Lolanda – Leiden, Amsterdam e ritorno

Mentre le donne sono impegnate nell’esplorazione dell’ennesimo supermercato io e Andrea ci riposiamo al bar di fronte. Ho con me il picino, così proviamo a collegarci a una rete wi-fi. Secondo lui i locali ne sono tutti forniti, e chiediamo alla cameriera se quel bar è uno dei tanti.
“Mi spiace, non sono di queste parti”, è la risposta.

Senza connessione stiamo a guardare fuori dalla finestra, e vediamo Michela stramazzare in mezzo alla via, vittima del ghiaccio. Scendiamo anche noi, ma senza ammucchiarci, e torniamo a casa, dove terminiamo la serata allietati da un racconto di Andrea a tema medico: quello di oggi si intitola “le meraviglie del riflesso gastrocolico”.

04/01/2010

Mi sveglio in piena notte dentro un buco, il materassino si è sgonfiato e mi ha fagocitato. Non mi metto a rigonfiarlo nel silenzio della casa, anche perché temo sia bucato, lo tolgo e dormo sul pavimento. Sogno di essere calpestato dalla banda dell’esercito compresa la grancassa, e la mattina sono una rosa.

Dopo la colazione scendiamo in giro per Leiden, e la prima tappa la facciamo al bar sotto casa. Io vorrei visitare le meraviglie della città, di cui ho tanto sentito parlare: la bancarella delle aringhe, il negozio di giochi da tavolo e quello di fumetti. Marzia mi porta a vedere dei mulini ghiacciati, dei canali ghiacciati, e quando ci raggiunge sua cugina esploriamo il supermercato Vroom. A fondo. Tipo tre ore più i supplementari, pranzo dentro e altri due tre giri per riambientarci gradualmente al freddo esterno, dove nel frattempo è scoppiata una tormenta di neve.

Io scappo prima, vado da solo a cercarmi i negozi, ma quello di fumetti è chiuso, quello di giochi da tavolo è stato ceduto, e la bancarella delle aringhe ha i sigilli della polizia perché ci è morto dentro qualcuno. Un cartello avvisa che alla riapertura le aringhe saranno vendute col 70% di sconto.

I prezzi olandesi sembrano mediamente più bassi, verrebbe voglia di approfittarne. Mi infilo in un negozio per skaters spacciandomi per giovane, attratto da un paio di cuffiette fighe che vorrei regalare al Subcomandante per fare carriera, ma costano quanto un trapianto di retina al mercato clandestino. Le regalerò un pacchetto di ciungai e camminare.

Non c’è altro da ricordare nella giornata, torniamo a casa stanchissimi e io vengo anche aggredito da Gattino, ma me la cavo con un’escoriazione profonda al piede destro guaribile in un paio di settimane portandomi immediatamente al pronto soccorso e pregando la madonna di Chihuahua, la protettrice delle escoriazioni ai piedi causate dai gatti sanguinari.

05/01/2010

Contrariamente alle nostre abitudini riusciamo a uscire di casa prima di mezzogiorno, e ci concediamo un’appagante colazione al bar sotto casa, un piccolo baretto figo della catena Bagels & Beans. Abitassi qui sarebbe una meta fissa ogni mattina, anche se non ci posso leggere gli articoli di Adamoli su Repubblica.

Prendiamo il treno per Amsterdam, che l’ultimo giorno vogliamo dedicarlo alla città, e come sempre restiamo delusi appena scendiamo dalla stazione: troppe macchine, gente, casino. Come già nella vacanza siciliana, quando lasciammo la tranquillità di Cefalù per la bolgia di Palermo, ci sentiamo spaesati dopo aver vissuto due giorni in una specie di presepe; il primo istinto è di tornare in stazione, fanculo alla missione di reclutamento. Il Subcomandante è mortificato più di me, era partita per mettere su un esercito e si è trovata a girare supermercati e cianfrusaglierie. Che andrebbe anche bene, non sa resistere alle cianfrusaglierie, ma almeno sperava di riuscire ad assoldare almeno un caporale fra un cappellino e una tovaglia.

Facendoci coraggio a vicenda ci inoltriamo nella via dei negozi di fronte alla stazione, percorrendola tutta dovremmo arrivare prima o poi al museo di Van Gogh, che se dobbiamo restare in questo casino di città almeno che ne valga la pena. A dire il vero io sono un bell’ipocrita di merda, che della pittura mi importa una sega, e vorrei vedere le donnine in vetrina, ma il quartiere a luci rosse è da un’altra parte, e devo fare finta di niente. Lungo il cammino però allungo il collo in ogni vicolo, sperando di sbirciare almeno una tetta.

