this is never going to work

Oggi è un anno da quel tramonto sulla Terrazza del Gianicolo a pensare che certo, la sostanza è importante, ma se devi baciare una ragazza un panorama del genere ti fa metà del lavoro.

È stato un anno di controlli bagagli e classi economiche, cartelli che non sappiamo leggere, strade che non finiscono mai.

Timbri sul passaporto, visti d’ingresso, perquisizioni in metropolitana, stazioni di polizia, dove abiti, quando te ne vai, fammi vedere i documenti, è vietato fare le foto.

Quanto costa? Cosa c’è dentro? È ancora vivo? Come si dice portamene un altro?

Praga, Roma, Venezia, Pechino, Shanghai, non è mica facile mantenere degli standard così alti, domani ti porto a cena a Parigi.

vabbè ma così son buoni tutti

La tua lingua non la so parlare, tu la mia neanche, un inglese ci direbbe che non sappiamo neanche la sua, ci siamo inventati una comunicazione ibrida fatta di spazi enormi, città grandi come stati, distanze inimmaginabili infilate dentro un rettangolino di vetro e plastica, desideri chiusi in tastiere microscopiche e verbi che non esistono. Sarà per questo che non scrivo mai di te, perché nelle parole che dovrei usare non ci sei.

Dovrei comprare un biglietto e cucinare ingredienti che non conosco e dire al telefono di spiegare alla guardia che sto aspettando la mia fidanzata perché ho bisogno che sappia che se sto qui a scrivere su una tastiera che neanche funziona bene è perché un anno più tardi non importa quanto sei lontana, ti porto in tasca tutti i giorni, ma se ti ho vicino è meglio.

E non lo so quando troveremo il modo di stare insieme, se sarà qui o laggiù o in un altro posto, e cosa ci lasceremo dietro e a che prezzo; so che succederà e che ne varrà la pena.

“E presto delusi dalla preda gli squali che laggiù solcano il golfo presto tra loro si faranno a brani”

Ultimamente non scrivo molto, che è un modo un po’ vile per nascondere che non scrivo proprio niente neanche se mi metti una penna in mano e una pistola in faccia, ma non mi sembra di avere un’opinione che valga la pena condividere in una società in cui tutti dicono sempre la cosa giusta e tu invece sei un coglione, e quanto a inventare storie mi sembra che vivere in una distopia renda vano qualunque sforzo di creare qualsiasi cosa più interessante della cronaca.

Però leggo molto, e una delle cose migliori che ho letto oggi è questo post.
Lo ha scritto Alessandro, un mio amico di cui spesso diffondo il materiale, perché ha uno stile che mi piace, è intelligente e cerca sempre di aggiungere qualcosa alla discussione. Stavolta lo condivido perché si fa una domanda che mi sembra fondamentale:

“Come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (…) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?”

È evidente che il dibattito sull’attuale situazione politica si è polarizzato come e più di quando al governo avevamo il Circo Di Silvio con tutto il suo codazzo di nani e ballerine; il gioco è passato dal “Seguitemi e vi farò ricchi come me” al “Siete in grave pericolo e solo io posso salvarvi”, riaccendendo una brace di odio e ignoranza che evidentemente era rimasta inattiva per decenni, aspettando solo la giusta corrente d’aria per innescare un altro incendio.

Il Ministro Di Tuttoquanto neanche ci prova a indossare i panni che gli sono stati assegnati e diventare un rappresentante del Paese e delle sue istituzioni, continua a rappresentare solo sé stesso e i propri interessi il suo elettorato, servendosi della carica governativa come amplificatore di notizie perlopiù false o ampiamente esagerate, al solo scopo di spaventare il suo pubblico e guadagnare consenso.

C’è una tale differenza fra gli spauracchi alimentati dall’Indossatore Di Felpe e la dimensione reale dei medesimi che diventa normale porsi la domanda di Alessandro: come se ne esce?
Perché è evidente che smontare le balle è utile come l’omeopatia, mostrare all’infinito le statistiche fornite dallo stesso Ministero dell’Interno dove c’è scritto grosso così che non esiste nessuna emergenza immigrati, spiegare per l’ennesima volta che no, i vaccini non provocano l’autismo, no, non esiste un piano di Soros per sostituire gli italiani con gli africani, e no, il bambino annegato che hai visto in fotografia non è un fotomontaggio, ti espone solo a commenti che prima di oggi avresti potuto trovare solo al Monty Python’s Flying Circus per quanto sono assurdi. Eppure la situazione è questa, ci sono due schieramenti che si affrontano con gli stessi toni pre-derby di quelle città dove l’agonismo è cattivo, una parte grida stupidi, l’altra rosiconi. Schierarsi non serve, astenersi è impossibile.

Annamaria Testa, su Internazionale, parla della piramide di Maslow, di come ingabbiare le persone nelle proprie paure risponda a una strategia precisa e di come offendere o perculare queste persone non faccia che rinforzare la loro gabbia.

Che poi parlo della “loro gabbia” come se io fossi libero, ma mi sono solo chiuso nella gabbia che sta di fronte, fatta di altrettanti pregiudizi e rigidità.
E allora chi sono io per intervenire? È giusto cercare di fermarli? È necessario?

Questo modo di fare politica, e soprattutto il consenso ottenuto abbassando l’asticella della civiltà invece di elevare le persone, è nocivo. Muoiono delle persone a causa di questa politica, quindi sì, è ovvio che sia necessario intervenire.

La risposta politica non ce l’ho, e non ce l’ha neanche la politica, visto che ad oggi l’unica voce vagamente di sinistra in Italia è rimasto il Papa, quando non prende lo xanax. Da un punto di vista umanitario ho una mia opinione, che va nella direzione opposta di quella perseguita fin qui, legata in parte a statistiche, e molto di più al fatto che ignorare chi viene trattato come una bestia ti rende una bestia anche peggiore.

Solo che ti ridono in faccia, le bestie vere, ti dicono cose che dieci anni fa si sarebbero vergognate di sussurrare in privato, e io non so cosa rispondere, perché la violenza non è mai una risposta, neanche quando è Karl Popper a suggerirtela.

Vabbè, lui non ha mai detto di picchiare i nazisti, ma se lo immagino seduto al bar a mangiare un gelato pistacchio e stracciatella mentre al tavolino accanto due idioti  persone intolleranti  idioti commentano con soddisfazione il naufragio di un barcone in mezzo al Mediterraneo non ce lo vedo a controbattere civilmente che certe forme di intolleranza non possono essere accettate in una società civile, secondo me si alza e il gelato lo spalma in faccia a uno dei due, e l’altro lo mena con la sedia. Perlomeno è quello che vorrei fare io.

