienza al primo gruppetto che esce dal cancello, coi fogli ciclostilati in mano da vero comunista old staila si avvicina e li interroga.

“Ragazzi, volete il programma di Rifondazione?”

Per uno strano imbarazzo non se la sente di rivelare il nome completo del partito.

Quelli lo riconoscono lo stesso, ma invece di sputargli strabuzzano gli occhi:

“Mii! Ancora campagna elettorale?? Ma siamo appena andati a votare, che è?”

“È che questi partiti non riusciranno mai a formare una coalizione e andare al governo senza di me, quindi si andrà per forza a nuove elezioni. Mi sto solo portando avanti.”

“Vabbè, ma se votiamo di nuovo mica vinci te”, gli dice uno.

“Capace che stavolta pigli il 2%”, aggiunge l’altro.

“Vedete? È per colpa di questo disfattismo che il partito continua a perdere consenso. Non volete capire! Certe volte mi viene voglia di andarmene davvero e lasciarvi da soli a risolvere i vostri casini. Ma sono troppo buono, è il mio problema.”

“Mi sa che il tuo problema è la democrazia”, gli dice un anziano con un po’ di panza.

“Ma figuriamoci! Ma se abbiamo fatto anche le primarie per decidere chi sarebbe stato il segretario! E primarie vere, mica come quelle dei gril..”

“Democrazia nel senso del termine”, lo interrompe quello. “Democrazia inteso come governo del popolo. E il popolo ti ha fatto capire chiaramente che non ti vuole. Ma tu non te ne vuoi andare.”

“Ma perché non volete capire! Non c’è futuro senza di me, io sono l’unico che può traghettare il partito e tutta la sinistra fuori dal baratro! Io..”

“Hai perso. E non lo vuoi ammettere, vuoi restare lì. Ma non è un problema tuo, eh? Sono anni ormai che il partito ha smesso di ascoltare gli elettori. E alla fine gli elettori si sono stancati di parlare al vento. Io sono sempre stato comunista, fin da ragazzino. Figurati che quando stavo a Palermo ascoltavo Radio Aut. Poi avete cominciato a cambiare, e per un po’ vi sono venuto dietro. Ma non si poteva più, tutte le volte era un po’ più difficile. Un paio di volte mi avete fregato col ricatto che se non vi votavo vinceva Berlusconi, ma sto trucchetto non può funzionare sempre, no? Ad un certo punto dovete anche proporre qualcosa. E se qualcuno provava a cambiare lo isolavate. Perfino tu all’inizio sembravi una novità positiva, e guarda come ti sei ridotto. Adesso mi sono scocciato, ho votato i 5 Stelle. Perché sono quello che era il mio partito all’inizio, e magari loro non finiranno per inseguire il potere e basta.”

A sentir paragonare i 5 Stelle al Partito Comunista Renzi si inalbera, anche se lui di comunista non ha mai avuto neanche i nonni, ma essere il segretario di partito ti obbliga a indossare certi abiti che poi diventa difficile togliere.

“Come fai a paragonare questi populisti ignoranti col Partito? E gli ideali? E il progresso? Noi abbiamo lottato per l’aborto, per il divorzio, per le pari opportunità, loro cos’hanno fatto?”

“Voi avete lottato?”, gli grida in faccia l’anziano con la panza, “Voi? Ma che cazzo di lotta hai fatto tu a parte quella per tenerti la poltrona? Dov’è che il tuo partito ha soltanto immaginato qualcosa di sinistra?”

“Vi abbiamo dato i matrimoni gay! Eravamo a tanto così da darvi anche lo ius soli!”

“Ma non l’avete fatto! E i matrimoni gay mi pare il minimo, eravamo rimasti solo noi! Perfino Spagna e Irlanda hanno ottenuto questi diritti! E non mi dirai che sono paesi dove la chiesa non ha nessun peso! La devi ascoltare la gente, Renzi! La gente vuole un partito comunista vero, non questa porcheria!”

“Ce l’avevano. A queste elezioni ne avevano anche più di uno, e non li hanno votati. Hanno votato tutti i 5 Stelle. Perché non li hai votati tu?”

“Perché erano quattro scappati da casa. Io voglio un partito che sappia stare nel suo tempo, se volevo i maoisti andavo a vivere in Cina.”

“Comunque ho capito i miei errori. Per questo ho deciso di uscire dal PD e fondare un nuovo partito a mia immagine e somiglianza. Volete leggere il programma?”

“E faccelo leggere, dai.”

Renzi allunga al gruppetto i suoi fogli ciclostilati e quelli si mettono in cerchio con la testa bassa a rimuginare fra loro.

“Oh ma questo è un programma di sinistra bello tosto, ma che è?”

“Ho capito che non possiamo essere un ibrido né carne né pesce, dobbiamo schierarci. E allora ho preso una posizione netta.”

Gli operai sembrano convinti, sorridono un sacco. L’anziano con la panza gli dà una pacca sulla spalla e gli dice che magari stavolta ci pensa. Intanto si sono avvicinati altri personaggi, che ricevono il programma e si mettono a leggere. In pochissimo tempo il partito di Renzi sembra essersi guadagnato un discreto numero di simpatizzanti.

Poi uno gli domanda:

“Sì, vabbè, ma non è che il governo te lo puoi fare tu da solo. Chi chiami a darti una mano?”

“Eh ci ho pensato a lungo. Ho capito che il Paese chiede facce nuove, non importa la loro esperienza, basta che non siano gli stessi che lo hanno ridotto in questo stato. È per questo che ha avuto tanto successo il partito populista, perché è fatto da sconosciuti, gente non ancora toccata da nessuno scandalo. La gente vuole un rinnovamento, e io ho intenzione di darglielo. Sono o non sono il Rottamatore?”

“Eh, e quindi chi ci metti?”

“Mia zia. Non è mai stata in politica ed è una bravissima persona. E anche suo marito, se avesse voglia di partecipare al progetto. Poi ci sarebbe il mio parroco, da sempre impegnato nel sociale. Al mio meccanico vorrei assegnare il ministero dell’economia, perché dovreste vedere come ha tirato su l’officina che ha rilevato tre anni fa..”

Il sole tramonta dietro le ciminiere, e sul piazzale le ombre si allungano. Mentre Renzi snocciola la sua lista di rappresentanti di specchiata probità e cieca appartenenza alla sua causa il gruppo di operai si disperde. Ai loro piedi tante palline di carta, bianche come lapidi. Ognuna la tomba di un ideale, l’incarnazione di un partito che è morto mille volte e non rinasce mai, ma non per questo smette di morire.

 

dramma epistolare del nuovo millennio

Buongiorno, dovrei spedire questa lettera.
Non c’è l’indirizzo.
Come dice?
C’è solo il nome. Qual è l’indirizzo?
Eh non lo so.
Senza l’indirizzo come faccio a spedirla, scusi?
Siete l’ufficio postale, credevo lo conosceste voi l’indirizzo.
Ma secondo lei abbiamo tutti gli indirizzi d’Italia? Almeno in che città vive questa persona, lo sa?
Sì sì, vive qui a Torino. Ma non è di Torino, è di Roma, si è trasferita per lavoro. Fa l’architetto.
Mmm. Non può chiederlo a questa persona, l’indirizzo?
Eh no! Vede, io questa ragazza l’ho invitata a cena, ma lei non è convinta, mi trova delle scuse.
Magari non è interessata.
Ma secondo me sì. Un po’ almeno. Ha quel modo di sorridermi che.. ha presente quando una ragazza ti sorride in quel modo?
Una ragazza no. Però anch’io, quando avevo la vostra età, ai ragazzi gli lanciavo certi sguardi..
Insomma, l’ho invitata a cena. E lei non mi ha detto di no. Mi ha detto che ci verrà se riceverà l’invito per posta.
Uuh che cosa romantica!
Però non mi ha detto dove abita.
Eh ma allora!
Capisce? Io voglio scoprire dove abita e spedirle l’invito, così lei capirà che m’interessa davvero, e magari accetterà di uscire con me.
Ma che teneri che siete. Mio marito una cosa così carina con me non l’ha mai fatta. Pensi che il primo appuntamento me l’ha dato in una camera d’albergo, altro che romanticismo! Va bene dai, mi dica come si chiama che proviamo a cercarla nel computer.
Irene Gambardella.
Ah! È parente di Toni Servillo?
Eh? boh, no. Direi di no.
Bellissimo film, comunque.
Se lo dice lei..
Allora, io qui di Irene Gambardella ne ho cinque. In che zona abita la sua?
Non lo so di preciso, ci siamo sempre visti in centro.
E non l’ha mai accompagnata a casa? Che razza di cavaliere!
C’erano sempre i suoi amici, andava via con loro. Dalle parti della stazione, comunque.
Un po’ vago. Ne restano tre.
Ha trentadue anni e gli occhiali. I capelli neri molto corti. È piccolina, ha gli occhi scuri. Le piace il vino rosso ma non quello frizzante. Ha una bocca appetitosa, le dita lunghissime e le unghie curate.
Basta basta, ho un’idea. Mi faccia fare una telefonata..

Pronto, Daniela? Ciao, sono Nadia, di corso Francia. Senti, ho bisogno che mi trovi una persona. Sulla trentina, bassa, occhiali, capelli neri corti. Aha? Aha? Aspetta che chiedo.

Scusi, la ragazza ha un cane?
No, non mi risulta.
No, niente cane. Aha? Aha? Va bene, ti ringrazio, ciao. Sì, certo. Anche a te e famiglia. Ciao cara, ciao.