L’odore di erba fa pensare a un pagliaio, ma molto più allegro. Ci sono parecchi italiani, chi con la canna d’ordinanza, chi col cellulare, entrano ed escono dai negozi mescolandosi con la gente del posto. Qui i miei compatrioti si sentono a casa, non perché riescano a comportarsi più civilmente che altrove, ma perché con tutti gli sconvolti che ci sono passano inosservati.

I negozi sono tutti identici, ad Amsterdam come a Leiden, o a Londra, e mi sa anche a Tokio: le stesse insegne campeggiano ovunque, e dentro ci trovi sempre le stesse cose. C’è la catena di articoli di lusso e quella di merce a basso costo, quella di saponi e quella di brioches, i cappelli, le scarpe, i cacciaviti, tutto standardizzato e ripetuto in serie in ogni strada o centro commerciale del mondo. Quello che distingue un po’ Amsterdam dalle altre località è la presenza costante di smart shops, quei negozietti che vendono chilum, ma ancora per poco, ormai stanno aprendo anche loro in altri Paesi, moltiplicandosi come funghi. Allucinogeni.

Il museo di Van Gogh è interessante, ma poco fornito, e le opere più importanti si trovano altrove. Per fortuna le ho già viste quasi tutte qua e là, e i dipinti esposti meritano comunque una visita. Un paio di volte resto lì a bocca spalancata per un quarto d’ora a contare ogni pennellata sulla tela, fino a scivolare dentro il dipinto e immaginarmi di essere in un campo di Arles, alla fine dell’Ottocento.

Invece quando esco dal museo sono ancora ad Amsterdam, e ne ho le balle piene, oltretutto ha cominciato a nevischiare, c’è pieno di ragazzotti in cerca di emozioni lisergiche e figa in serie, il Subcomandante mugugna e dobbiamo ancora fare la spesa. Sulla via per la stazione ci compriamo l’aringa, un trolley, due formaggette e visitiamo un paio di negozi pazzeschi di abbigliamento.

Torniamo a Leiden e facciamo ancora in tempo a visitare il negozio di giochi, dove mi compro Spank The Monkey, un gioco di carte che riempirà le nostre serate all’ECLN. Non ho visto le fighe in vetrina, ma alla fine va bene così.

Michela ha preparato la pastasciutta al sugo di funghi e pancetta, e la nostra vicina ci ha spedito un paio di foto di quei due bastardi di El Bastardo e Morelia Toñita a pranzo da lei. Altro che difendere il castello dagli imperialisti! Quando torniamo a casa gliela facciamo vedere, scrocconi che non sono altro!

06/01/2010

“Chissà se la befana mi ha lasciato qualcosa nella calza”, penso appena mi sveglio, alle quattro del mattino. Probabilmente no, le ho addosso da quando sono partito, se solo provasse ad avvicinarsi cadrebbe dalla scopa. La casa è silenziosa, anche Gattino sembra essersi dimenticato di noi. Ci vestiamo e usciamo quatti quatti, poi in strada trasciniamo i bagagli sull’acciottolato facendo un casino che sembra una corsa di camion della spazzatura.

All’aeroporto facciamo il check-in alle macchinette, dove ti permettono anche di scegliere il posto; ne prendo due più avanti possibile, perfino i piloti sono seduti alle nostre spalle, speriamo di non patire il freddo durante il volo.

A differenza della Malpensa, dove le poltroncine sono poche ed essenziali, qui puoi sbragarti in salottini sparsi per il terminal, oppure sulle chaises-longues appartatenegli angoli silenziosi. A quest’ora di mattina è tutto silenzioso, la maggior parte dei negozi sono chiusi, facciamo colazione in un bar dove riesco a farmi rapinare per un succo d’arancia che sa di segatura e un espresso prelevato direttamente dal serbatoio di un 737. Ci sono anche degli atleti in tuta rossa, forse una squadra di calcio, ma non ne riconosco neanche uno.

A bordo siamo seduti in due in un posto da tre. Per approfittare di tutto quello spazio mi tolgo le scarpe e mi allungo su due sedili, in una posizione invero scomodissima. Poi mi tolgo anche le braghe, ma il Subcomandante mi obbliga a rispettare il decoro.

C’è una lampadina che non funziona, o così sostiene il comandante. Bisognerà sostituirla e ciò comporterà un ritardo di circa mezz’ora. Già che son lì col cacciavite in mano spero che riattacchino anche la turbina qui a destra, che loccia un po’.