Perché anch’io ormai sono diventato una vittima di questa semplificazione binaria: se qualcuno in buona fede mi dice che “bisognerebbe fermarli prima che partano, così non muoiono” non penso che questa persona sta esprimendo un parere magari anche condivisibile, penso di avere di fronte uno che nel migliore dei casi va dall’omeopata e nel peggiore offende i mendicanti fuori dal supermercato.
È sbagliato, sono così abituato a vedere la malafede dappertutto da avere smesso di concedere il beneficio del dubbio. Credo che ci sia una categoria di mezzo fra i due poli, fatta da quelle persone che di fronte alla povertà si sentono a disagio, e allora votano per tenerla lontana. Sono quelli che al semaforo abbassano gli occhi a cercare una stazione decente nell’autoradio per non dover dire no al mendicante. Non è che il mendicante gli stia sul cazzo o che si facciano chissà quale calcolo, è che questo tipo di transazione basata sulla pietà li fa sentire in colpa, e a nessuno piace sentirsi in colpa.

È ancora egoismo e ipocrisia, ma meno consapevole. Poi è chiaro che non è il soldo al tizio del semaforo a giudicare una persona, sono sicuro che il Ministro delle Felpe in persona ogni tanto regala dei cinque euri per zittire i detrattori, e sono sicuro che in questa idiocrazia risulta anche convincente.

Sto uscendo dal seminato, e sto continuando a dividere il mondo in buoni e cattivi, mettendomi sempre dalla parte dei primi, quindi torniamo al volo alla domanda di partenza.

Il debunking non funziona, siamo troppo schierati per ascoltare le ragioni della parte avversa; la lotta armata non ha funzionato negli anni passati, non vedo come potrebbe farlo ora; esularsi dall’agone politico è quello che ha fatto la Sinistra un’elezione alla volta, e guarda dove siamo finiti; percularli è divertente, ma fin troppo facile, oltre a non ascoltare le tue ragioni si prendono troppo sul serio per rispondere con altrettanta ironia. E d’altronde quando mai si è visto un comico di destra? Intenzionalmente comico, intendo.

Forse l’unica via è lavorare sull’immagine che gli italiani hanno dell’immigrato, smontarla, mostrare chi sono queste persone, da dove arrivano, come vivono, ma senza relegarli nella rubrica da tg3 “guarda cosa ti combina il negretto”, che però essendo il tg3 avrà un nome più colto tipo “l’Italia di domani”. Integrazione reale invece di serragli, convivenza alla pari invece di carità, partecipazione attiva invece di ospitate in costume tipico. Non chiedetemi esempi, perché vivo in un piccolo paese, e tutti gli esempi che mi vengono in mente riguardano la realtà locale, il negozio di alimentari che tiene prodotti halal e la festa di quartiere organizzata con tutte le persone che in quel quartiere ci vivono. E comunque nel mio piccolo paese vivono un sacco di immigrati e nessuno si lamenta, lavorano, fanno la spesa e aprono negozi come chiunque del posto. Però i profughi che stavano in croce rossa li hanno mandati via perché creavano problemi. Eh, loro erano negri.

C’è un’altra soluzione, la più difficile, ma in questo momento l’unica che mi sento di suggerire a chiunque, me compreso: andarsene. Lasciare l’Italia in mano ai fenomeni del cambiamento e delle idee rivoluzionarie, ai teorici della sicurezza, a quelli che fuori dall’euro si vive meglio, senza gli stranieri si sta più sicuri, chiudendo i kebabbari attiriamo più turisti. Lasciargliela per una decina d’anni e poi tornare a vedere quanti ne sono rimasti vivi, dopo che avranno cominciato a sbranarsi fra di loro.

il problema dei negri

Se il titolo urta la vostra sensibilità potete tranquillamente sostituire “negri” con “poveri”, tanto è di quello che stiamo parlando, ma credo che “negri” sia più appropriato: secondo me vi stanno sul cazzo anche i negri integrati, quelli che non sono sbarcati stamattina sulle nostre coste e minacciano la vostra sicurezza.

È di questo che vorrei discutere con voi, direttamente, senza fare tanti giri e nasconderci dietro il diritto internazionale, dietro quelli che sugli sbarchi dei migranti ci lucrano, dietro la differenza fra clandestini e richiedenti asilo, tanto lo sappiamo che sono tutte cazzate, che di diritto internazionale ne sapete quanto ne so io, che equivale a zero.

La verità è che queste persone voi non le volete perché sono negri. Non neri, africani, stranieri, no, non cerchiamo compromessi politicamente corretti, nella vostra piccola testa (perché è piccola, limitata e sta soffocando, ma agli insulti ci arriviamo dopo) sono negri. Come nel secolo scorso, come nelle barzellette che vi raccontavate da bambini, nell’immaginario collettivo da cui abbiamo pescato tutti per un po’, voi e io, e che adesso qualcuno ci sta smontando perché sarebbe offensivo. Adesso non li potete più chiamare negri, considerarli inferiori, fargli il verso usando la b al posto della p e coniugando tutti i verbi all’infinito. Adesso l’ultimo scalino della scala evolutiva non può più essere occupato da un africano dalla pelle scura, perché è sbagliato, è degradante, e già che ci siamo da oggi toccare il culo a una donna, fischiarle quando passa per strada, fare apprezzamenti sul suo fisico, è considerato una molestia sessuale, e si rischia la denuncia.

Lo so, è difficile da accettare per qualcuno dall’intelligenza limitata come voi (no, neanche adesso vi sto insultando, quello me lo tengo per dopo), ma averla passata liscia per tanti anni non significa che il vostro comportamento fosse giusto, solo che i giudici erano ottusi quanto voi.

Ma torniamo ai negri. Se aveste delle obiezioni serie al loro arrivo nel nostro Paese non ci sarebbe niente da dire, un pezzo come questo non lo avrei neanche scritto e avrei passato di sicuro una serata migliore davanti a un film, ma quando vi chiedo perché siete contrari all’immigrazione mi rispondete con una cantilena di luoghi comuni e cazzate così ignoranti da farmi esplodere il fegato. Sono sempre le stesse, a chiunque chieda un parere ottengo sempre la medesima risposta, si vede che anche formulare un pensiero personale vi costa troppa fatica, e prendete per buono il primo che trovate su facebook, postato da un altro genio amico vostro.

Sciorinate sempre lo stesso articolo, la stessa foto, lo stesso commento. Avete un’unica fonte di informazione, che gira e rigira siete sempre voi, chiusi in un recinto che non ammette altri punti di vista.

Potrei redigere un elenco dei luoghi comuni dietro cui vi nascondete, e spiegarvi perché sono tutte cazzate. Potrei fornirvi numeri, mostrarvi le fonti e suggerirvi di andarvele a leggere, ma sarebbe tempo sprecato, a voi non interessa informarvi, volete soltanto crearvi un alibi che vi permetta di sfogare il vostro razzismo senza sentirvi in colpa.

Qualche anno fa era più difficile, esisteva un’idea comune di razzismo, e più o meno si cercava di tenersene lontani. Non era accettabile semplicemente perché non c’era nessun leader a difenderlo. Al limite qualche nostalgico del nazismo, ma erano troppo pochi e mal rappresentati; assecondare il loro punto di vista era ancora considerata una cosa deplorevole.