Allora, ne abbiamo due. Una sta in San Salvario, via Madama Cristina 66, l’altra in Crocetta, via San Secondo 41.
Come ha fatto? La sua amica lavora nei servizi segreti?
Quasi. Fa la postina. I postini vedono tutto e conoscono tutti.
Sono comunque due persone, non si riesce a fare di meglio?
E lei scriva a tutte e due, no? Vorrà dire che una tizia riceverà un invito a cena da uno sconosciuto di cui non avrà il recapito e non potrà rispondergli. Lei il mittente non lo deve mettere, naturalmente. La sua amica invece ha modo di contattarla per telefono e le risponderà, giusto?
Sì, è vero! Posso fare così!
Coraggio, mi dia la lettera. Facciamo una fotocopia le spediamo subito tutte e due! Vedrà che andrà bene, la fortuna aiuta gli audaci!

QUALCHE GIORNO PIÙ TARDI

Oh, eccolo qua il mio amico romantico! Allora, com’è andata?
Malissimo.
Come, non ha ricevuto l’invito? Ha rifiutato?
Per ricevere l’ha ricevuto, sì. Ha ricevuto la fotocopia. E si è offesa da morire, mi ha accusato di fare così con tutte, di avere una risma di inviti che mando a chiunque, di non avere neanche un po’ di fantasia.
E lei cos’ha risposto?
Che non li ho mandati a chiunque, solo a due persone.
Ma chi le ha insegnato a trattare con le donne, mi scusi? Noi non la vogliamo la verità, vogliamo essere lusingate! Doveva dire nessuna! Doveva dire che sull’originale ha pianto tutta la notte per paura del suo rifiuto, e alla fine la lettera era così zuppa che non si leggeva più, e ha spedito la fotocopia! O che quando ha finito di scrivere le tremavano così le mani per l’emozione che ha infilato nella busta il foglio sbagliato! Ma santa madonna! La verità, ma pensa te!
E io adesso cosa faccio?
Immagino che non le sorriderà più in quel modo là.
Ma neanche vuole vedermi! Lei mi deve aiutare, l’idea della fotocopia è stata sua, è sua responsabilità tirarmi fuori da questo guaio!
Vediamo.. potremmo ricattarla. Sappiamo dove abita, sappiamo cosa riceve per posta.. quei completini viziosetti in pelle.. i frustini..
Lo sappiamo? E come facciamo a saperlo?
Ha presente quando un negozio online le garantisce la massima riservatezza sui suoi acquisti riguardo imballaggio, spedizione e documenti di trasporto? Ecco, le sta mentendo. A noi arriva tutto, accuratamente dettagliato.
Il ricatto non mi sembra la soluzione migliore, però.
No, ha ragione. A che serve conoscere i gusti sessuali di una persona se poi non se ne può godere? Però se il ricattatore fosse qualcun altro..
Possiamo evitare tutta questa faccenda del ricatto? Mi sta mettendo a disagio.
Potremmo organizzare uno scippo! Qualcuno le frega la borsa, lei la recupera e gliela riporta. Perdono e riconoscenza in una botta sola, e a fine serata magari vediamo pure il completino in pelle. Eh?
Ma chi lo conosce uno scippatore?
Ne abbiamo una decina a libro paga. O davvero crede che le pensioni che si fregano qui fuori finiscano in mano a dei ladruncoli da ridere? Noi l’economia la facciamo girare, sa.
Ma è furto!
Reinvestimento.
No, ci dev’essere un modo meno aggressivo di farmi perdonare.
Noi siamo le poste, mica Alberto Castagna. Provi a mandarle dei fiori.
Ecco, dei fiori! Grande idea! Sa se c’è un fiorista qui vicino?
Lasci stare, ci penso io, facciamo prima.

Pronto, Adele? Ciao, sono Nadia, ufficio centrale. Senti, mi servirebbe subito una consegna di fiori in via San Secondo 41. Hai qualcosa in zona che si possa dirottare urgente? Ce l’hai? Grazie, sei un tesoro, a buon rendere! Ciao cara, ciao.

A posto. Due minuti e glieli consegna.
Due minuti? Cosa c’è, un fiorista nel portone?
Un postino stava consegnando in quella via. Porta il mazzo di fiori alla sua ragazza invece che al destinatario. Poi quelli glieli consegnamo in un secondo tempo. Fra colleghi ci facciamo spesso di questi favori.
Ma che fiori sono?
Ma che gliene importa? Se ne intende di fiori?
No, per niente.
E allora vanno bene tutti, stia sereno. Vedrà che..
Mi scusi, il telefono. È lei!

Pronto Irene? Ciao!
Eh? I fiori? Beh sì, volevo..
Come dici? Che biglietto?
Ah! Certo! Quel biglietto!
Sì, chiaro, l’ho scritto io, sì. Ti è piaciuto?
Come?
Cosa?
No, asp..
Irene, io non..
Irene aspetta!
Pronto! Pronto!
Allora? Le è piaciuto?
Dei crisantemi.
Dei crisantemi?
Le avete portato dei crisantemi.
E allora? I crisantemi sono fiori bellissimi, a un sacco di donne piacciono. Pensi che nella cultura giapponese..
Sul biglietto c’era scritto “Addio cara nonna”.
Ah.
Eh, mi spiace.
Povera nonna.
Già.
Potremmo provare a..
No! Non si prova più niente! Lasci perdere, lei non è in grado di aiutarmi! D’ora in avanti me la cavo da solo, non s’intrometta più!
Come vuole. Allora mi faccia la cortesia di spostarsi dallo sportello, così posso occuparmi di questo grosso signore con la faccia da assassino. Buongiorno signore, mi dica.
Senta, qualche giorno fa qualche spiritoso si è permesso di spedire a mia moglie un invito a cena. Sulla busta c’era il timbro di questo ufficio. Io vorrei fargli un paio di domande a quest’individuo, ma brevi, perché mi prudono già le mani.
Ah non posso aiutarla, mi spiace. Mi è stato intimato di non intromettermi più in questa faccenda. Si rivolga direttamente al responsabile, è questo signore qui. Buona giornata.

salmo 42

“Non possiamo pretendere che le cose cambino,
se continuiamo a fare le stesse cose.”
Albert Einstein

“La, languidi bri, brividi
Come il ghiaccio bruciano quando sto con te
Ba, ba, ba, baciami siamo due satelliti in orbita sul mar”
Righeira

Sono seduto fuori, nel gazebo, e c’è questo pakistano che mi regala un braccialetto portafortuna perché gli ho dato un euro, quindi alla fine non me l’ha regalato, me l’ha fatto pagare un euro, che è un prezzo veramente da bastardi per un braccialetto di nylon, e me l’ha ancora spacciato per un gesto di generosità inestimabile, che quell’amuleto mi cambierà la vita, dovrei tornare a cercarlo e tirarglielo.

Però un attimo dopo, proprio mentre lo sto legando con una destrezza che se non mi garantisce l’accesso alla nazionale di legamento braccialetti dei pakistani truffaldini è solo perché al tavolino accanto non è seduto il commissario tecnico ma due tizie col cagnone di Up, arriva una che secondo me è fatta di un materiale che non è di questo pianeta, e parliamo di qualcosa che nella mia testa suona come un ronzio di api impegnate a secernere miele, dove la mia voce interpreta le api e la sua il miele, ed è tutto perfetto tranne che la persona che sta al tavolino con me non mi fa il favore di scomparire in un’altra dimensione e rumoreggia perché la presenti, così mi rivolgo alla creatura extraterrestre e in uno sforzo titanico imbriglio quei tre vocaboli necessari e le faccio conoscere la mia amica Santa Rosalia de Carrizal.

La conosceva già, di nome, un nome così te lo ricordi, anche se non è il suo vero nome, lo cambia a seconda del calendario liturgico per poter sfruttare al massimo gli onomastici, due mesi fa si chiamava Luciano. Gliel’avevo già nominata la settimana scorsa, quando mi ero trovato casualmente proprio davanti al suo bar ad aspettare questa stessa mia amica con cui avevo appuntamento tre ore più tardi dall’altra parte della città, e questa creatura composta di pulviscolo cosmico e nuclei di stelle mi aveva chiesto con una certa rudezza “chi cazzo è Santa Rosalia de Carrizal?”.
Mi ero anche fatto dei film su questa sua scena di gelosia, avevo ridacchiato con sicurezza e le avevo chiesto se per caso fosse gelosa delle mie amiche. Mi aveva guardato senza rispondere, ma nel suo sguardo c’erano tutte le risposte più sarcastiche e umilianti che un uomo potrebbe ricevere in tre vite, e la mia sicurezza aveva guaito ed era corsa a piangere sotto la doccia.

Stasera l’ha visto chi cazzo è, ha riso, le ha stretto la mano esclamando “Chi Cazzo è Santa Rosalia de Carrizal! Piacere di conoscerti!” e si è fermata a fare le due chiacchiere abituali, che fino a quel momento erano mancate. Già, per tutta la sera ha girato intorno al tavolino senza avvicinarsi, mi ha guardato mercanteggiare con un predone di Harappa senza intervenire neanche quando era ormai chiaro che sarei finito in trappola spogliato dei miei averi, ma soprattutto ha osservato da lontano il mio comportamento con la donna che mi stava accompagnando, assicurandosi che non ci scambiassimo limoni in pubblico o smanacciate sotto il tavolino.

La mia amica è un’ottima spalla, fa in modo che la conversazione cada spesso su di me e ne approfitta per lodare le mie qualità senza apparire forzata: quando la Risposta Alla Domanda Fondamentale Sulla Vita L’Universo E Tutto Quanto ci racconta del tizio che ieri sera l’ha seguita mentre tornava a casa dopo il lavoro, la mia amica risponde che se ci fossi stato io nei paraggi non avrebbe corso alcun rischio perché sono stato campione olimpico di dure nelle cosce e conosco a memoria tutte le canzoni di Memo Remigi. Che c’entra Memo Remigi? Niente, però le sa ed è giusto che glielo si riconosca.
La mia amica si fa prendere un po’ la mano, certe volte.

