la grande caccia al tesoro del pablog – versione dificilisima

Da questa foto comincia tutto. Se sei bravo ti basta la foto, sennò segui le istruzioni.

Da questa foto comincia tutto. Se sei bravo ti basta la foto, sennò segui le istruzioni.

Quella che vedete nella foto è la partenza: viaggetto facile, guida di Google a portata di mano, recensioni esaustive e poche tappe, per viaggiatori che si stancano subito. Non vi dico niente, potete capire da soli di cosa si tratta, e da lì andare avanti. Non è difficile, ce la potete fare.
Se invece siete di quelli che vogliono sbattersi, gli amanti dell’avventura, allora venite via di lì. Andate a destra e scendete nella metropolitana. Prendete il treno in direzione nord e scendete undici stazioni dopo. Il nome della stazione è anche quello della vostra tappa successiva, anche se dal 1961 non si chiama più così. Andate lì e cercate un edificio rotondo, vicino all’acqua. Somiglia alla torre di controllo di un aeroporto, o a un autogrill, e se guardate nel posteggio incontrerete due bellezze locali. Vabbè, una bellezza locale e il suo tricheco da compagnia, ma non sono loro il vostro obiettivo, perciò smettetela di fissarle il culo. Alzate gli occhi, c’è Steve Jobs, e sotto di lui un numero in un’insegna rossa. Se fosse una data sarebbe una data molto triste, tipo il trentesimo anniversario della morte di qualcuno.
A questo punto, se fossi in voi, cercherei un film del 1990 che ha qualcosa in comune con la data di cui sopra, un film che avrete senz’altro visto, lo hanno visto tutti quel film lì.
Probabilmente avete anche la colonna sonora a casa, ce l’hanno tutti la colonna sonora a casa, di quel film lì. Ecco, chi suona la traccia numero 5? Ecco, la città dove è nato il duo che suona la traccia numero 5 è la vostra prossima tappa.
Da lì, percorrendo 123 km in auto arrivate in un altro posto, dove non c’è veramente un cazzo. Terribile, sei in mezzo al nulla. Giusto una pizzeria davanti alla stazione. Che poi, stazione, due pensiline e un cartello, toh. Il numero di telefono della pizzeria è la chiave per trovare un video dalla buffa colonna sonora.

E questo sarebbe tutto, prontipartenzavia.

ERRATA CORRIGE:
Perché le cose se non le fai male è inutile farle. Pare che adesso youtube ti mostri i commenti solo se sei un utente registrato, a cosa non lo so, direi a google. Insomma che ci sono due o tre situazioni in cui vedere il commento è necessario per proseguire (e in un caso concludere) la ricerca, perciò facciamo che quando arrivate al punto in cui c’è un video e nessuna traccia per proseguire mi scrivete qui sotto e io vi spedisco quel che vi serve.
Non preoccupatevi degli spoilerz perché ho messo un filtro ai commenti, li ricevo ma non li pubblico (quindi potete scrivermi anche cose tipo Pablo merdone).

la settimana enigmistica: cambio di oggetto.

Funziona così: si prende una scena di un film e si sostituisce un elemento importante della storia con un altro, cambiando completamente il contesto, ma cercando di matenere la struttura il più possibile fedele all’originale.

Per esempio, ecco una scena che conosciamo tutti:

Ora, che succederebbe se invece del bicchiere volasse una teiera, come è stato suggerito nei commenti di un gruppo che ho iniziato a frequentare e che poi magari vi racconto?

La teiera

Il carrello avanzava piano sulle piastrelle che odoravano di lisoform, seguito da una manciata di occhi attenti. Nella grande sala non si udiva alcun rumore, tranne il respiro affannoso di qualche ospite più malandato degli altri, o lo scricchiolio di una sedia: alle cinque tutto si fermava, i giocatori di carte riponevano il mazzo, la televisione veniva spenta, l’uomo al tavolino riponeva le parole crociate, e tutti si mettevano a fissare la porta a molla che conduceva alla cucina, in attesa dell’infermiera.
Era l’ora del tè, un rito celebrato con la solennità di una messa per gli ospiti della casa di riposo Villa Ebe; forse perché oramai, persi i parenti e gli amici, non avevano più nient’altro da aspettare che quello, nell’amara quotidianità in cui si era trasformata la loro esistenza, il tè delle cinque era l’ultima parentesi di dolcezza. Fosse stato anche saccarosio.