Oggi le cose sono cambiate, oggi avete un leader, uno del popolo, uno che vi rappresenta in Parlamento senza ricorrere a tutta quella baracconata di svastiche e saluti col braccio teso che evocano un sacco di ricordi sgradevoli. Lui non vi chiede di imparare a marciare al passo dell’oca, vi lascia liberi di manifestare il vostro razzismo più genuino, quello che coltivate da sempre verso il diverso, l’altro, con la pelle di un altro colore e abitudini che non riuscite a capire, che parla un’altra lingua e vi fa sentire ignoranti.

State sereni, non è che vi sentite ignoranti, lo siete. Non studiate mai niente a fondo, per voi la conoscenza è una perdita di tempo, i giornali sono una perdita di tempo, i libri li avete abbandonati insieme alla scuola.

E ve ne fate un vanto. I vostri nonni si toglievano il cappello davanti al “ragioniere”, dove ragioniere significava qualcuno che aveva preso una laurea, ma anche solo un diploma. Voi disprezzate chi parla di cose che conoscete, avete elevato a virtù la vostra pochezza, e decidete da soli a chi dar retta.

Di solito è quello che parla più semplice, che vi spiega le cose in due parole e in altre due vi fornisce una soluzione. Perché la ragione è faticosa, molto meglio polarizzare, cancellare le sfumature, giusto e sbagliato, buono e cattivo, eroe e mostro. Un’intelligenza binaria che si pone al di sopra di qualunque laurea. Cosa contano anni di studi, esperienze, titoli, di fronte a un articolo su internet che dice che i vaccini provocano l’autismo? L’omeopatia, il fruttarianesimo, non esiste un limite alla vostra accettazione dell’esotico: se una cosa la fanno in tre non significa che non funziona, ma che i poteri forti la vogliono tenere nascosta, quindi è lì che si nasconde la verità. Siete così propensi al complotto da bervi qualsiasi idiozia vi venga propinata, basta che ve la dicano a bassa voce.

Vi credete liberi pensatori, ma è perché siete così ciechi da non vedere più le sbarre.

Ma sto divagando, volevo parlare degli idioti razzisti e sono finito a trattare degli idioti in generale, ma se metto in mezzo anche loro non finisco più.

Restiamo a noi, cari piccoli razzisti dei miei coglioni. Non sarebbe più semplice se ammetteste il vostro fastidio? Invece di trascinarci in conversazioni odiose, a fare la gara a chi ce l’ha più grosso, a tirarci fuori spiegazioni che neanche ascoltate, non sarebbe più rapido se diceste chiaramente che voi questi qui non li volete perché sono negri?

Non gli stranieri, in Italia arrivano molti più cinesi e ucraini che africani, ma non ve li cagate di pezza. Si comprano i vostri negozi, i vostri bar, le vostre squadre di calcio, il vostro lavoro e non fate una piega, per voi il nemico da abbattere è l’africano che raccoglie pomodori a tre euro l’ora e ruba il lavoro agli italiani. Come se ci fosse un italiano disposto ad andare a raccogliere pomodori a quella cifra. Neanche più i caporali sono italiani oramai: rendeva troppo poco anche maltrattarli, i negri.

Ora non è che voglio puntare il dito contro i cinesi, per me se mi danno un lavoro mi ci trasferisco pure, a casa loro, e ve la lascio questa bella Patria da difendere. Magari torno fra vent’anni, a vedere cosa siete stati capaci di fare. Se li avete cacciati tutti alla fine, se avete chiuso i porti, vi siete fatti rispettare dall’Europa, avete fatto la voce grossa con la Germania cattiva.. No, non cattiva, nazista. Per voi la Germania è ancora nazista. Poi bruciate gli zingari dentro le roulottes, ma i nazisti sono loro.

Mi fate proprio cagare, e non tanto per il vostro razzismo, quanto perché siete così vigliacchi da non ammetterlo neanche. Perché siete ignoranti, sprofondati nella vostra pigrizia, così limitati da non vedere l’ovvio, da cadere sempre negli stessi errori. Avete avuto un leader carismatico che vi ha portato in guerra, ma vi siete dimenticati e ne avete eletto un altro. Avete scoperto che rubava e ne avete eletto un altro. Che mentre andava a zoccole vi ha lasciati in mutande, e ne avete scelto un altro. Altri due, che uno solo non bastava. Questi non hanno neanche dovuto sbattersi a costruirsi un’immagine di leader vincente, siete così disperati che vi buttereste tutti in fila dietro Wanna Marchi, se fondasse un partito e vi promettesse di darvi gratis la sua polverina magica.

No, non disperati, idioti.

for no one

Immagino la tua faccia e anche la mia assume un’espressione diversa, come quando mi guardavi e mi chiedevi di baciarti, o quella che avevo la sera in cui ti sedevo davanti e la parete grigia ti rendeva parte di un quadro che non avrei mai smesso di contemplare, come si fa con gli stereogrammi, che dopo un po’ viene fuori l’immagine in tre dimensioni oppure un gran mal di testa.

Mi si conficcano negli occhi questi momenti, quando facevamo qualcosa insieme e avevamo ancora i vestiti addosso. Sarà perché erano così rari che me li ricordo tutti; il sesso unisce, ma era altrove che costruivamo il nostro rapporto. Tu dall’analista, io al bar.
Poi ci vedevamo, ti nascondevo i vestiti e ti rivestivo delle mie mani.

Era splendido, finché durava, poi dicevo qualcosa di sbagliato e ti offendevi. Sei sempre stata una donna permalosa, non ci voleva molto a farti perdere la calma. Una volta è bastato dire sì. Va bene, la domanda era “ami un’altra?”, ma se avessi risposto no sarebbe stato lo stesso, quando ti prendevano quei momenti bastava la mia presenza a creare una discussione.

Eri un’esperta di litigio retroattivo, tiravi fuori cose che avevo detto al nostro primo appuntamento, mi sbattevi in faccia frasi pronunciate quand’era ancora vivo Cheope.

Che adesso ci rido, ma è la sindrome del sopravvissuto che guarda indietro e niente gli sembra più così orribile, solo perché è riuscito a superarla.
Se ne vedono di continuo agli incontri per la terapia di gruppo, dove c’è quello che si alza e fa “Ciao a tutti, mi chiamo Peppo, e sono già tre mesi che non rimango coinvolto in un incidente aereo” e tutti ciao Peppo, bravo Peppo. Se lo fai parlare capisci che è ancora traumatizzato, ti dice “Avessi visto che figata, si è aperto uno squarcio nella carlinga e la gente veniva strappata via dai sedili e sputata fuori come i semini dell’anguria. Da morire proprio!”, poi si mette a fissare il vuoto e il sorriso si cristallizza in una smorfia.

Anch’io ogni tanto fisso il vuoto e mi perdo a sfogliare l’album delle figu che mi sono appiccicato addosso, una per ogni taglio che mi hai aperto nella schiena. Lo so, i cerotti funzionano meglio, ma mi mancava solo lo scudetto della Pistoiese per finire l’album, ho dilapidato uno stipendio in quella dannata edicola, non immagini quante doppie ho ancora in giro per casa.