Quando andiamo via mi fermo a salutarla e la mia amica si piazza alle mie spalle e mi pianta il gomito in un rene e mi borbotta chiediglielo chiediglielo chiediglielo a un volume che nella discoteca in fondo alla strada uno si affaccia a vedere chi è che schiamazza, e allora le chiedo se dopo il lavoro le va di venire con noi, e a sorpresona risponde di sì e mi lascia il numero di telefono.
Muoio apposta per resuscitare, ma non lo do a vedere. Me ne vado via con Santa Rosalia de Carrizal e l’aria di chi il numero di telefono gli era dovuto,  ma arrivati davanti alla discoteca entriamo e accendiamo un cero alla Madonna Delle Occasioni Mancate per ringraziarla di essersi distratta. In discoteca non hanno ceri, ma tanto quella madonna lì ce la siamo inventata in quel momento. Per fortuna che non incontro il pakistano di prima perché sono così esaltato da credere alla storia del braccialetto portafortuna e finirei per regalargli le chiavi della macchina.

Andiamo a cena dall’indiano e ci troviamo il pakistano di prima, che lavora lì, fa il cameriere. Vedendomi al polso il suo braccialetto ci tratta come clienti vip e ci fa sedere al tavolo più importante, quello del padrone del locale. E sono così esaltato che potrei regalargli le chiavi della macchina, ma viene fuori che il tavolo del padrone sta fra la cucina e il cesso, perché il padrone fa avanti e indietro tutto il tempo, non può mica ogni volta attraversare tutta la sala e dar fastidio ai clienti.
Finita la cena siamo impregnati di un odore di cibo che non capisci se è di prima che venga mangiato o di molto dopo.

Scrivo un messaggio a quell’entità soprannaturale fatta di preghiere e sogni di bambini. Scelgo con cura le parole per non lasciar trapelare che ho lo stomaco stretto dalla voglia di vederla, oppure dalla cena, non lo so, preferisco credere alla prima. Dopo quaranta minuti Santa Rosalia de Carrizal mi chiede se mi ha risposto, ma devo ancora finire di scriverlo, per il momento ho digitato solo la lettera u. Perché la u? Perché mi sembrava una bella lettera.
La mia amica sbuffa e mi prende il telefono e scrive qualcosa di breve, oppure un poema epico in tre atti, ma allora digita velocissimo, e dopo un paio di minuti il telefono mi avverte che è arrivata la risposta.
Faccio un bel respiro, la leggo, ne faccio un altro più lungo. Dice che non sa se ci raggiunge. Sta ancora lavorando, è stanca, magari torna a casa.

La mia amica cerca di tirarmi su il morale e mi propone di accompagnarla in una piazza della città dove dei suoi amici stanno facendo la gara a chi sta vivendo l’esistenza più squallida. Accetto, l’idea di primeggiare in qualcosa mi fa sentire un po’ meglio.

Gli amici di Santa Rosalia de Carrizal sono tre, e si chiamano Gina, Michela e Quiquoqua. Quiquoqua è un uomo, o almeno così tiene a ribadire, indossa pantaloncini da uomo comprati nel reparto maschile di un negozio di abbigliamento per uomini, e sulla maglietta c’è scritto MAN a lettere maiuscole. I baffi non li porta perché non riesce a farseli crescere. E per ribadire che è un uomo con tutte le cose in regola ci prova tutto il tempo con Michela.
Che è un uomo pure lei. Oppure no, la mia amica dice di no, ma se è una donna è una donna molto brutta, non ha niente di quello che ti aspetteresti di trovare in una donna, tipo la femminilità. C’è più femminilità in un carro armato tedesco che dentro Michela. È secca secca, tiene le braccia piegate e si strofina le mani nervosamente. La mia amica dice che non ha un uomo da anni, ma che Quiquoqua non le piace.

Gina è la signora di ottantacinque anni a cui Michela fa da badante, se la portano dietro dappertutto, tanto lei non si lamenta. Dice eeh questi giovani. Le chiedi come sta, se vuole il golfino, ti guarda e non capisce. Allora Michela le dice la rebecca, e lei fa di sì con la testa. Perché a Genova gli anziani se non gli parli in anziano mica ti capiscono.

Mi suona il telefono e non capisco chi sia che mi chiama a quest’ora, tutte le persone che conosco sono già sedute al tavolino, le altre hanno smesso di cercarmi da dieci anni, compresa la mia famiglia che per essere sicura di far perdere le tracce ha cambiato cognome e ora si chiamano tutti Gonzales. Abitano sempre nella stessa casa, ma il nome sul campanello adesso è Gonzales, e quando ho provato a suonare mia sorella ha risposto que pasa hombre. Io faccio finta di non riconoscerli quando li incontro per strada perché ho l’impressione che preferiscano così.

Sto a guardare il telefono senza toccare niente, per paura che smetta di suonare, che si rompa qualcosa, che un intervento esterno possa spezzare quel momento di pura magia che di certo non si ripeterà mai più. Santa Rosalia de Carrizal capisce chi è e risponde al posto mio. Dice siamo in piazza e poi dice ti aspettiamo ciao. Le chiedo chi era, mi dice che coglione.

E dopo poco, davvero pochissimo, addirittura nella stessa settimana, la vedo arrivare. Mi accorgo che è lì perché l’aria si fa più fresca, come se spirasse un vento che arriva dalla cima di una catena montuosa di un paese remoto, dove la neve si sta sciogliendo e i prati sono pieni di fiori. Invece è la cameriera del bar che ha aperto la finestra del gabinetto quando è entrata per cambiare il wc net. A quanto pare hanno riparato il condizionatore.

Il Riassunto della Divinità si siede vicino a me e saluta tutti, si presenta col suo nome terrestre che non sono degno di rivelare né voi di conoscere; non lo sono neanche le persone al tavolo, ma se gli faccio una scenata Santa Rosalia de Carrizal poi mi tiene i musi. Ci incanta tutti con la sua voce incantevole, poi ci innamora coi suoi modi amorevoli, e infine ci stupisce dicendo un sacco di stupidaggini, e tutti ridiamo come bambini dopo una barzelletta sconcia.

Il più colpito di tutti è Quiquoqua, che non riesce a credere alla fortuna che gli è capitata e non vuole assolutamente perdere l’occasione di fare bella figura con la donna più bella che abbia mai incontrato. Le dice cose, le si siede vicino, più vicino, in braccio. Lei non si scompone, è di natura gentile, lo asseconda. Lui ci crede, si fa intrepido, mi esclude dalla conversazione. Michela coglie l’occasione e mi viene vicino, mi fa domande intellettuali, mi chiede che libri ho letto, mi chiede se conosco un regista afgano, mi chiede se ho letto libri che parlano di registi afgani, ma non ne ho voglia, rispondo vago, le taglio ogni tentativo di avvicinarsi.
Per carità, è una donna di profonda cultura e dall’intelligenza sopraffina, ma per le mantidi religiose in piena crisi sessuale ci sono i documentari su youtube.

Poi com’è cominciata finisce, e quando finisce è come mettere un miracolo in una scatola da scarpe in cima all’armadio. Un attimo prima era la festa del patrono con la chiesa illuminata che pare fatta di pizzo e quello dopo è gennaio, fa buio alle quattro e la roba stesa non asciuga più.
Ho passato la serata indimenticabile che desideravo? No.
Lei ha capito di voler passare il resto della sua vita con me? No.
Almeno ci ho parlato? No.
Vabbé, ma alla fine l’avrò accompagnata a casa? No. Ma neanche Quiquoqua.

Mi sento una barca in mezzo al mare, incapace di concludere qualsiasi cosa compreso il sudoku. Mi sento inutile, inadeguato. Mi sento addosso l’odore del cesso del ristorante indiano e di quello del bar in piazza.
In un gesto di rabbia prendo il braccialetto fra le dita e dò uno strattone. Non si strappa, però mi faccio un sacco male e il giorno dopo ho ancora il segno sul polso.

lovecats (papara pa pa pappara paa pappappa pappa parappà)

Oggi durante la pausa pranzo ho scoperto che su youtube esiste una categoria di video apposta per rilassare i gatti, e ti pare che non vado a vedere come funzionano? No, non ci sono andato, il mio gatto dorme diciotto ore al giorno e si sveglia solo quando vado a dormire per tendermi gli agguati a letto, ho un braccio che sembra la pubblicità degli hansaplast, ho così tanti graffi sull’avambraccio destro che una volta uno studente di dermatologia mi ha chiesto se poteva studiare il mio caso per la sua tesi di laurea. Il sinistro invece è intatto, ma sto pensando di dormire un po’ anche dall’altra parte del letto per tornare simmetrico.

Comunque esistono questi video per i gatti, e mi sono chiesto se esistessero anche per i cani, che lì sì che mi servirebbe, quando vado a lavorare Jack va in forte sbattimento, passa il tempo a chiedersi se tornerò vivo, abbaia a ogni rumore che proviene dalla strada, e considerato che abito sulla strada principale significa che abbaia per ogni macchina, persona, uccello, zanzara che sente passare.

Ci sono, di durata variabile. Li trovi da un’ora, due ore, dieci ore. Io mi assento per quattro ore la mattina e quattro il pomeriggio, un’ora è poco, dieci sono troppe. Anche perché dopo un’accurata ricerca non ho trovato una risposta adeguata dalla scienza che mi abbia rassicurato sull’effetto che un video rilassante per cani può avere su un gatto. E se metto su un video rilassante per cani e il gatto si fa le parangosce? Che ne so io se un video rilassante per cani emette delle onde sonore che mi fanno impazzire João? Se torno e quello corre per casa come un matto?