La giovane in divisa avanzava con la schiena rigida, intimorita dagli sguardi che sentiva addosso. Era stata assunta da poco, non aveva ancora acquisito la disinvoltura delle sue colleghe, e spingeva il portavivande con piccoli movimenti nervosi, facendo tintinnare il servizio in porcellana ikea.
Si fermava accanto ai tavoli, versava il tè e deponeva la tazzina sul tavolo di formica con movimenti rapidi. Qualcuno chiedeva un velo di latte, qualche goccia di limone, e l’infermiera cercava di accontentarli mantenendosi a distanza, come per timore che la persona che le sedeva davanti potesse infettarla con la sua vecchiaia.
Quando giunse al tavolo della signora McMurphy, una donnina magra e tremante a causa di una lunga malattia, i suoi gesti si fecero ancora più goffi nel tentativo di accelerare quella pratica penosa, e forse fu quello a causare l’incidente.
La signora McMurphy allungò il braccio in avanti, schiaffeggiò la teiera che la ragazza teneva in mano e la mandò a frantumarsi sul pavimento.
AAAAAH!!! Fecero tutti gli ospiti in coro, soprattutto quelli che ancora aspettavano di essere serviti.
AAAAAH!!! Fece l’infermiera, scioccata.
AAAAAH!!! AAAAAAH!!! Fece la signora McMurphy che si era trovata improvvisamente inondata di acqua bollente.

La porta della cucina si aprì di scatto e fece il suo ingresso la capo infermiera, signorina Ratched, una corpulenta bionda sui sessanta/ottanta, dove solo i primi sono da considerarsi anni.
Dotata di una forza micidiale e metodi brutali, acquisiti in una lunga corvèe presso la base militare di Daychopan, fra le impervie rocce afghane, la capo-infermiera era il terrore dell’istituto.
Qualcuno dei più longevi ricordava ancora di un episodio finito in tragedia, diversi anni prima: un ospite dei più difficili, un mezzo indiano sordomuto, aveva subìto un brutto trattamento per essersi rifiutato di terminare il riso bollito. Umiliato e desideroso di vendetta l’aveva seguita in bagno, dove aveva tentato di strangolarla; la donna era riuscita a liberarsi dalla sua presa, poi aveva scardinato un lavandino usando solo le mani e gliel’aveva tirato addosso, uccidendolo sul colpo. Non c’erano state conseguenze legali, la vittima non aveva parenti e la direzione era riuscita a far passare l’accaduto come un incidente, ma da allora nessuno osava neanche fiatare quando lei era nei paraggi.

“Che sta succedendo?”, echeggiò nella sala, di colpo muta come un relitto sulla spiaggia.
Le bastò un’occhiata per capire tutta la storia, ma le giornate a Villa Ebe erano talmente noiose che non le sembrava vero di potersi divertire un po’.
“Nessuno esce di qui finché non scopriamo chi è stato!”

L’infermiera giovane era ai suoi primi giorni di lavoro, e la sua superiore non l’aveva incontrata che al colloquio di assunzion;, ignorava le storie su di lei ed era convinta di dover rispondere soltanto alla direttrice, per questo la sua risposta fu più sgarbata di quanto la signorina Ratched fosse disposta a tollerare.

“Chi cazzo sei tu?”
“Siii!!”, esclamò il donnone, e mollò una testata in faccia alla collega, poi un calcio alla signora McMurphy, che oltre ad essere stata inondata di acqua bollente si trovò stesa sul pavimento con una costola incrinata, e pensò che ne aveva avuto abbastanza di quella vita di merda, e spirò. Gli altri vecchietti si alzarono tutti in piedi in un’imitazione piuttosto fedele degli ominidi davanti al monolito nero di un vecchio film di fantascienza, e cominciarono a protestare che non se ne poteva più di quei modi brutali, e che a loro il tè non era ancora stato servito e la signora McMurphy ne aveva ricevuto più di tutti gli altri, e si strinsero in cerchio intorno alla capo-infermiera, che non godeva più tanto, a vedersi circondata da quell’orda di vivi morenti, e cominciava a chiedersi come tirarsene fuori. Quando il primo piattino la colpì alla tempia con una forza che non si sarebbe aspettata da quei corpi decrepiti smise anche di sorridere.