Non tante quanti i tuoi accendini, comunque. E i filtri, quelli li ritrovo ancora nel letto, ma non è colpa tua, sono io che non ho più cambiato le lenzuola: pensavo di aspettare ancora qualche anno e poi venderle come un Pollock inedito.

Ma anche quando fisso il vuoto, senza la dolcezza che cresce col ricordo, né la tenerezza di chi riconosce anche le tragedie passate come una parte preziosa della vita, né l’indulgenza che si riserva ai propri errori, anche quando riesco a dimenticare i momenti in cui ti avrei investita col trattore per come mi facevi le pulci a ogni singola parola che pronunciavo compresi i rutti e i fonemi ad essi correlati, tipo aiuola e uaioming, anche in quei momenti di sospensione del giudizio e dell’incredulità riconosco che l’uomo è una creatura imperfetta e va amato per i suoi difetti, che sono ciò che lo rende unico.
E la donna va amata di più, perché oltre a quello ha pure le tette.

Erano aspetti della tua persona, la linea costiera del tuo carattere, fatto di spiagge su cui fioriscono i gigli e di sassi taglienti e ricci velenosi nascosti sotto la sabbia. Ci vuole coraggio a frequentare quei tratti di costa, e io quel coraggio non ce l’ho avuto. Dici che basterebbe un paio di anfibi, ma al mare con gli anfibi, d’estate, scusa, no.

Ti mettevi la mano davanti alla bocca, e spalancavi gli occhi, e dicevi voglio solo morire, e ggirato con due gì, e quando ti baciavo sapevi di menta e malinconia, e il tuo sorriso era come il fiore di una pianta che sboccia quando decide lui e mai quando c’è qualcuno che lo può fotografare, si vede che è come quei capi indiani convinti che gli freghi l’anima, o i punk londinesi che sticazzi dell’anima io voglio i soldi.

Ti ho trovata in un giorno di pioggia, ti ho persa al primo sole, non sono mai stato bravo con gli stereotipi.
E neanche con le lettere, la prima che ti ho scritto è la stessa con cui ti saluto. Non aggiunge, non spiega, ti lascia com’eri. Sarà che il tempo delle spiegazioni è passato, che non piove più da mesi e si è inaridita la gola, che mi hai lasciato senza parole.

bombe di profondità

Che poi in dieci minuti prima di tornare a lavorare non lo scrivi un post, specie se non hai niente da dire, che certe volte avere qualcosa da dire equivale a non dover dire niente, che hai da dire cose che hai già detto mille volte o che una delle sette regole per vivere meglio ti suggerisce di non dire. Le sette regole per vivere meglio una dice di non dire sempre le stesse cose, le altre sei non me le sono ancora inventate, datemi tempo, ho solo un quarto d’ora per scrivere questa cosa e se mi metto anche a pensare a sette regole per vivere meglio arriva l’una e mezza che sono ancora alla riga che inizia con 2.
Ma allora perché dovresti scrivere qualcosa se non hai niente da dire, si domanderà qualcuno che passa di qui con noncuranza, ma tipo tutti i giorni e tutti i giorni sbuffa perché l’ultimo post è quello sui narcisi che a questa persona neanche è piaciuto e un po’ ci si è pure riconosciuta, si vede che alla fabbrica di code è arrivato un nuovo carico di paglia, ma in realtà quella persona lì sbaglia, perché quel post l’ho scritto più che altro per fare il punto sulle mie criticità, che non sono così critiche, ma mi piaceva la parola, mi fa venire in mente uno di quei film dove uomini in divisa pieni di medaglie si parlano davanti a un megaschermo pieno di lucine e linee che partono di qua per arrivare in Russia, tipo.
E a quella persona lì, dopo aver spiegato che guarda che stavo parlando di me, ma mi rendo conto che il discorso si potrebbe applicare a un sacco di persone, tipo quella persona che passa di qua ogni tanto e sbuffa senza farsi sentire da nessuno perché di qua aveva detto che neanche ci sarebbe più passata e guarda un po’ questo stronzo che parla meglio di altre persone che di me, o tipo quelle altre persone di cui parlo meglio, direi che forse una delle ragioni per cui mi sono sentito in dovere di scrivere questa cosa è che mi è sembrato doveroso spiegare delle cose, che a me creare conflitti piace poco, nonostante sembri proprio il contrario, mantenerli vivi lo faccio con sforzi enormi, ma dissolverli mi costa ancora più fatica, specie quando sono sicuro di avere ragione, e allora forse il mio post che ho ancora cinque minuti per scrivere dovrebbe parlare più che altro di conflittualità, che è una parola che mi piace meno di conflitti, ma conflitti mi fa pensare a carri armati nel deserto e a bomboniere nuziali per coppie che non si amano abbastanza, tipo che apri la bomboniera e dentro ci trovi i conflitti alla mandorla, e allora forse anche la parola bomboniera non è del tutto fuori luogo, ma qui si stava parlando di come si dovrebbe parlare di conflittualità e del senso di portarla avanti e per quanto e se ad un certo punto è previsto che finisca o bisogna reiterarla fino all’annientamento totale dell’avversario. E dovrei scriverlo, ma non ho abbastanza materiale di cui parlare, io i conflitti in genere li evito, e quando mi trovo a doverli affrontare mi tremano le mani e si chiude lo stomaco e vorrei davvero essere altrove, ma siccome sono lì allora cerco di farla finita nel modo più rapido ed efficace possibile, tipo una roba che mi è successa ieri mattina con uno che una volta eravamo amici ma poi vai a capire, la gente è strana, ho dovuto scrivergli un messaggio lungo così e mi è costato una fatica bastarda. Poi ci sono anche le volte in cui non è conflitto ma pena, e siccome possiedo un gran senso del ridicolo tendo a manifestarlo, ma qui sto un po’ imbrogliando, perché lo so io perché, e comunque sto parlando di cose che a voi magari non interessano, perciò forse è il caso che chiuda lì, anche perché è l’una e mezza e dovrei andarmene.
Insomma, il perché ho dovuto scrivere questo pezzo mi sembra di averlo spiegato a dovere, la prossima volta vi racconto di quella volta che alla mia ex che si sposava ho regalato una medaglietta da cani col suo numero di telefono e il nome del marito, che era uno che andava sempre in giro e avevo paura che si perdesse. Poi s’è persa lei, ma questa è un’altra storia.

Assistere in silenzio alla fioritura dei narcisi

Sparare ai matti con la pistola perché sono pericolosi, e ai matti senza pistola perché la tengono nascosta sotto la giacca, e ai matti senza giacca perché la pistola oggi l’hanno lasciata a casa, ma domani..

Ricordare a qualcuno quanto gli volete bene spedendogli una cartolina di un vecchio viaggio insieme, poi ricordare quanto volete bene a un altro, tanto avete comprato un mucchio di francobolli.

Piangere fino a consumarsi gli occhi, farsi prestare altri occhi dagli amici. Farsi nuovi amici assicurandosi prima che abbiano gli occhi.

Rimediare a tutti gli errori cambiando le regole, renderle retroattive per non sbagliare mai. Stupide volpi, l’uva acerba sfama come l’altra, basta dichiarare che ti è sempre piaciuta.