Magari, vorrebbe dire che stanotte è esausto e probabilmente mi lascia dormire. Ma se invece esce pazzo e mi apre il materasso tipo Dexter?
Meglio non rischiare, mi sono detto, e ho cercato un video di due ore da abbinare al video di due ore di musica rilassante per cani.

non credeteci, mentono benissimo

Niente da fare, quelli per gatti hanno tutti durate inferiori all’ora, si vede che i gatti dopo un po’ se la menano di ascoltare.. cosa? Precisamente, cosa gli fai ascoltare a un gatto per tenerlo tranquillo? Ho provato a metterne su uno, era un pezzo di pianoforte. Allora ne ho messo su uno per cani, era un altro pezzo di pianoforte, forse lo stesso di prima.

A quel punto ero più tranquillo, ho pensato che in fondo un video rilassante per cani e uno per gatti sono grossomodo la stessa cosa, e che se prediligo uno rispetto all’altro non dovrei fare danni. Però ancora non mi sentivo tranquillo, così ho cercato un video rilassante per mucche, convinto che sottoponendo i miei animali a una terapia studiata su animali di grossa taglia avrei ottenuto di stordirli entrambi fino al mio ritorno.

Quando sono tornato alle sei Jack dormiva sul divano, João non si vedeva.
L’ho cercato sotto le coperte in camera, ma non era neanche lì.
L’ho trovato nell’armadio, intento a ruminare un metro quadro di erba gatta. Mi ha salutato con un muggito.

È che io l’erba gatta non ce l’ho, dove ha trovato tutto quel vegetale?
La risposta è arrivata immediatamente nei panni della mia vicina, incazzata come una biscia perché un animale rosso a pelo lungo le è planato sul terrazzo e le ha potato tutti i gerani.
Ho provato a mentire, dicendo che io animali rossi a pelo lungo non ne ho e non me ne sono mai girati per casa neanche includendo le fidanzate ipertricotiche, ma mi ha puntato addosso il suo indice più affilato (ne ha una decina apposta per puntarli addosso a chi le fa degli sgarbi) e con una voce che sembrava uscita da un pentacolo dipinto sul pavimento di una cripta in una notte di luna piena mi ha risposto “Ma neanche fidanzate a pelo corto. Ti sento sai, quando ti chiudi in bagno con la scusa di lavarti i denti ma non apri neanche l’acqua. Sto parlando del tuo gatto, quello che mi ha mangiato i gerani.”

Ho cercato di difendermi dicendo che da qualche mese frequento una bellissima ragazza glabra, ma non mi ha creduto. Anche perché in quel momento è uscito dall’armadio João, con un campanaccio al collo e l’occhio molliccio del bovino al pascolo. Le ho promesso di ricomprarle i gerani. Ha detto che vuole anche il risarcimento danni, quindi i gerani non bastano più, vuole un ulivo centenario, lo vuole piantare in terrazzo. Le ho detto che gli ulivi richiedono molto terreno in cui far correre le loro radici, che sotto il suo terrazzo c’è il negozio della parrucchiera, e non so come la prenderebbe a trovarsi delle radici di ulivo che le pendono dal soffitto, una volta mi ha rimproverato che a una sua cliente che usciva dal negozio è caduta in testa una matassa di pelo di gatto (aveva ragione, l’ho raccolta e l’ho buttata dalla finestra senza tante cerimonie, era grossa come la provincia di Imperia), figurati se una dopo la permanente si trovasse decorata con pezzi di legno e qualche tipico parassita delle piante.
La mia vicina si è confusa, non conosce i parassiti delle piante, mi ha chiesto di farle degli esempi, io le ho detto che un tipico parassita delle piante è il canguro, lei si è spaventata e ha ritrattato, adesso le vanno bene anche solo i gerani.

La crisi per il momento è passata, domani quando vado a lavorare metto su una playlist degli AC/DC, tanto il gatto più aggressivo di così non ci diventa, e secondo me Jack con l’uniforme da scolaretto australiano come quella di Angus Young fa la sua figura.

for no one

Immagino la tua faccia e anche la mia assume un’espressione diversa, come quando mi guardavi e mi chiedevi di baciarti, o quella che avevo la sera in cui ti sedevo davanti e la parete grigia ti rendeva parte di un quadro che non avrei mai smesso di contemplare, come si fa con gli stereogrammi, che dopo un po’ viene fuori l’immagine in tre dimensioni oppure un gran mal di testa.

Mi si conficcano negli occhi questi momenti, quando facevamo qualcosa insieme e avevamo ancora i vestiti addosso. Sarà perché erano così rari che me li ricordo tutti; il sesso unisce, ma era altrove che costruivamo il nostro rapporto. Tu dall’analista, io al bar.
Poi ci vedevamo, ti nascondevo i vestiti e ti rivestivo delle mie mani.

Era splendido, finché durava, poi dicevo qualcosa di sbagliato e ti offendevi. Sei sempre stata una donna permalosa, non ci voleva molto a farti perdere la calma. Una volta è bastato dire sì. Va bene, la domanda era “ami un’altra?”, ma se avessi risposto no sarebbe stato lo stesso, quando ti prendevano quei momenti bastava la mia presenza a creare una discussione.

Eri un’esperta di litigio retroattivo, tiravi fuori cose che avevo detto al nostro primo appuntamento, mi sbattevi in faccia frasi pronunciate quand’era ancora vivo Cheope.

Che adesso ci rido, ma è la sindrome del sopravvissuto che guarda indietro e niente gli sembra più così orribile, solo perché è riuscito a superarla.
Se ne vedono di continuo agli incontri per la terapia di gruppo, dove c’è quello che si alza e fa “Ciao a tutti, mi chiamo Peppo, e sono già tre mesi che non rimango coinvolto in un incidente aereo” e tutti ciao Peppo, bravo Peppo. Se lo fai parlare capisci che è ancora traumatizzato, ti dice “Avessi visto che figata, si è aperto uno squarcio nella carlinga e la gente veniva strappata via dai sedili e sputata fuori come i semini dell’anguria. Da morire proprio!”, poi si mette a fissare il vuoto e il sorriso si cristallizza in una smorfia.

Anch’io ogni tanto fisso il vuoto e mi perdo a sfogliare l’album delle figu che mi sono appiccicato addosso, una per ogni taglio che mi hai aperto nella schiena. Lo so, i cerotti funzionano meglio, ma mi mancava solo lo scudetto della Pistoiese per finire l’album, ho dilapidato uno stipendio in quella dannata edicola, non immagini quante doppie ho ancora in giro per casa.

Non tante quanti i tuoi accendini, comunque. E i filtri, quelli li ritrovo ancora nel letto, ma non è colpa tua, sono io che non ho più cambiato le lenzuola: pensavo di aspettare ancora qualche anno e poi venderle come un Pollock inedito.

Ma anche quando fisso il vuoto, senza la dolcezza che cresce col ricordo, né la tenerezza di chi riconosce anche le tragedie passate come una parte preziosa della vita, né l’indulgenza che si riserva ai propri errori, anche quando riesco a dimenticare i momenti in cui ti avrei investita col trattore per come mi facevi le pulci a ogni singola parola che pronunciavo compresi i rutti e i fonemi ad essi correlati, tipo aiuola e uaioming, anche in quei momenti di sospensione del giudizio e dell’incredulità riconosco che l’uomo è una creatura imperfetta e va amato per i suoi difetti, che sono ciò che lo rende unico.
E la donna va amata di più, perché oltre a quello ha pure le tette.

Erano aspetti della tua persona, la linea costiera del tuo carattere, fatto di spiagge su cui fioriscono i gigli e di sassi taglienti e ricci velenosi nascosti sotto la sabbia. Ci vuole coraggio a frequentare quei tratti di costa, e io quel coraggio non ce l’ho avuto. Dici che basterebbe un paio di anfibi, ma al mare con gli anfibi, d’estate, scusa, no.

Ti mettevi la mano davanti alla bocca, e spalancavi gli occhi, e dicevi voglio solo morire, e ggirato con due gì, e quando ti baciavo sapevi di menta e malinconia, e il tuo sorriso era come il fiore di una pianta che sboccia quando decide lui e mai quando c’è qualcuno che lo può fotografare, si vede che è come quei capi indiani convinti che gli freghi l’anima, o i punk londinesi che sticazzi dell’anima io voglio i soldi.

Ti ho trovata in un giorno di pioggia, ti ho persa al primo sole, non sono mai stato bravo con gli stereotipi.
E neanche con le lettere, la prima che ti ho scritto è la stessa con cui ti saluto. Non aggiunge, non spiega, ti lascia com’eri. Sarà che il tempo delle spiegazioni è passato, che non piove più da mesi e si è inaridita la gola, che mi hai lasciato senza parole.

che cosa avremo da dirci quando potremo parlare?

Riassunto delle puntate precedenti:
Vado allo stadio con Beonio e scoppia una rissa: la morale è sempre quella, le scelte sbagliate provocano disastri. O almeno è così che me la racconto, la verità è che sono uno stronzo.