Mi faccio odiare dalla hostess che distribuisce caffè brodoso chiedendole un tè, e quando me lo porta mi dice che quello scaracco che galleggia nel bicchiere è in realtà una spruzzata di latte, all’inglese. Neanche con l’ingrediente segreto la mia bevanda riesce a somigliare a qualcosa di bevibile. Osservo Marzia che sorseggia il suo caffè, e mi chiedo se la ritroverò ancora viva all’atterraggio.

Finalmente ci mettiamo in moto, l’aereo comincia a rollare sulla pista, lentamente, e rolla, rolla, rolla ancora. Ma quanto cazzo rolla? Va bene che siamo ad Amsterdam, ma mi sembra che si esageri..

Capisco che qualcosa non va quando le hostess chiedono ai passeggeri una colletta per pagare al casello: torneremo a casa in autostrada!

Due ore più tardi arriviamo al confine con la Germania senza troppi problemi, tranne quando il pilota ha cercato di superare un camion e per non scontrarlo con l’ala è praticamente uscito di strada.
Per lo stessa ragione non ci si può fermare a nessun autogrill, e a bordo ci si arrangia come viene, si creano lunghe code davanti alla toilette e ci sono i soliti furbi che cercano di saccheggiare l’armadietto dei sandwich. Però è divertente, sembra di essere sul pullman della scuola, sui sedili in fondo ci si passano delle canne e qualche coppia attacca a pomiciare, e in business class hanno tirato fuori una chitarra e strimpellano pezzi dei Beatles.

Prima o poi arriviamo a Milano, ringraziamo il pilota e le hostess e andiamo a prendere il treno. Appena saliti l’odore di pisciazza ci commuove: siamo tornati a casa! Davanti a noi si siede una ragazza col cappello bianco, che si scappera per tutto il viaggio. Veniamo avvicinati anche da una tizia che vuole il latte in polvere per il figlio, da uno scarcerato ieri che ha i documenti per dimostrarlo e deve fare il biglietto, dal vecchietto chiacchierone, dal sordomuto che vende pupazzetti fatti da lui in Cina, da quello che si è perso, da quello che non sa dove deve scendere, da quello che non sa dove deve timbrare, da quello di prima che quando ha capito dove doveva scendere ormai eravamo ripartiti e vuol sapere cosa c’è dopo.

“Dopo Rogoredo?”, gli chiedo.
“Dopo la vita. Salterò dal treno in corsa e non è detto che sopravviva.”
“Scherzi? Alla velocità con cui ci muoviamo puoi tranquillamente fare una passeggiata lungo i binari e risalire con tutta calma.”

La neve ci saluta dalle parti di Voghera, e fino a casa sta lì fuori ad aspettare che scendiamo per ghermirci le scarpe, ma è neve familiare, il suo freddo lo conosciamo bene e sappiamo affrontarlo. Siamo a casa, ricominciamo a brontolare per le solite magagne, la stufa, il lavoro, il disordine, la cena, i gatti..

Alla fine l’ECLN conta tanti membri quanti erano prima, sono lo zoccolo duro, ci si può fidare di loro.

..Però a quei due bastardi la casa della Lella gliela faccio vedere io gliela faccio..

Lolanda – Partenza e Delft

Alle due del pomeriggio, sprangate porte e finestre della base, ciò che resta dell’ECLN dopo lo scisma si mette in viaggio. La fuoriuscita dal gruppo di Mikowski è stata un duro colpo da digerire, ben peggiore di quella di Jack Frusciante: fra tutti i membri del comitato il Rosso sembrava quello più votato alla causa, e vederlo cedere davanti a una cuccia comoda e una ciotola di croccantini di lusso era stato peggio che se ci avesse denunciati al governo fanfarone. Neanche il gringo Jack sarebbe stato capace di un simile atto di vigliaccheria.

Superato il trauma iniziale decidiamo di partire alla ricerca di un degno sostituito, e stabiliamo come terreno di ricerca l’Olanda. Non che sia un luogo pieno di rivoluzionari, ma è quello dove la cugina del Subcomandante è andata a vivere, e per risparmiare contiamo di imbucarci a casa sua.

Il viaggio fino all’aeroporto della Malpensa non fa rilevare alcunché, tranne che portarsi dietro il netbook è stata un’ottima idea, che fra i fumetti di Hellboy e una partita a World Of Goo la stazione d’arrivo si presenta in fretta. Fin troppo in fretta, maremmammaiala! A Milano Centrale dovevo comprarmi gli auricolari!