Uccidere centinaia di schiavi sotto il peso dei massi che li costringi a trascinare tutto il giorno, sotto il sole, senza acqua da bere o un riparo, godere delle loro fatiche, assaporare ogni goccia di sudore, ogni vescica, farsi cullare dal lamento, veneratemi, erigete un tempio che celebri la mia bellezza, nutritemi col vostro amore.
In mancanza di schiavi prendersi un cane.

Non raccontarsi bugie. Le altre volte me le sono raccontate, ma stavolta no, stavolta è tutto vero. Ripeterlo ogni volta.

Dispensare perle di saggezza a chi non ve le chiede, come atto di generosità. Dare via per prime quelle col verme.

Abbonarsi alla Settimana Enigmistica per diventare campioni di Aguzzate La Vista, esperti nel trovare differenze fondamentali fra la predica e la razzola. Nella vignetta a sinistra il muretto ha un mattone sbeccato, cambia tutto eh? Nel dubbio diventare bravi anche a Il Corvo Parlante.

Arrampicarsi su peri molto bassi, da dove sia più agevole cadere.

Tenersi timidamente lontani dalla prima fila, cercare una posizione sul fondo, chiedere a tutti di girarsi.

Stilare un elenco di tutti i difetti dell’ego che voi invece non avete. Far sapere a tutti che voi invece non li avete. Farci una maglietta con l’elenco di difetti che invece voi figurarsi se. Venderla al Club degli umili, da voi timidamente fondato since 1953.

Essere sempre gli ultimi a pagare il conto, pagare meno perché non vi hanno portato il dolce, tenersi il resto.

Rompere il cazzo a tutti di quella volta che avete subito un torto, invocare il Consiglio Di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’intervento aereo, l’invasione preventiva, poi svegliarsi un giorno coi sensi di colpa perché quel torto forse non l’avevate subito proprio proprio così. Cambiare idea il giorno dopo, ricominciare da capo.

Arrivare a pagare qualcuno che vi ascolti con la scusa di chiedere aiuto.

Soprattutto non tacere mai: i narcisi sono fiori chiassosi, devi parlare forte sennò ti coprono.

come un cieco al luna park

L’inquietudine è un tizio pelato che sta nascosto dietro un gruppo di persone che chiacchierano col bicchiere in mano all’inaugurazione di una mostra, passa qualcuno, il gruppo si allarga e per un attimo lo vedi e in quell’attimo il suo sguardo si fissa su di te e ti fa sentire impotente.

È i primi quattro secondi di una canzone sufficienti a farti capire che non è quella che volevi ascoltare, e neanche quella dopo, che non c’è al mondo una canzone capace di arrivare in fondo senza farti venire voglia di scappare lontano. E il silenzio è peggio.

Qualcuno che ti parla e non lo ascolti, la voglia di camminare per tutta la città, entrare in tutti i locali, guardare dentro tutte le macchine, fermare la folla e chiederle dove. Dove cazzo.

L’inquietudine è negli spazi che non riempi, nel tempo che perdi, nel respiro corto, nel caffè che non sale. Hai fame nei polmoni, nelle mani, negli occhi. Guardi oltre chi hai davanti, cerchi e non sai cosa cerchi. Sei fuori casa con una scarpa sola, divori le giornate senza gustarle o te le lasci scorrere davanti col cervello staccato, seduto davanti a uno schermo che si muove, una dopo l’altra. Reagisci, ti arrendi, reagisci di nuovo, ti arrendi di nuovo, e non sono passati dieci minuti.

Ma che cazzo di vita è? Uno bravo ci fa uno spettacolo, la porta in tournèe la sua inquietudine, la mostra a un pubblico che tanto non la capisce mica, che ride perché lo vede fare le facce e se ne va pensando di avere visto una cosa che faceva ridere. Divertente, dicono agli amici. Ma divertente un cazzo, scusa. Ti sta dicendo che sta male e tu ridi?

Uno bravo a cosa gli serve essere bravo se riesce a trovare un modo per esprimere il suo disagio e questo modo non viene capito? Che differenza c’è fra lui e quello che si chiude in casa e non lo vedi finché qualcuno non va a vedere cos’è quella puzza? Perché la chiave non è esprimerlo, il disagio, è scioglierlo, e per quello non servono spettacoli di comici disagiati che fanno le vocine e corrono nudi per il palco, ci vuole qualcos’altro.

I modi per sciogliere il disagio conosciuti finora sono: le goccine che non ti fanno stare meglio ma ti fanno dimenticare che stai male, il suicidio, correre nudi su un palco, scrivere su un blog, ma questi durano il tempo che durano, poi sei da capo.

Il disagio causa infelicità, e per i buddisti le cause dell’infelicità si possono riassumere in tre: paura, aspettative e senso di colpa. Io però non sono buddista, non so in quale delle tre categorie vada inserito il disagio. Inoltre queste semplificazioni.. io quando a scuola spiegavano le semplificazioni di secondo grado ho marinato perché all’ora dopo avevo interrogazione di tedesco e in tedesco sapevo dire solo Keine Ahnung.

Sai quando ti rendi conto che nella tua vita ti serve un buddista che ti spieghi come si fa a vivere?Ma buddisti non ne conosco, la cosa più orientale che mi è venuta in mente è stata la mia ex insegnante di meditazione, la Signorina Jodel. Forse vi ricorderete di lei per quella volta in cui mi convinse a sperimentare la medicina ayurvedica.

Al suo numero ha risposto la segreteria telefonica di un museo. Una voce ranocchia con un forte accento del sud mi ha ricordato che il museo apre dalle ore. Boh, ho riattaccato e sono andato a cercare su wikipedia dove si trovano i buddisti. In Cina, dice. Così ho guardato quante ore di volo servono per arrivare a Pechino. Troppe. Con l’inquietudine che ho addosso troppe, cercherei di scendere dopo un paio d’ore, e in un paio d’ore di volo atterri in posti che mi rendono ancora più inquieto, niente da fare.

Ho cercato su internet i sinonimi di buddista per vedere se c’era qualche rimedio alternativo al bonzo arancione, tipo le medicine che contengono gli stessi cosi, come si chiamano, quelli che stanno dentro le medicine e ti fanno stare bene, i principi attivi.

(Qui potrei far prendere al racconto una piega inaspettata giocando con gli accenti, e mettermi a cercare eredi al trono di reami da favola impegnati nel sociale o con una marcata posizione politica, ma questa storia è fortemente autobiografica, come si è capito, e non mi va di inventarmi cose per sfuggire alle mie responsabilità)

Sul dizionario online di Virgilio (ma esiste ancora Virgilio??) ho trovato tre sinonimi: fratello, padre e monaco. C’erano anche religioso e prete, ma io coi religiosi preti non lego granché da quella volta che uno di loro ha fatto il lavaggio del cervello a un mio amico e lo ha convinto a diventare un vigile urbano.