6.
30/09/20.., 14:09 – Beonio: Quindi vi siete lasciati
30/09/20.., 14:10 – Pablo: No, ci siamo presi del tempo per capire cosa vogliamo.
30/09/20.., 14:10 – Beonio: Quindi vi siete lasciati
30/09/20.., 14:10 – Beonio: La pausa di riflessione è sempre il modo più gentile che trovano per piantarci. Ti ha piantato, stattene
30/09/20.., 14:12 – Pablo: Ma no, ci siamo sentiti ancora stamattina, mi ha chiamato lei.
30/09/20.., 14:13 – Beonio: [odiosa faccina con gli occhi sbarrati]
30/09/20.., 14:13 – Beonio: E cosa voleva?
30/09/20.., 14:14 – Pablo: Saranno un po’ cazzi nostri, no?
30/09/20.., 14:15 – Beonio: [faccina altrettanto odiosa coi lacrimoni dal ridere] Stronzo
30/09/20.., 14:16 – Pablo: Ma niente, voleva sapere come sto, si è scusata per la scenata di ieri, dice che è colpa sua, che non sa bene quello che vuole, che anche lei ha delle cose che le pesano addosso, che magari è meglio se ci parliamo di persona.
30/09/20.., 14:19 – Beonio: Ahia
30/09/20.., 14:19 – Beonio: Ti vuole piantare
30/09/20.., 14:20 – Beonio: Preferisce dirtelo di persona
30/09/20.., 14:21 – Pablo: Qui se c’è uno che la deve piantare quello sei tu, gufo di merda.
30/09/20.., 14:22 – Beonio: [stessa faccina di prima che abbiamo già appurato quanto sia odiosa]
30/09/20.., 14:22 – Pablo: Adesso ci parliamo e vedrai che va tutto a posto.
30/09/20.., 14:23 – Beonio: E tu ci vorresti tornare insieme?
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Nel caso decidesse di non lasciarti
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Tutti i tuoi dubbi che avevi?
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Li hai risolti?
30/09/20.., 14:23 – Pablo: Credo che valga la pena provarci.
30/09/20.., 14:23 – Beonio: Perché è inutile se poi anche tu non sai quello che vuoi
30/09/20.., 14:24 – Beonio: Non durerebbe
30/09/20.., 14:24 – Beonio: Fra due settimane sarete da capo
30/09/20.., 14:25 – Pablo: Anch’io sono stato affrettato. Abbiamo guardato tutti e due altrove invece di dedicarci a quello che stavamo vivendo insieme.
30/09/20.., 14:25 – Pablo: Due cretini, insomma.
30/09/20.., 14:26 – Beonio: [sempre quella cazzo di faccina, ma che problemi avete con la comunicazione verbale?]

Il giorno in cui ci vediamo è una sera, e una sera di pioggia, e vado a prenderla in macchina, e lei scende i tre gradini del portone senza sorridere, e mi chiedo cosa stia pensando, se è stata una cazzata accettare di vedermi, se sarò arrabbiato, ma non lo so, neanche riesco a capire cosa sto pensando io, mi guardo dentro in cerca di una risposta chiara, un sentimento che emerga su tutti gli altri e mi dia una direzione da seguire, e invece lei apre la portiera, si siede e mi guarda, e io la guardo, e non provo niente.

Non andiamo lontano, piove e nessuno dei due ha voglia di camminare. Siamo lì perché abbiamo da dirci delle cose, non c’è neanche bisogno di scendere dalla macchina. Cerco un posto in centro dove posteggiare, e restiamo lì, senza musica, il ticchettio della pioggia sul tetto. Ci sono state sere indimenticabili iniziate nello stesso modo, ma temo che questa lo diventerà per ragioni diverse.
Stiamo in silenzio, cominciare a parlare è un po’ un’ammissione di colpa, e a nessuno va di assumersi delle responsabilità. Perlomeno a me no, in fondo cos’ho fatto a parte ascoltare i consigli di quello scemo del mio amico? Insomma, non mi va di puntare il dito contro qualcuno, ma in questa macchina se c’è una persona che ha sbagliato atteggiamento non è certo quella che sta al volante.
Anna sembra leggermi nel pensiero, rompe il silenzio e dice “Scusami”.

“Ma no, dai, di cosa”, rispondo, mentre in testa si sgrana un rosario di accuse.
“Ti ho fatto una scenata per niente”.
“Vabbé, sarai stata..”
“.. è che mi sono sentita incastrata in qualcosa che non ero sicura di volere, capisci? Mi hai chiesto di prendere una posizione quando neanche sapevo dov’ero. Ho reagito male.”
“Ma non è che ti ho chiesto..”
“.. ma devi anche considerare la mia situazione, lo sai da dove arrivo. Ho alle spalle una storia pesante che mi ha segnato, non me la sono sentita di lasciarmi andare con questa leggerezza, mi ha preso il panico, ho pensato di non essere pronta.”
“Beh, certo, tutti abbiamo..”
“.. ma è sbagliato comportarsi così, perché se stai con una persona devi fidarti di lei, la fiducia è la base di tutto, se manca quella è inutile stare insieme, no?”
“…”
“.. e stare insieme significa quello, stare insieme, non passare del tempo insieme ma rimanere chiusi ognuno sulle proprie posizioni, significa aprirsi, e io questo non l’ho fatto, non mi sono fidata, ho avuto paura di farmi male, e così ho finito per farne a te, scusa.”
“Va bene, non..”
“.. e quando non ci sei stato più, perché io ti ho chiesto di andartene, io, non tu, colpa mia, lì ho capito che per te provavo qualcosa di più forte delle mie paure, che il passato è passato e tu rappresenti il futuro e voglio stare con te, fidarmi di te, ed è stato terribile che tu non ci fossi, e adesso che l’ho capito non ti voglio perdere di nuovo, voglio darti tutto quello che ho, che non sarà molto, ma è tuo, se lo vuoi ancora. Allora? Non rispondi?”

Dovrei dire qualcosa, e invece me ne sto fermo ad appoggiare lo sguardo sulla forma rassicurante della leva del cambio, del freno a mano, del bordo del sedile. Frugo con la mano nel buio della mia anima alla ricerca di un sentimento credibile con cui replicare. Non dico amore o passione, che sarebbero eccessivi, ma qualcosa vicino all’affetto, alla fiducia, andrebbe bene anche un po’ di stima. E invece niente. Il Molise.
Allora la bacio, col trasporto di chi cerca di sfuggire all’imbarazzo di non avere niente da dire, il classico bacio che in una coppia in crisi fa nascere un figlio. E lei ci crede, e mi infila in bocca una lingua avida. Cominciamo a toccarci, a infilare mani, a sbottonare, sganciare, strizzare dimentichi di essere posteggiati in una strada trafficata. Perlomeno dimentico io, lei si riprende quasi subito e mi sfila delicatamente la mano dalle sue mutandine.

“Se dobbiamo farlo qui almeno facciamoci pagare il biglietto”, mi sussurra all’orecchio col fiato grosso. Non mi faccio pregare, e prendo la via dei monti. Casa sua sarebbe più comoda, ma non me la sento di tornare a immergermi così in fretta nella sua vita.

03/10/20.., 10:12 – Beonio: E avete fatto bene, il divano era occupato [faccina che strizza l’occhio]
03/10/20.., 10:12 – Beonio: Come due ragazzini, eh?
03/10/20.., 10:13 – Beonio: Quindi adesso siete di nuovo fidanzati?
03/10/20.., 10:13 – Pablo: Vabbè, fidanzati.. ci vediamo.
03/10/20.., 10:14 – Beonio: Si, certo, fai il duro. Senza Anna sei perso
03/10/20.., 10:18 – Beonio: Sabato io e Francesca andiamo a cena. Venite?
03/10/20.., 10:20 – Pablo: Una bella uscita a quattro per metterci una pietra sopra e andare avanti.
03/10/20.., 10:21 – Beonio: [faccina che guarda su e immagino voglia dire che ci vuole tanta pazienza a sopportarmi]
03/10/20.., 10:21 – Beonio: Che rompicazzo che sei
03/10/20.., 10:21 – Beonio: Se ci fai pace vai avanti, sennò la lasci e basta!
03/10/20.., 10:22 – Pablo: Hai ragione, scusa. Va bene, dai, glielo chiedo. Ma immagino di sì, non avevamo impegni.
03/10/20.., 10:22 – Beonio: Volevate approfittare della casa libera [faccina che ma chi è che ride così, dai]
03/10/20.., 10:22 – Pablo: Hahaha.
03/10/20.., 10:23 – Beonio: [doppia faccina uguale a quella di prima, con queste grosse gocce di umore blu che le escono dagli occhi, secondo me indica una grave congiuntivite]

Due ore e quindici minuti prima dell’incidente.
Sono in macchina sotto casa di Anna, aspetto che scenda. La sua coinquilina ha passato la giornata con Beonio, ci incontreremo al ristorante. Un messaggio mi invita a salire, rispondo che dovrei cercare posteggio e che l’aspetto qui. Ascolto una canzone degli Smiths che dice di incontrarci nel vicolo presso la stazione ferroviaria. Guardo nello specchietto se arriva qualcuno, e quando sono certo di non essere visto mi abbandono a una smorfia difficile da spiegare. Beonio la tradurrebbe con una faccina in cui tutti i segni dell’espressione puntano verso il basso. Il portone si apre, è Anna. Passo alla canzone successiva.

Un’ora e quarantuno minuti prima dell’incidente.
Fuori dal ristorante La Buga non si vedono né Beonio né Francesca. E non rispondono al telefono. Entriamo, la cameriera vorrebbe sapere a che nome abbiamo prenotato, e vorremmo saperlo anche noi: Corradi, il cognome di Beonio, non risulta da nessuna parte, ma non significa niente, il mio amico lascia sempre cognomi diversi; potrei chiedere se le risultano prenotazioni a nome di politici o calciatori, o se stanno aspettando qualche ospite straniero, probabilmente cinese. Faccio prima a guardare se i nostri amici sono nella saletta sul retro. Non ci sono, tranne un tizio seduto da solo la saletta è vuota. Quando torno di là arrivano Beonio e Francesca. Lui dice alla cameriera che la prenotazione è a nome Rosolini. Ma perché?