Il bouquet

“Guardala! Pare ‘na zoccola!”
“Magda!”
“Che? E guardala! Che è, un vestito quello? Tutto trasparente! E la gonna? Che, non aveva i soldi per comprarla?”
“Abbassa la voce, sei in chiesa!”
“Eh! Proprio! In chiesa! E che si va vestiti così in chiesa? Con tutte le tette di fuori? Scommetto che al prete gli è venuto duro!”
“Magda!”
“Che? Ai preti non gli viene?”
“Piantala con ‘sti discorsi! Stai parlando di tua nuora, insomma!”
“Ah che allegria, proprio!”
“Sst! Stanno dicendo quella cosa del giuramento!”
“Ma la senti? Con questo anello ti spuoso! Ti spuoso, dice! Vent’anni che sta in Italia e manco a parlare ha imparato!”
“Oh, ebbasta! È a tuo figlio che deve piacere, mica a te! E se non sa parlare si vede che è brava in altre cose.”
“E lo so io in cosa è brava, quella!”
“E la finisci! Ti ha pure sentito la madre della sposa, ma che figura!”
“Be? E che si guardi! Se guardava di più quella zoccola che c’ha per figlia adesso non eravamo qui a fare ‘sto teatro!”
“Appunto, un teatro stai facendo! Statti zitta, che tira il bouquet!”
“Ah!”
“Occazzo! Ti ha fatto male?”
“…”
“Magda?”
“..va bene. Va bene! Mi sono presa dei fiori in faccia, va bene! Adesso non se ne va nessuno finché non viene fuori chi è stato a presentare a mio figlio ‘sta zoccola, va bene?”
“ты ранен?”
“Sii!”

“Passiamo alle notizie di cronaca. Un matrimonio è terminato in rissa, ieri, presso la chiesa di Nostra Signora Delle Anime Addolorate Crocifisse, quando la madre dello sposo ha ricevuto in faccia il bouquet lanciato dalla nuora. A farne le spese è stato il padre di lei, avvicinatosi per prestarle soccorso, e rimediando invece un calcio ai genitali.
Non parlo la loro lingua, credevo mi stesse insultando. – si è giustificata in seguito la donna.
Il gesto violento ha scatenato la reazione dei parenti, e in breve si è accesa una rissa che ha coinvolto tutti i presenti all’interno dell’edificio, compreso il parroco, due suore e tutti i chierichetti.
Solo l’intervento delle forze dell’ordine ha potuto riportare la calma, lasciando sul terreno diversi contusi che hanno dovuto essere medicati al pronto soccorso, e naturalmente il matrimonio appena nato, la cui rottura sembra irrimediabile.”

Niente

Due eserciti schierati si studiano in silenzio. Da una parte ci sono soldati con elmi e armature, stemmi che campeggiano sugli scudi lucidi; dall’altra i ranghi sono meno serrati, spuntano pietre e pezzi di legno, le bandiere sono brandelli di stoffa, ma nessuno prova vergogna a farle sventolare sopra la testa. Disciplina e rabbia si confrontano, separati solo da pochi centimetri di asfalto, se qualcuno allungasse una mano potrebbe appoggiarla sulla spalla dell’avversario, ma nessuno lo fa. Ci sono state scaramucce fino a ieri, ma stamattina nessuno si muove. Hanno gridato, impartito ordini, cadenzato canti di guerra, ma adesso nessuno fiata. Stanno aspettando, sanno che se ci sarà battaglia sarà l’ultima. È finito il tempo delle minacce e delle provocazioni, questo è il giorno in cui si decide il destino degli uomini su quel terreno, e alla fine della giornata qualcuno dovrà andarsene con le buone o pagarne le conseguenze.
L’estate picchia sulle teste dei soldati, quelli che indossano un elmetto si sentono come dentro una stufa, e magari è questo che scalda i pensieri di qualcuno, l’idea che in una bella giornata così non bisognerebbe combattere, che non esiste nessuna ragione sufficiente a farti stare fermo in mezzo a una strada intabarrato in una divisa antisommossa perché qualche figlio di nessuno si è messo in testa di giocare all’idealista. Idealista di cosa, se poi sei il primo a sfruttare gli altri perché non hai voglia di cercarti un lavoro, e domani tornerai sul marciapiede a chiedere l’elemosina per te e per il tuo cazzo di cane.
Sul fronte opposto la pelle resa scura dal sole è lucida di sudore, e l’aria sopra quell’esercito senza armi odora di cipolla e di resina, e si, anche di ideali, che si schiantano contro gli scudi trasparenti di questi servi del potere. Ma non oggi, oggi vinceremo noi poveri, noi onesti, noi il popolo libero degli edifici occupati. Spaccheremo quelle teste dentro i caschi, gli faremo ingoiare tutte le minacce e le cariche ingiustificate e i morti ammazzati da nessuno.