Quindi, per esclusione, fratello sono già io, di mia sorella; padre no, ma questo mi ha ricordato un episodio angoscioso del mio passato e un’altra fonte di inquietudine mica da ridere, e magari questa non ve la racconto, ma sono sicuro che ve la state immaginando abbastanza bene da soli.

Monaco, allora. Di Baviera, visto che ho dichiarato qui sopra di snobbare l’argomento principi e principati.

Che sta in Germania.

Dove si parla tedesco.

E io in tedesco so dire solo Es ist eine schöne Bratwurst in meine Lederhose.

Ho marinato.

E sono ancora inquieto. E l’inquietudine è un post sul pablog che non va da nessuna parte come l’ultimo spettacolo di Antonio Rezza, che ti dice che bene è uno stato d’animo lontano come la Cina.

Tuttapposto, andiamo avanti.

pensare a te è come mangiare il ghiaccio del freezer

Io fuori sembro una persona normale, oddio normale magari no, ma perlomeno una persona che se dovessi aprirla penseresti di trovarci le cose che hanno di solito dentro le persone quando le apri, metti che sei uno che apre le persone, tipo un chirurgo o un maniaco della Londra vittoriana. E invece no, io se mi apri, dentro sono fatto di criceti. Piccoli roditori marroncini schiacciati uno davanti all’altro per la lunghezza di un braccio, raccolti in una fascina criceta a tre o quattro alla volta e infilati fascina dopo fascina lungo tutta la gamba, suddivisi per compiti all’interno del tronco, criceti che masticano bene il cibo, altri che lo portano più giù ad altri criceti che lo rimescolano e lo separano e fanno tutte quelle cose che nella pancia delle persone sono compito di un sano apparato digerente.
Ho criceti in testa, che corrono fortissimo sulla ruota e non ti ascoltano quando gli parli, ne ho altri al posto del cuore, che stanno lì e non sanno bene cosa fare, suonano il tamburo per riprodurre il classico battito e fregano qualunque stetoscopio, ma il rumore rimbomba nella cassa toracica buia, e spesso i criceti si pigliano paura. Se fossi un chirurgo o un maniaco di Whitechapel mi aprirei il torace e proverei ad accarezzarli, i miei criceti. Direi loro di stare tranquilli, che non succede niente, è il normale battito di un tamburo che simula quello cardiaco, non c’è niente lì dentro che possa far loro del male. E probabilmente accarezzandoli finirei per danneggiarli, che il criceto è un animale delicato, e se lo sfiori un po’ più forte lo ammacchi, come quando provi a raccogliere i papaveri che crescono ai bordi dell’autostrada e ti restano in mano solo dei gambi.
Così non apro niente e non accarezzo nessuno, indosso un bel maglione scuro difficile da sfilare che scoraggi eventuali salvatori di criceti e imparo un sacco di aneddoti divertenti con cui distrarre chi si avvicina troppo.

Tipo di quella volta che non sapevo come parlare a una tizia e per non dare nell’occhio e farle capire che mi interessava ho parlato con tutte le persone presenti, e ce n’erano come a tre cerimonie d’insediamento di Obama. Dopo due ore avevo rivolto la parola solo al mio vicino di posto, un ragazzone con la barba che lavorava per una rivista di poesia ermetica e contenitori tupperware, ed ero troppo timido per spingermi oltre, così mi sono bevuto l’equivalente alcolico del Campari, inteso non come bottiglia ma come stabilimento di Via Nazioni Unite 1, 15067 Novi Ligure AL, e sono partito baldanzoso. A metà pomeriggio avevo parlato con la tizia che mi interessava già quattro volte, la prima ero stato simpatico, la seconda ripetitivo, la terza molesto e la quarta non sono sicuro se ho parlato con lei o con uno dei tre Obami insediantisi. Verso sera mi ricordo che stavo sul tetto dell’edificio con un inglese, un francese e un tedesco a raccontarci barzellette, e riuscivo a biascicare in tutte e tre le loro lingue, spesso mescolandole per rendermi incomprensibile a più persone contemporaneamente. Però si divertivano, l’unico che non rideva era il tedesco, ma l’umorismo dei tedeschi è tuttora oggetto di studio da parte di un’equipe internazionale di scienziati presso il Massa Institute Of Technology, costola toscana della prestigiosa università statunitense.
Alla fine devo essermene andato in qualche modo, perché mi sono risvegliato il giorno dopo nel mio letto, con indosso ancora la camicia elegante e un calzino. I criceti al mio interno erano tutti buttati qua e là e non si sentivano per niente in forma, sono andato in bagno a vedere se per caso ne avessi vomitato qualcuno, e in quel momento ho visto che c’era un messaggio sul cellulare da un numero sconosciuto. Trattenendo il fiato sia io che i criceti abbiamo aperto il messaggio. Diceva “Questo è il mio numero, ciao, De”. De sta per? Denise? Debborah? De Gasperi? Ho cercato di rimettermi dritto, ho assunto un aspetto decente manco avessi dovuto fare una videochiamata, ma stavo talmente in confusione che poteva partirmene una per sbaglio, ho fatto qualche prova di voce sexy come ho visto fare una volta in un tutorial su Youtube condotto da Enzo Cannavale e ho composto il numero.

“Ciao, sono Demetrio, volevo confermarti che sabato prossimo verremo a casa tua per quella dimostrazione di contenitori tupperware. Grazie ancora per la disponibilità!”

Aneddoti così. Solo che alla lunga cavarsela con le storielle è come lo sportello del freezer che si chiude male a causa del ghiaccio formatosi in alto, e chiudendosi male se ne forma altro, e alla fine devi staccare la spina e lasciarlo sciogliere tutta la notte, e di solito non succede il venerdì sera, succede la domenica dopo cena verso le nove e mezza, e l’unica cosa che puoi fare per portarti avanti col lavoro è anticipare le madonne che tirerai domani mattina a tirare su acqua invece di fare colazione e andare a lavorare. Non bisognerebbe accumulare ghiaccio, fa male ai criceti. Ogni tanto bisognerebbe lasciare sportello aperto e spina staccata e sciogliere tutti quei nodi che abbiamo dentro. Ma come si fa? I minestroni surgelati dove li metti finché il lavoro non è finito? Quando vai in vacanza puoi lasciare il cane in una pensione per cani dove viene custodito e nutrito finché non torni. È una soluzione più triste del portare tua madre all’ospizio perché è anziana, soprattutto se hai una madre come la mia e un sacco di ospizi economici nei paraggi, ma per certe persone che non sanno a chi lasciarlo non c’è altra soluzione, o così o rinunci alle vacanze. Per i minestroni surgelati non esistono pensioni, ti devi mangiare tutta la riserva del freezer prima di adoperarti nello sbrinamento. Va bene, sarebbe meglio, nel mio freezer sono ancora conservati frammenti dell’Arca di Noè, dovrei buttarli via altro che mangiarli, e chissà nei vostri cosa verrebbe fuori a fare carotaggi nel permafrost.
Ma c’è gente che ci si affeziona alla pallina di pasta per la pizza avanzata sei anni fa, ogni tanto la capovolge per evitarle le piaghe da decubito, è come una vecchia amica. La tira fuori, la accarezza, si domanda dove sono adesso i suoi sberleffi, le burle e le canzoni. Chi si fa più beffa ora del suo sogghigno, con questa sua smorfia?