Più tardi la forchetta di Anna plana inattesa sul mio piatto e pesca due acciughe. “Ehi!”, rispondo. Lei mi mostra la lingua. Sento qualcosa muoversi laggiù, nel buio. La guardo, ha i capelli raccolti sulla nuca, gli occhiali le sono scivolati sulla punta del naso. Racconta agli amici di un episodio accaduto al lavoro, si sta divertendo. La guardo ridere, le osservo la bocca, i denti piccoli, ho voglia di baciarla. Mancano trentasette minuti all’incidente.

Otto minuti. La cameriera viene a chiederci se desideriamo il dolce. Lo desideriamo. Siamo un po’ ubriachi, lo desideriamo rumorosamente. Anna mi si appende al braccio e mi soffia qualche parola nell’orecchio. Non capisco, le do un bacio leggero e sembra soddisfatta. Chissà cos’avrà voluto dire.
Faccio dei segni a Beonio per capire se si fermerà a dormire da Francesca o se avremo la casa per noi. Avrei ottenuto di più se gliel’avessi chiesto in cinese, mi dice cazzo vuoi a voce molto alta.

Mancano due minuti all’incidente. Attiro l’attenzione del mio amico e stavolta il messaggio arriva. Mi fa un sorrisetto malizioso, si volta a dire qualcosa a Francesca e anche lei mostra lo stesso sorriso. Dice “Anna, mi sa che qualcuno ha dei piani per il dopo cena”. Anna dice “Mi sa che li abbiamo tutti e due”, mi bacia il collo. Rido, un po’ imbarazzato.

Dalla sala sul retro compare il tizio di prima, quello che credevo a cena da solo. Non è da solo, sta parlando con qualcuno alle sue spalle. Il qualcuno alle sue spalle viene fuori dalla stanza, e non è qualcuno. È Drusilla.

Smetto di ridere.

namami nanda-nandana

Sorridi più che puoi. Non ti stai portando il mondo sulle spalle, te lo puoi permettere. Almeno è ciò che lo Yogi Madonna Di Lorheeto ha dichiarato ieri sera da un palco allestito in economia nell’atrio di Palazzo Ducale, a Genova.

Trattandosi di uno dei maggiori leader religiosi della nostra epoca ci si sarebbe aspettata una maggiore considerazione da parte della città, ma a breve verrà a visitarci il Papa, e si temeva un incidente diplomatico. Per la stessa ragione è stata negata una conferenza al capo del Movimento Adoratori Di Vega, che aveva chiesto di bombardare la città coi minidischi e un paio di mostroni giganti, e di poter scrivere sulle rovine con una bomboletta “La mamma di Goldrake è una zoccola”.

vabbè, facile attirare lettori con ste foto

Mi trovavo fra il pubblico, non tanto in veste di fedele quanto di accompagnatore e autista della mia insegnante di meditazione, la Signorina Jodel. Ne avevo perso le tracce qualche post fa, e la credevo occupata al museo delle rane parlanti, o qualcosa del genere, e invece viene fuori che era in Corea del Nord, ed è tornata apposta per incontrare il suo idolo.

“E che ci facevi in Corea del Nord? Creavi ransomware?”

“Studiavo la felicità artificiale. Vedi le foto di quei posti lì, le poche che il governo lascia circolare, sono tutti felici. Osannanti, quasi. Ma lo sono davvero? Così sono andata a vedere se è solo propaganda o qualcuno riesce a essere felice anche in un posto che sembra un quadro di De Chirico in scala di grigio.”

“Io conosco uno che ha la faccia da Corea del Nord. Ma non che somigli a un qualche coreano, somiglia alle foto dei palazzi, alla gente felice per finta, ai viali deserti, alla rigidità, alla censura, alla tristezza cui hanno spalmato in faccia un dito di colore per venderla all’Occidente.”

“Ma è proprio quello il punto, chi lo dice che questi non lo sono davvero, felici? È facile dire che glielo impongono, ma quando li conosci e ci parli ti accorgi che quelli sono felici davvero di vivere in una prigione, perché non hanno mai conosciuto altro. Per loro quella è la libertà, e gli va bene così. Che diritto ha l’Occidente di imporre il proprio modello? Chi l’ha deciso che la nostra felicità è più autentica della loro?”

“È una gara a chi abita il paradiso artificiale più vero, tipo?”

“Sembra una canzone di Vasco Brondi.”

Sul palco si muove qualcosa. Entra lo Yogi Madonna Di Lorheeto accompagnato dall’interprete. Il primo è il classico santone indiano col sari e i capelli lunghi, bianchi e sporchi. È scalzo, come da copione, e sorride a tutti. L’interprete indossa un cardigan grigio e la stessa camicia azzurrina che vedevi una volta addosso ai controllori del treno. Sembra uno appena arrivato lì dall’ufficio, sono un po’ deluso.

È lui a tenere il microfono in mano, comunica alla folla che adesso Yogi Di Lorheeto risponderà alle domande dei fedeli. Fermento. Qui è dove una processione di esaltati gli chiederà in decine di modi diversi perché non riescono a trovare qualcuno che se li scopi come si deve. Non vedo l’ora.

Il primo è un ragazzo rasato con la barba e la voce da adolescente, maglietta verde militare e cargo shorts. Un po’ di pancetta, anfibi slacciati. Ringrazia il santone dell’opportunità che gli ha concesso e fa un lungo preambolo dove si capisce che non ha niente da dire, ma voleva dirlo davanti a tutti. L’interprete traduce per un po’, poi ringrazia il giovanotto e lo invita a liberare il palco. Yogi Di Lorheeto mantiene il sorriso serafico di quello che è presente col corpo, ma nella fantasia sta girando un porno con tre studentesse di architettura.

Dopo il fanatico si presenta Jabba The Hutt coi capelli lunghi e gli occhiali. Non mi azzardo ad assegnargli un sesso, preferisco parlare solo di quello che posso confermare. È prigioniero in un abito da donna a righe colorate orizzontali che gli si gonfia nei posti sbagliati. Proprio al centro della figura, per esempio, le righe colorate famose per il loro potere snellente faticano un casino a nascondere una panza tonda che disegna sulla figura un cerchio quasi perfetto. Sembra che qualcuno abbia messo delle gambette tozze al monoscopio della Rai.

“Maestro”, geme la figura, “Ho passato gli ultimi anni della mia vita a inseguire la carriera, tralasciando l’amore e la famiglia. Adesso però comincio a credere che sia venuto il momento di fermarmi e guardarmi intorno, solo che gli uomini che avvicino mi snobbano, chiaramente intimoriti dalla differenza di ceto sociale. Sono una donna semplice, non mi curo di queste minuzie, per me l’amore non conosce classi. Sono convinta di saper amare anche un uomo molto più umile di me, ma temo che per lui non sarebbe così semplice convivere con una upper class. Potrò trovare qualcuno che mi ami per quella che sono realmente?”

Il santone ascolta la traduzione del suo assistente, poi gli sussurra qualcosa all’orecchio. L’interprete prende il microfono e fa: “Tesò, è buddismo, mica Mandrake”.

La ragazza, azzardo a definirla ragazza dai, scende dal palco, e al suo posto si presenta uno biondo coi capelli arruffati e degli occhiali spessi, che tiene per la coda un gatto morto. Borbottii del pubblico. Le zampe rigide della povera bestia gli sbatacchiano sui pantaloni di una tuta consumata sulle ginocchia e sugli orli. Dice di chiamarsi Giulio. Mostra il cadavere prima al pubblico e poi al santone, come un prestigiatore. Mi aspetto che adesso entri una valletta con una cassa di legno e ce lo infilino dentro, poi si faccia il trucco della sega, tanto anche se non dovesse riuscire il gatto è già morto.

Il tizio spiega che quel povero essere che gli penzola dal braccio è sua madre, mancata all’improvviso quando lui aveva sei anni. Altri borbottii dal pubblico mescolati a grida di stupore.

Dopo la sua dipartita la donna si è reincarnata in un lucherino, che per quelli poco interessati all’ornitologia sarebbe un passeriforme della famiglia Fringillidae.

L’uomo ha voluto così bene a quell’uccellino, gli parlava, ci si confidava, gli chiedeva consigli ai quali il piccolo volatile rispondeva spesso saltellando a destra e a sinistra sul bastoncino di plastica che attraversava in larghezza la piccola gabbia.

Un lucherino vive in media fra i cinque e i sei anni, quello di Giulio è arrivato a otto, ma alla fine anche lui ha lasciato nel cuore del padrone lo stesso vuoto di mamma. Per fortuna la nuova reincarnazione è avvenuta immediatamente, in un cagnolino di nome Charlie, un piccolo terrier bianco su cui l’uomo ha riversato tutto il proprio amore. Quanti anni felici col piccolo Charlie, a correre per la strada, a dormire abbracciati sul divano! A differenza del lucherino Charlie era capace di manifestare il proprio amore quasi come faceva la mamma, non sapeva rimboccare bene il letto, era piuttosto più dotato nel disfarlo, ma quei baci così teneri non li riceveva più da quando mamma era ancora con lui. E in questi c’era pure la lingua, elemento di cui i suoi compagni di scuola parlavano con rispetto reverenziale durante le riunioni sediziose della ricreazione.

Tre anni dopo anche Charlie se ne andava, ucciso da un autobus distratto.

Il finale di questa triste storia lo immaginiamo tutti, ma Giulio ci stupisce, chiedendo a Yogi Di Lorheeto se può interrompere il ciclo eterno della reincarnazione.

