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Aeroporto di Orio Al Serio.

No, campo profughi di Orio Al Serio. Nella bolgia di persone in attesa del volo delle quattro per Kiev si trovano tutti gli espatriati dell’ex Unione Sovietica, famiglie scappate dal disastro di Chernobyl o dal disfacimento del sogno comunista, ex ragazzini in cerca di un futuro migliore, coppie mezze italiane e mezze ucraine, una massa di persone che ha deciso di tornare in patria per le feste di Natale, da quest’anno ufficializzato tra le feste nazionali anche lì. Insieme a loro parecchi turisti che vogliono sfruttare il cambio favorevole per andare a fare scorta di vodka e rimorchiare le belle ragazze dell’est. E io, che a Kiev mi fermerò solo un paio d’ore prima di imbarcarmi di nuovo, con destinazione l’altra metà del mondo: Pechino. Non sono il solo, a pochi metri dal quadrato di pavimento su cui mi sono accampato in mancanza di una sedia posso vedere due ragazze cinesi che probabilmente ritroverò all’imbarco successivo.

Robert De Niro is not amused

Ho più di un’ora prima che aprano i cancelli, e l’unico bar aperto è gestito da una signora annoiata e poco comunicativa. Non che i prodotti al banco ispirino un qualsivoglia dialogo al di là di “scusi, ma questo panino è vero?”.
Ci sono quattro tavolini al bar dell’aeroporto. Tre sono occupati da un nutrito gruppo di ultraquarantenni assonnati che mugugnano in una lingua dell’Est. La più anziana è una signora che tiene la testa infilata in un colbacco di pelliccia nera alto un palmo. Dev’essere la nonna di Davy Crockett o il nuovo proprietario di qualche squadra di calcio di serie B.

Due uomini fanno avanti e indietro lungo il corridoio strapieno, scavalcando gambe e bagagli. Anche loro indossano un copricapo simile, ma la borsa di pelle frangiata che portano a tracolla, e il grosso pugnale appeso alla cintura, li identificano come appartenenti a una diversa categoria: sono due trappers.
Gli acquitrini intorno alla pista di decollo sono ricchi di castori, e molti cacciatori si spingono fin qui per piazzare le loro trappole. Quando gli dice bene catturano vecchie ucraine proprietarie di squadre di calcio e si arricchiscono vendendone la pelliccia, oppure finiscono sposati a una hostess portoghese coi baffi.

Fuori, nel piazzale, è un viavai incessante di pulmini guidati da africani. Sono gli autisti che fanno il turno di notte ai parcheggi intorno all’aeroporto. Tutti i capannoni da queste parti sono adibiti a posteggio sorvegliato, per una cifra ragionevole hai qualcuno che si prende cura della tua macchina mentre sei a farti i selfie dall’altra parte del mondo, ti porta all’ingresso dell’aeroporto e ti viene a prendere quando torni. E se vuoi te la lava anche.

È il posto ideale dove cercare rifugio in caso di apocalisse zombi: densità di popolazione prossima allo zero tranne all’interno dell’aeroporto, che comunque è cintato, perciò i morti non possono uscire, e una scelta sconfinata di automobili con cui fuggire, tutte posteggiate bene, col pieno e la chiave appesa in guardiola.
Certo, se decidi di scappare non ti conviene recarti al terminal, l’autista che mi ci ha accompagnato mi ha detto che sono stato fortunato a trovare così poco traffico, durante tutto il giorno la corsia d’ingresso è rimasta intasata da chi portava i passeggeri alla partenza, chi li andava a riprendere e chi si fermava a salutarli. Dal parcheggio ci vogliono dieci minuti, ma potevi perderci anche un’ora, bloccato in coda. Me lo tengo a mente per la prossima volta, quando dovrò decidere a che ora mettermi in viaggio.

C’è un grosso centro commerciale di fronte all’aeroporto, comprende diversi negozi, ristoranti, c’è anche un cinema multisala. A partire prima uno potrebbe spendere il suo tempo lì dentro, penso, ma poi mi ricordo che di solito quando vai all’aeroporto ti trascini dietro delle valigie troppo grosse per poterle portare in un cinema, e mi passa la voglia.
Vedi? Un altro punto a favore dell’apocalisse zombi: in quei casi viaggi leggero, ma se anche ti portassi le valigie in sala non si lamenterebbe nessuno.

Smetto di pensare alle cose belle e torno ad affrontare la triste realtà in cui mi trovo: sono nell’atrio dell’aeroporto di Orio, seduto sul pavimento sotto il busto in bronzo di un signore coi baffoni a cui immagino l’intera struttura sia stata dedicata. C’è un gran mucchio di gente ovunque, sento due cani abbaiare e un bambino piangere. Penso che saprei trovare una soluzione a entrambi i problemi, e che ho sonno, odio le persone e voglio andarmene. E non lo so se il busto alle mie spalle è davvero di bronzo, se ha i baffoni, se è il fondatore dell’aeroporto o il sindaco di questo paese, se esiste poi un paese che si chiama Orio Al Serio o se ne sono andati tutti, infastiditi dal rumore degli aerei e dall’avanzare dei capannoni. Se ne saranno andati in aereo? E da dove saranno partiti?