C’è anche gente che il freezer non lo sbrina apposta, ogni tanto la sera ci si siede davanti, sportello spalancato, sfila i cassetti e con la punta di un coltello ne stacca qualche scheggia e se la infila in bocca. Ha un sapore disgustoso, ma non riesce a smettere.

la giornata mondiale del libro

È la giornata mondiale del libro, ieri era quella mondiale di qualcos’altro e domani sarà la giornata mondiale di non lo so ma sono sicuro che prima di stasera si inventeranno qualcosa, perché tutti i giorni dev’essere la giornata mondiale di qualcosa, si vede che sennò ci si annoia a pensare che è lunedì e basta, mentre invece se è la giornata mondiale di quelli che il lunedì ne hanno per le palle di andare a lavorare uno ci va più volentieri secondo la regola del mal comune mezzo gaudio, che poi per me è sempre stata mal comune mal comune, invece di lamentarmi da solo mi lamento guardando qualcuno che si sta lamentando davanti a me, però che bella soddisfazione di merda.

Ma poi chi è che decide che oggi è la giornata di questo e domani di quell’altro? Cosa c’è, un’associazione che si riunisce per deliberare queste cose? Tipo assemblea di condominio? Domani è la giornata mondiale della lotta all’aids, e mercoledì laviamo le scale. La giornata dell’aids l’abbiamo già fatta. Allora facciamo quella dei diritti dei bambini. Fatta pure quella. La giornata mondiale contro le scorregge in ascensore? Quella è ancora libera, facciamo quella. Io però se mercoledì laviamo le scale è un casino, che mi vengono i nipotini e lo sapete com’è, corrono su e giù tutto il giorno, finisce che quando vanno via sono più sporche di prima e abbiamo fatto il lavoro per niente. Se le lavassimo giovedì? Giovedì è la giornata mondiale della musica, andiamo a sentire Fedez che suona gratis. E che c’entra con la musica? Eh, lui è contrario e protesta così. Allora spostiamo la giornata delle scorregge a venerdì e le scale le laviamo domani. Io vorrei approfittare per dire alla Turlizzi del terzo piano che il suo cane abbaia tutta la notte.

Oggi è la giornata mondiale del libro, lo ha deciso l’UNESCO, così sapete anche a chi dare la colpa se non si festeggerà mai una giornata mondiale degli spaghetti aglio olio e peperoncino. Ha deciso che è oggi perché oggi nel 1616 sono morti Miguel de CervantesWilliam Shakespeare e Inca Garcilaso de la Vega.
Tu lo conosci Inca Garcilaso De La Vega? Senza andare a guardare il link, intendo. Sai cos’ha scritto? No, e non lo sa neanche l’UNESCO, voglio prendere il telefono e chiamare a caso un membro dell’UNESCO e chiedergli di citarmi il titolo di un’opera di Inca Garcilaso De La Vega, ma anche solo che mi dica che mestiere faceva, e vedere cosa mi risponde. Probabilmente “Who are you and who the fuck gave you my number?”, ma a parte quello ci scommetto che non lo sa nessuno, l’hanno aggiunto perché è morto lo stesso giorno di quegli altri due. Che poi quegli altri due sono solo l’autore di Don Chisciotte, visto che nel 1616 in Inghilterra stavano ancora al calendario giuliano, perciò il loro 23 aprile non era lo stesso che in Spagna, e se vi sembra poco andate a leggervi Il Pendolo Di Foucault, dove le differenze di calendario provocano più danni di quella volta in cui un inglese diede appuntamento a una francese al porto di Calais e si presentò con dieci giorni di ritardo e la trovò incinta di un marinaio e piena di un odio verso il popolo d’Albione che dura ancora adesso.

Quindi in pratica è la giornata mondiale del libro solo perché quel giorno lì è morto Miguel De Cervantes. Che allora potevate istituirla il giorno in cui è nato, no? Che faceva più allegria. Che infatti ci avevano anche provato a istituirla il 6 febbraio, ma quel giorno lì venivano ad aggiustare la grondaia che perde e la Villorio del quarto piano ha detto che in casa le è uscita tutta la muffa e questo mese si rifiuta di pagare l’amministrazione, e comunque il 6 febbraio non c’è niente da ridere.

E cosa si fa nella giornata del libro? Non lo so, io volevo regalare dei libri, ma questo comporterebbe uscire di casa e parlare con le persone, e poi che libro regalo? Il mio pare brutto, sembra di sfruttare un evento nobile per tornaconto personale, e io non sono un opportunista. Uno bello di quelli che ho letto mi girerebbero le balle, i libri belli mi piace tenermeli vicini e aprirli ogni tanto e ricordarmi di quanto sono belli, come si fa con le fotografie e i ricordi che ti accendono. Uno brutto no, è da stronzi, cosa fai, regali un libro brutto? E poi che altro? Ti soffi il naso a pagina 45 per dare ancora più fastidio? No, non si fa.
Una soluzione sarebbe di regalare un libro bello che mi ha regalato una persona brutta, così il dispiacere di perdere un oggetto caro viene attenuato dal sollievo di essermi liberato di un brutto ricordo, ma liberarsi dei brutti ricordi è come negare i propri errori, che è il modo migliore per commetterli ancora. E poi mi sentirei comunque una merda a regalare qualcosa che mi è stato regalato, anche se me l’avesse regalato il mio peggior nemico, perché quando me l’ha regalato era animato dalle migliori intenzioni, un nemico non ti regala un libro.

Cioè, in realtà sì, se è un nemico con un forte senso dell’umorismo e una discreta dose di faccia tosta ci sono diversi regali perfetti per ferire qualcuno.

    • Alla tua ex che ti ha rimpiazzato con troppa celerità: un elenco del telefono di Roma con la dedica “Non dovesse funzionare neanche con questo ecco alcuni suggerimenti”;
    • Al tuo capo che ti ha rimproverato perché stavi scrivendo i cazzi tuoi: 1984 di George Orwell (specifico nel caso il mio capo legga questo blog, capitemi, non legge molti libri, magari non sa chi l’ha scritto e finisce per procurarsi un almanacco del calcio di quell’anno e mi ringrazia pure);
    • A tuo padre che non ti presta la macchina per uscire sabato sera: il Deserto Dei Tartari, di Buzzati;
    • A tua sorella che è già tanto se sa leggere: niente, che le regali a una così? Se c’è una cosa triste è un libro dimenticato in uno scaffale vuoto.

No, vabbè, sono idee banali, io non ce l’ho la cattiveria sottile per fare una cosa così, io se voglio dare dello stronzo a qualcuno gli dico che è uno stronzo, non glielo lascio intendere fra le righe, anche perché non lo reputo capace di recepire il sottotesto, per me gli stronzi sono quadrati fuori e vuoti dentro, che poi è la ragione per cui finiscono per essere stronzi. Non esiste nessuno cattivo per dedizione, lo sono tutti più o meno inconsapevolmente, o spinti da ragioni più forti della loro bontà.