Un grido esplode fra le prime linee, una divisa si affloscia. Il rumore che si propaga in cerchi sempre più ampi è il suono che fa l’odio, e si allarga e cresce in grida che diventano gesti che diventano mani che sollevano armi..

“Va bene! Si è preso una sassata! Adesso di qui non se ne va nessuno finché non viene fuori chi è stato!”
“Ma che cazzo dici! Non si è preso proprio un cazzo di niente, fa solo finta!”
“ssii”

..che si abbattono.

endeuinnerìs

Pem! Pam! Parapem! Fuochi artificiali! Tricchettracche!

E si perché abbiamo un vincitore! A sorpresa, quando nessuno ormai se l’aspettava più, quando tutte le speranze se n’erano andate giù per la bottiglia, quando anche gli infaticabili Hardla e Secchin mi avevano mandato a dare via il culo, quando anche la mia fidanzata mi aveva minacciato di lasciarmi se non ci dichiaravo lei campionessa assoluta della caccia al tesoro del Pablog, ecco che dalle remote lande di casa sua arriva il vecchio intrepido Matte con la soluzione. Roba da farci un film, davvero, che io una gara così carica di suspan suspens saspenz (quella cosa quando sei lì che trattieni il respiro e non è perché ti sta passando vicino il mio collega coi piedi sudati) io non l’avevo proprio mai vista ma mai. Cioè, prima c’è Hardla che stacca tutti, arriva all’ultimo indizio con anni di distacco sugli altri e poi si pianta; nel frattempo Secchin recupera il tempo perduto a leggere Proust e si fa addosso all’avversario con una caparbietà che neanche una donna davanti ai saldi di Christian Louboutin. Ma si pianta anche lui. E intanto, zitto zitto, il buon vecchio Matte sfrutta gli indizi disseminati qua e là, mette insieme i pezzi mancanti e come un solo uomo, ma più grosso, stravince.

Ora, caro Matte, puoi fregiarti del titolo di Gran Risolvitore Di Cacce Al Tesoro Del Pablog E Altri Enigmi Stracazzutissimi, e non solo, ho in serbo per te una bella sorpresa, il premio esclusivo solo per te! Fanne buon uso!

A tutti gli altri auguro una buona permanenza sul Pablog, ci vediamo al prossimo post, e non disperate, prima o poi la Grande Caccia Al Tesoro tornerà a minacciare i vostri pomeriggi di produttività!

rush finale

Devo dire che organizzare cacce al tesoro è parecchio divertente, e ti porta degli sbulacchi di visite che neanche se avessi postato il video porno di quella famosa attrice italiana che piace a tutti e non è Belen Rodriguez. Ochei, alla fine i visitatori sono sempre i soliti tre o quattro, che fanno avanti e indietro per rivedermi in video mentre agito le mani, e prima o poi ci faranno la gif animata e diventerò un meme, ma è pur sempre una bella soddisfazione; fa venir voglia di prepararne un’altra per il mese venturo.

Ma prima c’è da risolvere questa, e aggiornare la classifica.

La classifica fa schifo: Hardla, Secchin, Dedee3 e Matte si trovano tutti piantati al secondo indizio e non sanno come proseguire. Dai messaggi che ricevo sul telefono (però questo è barare, eh!) sembra che lo slancio che li ha condotti lì sia stato addirittura eccessivo, e invece di fermarsi nel punto indicato dalla mappa hanno proseguito per luoghi che a confronto Ronco Scrivia è Las Vegas. Forse avrei dovuto disegnarci anche una x.

Ragazzi, vi ho dato da svolgere due ricerche distinte proprio perché col risultato della prima e della seconda potete arrivare a trovare la chiave per la terza, non vi fossilizzate. Siete come quello che quando il dito indica la luna lui guarda la luna. Ma questo è un gioco per stolti, dovete soffermarvi sul dito!