Natali che avercene, al parcheggio

È in questo momento di vuoto mentale che scopro il wi-fi gratuito dell’aeroporto, e la mia percezione del tempo cambia di colpo. Perché ho Netflix sul tablet, e con la lista di roba che ho da vedere potrei fare il giro del mondo tre volte senza scalo.
Sono così preso che quando finalmente aprono l’accesso all’area check-in un po’ mi scazza.

Chi ha costruito l’aeroporto di Orio Al Serio deve aver cercato di imprimere nell’edificio qualche elemento decorativo, perché mentre correvo verso la signorina che avrebbe dovuto imbarcare la mia valigia ho notato delle piante, una colonna, qualche arredo meno anonimo del solito. Ho notato anche dei sarcofagi in cui puoi trascorrere l’attesa del volo dormendo, che non è affatto una cazzata, ma la mia attenzione in quel momento era tutta rivolta verso il nastro dei bagagli, i pensieri tutti al momento in cui avrei superato il controllo dei documenti e sarei stato libero di trotterellare nell’immensa area duty free, così ricca di attrazioni a buon mercato.

Cinque minuti più tardi mi aggiro come un tossico in astinenza lungo una distesa, invero piuttosto limitata, di serrande abbassate. È tutto chiuso, anche il negozio che vende i profumi e il Toblerone.

Che poi perché il Toblerone e non, che ne so, gli ovetti Kinder? Perché questo grosso prisma di cioccolata lo trovi in tutti gli aeroporti del mondo da Orio a New York? Voi conoscete qualcuno che lo mangia, il Toblerone? Lo avete mai comprato, magari al supermercato vicino a casa? Io neanche lo vedo mai, nei supermercati. Lo trovo sempre e solo al duty free dell’aeroporto. Si vede che ne sono ghiotti gli assistenti di volo.

L’unico bar è assaltato dai passeggeri, tenuti a bada da una piccola ragazza dall’aspetto fin troppo rilassato per affrontare il marasma che ha di fronte. Non si affretta neanche, ti fa lo scontrino dell’acqua, mette un panino nella piastra, va a preparare un cappuccino, batte un’altra ricevuta, toglie il panino, mette su un caffè. Non sorride, ma non ha neanche la faccia scazzata che avrebbe un qualunque essere umano nella medesima situazione. È cordiale e asettica. Forse si droga. Provo a guardarle le pupille mentre pago la bottiglietta d’acqua, ma non riesco a trovarle.

Scavalco due nonne ucraine intabarrate in un intero branco di ermellini e torno a sedermi.
Mentre aspetto che il personale di terra inizi le operazioni di imbarco mi godo la tradizionale processione degli ansiosi, un rito di cui si sono perse le origini, ma che è comune in ogni area d’imbarco di ogni aeroporto mondiale, un po’ come i tobleroni.
Si tratta di un’aggregazione spontanea di persone che rifiutano di aspettare sedute il momento dell’imbarco, e preferiscono mettersi in fila anche mezz’ora prima, quando non è neanche arrivato il personale di terra, con la borsa davanti ai piedi e il passaporto in mano.
Forse sperano di velocizzare le operazioni e anticipare la partenza, oppure temono che qualcuno più lesto di loro si freghi il posto nella cappelliera e li obblighi a imbarcare l’enorme bagaglio a mano nella stiva.

Gli ansiosi dell’imbarco sono inizialmente pochi, quattro o cinque, ma la loro presenza in mezzo all’area è come un richiamo per gli altri passeggeri ad agire, ad abbandonare la loro dissolutezza e alzarsi in piedi, sentinelle silenziose di una vita più virtuosa, ma senza le menate sui valori cattolici.
In breve qualcuno si lascia contagiare dal loro magnetismo e si unisce alla causa, e più la fila si allunga più il suo richiamo si rafforza, e l’ansia si diffonde più densa; diventa difficile ignorarla, è come la puzza delle ascelle. Se rimani seduto vedi la fila lambirti i piedi, ti senti addosso lo sguardo accusatore di chi ha già sacrificato il proprio posto per una causa più alta, e il tuo sedile diventa duro, spigoloso, comincia a pruderti dappertutto.
Pochi minuti, e dove prima c’era una folla di persone sedute ad aspettare ora un lungo biscione si snoda fra i sedili deserti. Solo alcuni impavidi resistono, chiaramente dei provocatori, schifati dalla massa compatta delle fiere sentinelle. Nessuno viola il tacito accordo che è stato sancito unendosi al gruppo: non ci si siede se non a bordo, quei sedili vuoti che sfioriamo con la valigia non devono indurre in tentazione; se ti arrendi e ti siedi perdi il posto e dovrai ricominciare dal fondo.

Io sto seduto per un po’ a farmi gli affari miei, poi quando finisce l’episodio che stavo guardando mi caccio un po’ di musica nelle orecchie e mi alzo, entro nella coda da dove mi trovo in quel momento, passando davanti ad almeno una ventina di persone. Non ci penso neanche ad andarmi a mettere in fondo, non ho stipulato nessun tacito accordo, quando gli altri passeggeri si scambiavano lo sguardo d’intesa segreto stavo guardando Mindhunter. Forse quello dietro di me s’incazza e mugugna, non lo so, sto ascoltando un pezzo divertente, ballo anche un po’. Perché sto andando dall’altra parte del mondo e sono felice.

(continua)

E dimmelo, dai, lo so che ci tieni

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