Tipo Hitler: credeva davvero che a sterminare tutti gli ebrei e gli omosessuali e gli storpi e i malati di mente e in pratica tutti quelli che non erano lui il mondo sarebbe stato un posto migliore. Mica si svegliava la mattina pensando oggi voglio fare qualcosa di veramente cattivo. Si svegliava e gli giravano così le balle di doversi svegliare che guarda, invado la Cecoslovacchia. E i cecoslovacchi che ne facciamo? Ma che cazzo me ne frega, chi li conosce quelli?
L’indomani si svegliava che ce l’aveva a morte con gli ebrei. Ma poverini, che ti hanno fatto? Mi stanno sul cazzo. Vabbè, ma mica è una buona ragione per ammazzarli. Sei ebreo te? No. E allora fatti i cazzi tuoi e vai ad accendere il forno.
Era un po’ tanto egocentrico, ma sono sicuro che non si sarebbe definito cattivo.
D’altronde neanche quello che oggi vorrebbe sparare sui barconi dei profughi si definirebbe cattivo. La differenza fra lui e il tizio coi baffetti alla Chaplin è che il tizio ha avuto la possibilità di farlo, lui può solo scriverlo su facebook. Ma dagli un popolo così disperatamente bisognoso di un leader forte da seguirlo nei suoi scazzi mattutini, e vediamo come si comporta. Non dimentichiamo che c’è gente che nel 2017 vota Salvini.

Siamo tutti lo stronzo di qualcun altro, a proporre la giornata mondiale contro gli stronzi si otterrebbero milioni di adesioni, ma al momento di tirare giù i nomi di quelli da rinchiudere in un’apposita riserva ci si renderebbe conto che si fa prima a lasciarli dove sono e casomai isolare quei tre o quattro che non sono stati nominati da nessuno, che però non si vogliono isolare perché sono brave persone e a loro gli stronzi non danno fastidio.

No, non fai parte di quei tre o quattro, stai tranquillo. Se pensi di farne parte è perché riesci a identificare gli stronzi, ma i buoni non lo dividono il mondo in buoni e cattivi, trai da te le conclusioni.

Va bene, il mio contributo per la giornata mondiale del libro è stato scrivere una cazzata che facesse venir voglia di andare ad aprire un libro invece di star qui a leggere i miei sproloqui, adesso vado a pisciare il cane e poi scendo in città a vedere un concerto di un tizio che scrive testi pescando a caso parole dal vocabolario e suonandoci sotto gli stessi quattro accordi da anni, ma l’ultimo disco mi è piaciuto e lo vedo volentieri.
Voi intanto andate a cercare una libreria aperta, che gli ultimi dati sulla lettura in Italia sono inquietanti, poi ci credo che uno vota Salvini e invade la Cecoslovacchia.

eternal sunshine of a spotless mind

Sono felice, partiamo da lì.
E sono rintronato da tutti i baci e i morsi e le parole e le carezze, e drogato dal profumo della tua pelle e dalla sensazione che mi lascia sotto le dita, e abbronzato dal calore e dalla luce che emanano i tuoi occhi quando sorridi, e divertito da tutte le cretinate che ci siamo detti, che riempiono gli spazi e mi fanno pensare di avere trovato un altro pezzo di me perduto chissà quando.

Ho voglia di averti vicino domani, dopodomani, fra un anno, tirarti i capelli e lasciarti segni sul collo e baciarti per strada e metterti a letto e addormentarmi appoggiato alla tua spalla.
Succederà, e non sarà neanche la cosa più bella fra di noi.
Non siamo una cosa di passaggio, l’ombra su un muro di qualcosa che oh ma cos’era giurerei che fosse un volo di rondini impossibile non è stagione, siamo una formula scritta su un libro polveroso nascosto in una biblioteca celata nelle segrete di un castello sepolto dai rovi nel mezzo di una foresta cresciuta in mezzo a una valle che sta alla fine di un viaggio lunghissimo fra le montagne di una terra dove nessuno parla la tua lingua e quando provi a chiedere informazioni
si incazzano pure. Una cosa che quando la trovi diventi ricchissimo, tipo l’ingrediente segreto della cocacola che trasforma l’oro in piombo delle otturazioni nello studio del dentista.

Scusa, non ce la faccio a rimanere serio troppo a lungo, ma questa cosa la sento davvero, sei il tesoro dei pirati, la bella addormentata e tutto quello che ho sognato di trovare alla fine di un’avventura fin da quand’ero bambino. Non te ne andare.

Sei così bella da fare male, dove per male intendo quella cosa che mi invade quando mi sei così vicina e non posso toccarti.
È lo stesso disagio del ladro di opere d’arte, quello che vuole portarsi a casa la Gioconda per guardarsela tutto il giorno stravaccato sul divano. Che non sarebbe granché come piaga sociale, basterebbe permettergli di portarsi il divano al Louvre, ma la direzione non ne ha mai voluto sapere. I cavalletti per macchine fotografiche si, i divani no, e vagli a spiegare che con un cavalletto puoi martellare le statue più facilmente che con un divano.
Per esempio prima che lo visitassi io l’Atena Nike aveva anche la testa.

Se dovessi scegliere un quadro che ti rappresenti non vorrei accostarti a un Klimt, che il giallo e il rosso che vi accomuna sono un paragone facile, e tu facile non lo sei per niente.
Anche questa, a voler guardare, è una cosa che avete in comune, nessuno dei due si lascia scoprire a una prima occhiata, bisogna sedervisi davanti e studiare tutti i dettagli per mesi, e ogni volta scoprirne di nuovi; bisogna vincere la ritrosia e gli sguardi bassi, tuoi e del quadro, perché anche un quadro sa essere timido e sfuggente, e se non impari a starci davanti rischi di perdere tutta quella meraviglia che tiene nascosta fra i segni del pennello.

Io non lo so ancora che quadro mi ricordi, ho trovato il tuo viso in alcune poesie e ci sono tante canzoni che mi ricordano il tuo modo di sorridere, ma per il dipinto devi aspettare, è un processo lungo, devo frequentarti per un sacco di tempo, scoprire chi sei e come ti muovi e parli e l’effetto che mi danno le mie mani sulla tua schiena.

Certo che non sembrano cose legate fra loro e do l’impressione di cercare solo scuse futili per starti vicino, ma ti assicuro che importanti studi scientifici hanno dimostrato l’importanza del contatto fisico nella ricerca dell’ispirazione artistica.
E non cominciare a puntualizzare che non ti devo mica dipingere, ma solo associarti a un quadro, e allora casomai bisognerebbe conoscere i quadri e non solo per dargli dei titoli cretini; io non so dipingere, sei tu la pittrice fra noi, perciò casomai sarai tu che dovrai scoprire chi sono e come mi muovo e l’effetto che danno le tue mani sulla mia schiena.

Ecco, qui mi fermo un attimo e riprendo fiato, che ho appena avuto una visione pochissimo religiosa, ma mistica non hai idea quanto.