“Posso mica guardarmi un film in aereo con le casse del pc!”
“E chi te lo impedisce? Basta che non disturbi i vicini!”
“E’ il concerto dei Rage Against The Machine!”
“Guarda, là dovrebbero venderle.”

In effetti nel duty free dell’aeroporto gli auricolari si trovano anche, solo che chi li vende è consapevole di rappresentare l’ultimo avamposto del ladrocinio prima di mettere la tua vita nelle mani del fato, e ne approfitta fino alla vergogna, facendoseli pagare quanto un Vermeer.

“Li hai comprati gli auricolari? Hai guardato se funzionano?”
“Si, credo che l’attacco sia qui, vicino all’orecchino di perla.”

Il volo è difficile, abbiamo i posti sul corridoio che ci permettono di allungare le gambe, e anche stare sull’ala non disturba la visuale, che fuori è buissimo e nuvoloso, però intorno a noi è seduta una comitiva di ragazzotti milanesi così molesti, ma così molesti che i vuoti d’aria che ti fanno venire su il pranzo sono una piacevole distrazione dal loro ciarlare scemo.

Atterriamo ad Amsterdam. Il Subcomandante mi racconta che è uno degli aeroporti più grandi d’Europa, ma è buio, e il treno per Leiden sta per arrivare venti metri più avanti, perciò di questa meraviglia vedo molto poco. Mi basta per fare i dovuti confronti con gli aeroporti milanesi, dove per raggiungere la ferrovia (la ferrovia, non il centro cittadino) devi fare a pugni per guadagnarti un posto in pullman e poi viaggiare nel traffico per almeno mezz’ora.

Michela e Andrea ci aspettano fuori dalla stazione, nonostante l’aria pungente il Subcomandante cerca subito di aggregarli alla causa, raccontando cose inverosimili dell’Italia, tipo che l’economia sta andando a pezzi, c’è un razzismo dilagante che sembra ottant’anni fa, l’informazione libera è criminalizzata e il governo è in mano a una cricca di pregiudicati.

A casa ci ingozziamo di cibi sani, salame di parma e formaggio olandese, poi andiamo a dormire col gatto di casa appostato fuori dalla porta, pronto ad aggredirci per torturarci a morte. Dal nostro arrivo è un continuo evitare i suoi assalti all’arma bianca, ma Andrea dice che lo fa per conoscerci meglio. Evidentemente strapparci gli occhi sarebbe solo un modo di conservare un nostro ricordo.

Andiamo a dormire su materassini di plastica, indossando tute acriliche, coperti da sacchi a pelo sintetici. Ogni volta che mi muovo le mani mi fanno delle scintille che sembro l’imperatore Palpatine. Quando mi addormento sogno di essere Saruman, e mi sveglio di colpo che sto facendo il discorso dal balcone al mio esercito di Uruk Hai.

03/01/2010

Ci svegliamo a un’ora fra l’indecente e il vergognoso e ci mettiamo subito in marcia per Delft, una cittadina piena di canali dove i negozi sono aperti anche di domenica. Non compriamo niente, ma mangiamo un sacco di porcherie deliziose e ci facciamo delle pere di caffè che potrei stare sveglio fino al mio ritorno a casa.

La batteria della macchina fotografica mi saluta a metà gita, e non essendomi portato la ricarica posso solo raccontare quel che ho visto dopo, senza poter esibire alcuna prova.
Non ho fotografato:
– Natalie Portman che usciva da un bar ubriaca e mezza nuda e cadeva in un canale ghiacciato;
– un’esibizione del Cirque Du Soleil sul sagrato della chiesa;
– tre suore che regalavano preservativi;
– la batmobile fatta di stuzzicadenti;
– un incredibile e spaventoso incidente stradale scatenato da una bici che sbandando urtava una macchina, che per evitarla finiva nella corsia opposta, dove transitava un camion pieno di benzina, che si metteva di traverso svuotando la cisterna addosso a una comitiva di bambini dell’asilo che prendeva fuoco e correva via urlando, accendendo roghi in ogni strada e facendo intervenire una decina di camion dei pompieri, che a causa del ghiaccio si rovesciavano tutti insieme in piazza e accendevano gli idranti, che a causa della bassa temperatura ghiacciavano di colpo generando una fantastica scultura di ghiaccio su cui si riflettevano il rosso delle fiamme e il giallo dei lampeggianti, come in un’aurora boreale futurista.

diario dalla fiera del libro

Mentre sto scrivendo davanti al monitor più rigato del mondo, in una piccola pensione cino-piemontese, nei pressi dell’ospedale Maria Vittoria di Torino, il Subcomandante è salita in camera e probabilmente la troverò già russante. Oppure sbaglierò camera, che già per farsi dare la chiave giusta è stata una commedia.
Siamo a Torino per la fiera del libro, partiti il sabato pomeriggio per vedere Ascanio Celestini e sgroppati giù da un autobus dopo mezz’ora di stumpetestampete sull’acciottolato che sarà pure sabaudo ma ti fa tornare su la cena.
E si che non era buona neanche la prima volta.