Soprattutto non dovete dimenticare quel che vi ho scritto all’inizio: il secondo indizio va risolto solo di domenica. Chiedetevi perché, cosa succede in quel posto la domenica che invece in altri giorni no? Vedrete che quando arriverete alla soluzione la troverete talmente ovvia da volervi prendere a schiaffi. Chiamatemi prima, vorrei riprendervi con una telecamera.

un aiutino

Mi sembra di capire due cose dai commenti al post di ieri:

  • che la caccia al tesoro è veramente difficile;
  • che ci sta giocando solo Hardla.

A questo punto le possibilità che vinca lui aumentano parecchio, e ci sarebbe da giocarsela in ricevitoria, ma questo blog non incentiva il gioco d’azzardo, casomai voleste puntare delle belle cifre facciamo vedere che vi ho venduto dei libri.
Esiste anche la possibilità neanche tanto remota che non vinca proprio nessuno, perché per un po’ ci provi, ma se non ne vieni a capo la vita è troppo breve per sprecarla a scornarsi sugli indovinelli, così ho deciso di venirvi incontro e semplificarvi la vita.

Però poco.

Insomma, mi limiterò a dividervi il gioco per punti, così potrete indicarmi quali avete risolto e dove siete rimasti bloccati, e potrò stilare una classifica in tempo reale.

Allora, per risolvere la caccia al tesoro dovete:

  1. Scoprire quale link fra quelli contenuti nella colonna del blog porta al post di cui parlo nel video;
  2. Scoprire quale dei 70 commenti fa riferimento a un disco;
  3. Scoprire il titolo del disco;
  4. Scoprire qual è la traccia n°4;
  5. Scoprire di chi parla;
  6. Trovare l’attrice omonima della persona di cui sopra;
  7. Trovare l’altra attrice che si chiama come il ballo che muovi le mani;
  8. Scoprire che film ha fatto che si ispira a uno scrittore;
  9. Scoprire dove ha vissuto lo scrittore;
  10. Andarci;
  11. Trovare il municipio;
  12. Seguire le indicazioni fino al ristorante;
  13. Scoprire quanto costa il piatto indicato nel video.

Tutto lì. Vabbè, poi c’è il secondo indizio, ma una volta che avete risolto questo sarete talmente proiettati verso la vittoria da non aver più bisogno di aiuto.

Se volete chiedermi qualcosa cercate di non rivelare niente nei commenti che possa aiutare altri giocatori, magari uno preferisce arrivarci con le sue forze.

Aribuonacaccia!

la caccia al tesoro del Pablog 2.0

Dopo un fracco di anni di distanza dall’ultima caccia al tesoro, tenutasi ancora sulle pagine del vecchio blog, ecco arrivare dal nulla una nuova sfida per quei due tre che mi leggono.

Questa volta, ve lo dico prima che cominci, è difficile. Ma difficile. Tipo che arriverete a odiarmi, pianterete a metà, vi rivolgerete a un centro di disintossicazione, cercherete di barare e poi mi implorerete di aiutarvi, ma sarà inutile, perché la soluzione dell’enigma è chiusa in una cassaforte con una combinazione che per trovarla bisogna risolvere un’altra caccia al tesoro i cui indizi stanno chiusi dentro un’altra cassaforte, e non posso leggerli nemmeno io.

Ve la sentite di cominciare? Anche se è difficilissimo, tipo la cosa più difficile che avete mai fatto moltiplicata per mille?

Cazzi vostri, io vi ho avvisato.

L’inizio è in questo video qui sotto, conosciuto anche come “rendersi ridicoli per l’altrui divertimento”.

 

ERRATA CORRIGE: Nel montaggio del video mi sono perso un passaggio fondamentale. Dopo il parcheggio dovete svoltare a sinistra all’incrocio.

Bella figura di merda, eh? Ma non preoccupatevi, so fare di peggio. Considerate che per completare questo gioco ho toccato il fondo della mia dignità, è mancato solo che andassi in giro in mutande per le strade del paese. Ma non è di me che stavamo parlando, giusto?

Intanto che cercate di risolvere il primo indizio vi sparo il secondo, che va risolto solo di domenica:

Una mappa

Tutto chiaro?

Allora posso darvi anche l’ultimo indizio:
http://ultimoindizio.tumblr.com

I tre indizi messi insieme conducono alla soluzione. Non è necessario risolverli nell’ordine in cui compaiono, ma diciamo che aiuta.

Buona caccia!

giochetto

Da un po’ qui dentro non ci si diverte più, si passa tutto il tempo a parlare  e parlare, o peggio, si sta zitti. Oggi dedico un po’ di spazio a un gioco che ho trovato in giro.
E’ semplice, bisogna osservare il disegno sotto e attribuire ogni oggetto al film cui è legato. Chi ne trova di più vince.