Ogni volta che perde sua madre, dice l’uomo, è come se un pezzo di lui smettesse di vivere. Sente che se continuerà a subire queste amputazioni si trasformerà in un sasso, incapace di provare alcuna emozione. Una vita senza emozioni non vale la pena di essere vissuta, dice. Preferisce essere un uomo solo e alla deriva, ma capace di sperare che un giorno la sua vita si rimetterà in moto, piuttosto che una creatura apatica che aspetta di morire come si aspetta il proprio turno alle poste.

Yogi Di Lorheeto sembra soppesarlo. Lo guarda in silenzio, lisciandosi la lunga barba.

Poi dice: “Amico mio, guardare sempre al passato non ti permette di vedere il futuro. Ti sei legato al ricordo di tua madre come se solo lei potesse garantirti la felicità, ma l’unico responsabile della tua felicità sei tu. Getta via questo dolore e smetti di delegare la tua vita a qualcun altro.”

“Certa gente la felicità non la sentirebbe neanche se gliela piantassi in testa a martellate”, commenta la Signorina Jodel.

“È un accostamento interessante, la felicità e le martellate. Un po’ mi ci riconosco”, le dico.

“Nah. Tu sei prigioniero dentro schemi più complessi, non ti bastano due formulette per tirartene fuori.”

“Magari è proprio dalla mia vita che dovrei tirarmi fuori”

Mi riferisco alle cose che faccio senza appagamento, ma la frase suona sinistra come una lettera lasciata sul tavolo di una stanza vuota, al settimo piano con la finestra spalancata.

Inizio a calarmi nel solito pozzo nero dell’autocommiserazione, era tutto il giorno che lo aspettavo e nessuno mi aveva ancora fornito una scusa valida. Che se ti ci infili senza scusa poi dicono che ti piangi addosso.

Sono lì che preparo la prima frase d’effetto, “a me nessuno mi ha mai voluto davvero bene”, ma vengo interrotto dalla ragazza che sale sul palco.

Ha un viso scuro, dai tratti che non sembrano europei, e lo ha decorato con punti e linee bianchi e azzurri, che sulla sua pelle risaltano come le lampadine del presepe.

Ogni volta che sorride il bianco dei denti è un faro in faccia.

Non è alta, sotto i larghi pantaloni di tela verde potrebbero nascondersi le mille insidie delle ragazze a forma di pera, ma al posto del camicione copritutto ostenta una fascia di seta grezza che le copre soltanto il seno. I suoi fianchi si stringono intorno alla vita in una curva armoniosa che ti vien voglia di mettere le mani su una bici e percorrerla avanti e indietro. Intorno all’ombelico ha dipinto dei raggi bianchi, così che ora quella curva è illuminata da uno strano sole nero.

Ha delle poppe grandiose.

Invece di fermarsi come hanno fatto gli altri guadagna il centro del palco, si inchina con grazia davanti al santone e poi gli dà le spalle. L’interprete le allunga il microfono e se ne va, dal fondo viene avanti un ragazzo col codino e il sitar, vestito con quello che se non è un copridivano ikea io sono George Harrison.

“Ciao a tutti”, dice lei. “Noi ci chiamiamo Prakaash, che in lingua hindi significa luce. Speriamo di portarvene un po’!”

Attacca a cantare una nenia di due note, accompagnata dal miagolio del sitar, che deforma ogni suono e lo fa sembrare quello di quando provi a suonare un elastico. A me i Kula Shaker piacciono pure, ma se potessi scegliere adesso preferirei Kashmir, dei Led Zeppelin.

“È bellissimo”, commenta la Signorina Jodel, che per queste cose indiane ha un debole. A me fa venire voglia di pizza, non tanto perché c’è qualcosa che me la ricorda, quanto perché quando mi annoio mi viene sempre fame. Però la ragazza sul palco ha unito i palmi delle mani sopra la testa, e agita i fianchi in un modo che qualunque pensiero io riesca a formulare assume di colpo una piega erotica, e così mi ritrovo a sognare mani che pastrugnano mozzarella di bufala e corpi infarinati che si avvinghiano di fronte al forno.

È in quel momento che va via la luce e da qualche parte sale un urlo acuto.

(continua)

eternal sunshine of a spotless mind

Sono felice, partiamo da lì.
E sono rintronato da tutti i baci e i morsi e le parole e le carezze, e drogato dal profumo della tua pelle e dalla sensazione che mi lascia sotto le dita, e abbronzato dal calore e dalla luce che emanano i tuoi occhi quando sorridi, e divertito da tutte le cretinate che ci siamo detti, che riempiono gli spazi e mi fanno pensare di avere trovato un altro pezzo di me perduto chissà quando.

Ho voglia di averti vicino domani, dopodomani, fra un anno, tirarti i capelli e lasciarti segni sul collo e baciarti per strada e metterti a letto e addormentarmi appoggiato alla tua spalla.
Succederà, e non sarà neanche la cosa più bella fra di noi.
Non siamo una cosa di passaggio, l’ombra su un muro di qualcosa che oh ma cos’era giurerei che fosse un volo di rondini impossibile non è stagione, siamo una formula scritta su un libro polveroso nascosto in una biblioteca celata nelle segrete di un castello sepolto dai rovi nel mezzo di una foresta cresciuta in mezzo a una valle che sta alla fine di un viaggio lunghissimo fra le montagne di una terra dove nessuno parla la tua lingua e quando provi a chiedere informazioni
si incazzano pure. Una cosa che quando la trovi diventi ricchissimo, tipo l’ingrediente segreto della cocacola che trasforma l’oro in piombo delle otturazioni nello studio del dentista.

Scusa, non ce la faccio a rimanere serio troppo a lungo, ma questa cosa la sento davvero, sei il tesoro dei pirati, la bella addormentata e tutto quello che ho sognato di trovare alla fine di un’avventura fin da quand’ero bambino. Non te ne andare.

Sei così bella da fare male, dove per male intendo quella cosa che mi invade quando mi sei così vicina e non posso toccarti.
È lo stesso disagio del ladro di opere d’arte, quello che vuole portarsi a casa la Gioconda per guardarsela tutto il giorno stravaccato sul divano. Che non sarebbe granché come piaga sociale, basterebbe permettergli di portarsi il divano al Louvre, ma la direzione non ne ha mai voluto sapere. I cavalletti per macchine fotografiche si, i divani no, e vagli a spiegare che con un cavalletto puoi martellare le statue più facilmente che con un divano.
Per esempio prima che lo visitassi io l’Atena Nike aveva anche la testa.

Se dovessi scegliere un quadro che ti rappresenti non vorrei accostarti a un Klimt, che il giallo e il rosso che vi accomuna sono un paragone facile, e tu facile non lo sei per niente.
Anche questa, a voler guardare, è una cosa che avete in comune, nessuno dei due si lascia scoprire a una prima occhiata, bisogna sedervisi davanti e studiare tutti i dettagli per mesi, e ogni volta scoprirne di nuovi; bisogna vincere la ritrosia e gli sguardi bassi, tuoi e del quadro, perché anche un quadro sa essere timido e sfuggente, e se non impari a starci davanti rischi di perdere tutta quella meraviglia che tiene nascosta fra i segni del pennello.

Io non lo so ancora che quadro mi ricordi, ho trovato il tuo viso in alcune poesie e ci sono tante canzoni che mi ricordano il tuo modo di sorridere, ma per il dipinto devi aspettare, è un processo lungo, devo frequentarti per un sacco di tempo, scoprire chi sei e come ti muovi e parli e l’effetto che mi danno le mie mani sulla tua schiena.

Certo che non sembrano cose legate fra loro e do l’impressione di cercare solo scuse futili per starti vicino, ma ti assicuro che importanti studi scientifici hanno dimostrato l’importanza del contatto fisico nella ricerca dell’ispirazione artistica.
E non cominciare a puntualizzare che non ti devo mica dipingere, ma solo associarti a un quadro, e allora casomai bisognerebbe conoscere i quadri e non solo per dargli dei titoli cretini; io non so dipingere, sei tu la pittrice fra noi, perciò casomai sarai tu che dovrai scoprire chi sono e come mi muovo e l’effetto che danno le tue mani sulla mia schiena.

Ecco, qui mi fermo un attimo e riprendo fiato, che ho appena avuto una visione pochissimo religiosa, ma mistica non hai idea quanto.

un’altra fantasia tardoadolescenziale

Vorrei scoprire che sei sola. Che ti sei lasciata da poco con uno stronzo che non ti considerava abbastanza e aveva sempre da andare a giocare a calcetto il martedì sera. Con cui comunque non avevate mai avuto granché da dirvi.

Che leggi un sacco di libri seri, ami i classici e le poesie, e che quando non hai voglia di leggere ti butti sul divano e ti scarichi l’ultimo Iron Man. Vorrei incontrarti per caso in fumetteria e dirti che sono quello che ti ha parlato quella volta là, mentre cercavi di spiegare alla libraia come si cucinano le albondigas. Vorrei che lo spiegassi anche a me.

Sarebbe bello che ti mancasse proprio uno indipendente ma disordinato, che ama farsi da mangiare ma è pigro, che se può evita ma quand’è costretto se la cava piuttosto bene, che se ti invitasse a cena da lui non ti farebbe mangiare male, ma se gli preparassi una schifezza non si lamenterebbe.
Non troppo, perlomeno.