Insomma, Celestini era bello, io però ne ho visto venti minuti e poi sono andato a fare un giro, che la fiera l’è sempre la fiera, e volevo vedermene un po’ di anteprima prima di buttarmici dentro domani mattina.

La prima impressione è che l’è sempre la fiera un par di coglioni, la crisi si sente, si sono rimpiccioliti gli stand, imbruttite le standiste, ma forse è solo che nel frattempo non ci sono più i miei amici da anare a salutare. Verai che domani, quando mi siederò ad ascoltare Marino Sinibaldi farmi fahrenheit lì davanti, mi sembrerà tutto più bello.

E c’era Beppe Gambetta che schitarrava a palla, però Augias non c’è venuto a litigare con dio.
Vado a letto, che la d non funziona, ‘sta tastiera perde i tasti, fra poco si chiamerà solo era.

mari e monti

“Beato te che te ne stai in casa a riposare!”, mi dicono, come se le ferie fossero per me un periodo dedicato all’ozio più bieco. Io? Riposare? Ma quando mai! Giusto l’altro giorno ci ho provato, che dopo un’estenuante partita al gioco del Signore Degli Anelli avevo bisogno di staccare, ormai vedevo orchetti ovunque, armati di scale, accorrere sotto le mura del Fosso di Helm e fare a pezzi le mie difese sguarnite.

Me ne sono andato al mare, da solo, senza cane e fidanzata, per godermi quel po’ di sole di fine agosto che mi avrebbe regalato un colorito meno salmastro (termine che deriva da salma, ovviamente). Ho scelto Sori, bella vicina, tranquilla, popolata solo da vecchietti innocui, “metto su il vibro, leggo un bel libro, cerco un po’ di relax”. Mi sono addormentato, e al risveglio la luce era andata via.

“Ammazza quanto ho dormito”, mi sono detto, prima di rendermi conto che non stavo più in spiaggia, ma in una specie di cantina piena di roba.

“Maccheccaz..”, l’esclamazione mi è morta in gola alla vista dell’individuo che mi osservava dall’alto dello sgabello su cui era seduto: un tizio lungagnone, la faccia feroce, un tatuaggio raffigurante un fungo porcino che lotta con un’orata. L’ho riconosciuto subito, avevo già visto quell’espressione feroce al telegiornale in un servizio sulla pirateria nel mar Ligure, era il bieco Capitan Secchin, Terrore Del Tigullio, e mi aveva fatto prigioniero!

“Cosa vuoi da me? Lasciami andare, non ho niente, solo un telefonino pieno di canzoni scaricate illegalmente dalla rete e un romanzo in edizione economica!”

“Voglio il tuo aiuto”, mi ha risposto, lasciandomi basito. Come il mio aiuto? Il pirata più feroce dei sette mari ha bisogno di aiuto? E per fare cosa?

“E per fare cosa?”, ho ripetuto ad alta voce, dato che dubitavo che potesse leggere la voce narrante.

“Per andare a pesca di mormore!”, mi ha detto. “Carica tutta questa roba in barca!”, mi ha indicato dei grossi secchi blu, i remi, il motore e un salvagente.

“Grazie signor pirata, ma non occorre disturbarsi, sono un provetto nuotatore!”

“Non è per te, idiota, è per lui!”, mi ha risposto indicando un altro losco figuro che stava in silenzio a osservarmi, nell’oscurità. Era il suo socio, il Piratarquata, il secondo filibustiere più feroce che abbia mai solcato i mari. Giusto per dare un’idea, si dice che sia talmente sanguinario che anche il mare ha paura di lui, e la prima volta che ha messo in acqua il suo vascello le onde si siano ritirate fino a farlo incagliare, e da allora sta là, ad Arquata, ad aspettare che torni la marea per poter salpare.

Fino ad allora presta il proprio servizio ai bucanieri più feroci e barcadotati, come Secchin.