AIUTINO: Sono tutte armi.

cult

numeri

Mostrazzi. La tirata di fiato

Riassunto delle puntate precedenti:
Un gruppo di bloggers incoscienti accetta di giocare a Mostrazzi, e subito si ritrova chiuso in una cella in compagnia di un orco, che fa scempio di una donna e poi si mette a leggere l’Ulisse di Joyce intanto che gli altri scappano per la porta.

Oltre la porta si arrampicava, insidiosa e fredda, una scala ripida. Il gruppetto vi si gettò a capofitto, con la paura a spingere i culi, ad infilarsi fra le gambe e a farle inciampare.
Salirono e salirono, e poi salirono ancora, su, su, sempre più su; oltrepassarono senza notarla una piccola porticina, probabilmente quella che conduceva alla stanza da cui era apparso loro l’Avvocato Kobayashi.
In cima a quella salita interminabile, un buon tre quattro metri più in alto, si trovarono la strada chiusa da un altro portone. Il gruppo si arrestò di colpo, gli uni franando addosso agli altri in un lamento soffocato.
Il portone non era chiuso, si poteva vedere una lama di luce scivolare dalla fessura, ma era troppo sottile perché qualcuno potesse sbirciare dentro.

“E ora che facciamo?”, vocionò una donna.
“Shhh!!”, la rimproverò l’uomo segaligno, “potrebbe esserci qualcuno qui dietro!”

Lo spilungone suggerì di spingere la porta ancora un po’ e infilare la testa dentro, ma non incontrò il favore dei compagni: la paura che ci fosse un altro mostrazzo in agguato era troppa per rischiare.

“E allora cosa facciamo?”

Qualcuno suggerì di tornare indietro, gli sembrava di avere oltrepassato una porta, salendo, ma indietro significava avvicinarsi di nuovo all’orco e al suo orrendo banchetto.
Per quanto studiassero, altre soluzioni non ce n’erano, l’unica via d’uscita era attraverso quella porta.

“E se votassimo per chi deve mettere fuori la testa?”, suggerì una donna.
“Scherzi?”, fece l’omone, “Hai visto quanto ci mette il master a scrivere un nuovo paragrafo? Se ci fermiamo ora rischiamo di non riprendere più fino a primavera! Apriamo di colpo e ci scaraventiamo fuori tutti insieme, al mio tre! UNO! DUE! TRE!!”

La porta si spalancò di botto, e l’omone irruppe urlando in una stanza illuminata da una torcia.
Si guardò intorno, ma non c’era nessuno, nè orchi nè tantomeno i suoi compagni.

“Brutti vigliacchi”, mugugnò.
“Venite fuori! Non c’è nessuno!”

Una alla volta tutte le facce riemersero dall’oscurità, borbottando imbarazzo.

Quella stanza doveva essere un’armeria, c’erano rastrelliere piene di spade addossate alle pareti, alcune lance, uno scudo, una mazza ferrata, un paio di elmi, archi, frecce, pugnli, una mostruosa ascia bipenne e una buccia di banana.
Accanto alla porta da cui erano usciti era appoggiato un grosso palo, probabilmente quello con cui veniva sbarrato l’accesso alla cella. Doveva averla aperta l’orco quand’era sceso, oppure l’Avvocato Kobayashi.
Un po’ più in là la scala riprendeva a salire, seguendo la curvatura dell’edificio.

Un’altra porta, opposta alla prima, si aprì all’improvviso.
Che stupidi, erano in un’armeria e si stavano facendo cogliere a mani nude!
Ognuno si gettò su qualcosa, chi sulla spada, chi sull’arco, ma appena riconobbero la persona che era appena entrata si fermarono, e pronunciarono delle vocali:

“Oooo!”, “Aaaaa!”, “Uuuuu!”, “Ipsilon!”

Era la donna piccoletta di prima, quella che tutti avevano lasciato a pezzi nella cella sottostante. Ma com’era possibile? Tutti le si fecero intorno per toccarla, accertarsi che non avesse punti di sutura o macchie di mercurocromo, che fosse proprio lei e non la sua gemella cattiva, ma non c’era niente che non andasse in lei. Un grosso porro sul naso, ma quello ce l’aveva anche prima.