Vorrei che fossi in quel particolare periodo della tua vita in cui se proprio devi avere vicino un uomo dovrebbe essere spiritoso, e non il solito palestrato idiota con cui esaurisci gli argomenti dopo un quarto d’ora. Anzi, vorrei che il tuo ideale fosse proprio il contrario del palestrato, tipo uno con gli occhiali e l’aspetto trasandato, incapace di presentarsi e che ti guarda andare via da dietro uno scaffale sperando che ti volti a salutarlo. Uno timido, non l’esibizionista che poi cosa cazzo avrà da esibire, visto un tricipite visti tutti, uno che se ci perdi mezz’ora ti apre una finestra su un mondo di cui non si vede la fine e devi picchiarlo per farlo tacere.
Magari uno che però alla fine non lo picchi perché smette di parlare e ti guarda come si guarda un quadro, cercando di capire le ragioni di ogni pennellata, guardando la traccia di blu e provando in silenzio a farsi un’idea di quello che ha davanti. Che cerca di imparare qualcosa, e se può di condividere quel poco che conosce.

Sarebbe fighissimo che proprio quella sera ti trovassi per caso al solito baretto e vedessi arrivare un tipo così, e fossi con qualche tua amica che quel tipo lì lo conosce e lo fermasse per dirgli qualcosa e ti desse l’occasione di presentarti, e restassi colpita da qualcosa, ma colpita in positivo, non dai peli di gatto sulla giacca che fanno un sacco sciatteria o dalla barba di due giorni che o te la tagli o te la fai crescere ma così proprio non si può vedere.

Magari ti ricorderesti che tu quel tizio lì lo hai già incontrato tempo fa, e poi ti verrebbe in mente quella cosa della libreria e a quel punto sarebbe pazzesco se tu fossi una di quelle ragazze disinvolte che amano attaccare bottone e si fanno guidare dalla simpatia a pelle che scoprono di provare per una persona, e sarebbe del tutto normale chiedergli a quel tizio lì se alla fine ha imparato a cucinarle, le albondigas, e lui, che non aspetterebbe altro, perché è timido mica ritardato, ti terrebbe lì a chiacchierare di qualsiasi cazzata per un’ora, e la tua amica sarebbe bello che fosse abbastanza sveglia da capire che non è il caso di intromettersi.

Poi vabbè, magari questo è fantascienza, ma mi piacerebbe che a quel tizio lì gli lasciassi il tuo numero di telefono e ti venisse voglia di rivederlo presto, tipo il giorno dopo, e trovaste una scusa qualsiasi per organizzare un altro incontro, e poi vi vedeste con quella luce negli occhi di due che sanno benissimo cosa sta per succedere e se la prendono con calma ma non troppo, e prima della fine della giornata quello che sta per succedere succedesse e vi ritrovaste dopo qualche giorno sparati dentro un film adolescenziale un po’ stereotipato di quelli che passano su Italia Uno alle cinque del pomeriggio, ma che non ve ne fregasse granché perché in quei film ci si sta da dio, e dopo tanti scazzi un po’ di gioia ve la meritereste, sia tu che lui.

E poi vorrei scoprire come si chiama quello stronzo lì, e menarlo, perché al suo posto volevo starci io.

la vera rivoluzione digitale sarà togliere facebook a mia mamma

Mi sono fatto il mese gratuito di abbonamento premium su Spotify, volevo capire se c’è una differenza fra ascoltare la musica a babbo gratis e ascoltarla a babbo a dieci euro al mese. E poi volevo capire un po’ come funziona il suo servizio di messaggistica, che una volta ho ricevuto un messaggio e ho risposto, ma quando ho provato a scriverne uno io è rimasto lettera morta, come si dice in questi casi, che però non lo so se si dice anche in questi casi, tecnicamente non è neanche una lettera, forse dovrei chiedere all’Accademia della Crusca, se solo riuscissi a trovare il tasto invio.

seh magari

Che sarebbe anche una bella idea, se si capisse come funzionano queste robe di messaggistica musicale, io non l’ho mica capito, uno penserebbe a qualcosa di fighissimo tipo una radio personalizzata col servizio dediche come ai tempi delle radio private che di solito erano private della professionalità e sentivi certi speaker, che allora si chiamavano speaker, mica digèi, che parlavano come se avessero appena scoperto che quel signore all’ospedale che gli ha detto cancro non era un astrologo, e invece qui funziona che scrivi una roba a una persona e ti compare subito la scritta che l’utente in questione non ha ancora ascoltato quel brano che gli hai spedito, e quella scritta rimane tipo per sempre, forse è una scritta standard che compare appena pigi invio e non se ne va più perché quelli che hanno programmato questo servizio di messaggistica si sono dimenticati di scrivere anche il messaggio di conferma, magari erano stagisti, li pagavano in consigli, ed essendo una piattaforma di musica i consigli erano tutti sul genere oh tipo ascoltati questo gruppo cioè troppo figo, che bella soddisfazione, oramai i direttori sulla piattaforma hanno tutti venticinque anni laureati in dodici università prestigiosissime e hanno passato l’adolescenza a sbranare i concorrenti per poter arrivare dove sono adesso, e gli stagisti sono dei poveracci quarantenni riciclati dall’azienda che li ha messi in cassa integrazione, e a quarant’anni ne hai per il cazzo di farti consigliare musica da un ragazzino che ascolta roba che ai tuoi tempi quelli che ascoltavano quella roba lì li emarginavi in una grossa scatola di cemento persa da qualche parte nella nebbia bassopiemontese, e loro erano ben contenti di farcisi emarginare, c’era tutto il mondo lì dentro, si beccava un sacco di figa, mentre fuori, fra quelli che se ne capiscono, c’erano i soliti quattro tizi seduti su una panchina a menarselo con l’ultimo dei Nirvana.

Eppure io mi considero abbastanza al passo con la tecnologia, voglio dire, ho diversi lettori mp3 di cui solo la settimana scorsa ho scoperto la funzione di ricerca per cartella, cosa che ha migliorato enormemente il mio viaggio al lavoro; ho un tablet comprato su amazon per poterci leggere i fumetti scaricati, che è così lento, ma così lento, che quando sei riuscito ad aprire il fumetto che ti interessa è già uscito il numero successivo; ho una chitarra analogica, con le corde vere, il manico di legno e infatti non la so suonare, mi scappa il plettro dalle dita, ci cade dentro, smadonno ore per farlo uscire. Sono figlio di questi tempi digitali, e stamattina ho comprato la mia prima inserzione su facebook per promuovere il pablog.

E sì perché il pablog ha una pagina facebook che si chiama Pablog, da cui ricevo praticamente tutte le visite e su cui qualcuno mi commenta pure, mica come qua che i commenti non sai mai se funzionano, se ti devi iscrivere, se voglio anche dei soldi, e chi sei e chi ti ci ha mandato, ma abbiate pazienza, non è che sono diffidente, è che ricevevo un centinaio di messaggi al giorno da sovrani kenioti che mi volevano fare offerte pazzesche e ragazze russe che volevano comprarsi una stufa e aziende all’avanguardia nel prolungamento dei peni e farmaceutiche disposte a cedermi la loro produzione annuale di pastiglie azzurre, ho dovuto mettere un filtro, se non riuscite a dirmi quanto vi piaccio e se per favore vi mando delle mie foto nudo potete farlo su facebook, alla pagina del pablog. Però magari chiedetemelo in privato, se si scopre che diffondo mie foto nudo poi devo mettere un filtro anche lì e non so come si fa, ho scoperto di aver bloccato mia mamma per sbaglio una volta che ho cercato di nascondere un suo post di quelli che lo sapete, quelli che postano le mamme su facebook.

l’annosa piaga delle mamme su facebook

Tutte le mamme su facebook postano tutte le stesse cose, forse le trovano su Reddit alla pagina r/mammedifacebook, c’è un megagigantesco database pieno di cazzate che non fanno né ridere né indignare né commuovere a meno che tu non sia un tredicenne o una mamma, e le poche cose divertenti che ogni tanto si trovano sono roba che girava dieci anni fa.

Oh, scherzo eh? Non è vero che mia mamma l’ho bloccata per sbaglio.

Così ho creato quest’inserzione, non ne avevo mai fatte, non ci ho messo neanche una foto, dico una foto ce la vorrai mettere? No, c’è una descrizione breve, il link messo lì, è più triste di quella pubblicità dell’ascensore per anziani che non riescono a fare le scale, quello dove c’è la vecchietta che sorride felice perché finalmente potrà tornare al piano di sopra, dove saranno dieci anni che non riesce più ad andare, da quando le è venuta l’artrite, chissà se il gatto è ancora chiuso in camera.
Vabbè, è il primo, per il prossimo chiamo Oliviero Toscani e mi faccio fotografare mentre bacio una suora, ci vuole un bel coraggio a baciare una suora, metti che ci sta, come vi vedete poi? Devi farti frate? Devi fingerti l’idraulico che va a riparare lo scarico del convento per introdurti di soppiatto nella sua cameretta? E se voleste rendere pubblica la vostra relazione come funziona? Esiste un servizio di desuorizzazione? Il Papa di queste cose non ne parla mai, tranne il caso dell’arcivescovo di Costantinopoli su cui si è scritto molto non credo neanche che esista una manualistica adeguata. Forse dovrei smettere di scrivere racconti e mettermi a produrre guide pratiche per riempire i buchi informativi come questo: Capire le canzoni di Vasco Brondi in 24 ore, Tecniche per saltare la fila in posta, guide turistiche di posti dove vanno tutti per altre ragioni, tipo per lavoro o a fare la spesa.

Comunque via, l’inserzione è online, la pagina facebook è disponibile, ogni tanto ci scrivo qualcosa che poi non metto qui, perciò se siete alla ricerca di materiale inedito da far diventare preziosissimo quando non ci sarò più perché quel tizio che mi ha parlato all’ospedale ho scoperto che non era mica un astrologo, cominciate a seguirla e fatevi un sacco di screenshot col telefono, voi che sapete come si fa, che io l’ultima volta che ci ho provato ho bloccato mia mamma.