Il Piratarquata è venuto verso di me e mi ha porto un secchio, suggerendomi di adoperarlo se volevo vomitare. Ho ringraziato, rassicurandolo sulle mie condizioni di salute, e lui me l’ha sbattuto in testa strillando “E allora alza il culo e carica la barca!”.

Appena tutto il materiale è stato messo a bordo abbiamo preso il mare, Capitan Secchin di poppa, a vegliare sul motore, il Piratarquata nel mezzo, a controllare che non ci speronasse una lampara, e io ai remi, a vogare come una bestia, che la benzina costa e il motore spaventa i pesci.

Una volta raggiunto il (lontanissimo) punto di pesca Secchin e il Piratarquata hanno gettato il palamito, mentre io boccheggiavo per la fatica.

“Allora? Che fai, ti riposi?”, mi ha detto il terribile secondo. “Pant!”, ho cercato di rispondere, ma lui mi ha sbattuto il solito secchio sulla testa e si è messo a strillare “Riportaci a riva! E’ ora di andare a dormire!”.

A dormire loro, chissà dove, io sono stato legato alla barca a vegliare sul motore e sul salvagente fino all’alba.

Il mattino successivo capitan Secchin si è presentato di nuovo, con un altro equipaggio. Stavolta si trattava del ferocissimo Capitan Filippo Barbanera e del suo aiutante, Medusa Occhioditriglia, ricercati fino alle Barbados per atti di pirateria e furto di focaccia. Ho saputo da loro che il Piratarquata è stato catturato da James Brooke, il rajah di Sarawak, ma è subito riuscito a fuggire portando con sè la nipote del tiranno, Marianna. I due sono convolati a nozze e partiti in luna di miele in Canada, o negli Stati Uniti, o forse in Australia, il racconto a questo punto non è molto chiaro.

Chiarissima invece era la mia condizione di prigioniero, costretto a riprendere il mare per tirare su il palamito. Razze, stelle marine, pericolosissime agne (agne? agne, agne..), gronchi, polmoni, subbaqui, pesci paduli, di tutto abbiamo tirato su sotto quel sole a picco che ci squagliava il cervello, e quando sono finiti gli ami e la pesca non è stata sufficiente qualcuno ha suggerito di buttare in mare me, per cercare di attirare qualche pesce più grosso. A quel punto mi sono dato alla fuga nel modo più veloce che conoscevo, cambiando canale.

Capitani coraggiosi

Sul terzo infatti trasmettevano Alle Falde Del Kilimangiaro, con quella scassacazzi di Licia Colò, che la detesto da quando faceva Bimbumbam. Il servizio parlava del Monte Reale, e della difficile impresa tentata dai due scalatori Compabloni e Lajackelli. Qui sotto le foto.

Monte Reale

grigliata domenicale

Che non ne ho voglia di scrivere quello che ho già scritto sul blog delle cappe, dove non avevo voglia di scrivere neanche lì, ma devo farlo anche se ci ho sonno, perciò copio come dal mio compagno di banco.
E lo so che ho già intitolato un altro post così, ma questo è un avviso, voi siete naviganti, quindi non scassatemi la minchia e leggete.

Attenzione attenzione!
Annunciaziò annunciaziò!

DOMENICA 13 LUGLIO
ora di pranzo grossomodo

GRANDE GRIGLIATA
CAPPESTRE
COMEQUELLADELLANNOSCORSO
NELSOLITOPOSTODELLANNOSCORSO

A RONCO SCRIVIA
presso la trattoria CHEZ UGO
dove per Ugo si intende il mio asino

MENU VARIABILE
nel senso che ognuno si porta quel che gli pare
oppure lo frega agli altri mentre pisolano sull’amaca

ACCORRETE NUMEROSI!