La donna spiegò loro che dopo essere stata colpita si era ritrovata fuori, al buio, e aveva sentito la voce dell’Avvocato Kobayashi accanto a lei. Le aveva detto che il suo padrone aveva voluto resuscitarla, per dimostrare quanto grande fosse il potere di cui disponeva.

“E non bastava tirare fuori un coniglio da un cilindro?”, chiese lo spilungone.

Poi la voce si era zittita, e lei si era guardata intorno.
Disse che si trovavano all’interno della torre di guardia di un piccolo fortino. Fuori aveva visto un edificio, le mura coi camminamenti e il portone di accesso, non lontano da lì. E molti orchi di guardia. Era stata la loro vista che l’aveva spinta a rifugiarsi all’interno della torre.

“A proposito, io mi chiamo Marchesa Desade”

Normalmente, se uno si presentasse con un nome del genere la risposta sarebbe “Eccheccazzo di nome è?”, ma loro erano bloggers, non ragionavano in modo normale, e dissero in coro “Non è possibile!”

“No!”, disse uno, “Io la conosco la Marchesa, non ha quell’enorme porro sul naso! E neanche quelle gambette corte! Nè quel culone!”
“E soprattutto”, fece un’altra, “non è bionda!”
“Ma chi siete voi, come fate a conoscermi?”, domandò la Marchesa.
“Io sono il Subcomandante Marzia”, rispose la donna.
“Cooosaa?”, fecero tutti.
“Ma noi la conosciamo Il Subcomandante Marzia, non ha quelle enormi orecchie a sventola, nè quella gobba vistosa!”
“E tu chi sei?”
“Io sono il Dottor Hardla!”
“Coosaa??”, rifecero tutti.
“Ma il Dottor Hardla non ha quella pancetta antiestetica! Nè quei capelli stopposi, e neanche quella faccia da scemo!”
“Veramente la pancetta ce l’ha”, commentò il Subcomandante.
“E anche i capelli stopposi”, aggiunse Panchin.
“E se devo dirla tutta..”, stava aggiungendo Fry Simpson, ma il Dottor Hardla lo bloccò:
“Insomma basta! E’ evidente che su Mostrazzi il nostro aspetto non corrisponde a quello reale!”
“Almeno per la maggior parte di noi”, ghignò Fry.

Il gruppo si voltò verso gli ultimi rimasti in disparte.

“E tu chi sei?”, chiesero all’uomo.
“Io sono Unpino, Pino per gli amici”.
“Uhmmm..”, fecero Lara, Hardla e il Subcomandante, all’unisono.
“Questo qui non ce la sta contando giusta”, aggiunsero.
“E tu invece?”, chiese Fry Simpson alla donna.
“Io sono V. Non mi conoscete perché non ho un blog come voi”
“E per cosa starebbe la Vu?”, la incalzò l’uomo, sollevando un sopracciglio.
“Per.. Valentina. No! Nono! Per Veronica!”
“UHMMMMM!!!”, fecero tutti.

E adesso cosa fate?

Mostrazzi, fuga dalla cella.

L’orco irruppe nella stanza mulinando la sua ascia, e tutti i presenti fecero un balzo indietro, ululando di terrore. L’unica che rimase al suo posto fu la donna piccoletta, che lo guardò perplessa, chiedendosi “E ora che faccio?”.

L’ascia si abbattè su di lei con uno schianto, aprendola in due dalla spalla al bacino.

“Aaahh!! Aaaahh!!”, fecero i sopravvissuti, poi ognuno cercò di salvarsi come poteva:
Uno strisciò lungo la parete cercando di aggirare il mostro, e una donna lo seguì da vicino, pure troppo da vicino, gli inciampò nei piedi ed entrambi cascarono a terra, a un palmo dalla zampa fetente della creatura.
L’orco tentò di liberare l’arma dal corpo della sua vittima, ma doveva essersi incastrata in un osso, e non c’era più verso di tirarla via. “Grrr!!”, faceva lui, osservando le sue prede rialzarsi e infilare la porta.
Un’altra donna si avvicinò all’orco, con l’intenzione di stordirlo con l’odore di pipa che emanavano i suoi abiti, ma l’unica cosa che ottenne fu di farlo ancora più incazzare: mollò l’ascia e afferrò la meschina per un braccio, emettendo un grugnito di soddisfazione.