SI ATTENDONO CONFERME VIA MAIL O TELEFONO

gita semicappestre

Essiccomeche la gita non era proprio cappestre, ma semicappestre, per via di certi elementi del gruppo che alle Cappe non ci sono mai entrati, e soprattutto per via che non era stata fatta nessuna locandina per la gita da mettere sul blog, anche se quello via, uno poteva anche farlo dopo e poi spacciarla per gita ufficiale cappestre, ma siamo tutti gente onesta che certe cose non le farebbe mai, anche se a ben guardare fra di noi c’era qualcuno che proprio onesto onesto non è, che io lo so che certe mascalzonate le ha anche fatte, ma non sono io a dover giudicare, prima o poi qualcuno più in alto di me giudicherà, e poi se proprio dobbiamo dirla tutta neanch’io sono un santo, però ho un amico che si avvia sulla strada della santità, e l’ultima volta che l’ho sentito, sarà più o meno un anno e mezzo fa, ci stava provando di brutto a farsi santificare, sperava anche che gli venissero le stimmate, poi è sparito e qualcuno ci è anche rimasto male e gli ha augurato che le stimmate gli venissero per davvero, ma nel culo, grosse così che non si potesse più sedere per un mese, ma tanto a lui non gli serve sedersi, che in quanto Fedele Servo Del Signore è tenuto a stare ginocchioni, altrimenti sarebbe l’altro Fedele Servo, quello che Fedele lo fa di nome, e il suo signore è quell’altro piccoletto, che oggi ha nominato Schifani presidente del senato, che tutte le volte che ci penso mi domando se non avrei fatto meglio ad andare a votare, ma poi penso subito che no, a votare per salvare il paese da quelli lì non ci vado più, che se ti allaghi la casa per evitare che prenda fuoco sei un cretino, e io alla mia casa ci tengo, anche se magari poi non lo dò tanto a vedere, che delle cose che contano se ne parla poco quando si diventa discreti, e l’età e l’esperienza mi hanno abituato a tenermi vicino le cose importanti, la famiglia, l’amore, gli ideali, e qualche volta ci penso a scrivere due righe per quella tizia che mi obbliga a guardare chilavisto invece di Beato Pinuccio Brenzini, ma poi non trovo le parole, che fra noi le cose si è abituati a leggersele addosso, negli sguardi e sulle dita, e allora vado avanti e racconto invece di quella gita in salita che abbiamo fatto il giorno in cui Frenc e Gionni liberavano l’Italia da Frizz e Italo e noi invece di andare a salutare Napolitano e a fischiare il rappresentante ligure del tedesco biancovestito siamo saliti fino in cima e abbiamo mangiato i pansoti e abbiamo fatto un mucchio di foto, che io la mia parte di quel mucchio le ho messe su un sito che potete vedere qui:

 

Monte Santa Croce

è la Liguria una terra leggiadra, il sasso ardente, l’argilla pulita, e dei sentieri ripidi dove sbuffi come una locomotiva

Grande trasferta dell’E.C.L.N. quest’oggi, un’escursione premio alle Cinque Terre come ricompensa per non avere spaccato più niente negli ultimi tre giorni. El Bastardo era fra i premiati, ma è rimasto a casa a sorvegliare i suoi croccantini, perché dice che poi arriva quel randagio di merda e glieli frega. Poi si sa che i gatti e l’acqua non vanno granché d’accordo, e da quelle parti acqua ce n’è ben ben.

Restiamo io e il Subcomandante, a scarpinare per i sentieri da Riomaggiore a Vernazza. L’idea era di concludere a Monterosso, ma una spiaggia a metà itinerario ci ha obbligati a fare delle scelte: fare un bel bagno e rilassarsi un paio d’ore o arrampicarsi su per una scalinata da capre in mezzo alle rocce col sole a picco? Si conclude a Vernazza, punto.

Il primo tratto è semplice, sembra la passeggiata di Nervi più stretta e traboccante di tedeschi, da Manarola a Corniglia si va via bene, anche se la scalinata finale rompe un po’ le balle, l’ultimo pezzo è più insidioso, ma ce la puoi fare benissimo. A meno che non lo affronti da Vernazza in scarpette ballerine e borsetta, come ha fatto una squilibrata che abbiamo incrociato insieme al marito.

A Vernazza delle turiste d’alto bordo, o così tentavano di vendersi, interrogavano una vecchietta su quanto l’impatto dei turisti abbia cambiato le abitudini locali. Questa poveretta se ne stava su una panchina a godersi il fresco, cercando di non farsi travolgere dalla fiumana romanomilanese che le scorrazzava davanti. Mi piace pensare che il suo primo impulso sia stato di rispondere:
“M’ei ruttu u belin tutti quanti, nu possu ciù anà a cattà che me tucca fà n’ùa de cùa perché ghe sei vuiatri, nu possu ciù tegnì u barcùn avertu perché chì sutta fèi in casin du sacramentu, se vegnu zù duì menùti me vegnì a rumpì a mussa cun e vostre belinate, e a vostra amiga chi a me s’è assettà in sciu’u baccu, e se a ne se leva d’in ti pè ghe gìu na mascà che a cacciu pè tèra!”
Ha risposto educatamente, si è fatta restituire il bastone e se n’è andata. In compenso la risposta in dialetto l’abbiamo intonata noi, seduti sulla panchina a fianco, ma le turiste curiose non hanno capito.

vento d’estate

Quando comincia la bella stagione mi capita di trovarmi in macchina in viaggio verso Genova, e finire improvvisamente imbottigliato in una di quelle code che sai quando ci entri e non sai quando ci esci, e non è mai una bella sensazione. All’inizio magari si, abbassi i finestrini, ascolti l’allegro cinguettio dei gas di scarico del camion alla tua destra, e speri di cavartela con dieci minuti di ritardo, ma ci sono delle volte in cui scopri che ce ne devi aggiungere qualcuno di più prima di arrivare a destinazione.
Io per esempio l’altra sera ce ne ho aggiunti centodieci. Due ore per andare da Ronco a Nervi, e va bene che si chiama Nervi, ma non significa che deve per forza farmici arrivare nevrastenico. Aggiungete poi una buona mezz’ora per arrivare a San Desiderio, che quando comincia a farsi l’ora di cena e sei a stomaco vuoto e sei inscatolato in macchina da ore, è più di un santodesiderio, somiglia a una specie di allucinazione mistica.

Io lo so chi è che provoca le code, ne ho anche già parlato da qualche parte qui sopra, probabilmente in una stagione simile a questa, sono i Milanesi Che Vanno Al Mare. Sono la categoria peggiore che esista, anche più dei famigerati Tedeschi In Gita Sul Lago. Se dovessi stilare una classifica dei mezzi di trasporto più lenti che si possano incontrare per strada questa vedrebbe i Tedeschi In Gita Sul Lago soltanto secondi, e il Carro Dei Monatti addirittura terzo. I primi sono sempre loro, i maledetti Milanesi Che Vanno Al Mare, sfreccianti giù per la A7 nei rettilinei fino a Serravalle, ora ribattezzata Serravalleautlet, cauti nelle prime curve fino a Busalla, paralizzati nel tortuoso tratto appenninico. Non importa che siedano su macchine dotate di ogni sicurezza, dall’abs alle ruote cingolate, ogni volta che incontrano una curva, sebbene di lieve entità, frenano in corsia di sorpasso, scalano quinta seconda, avanzano ai quindici all’ora nonsisamai metti che dietro la curva si apre un baratro pieno di coccodrilli un camion ribaltato in fiamme un chiosco abusivo di gelati o piadine, che quelli delle piadine sono inarrestabili, li aprono ovunque, in continua concorrenza con l’arabo dei kebab. E tu dietro non puoi far altro che assecondarli, maledicendo l’ingegnere della motorizzazione che li ha patentati, e aspettare che si degnino di liberare la corsia e andare a parcheggiare nelle apposite piazzole.
Ma no, loro possiedono auto di cilindrata a sedici zeri e prezzo a ventiquattro, non si abbasserebbero mai a occupare la corsia di destra, non è sufficientemente nobile per i loro lussuosi e potenti veicoli, così mostrano tutta la propria incapacità nella corsia più esterna, impedendo il sorpasso a chi si trova dietro.
Quando dietro ci sono solo io pazienza, mi tolgo la soddisfazione di restituire loro gli abbaglianti con cui mi hanno allietato nel breve rettilineo qualche chilometro prima, e appena possibile mi gonfio come un tacchino facendomi strada con la mia modesta lanciaipsilon; ma quando dietro c’è tutta la Valle Scrivia, il Basso Piemonte e buona parte di Lombardia con qualche accenno di Svizzera, Francia e Germania, allora sono cazzi. Allora basta uno di questi figli di una tangenziale per paralizzare tutto il paralizzabile.

Questa considerazione la posto alla vigilia di un esodo che si prospetta lungo e difficoltoso, fino a Moneglia, in una domenica assolata e trafficata, ma soprattutto di ritorno da Moneglia, quando il uicchend lungo sarà agli sgoccioli, e tutti i Milanesi Che Vanno Al Mare si trasformeranno nei non meno pericolosi Milanesi Che Tornano Dal Mare, e si immetteranno in autostrada tutti insieme con le loro grosse macchine che non sanno stare a destra, e tutti vorranno sorpassare chi gli sta davanti, e si creerà un lunghissimo ingorgo nel quale, ci scommetto, verrà a trovarsi una piccola indifesa lanciaipsilon, che non aveva altra colpa che di essere stata invitata a un matrimonio in Riviera.

Stavolta però mi faccio furbo, mi porto dei fumetti e un panino.