Fu in quell’istante che l’uomo biondo tentò di trasformarsi in Hulk mordendosi un labbro, ma gli diventò viola solo quello, i suoi pantaloni restarono azzurrini, e soprattutto il suo fisico mantenne l’aspetto rosa e gracilino tipico della mezza sega che era.

Gli altri personaggi nella stanza si gettarono verso l’uscita correndo intorno all’orco, uno inciampò nel corpo della vittima e gli cadde fra le gambe. L’orco lasciò andare la donna che puzzava di pipa, ma prima che potesse staccare il collo al nuovo arrivato venne distratto dal tizio spilungone, che gli stava puntando un dito contro e faceva “Pum! Pum!” con la bocca.

A quel punto anche il biondo dal labbro gonfio si era reso conto che la via di fuga era un’altra, e corse fuori, attirando l’attenzione dell’orco, e permettendo così ai prigionieri rimasti di scivolargli alle spalle.

Povero orco, quel viavai di carne fresca che gli correva intorno lo obbligava a voltare la testa di qua e di là, e alla fine si trovò da solo, chiuso in una cella umida e con un gran torcicollo.
“Chessadafà peccampà!”, borbottò, e sedendosi sul pavimento strappò via un braccio a quel che rimaneva della sua vittima, poi tirò fuori da una tasca l’Ulisse di Joyce, e fra un morso e l’altro si immerse nella lettura.

Ochei, la prima prova è passata, non senza conseguenze. Ve l’avevo detto che con Mostrazzi non si scherza!
Per ora tirate il fiato, ma non troppo, che altri Mostrazzi sono dietro l’angolo..

Mostrazzi, fuga dalla cella.

L’orco irruppe nella stanza mulinando la sua ascia, e tutti i presenti fecero un balzo indietro, ululando di terrore. L’unica che rimase al suo posto fu la donna piccoletta, che lo guardò perplessa, chiedendosi “E ora che faccio?”.

L’ascia si abbattè su di lei con uno schianto, aprendola in due dalla spalla al bacino.

“Aaahh!! Aaaahh!!”, fecero i sopravvissuti, poi ognuno cercò di salvarsi come poteva:
Uno strisciò lungo la parete cercando di aggirare il mostro, e una donna lo seguì da vicino, pure troppo da vicino, gli inciampò nei piedi ed entrambi cascarono a terra, a un palmo dalla zampa fetente della creatura.
L’orco tentò di liberare l’arma dal corpo della sua vittima, ma doveva essersi incastrata in un osso, e non c’era più verso di tirarla via. “Grrr!!”, faceva lui, osservando le sue prede rialzarsi e infilare la porta.
Un’altra donna si avvicinò all’orco, con l’intenzione di stordirlo con l’odore di pipa che emanavano i suoi abiti, ma l’unica cosa che ottenne fu di farlo ancora più incazzare: mollò l’ascia e afferrò la meschina per un braccio, emettendo un grugnito di soddisfazione.

Fu in quell’istante che l’uomo biondo tentò di trasformarsi in Hulk mordendosi un labbro, ma gli diventò viola solo quello, i suoi pantaloni restarono azzurrini, e soprattutto il suo fisico mantenne l’aspetto rosa e gracilino tipico della mezza sega che era.

Gli altri personaggi nella stanza si gettarono verso l’uscita correndo intorno all’orco, uno inciampò nel corpo della vittima e gli cadde fra le gambe. L’orco lasciò andare la donna che puzzava di pipa, ma prima che potesse staccare il collo al nuovo arrivato venne distratto dal tizio spilungone, che gli stava puntando un dito contro e faceva “Pum! Pum!” con la bocca.

A quel punto anche il biondo dal labbro gonfio si era reso conto che la via di fuga era un’altra, e corse fuori, attirando l’attenzione dell’orco, e permettendo così ai prigionieri rimasti di scivolargli alle spalle.

Povero orco, quel viavai di carne fresca che gli correva intorno lo obbligava a voltare la testa di qua e di là, e alla fine si trovò da solo, chiuso in una cella umida e con un gran torcicollo.
“Chessadafà peccampà!”, borbottò, e sedendosi sul pavimento strappò via un braccio a quel che rimaneva della sua vittima, poi tirò fuori da una tasca l’Ulisse di Joyce, e fra un morso e l’altro si immerse nella lettura.

Ochei, la prima prova è passata, non senza conseguenze. Ve l’avevo detto che con Mostrazzi non si scherza!
Per ora tirate il fiato, ma non troppo, che altri Mostrazzi sono dietro l’angolo..